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Un primo trapianto 8 anni fa, una vita nuova, poi il rigetto; a gennaio di quest'anno il secondo trapianto: Jerome Hamon, 43 anni, ha ora una terza faccia. L'equipe dell'Ospedale europeo Georges-Pompidou di Parigi, guidata dal professor Laurent Lantieri e di cui fa parte anche un italiano, ha compiuto un intervento eccezionale su un uomo colpito da neurofibromatosi (o malattia di von Recklinghausen), che conduce allo sviluppo di tumori benigni all'interno dei tessuti, impiantando per la seconda volta un viso ad Hamnon.

"Il paziente sta bene. La fase del rigetto acuto e di quello superacuto è stata superata, ma restiamo prudenti seppur ottimisti", ha spiegato all'AGI Francesco Wirz, chirurgo dell'equipe che ha realizzato l'operazione. Il primo trapianto fu realizzato nel 2010. Hamon raccontò l'esperienza in un libro ("T'as vou le monsieur?" per Flammarion). "Mi abituai alla nuova faccia all'istante", disse ai giornali francesi, sottolineando che quella operazione aveva rappresentato un 'trapianto' anche degli occhi di chi incrociava per strada: "Non devo più sopportare gli sguardi strani – disse – e la gente mi ascolta". Poi è arrivato – spiega Wirz – il rigetto del sistema immunitario, culminato il 15 novembre scorso, abbiamo dovuto asportare il viso". Hamon è rimasto in ospedale senza faccia "finchè è stato trovato un donatore". "L'intervento – ha proseguito Wirz – è durato 19 ore".

Perché in Italia non si può fare

"Il trapianto di faccia è una procedura già considerata in Italia. Infatti, c'e' una prima richiesta di autorizzazione a questa procedura. E sappiamo di due possibili casi" ha riferito all'AGI, Alessandro Nanni Costa, direttore generale del Centro Nazionale Trapianti "Sono procedure eseguite sui soggetti che sul viso presentano delle mostruosità, cioè lesioni talmente orribili che è impossibile per loro guardarsi allo specchio. E che non possono essere riparate in nessun modo se non con un trapianto di faccia".

Questa procedura, tuttavia, non ha nulla a che vedere con un cambio di identità. "In realtà, il trapianto di faccia – ha spiegato Nanni Costa – coinvolge grosso modo una striscia circolare: può coprire la fronte, le guance fino ad arrivare sopra la bocca. In pratica, la faccia del ricevente non viene sostituita da quella del donatore". Anche se viene trattato alla stregua di un trapianto d'organo, il trapianto di faccia è tecnicamente un'altra cosa. "E' un trapianto multi-tessuto che ha lo scopo – ha detto Nanni Costa – di riparare volti sfigurati e gravemente mutilati da agenti, scariche elettriche, traumi gravi come il morso di una cane e così via. Si tratta di sistemare la parte ossea e muscolare per dare al paziente l'opportunità di avere una vita sociale e anche di ricominciare ad accettare il proprio aspetto".

Un cervello in fuga che cambia facce

Reduce dalla sala operatoria dell'Ospedale europeo Georges Pompidou di Parigi, dove ha effettuato un nuovo intervento, Francesco Wirz è contento del risalto mediatico avuto dall'operazione di trapianto facciale a cui ha preso parte, ma non nasconde l'amarezza e sottolinea la gratitudine. La prima è riservata al proprio paese, da cui è stato obbligato ad andare via: "Se mostri di saper fare bene, in Francia ti viene data una opportunità; in Italia diventi un pericolo". "Ho 34 anni – racconta all'AGI – sono arrivato in Francia cinque anni fa e non conoscevo neanche la lingua. Mi presentai a Laurent Lantieri, il primario, e lui mi disse 'vediamo cosa sai fare', e oggi sono qui".

La gratitudine, invece, è per Lantieri, l'uomo che ha guidato l'equipe che ha realizzato l'operazione sia nel 2010 che un mese fa. "E' il mio maestro spirituale, quello che mi ha dato la possibilità di fare la formazione", colui che è in grado di lasciar spazio al più giovane e di "delegare agli altri, mettere alla prova". La chirurgia è fatta di "pratica e di esperienza", di "allenamento quotidiano in sala operatoria, e chi può resistere 18 ore se non un giovane, 'nu guaglione?", sottolinea Wirz, che non ha dimenticato il legame con la sua Napoli, da dove è partito anni fa. Al contrario, in Italia, conclude, "esiste un sistema che le motivazioni dei giovani le spezza". 

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