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In tempi di attentati e di offensive, di Califfati e lotta all’estremismo, di polemiche estive sul burkini e dibattiti parlamentari sul velo, c’è una jihad meno conosciuta ma molto attiva che chiede da tempo, con voce meno urlata ma molto determinata, di essere ascoltata: è “La jihad delle donne”.

C’è Amina Wadud, la prima imamah afroamericana che dalla cattedrale St John the Divine di New York nel 2005 guidò per prima la preghiera di fedeli musulmani, uomini e donne; Sherin Khankan, imamah con rossetto e fiore nei capelli che ha inaugurato la prima moschea in Europa diretta da donne per donne, guidando la preghiera.

Tra le voci protagoniste, la teologa musulmana Rabeya Muller, fondatrice del Liberal-Islamischer Bund che da Colonia si batte per un Islam liberale, promuovendo una visione progressista tra i giovani immigrati per contrastare la radicalizzazione; Edina Lekovich, la prima donna a condurre il sermone del venerdì nella prima moschea per sole donne d’America a Los Angeles.

Ma anche Lelah Bakthiar che dopo aver passato mesi sul controverso versetto 34 sulla sottomissione delle donne, propone una nuova versione interpretativa traducendo il verbo ‘daraba’ non con ‘picchiatele’ ma ‘allontanatevi da loro’. E Ani Zonneveld, fondatrice della Muslims for Progressive Values, un passato da cantautrice pop in America prima di diventare un’attivista impegnata per una giustizia sociale a 360 gradi, che celebra matrimoni gay e lotta per i diritti Lgbt.

Al di là degli stereotipi c'è un mondo da raccontare

A cercare di capirne motivazioni, studi e speranze è la giornalista Luciana Capretti che, chiamata a descrivere per ragioni di lavoro l’universo femminile nell’Islam, rifiuta le visioni stereotipate e scopre che c’è un mondo molto più composito che vale la pena raccontare.

“La chiamano la jihad delle donne – spiega nelle prime pagine del libro che porta proprio questo titolo (ed. Salerno, 147 pagine, 12,00 euro) – perché jihad, che i terroristi hanno trasformato in una parola terribile, simbolo di violenza e orrore, significa in realtà ‘sfida personale’, tentativo di superare se stessi. E quindi questa è una vera jihad: la sfida delle donne per riportare l’Islam alla sua essenza originaria, fatta di giustizia ed eguaglianza fra i sessi”.

Esiste un 'femminismo islamico'?

Il libro si snoda in un percorso tra passato e presente con aspettative e speranze per il futuro. Le storie di queste donne, simili nell’approccio, diverse nel percorso – non tutte si ritrovano nella definizione di ‘femministe islamiche’ –  e a volte anche nelle richieste, si alternano a capitoli in cui si torna agli albori, alla vita e alla storia di Maometto e del primo Islam per toccare l’origine dei punti più controversi oggi, dalla sottomissione al velo.

Ed è proprio dal testo sacro che queste donne – e con loro, anche studiosi e attivisti uomini – chiedono di ripartire, rileggendo il Corano con occhi femminili, convinte della “necessità di tornare indietro per andare avanti”. Attraverso un percorso ermeneutico e linguistico, si battono perché sia chiaro che “il maschilismo nel mondo musulmano non ha radici nella Rivelazione ma nella storia, nel contesto sociale in cui è avvenuta, l’Arabia del VII secolo, e nell’interpretazione esclusivamente maschile del Corano nei quattordici secoli successivi”.

Pur nelle loro differenze, sono tutte impegnate a far passare il concetto che “il Corano è stato stravolto per giustificare violenza e sopraffazione, ma noi possiamo mostrare al mondo che l’Islam è un’altra cosa: è una religione di parità, giustizia e pace”. 

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