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“Il Var sta funzionando, funzionerà ancora meglio”. Non è la prima volta che Marcello Nicchi è stato costretto a scendere in campo per difendere la tecnologia che, nel bene e nel male, sta rivoluzionando il mondo del pallone. L’ultima dichiarazione del designatore degli arbitri è arrivata sugli spalti dello stadio di Ferrara prima di Spal-Lazio. La domanda è, al di là dei singoli episodi, sempre la stessa: il Var (Video Assistant Referees) non avrebbe dovuto migliorare le prestazioni degli arbitri facendo diminuire gli errori e le polemiche? Eppure non sembra affatto così. Le ultime proteste, quelle del Cagliari e del Presidente Giulini, per le decisioni dell’arbitro Calvarese durante la sfida con la Juventus e lo stop forzato ad un altro arbitro, Doveri, per gli errori durante il derby di Torino di Coppa Italia hanno fatto capire che, anche nel 2018, non ci sarà un’inversione di tendenza. Ma andiamo con ordine.

Le linee guida della FIGC

Minima interferenza, massimo beneficio con l’arbitro che rimane la figura incaricata di prendere la decisione finale. Una decisione da cambiare solamente di fronte a un errore “chiaro ed evidente”. Così, la scorsa estate, la Federazione descriveva il ruolo che avrebbe avuto questa tecnologia all’interno delle partite. La realtà, però, si è dimostrata assai più complicata. Recuperi lunghi, gioco spezzettato, guardalinee che segnalano evidenti fuorigioco con grande ritardo, continue richieste, spesso a match terminato, da parte di giocatori e allenatori. In altri casi, bisogna dirlo, tutto ciò ha portato grande beneficio per il risultato: rigori assegnati, espulsioni, correzioni decisive. Eppure quello che rimane dopo sei mesi di sperimentazione è una generale confusione. Pochissime bocciature definitive ma moltissime critiche e richieste di revisione del regolamento.

Ma quando interviene, per davvero, il Var?

Secondo il protocollo internazionale della FIFA, valido in tutti i campionati del mondo in cui viene adottato, il VAR può intervenire in 4 specifici casi:

  • Per determinare se un gol è regolare o irregolare
  • Per decidere se un giocatore merita il cartellino rosso
  • Per assegnare o meno un calcio di rigore
  • Per correggere un’ammonizione o un’espulsione assegnate a un giocatore sbagliato

I falli, ad esempio, non sono oggetto di revisione arbitrale, a meno che non siano stati commessi all’interno dell’area di rigore o se particolarmente violenti. Così come il fuorigioco, a meno che non sia decisivo per la convalida di una marcatura. Se un giocatore chiede l’intervento del VAR deve essere ammonito dall’arbitro; se la richiesta arriva dalle panchine la punizione è ancora più severa con l’allontanamento immediato dal campo.

Chi sta davanti al VAR?

Ci sono due figure addette all’uso della tecnologia e designate per comunicare con l’arbitro durante la partita. Sono chiamati rispettivamente VAR e AVAR e sono collocati all’interno di una Video Operation Room, allestita da ogni singola società all’interno dello stadio. All’interno della stanza c’è la strumentazione fornita in maniera esclusiva dalla società inglese Hawk-Eye Innovations. I due arbitri addetti al VAR possono parlare con l’arbitro prendendo autonomamente l’iniziativa o, viceversa, accogliendo le richieste provenienti dal collega che sta operando sul terreno di gioco. A bordocampo, invece, c’è un’altra zona dedicata alla “revisione”. La Referee Review Area, posizionata tra le due panchine e sorvegliata dal quarto ufficiale di gara. È il mezzo tramite cui l’arbitro può rivedere le azioni e decidere se cambiare o meno la propria decisione.

Le immagini chi le procura?

Gi addetti al VAR hanno la possibilità di visionare tutte le immagini raccolte da almeno 12 telecamere. Non lo fanno contemporaneamente ma con un leggero ritardo, un modo per verificare ulteriormente ciò che succede in campo e rendere il loro giudizio ancora più autonomo. La video-ripresa di una partita è nelle mani della squadra di casa. Nella nostra Serie A ci sono otto squadre che auto-producono il materiale (Benevento, Inter, Milan, Roma, Napoli, Juventus, Sassuolo e Torino) e 12 che invece hanno preferito affidare questo delicato compito alla Lega. L’arbitro che decide di rivedere una determinata situazione di gioco si avvarrà delle stesse immagini a disposizione dei due colleghi presenti nella operation room. Potrà però scegliere, di volta in volta, quali vedere. Una alla volta. L’accuratezza delle immagini proposte è diversa da quelle che vengono proposte al pubblico. Ovvero, l’arbitro non riguarda lo stesso replay del tifoso seduto sul divano di casa.

I due problemi principali: il “chiaro errore” e “l’uso improprio”

Secondo la Gazzetta dello Sport sono questi i due casi in cui il VAR mostrerebbe i suoi limiti più evidenti. Chi è che può definire quando l’arbitro è andato incontro a un chiaro errore? Ci sono casi, e sono quelli più spinosi, che sono determinati da un giudizio soggettivo del direttore di gara. Come il tocco di mano di Bernardeschi, in piena area, nell’ultimo match giocato, quello tra Cagliari e Juventus, che ha fatto arrabbiare il presidente della squadra sarda e scatenando un vero vespaio mediatico. Nel derby di Coppa Italia, invece, l’arbitro Doveri è andato a rivedere un possibile fallo, poco prima del secondo gol della Juventus, andando contro le direttive che abbiamo spiegato ed elencato prima. Come ricorda l’articolo della Gazzetta “si è usata la Var per un contatto soggettivo con l’arbitro che è arrivato al video in cerca del frame che mostrasse il tocco sulla palla di Khedira. È stato questo l’errore di Doveri nel derby e non certo aver giudicato regolare l’entrata del giocatore. Quella era una semplice valutazione: sbagliata, ma può capitare”. Un errore che all’arbitro di Roma è costato caro.

 

 

 

 

 

 

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