Newsletter

Ultime News

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

“Quanto emerge in queste ore oltre ad essere grave è vergognoso, moralmente basso e rappresenta un insulto a ognuno di noi, a ogni portavoce del Movimento nelle istituzioni, ad ogni attivista che si fa il mazzo ogni giorno per questo progetto”. È quanto scrive su Facebook Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 stelle, a proposito dell’arresto del presidente del Consiglio comunale in Campidoglio Marcello De Vito nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.

“Non è una questione di garantismo o giustizialismo, è una questione di responsabilità politica e morale: è evidente che anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile”.
“De Vito – sottolinea Di Maio – non lo caccio io, lo caccia la nostra anima, lo cacciano i nostri principi morali, i nostri anticorpi. Ciò che ha sempre distinto il Movimento dagli altri partiti è la reazione di fronte a casi del genere. De Vito potrà e dovrà infatti difendersi in ogni sede, nelle forme previste dalla legge, ma lo farà lontano dal Movimento 5 Stelle”.

Il vice premier ringrazia “la magistratura e le forze di polizia per il lavoro che hanno svolto e che continueranno a svolgere quotidianamente”, e ricorda “che proprio grazie a un provvedimento del Movimento 5 Stelle, lo Spazzacorrotti, chi viene condannato per questi reati oggi va dritto in galera!”. 

Un “patto strategico” insieme all’Italia: è quello che propone, con un articolo in esclusiva scritto per il Corriere della Sera, il presidente cinese Xi Jinping, che domani inizierà la sua visita di Stato nel nostro Paese con una delegazione di 500 persone, tra membri del governo, manager e imprenditori di grandi e piccole aziende. “Siamo pronti – afferma Xi – insieme alla controparte italiana, a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico globale, a stringere maggiormente i legami ai massimi livelli e a rafforzare la cooperazione a tutti i livelli tra i nostri governi, parlamenti, partiti ed enti locali”.

Un lungo articolo, quello del presidente cinese, in cui affronta ovviamente il tema della nuova Via della Seta: “Siamo pronti – scrive ancora Xi – a costruire insieme la nuova Via della Seta, sviluppando appieno i punti di forza storici, culturali e geografici che la cooperazione tra i due Paesi sotto l’egida della Belt and Road può portare”. La definisce una “idea di interconnessione e connettività”, nella quale rientrano i “progetti italiani di costruzioni dei porti del Nord”, nonché “una nuova era in settori come la marina, l’aeronautica, l’aerospazio e la cultura”.

È un’intesa di grande respiro, quella che Xi Jinping propone all’Italia. Insieme alla “controparte italiana”, Pechino intende “rafforzare il coordinamento sull’agenda internazionale e in seno alle organizzazioni multilaterali”. Xi fa esempi concreti: la Cina, afferma il presidente, è disponibile per consolidare la comunicazione e la sinergia con l’Italia in seno alle Nazioni Unite, al G20, all’Asem e all’Organizzazione mondiale del commercio, su tematiche come la governance globale, il mutamento climatico, la riforma dell’Onu e del Wto di altre questioni rilevanti.

Il tutto sulla base “di un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia, e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità”. Nell’articolo, il capo dello Stato cinese ribadisce anche l’intenzione “di ampliare i settori della cooperazione fattiva”, citando l’organizzazione annuale “di eventi come la China Import Expo”, nonché “il potenziale di cooperazione in settori come la logistica, portuale, il trasporto marittimo, le telecomunicazioni e il medico-farmaceutico”.

Ricordando che Cina e Italia “sono rispettivamente l’emblema della civiltà orientale e occidentale, Xi vuole “stringere ancora di più i contatti in ambito umanistico-culturale”, ambito nel quale si possono “rafforzare i gemellaggi tra i siti Unesco e incoraggiorare la co-organizzazione di mostre ed esposizioni dei patrimoni culturali”, così come “dobbiamo consolidare l’insegnamento delle nostre lingue”. Il presidente cinese ricorda anche che nel 2020 cadono i anni dalla ripresa delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica popolare cinese e la Repubblica italiana: da allora “i due Paesi sono un esempio di cooperazione di mutuo vantaggio basata su fiducia reciproca”.

La Via della Seta passa per la Sicilia? C’è chi dà anche questa lettura alla visita privata del presidente cinese Xi Jinping prevista a Palermo per sabato 23. L’Isola come ponte più vicino ai grandi interessi della Cina in Africa, peraltro ben ancorato nel contesto europeo. E chissà che la recente missione di una costola del grande Paese non sia stata una sorta di tappa d’avanscoperta.

Nei giorni scorsi una delegazione di imprenditori siciliani ha incontrato a Palermo Segree Dai, presidentessa dell’organizzazione cinese Eupic, ente governativo cinese, istituito nell’ambito dell’Enterprise European Network della Commissione europea per promuovere la cooperazione commerciale con la Cina e l’Asia in genere, che rappresenta oltre un milione di Pmi cinesi, con 760 mila partner commerciali da 65 paesi diversi, una piattaforma completa che aiuta a promuovere l’innovazione, il commercio, gli investimenti e la cooperazione tecnica tra l’Ue e la Cina.

“Si tratta – commenta Alessandro Albanese, vicepresidente vicario di Sicindustria – di una tappa strategica. Sicindustria lavora da anni per preparare le proprie imprese al mercato cinese e la collaborazione con Eupic, che come noi fa parte di Een, la rete della Commissione europea che sostiene le pmi nei processi di internazionalizzazione, ricerca e innovazione, rappresenta un valore aggiunto importante”. Lo conferma Segree Dai: “L’occasione della visita del nostro presidente ci dà un’ottima opportunità per promuove le nostre relazioni e la cooperazione con la Sicilia. Per gli investitori cinesi gli interessi qui sono nel turismo, nell’agricoltura, nelle tecnologie e nell’innovazione”. 

I risultati ci sono: secondo l’Istat il giro d’affari dell’Isola con la Cina si è attestato, soltanto nei primi tre trimestri del 2018, intorno ai 180 milioni di euro di importazioni e 154 milioni di esportazioni, con un incremento superiore al 212% rispetto al 2017. “È per questo – aggiunge Albanese – che non possiamo permettere che le nostre imprese perdano una tale opportunità consapevoli che per la Sicilia si aprono scenari importanti”. 

Dalla Regione è giunto un invito a concretizzare un interesse anche per lo stabilimento Blutec, i cui manager sono stati arrestati il 13 marzo con l’accusa di malversazione ai danni dello Stato, con il contestuale sequestro dell’ex fabbrica Fiat di Termini Imerese. Nel tavolo al Mise del 5 marzo, i vertici avevano rivelato l’interesse di un produttore cinese di auto elettriche. Sul suo tavolo, in effetti, l’amministratore giudiziario ha trovato una bozza di intesa per avrebbe previsto il passaggio dell’impianto a una joint venture italo-cinese formata dall’azienda di Rivoli e dalla Jiayuan che sarebbe stata disposta a investire 50 milioni di euro per produrre 50 mila veicoli elettrici in tre anni da piazzare in Europa.

Al momento è tutto fermo in attesa di capire cosa accade. Il presidente della Regione Nello Musumeci e il sindaco Leoluca Orlando saranno tra coloro che accoglieranno Jinping all’aeroporto: forse l’occasione per un breve incontro in cui rimettere in ‘pista’ la questione.

I primi passi della Cina in Sicilia

Nel frattempo la Cina mette radici in Sicilia. Nel corso della visita palermitana, Segree Dai ha pure siglato un accordo di collaborazione con l’università degli Studi di Palermo per avviare un programma di formazione per imprenditori cinesi interessati a fare business in Italia. Per il rettore Fabrizio Micari, “l’accordo di cooperazione è una importante opportunità che risponde agli interessi internazionali della Cina in quest’area e di sviluppo dell’ateneo e del territorio. I risultati eccellenti dei rapporti commerciali proseguiranno nel prossimo futuro, grazie alla nostra esperienza e collaudata formazione in tutti i campi del sapere, da oggi rivolta mediante i programmi di aggiornamento anche agli imprenditori cinesi, generando un circuito virtuoso di cooperazione economica, scambi e partnership commerciali tra il tessuto produttivo siciliano, le istituzioni locali e i mercati internazionali”. 

La delegazione cinese con in testa il presidente, accompagnato dalla moglie, è attesa nel pomeriggio del sabato con atterraggio previsto all’aeroporto “Falcone e Borsellino” dopo le 15. Poi tappa a Palazzo Reale, sede dell’Assemblea regionale siciliana, con all’interno straordinari tesori come la Cappella Palatina. Una quarantina di minuti. E prima di trasferirsi a Villa Igiea, esclusivo e storico albergo cittadino, è probabile un passaggio nel centro storico, tra la cattedrale e piazza Pretoria, dove si trova Palazzo delle Aquile, sede del municipio, e forse il Teatro Massimo, principale istituzione culturale del capoluogo.

Domenica mattina, prima della partenza per Parigi, possibile visita a Mondello, rinomata borgata marinara di Palermo. Un mare che in questa stagione ha un fascino intatto e che potrebbe avvicinare ulteriormente Italia e Cina. Di certo la Sicilia non vuole stare a guardare.

Sulle note dell’inno della Sardegna ‘Procurad’e Moderare’ alle 18.30 allo stadio ‘Frogheri’ di Nuoro debutterà la Natzionale sarda di calcio, guidata da Bernardo Mereu. Sono 25 i calciatori professionisti ‘selezionati’, su una rosa di una cinquantina di nomi che si erano resi disponibili a disputare l’amichevole con la rappresentativa degli ‘Istrangios de Sardigna’, stranieri che giocano nei club sardi, sotto la guida di George Dossou, ex calciatore di origine senegalese. 

Per Mereu la scelta è stata condizionata da infortuni e da impegni di alcuni giocatori in recuperi di campionato. “Registriamo che alcune società non hanno liberato i propri tesserati, dato il momento delicato della stagione”, ha spiegato stamane il giornalista Vittorio Sanna, direttore generale della Natzionale Sarda, durante la conferenza stampa di presentazione della partita, nel palazzo civico di Nuoro, alla presenza del sindaco Andrea Soddu. Il Comune patrocina l’evento, al quale collabora anche la Nuorese Calcio. 

“Siamo certi che stia passando il messaggio culturale, oltre che sportivo, che questa Nazionale rappresenta e siamo fiduciosi che per i prossimi impegni potremmo contare sulla rosa completa”. Fra i nomi più attesi, mancheranno, invece, Salvatore Sirigu, Marco Sau e Nicolò Barella. Dalla massima serie svizzera per debuttare con la ‘Natzionale’ tornerà in Sardegna Robert Acquafresca, sardo di adozione e sposato nell’isola dove risiede da anni. L’attaccante, ex del Cagliari e che oggi milita nel FC Sion, sarà una delle punte. A centrocampo sarà schierato Claudio Pani, giocatore del Sliema Wanderers F.C. nella massima serie Maltese, e già giocatore di Cagliari, Modena e Triestina.

In vista della partita sono arrivati gli auguri social dell’attrice Caterina Murino, che sarà madrina della partita della Natzionale contro la Corisca, prevista il 2 giugno prossimo a Olbia. I giocatori e la terna arbitrale saranno accompagnati dai bambini vestiti negli abiti tradizionali provenienti da tutta la Sardegna. Poi nello stadio risuonerà l’inno nazionale sardo ‘Su patriotu sardu a sos feudata’rios’ (Procurade ‘e moderare) che sarà eseguito dal vivo in un arrangiamento per coro e launeddas.

Al fischio di inizio ci sarà un momento di raccoglimento, quando verrà rispettato un minuto di silenzio per ricordare Daniele Atzori, il tifoso sardo prematuramente scomparso durante la partita Cagliari-Fiorentina dello scorso venerdì. La Natzionale scenderà il campo in casacca bianco-verde. Nell’intervallo è vista l’esibizione del gruppo di bambini dei ‘Boes e Merdules’ di Ottana. La partita sarà trasmessa in diretta dall’emittente tv Videolina.

La mafia nigeriana, un oscuro traffico internazionale di diamanti, una giornalista atipica, provvista di “killer instinct” e fiuto da segugio, una Roma mai così decadente, melmosa e inquietante, con corriere dell’Ascia nera chiamato “Bambino”. Sono i segni distintivi de “Il Meticcio”, il nuovo romanzo di Federica Fantozzi, appena uscito per i tipi di Marsilio. Un caso a sé, quello di Fantozzi, che unisce atmosfere da intrigo internazionale, a tratti degne di un film di James Bond, con elementi presi dall’attualità, compresi il capolarato, il terrorismo, la criminalità organizzata. Il che si spiega anche con il fatto che l’autrice è, di suo, una giornalista. Con il “Meticcio” è alla seconda puntata di una trilogia inaugurata con “Il Logista”, che due anni fa fece molto parlare di sé.

“Nei miei libri non c’è una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia”, spiega Fantozzi all’Agi. “Nemmeno io so cosa succederà alla fine del capitolo che sto scrivendo. Ad un certo punto, è un’immagine ad accendere la luce nella mia mente e a far partire il libro: una scena, un personaggio, un’azione. Nel “Logista” era l’assalto di un commando terrorista ad un resort delle Maldive: uno Zodiac nero, le sagome affusolate dei sub, l’acqua scura della notte. Nel “Meticcio” tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”.

Ne “Il Logista” lo sfondo era la minaccia del terrorismo internazionale, la paura molto contemporanea del terrore “all’angolo della strada”, vedi alla voce Bataclan. Questa volta ci racconti una storia molto oscura legata alla minaccia crescente della mafia nigeriana. “Mi intriga il nemico che salutiamo tutti i giorni senza riconoscerlo”, spiega Federica. “Il lupo travestito da agnello, lo specchio in cui rifiutiamo di riconoscerci. Il male non è lontano e avulso da noi: si insinua, cresce e si nutre della nostra indifferenza e delle nostre paure ad affrontare i cambiamenti della realtà”. 

 Nel “Meticcio” uno dei protagonisti è la città di Roma, ritratta in maniera inusuale, ben lontana da quella della “Grande bellezza”: una Roma è decadente, più brutta che bella, melmosa e oscura. E’ una scelta consapevole? “Sì e no”, risponde Fantozzi. “Dopo aver letto le prime bozze del “Logista” un’amica mi disse: non vogliamo proprio metterci qualcosa di carino su Roma?  Solo lì mi resi punto di come avevo ritratto la mia città: sporca, triste, ma soprattutto rassegnata. Usciamo di casa e zigzaghiamo tra le buche, ci tappiamo il naso per la puzza di monnezza, occhieggiamo cauti i gabbiani voraci. E il clima impazzito, che ricopre il Tevere di alghe tropicali, non giova”.

 “Il Meticcio” è un libro in cui si parla anche molto di giornalismo. Amalia Pinter, la protagonista del libro, è una cronista, ma le difficoltà sul suo lavoro crescono ogni giorno di più. Come spiega l’autrice, c’è stanchezza di fronte alla crisi crescente della carta stampata: “E’ una delle cicatrici che Amalia si porta addosso in questo secondo romanzo: la fine delle illusioni. Il suo piccolo “quotidiano corsaro” perde copie e senza pubblicità annaspa. Gli editori, remote entità con sede a Montecarlo, si rivelano uguali a tutti gli altri e inclini ai “tagli lineari”. Il caporedattore, un buon diavolo che viene dalla gavetta vera, si vede costretto alle marchette, travestite da “attenzione al lifestyle”, ed è sperduto. I cronisti si ritrovano catapultati in un mondo di cocktail, eventi mondani e fiere canine in cui trovare sponsor affinché la nave non affondi. Amalia prova rabbia e amarezza, anche se la partecipazione a un’asta di pietre preziose in cui viene venduto un rarissimo diamante rosso risulterà determinante per l’indagine in cui è coinvolta”.   

Federica Fantozzi

Uno dei personaggi più affascinati del romanzo è un corriere dell’Ascia Nera soprannominato Bambino, spiega la scrittrice. “E’ un personaggio che si è guadagnato uno spazio ben oltre le mie intenzioni. Era nato come secondario e marginale: uno dei tanti corrieri dell’Ascia Nera, spedito attraverso i continenti con un incarico. Al punto che non gli avevo dato un nome ma solo un soprannome. Era ispirato dagli africani che incontriamo a ogni angolo: diamolo loro una moneta oppure no, ma non li guardiamo mai in faccia. Invece Bambino, sgomitando, ha preteso attenzione, raccontandoci una storia per niente banale. E’ una preda o un cacciatore? Un ragazzo disperato o il detentore di un segreto pericoloso? Comunque vada, in qualche modo alla fine sarà lui a vincere”.

Aggiornato alle ore 10,20 del 19 marzo 2019*.

La nave ‘Mare Jonio’ di Mediterranea Saving Humans, con 49 migranti soccorsi ieri, si trova a ridosso di Lampedusa. È stato autorizzato un punto di fonda in considerazione delle condizioni meteo e di quelle dei migranti che secondo il capo missione Luca Casarini “sono provati”. Non è stato autorizzato lo sbarco, abbiamo una bandiera italiana e lo chiediamo con forza”, ha aggiunto l’ex attivista no global.

Secondo quanto ricostruisce la Ong, una unità della Guardia di finanza che ha scortato la nave, avevo disposto l’arresto dei motori, ma Mare Jonio ha proseguito per garantire la sicurezza dei migranti. Successivamente è sta autorizzato il punto di fonda. Per un migrante in particolare è punto di fonda in rada, al riparo del maltempi. Chiesta l’evacuazione per sospetta polmonite. Tra i 49, ci sono 12 minori.

Il sindaco: “A Lampedusa gli sbarchi continuano”

“Il porto è aperto, non ci sono cannoni puntati”. Lo dice all’Agi il sindaco di Lampedusa Totò Martello, che ricorda che sull’isola gli sbarchi non si sono mai fermati. “È stato autorizzato l’ancoraggio? Non lo capisco… perché non entrano?”, chiede Martello. Il governo non si è fatto vivo, come sempre, e neppure la nave. Noi siamo qui e il porto resta aperto”.

Il sindaco di Lampedusa ha poi affermato a Radio Capital che “tutti gli sbarchi che ci sono stati nel 2019 sono entrati direttamente nel porto, sono scesi, e poi sono stati raccolti per essere portati nel centro d’accoglienza”. Da Guardia Costiera e governo, ha aggiunto Martello, “non sono arrivate indicazioni. Da due anni siamo stati cancellati dalla geografia politica del governo italiano. Ci autogestiamo completamente”.

“Dieci giorni fa”, ha raccontato il sindaco, “ci sono stati due sbarchi con 50 persone. Arrivano con barchette in legno con il motore fuori bordo, direttamente nel porto di Lampedusa. Quando arrivano, la barca viene sequestrata, mettono anche la data dell’arrivo. Quindi chi non crede che a Lampedusa ci sono sbarchi, può venire e fare le fotografie alle barche. Come si fa a dire che in Italia non ci sono più sbarchi?” si è chiesto il sindaco? “Allora Lampedusa non fa più parte dell’Italia. C’è qualcuno che si spaventa a nominare Lampedusa, perché vuol dire parlare di accoglienza e sbarchi, e questo fa male mediaticamente”.

Salvini non indica nessun porto

Ma Matteo Salvini dice no alla richiestadi sbarco. Parlando a Sky Tg24, il ministro dell’Interno nonché vicepremier spiega così la sua decisione: “È una nave dei centri sociali, a nome di questa nave sta parlando Luca Casarini, andate a guardare i suoi precedenti sociali. A bordo ci sono altri esponenti di sinistra e ultrasinistra che a mio parere stanno commettendo il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina raccogliendo i migranti in acque libiche, mentre stava intervenendo una motovedetta libica. Hanno autonomamente deciso di dirigersi verso l’Italia per motivi evidentemente politici, senza osservare le indicazioni delle autorità e fregandosene dell’alt della Guardia di Finanza”.

I migranti a bordo “possono essere curati, vestiti, nutriti. Gli possiamo dare ogni genere di conforto ma in Italia con il mio permesso non mettono piede”, ha garantito Salvini, secondo il quale “questa non è stata un’operazione di salvataggio. Questo è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. C’è un’organizzazione che gestisce, aiuta e supporta il traffico di esseri umani. Il ministero dell’Interno non indica nessun porto”, ribadisce il vicepremier.

Un nuovo caso Diciotti?

“Non sarà un nuovo caso Diciotti”. Lo ha affermato il vicepremier Luigi Di Maio sulla nave Mare Jonio che si trova vicino a lampedusa con 49 migranti a bordo.  “Questa ong da quello che sembra non ha rispettato le regole, ha disobbedito alle direttive della Guardia costiera libica decidendo di prendere a bordo questi migranti. La novità è che questa ong batte bandiera italiana. Questo può essere un modo per far rispettare meglio le regole. In queste ore vogliamo verificare come far rispettare le regole a questa ong che per la prima volta batte bandiera italiana”.

La procura valuta la situazione

La procura della Repubblica di Agrigento, secondo quanto apprende l’Agi, sta seguendo, “in costante contatto telefonico con la Capitaneria di porto e la Guardia di Finanza, l’evolversi della situazione”. Al momento, secondo fonti vicine all’ufficio diretto da Luigi Patronaggio – il procuratore che ad agosto, in occasione del caso Diciotti, ha indagato Matteo Salvini per sequestro di persona – e dal suo vice Salvatore Vella, non è stato aperto alcun fascicolo di inchiesta, “ma la situazione è in continua evoluzione”. Al vaglio degli inquirenti, in particolare, i contenuti delle comunicazioni via radio fra la Guardia di Finanza che aveva intimato l’alt, chiedendo di non avvicinarsi al porto di Lampedusa, e il comandante dell’imbarcazione che avrebbe disobbedito, decidendo di proseguire.

Batte ogni record mondiale nella storia dei piccioni viaggiatori il fiammingo Armando, comprato domenica scorsa per 1,25 milioni di euro all’asta on-line battuta dalla casa Pipa, a Knesselare, nelle Fiandre orientali. Il volatile sbanca tutti i suoi ‘colleghi’: il più costoso, di nome New Bliksem, era stato venduto a ‘soli’ 376 mila euro lo scorso novembre.

“È il Roger Federer, il Lewis Hamilton dei piccioni. Non è un novizio ma un volatile che ha volontà e coraggio. Ha già vinto numerosi premi. È uno dei migliori della storia mondiale della colombofilia”, ha commentato Fred Vancaillie, presidente dell’associazione Colombophile Unique nel comune belga di Perwez.

Ora Armando, 5 anni, non dovrà piu’ volare ma procreare nuovi campioni del suo calibro. Il pregiato volatile maschile è un esemplare dell’allevamento di Joel Verschoot, a Ingelmunster, nelle Fiandre occidentali, uno dei più rinomati del Belgio. I nuovi proprietari, la cui identità non è stata rivelata, sono cinesi. “Da una decina di anni a questa parte sono i più grandi estimatori di piccioni belgi e questa tendenza si sta sempre più accentuando. I piccioni viaggiatori belgi hanno una reputazione internazionale”, ha aggiunto Vancaillie, “nessuno si aspettava che la soglia magica di un milione di euro venisse superata alla grande”.

È il crescente interesse dei collezionisti cinesi a far esplodere i prezzi di acquisto dei volatili campioni, la cui performance consiste nel rientrare a casa per primi, seguendo il proprio istinto, dopo aver percorso anche centinaia di chilometri. Secondo l’agenzia stampa belga sicuramente “Armando verrà utilizzato a fini riproduttivi, per far nascere nuovi campioni, rimanendo in Belgio dove i prezzi di vendita sono più alti”.

I concorsi dei piccioni viaggiatori, storicamente radicati in Belgio, nei Paesi Bassi e nel nord della Francia, stavano declinando, ma l’interesse degli asiatici per la disciplina sta dando nuova vita a questa tradizione. Nel 2012, Hu Zhen Yu, ricchissimo industriale cinese, si era regalato ‘Special Blue’ per 250 mila euro, battendo il record mondiale dell’epoca.

Ad agitare le acque della maggioranza e a far crescere la reciproca diffidenza tra Cinquestelle e Lega, questa volta è il caso di un sospetto “condono edilizio” su “piccoli abusi per le licenze ottenute prima del ‘77”. Ne parla con forza ed evidenza il Corriere della Sera con un titolo al centro della prima pagina (“Un condono agita il governo”) sia Il Fattoquotidiano (“Sblocca cantieri, spunta il condono della Lega”. Ma al vertice di Palazzo Chigi il M5s fa muro”).

“L’ultimo scontro tra Lega e Movimento 5 Stelle si accende sul colpo di spugna sui piccoli abusi edilizi”, racconta Enrico Marro sul quotidiano di via Solferino svelando anche “la norma” di come funzionerebbe il condono: “Una norma comparsa lunedì nelle bozze del decreto legge «sblocca cantieri» che dovrebbe essere approvato mercoledì dal consiglio dei ministri. Il blitz sarebbe stato messo a punto dalla Lega che, come ha spiegato Matteo Salvini, vuole che il decreto non trascuri il sostegno all’edilizia privata. Ma i 5 Stelle sarebbero contrari. E questo non è l’unico punto di disaccordo sulla bozza del provvedimento, che i pentastellati avevano preparato in solitaria nei giorni scorsi ma sul quale la Lega sta intervenendo con pesanti modifiche. Ultima, appunto, la cancellazione delle piccole irregolarità sui vecchi edifici”.

Ovvero: “Si tratterebbe, in sostanza, di porte e finestre spostate o cambiate di dimensione e di altre piccole variazioni nelle costruzioni precedenti il 1977 che verrebbero così regolarizzate ope legis. L’articolo che ha fatto infuriare i 5 Stelle è il 37 bis. In esso si stabilisce che «non costituiscono violazione edilizia» (il colpo di spugna, appunto) le opere «eseguite in corso di edificazione» in variazione alle licenze rilasciate prima della legge 28 gennaio 1977, «ma non costituenti totale difformità».

In questi casi basterà avere il «certificato di abitabilità o agibilità» e questo regolarizzerà la situazione costituendo «attestazione di conformità di quanto realizzato». Ammesse al colpo di spugna anche «le irregolarità geometriche e dimensionali di modesta entità eccedenti il 2% (al di sotto già ora la legge non lo considera un abuso, ndr), la collocazione di impianti e opere interne» a condizione che «non pregiudichino l’agibilità dell’immobile». 

«La Lega vorrebbe una sorta di condono edilizio per sanare le irregolarità dei vecchi edifici – scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio -, ma il Movimento 5 stelle fa muro. Ci sarebbe anche questo all’interno del cosiddetto decreto legge Sblocca cantieri, al centro di un vertice che si è svolto in serata a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte. In attesa dell’approdo mercoledì sul tavolo del Consiglio dei ministri, il dl rischia di diventare nuovo terreno di scontro tra Lega e M5s. Il Carroccio, infatti, avrebbe raccolto in un documento di 24 pagine le proposte da inserire nel provvedimento. Ma inserendo in chiusura del dossier quello che nel M5s  tacciano come un vero e proprio condono edilizio per i privati».

Chi è invece in grado di rivelare quanti si sono seduti al tavolo nel vertice di Palazzo Chigi sul “condono” è la Repubblica, che pubblica anche la foto del documento: un incontro “a cui hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i ministri Danilo Toninelli e Giovanni Tria, i sottosegretari Armando Siri, Edoardo Rixi e Laura Castelli insieme ai tecnici dei ministeri. Secondo i 5S sarebbe la Lega a volere il minicondono” anche se “nonostante le 24 pagine, fonti del Carroccio smentiscono le ipotesi di condono edilizio “nè nello sblocca cantieri nè in altri provvedimenti. La Lega è contraria a ogni tipo di condono”.

Per nulla allarmato il racconto del quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore, per quanto riguarda i lavori in casa: “Dopo modifiche e chiarimenti tardivi, accelera la possibilità di «monetizzare» le detrazioni. Accanto alle piattaforme per lo scambio degli sconti sul mercato operano anche le utility. Il 2019 è il primo vero banco di prova per il sistema ideato per aiutare i privati a riqualificare gli immobili”.

Marco Cremonesi, sul Corriere, è però in grado di sondare gli umori del momento vicepremier leghista e del suo entourage, tanto da scrivere che in Matteo Salvini si annida un sospetto: “«I 5 Stelle hanno cambiato strategia: vogliono farci male». L’indicatore più affidabile della tensione tra Lega e M5s è nella frase del vicepremier leghista, che sbotta in mattinata: «La Lezzi si occupi delle regioni del Sud, che hanno bisogno di qualcuno che lavori a tempo pieno».

Salvini proprio non ce la fa a tenersi, con chi gli chiede un commento alle parole della ministra 5 Stelle Barbara Lezzi che aveva bocciato la flat tax come «promessa che non si può mantenere». E dire – scrive il giornalista – “che non era ancora detonato il caso di giornata, quello sul presunto condono che i leghisti — secondo fonti 5 Stelle — vorrebbero introdurre nel decreto Sblocca cantieri. Il bello è che giusto ieri mattina lo stesso Salvini aveva fatto circolare per l’ennesima volta il suo comandamento ai parlamentari: «Non cadete nelle provocazioni, non commentate, non fate nulla che possa aumentare la tensione». Poi, il mordersi la lingua è stato troppo difficile anche per lui. Anche perché la frase di Lezzi gli è stata riportata poco dopo che lui si era fatto rimandare il testo del contratto di governo per rileggersi il punto riguardante la flat tax «che c’è sempre stata anche per le famiglie»”.

La “Tav è un’enorme cazzata”. Lo dice senza mezzi termini, Marco Ponti, professore di Economia applicata al Politecnico di Milano e autore dell’analisi costi-benefici commissionata dal governo sulla Tav per volere del Movimento 5 Stelle. Prima del suo intervento questa sera a Milano in uno studio di architettura per parlare dell’argomento, risponde alle domande dell’AGI e denuncia:

“La Tav è un’opera piccola, appena 5 miliardi, rispetto ai 133 miliardi di opere da completare che non sono mai stati analizzati”.

Ponti va all’attacco del predecessore di Danilo Toninelli alle Infrastrutture, cioè di Graziano Delrio: “Preferisco 10 volte l’attuale ministro a Delrio”; quest’ultimo, a suo dire, “ci ha lasciato 133 miliardi di progetti senza nessuna valutazione. Non si sa nemmeno quanto costano e quanto ricavano: non c’è un’analisi di traffico. Sono state approvate per partito preso, quindi, se vogliamo, il progetto della Tav è irrilevante rispetto al complesso dei progetti che vanno valutati. Io ne ho sul tavolo 27 miliardi”.

Strade, ferrovie, e altre opere “di trasporto in Italia, di cui alcune costano 5 miliardi come la Tav, altre 2, altre un miliardo”, eppure “non si sa quanto traffico ci passa, nè quanto ricaveranno, si sanno solo i costi perché sono soldi nostri”. Ponti è critico: “Solo perché si tratta di soldi dei contribuenti, non occorre valutare?”.

Le polemiche che l’hanno travolto dopo l’uscita dello studio costi benefici, dunque “sono solo all’inizio”. Ci sarebbero margini per modificare il progetto e renderlo dunque approvabile? “Sicuramente, ma è difficile perché si tratta di un tubo”. Ponti torna dunque sui tanti altri progetti che secondo lui è il caso di rivedere: “Ce ne sono alcuni più importanti e molto più costosi della Tav, che hanno alternative e di questi parleremo tra meno di un mese”, annuncia, prefigurando successive analisi costi-benefici da realizzare.

“Anche quelle opere hanno importanti alternative, meno costose, e su questo è doveroso analizzare le alternative. Sulla Tav è più difficile perché il tubo o si fa o non si fa. In generale non è opportuno scavare metà buco, o lo si fa tutto o non lo si scava”. Secondo il docente del Politecnico è da criticare anche “l’assioma” per il quale il trasporto su ferro inquina meno di quello su gomma. “Grazie alla tecnologia abbiamo già risultati strepitosi: un camion di oggi inquina un decimo di uno di 20 anni fa e questa è la strada che sta seguendo tutto il mondo. Tutti stanno investendo decine di miliardi per fare veicoli o ibridi o elettrici”.

Si investono miliardi anche per realizzare ferrovie, professor Ponti. “Stupidaggini. Quella è una tecnologia dell’800 e costa allo Stato, mentre per la tecnologia dei veicoli pagano tutti gli utenti”. Agli attacchi di stampa che gli ricordano una precedente pubblicazione che valutava positivamente la Tav, la risposta dell’economista è netta:

“Il precedente studio è una balla. Quella precedente pubblicazione è una delle bugie più odiose fatta da quello ‘str’ di Mentana, io gli voglio bene ma quello che ha fatto è orrendo. Il precedente studio non era un’analisi costi-benefici ma un’analisi di valore aggiunto, che non ha niente a che vedere con l’analisi costi benefici. Col valore aggiunto è fattibile qualsiasi cosa, anche un’autostrada di alluminio tra la Sicilia e la Sardegna. perché non misura il rapporto tra costi e benefici, infatti ai politici piace tantissimo”.

Secondo lo studioso, “confrontare quello con l’analisi costi benefici è una porcata indegna di un giornalista serio e tutti l’hanno usata per dire ‘ecco Ponti dice sì una volta e sì un’altra voltà e ‘Ponti dice sì per quello per cui è pagato'”. Quindi lei non è stato pagato per la consulenza al governo? “Ci tengo a dire che non sono pagato per mia scelta. La libertà ha un prezzo, sono ricco e non me ne frega niente. Nessuno deve potermi dire che dico sì o no perché sono pagato. Da 10 anni valuto i progetti sulla base dei costi e dei benefici che riesco a calcolare. Per questo progetto mi dicevano già che era indifendibile”.

“Non dicevo ‘no’ per ragioni ideologiche ma perché, come un medico a cui fanno vedere le radiografie di un paziente non complete, poi la temperatura e altri parametri, deve dire, secondo la sua professionalità, se non sta bene o sta bene. Non puo’ dire ‘io penso chè se è un professionista serio. Sui progetti tendo a dire quello che emerge dai dati: non solo io, ma una serie di altre persone, quando hanno visto questo progetto già 10 anni fa, hanno detto che non era un buon uso delle risorse pubbliche, perché costa troppo caro rispetto al traffico che ci passa su”.

Ponti durante la serata va all’attacco dell’Europa: “La Commissione Europea decide senza seguire le regole, tra le quali che chi inquina paga, perché anche le ferrovie sono altamente inquinanti. I ritorni finanziari sull’investimento per infrastrutture ferroviarie sono sempre zero, me l’ha detto la stessa commissaria ai trasporti Violeta Bulc. La lobby ferroviaria in Europa è intoccabile perché muove voti e soldi”. “Un ex amministratore delegato e super ferroviere, ex da poco tempo – conclude Ponti – mi disse che, visto che sulla linea Torino-Lione non ci passerà nessuno, l’ipotesi di potenziare la linea che passa per Nizza e Ventimilgia era assolutamente da prendere in considerazione”.

La lite è sui numeri – grandi numeri, per intenderci – della Flat Tax, ma la tensione in famiglia è più ampia, su fronti che si riscaldano o si raffreddano a seconda delle giornate. Così se non è la Via della Seta, è il caso Diciotti e se non è la Tav è, per l’appunto, la Flat Tax. Ora a creare malumori all’interno del governo è quella che viene definita la ‘Fase II‘ della ‘tassa piatta’, quel provvedimento al quale la Lega lavora da tempo e che, nelle parole di Matteo Salvini in campagna elettorale in Basilicata, vorrebbe portare “nelle case degli italiani”. 

“Ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito” si legge in una nota della Lega, dove è detto inoltre che in particolare “la novità è data dall’introduzione del reddito familiare che attraverso un sistema di deduzioni garantisce la progressività dell’imposta.

La necessità di una puntualizzazione è venuta dopo le parole di Luigi Di Maio che aveva annunciato: “Sulla Flat tax familiare troveremo una soluzione insieme alla Lega, come abbiamo sempre fatto. L’importante è non fare facili promesse alla Berlusconi”. Una frase che ha stizzito il Carroccio, anche se il capo politico del M5s si è detto “molto fiducioso” e ha ricordato come il Movimento abbia “lavorato a una riduzione degli scaglioni e della pressione fiscale attraverso il coefficiente familiare”. Quello che duole, però, è quella puntualizzazione: “come rappresentanti dello Stato non dobbiamo mai dimenticarci di avere delle responsabilità nei confronti dei cittadini”. 

Il problema, ricorda il Corriere della Sera, è che fonti del ministero dell’Economia hanno fatto trapelare l’entità del mancato introito per lo Stato da una misura del genere: 59 miliardi all’anno, 25 se il nuovo regime riguardasse soltanto i redditi famigliari fino a 50 mila euro. “Sono numeri strampalati” ha replicato Salvini in una intervista a Rtl, “Non siamo al Superenalotto, i numeri li contiamo con più precisione. Per la prima fase della Flat Tax per le famiglie, per un primo colpo sostanzioso, non per tutti ma per tanti, servono 12-15 miliardi. Con 15 miliardi sarebbe una rivoluzione epocale. A partire dal primo scaglione, dal 23% da abbassare, stiamo facendo tutti i conti del caso”. 

La Flat Tax, tra i punti cruciali del programma leghista è stato quello che più ha sofferto i travagli della prima manovra, ricorda Repubblica. E secondo un leghista citato dal quotidiano, il fatto che la misura punta di diamante del M5s, il reddito di cittadinanza, sia già operativo, spinge il Carroccio a “offrire una prospettiva altrettanto visibile”. 

“Non so se esista uno studio perché non l’ho mai visto, ma se anche esistesse non può riferirsi alla nostra proposta di Flat Tax: Fase II che ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito”, ha detto il sottosegretario alle infrastrutture Armando Siri che, in una intervista a La Stampa ha assicurato che “la proposta leghista di Flat Tax familiare è fattibile e fa parte del contratto di governo”.