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AGI – I resti di una imbarcazione, frammenti di legno sepolti sotto la sabbia della baia di Cartaromana; ma anche evidenze di murature attribuibili a una villa sul porto, all’interno del porto, alla base del cosiddetto tondo di Marco Aurelio. Il mare dell’isola d’Ischia continua a svelare tesori archeologici sommersi, nuovi tasselli utili alla conoscenza del passato isolano e, in particolare, all’epoca romana.

Le recenti scoperte, durante una giornata di studi organizzata dall’associazione Il borgo di Mare, sono state al centro dell’intervento di Teresa Elena Cinquantaquattro, responsabile della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli. “Ischia è stata il più grande stanziamento greco d’Occidente – sottolinea la studiosa – ma le nuove evidenze approfondiscono una fase storica in larga parte inedita, legata all’epoca romana, quando l’isola era Aenaria”.

Non risponde completamente al vero la convinzione che i Romani avessero snobbato l’isola verde, preferendole Capri, soprattutto prediletta dall’imperatore Tiberio. Il boom edilizio a aprtier dagli anni ’70 nell’isola verde e un consistente arretramento della linea costiera hanno reso più complesse le ricerche.

Ma negli ultimi dieci anni la svolta è arrivata grazie al lavoro di Alessandra Benini, archeologa subacquea titolare della concessione di scavo, rilasciata dal Mibact ed eseguita in collaborazione con la cooperativa di Marina di Sant’Anna, formata in parte da barcaioli e pescatori che, sotto la guida di Giulio Lauro, hanno intuito le potenzialità di sviluppo del turismo culturale.

L’area di scavo nella baia di Cartaromana, a Ischia Ponte, ha già portato alla luce frammenti di ceramica, lingotti di piombo e soprattutto una cassaforma di legno in larga parte intatta, venti metri di lunghezza e tre di altezza, con 80 tavole infisse verticalmente nel fondo, probabilmente una struttura portuale.

Il sospetto, confermato da confronti con l’Ingv, è quello di un evento traumatico – una eruzione o uno tsunami – che nel I secolo dopo Cristo potrebbe aver costretto la popolazione ad abbandonare frettolosamente il porto e le aree limitrofe. “Le nuove scoperte – spiega Maria Luisa Tardugno, responsabile di zona per la Soprintendenza – ci persuadono nel portare a termine il progetto di un parco archeologico sommerso, mentre i reperti romani della baia ispireranno un percorso museale all’interno della Torre di Guevara”.