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Molti di quei morti si potevano evitare, se solo il bombardamento di Roma fosse stato portato a termine secondo i piani prestabiliti. Che non prevedevano che le bombe cadessero sui palazzi, o sulle tombe del Verano, o sulla basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Avrebbero dovuto piombare sulla Stazione Tiburtina, secondo snodo ferroviario della Capitale. Perché bloccare quella stazione avrebbe significato spezzare la colonna vertebrale dei trasporti ferroviari di tutta l’Italia, paralizzando le possibilità di manovra del principale alleato dei nazisti ed aprendo la strada alla Quinta Armata che avrebbe dovuto giungere a Roma di lì a qualche mese.

La campagna dei passi falsi

Invece no: il bombardamento di San Lorenzo, nel luglio di 75 anni fa, fu soprattutto il primo di una lunga serie di errori che costellarono le operazioni militari alleate lungo la Penisola. Una sfilza di passi falsi e cantonate che avrebbero portato ad impantanarsi sulle spiagge di Anzio e ad una marcia a passo di lumaca che si sarebbe conclusa quasi due anni dopo, nell’aprile del 1945.

Intanto a Roma quel primo errore era costato la vita a 1.500 persone, ma secondo altre stime furono il doppio.

A scoprire la verità, riferisce il Messaggero, uno storico romano andato a cercare negli archivi dell’Aeronautica militare americana, Lorenzo Grassi. Il risultato delle sue ricerche non lascia dubbi: secondo alcuni documenti e rapporti del 97th Bombardment Group degli Stati Uniti esisteva sì una area ritenuta l’obiettivo dell’incursione, ma “le bombe non furono limitate ad essa”. Dizione se si vuole non priva di ambiguità, ma che lascia intendere chiaramente come un conto fossero i piani militari, un altro la loro realizzazione e pratica.

Trecento metri troppo a nord

L’errore ammesso fu di circa 500 metri a ovest e 300 a nord rispetto all’area individuata. Quanto bastò per distruggere i palazzi di uno dei quartieri più popolosi della Capitale, e che solo per un soffio non sarebbe stato colpito ancor più duramente più tardi. Il 23 marzo del 194, infatti, la distruzione totale di San Lorenzo e di Testaccio venne disposta da Hitler come reazione all’attentato di via Rasella. Solo nelle ore successive l’ordine venne trasformato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Il Papa, il sangue ed una foto predatata

La storia ricorda quel bombardamento perché fu la prima azione bellica ad avere come teatro la Città Eterna in molti secoli. Ma c’è anche un altro episodio, ad esso collegato, che fece scalpore e avrebbe segnato i decenni successivi: la visita di Pio XII alla popolazione colpita. Fatto del tutto inaudito, il papa lasciò il Vaticano – lui, romano del quartiere Parione – per mescolarsi tra la gente di Roma, letteralmente abbracciandola e notoriamente rientrando tra le sacre mura con la veste bianca macchiata di sangue. Commenterà un grande storico, Federico Chabod, che quel giorno “la Chiesa emerse dalle macerie con la stessa autorevolezza che aveva ai tempi delle invasioni barbariche”.

Famosa la fotografia del pontefice che allarga le braccia in posa quasi ieratica davanti alla folla.

Ora, quella foto non venne scattata quel giorno. Venne fatta meno di venti giorni più tardi, quando su Roma e sul quartiere di San Giovanni tornarono a piovere le bombe degli alleati. La confusione tra i due momenti venne aiutata all’epoca  anche dal fatto che il regime, fino al 25 luglio, avrebbe mantenuto un qual certo controllo sulla stampa, e la sortita del Papa (mentre Mussolini era a Feltre a vedersi con Hitler e Vittorio Emanuele si rintanava nelle cantine del Quirinale) non era vista di buon occhio. Quindi niente documentazione fotografica. Ma il 13 agosto, giorno delle bombe su San Giovanni, l’uno era al Gran Sasso e l’altro a Villa Savoia. Lo scatto potè circolare, ed essere alla fine predatato. Venti giorni, in fondo, non sono la Storia. 

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