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Udite, udite: la buona notizia del giorno è che esiste uno sport in Italia che dà lezione all’intera società. È uno sport fortunato, il golf, che ha trovato un numero 1 come santo Francesco Molinari da Torino e primeggia sulla disabilità, un terreno estremamente sdrucciolevole per la nostra società distratta. 

Fortuna vuole che il golf club Crema (con in testa il presidente, Fabrizio Gargioni) sia un paradiso ed accolga a braccia aperte l’Open d’Italia disabili. Fortuna vuole che Marcello Cattani, responsabile oncologico di Sanofi Genzyme ed Enrico Piccinini, direttore Generale della terza più grande compagnia di biotecnologie al mondo, abbiano sponsorizzato la 18a edizione della gara. Convinti di aiutare la sclerosi multipla proprio con la pratica del golf e di sensibilizzare sull’inclusione sociale.

Fortuna vuole che Infront, pilastro finanziario e manageriale della prima Ryder Cup italiana del 2022 al Marco Simone Roma, “abbia dimostrato sensibilità estrema in un momento così cruciale di spending review per la Ryder e non abbia preteso nulla da questa gara”, come puntualizza Gian Paolo Montali, il direttore del progetto italiano.

Fortuna vuole che Barbara Zonchello, direttore dell’Open d’Italia, sia molto sensibile sul tema e abbia promosso un progetto ad hoc, “golf ed autismo”, varando un’area parallela al massimo torneo nazionale, "GolfSuperAbili", con ragazzi con diversi problemi psichici e fisici che si cimentano con mazze e palline sul green, e poi anche nelle Pro Am, a fianco dei professionisti, “nei 97 tornei che si terranno in Italia in 12 anni”, come puntualizza sempre Montali. “Le molle sono cuore e passione, senza, non si raggiungono i risultati, dipende solo da noi. È bello quando i normodotati si rendono conto delle capacità, della destrezza, di persone disabili che hanno più abilità di loro”.

Da Crema emergono storie diverse. Spicca il nano svedese Joakim Bjorkman, un Tyrion Lannister del Trono di Spade trasposto sul green, che punta al quarto successo all’Open ma confessa candidamente: “Il mio handicap non è tanto evidente ed importante, lo so, mi penalizza solo nel gioco lungo, nel primo colpo, ma poi intorno al green sono davvero uno dei più bravi del mondo. E non ci sono tanti di bassa statura come me. Di sicuro il golf è la mia passione, la mia vita, da ragazzo restavo in campo dalle 7 del mattino alle 10 di sera, stimolato dalla continua sfida con me stesso e aiutato della mia indole: sono calmo, tranquillo, mai aggressivo, calcolo bene le cose. E ora golf e lavoro sono quasi alla pari come impegno e come introiti, sono un mezzo professionista del green, ma a 28 anni è ora di pensare a metter su famiglia”.

Spicca ancor di più il racconto di Edoardo Biagi, di Aprilia (Roma) che, nel 2008, è stato colpito da un tumore del midollo spinale a livello delle scapole. Nel 2010 si è sottoposto a una delicata operazione e quando s’è svegliato, da golfista appassionatissimo con 20 di handicap, ha chiesto subito di poter vedere i fratelli Molinari alla Ryder Cup. Grazie all’amico Carlo Crisciotti (“mi ha rimesso letteralmente in piedi, mi ha sostenuto quando ho ripreso e facevo solo “flappe””) e al maestro Rolfe Passagrilli (“una volta l’ho scoperto che praticava su una gamba sola per capire come aiutarmi a recuperare il mio golf”). Edoardo è bloccato dal petto in giù: “Nella parte destra non mi muovo e in quella sinistra non ho la sensibilità”.

Eppure riesce ad eseguire il delicatissimo swing: “La testa è molto più potente di qualsiasi farmaco e di qualsiasi esercizio di routine, mi dà una spinta ideale per muovere i muscoli come devo”. Il golf è vita, lo slogan mette ko quaquaraqua di marketing e pubblicità: “Sul campo di gioco non esiste handicap, non ci sono differenze coi normodotati, ed è uno dei pochi posti dove succede, il solo sport che offre le stesse possibilità a chi sta bene. Certo, ci spostiamo col cart, ma giochiamo alla pari e so che posso vincere anch’io. Anzi, uno dei momenti più belli è quando lo sguardo dei normodotati si posa sulle nostre disabilità: si stupiscono, ci fanno inorgoglire ancor di più e sentiamo che diamo più noi a loro”.

Edoardo deve ringrazia la banca dove lavora e che l’ha sostenuto in tutta la sua Odissea. Oggi può sognare: “Le Paralimpiadi 2024, ho tempo, vorrei tanto vestire la maglia della nazionale”. Ci vuole fortuna anche nei sogni. Intanto a Crema ha giocato alla grande le prime 9 buche e poi è crollato: “Ho pagato anche la stanchezza, quella della gara e quella prima, della guida, da Aprilia a qui”. Ma sorride, come i forti: “C’è ancora una giornata”.