Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Nella vita lunga e intensa di Leonardo da Vinci un personaggio fondamentale non ha mai avuto un nome e un volto, anche se ha avuto molte identità. Si tratta della madre, che sparisce prestissimo dalla sua vita e non compare mai più. C'è chi l'ha identificata con una schiava araba, chi addirittura cinese. Chi l'ha vista e riconosciuta nelle fattezze di Monna Lisa, ultimo tentativo di un figlio ormai adulto di superare lo shock dell'abbandono. 

Una vicenda terribilmente banale

Niente di tutto questo, sostiene un professore emerito di Oxford: la storia della venuta al mondo del più grande genio del Rinascimento è, se si vuole, di una banalità sconcertante; o per lo meno somiglia terribilmente a centinaia di altre storie che hanno avuto come sfondo, nei secoli, la campagna toscana. La ricostruisce, in un libro della Oxford University Press, Martin Kemp insieme al ricercatore italiano Giuseppe Pallanti. Ed è una storia che comincia in una misera casa di contadini, ad un miglio da Vinci. Qui viveva la giovane Caterina di Meo Lippi. Quindici anni, poco più di una bambina, di padre che muore presto e di madre del tutto irrintracciabile pure per chi, come il Professor Kemp, ha usato esclusivamente la documentazione proveniente dall'erario del Comune di Firenze, che all'epoca "aveva un sistema modernissimo di tassazione e raccolta delle imposte". E nulla gli sfuggiva.

La fortuna, per gli storici, è che Firenze era all'avanguardia nel campo delle pubbliche finanze, che si basano da sempre sull'imponibile dei privati. E poiché questi ultimi, nella Firenze del '400 come nel'Italia del XXI Secolo come in ogni tempo e in ogni luogo, tendono a scapolare quando arriva l'uomo delle tasse, il Comune aveva molta cura sia nell'esazione sia nella certificazione della validità delle dichiarazioni, soprattutto nel campo degli immobili. Con il risultato che gli archivi pubblici dell'epoca ci danno una immagine estremamente precisa dei contesti sociali e della vita materiale. Ed aiutano a capire storie come quella della giovane Caterina, figlia dell'indigente Meo Lippi.

Un concepimento forse frutto della violenza

Creatura più vulnerabile è difficile immaginarla, racconta il Professor Kemp dopo essersi imbattuto nella sua storia cercando tra le pieghe dell'abito della Gioconda (ed infatti il libro ha come titolo "Mona Lisa, The People and the Painting"). Se Lisa del Giocondo era nobile di nascita, una Gherardini con la magione di famiglia a due passi da Palazzo Vecchio, Caterina nella sua minuscola vigna di Vinci aveva ricevuto dalla vita ogni tipo di colpo, fino a restare del tutto sola al mondo quando le era scomparsa anche l'ultima figura maschile della famiglia, il fratellastro Papo. Era il 1451, e la mancanza di una difesa sociale le sarebbe pesata di lì a poco perché senza un uomo in casa, anche nella civilissima Firenze dell'epoca, una ragazza finiva in piena balia degli eventi. Soprattutto se la campagna era battuta dai giovani e scapestrati rampolli della giovane borghesia di penna che, all'ombra dei signori, andava formando l'ossatura di quello che sarebbe stato il principato mediceo. Come Ser Piero da Vinci, venticinquenne e focoso figliolo di un facoltoso notaio che esercitava a Firenze ma manteneva stretti rapporti con il paese d'origine, dove possedeva poderi e oliveti.
Non si sa per certo come andò, dal momento che l'erario fiorentino di certe cose non si interessa, se fu il frutto di un Contrasto alla Cielo d'Alcamo, una violenza o, chissà, il pagamento di un debito. Resta però certo che alla fine Caterina, neanche 16 anni, si trovò con il vestito ogni giorno più corto. Quanto al matrimonio riparatore, nemmeno per idea: Ser Piero era già promesso ad una donna di ben altre facoltà finanziarie di quelle di Caterina. Alla quale fu data una dote discreta ed un marito decoroso, del suo stesso ceto: tale Antonio di Piero Buti. Lei fu sistemata, ed il figlio preso in cura dalla famiglia da Vinci, che gli diede il suo nome strappandolo alla madre.

I tratti di Caterina sul volto della Gioconda?

Non che il piccolo Leonardo fosse ammesso alla mensa del padre e dei fratelli legittimi, che un giorno avrebbero attaccato lite con lui per via dell'eredità. Seppur un da Vinci, sempre bastardo era: fu affidato ad uno Zio Francesco che "stava in villa a non far nulla". Cioe': non si curava di quattrini. In compenso girava la campagna a rimirarne il bello e osservava tutto, ma proprio tutto: le pietre che sembravano contenere strane conchiglie, le code mozzate delle lucertole, il volo misterioso degli uccelli. E' da lui che Leonardo imparò il suo metodo, e grazie a lui che sviluppò la sua insaziabile curiosità, per cui ormai affermato e stimato alla corte di Ludovico il Moro poteva scrivere, gettando le basi del metodo empirico: "La scienza è figliola della sperienza". 

Caterina invece sparì dalla sua vita dopo averlo messo al mondo. Di lei non resta niente se non un nome in un algido registro catastale. Inevitabile pensare che anche la sua assenza scolpì in qualche modo il carattere del figlio. Difficile resistere alla tentazione di immaginare che anche quel volto, in cui è stata vista la raffigurazione androgina dell'umanità, una schiava araba, una nobildonna fiorentina, non nasconda involontariamente anche i tratti di Caterina come Leonardo se l'è immaginata per molto tempo. Con il sorriso dolce e ambiguo di chi ti attrae ma, costretta a farlo, ti ha respinto.

Flag Counter