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Il 9 agosto, la Lega di Matteo Salvini ha ufficialmente formalizzato la crisi di governo, decidendo di presentare in Senato una mozione di sfiducia contro il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Ma di che cosa stiamo parlando? Quanti e quali governi sono caduti con una crisi parlamentare di questo tipo? Andiamo a vedere meglio la situazione.

Che cos’è il voto di sfiducia

Per formalizzare a tutti gli effetti la crisi di governo, esclusa l’ipotesi dimissioni spontanee del presidente del Consiglio, serve un “voto di fiducia (o sfiducia)”.

Questo voto ha il suo fondamento nell’articolo 94 della Costituzione, che dice: «Il governo deve avere la fiducia delle due Camere», che può essere accordata o revocata «mediante mozione motivata e votata per appello nominale».

Ricordiamo che a inizio legislatura il governo Conte ha ottenuto la fiducia dal Senato il 5 giugno 2018, e dalla Camera il giorno dopo.

La Costituzione non aggiunge altro, ma come stabiliscono i regolamenti parlamentari (articolo 116 per la Camera e articolo 161 del Senato) il voto di fiducia si può porre anche su provvedimenti ritenuti importanti dall’esecutivo (come fatto di recente ad esempio per il “decreto sicurezza bis”), oppure per “verificare” di fatto se, durante eventuali crisi politiche, esista ancora una maggioranza parlamentare che sostiene il governo.

Sono poi possibili mozioni di sfiducia a singoli ministri o all’intero governo, presentate da partiti dell’opposizione o anche della maggioranza. Se la fiducia all’esecutivo non viene rinnovata, il premier sale al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica, che a quel punto può verificare con uno o più giri di consultazioni se esistono o meno maggioranze alternative in Parlamento e, eventualmente, sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.

Quali sono i precedenti

Come abbiamo verificato in un precedente fact-checking, in Italia solo un presidente del Consiglio ha lasciato Palazzo Chigi dopo aver perso la fiducia con un voto del Parlamento: Romano Prodi, in due legislature diverse e a dieci anni di distanza.

Nella storia della Repubblica italiana, tutte le altre crisi di governo sono state di tipo “extra-parlamentare”, ossia sono nate da questioni politiche interne ai partiti della maggioranza, e non da un voto di sfiducia.

In ogni caso, entrambi i governi Prodi sono caduti a causa di voti di fiducia persi su singole risoluzioni (vedremo tra poco quali), mentre nel caso del governo Conte si parla di una vera e propria mozione di sfiducia, presentata oltretutto da un partito che fa parte della maggioranza.

Ma vediamo meglio che cos’è successo in passato.

Prodi e Rifondazione comunista

Come spiega un approfondimento della Camera dei deputati, a fine settembre 1998 l’allora governo Prodi doveva esaminare i provvedimenti relativi alla manovra finanziaria valida per l’anno successivo.

Il 4 ottobre 1998, il Comitato politico nazionale del Partito della Rifondazione comunista (Prc) – con a capo Fausto Bertinotti – espresse «un giudizio negativo sulla finanziaria» e diede «mandato ai gruppi parlamentari per un voto contrario e per il ritiro della fiducia al Governo».

Il 6 ottobre, i gruppi parlamentari di Rifondazione – con i capogruppo alla Camera Oliviero Diliberto e Luigi Marino al Senato – approvarono un ordine del giorno con il quale si criticava la linea del partito, prendendo comunque atto del mandato ricevuto di votare contro la finanziaria e di ritirare la fiducia a Prodi. Nello stesso giorno, però, alcuni parlamentari del Prc vicini ad Armando Cossutta annunciarono che avrebbero sostenuto lo stesso l’esecutivo.

L’8 ottobre, dopo che Diliberto annunciò il sostegno a Prodi da parte della maggioranza del suo gruppo parlamentare, l’allora presidente del Consiglio si presentò alla Camera per esporre alcune comunicazioni del governo. Prodi decise di porre la fiducia sulla risoluzione presentata per approvare queste comunicazioni, decidendo così di verificare i numeri della maggioranza in Parlamento.

La risoluzione, tra gli altri, era stata firmata anche da Sergio Mattarella, all’epoca presidente del gruppo parlamentare dei Popolari e Democratici.

Il 9 ottobre, dopo votazione per appello nominale (312 sì contro 313 no), Prodi annunciò: «nel prendere atto della votazione della Camera con la quale non è stata confermata la fiducia al Governo, comunico che mi recherò immediatamente dal Capo dello Stato per rassegnare le dimissioni».

Prodi e l’Udeur di Mastella

Dieci anni dopo lo “sgambetto” di Rifondazione comunista, fu un altro governo guidato ancora da Romano Prodi a cadere in una crisi parlamentare, quindi dopo un voto di fiducia del Parlamento.

Come racconta anche in questo caso un approfondimento della Camera, il 16 gennaio 2008 l’allora ministro della giustizia Clemente Mastella annunciò in un discorso alla Camera le proprie dimissioni dopo che la stampa aveva diffuso alcune notizie relative a un’indagine giudiziaria che coinvolgeva sua moglie Sandra Lonardo.

Il 21 gennaio, Mastella – che all’epoca era a capo dell’Udeur, uno dei partiti che formavano l’Unione di Prodi – annunciò in una conferenza stampa la decisione del suo partito di uscire dalla maggioranza di governo.

Il 22 gennaio, il presidente del Consiglio Prodi fece alla Camera comunicazioni sulla situazione politica generale del Paese, chiedendo «di esprimere un voto di fiducia sulle dichiarazioni da lui rese».

Il 23 gennaio, la Camera approvò con la fiducia una risoluzione sulle comunicazioni di Prodi, cosa però che non avvenne il giorno dopo in Senato, dove il governo perse la fiducia per cinque voti, portando alle dimissioni del presidente del Consiglio.

I cinque voti decisivi furono, oltre a quello di Mastella, quelli di Franco Turigliatto (eletto con Rifondazione comunista), Lamberto Dini (eletto con la Margherita), Tommaso Barbato (Udeur) e Domenico Fisichella (ex An, poi eletto con la Margherita).

Che cosa succederà adesso

Con la decisione di Conte di non dimettersi e la presentazione a Palazzo Madama della mozione di sfiducia da parte della Lega, ora la parola passa al Senato. Ma in quali tempi?

Innanzitutto, l’aula di Palazzo Madama non potrà essere convocata a brevissimo. Attualmente il Senato è in ferie: sono necessari i tempi tecnici per riprendere le attività e far sì che tutti i senatori possano rientrare a Roma.

Secondo fonti stampa, le ipotesi che circolano sono una convocazione del Senato dopo Ferragosto (intorno al 20 agosto).

Da allora, potranno iniziare le consultazioni del presidente della Repubblica. Nel caso in cui non si trovasse una maggioranza alternativa, ci sarebbe il successivo scioglimento delle Camere.

Conclusione

La Lega di Matteo Salvini ha annunciato di voler presentare in Senato una mozione di sfiducia contro il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Mai nella storia della repubblica italiana un governo è caduto attraverso una votazione di questo tipo.

In passato, solo due esecutivi – entrambi sotto la guida di Romano Prodi e a distanza di 10 anni – hanno perso la maggioranza per un voto di fiducia, ma su risoluzioni per approvare le comunicazioni del presidente del Consiglio. Non erano dunque mozioni di sfiducia vere e proprie.

La prima volta è avvenuta nel 1998, con la crisi tra Prodi e Rifondazione comunista; la seconda volta nel 2008, con le dimissioni di Mastella da ministro della Giustizia e il voto contrario di cinque senatori (4 centristi e 1 di estrema sinistra).