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Quando domenica, al Pirellone, durante il vertice tra Lega-M5S per scrivere il contratto di governo, Salvini ha indicato come suo prescelto per la carica di premier Michele Geraci, i cinque stelle hanno gelato la proposta perché il nome è poco noto.

Da dove salta fuori lo “sconosciuto professore”?

Palermitano, 51 anni, accreditato economista, docente di finanza in tre prestigiose università nell’area di Shanghai, capo del Global Policy Institute di Londra, da tempo teorizza la compatibilità tra flat tax e reddito di cittadinanza. Dalla Cina, Geraci suggerisce a Matteo Salvini e Luigi Di Maio di stringersi in “unico patto per governare insieme”.

La “tassa piatta” e il reddito di cittadinanza non sono proposte inconciliabili. Al contrario: solo se attuate insieme possono essere efficaci e dare una spinta all’economia italiana, ingolfata in un “declino difficile da arrestare”. Insomma, uno dei temi che rendono incompatibili i programmi di Lega e M5S, ora inseriti nel cosiddetto contratto del governo gialloverde in gestazione, in realtà si possono miscelare senza problemi. O almeno, così la pensa il professor Geraci. Il quale non ha dubbi: le due proposte, per funzionare, non solo possono, ma devono, coesistere.  

“In un sistema economico ci sono vari agenti che interagiscono gli uni con gli altri. Le due proposte sono complementari e possono creare un circolo vizioso positivo”, spiega in un’intervista all’Agi Michele Geraci.

Cioè?

“In Italia le aziende non riescono a trovare giovani competenti, e i giovani non riescono a trovare lavoro: questa incompatibilità rappresenta uno dei maggiori problemi che bloccano la ripresa economica. Domanda e offerta non si incontrano".

Come se ne esce?

“Il reddito di cittadinanza consente una maggiore efficienza della forza lavoro giacché i giovani possono cercare un impiego consono alla loro indole senza l’assillo della disoccupazione. Ma ragioniamo: anche se si riuscisse ad aumentare l’efficienza della allocazione del capitale umano, bisognerebbe poi lavorare sul versante dell’offerta del lavoro, cioè creare nuovi posti di lavoro”.

Ed è qui che entra in gioco la flat tax.

“Un’aliquota unica al 15% andrebbe a creare le condizioni per attrarre maggiori investimenti, generando così nuovi posti di lavoro”.

Ma da sola potrebbe non bastare…

“Una bassa fiscalità rischia non essere sufficiente per attrarre nuovi investimenti: se un imprenditore non riesce a trovare forza lavoro adeguata, lo sgravio fiscale non basta ad attrarre gli investitori”

Tutto bello. Ma l’alleanza dei vincitori costerebbe 80 miliardi: dove si trovano i soldi? 

“Le coperture del reddito di cittadinanza possono essere parzialmente ottenute attraverso l’aumento dei consumi. Cioè con il moltiplicatore keynesiano, che farebbe alzare il Pil di un multiplo, a una quota molto più alta della spesa per la misura.”

I detrattori del sistema keynesiano obiettano che il moltiplicatore non è cosi alto come si pensa

"Il RdC si può autofinanziare, anche in parte, solo se la gente spende gran parte dei 780 euro. Chi riceve il reddito di cittadinanza potrebbe decidere di non spenderlo per il timore che lo stato sottragga ciò che ha concesso inserendo altre tassazioni, per esempio un aumento dell’iva. E così le coperture verrebbero a mancare”

La “tassa piatta”, invece, darebbe ai consumatori un segnale di fiducia

"La promessa che lo stato non aumenterà la tassazione per recuperare il sussidio concesso, eliminando cosi il rischio legato al fenomeno della cosiddetta “equivalenza ricardiana”.

Il professore trova ispirazione per le sue idee nell’economista americano Paul Krugman, anche lui come Geraci allievo di Dornbursch. E nel presidente cinese, Xi Jinping. Il primo, premio Nobel per l’economia 2008, dice che in tempi di crisi l’austerity non funziona e bisogna spendere. Il secondo, è “al vertice di un sistema statalista dove le politiche vengono decise simultaneamente, in un sistema inter-correlato”.   

Al leader del Carroccio interessa capire le sfide che vengono dalla Cina. E così ha tirato fuori la carta Geraci. Siamo a luglio dell’anno scorso, quando Geraci fa capolino a una conferenza internazionale di Bruxelles, e subito dopo corre a Piacenza, alla presentazione del programma economico della Lega. Spiega a Salvini che in Cina non si producono più magliettine a basso costo. Al contrario: Pechino ha un piano industriale, che Geraci chiama “tsunami”, con l’obiettivo di diventare nei prossimi anni il massimo produttore di merci ad alta tecnologia. Il leader del Carroccio è “curioso” e il rapporto con Geraci prosegue nei mesi successivi.

Di Maio? “Non abbiamo ancora avuto il piacere di conoscerci”, dice il professore, che invece ha intrecciato un rapporto con Beppe Grillo, che definisce “visionario del 5 stelle”, e il quale ospita nel suo blog gli editoriali dell’economista.  Che poi, dice Geraci, “il paradosso è che non solo la Cina non fa più magliettine, ma è diventata un punto di riferimento per chi guarda al futuro, come Grillo: è diventato il benchmark”.

La carriera di Geraci inizia presto.

Da studente, enfant prodige di ingegneria elettronica all’Università di Palermo, si sposta a Londra per l’Erasmus. Tornato in Italia, si laurea con il massimo dei voti. Ha 23 quando torna a Londra, dove lavora per tre anni alla British Telecom, progettando satelliti di telecomunicazione: quelli usati oggi da Sky. Si trasferisce negli Stati Uniti, dove ottiene un Master of Business Administration al M.I.T. sotto la guida e amicizia di Franco Modigliani (premio Nobel Economia).

Per dieci anni lavora tra New York e Londra nelle più grandi banche d’affari (Merryl Lynch, Bank of America, DLJ, Schroeders); lavorando – per esempio – come consulente del governo finlandese (per lo sviluppo della telefonia mobile) e ungherese (per la privatizzazione di aziende di stato). Nel 2006, Geraci ha quasi 40 anni e un certo fiuto per le bolle finanziarie (che sarebbe scoppiata due anni dopo).

Cede al fascino dell’emergente modello Cina, che dalla crisi nata nel ventre finanziario occidentale, trova conferma della superiorità del suo sistema. La Cina, da cinque anni nel Wto, è all’epoca poco nota anche all’alta finanza della City e di Wall Street. Il Global Institute di Londra vuole espandere il programma di ricerca sulla politica economica di Pechino. E gli affida l’incarico.

Per sei mesi Geraci studia la lingua cinese come un matto, e poi inizia a insegnare in varie università. Oggi vive contemporaneamente in tre città, insegna finanza (in cinese) alla Zhejiang University (tra i primi cinque atenei cinesi), al campus di Ningbo dell’inglese Nottingham University, e alla New York University di Shanghai.  Durante la pausa estiva non va in vacanza, ma tiene corsi alla Copenhagen Business School e alla LUISS. Troppo poco in patria, forse.

“Una persona di governo deve capire, la Germania, l’America ed oggi anche la Cina, conoscere le politiche sociali, sapere di economia, poter parlare con la City quando si parla di spread, conoscere tante lingue, aver girato il mondo ed oggi tutto è interconnesso e la politica interna non può essere separata dalla politica estera”, dice Geraci.  Quando Salvini lo ha candidato premier sembrava uno scherzo, ma lui si schernisce: “Io cerco solo di aiutare il nostro paese che ha bisogno di un profondo cambiamento, e subito”.  

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