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Calciatore e allenatore di successo con un nome straniero in un’epoca di “autarchia” e, poi, di leggi razziali: la storia di Arpad Weisz, ebreo ungherese divenuto italiano per motivi sportivi nei primi anni ’20, è emersa dall’oblio oltre 60 anni dopo la sua morte ad Auschwitz, grazie al libro pubblicato nel 2007 da Matteo Marani. Dal 25 febbraio una mostra al Memoriale della Shoah di Milano punta a farla conoscere a un pubblico più esteso, con l’intento di avvicinare alla drammatica questione della persecuzione degli ebrei anche giovani appassionati di calcio, un mondo abituato a slogan e striscioni razzisti negli stadi.

Come ha ricordato all’Agi l’organizzatore della mostra milanese, Alberto Jona Falco, Weisz è stato dimenticato dopo aver fatto vincere uno scudetto all’Inter (allora in versione italianizzata, Ambrosiana) nel 1930. “Sarebbe come se un personaggio come Josè Mourinho (l’allenatore portoghese di Inter e Manchester, ndr) sparisse dalla circolazione improvvisamente e per decenni nessuno se ne interessasse piu'”, ha commentato Jona Falco, che si definisce “militante della memoria”.

È proprio per combattere oblio e indifferenza che alla Stazione centrale di Milano è nato nel 2013 il Memoriale della Shoah, guidato da Roberto Jarach, con la “benedizione” della senatrice a vita Liliana Segre. La mostra su Weisz, una versione ampliata di quella dell’anno scorso al museo ebraico di Bologna, sarà basata sulle tavole che il disegnatore Matteo Matteucci ha realizzato nel 2016 per la graphic novel “Arpad Weisz e il Littoriale” oltre che su una serie di “memorabilia”: foto, documenti e magliette. 

L’allenatore ungherese è stato fra l’altro anche coautore, negli anni del successo, di un manuale su “Il giuoco del calcio” ancor oggi considerato valido. Il Bologna è l’altra squadra che ha portato per ben due volte a vincere lo scudetto fra il 1935 e il 1938. L’anno dopo, con la famiglia dovette lasciare il paese in seguito alle leggi razziali, ma nel 1942 furono deportati dall’Olanda al campo di concentramento di Auschwitz. Moglie e figli morirono subito nelle camere a gas, mentre lo sportivo Weisz lavoro’ in un campo di lavoro per un anno e mezzo prima di morire nel gennaio 1944.

“Lo scorso 3 febbraio – ha spiegato Jona Falco – in occasione di Inter-Bologna, partita simbolica per la memoria di Weisz, a San Siro i vertici di Inter, Bologna, Novara, Bari e Alessandria, le squadre di cui fece parte, hanno donato alla mostra le magliette attuali con il suo nome e il numero 18, che nella tradizione ebraica significa vita”.

Il duplice obiettivo della mostra, ha spiegato Jona Falco, è da un lato “contribuire a restituire identità e dignità a un numero uno dello sport italiano ingiustamente dimenticato”, dall’altro “provare ad avvicinare persone che normalmente non sono molto sensibili alla questione del razzismo”.

Secondo l’organizzatore, “buona parte di chi frequenta il mondo del calcio non è consapevole della gravità delle cose che si gridano nelle curve. Se su 60 mila spettatori allo stadio solo un migliaio espone striscioni razzisti o magliette con Anna Frank, gli altri dovrebbero protestare e le squadre smettere di giocare. Vogliamo portare al Memoriale persone che mai ci entrerebbero, ma sono interessati al calcio: pensiamo alle classi di ragazzi a partire dai 13-14 anni. Oltre alla mostra su Weisz, visiteranno il memoriale e al termine assisteranno alla performance teatrale del figlio del grande campione dell’Inter Giacinto Facchetti, l’attore Gianfelice”.

L’ambizione degli organizzatori è che la mostra non si fermi a Milano: “Abbiamo già accordi con altre città italiane – ha detto Jona Franco – e speriamo di portare Weisz anche all’estero”.