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Ottanta anni fa l’Italia, fino ad allora abituata a dividersi su casi da rotocalco come quello dello Smemorato di Collegno, avvertiva che i tempi erano mutati, e che questi tempi esigevano nuovi, più clamorosi e complicati misteri. Scompariva così, a ricordare che il Novecento si preparava a vivere la sua stagione più fosca, Ettore Majorana, genio assoluto della fisica e figura forse resa disperata da ciò che solo una mente come la sua poteva intuire, con molti anni di anticipo sugli altri.

Majorana, all’epoca della scomparsa, insegnava fisica a Napoli, dove lo avevano nominato titolare di cattedra a soli 31 anni “per chiara fama”. Per gli standard accademici di ora, e soprattutto di allora, una cosa straordinaria. Veniva da quell’esperienza unica nel suo genere dei cosiddetti Ragazzi di Via Panisperna, quel gruppo di giovani studiosi di fisica che ebbero la rara fortuna di trovare chi credesse in loro, avendo a sua volta ebbe la fortuna di trovare i fondi per metterli a studiare tutti insieme. Via Panisperna è una strada secondaria nel cuore di Roma. Il gruppo era diretto da un fisico chiamato Enrico Fermi, che recente biografia uscita negli Stati Uniti definisce L’Ultimo Uomo a sapere tutto. Nel palazzo che li ospitava quei ragazzi studiavano e, soprattutto, giocavano con quello che studiavano: la migliore e la più antica delle tecniche di apprendimento. Soprattutto, non si rendevano conto che gli obiettivi che si prefiggevano erano troppo ambiziosi, quindi li raggiunsero.

Tra loro Majorana, attenendoci noi alla fredda elencazione dei fatti appurati, era il titolare della ricerca a livello teorico. Elaborò quindi una teoria, quella per cui esiste un neutrino (che da lui prende il nome) che inevitabilmente non si può che definire fantasma, nel senso che c’è ma non si vede, appare e scompare perché, in fondo, è una particella dell’atomo che corrisponde perfettamente alla sua controparticella, e pertanto quando la incontra vi si annulla, vi si nasconde; vi trova riparo come, avrebbe detto Leonardo da Vinci che spiegava la scienza con la poesia, “fa l’amante quando muove alla cosa amata”. E miglior spiegazione non si può trovare, perché se esiste cosa profonda ed inspiegabile se non con l’intuito e il sentimento, questa è la tagliente, fredda e misteriosa fisica. In particolare la fisica  atomica, di cui i ragazzi di via Panisperna non poterono che occuparsi, con un portato di conseguenze di peso enorme, tanto che Fermi finì anni dopo per essere il padre dell’Atomica americana.

Majorana era un genio, e come spesso capita ai geni era un creativo ed un introverso, Cresciuto in una famiglia siciliana dove essere di intelligenza superiore alla media era quasi un obbligo, è facile immaginarselo per chi ha un’intelligenza ordinaria come dalle difficili capacità di relazione con i suoi simili (ma attenzione: Fermi ad esempio era noto per saper essere di conversazione, e sul treno amava fare le parole crociate). Majorana, sull’autobus, appuntava sulle sue intuizioni fulminanti sul pacchetto delle sigarette, e se ne avessimo conservati un paio magari oggi il corso delle cose sarebbe diverso. Ma lui, come tutti i geni, conservava poco di suo. Oppure, e qui si entra nell’altra parte della storia, era talmente colpito da quello che vedeva con la mente da restarne profondamente colpito.

Colpito, oppure sconvolto. Non si sa bene, perché la teoria per cui l’uomo decise di sparire perché convinto che stava per essere inventata un’arma mostruosa è stata sostenuta solo molto tempo dopo da una ricostruzione di Leonardo Sciasca (peraltro contestata dai ragazzi di via Panisperna ormai divenuti autorevoli senatori). Quel che è certo è che una sera – era il 25 marzo 1938 – prese da Napoli il traghetto per Palermo, scrivendo prima un paio di lettere il cui testo farebbe immaginare a chiunque un imminente suicidio. Ma non si buttò in mare, perché scrisse da Palermo una nuova lettera, in cui annunciava l’abbandono della cattedra. E poi svanì, svanì nel nulla come se non fosse mai nemmeno venuto al mondo. Era la notte tra il 26 ed il 27 marzo 1938.

Che fine aveva fatto, Ettore Majorana? Sono passati ottant’anni, e nessuno ancora lo sa. Le ipotesi sono state mille, come per ogni mistero che si rispetti. La prima è quella del suicidio: si sarebbe ucciso subito dopo riuscendo a rendere il cadavere introvabile (lo stesso Fermi un giorno ebbe a dire: ma ti pare che con la sua intelligenza non sarebbe stato in grado di farlo?”). Anzi, si sarebbe suicidato sul traghetto che lo portava a Palermo, perché la polizia fascista che lo sorvegliava non lo vide sbarcare. E qui mistero nel mistero: chi scrisse la sua ultima lettera? Altra ipotesi: si sarebbe ritirato in convento in Calabria. Tesi suffragata dall’esistenza di un monaco morto negli anni ’70 nel monastero di Rossano, del cui passato nessuno sapeva dire una parola.

Poi ancora: fuga in Venezuela, a condurre vita felice e ritirata. No: in Germania, dove era stato poco prima di sparire e aveva avuto sentore dei progetti hitleriani in materia di bomba atomica. Sì, perché qualcuno sostiene che sotto sotto Majorana fosse diventato nazista, tanto è vero che esiste chi sostiene di riconoscerlo in un paio di foto fatte in Argentina nel dopoguerra. Argentina: terra d’adozione di Priebke, Mahler e tanti gerarchi del Reich, da cui passarono Bohrmann e Mengele. O ancora: in realtà sarebbe morto pochi mesi dopo, tenendosi in contatto con la famiglia che a quel punto avrebbe istituito una borsa di studio a suo nome. Dove come ed esattamente quando non è chiaro. Alcuni anni fa poi un tribunale italiano lo ha dato ufficialmente pere vivo ancora a metà degli anni ’50.

In questo coacervo di verità scientifiche e verosimiglianze cospirative, ad ogni modo, spicca una data: martedì 6 dicembre 1938, XVI Era fascista. Quel giorno, con fare tra il seccato ed il burocratico, il ministro per l’Educazione Nazionale Bruno Bottai firma il decreto che fa decadere Majorana dall’insegnamento perché “allontanatosi senza motivi giustificabili dal lavoro pere più di dieci giorni”, Nello stesso istante il Consiglio della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma dichiara decaduti dall’insegnamento i matematici Tullio Levi-Civita e Federigo Enriques: ebrei in un paese che ha varato le leggi razziali. Sempre il 6 dicembre 1938 Enrico Fermi parte per Stoccolma, a ritirare il Nobel. Con lui la moglie, ebrea: non lo hanno fatto sapere, ma da Stoccolma si imbarcheranno per gli Usa, ad iniziare una nuova vita.

Quello è il giorno in cui morì Majorana, e non perché lo privassero dell’insegnamento. Ma perché nemmeno la scienza più gaia e più pura, come quella dei ragazzi di via Panisperna, può fare niente contro la stupida ottusità di un regime. 

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