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Che cosa ricorderemo della XXIII Olimpiade invernale? I flash sono tanti, e variegati, anche contraddittori. Ci sono state le conferme dei veterani, a partire dalla serissima e intensissima “signora di ferro” Marit Bjorgren, che si contrappongono alle facce freschissime e impertinenti degli olimpionici di snowboard, come “Red” Gerard e Chloe Kim. C’è stato il trionfo nel medagliere della piccola Norvegia (39-record) mentre la vicina Finlandia s’è fermata a un solo oro.

Lo sport russo è stato umiliato dall’esclusione per doping di 168 atleti, senza bandiera, senza inno, con l’anonima sigla OAR ma è riuscito a cadere in altri due test antidoping, pur sfoderando la leggiadra farfalla 15enne Alina Zagitova e la favola dell’hockey. E’ esplosa, come personaggio dei Giochi, la prima, incredibile, rivoluzionaria, regina di due discipline, Ester Ledecka (superG di sci alpino e slalom parallelo di snowboard).

Mentre si è rinnovato il monotono dominio olandese nel monotono pattinaggio su ghiaccio. Con l’italia a quota 10 medaglie, non male, ma non benissimo, che conferma le nostre straordinarie donne, coi tre ori di Sofia Goggia (discesa libera), di Arianna Fontana (short track) e di Michela Moioli (snowboard cross), ma si lamenta nello sci alpino e nordico maschile, e in altre discipline, tradizionalmente molto prolifiche di soddisfazioni, come slittino e bob.

La grande bellezza

L’immagine più sensuale dei Giochi rimarrà quella della super coppia canadese formata da Tessa Virtue e Scott Moir: straordinari sui pattini, uniti come solo due persone che si allenano da vent’anni assieme possono essere, anzi, addirittura fusi in un tutt’uno, sono diversi da tutti gli altri, pur eccelsi, danzatori che abbiamo ammirato a PyeongChang, perché volano. Le loro medaglie sono proprio il riconoscimento di questa sublime, perfetta, unione. Straordinaria la loro battaglia con la coppia francese, Gabriella Papadakis (quella del seno scoperto per una spilla saltata dell’abitino)-Guillame Cizeron, il futuro della specialità. E ancor più alto il livello di competizione fra le due russe compagne d’allenamento, le russe Alina Zagitova ed Evgenia Medvedeva. Fenomeni di grazia ed elasticità, come il giapponese Yuzuru Hanyu, flessuoso come un giunco. Ancora una volta il pattinaggio è stata la gara più spettacolare e più premiata dal pubblico. Anche se i giovani votano decisamente per snowboard e freestyle, specchiandosi negli acrobati scanzonati che saltano e si contorcono in aria al suon di musica come i 17enne Gerard e Kim. Ma dove brilla anche un campione sempre verde come il 31enne Shaun White, al terzo titolo olimpico half pipe, ma ancora incapace di redimersi da una violenza sessuale mai confessata.

Curling giù, short track su

Canadesi, stranamente in difficoltà nello sport nazionale, l’hockey, e anche con le bocce sul ghiaccio, il curling, dove difendevano il titolo di quattro anni fa sia con gli uomini che con le donne, e invece stavolta sono rimasti a bocca asciutta dopo il primo successo nella neonata squadra mista. Il curling, più diventa casual e legato a protagonisti inediti, più perde di fascino. Anche se il successo dei dilettanti Usa, guidati dal veterano John Shuster, nella finale sui professionisti svedesi, rimarrà uno dei successi più inattesi e festeggiati delle 102 gare di PyeongChang. Insieme a quello dell’hockey donne, finalmente capaci di battere le rivali canadesi. Acquista invece sempre più appeal lo short-track, con quelle folli corse senza tregua e con troppi contatti che però lasciano sempre il punto interrogativo sul risultato. E, da sport e terreno di conquista preferito di coreani e cinesi, vede sempre più far capolino altri paesi.

Cresce anche l’interesse per il biathlon, anche grazie a un campione che entra sempre più nella storia olimpica come il francese Martin Fourcade (5 ori): la doppia azione, fondo più tiro, farà sempre più proseliti. Così come, anche grazie al traino di Marit Bjorgren, e alla sua trionfale caccia al record di medaglie olimpiche a quota 15, il fondo sale nella hit parade della popolarità. Al di là di un rituale sempre uguale a se stesso. Con la Norvegia che su questa disciplina ha costruito il miracolo del medagliere, battendo la Germania, malgrado i 14 ori a pari merito.

Che delusione Vonn e Shiffrin!

Forse a causa dei campi di gara non all’altezza di quelli di coppa del Mondo, lo sci alpino non ha mantenuto le promesse, con le attese regine Usa, Lindsey Vonn e Mikaela Shiffrin che si dividono la corona di grandi deluse: l’una, all’ultima Olimpiade a 33 anni, si attendeva l’oro nella libera mentre porta a casa solo un bronzo, l’altra, a 22, puntava addirittura a cinque ori, e rientra invece in patria con l’oro in gigante e l’argento in combinata. Le hanno accusate di presunzione, di aver parlato troppo prima, di sicuro non hanno avuto gestire al meglio le aspettative. E’ andata meglio anche al “cannibale” austriaco, Marcel Hirscher, malgrado la delusione in slalom, ma anche lui non è stato il protagonista che ci si attendeva. Senza i professionisti Nhl, l’hockey maschile, tradizionalmente uno degli sport più seguiti e spettacolari, ha perso fascino, anche se ha consentito ai russi di cantare felici il proprio inno, dribblando il divieto Cio. Solito dominio olandese nel pattinaggio velocità. Quattro anni fa a Sochi gli orange avevano conquistato 8 ori su 12 ori, con 23 medaglie complessive, e nessun altro paese oltre quota 3, stavolta ne hanno acquisite 16, con 7 ori su 14.

“E ora halfpipe, big air e freestyle”

“Abbiamo aumentato del 25% il bilancio di medaglie rispetto a Sochi. I tre ori vengono dalla Lombardia, che ha scavalcato l'Alto Adige, non abbiamo mai avuto tanti medagliati così giovani, l’età più bassa di sempre. Le vere protagoniste sono state le femminile, mai successo nella storia delle Olimpiadi invernali, anche se l'età media delle donne presenti all’Olimpiade era la più vecchia di sempre mentre l’età media degli uomini è stata la più giovane di sempre”, come sottolinea il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Che rilancia verso Pechino 2022: “Nei prossimi quattro anni dobbiamo migliorare le cose che facciamo bene e trovare il sistema di investire in nuove discipline sportive. Dall’halfpipe al big air al freestyle, non possiamo disinteressarci di tutte queste situazioni ed è vero che ci aspettavamo di più da certe discipline, ma i Giochi invernali sono un mondo chiuso e abbiamo vinto in 6 sport”.

La donna del nord

Azzurre battono azzurri 3-0. Gli storici ori di PyeongChang ci danno lo spunto per rispolverare la storia dello sport italiano al femminile. La pioniera è stata, come tutti sanno, Trebisonda “Ondina" Valla, che vinse gli 80 metri ostacoli a Berlino 1936. Precocissima, avrebbe vinto anche prima, ma nel 1932, a Los Angeles, sarebbe stata la sola donna della comitiva: ma poteva una donna viaggiare in mare per tanto tempo con tanti uomini? Anche il Vaticano disse di no. Pensate quanto siamo lontani ai tempi nostri da quella Italia. Poi le atlete azzurre protagoniste alle Olimpiadi furono solo episodi. Ad Helsinki ’52, la piccolissima ginnasta Miranda Cicognani fu la prima portabandiera donna ai Giochi Olimpici, e la triestina Irene Camber, brillò, oltre che da pianista e prima laureata in chimica industriale a Padova, anche nel fioretto.

A Grenoble ’68, la bolzanina Erika Lechner, si prese il titolo nello slittino, all’Olimpiade invernale che salutò la prima portabandiera donna (Clotilde Fasolis), esperienza che si è ripetuta solo nel 1994 a Lillehammer (Deborah Compagnoni). A Monaco ’72, ci fu il primo oro di una mamma, Antonella Ragno. In realtà, il primo nome di atleta azzurra di grande livello da rapportare allo sport moderno è stato quello di Sara Simeoni, che saltava con lo stile appena diventato moderno, il Fosbury, e all’Olimpiade di Mosca del 1980 arrivò fino all’oro olimpico, lanciando l’idea di un’italiana alta, flessuosa, determinata, ed alzando, non solo metaforicamente l’asticella fin oltre i du metri: possibile? Brava, bravissima, meritevole di diventare la seconda donna italiana portabandiera all’Olimpiade di LOs Angeles 1984 ma, come icona di wonderwoman, era ancora troppo legata alla donna del nord.

Nonna, mamma, sorella

A Sarajevo ’84, una ragazza di 19 anni, Paoletta Magoni, aveva fatto da apripista nello sci alpino mettendosi al collo il primo oro dello sci femminile italiano ed interrompendo un tabù di 13 Olimpiadi. Poi è arrivato il tornado Deborah Compagnoni. Che, ai Giochi Invernali di Albertville 1992, propose il prototipo di un’altra donna, più comune all’italiano medio, la figlia e la sorella, la ragazza qualsiasi, quella della porta accanto che, dotata di grande talento naturale, conquista l’oro nel superG e il giorno dopo in gigante si rompe il ginocchio in Mondovisione, si disintegra un ginocchio e inonda con le sue tutto il paese, dai monti ai mari.

Manuela Di Centa (una medaglie in tutte le gare di fondo a Lillehammer ’94) e Stefania Belmondo (dieci medaglie olimpiche dal ’92 al ’98) sono state ugualmente fondamentali, come esempio di donna normale che fatica, che lotta col coltello fra i denti, che sfida le virago del Nord Europa, novelle contadine che si esaltano sulla sci, ma anche come prime, grandi, estreme rivali. Per rinverdire i dualismi più classici al maschile, da Bartali-Coppi a Mazzola-Rivera. Mentre l’Italia, grazie allo sport, si riscopre una, nelle sue diversità sociali, culturali e geografiche, a prescindere dal nome e dalla parlata di una figlia delle montagne, lassù al nord, Gerda Weissensteiner da Bolzano. Che trionfava buttandosi a mille all’ora con lo slittino, ma è figlia di una famiglia super-numerosa, proprio come accade nel profondo Sud. A Barcellona ’92, l’oro nel fioretto individuale, mostrò pioniera della grinta a tutti i costi, succeda quel che succeda, e chisenefrega dello stereotipo della femminilità tradizionale, con Giovanna Trillini. Che durava fino al ’96, anche come portabandiera ai Giochi, ma nello stesso tempo, esaltava il febbrile e silenzioso lavoro della provincia, a Jesi, e intanto allenava e regalava alla scherma mondiale quel fenomeno di Valentina Vezzali. Brillavano anche gli ori del ciclismo Antonella Bellutti (inseguimento) e Paola Pezzo (mountain bike), due facce di donna molto diverse, con un pizzico di sensualità in quella famosa maglietta mezza aperta, sotto sforzo…

Nuovi sport, nuovi confini

Ai Giochi invernali di Nagano ’98, la Deborah nazionale diventò la prima a vincere tre ori in tre diverse edizioni olimpiche, dimostrando che volere è potere, che il lavoro paga, che la costanza si allena, eccetera eccetera.

A Sydney 2000, l’Italia scoprì che le donne italiane possono farsi valere anche in sport come tavola a vela (Alessandra Sensini) e canoa (Josefa Idem). Altro oro prorompente, ad Atene 2004, quello della pallanuoto, il “Setterosa”, da contrapporre finalmente al più famoso “Settebello”: non solo grandi individualità, fenomeni una tantum, ma squadra. Anche se l’asso-Federica Pellegrini fa saltare il banco a Pechino 2008, col primo oro femminile nel nuoto, e un simbolo di prima donna destinato a durare nel tempo: una donna nuova, più forte, e libera, ma insieme capace di mostrare le sue paure più recondite, inclusi amori e crisi di panico. Grazie al tatami della judoka Giulia Quintavalla, al poligono di tiro di Chiara Cainero, alla regina della pedana, Vezzali, le donne non solo allargano ulteriormente i confini ma, almeno nello sport, dove, a differenza della società, partono dalla stessa linea, raggiungono per la prima volta la parità con gli uomini: 4-4 come ori.

Lo sprint dirigenziale

Ma, mai paghe, mai stanche, come le nostre nonne, le nostre mamme e le nostre mogli – ammettiamolo, una buona volta! – non s’accontentano. E, con un risultato molto più solido dei tradizionali prodotti “made in Corea”, confezionano questo sorpasso sul gradino più alto del podio a cinque cerchi: 3-0.

Un sorpasso anche d’immagine, con la portabandiera donna, delle ultime due Olimpiadi estive, Valentina Vezzali a Londra 2012, e Federica Pellegrini a Rio 2016, più quella invernale, di PyeongChang, con Arianna Fontana.

Del resto, ai Giochi invernali solo il mitico Armin Zoeggler, a Sochi 2014 e Giorgio Di Centa a Vancouver 2010, avevano interrotto la tradizione delle azzurre di ferro delle nevi portabandiera alla cerimonia d’apertura: Deborah Compagnoni, Lillehammer ’94; Gerda Weissensteiner, Nagano ’98; Isolde Kostner, Salt Lake 2002; Carolina Kostner, Torino 2006. Emblema di un’Italia bella e vincente. Che ora vuole sfondare anche a livello dirigenziale. Perché non ci sono donne presidenti di federazioni sportive italiane (0 su 45), né fra i nostri rappresentanti al Cio (0 su 3), ne esistono soltanto due (su 19) nella Giunta Nazionale Coni, ed appena 8 su 70 nel Consiglio Nazionale. A dispetto dei numeri fra i tesserati: 89% della ginnastica, 77% della pallavolo, 50% del nuoto. Appuntamento a Pechino 2022.

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