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L’ennesima sfida, la più importante. Non c’è in palio una coppa o un campionato ma la vita. E hai promesso di uscirne vincitore, come tante altre volte hai fatto con gli scarpini chiodati ai piedi, con lo spirito del guerriero. Con la tempra di chi accetta di declinare il verbo ‘perdere’. Coraggio, Sinisa. Negli ultimi due giorni, lo hai raccontato nella conferenza stampa di Casteldebole, dopo aver saputo di avere la leucemia, te ne sei stato “chiuso in camera a riflettere”, a chiederti perché sia toccato proprio a te, a pensare che prima comincerai la nuova battaglia e prima finirai di combatterla.

Certo, ti deve essere passata tutta la vita davanti. Avrai visto le strade di Vukovar, dove sei nato 50 anni fa, i cortili e i rettangoli in terra battuta sui quali hai dato i primi calci, i campi in erba delle giovanili del Voivodina, dove hai cominciato ad affinare quella tecnica – quella rincorsa così breve e così indigesta per i portieri – che, tanti anni dopo, avrebbe fatto di te uno dei più grandi specialisti di punizioni al mondo e che avrebbe spinto i ricercatori del dipartimento di fisica dell’Università di Belgrado a studiare la potenza del tuo sinistro.

Avrai ripensato agli anni della Stella Rossa, al trionfo in quella che ancora era la Coppa dei campioni. E avrai ripercorso il film della tua carriera italiana, quella della definitiva consacrazione, con l’approdo alla Roma, gli anni della Sampdoria e quelli alla Lazio, il passaggio all’Inter dell’amico per la pelle Mancini, non a caso uno dei primi a farti oggi gli auguri, mentre tanti erano ancora intontiti dalla notizia.

Tante squadre, maglie diverse, tifoserie divise da rivalità accesissime, ma tutti d’accordo nel riconoscerti, al di là del fatto tecnico, una qualità unica, che in un momento così drammatico, in una prova così difficile – e così ingiusta, come per tutti quelli che sono chiamati a sostenerla – ti darà sicuramente una mano decisiva: quella che Gianni Brera chiamava rabies agonistica, l’incapacità di arrendersi, la determinazione ad andare oltre qualsiasi ostacolo. Quando hai appeso le scarpette al chiodo e ti sei reinventato allenatore – Bologna, Catania, Fiorentina Sampdoria Milan, Torino – non potevi non diventare per tutti “il Sergente”, bravo tattico ed eccellente motivatore, soprattutto dei giovani.

Non è un carattere facile il tuo, Sinisa, e più di una volta sei andato fuori le righe: il necrologio al capo ultrà della Stella Rossa accusato di crimini contro l’umanità, gli ammiccamenti al regime di Slobodan Milosevic, gli sputi ad Adrian Mutu e gli insulti razzisti a Patrick Vieira, l’allontanamento dalla nazionale serba di Adem Ljajic per il rifiuto di cantare l’inno. Ma è anche a quel carattere, ripulito negli anni da evitabili eccessi, che devi chiedere sostegno oggi, davanti alla malattia. In campo hai cambiato molte posizioni, da terzino a centrocampista avanzato, per finire da centrale, ma anche da difensore non hai mai perso di vista la porta avversaria, la rete che si gonfia, il gol. 

Già, il gol: ne hai fatti tanti, per non essere un attaccante, ma adesso devi farne un altro, l’ultimo, il più bello. “Avrò bisogno anche di non vedere gente che piange per me, non voglio far pena a nessuno”, hai detto oggi. È una promessa che ti fanno tutti i tifosi veri, quelli che ti hanno visto giocare e che – di volta in volta – hai fatto esultare o soffrire. Magari stavolta prendi una rincorsa un po’ più lunga del solito. Ma mettila lo stesso nel ‘sette’.