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Nella storia di Nicolò Barella c’è tutta la tradizione calcistica della Sardegna e del Cagliari. Ok, è un inizio forte ma se provate a mettere insieme i puzzle della sua giovanissima carriera, i riferimenti al passato glorioso della squadra rossoblù sono tantissimi. Barella, classe 1997, è uno dei simboli della nuova leva calcistica italiana, uno di quei talenti a cui i tifosi azzurri, e il tecnico Mancini, si aggrappano per cancellare l’onta del recente passato. Nella partita con la Polonia, vinta all’ultimo respiro dopo una gara a lungo dominata, Barella è stato il migliore in campo, osannato dalla critica e dai tifosi. Una specie di consacrazione per chi ne aveva già decantato le lodi, una bella scoperta per chi, forse, lo riteneva ancora troppo acerbo per far parte della Nazionale. Ma se c’è una cosa che non manca al giovane centrocampista è proprio quel senso di maturità che ha sempre dimostrato, dentro e fuori dal campo.

I primi passi

La prima cosa da sapere è che Barella è un canterano doc. Un frutto coltivato, con pazienza e cura, all’interno del settore giovanile del Cagliari. E se un giocatore ha fatto questa trafila, oltre al talento, ha quasi sicuramente incrociato due delle leggende della storia rossoblu. Nicolò, infatti, ha iniziato fin da piccolissimo a tirare calci al pallone nella scuola calcio di Gigi Riva. Il nome più pesante per chi parla di Cagliari e del Cagliari. Lì lo ha visto e pescato Gianfranco Matteoli, uno che era capace di fare la differenza in campo e, forse, anche di più da dirigente. Ad affinare tecnica, senso tattico e attitudine ci hanno pensato altri due fuoriclasse: Franco Masia e, soprattutto, Gianluca Festa. Nomi, dicevamo. Figure che hanno indossato quella maglia con i quattro mori, conosciuto la gente di Sardegna, e capaci dunque di trasmettere l’attaccamento al pallone di un’intera isola.

L’esordio in Serie A

È proprio Festa, ex difensore, a far esordire Barella in serie A. Appena 14 giorni dopo essere stato chiamato sulla panchina del Cagliari alla ricerca disperata di una salvezza che non sarebbe diventata realtà. È il 4 maggio del 2015. Minuto 67. Il Cagliari è avanti 3-0 contro il Parma. Non è la prima volta che il centrocampista incrocia gli emiliani. Anche il suo esordio da professionista è avvenuto contro la squadra ducale, in Coppa Italia. Allora fu un’altra leggenda, una delle più grandi, a lanciarlo. Quel Gianfranco Zola a cui Barella si è sicuramente ispirato. In quei mesi anche Vittorio Pusceddu, terzino di grande livello, volle dire la sua anticipando quello che sarebbe successo qualche anno dopo: "Un predestinato per giocare ad alti livelli: offre qualità e quantità”. Non credete però al paragone che si faceva allora, “lo Steven Gerrard sardo”, perché Barella di anglosassone ha poco. Di sardo, invece, ha tantissimo.

Quel ballo sul tavolo..

In un’intervista a Gianluca Di Marzio, di poco più di un anno fa, Barella raccontò il rito d’iniziazione dello spogliatoio rossoblù. Allora lo spogliatoio aveva come leader altre due bandiere del calcio sardo. Una di lunga militanza, come Daniele Dessena (ancora oggi in campo), e uno “madrelingua” come Andrea Cossu. Il giovane cagliaritano era appena stato aggregato stabilmente alla prima squadra e durante il ritiro di Sappada, al nord, venne fatto salire su un tavolo per cantare una canzone dei Gemelli Diversi, “Tu Corri”. E di correre, in effetti, da quel giorno Barella non ha mai smesso. In quella stanza c’era anche Daniele Conti, un altro idolo, un altro nome assai importante della storia del Cagliari. Un altro che qualcosa da insegnare a “barellino” o “alfonsino” ce l’aveva di sicuro.

La parentesi Como

Il ritorno al nord coincide con il primo prestito vero e le prime aspettative di una società che non taglia il cordone ombelicale ma prova a farlo crescere lontano dal mare. Barella arriva sul lago manzoniano alla corte, ancora una volta, di Gianluca Festa che lo ha voluto con grande insistenza e che lo paragona ancora, per gioco, a Radja Nainggolan. Un altro nome che a Cagliari si è fatto le ossa. Nicolò atterra in una squadra di grandi talenti: da Scuffet a Bessa, da Pettinari a Ganz. Gioca 16 partite ma non segna. Nonostante dia rapidità e velocità al gioco della squadra lombarda. Non è una novità. La sua generosità spesso lo porta ad arrivare meno lucido sotto porta e a farsi ammonire un po’ troppo. Due difetti che quest’anno, almeno stando a questo primo scampolo di stagione, sembrano essere stati corretti. Almeno un po’.

La vita

Anche fuori dal calcio non è un giovane come gli altri. Sposato con Federica, padre di Rebecca, poco avvezzo agli eccessi, interamente concentrato sul suo futuro. Barella è un esempio da seguire anche fuori dal campo. Quando la mamma lo accompagnò, da bambino, all’interno di un campo da basket per fargli provare un altro sport, lui iniziò a palleggiare con i piedi contro il muro. Il calcio, nelle vene, ovunque. Il canestro venne ignorato come altre distrazioni. In fondo, per raggiungere un obiettivo, basta avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Fin da piccoli.

La nazionale

Quella della nazionale maggiore non è la prima maglia azzurra che Nicolò indossa. Un altro allenatore che, fin da subito, decise di puntare su di lui fu Antonio Rocca, punto di riferimento delle squadre giovanili. Dall’Under 15 all’Under 21. Barella non ha saltato neanche un passaggio, giocando con tutte le rappresentative italiane. Non ha mai segnato, a dirla tutta, ma non è solo con i gol che si lascia una traccia. Fu lo stesso Rocca a coniare quella descrizione che oggi sembra la più calzante per descrivere il suo gioco: ”Io cerco sempre quattro aggettivi per descrivere un calciatore che alleno. Per lui avevo scelto questi quattro: determinato, intenso, vivace e intelligente. Sembra una bottiglia di champagne appena stappata”. Il modo migliore per brindare al suo futuro, augurandogli di entrare in quella lista di nomi che da sempre costellano la storia del Cagliari.