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“Mi faceva schifo tutto quello che avevo amato fino a quel momento”. È il passaggio più buio e profondo del percorso di Matteo Sedda, danzatore sardo di 30 anni, quando ha scoperto di essere Hiv positivo. Per raccontare la sua esperienza, dall’inferno della diagnosi e ritorno, il ballerino ha creato lo spettacolo ‘Poz!’, che ha già portato l’anno scorso nei teatri a Parigi, Anversa e Milano. “L’ho creato per i miei genitori e i miei amici: il mio pubblico sono loro – vedranno lo spettacolo per la prima volta sabato a Sassari”, racconta il ballerino all’AGI. “Con la danza riesco ad esprimere quello che a voce non riesco a dire, per questo sono emozionatissimo di parlare a loro del mio percorso interiore di questi anni”. Matteo, cagliaritano che vive a Bruxelles, ha deciso di portare se stesso sul palco, in giro per il mondo, e il suo mutamento interiore: “L’Hiv mi ha cambiato la vita e mi ha messo di fronte al fatto di non essere immortale”.

“Credevo di essere davvero invincibile, facevo quello che avevo sempre sognato, dalla Sardegna ero riuscito a portare la mia danza oltre confine”. 

“Mi trovavo in Israele nel 2016 per una tournée e il ragazzo che frequentavo allora mi ha comunicato la sua sieropositività: ho immediatamente fatto il test e sono risultato positivo”, ricorda Matteo, ripercorrendo l’evento che gli ha stravolto l’esistenza. Ha contratto il virus con un rapporto non protetto: “Facevo regolarmente il test e così anche anche la persona che frequentavo. Mi sentivo tranquillo e consapevole che avrei continuato a fare regolarmente i controlli”. Giovanissimo, il ballerino di danza contemporanea aveva raggiunto molti obiettivi professionali, aveva già lavorato con compagnie importanti passando da Roma e Milano per poi entrare nella ‘Trubleyn’ di Bruxelles e poi esibirsi sul palco con Mariah Carey per il World Music Awards a Montecarlo. “Credevo di essere davvero invincibile, facevo quello che avevo sempre sognato, dalla Sardegna ero riuscito a portare la mia danza oltre confine”. Ma questa sensazione si è sgretolata improvvisamente con l’esito del test. “Inizialmente, passato lo shock iniziale, non ero preoccupato e sapevo che con le nuove terapie sarei stato bene”. Poi col passare dei mesi qualcosa è cambiato: “Ho cominciato ad aver paura della reazione dei miei amici e dei miei familiari, ad odiare, me stesso, la danza, il teatro e la mia vita”. Le terapie oggi sono la salvezza dei sieropositivi che fino 25 anni fa conoscevano solo l’equazione Hiv=morte. Ma anche l’approccio con i medicinali non e’ stato semplice. “Quando ho capito che stavo stringendo un patto per la vita con la terapia e’ stato difficile accettarlo”. Matteo con l’assunzione del farmaco anti-Hiv è diventato ‘undetectable’, cioè con carica virale non rilevabile: “Grazie al test e al tempestivo inizio del trattamento la mia carica virale è negativa, quindi non posso contagiare”.

L’insegnamento della storia passata dell’Aids

 Il ballerino ha deciso di affrontare la sua nuova condizione informandosi: “Leggevo libri e articoli fino a imbattermi in un pezzo scritto da Jeff Leavell, giornalista americano, che mi ha illuminato, raccontava di come da sieropositivo viveva una vita normale”. Matteo ha iniziato a ri-amare la sua vita grazie anche all’insegnamento della storia passata dell’Aids: “Gli anni ’80 e ’90 hanno lasciato un segno con la morte di tanti che mi hanno preceduto”, riconosce il danzatore. “Sono fortunato a vivere oggi da Hiv positivo, posso curarmi e continuare a vivere, danzare e amare”. Attraverso il suo percorso di accettazione e presa di coscienza, Matteo è arrivato alla decisione di fare coming out e parlare della sua sieropositivita’: “La prima persona a cui l’ho comunicato è il mio migliore amico dal quale sapevo di sentirmi accolto”. Ma c’era uno scoglio più grande da superare: “Avevo paura della reazione dei miei genitori, sapevo che si sarebbero preoccupati, ma ho cercato di fornirgli nel contempo tutte le informazioni necessarie per far capire che stavo bene e che sarei stato bene in futuro”. Ma i genitori, che hanno accolto la notizia donando tutto il supporto al figlio, avevano e hanno una paura che li accompagna: “Lo stigma sociale, il timore di atti di bullismo o emarginazione”. Matteo parla di come sia stato fortunato fino ad oggi a non aver sentito sulla pelle atti di questo genere, ma l’ignoranza sul tema lo ha toccato più volte: “A dei conoscenti, che non sapevano della mia sieropositività, ho sentito pronunciare una serie di luoghi comuni che mi hanno fatto pensare come il non conoscere il tema porti al convincimento di assiomi sbagliati”.

Matteo col suo ‘Poz’ sale sul palco per tutta la platea: “Vorrei che, finito lo spettacolo, gli spettatori avessero voglia di fare il test. L’Hiv riguarda tutti”.