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Con il trasferimento delle facoltà scientifiche da Città studi agli spazi creati per l’Expo 2015, definitivamente approvato dal Senato accademico e dal Cda nei giorni scorsi, l’Università statale di Milano punta al rinnovamento e all’eccellenza, e si inserisce in quella fase di “rinascita” che per Milano è cominciata proprio con l’Esposizione universale di tre anni fa.

L’Agi ha intervistato il rettore Gianluca Vago, anatomopatologo di 57 anni, grande sostenitore del trasferimento fin dalla sua concezione, prima ancora che l’Expo si svolgesse e si risolvesse in un successo. La sua carica è in scadenza il prossimo autunno, ed è quindi molto soddisfatto di essere riuscito a convincere gli organi accademici ad approvarlo in tempi rapidi, che permetteranno entro qualche mese di affidare la realizzazione del progetto.

Le stime più ottimistiche fissano alla primavera del 2022 la conclusione dei lavori, ma lo stesso Vago ha detto che “sarebbe un po’ un miracolo” riuscire a portare nel nuovo Campus 20mila fra studenti, professori, tecnici e ricercatori entro 4 anni. Molto dipende dalla modalità che sarà scelta per l’assegnazione del lavoro. “E’ già abbastanza straordinario essere arrivati a questo punto oggi”, aggiunge.

Professor Vago, come ha superato le opposizioni di una parte dell’Università?

 I due fattori chiave sono stati la sostenibilità finanziaria e il valore strategico del trasferimento in un contesto imparagonabile rispetto all’attuale, in un’area, quella dell’Expo, orientata chiaramente a trasformarsi in un polo scientifico molto importante in termini di competitività: sarà un contesto molto stimolante per la comunità scientifica. Ma si tratterà di modificare schemi ed abitudini acquisiti negli anni a Città studi, che considero inefficienti e culturalmente un po’ arretrati. E’ quasi più importante questo aspetto rispetto a quello logistico.

Lei sta per lasciare il suo incarico. La gestione del progetto sarà quindi nelle mani del suo successore?

Il mio obiettivo era portare l’Università a decidere il trasferimento. Se avessimo rimandato questa scelta, non l’avremmo più fatta! In ogni caso, fra i candidati alla mia successione, anche chi ha sollevato critiche e ha votato contro nel Senato accademico (i voti a favore sono stati 25, quelli contro 7, ndr) si è impegnato a gestire tutto il passaggio anche dopo che io avrò lasciato: che ci sia io o no, l’Università dovrà affrontare un cambiamento radicale.  Avendolo deciso in modo definitivo, una retromarcia avrebbe conseguenze pesanti sull’intero progetto sull’area Expo. Già nelle prossime settimane dovremo prendere decisioni relative all’appalto, dalle quali dipenderanno i tempi di realizzazione del Campus.  

Quali sono i costi e quali le caratteristiche del nuovo Campus?
 
Il progetto prevede strutture su circa 150mila metri quadrati, ai quali se ne potranno aggiungere altri 30-40mila. L’impegno economico complessivo è stato stimato sui 380 milioni, da ripartire in tre parti: un finanziamento a fondo perduto di governo e regione per 135 mila euro, varie forme di indebitamento (project financing o finanziamenti Bei) e la vendita delle proprietà immobiliari a Città studi dopo il trasferimento (valutati circa 170 milioni). Ma secondo i nostri calcoli il costo finale dell’opera sarà in realtà inferiore, attorno ai 335-340 milioni, grazie a consistenti risparmi dovuti alla razionalizzazione degli spazi (attualmente occupiamo 250 mila metri quadrati, con inefficienze e costi aggiuntivi).  Gli spazi netti, fra Città studi e l’Expo, saranno sostanzialmente identici e corrispondenti agli standard internazionali sulle effettive esigenze delle strutture. Se sarà così, potremo evitare di utilizzare tutti i ricavi delle vendite immobiliari per l’operazione.
 
Che cambiamenti comporterà il trasferimento per l’attività accademica e la ricerca scientifica della Statale?
 
Il nuovo Campus imporrà una radicale trasformazione logistica che non potrà non avere effetti sul modello organizzativo. Si tratterà di ottimizzare l’uso degli spazi, di condividere una parte delle infrastrutture e di mettere in comune anche alcuni laboratori. Questo aumenterà la collaborazione fra entità diverse. L’attuale logistica dell’Università, cresciuta disordinatamente a Città studi in edifici poco funzionali e ormai obsoleti ha favorito la frammentazione fra le diverse discipline scientifiche.

Cosa risponde agli abitanti di Città studi preoccupati per il destino del loro quartiere una volta che le facoltà scientifiche l’avranno lasciato?

Abbiamo lavorato fin dall’inizio alla riqualificazione di Città studi, che sarà lasciata anche dall’Istituto dei tumori e dall’Istituto neurologico Besta. Ci sono già progetti precisi per la facoltà di Veterinaria, che sta per trasferirsi nella nuova sede di Lodi, e che ospiterà tutte le collezioni museali scientifiche e letterarie della Statale, oltre a un museo dei diritti. Ci sarà una parte di edifici che resterà a vocazione universitaria, e vi verranno trasferite attività amministrative. Non stiamo trascurando nulla, e lavoriamo in collaborazione con il Politecnico: quella che facciamo è un’operazione importante anche per la città.

 

Il successo di Expo 2015 potrà essere replicato dal polo scientifico che si installerà nello stesso luogo, qualche anno dopo?

Stiamo lavorando perché succeda. In un paese in cui la formazione avanzata non riceve l’interesse che merita da parte della politica, ed è sottofinanziata, io ritengo che la mia esperienza a Milano sia stata privilegiata. La città attraversa un periodo molto fortunato e c’è la possibilità di cogliere occasioni. Confido che la necessità di un cambiamento logistico induca un cambiamento dell’attuale modello di governance che sta soffocando l’università, e che questo possa contribuire a colmare quello svantaggio competitivo che pesa sugli atenei italiani.