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Per Cristina Messa, rettore della terza università milanese per numero di iscritti, 33.800, si avvicina il momento dei bilanci. A fine settembre si concluderà dopo sei anni il suo mandato al vertice dell’Università degli Studi Milano Bicocca, e lei potrà tornare a dedicarsi alla radiodiagnostica per immagini, la sua specialità approfondita in anni di studio anche negli Stati Uniti.

Negli austeri edifici progettati alla fine del millennio dall’architetto Vittorio Gregotti nell’area archeo-industriale della Bicocca-Pirelli, a nord della città, ogni giorno migliaia di studenti e soprattutto studentesse (il 62% del totale) frequentano corsi e danno esami in 7 facoltà, suddivise in 14 dipartimenti.

Pochi giorni fa la più giovane delle sette università milanesi (ha appena compiuto 20 anni) è apparsa sulle pagine dei giornali per un dato particolarmente lusinghiero: e non a caso, per l’unica donna rettore a Milano e fra le pochissime in tutta Italia, riguarda la parità di genere. Quello che è emerso, nel primo bilancio su questo tema realizzato alla Bicocca, è che  le donne rappresentano il 44 per cento del corpo docente, il 60 per cento del personale tecnico-amministrativo, il 62 per cento degli studenti e dei laureati.

Qual è il bilancio di questi sei anni alla guida della Bicocca?

E’ positivo per tre aspetti. Prima di tutto, il posizionamento nelle graduatorie nazionali e internazionali per l’attività di ricerca: su 14 dipartimenti, 11 sono stati in grado di partecipare alla cosiddetta “finanziaria” destinata ai dipartimenti scientifici, e 8 hanno vinto: sono dipartimenti di eccellenza e questo non è solo il riconoscimento d una buona qualità, ma anche il fatto che nei prossimi 5 anni ci sarà un grosso progetto di ricerca che ha la sostenibilità per 5 anni e che può veramente avere molte ricadute sia sulle ricerche che sugli studenti. E’ uno degli aspetti piu positivi del mio rettorato.

Il secondo punto è il continuo aumento degli studenti: io penso che in Italia dovremmo riuscire ad attrarre e a laureare un maggior numero di giovani se vogliamo essere competitivi con il resto del mondo. Il numero dei nostri laureati 25-34 anni percentualmente è fra i più bassi in Europa. Il nostro aumento è piccolo, perché noi non possiamo prendere più studenti per problemi di spazio e numero di docenti, ma la richiesta è altissima in tutti i settori non solo le materie scientifiche ma anche quelle umanistiche. Credo sia perché abbiamo cercato di dare un’immagine dinamica, rinnovandoci negli aspetti comunicativi e poi grazie alla qualità dei corsi naturalmente.

Terzo aspetto è  il trasferimento tecnologico e la valorizzazione della ricerca: su questo  davvero abbiamo fatto tantissimo. Abbiamo costituto con altre due università, Pavia e Bergamo, una fondazione che si chiama University for innovation che è proprio dedicata al trasferimento tecnologico.

Che margini ci sono per un’ulteriore crescita? Rimpiange qualcosa che non è riuscita a fare?

Questa è un’università che può dare tantissimo. Noi abbiamo lavorato su alcuni settori ma ce ne sono altri, si può aumentare ulteriormente l’internazionalizzazione, su cui si fa un po’ fatica, aumentare ulteriormente la formazione continua e quella di terzo livello, master, perfezionamenti. Nella ricerca, ci sono buone basi ma bisogna spingere molto sull’interdisciplinarietà, con una grossa progettualità che coinvolga sia docenti di formazione scientifica, chimica, fisica, che docenti di formazione umanistica psicologia, scienza della formazione.

La trasversalità sarà vincente. Un rimpianto riguarda una migliore organizzazione delle attività interne dell’ateneo: sollevare un pochino i docenti da compiti amministrativi e allo stesso tempo dare soddisfazione al personale amministrativo. Viviamo in un’epoca in cui la forte spinta verso la digitalizzazione e l’informatizzazione si pensava liberasse risorse, e invece per il momento ha appesantito tutto e non siamo riusciti a farne un utile strumento per migliorare le cose.  

Perché le università italiane sono pochissimo presenti nei ranking internazionali?

Sicuramente dipende dai criteri utilizzati. Ci sono criteri in cui siamo scarsi effettivamente, come il numero di premi Nobel, un settore in cui siamo sicuramente deficitari ma ce ne sono altri che ci penalizzano, come  il rapporto fra investimenti e benefici,  vista la nostra capacità di investimenti molto bassa, e anche il numero di studenti per docente: le università anglosassoni hanno questo modello di pochissimi studenti per ogni docente che da noi  non c’è.

E poi c’è un’altra cosa: se mettessimo insieme due o tre università grosse e forti, sicuramente saremmo in alto nei ranking: il modello italiano è fatto anche di piccoli atenei, e questo ci penalizza. Serve più concentrazione e meno frammentazione, quando si crea una nuova università ci devono essere solide basi altrimenti è solo un’operazione politica, in questa epoca in cui mancano le risorse e la tecnologia ha trasformato il mondo.

Perché secondo lei in Italia ci sono pochi laureati?

Un po’ dipende dal nostro sistema: noi non abbiamo le lauree professionalizzanti, quelle che in Germania si chiamano Fachhochschulen, super tecniche. E poi non dobbiamo dimenticare le nostre origini: in Italia veniamo da una storia di analfabetismo in Italia. E se contiamo in assoluto il numero di laureati, sono aumentati anche in Italia ma se ci paragoniamo con il resto d’Europa siamo rimasti indietro, soprattutto da un certo momento in poi, una decina di anni fa, quando negli altri paesi c’è stato un forte aumento.

Che cosa pensa della politica nazionale per l’università? 

Una decisione molto importante è stata quella di farle valutare da un ente esterno, e anche se non è un sistema perfetto ha permesso di superare il sistema dell’autoreferenzialità che ha fatto male e continua a fare male all’università. Questo sistema di valutazione esterna ci ha molto giovato. 

D’atra parte però cè il problema che tutto è sottofinanziato e quindi le poche risorse devono essere gestite ancora meglio che se fossero tante, selezionando bene. Non si può fare tutto e c’è sempre qualcosa a cui rinunciare per esempio aumentare le classi di studenti, perché non abbiamo abbastanza docenti. Faccio un esempio: tutti vogliono fare informatica, perché non ancora finiti i tre anni si trova lavoro, ma io non ho disponibilità ne’ di aule ne’ di docenti per poter prendere tutti gli studenti che vorrebbero. Sono lo Stato e la Regione che dovrebbero investire. Oltre che in docenti, si dovrebbe investire nell’edilizia universitaria. Qui siamo messi bene, perché l’Università ha solo 20 anni, ma altrove le sedi sono in edifici antichi, patrimoni storici che cadono a pezzi, sono almeno 10 anni che non si fanno investimenti per interventi sugli edifici. 

Che cosa pensa dell’idea di abolire il numero chiuso?

E’ una questione da studiare: in linea di principio sono d’accordo di accogliere il maggior numero possibile di studenti, ma bisogna lavorare meglio sull’orientamento perché sono risorse sprecate se apriamo a tutti e dopo 6 mesi il 50% se ne va. E poi occorre mantenere elevata la qualità: questi parametri, che non puoi avere tot studenti se non hai abbastanza professori, si basano sul presupposto che gli studenti li devi seguire non cacciare a casa a studiare con la telematica:  certo, le tecnologie vanno usate, cosa che abbiamo fatto molto in questo ateneo, ma devi avere un numero di docenti adeguato.  E non si risolve il problema con persone esterne e professori a contratto: lo zoccolo duro dell’Università è la ricerca. Quello che non dedichiamo all’insegnamento, lo dedichiamo alle ricerche e quello che insegniamo deriva dalle nostre ricerche.