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Se in Italia molti hanno applaudito la scelta della Federazione di affidare la Nazionale a Roberto Mancini, a San Pietroburgo c’è chi addirittura festeggia. Il tecnico di Jesi, del resto, non ha lasciato un buon ricordo in Russia nel suo primo e unico anno alla guida dello Zenit. Quinto posto in campionato, l’eliminazione ai sedicesimi di finale di Europa League ad opera del Lipsia, un gioco mai spumeggiante (ben 8 pareggi per 0-0 in stagione), alcuni problemi nello spogliatoio con giocatori storici, Kerzhakov su tutti, e in generale un feeling mai scattato con i tifosi e la piazza. C’è anche chi fa notare che i problemi della squadra del Presidente Fursenko, che aveva fortunatamente voluto Mancini, siano iniziati proprio dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali e alle voci che davano il tecnico tra i papabili alla panchina azzurra. Era dal 2009 che la squadra russa arrivava nelle prime tre posizioni del campionato. Era dal 2008 che non faceva così pochi punti. 

I casi Dzyuba e Shatov

Artyom Dzyuba and Oleg Shatov sono stati i giocatori dello Zenit maggiormente penalizzati dall’arrivo di Mancini. I due, messi rapidamente ai margini della squadra, hanno ottenuto però la loro rivincita dopo essere stati ceduti in prestito, durante il mercato di riparazione, all’Arsenal Tula e al Krasnodar. La vicenda che ha riguardato il primo, in particolare, ha fatto molto rumore gettando ombre sulla gestione dell’allenatore italiano. L’attaccante, classe 1988, non avrebbe dovuto giocare la partita contro il suo ex club visto che nell’accordo per il suo trasferimento c'era una clausola che glielo impediva. Pur di scendere in campo, però, l’attaccante ha pagato personalmente i 150mila euro di penale. Il suo gol, all’89esimo, quello del 3-3, ha completato la più incredibile delle sceneggiature sportive. Una vendetta festeggiata, davanti a Mancini, così.

“Ma quanto ti lamenti?”

A marzo, con la squadra in crisi di risultati e identità, Mancini si è reso protagonista di un altro episodio che ha riguardato stavolta la stampa russa. Dopo l’ennesimo pareggio per 0-0, contro il modesto Rostov, il tecnico aveva attaccato la società rea di non aver comprato nessun attaccante da affiancare a Kokorin, fino a quel momento uno dei pochi a segnare con continuità. Una risposta che non ha convinto i giornalisti pronti a sottolineare lo stile “lamentoso” del tecnico italiano: “Non mi lamento, sto solo rispondendo alle tue domande. Sei tu che ti stai lamentando del fatto che mi lamento”.

Il lutto

Per ESPN, invece, una delle ragioni della terribile stagione vissuta dallo Zenit è riconducibile alla morte di Kostantin Sarsania, storico direttore sportivo, arrivato nel 2006 dopo che la Gazprom aveva acquistato il club, e punto di riferimento imprescindibile tra la dirigenza e la squadra. L’uomo che aveva decretato la rinascita del club e i suoi successi in patria e in Europa. Una morte improvvisa che ha colpito e scioccato l’ambiente.

Se ne va anche Criscito (ma lui sarà rimpianto)

Mancini non è l’unico italiano che ha lasciato San Pietroburgo. Dopo sette anni in campo, una fascia da capitano indossata, due figli nati in Russia, anche Domenico Criscito torna in Italia. Destinazione Genova, sponda Grifone, per il più classico dei ritorni. E se i tifosi hanno pianto di gioia, usando anche l’hashtag #ManciniOut, per la partenza dell’allenatore, hanno versato altrettante lacrime per la partenza del difensore napoletano. Piangere come una fontana, una metafora che per molti sostenitori dello Zenit, alla partenza di Criscito, si è trasformata in realtà.

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