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Era già tutto previsto. Bisognava capirlo dai segnali che il destino aveva offerto in abbondanza nel lanciare la prima regina di Parigi non testa di serie nell’era Open. Impresa che era riuscita solo nel lontanissimo 1933, da prima mancina in assoluto in uno Slam, all’inglese Margaret Scriven.

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Il primo segnale era quell’8 giugno 1997, il giorno di nascita di Jelena Ostapenko, ma anche del primo trionfo di Guga Kuerten al Roland Garros, ventiquattr’ore dopo l’inatteso successo di Iva Maioli sulla magica terra di Parigi, a 19 anni 300 giorni, l’ultima più giovane ad alzare la coppa Suzanne Lenglen. Proprio come Kuerten, che conquistò il popolo del Philippe Charter col gioco offensivo e la passione, la pionieria nel grande tennis della minuscola Lettonia, non aveva ancora vinto un titolo sul circuito ed è anche lei molto lontana nella classifica mondiale (47 lei, 66 all’epoca il brasiliano). E, proprio come la croata Maioli, anche la picchiatrice dalla lunga treccia bionda è stata aiutata dall’avversaria, più quotata e nettamente favorita alla vigilia: allora, Martina Hingis non trovò più fiato e gambe dopo essere caduta malamente da cavallo alla vigilia del torneo per non rinunciare al suo grande hobby.

Stavolta, Simona Halep, dall’alto del numero 3 del mondo, forte dell’esperienza di un’altra finale a Parigi (persa nel 2014 contro la Sharapova), davanti alla possibilità di diventare 1 nel caso si fosse aggiudicata il primo Slam, accetta il batti e ribatti da fondo della grande sorpresa del torneo, che era arrivata fin sotto il traguardo sparando 245 vincenti e di aggiungercene altri 54 nella finale (dopo i 50 nella semifinale contro Bacsinszky). Simona non riesce a pensare non cambia mai ritmo ed angolazioni, non azzarda una smorzata, accenna solo qualche “candelone" da fondo nel finale per cercare di arginare la costante invasione del nemico. E finisce così allo spiedo.

GALLERIA FOTOGRAFICA: la favola di Jelena Ostapenko, la 'nuova Seles' 

La Ostapenko ha piedi da ballerina, eccezionali, irrefrenabili, che la portano sempre nel modo ideale su qualsiasi palla, non a caso fino ai 7 anni era incerta fra la danza e il tennis. E adesso l’amatissimo samba lo fa ballare alle avversarie. E’ diventata prestissimo la beniamina del pubblico perché impone un’enorme pressione all’avversario sin dai primi colpi del gioco, come s’è visto del game d’apertura che ha strappato a zero, e come ha continuato a fare con abnegazione totale fino all’ultima palla, infischiandosene del punteggio: è stata 0-3 e tre palle-break dello 0-4 nel secondo set, 1-3 nel terzo.

E' lei l'erede di Monica Seles

Ottima colpitrice sia di dritto che di rovescio, con un buon servizio e una buona visione di gioco, la tenace lettone allenata dall’ex pro spagnola Annabel Medina Garrigues e guidata dal manager italiano Ugo Colombini, ricorda tantissimo Monica Seles, come gioco e come asfissiante presenza in campo. Non è bimane come la formidabile ungherese, allevata al “corri e tira” da Nick Bollettieri in Florida, che fu accoltellata da un tifoso della rivale Steffi Graf, mentre dominava il tennis. Sorride molto di più di Monica, ha un fidanzato, l’italiano Alessandro Riggio, che ha sofferto in tribuna accanto a mamma Jelena Jakovleva (ex tennista), mentre papà Jevgenijs (ex calciatore) è restato a Riga perché sul posto soffre troppo. Ma deve ancora crescere tanto tecnicamente per trovare alternative al suo gioco in forcing.

Di certo, il suo successo rappresenta una ventata di aria fresca per il tennis femminile in crisi di personalità e novità. In attesa magari che emerga la 15enne afroamericano, Whitney Osuigwe che ha vinto il torneo juniores battendo in finale l’altra statunitense, la 17enne Claire Liu. Un derby che le americane non vivevano sulla terra rossa di Parigi dal 1980, quando Kathy Horvath superò Kelly Henry.

Vincenzo Martucci

www.sportsenators.it

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