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Per secoli è stata il flagello per eccellenza. Era considerata un castigo divino e il suo spettro ha aleggiato in numerosi capolavori della letteratura, dal Decamerone ai Promessi Sposi. Oggi di peste non si muore quasi più e quei mille o duemila casi che si registrano annualmente nel mondo si verificano quasi tutti in Africa, dove non è certo l'emergenza sanitaria più grave. Ma suscita comunque impressione vedere riapparire in uno dei Paesi più industrializzato del mondo il batterio della peste bubbonica.

Allarme in Arizona

Le autorità sanitarie di due contee dell'Arizona, Navajo e Coconino, hanno avvertito i residenti di aver rilevato delle pulci portatrici del batterio Yersinia Pestis, all'origine della malattia. Dati gli indubbi progressi compiuti dalla medicina dai tempi del Medio Evo, a rischiare la vita – leggiamo sul Washington Post – sono però soprattutto cani e gatti, più che i loro padroni, invitati a tenere i loro animali al guinzaglio e a evitare di toccare carogne. 

Come si cura la peste

Oggi, negli esseri umani, la peste bubbonica può essere curata facilmente con gli antibiotici se diagnosticata in tempo ma quando iniziano ad apparire i suoi sintomi più iconici, dalle vesciche sulla pelle agli arti che diventano neri, è spesso già troppo tardi. Perire di peste nel XXI secolo è nondimeno faccenda assai rara. Gli ultimi casi mortali negli Stati Uniti risalgono agli anni '20, quando il contagio era ancora endemico, soprattutto nell'area sudoccidentale. Oggi si registrano circa sette casi all'anno negli Usa, gli ultimi due dei quali sono stati diagnosticati nel Nuovo Messico lo scorso giugno.

 

Il governo americano sta cercando di ottenere i dati di tutte le persone che hanno visitato un sito anti-Trump, scatenando le proteste per quella che viene vista come una campagna anticostituzionale contro l'opposizione. Nel mirino del dipartimento di Giustizia è finita la società DreamHost la cui piattaforma ospita il sito www.disruptj20.org, usato dagli attivisti per coordinare le dimostrazioni di piazza in occasione della cerimonia di insediamento del presidente americano. Il mandato di perquisizione presentato lo scorso 17 luglio, riferisce il Guardian, mira infatti a ottenere non solo informazioni sui gestori del sito ma anche i dati di tutti coloro che lo avevano visitato – oltre 1,3 milioni di persone – insieme a date, permanenza e sistemi di accesso. 

Per il legale di DreamHost è "una prevaricazione"

Il caso è stato reso pubblico lunedì scorso quando la società ha annunciato che avrebbe dato battaglia in tribunale durante la prossima udienza prevista per venerdi'. Si tratta di una prevaricazione "puramente accusatoria portata avanti da un dipartimento di Giustizia altamente politicizzato diretto da Jeff Sessions – ha commentato il legale della DreamHost, Chris Ghazarian – dovreste essere preoccupati che chiunque possa essere preso di mira semplicemente per aver visitato un sito". 

Già all'indomani delle proteste del 20 gennaio il governo aveva inoltrato alla società una richiesta di informazioni sul proprietario del sito per poi tornare alla carica a luglio per ottenere dati più ampi sui visitatori. "Siamo i guardiani della porta tra il governo e decine di migliaia di persone che hanno visitato il sito, vogliamo tenerle protette", ha ribadito Ghazarian. Per Mark Rumold della Electronic Frontier Foundation, che sostiene la battaglia della DreamHost, il caso riguarda la "difesa del primo emendamento" e ha definito il tentativo della Giustizia di rintracciare le identità dei visitatori anticostituzionale. 

Non è la prima volta che le autorità tentano di risalire all'identità degli oppositori di Trump. Già a marzo un'agenzia governativa aveva ordinato a Twitter di consegnare indirizzo email e numero di telefono di un utente associato a un account critico nei confronti dell'amministrazione, @ALT_USCIS. Davanti al rifiuto della società, che aveva anche presentato una denuncia in tribunale, l'agenzia aveva fatto marcia indietro.

“Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – io sono Ciro, fondatore della dinastia degli Achemenidi. Ti prego, di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo”.

Sono queste le parole che Ciro il grande fece incidere sulla sua tomba che a forma di tempio greco, sorge solitaria nella piana di Pasargade, la città-giardino da lui costruita intorno al 545 a.C.. E proprio in questo luogo, sotto gli occhi dei turisti incuriositi, viene riportata alla luce in questi giorni una nuova meraviglia: un palazzo del periodo di Dario, re persiano che successe a Cambise, figlio di Ciro nel secondo periodo della dinastia degli achemenidi.

Cosa c'è all'origine di questa scoperta 

Il direttore degli scavi, l’archeologo Hamed Molai, ha spiegato all’AGI, che seguendo delle ipotesi fatte tra il 1961 ed il 1963 dallo studioso inglese David Stronach, il suo team, composto solo da iraniani, ha iniziato a lavorare su Tal Takht (il trono sulla collina), torre di avvistamento sulla quale, finora, si pensava che non ci fosse nulla.

Scavando sopra la collina sulla quale erano rimasti ruderi della torre, dell’età dei Medi, gli archeologi hanno portato alla luce un palazzo colonnato del periodo di Dario.

Il sito di Pasargade

La scoperta è di grande interesse perché l’arte persiana nel periodo di Dario raggiunse l’apogeo della sua bellezza, ben visibile oggi nel vicino sito di Persepoli; gli archeologi sperano di trovare anche a Pasargade bellezze e meraviglie dello stesso calibro.

Il sito archeologico è stato già inserito nel 2004 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'Unesco. Pasargade nell’antica lingua significherebbe “Città dei persiani” o secondo un’altra teoria “Città di gente che impugna mazze pesanti”. Ora però, il sito, potrebbe dare alla luce nuovi tesori.

Si scava sotto il sole

Molai spiega che per ora gli scavi stanno delimitando il perimetro del palazzo antico che oltre alla sala centrale con le colonne comprendeva anche una stanza di 5 metri per 5 metri, di cui non si comprende ancora la funzione. Le mura del palazzo sono alte e sotto il sole, si continua a scavare.

Il tesoro sotto Pasargade

L’archeologo iraniano è un ragazzo sulla trentina ed è felice, perché spiega che l’organizzazione del Patrimonio culturale dell’Iran, ora ha stanziato i fondi per gli scavi e ritiene che a Pasargade c’è ancora molto da portare alla luce. Più avanti, infatti, vicino al palazzo delle udienze di Ciro, sono stati ritrovati i basamenti di pietra di un ponte costruito in antichità sul fiume che passava nella città e che ora è in secca.

Un'attrazione turistica

Nel 2016 l’Iran ha ospitato 6 milioni di turisti che hanno portato 8 miliardi di dollari alle casse dello Stato; un netto incremento rispetto ai 5,2 milioni del 2015; Rohani probabilmente ha capito che con tutte le attrazioni storiche del suo territorio, il turismo può essere una marcia in più per far decollare l’economia che cresce ma con un ritmo ancora troppo lento. Lento, come il lavoro certosino degli archeologi, che riportano alla luce, poco alla volta, le mura del palazzo di Dario a Pasargade. 

La dinastia degli achemenidi

Ecco in poche righe la storia del più vasto impero dell'antichità come riportato dall'enciclopedia online Wikipedia.

  • CIRO II – Salito al trono dei "Gran Re" nel 559 a.C., Ciro II riuscì subito a unire le tribù persiane sotto la propria egemonia. Alleatosi con il re babilonese Nabonedo, sconfisse il sovrano medo  Astiage, tradito dal suo esercito che lo consegnò nelle mani di Ciro, il quale poté così marciare su Ecbatana e conquistarla. Ciro proseguì l'espansione conquistando prima l'Asia Minore e la Lidia e poi il regno di Babilonia, e si spinse fino in Asia Centrale dove morì in battaglia, prima di poter conquistare l'Egitto.
  • CAMBISE II – L'impresa fu compiuta da Cambise II, figlio di Ciro, che sconfisse Psammetico III e si fece incoronare sovrano d'Egitto nel Tempio di Neith a Sais. Per tentare di conquistare Cartagine, Cambise si impadronì delle vie di comunicazione terrestri africane attraverso l'oasi di Siwa, arrivando fino alla Libia. Non riuscì però a portare a termine l'impresa perché i fenici si rifiutarono di fornire le navi contro quella che era una loro antica colonia.
  • DARIO I – Dopo la morte di Cambise II (522 a.C.), iniziò un periodo di intrighi e ribellioni che si concluse con la salita al trono di Dario I nel 522 a.C. Fu proprio Dario, appartenente a un ramo collaterale della dinastia achemenide, a citare per primo la leggenda di Achemenes, nel tentativo di legittimare il proprio potere dicendosi discendente da Ariamne. Dario I conquistò la Tracia, il Caucaso e la valle dell'Indo e attaccò la Grecia, dove però fu sconfitto da un'alleanza di città greche indipendenti a Maratona (490 a.C.). Si dedicò quindi a consolidare le conquiste, per consegnare un impero forte e organizzato al figlio Serse I nel 485 a.C.
  • SERSE I – Anche Serse I cercò di annettere la Grecia peninsulare: riuscì a passare alle Termopili e a saccheggiare Atene, ma fu sconfitto a Salamina e a Platea e costretto a ritirarsi in Asia Minore. Con Serse I si conclude il periodo di grandezza della dinastia achemenide.

"No, non sarà un autunno facile". La segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, si smarca dall'ottimismo della ripresa in corso e del Pil che cresce oltre le previsioni. A preoccuparla sono le crisi aziendali che si moltiplicano e si allungano, i nuovi focolai di crisi che si aprono, gli ammortizzatori sociali in scadenza. "In autunno – dice intervistata dall'AGI – arriverà un momento drammatico per effetto della riforma degli ammortizzatori sociali che ha cancellato strumenti e abbassato le coperture. Ci troveremo ad affrontare le crisi con i licenziamenti, che il Jobs Act ha reso meno costosi della cassa integrazione. Con l'esaurirsi degli ammortizzatori, le crisi non risolte e la prospettiva della pensione sempre più lontana, centinaia di migliaia di persone rischiano di rimanere senza reddito". La Fiom, aggiunge Re David, "è pronta a mobilitarsi su questi temi: come, quando e con chi lo discuteremo nelle sedi opportune".

"E' follia parlare di una invasione di migranti"

A inquietare Re David è il clima che si respira, "catalizzato sulla follia dell'invasione dei migranti, su un'idea di società e di sinistra malate, prive di orientamento. Si parla di un'inondazione di fronte a numeri in calo, inferiori a quello dei giovani italiani che scelgono o sono costretti ad andare all'estero per studiare e trovare lavoro. Malattia di una società che ha smesso di mettere al centro il benessere e i diritti delle persone".

"Non c'è un barlume di politica industriale"

Anche la ripresa, dall'osservatorio Fiom, appare lontana. "La produzione industriale – fa notare la leader delle tute blu della Cgil – è ancora 20 punti sotto al 2007, quando invece Francia e Germania sono tornate ben al di sopra. Non ci sono investimenti, né ricerca né un barlume di politica industriale. Non si vede la fine della crisi. L'occupazione riprende solo per gli ultracinquantenni costretti ad accettare qualsiasi impiego per sopravvivere e gli elementi di protezione del lavoro si riducono drasticamente".

Leggi anche: Dieci cose da sapere su Francesca Re David, nuova leader della Fiom

"Non si può fare cassa sui diritti delle persone"

Re David denuncia "una società senza rete in cui la distanza tra lavoro dipendente e soglia della povertà è sempre più labile. E una società incerta -sottolinea – genera relazioni cattive". Per tutto questo, aggiunge, "la Fiom deve fare un ragionamento preciso, in grado di tenere insieme la questione degli ammortizzatori sociali per i dipendenti, del sostegno al reddito per i precari, del reddito di cittadinanza per chi cerca o perde il lavoro e delle pensioni, che ci vede, unici in Europa, con un sistema totalmente contributivo in presenza di un'età pensionabile altissima senza alcun elemento di solidarietà". Il punto, osserva, è che "non si può fare cassa sui diritti delle persone. Su questo in autunno andrà fatta una mobilitazione seria".

"Crisi aziendali ovunque"

Tutto intorno, dice ancora Re David, "è un continuo di crisi aziendali, di imprese che riducono il personale e licenziano, di casi di deindustrializzazione. Metà del Lazio è in crisi complessa, all'Ilva i nuovi proprietari chiedono 4.000 esuberi, in Fca la piena occupazione resta un miraggio e continua la cassa integrazione, mentre si affaccia l'interesse di compagnie cinesi per parti del Gruppo senza che la famiglia Agnelli si senta in dovere di chiarire. Interi settori strategici dell'industria italiana, storicamente di eccellenza, sono diventati proprietà di multinazionali straniere, a testimonianza dell'assenza di una politica industriale degna di questo nome".

"Ora una nuova legislazione del lavoro"

Le richieste al Governo sono precise. A Palazzo Chigi, dice la segretaria generale della Fiom, "chiediamo innanzitutto che in questo Paese si ricominci a fare politica industriale e di sistema. Una politica che tenga al centro la questione della ricerca, degli investimenti e dell'ambiente, quindi le persone". Inoltre, aggiunge, "è giunto il momento di modificare totalmente una legislazione del lavoro che in questi anni ha distrutto le tutele: è ora di smetterla di intervenire sui diritti dei lavoratori per creare occupazione, di fare cassa sulla loro pelle". Ma in autunno sarà anche il momento di mettere alla prova il nuovo contratto dei metalmeccanici che la Fiom, dopo 15 anni, è tornata a firmare assieme alle altre sigle del settore. "L'intesa riafferma la centralità del contratto nazionale per il recupero dell'inflazione e rafforza il secondo livello per gli ulteriori recuperi di reddito. I rinnovi di secondo livello sono iniziati. Ma anche questo", conclude Re David, "è un terreno tutto da conquistare". 

Si definisce "consulente per il web e social marketing di piccole/micro imprese e professionisti, appassionato per l'innovazione digitale" Maurizio Diotallevi, l'uomo che ha confessato di aver fatto a pezzi la sorella con cui conviveva per poi tagliarne a pezzi il corpo e tentare di nasconderlo in un cassonetto di viale Maresciallo Pilsudsky, non distante da via Guido Reni, dove l'assassino e la vittima risiedevano. I Parioli, la 'zona bene' di Roma per antonomiasia. E, quindi, anche una tra le più controllate.

Romano, 62 anni, Diotallevi era in effetti attivissimo sui social network: profili su facebook, twitter, google+, linkedIn, e un sito-blog, Emmedicom, dove offriva appunto i suoi servigi da free lance come consulente esterno per le imprese, "con progetti di marketing digitale che sono flessibili nel tempo e nei contenuti". Studi a Scienze Politiche, una frequenza alla Ecole Europeenne Uccle di Bruxelles, Diotallevi è divorziato, e viveva da anni con la sorella. In passato, stando al suo profilo linkedIn, era stato funzionario commerciale di Bt Italia, team manager di Poste Mobile, consulente commerciale di Vodafone. Per poi dedicarsi all'attività di free lance, prima con Club4business, poi con Emmedicom. Con scarsi risultati, evidentemente, se era costretto a condividere l'appartamento di famiglia con la sorella, nubile, subaffittando talvolta una stanza a studenti. 

Ora l'ultimo post visibile sul suo profilo Facebook privato, la gif di un tenero gattino, sta venendo bersagliato nei commenti da insulti e minacce di morte.

La dinamica dell'omicidio

Diotallevi ha usato per la mattanza una pesante arma da taglio, forse un'ascia per legna, per smembrare il corpo di sua sorella Nicoletta, 59 anni, nubile, gettarne i pezzi in più cassonetti e sperare così di farne sparire ogni traccia. A tradirlo sono state le telecamere di videosorveglianza della zona dove aveva gettato, legandole con nastro da pacchi, le due gambe della vittima, sezionate all'altezza dell'inguine. Le telecamere avevano ripreso una figura umana e il suo automezzo, immagini che hanno consentito alla Polizia di risolvere in fretta questo 'giallo di Ferragosto'.

Diotallevi è ora in carcere, in stato di fermo. All'origine del delitto forse motivi di interesse, motivi familiari. Si attende l'interrogatorio di convalida davanti al Gip nei prossimi giorni.

Un macabro ritrovamento

A innescare le indagini è stato il casuale ritrovamento delle gambe della vittima avvolte in un pacco che una giovane rom, mentre rovistava nel cassonetto, si è ritrovata sotto gli occhi, dopo aver rotto l'involucro. La ragazza ha dato l'allarme e sul posto sono intervenuti gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Roma. Si è partiti dalle immagini fissate dalle telecamere, quindi sono state prese in esame le più immediate denunce di scomparsa in ordine di tempo, tra le quali emergeva quella di una donna di cui non si avevano notizie da lunedì 14: Nicoletta Diotallevi.

Recatisi nell'abitazione della donna, gli investigatori hanno trovato il fratello, apparso subito esitante sulla ricostruzione dei fatti. L'uomo è stato quindi trasferito in Questura dove, sottoposto a interrogatorio, ha ammesso di essere l'autore dell'omicidio – avvenuto lo stesso lunedì 14 – e del tentativo di occultamento del cadavere, 'distribuito' in più cassonetti, confidando nel fatto che la raccolta dei rifiuti ad opera di più camion compattatori del servizio Ama avrebbe completato l'opera. Ma le immagini delle telecamere hanno mandato a monte il piano, forse improvvisato. Già ieri sera e per tutta la notte i poliziotti avevano proceduto ad una ricerca sistematica in tutti i cassonetti della zona più prossimi a quello dove erano state abbandonate le gambe. La ricerca non aveva però dato risultati. Ci ha pensato poi lo stesso omicida a indirizzare i poliziotti verso i cassonetti di via Guido Reni, dove è stato rinvenuto il resto del corpo.

Il legale: "Nessun movente economico"

Ad assumere la difesa dell'uomo è stato chiamato l'avvocato Gaetano Scalise. Contattato dall'AGI, il legale – di ritorno a Roma per l'interrogatorio di garanzia, previsto fra giovedì e venerdì – ha escluso il movente economico: "A quel che ne so, in tutti questi anni i due non hanno mai avuto problemi finanziari né questioni di eredita'". Quindi può esserci stato un problema di relazioni interpersonali tra fratello e sorella, entrambi non sposati e che coabitavano? "Questo è da verificare, da capire… Aspettiamo l'interrogatorio di garanzia". A contattare l'avvocato Scalise, che era in ferie, per chiedergli di assumere l'incarico di difensore è stato un parente di Diotallevi, che gli ha fatto un breve resoconto dell'accaduto.

Maurizio Sarri era partito cauto parlando di "condizione discreta" e "partita difficilissima". Il suo Napoli invece ha chiuso l'andata degli spareggi di Champions League con un netto 2-0, battendo un Nizza privo sia di Balotelli che di Sneijder, non convocati da Favre. Al ritorno, martedì 22 agosto, agli azzurri potrebbe essere sufficiente perdere con non più di una rete di scarto per accedere alla fase a gironi.

Di fronte a un San Paolo con un'affluenza da record, il Napoli prende l'iniziativa dai primi minuti. Hamsik si fa vedere subito ed è subito temibile Callejon, che all'8' sfiora la traversa di testa. Pochi attimi e il Nizza approfitta di una distrazione della difesa partenopea per mostrarsi pericoloso ma Reina blocca a terra il tiro di Saint-Maximin.

Al 13' Mertens segna a porta vuota il gol dell'1-0 dopo aver saltato Cardinale. Il belga si rende poi protagonista di una prodezza al 21' facendo slalom tra la difesa ma questa volta non riesce a realizzare. La squadra italiana gestisce il gioco e inizia a concedere troppo, lasciando a Koziello la prima vera occasione per i nizzardi, al 35', seguita da un palo di Saint-Maximin pochi minuti dopo. 

Il secondo tempo comincia senza cambi. Insigne tocca il legno al 50' dopo un'azione confusa, alla quale segue una nuova fiammata di Saint-Maximin, tra i migliori in campo della sua squadra.

Al 59' primo cambio per il Napoli, con Zielinski che prende il posto di Hamsik. La partita inizia a innervosirsi, scattano i primi gialli. Souquet becca un'altra traversa ma il gol del 2-0 è di Jorginho, che trasforma un rigore dopo che Mertens viene atterrato in area. Sia Plea che Koziello si fanno espellere al 79' e il Nizza rimane in nove. Il Napoli spinge e cerca di sfruttare la superiorità numerica ma la terza rete non arriva. 

Neymar ha segnato il suo primo, importantissimo, gol da quando è arrivato al PSG. E non parliamo di quello che ha siglato, all’esordio, durante il match inaugurale della nuova Ligue One. Parliamo di un gol più importante che il calciatore brasiliano, il più chiacchierato dell’estate, ha segnato fuori dal campo, diventando ambasciatore per “Handicap International” e impegnandosi a lavorare per milioni di persone disabili che lottano per i loro diritti. 

L’impegno, a Ginevra, su una sedia “simbolica” 

La prima uscita pubblica è avvenuta martedì, a Ginevra, davanti al palazzo delle Nazioni Unite. Neymar è salito sulla sommità di un’enorme sedia “rotta”  realizzata dall’artista svizzero Daniel Berset, che dal 1997 simboleggia le vittime delle mine anti-uomo. Il 25enne brasiliano ha calciato un pallone annunciando una partnership che non è stata ancora definita nei dettagli: “Siamo qui per far sì che milioni di persone vengano trattate meglio e ottengano quello per cui lottano. So che la mia immagine è molto potente e può aiutare ma non abbiamo ancora discusso come”. L’idea, scrive l’organizzazione sul suo sito  è quella che Neymar possa visitare direttamente i progetti in giro per il mondo per darne notizia e amplificarne bisogni e traguardi. Compatibilmente con il suo fitto calendario sportivo.
 

La scelta di Neymar

Manuel Patrouillard, direttore dell’organizzazione, ha parlato di come è nata la collaborazione  “Quello che la gente non capisce e che dietro al campione ci sono una coscienza e una voce molto forti. Una voce che Neymar ha deciso di mettere al servizio dei più deboli”. Sul sito dell’organizzazione si legge che i primi contatti sono venuti nel 2016 per cercare di capire come aiutare i bambini, che avevano subito delle amputazioni, ad avere accesso a protesi funzionali e low-cost. Neymar, oltre a voler conoscere i principali programmi sul tema, aveva deciso di sostenere azioni simili su scala globale.
 
L’associazione è stata fondata nel 1982 con l’obiettivo di aiutare 6.000 profughi cambogiani che, durante la guerra, avevano perso degli arti a causa delle mine. Negli anni successivi ha dato vita all’International Campaign to Ban Landmines (ICBL) che nel 1997 ha vinto il Premio Nobel per la Pace.

In principio fu Sean Spicer con i suoi "fatti alternativi", secondo la celebre definizione della consigliera del presidente, Kellyanne Conway. Poi fu la volta dell'effimera parabola di Anthony Scaramucci, durato appena dieci giorni, dopo aver lasciato la sua azienda e essere stato piantato dalla moglie, che non sopportava Donald Trump. Ora, leggiamo sul New York Times, la delicatissima posizione di capo della comunicazione della Casa Bianca è passata a Hope Charlotte Hicks, una ventottenne, modella per Ralph Lauren nell'adolescenza, molto vicina a Ivanka, la figlia prediletta del presidente.

Benché sia piuttosto giovane e non abbia avuto alcuna esperienza politica prima di entrare nel circolo dei Trump, Hicks ha sicuramente un curriculum più adeguato del suo predecessore, che non aveva alcuna esperienza di rilievo nel campo della comunicazione. Anzi, è, per così dire, figlia d'arte: suo padre, Paul Burton Hicks, è stato il vicedirettore dell'ufficio stampa dell'Nfl, la federazione nazionale del football americano, dal 2010 al 2015 e prima ancora era stato il capo dello staff di Stewart McKinney, un deputato repubblicano del Connecticut.

L'incontro con 'The Donald'

I rapporti di Hope con la famiglia Trump iniziano nel 2012, quando, per la società di pubbliche relazioni dove era stata assunta, la Hiltzik Strategies, inizia a curare la comunicazione della nuova linea di moda firmata da Ivanka, che due anni dopo la vorrà a tempo pieno nella Trump Organization. La ragazza si fa notare, tanto che nel gennaio 2015, 'The Donald' la convoca per una proposta che non potrà rifiutare. "Mister Trump mi guardò e mi disse: 'sto pensando di correre per la presidenza e tu sarai il mio addetto stampa',", è il racconto di Hicks. Occuperà la posizione fino alla conclusione della campagna elettorale che porterà l'immobiliarista alla Casa Bianca, diventando il membro più longevo del team. Hope è quindi una "trumpista" della prima ora, come Steve Bannon e la stessa Comway, in compagnia dei quali viene spesso ritratta.

Uno stipendio da record

Sin dai giorni delle primarie fu Hope a decidere, tra le 250 richieste di contatto ricevute al giorno, quali giornalisti avrebbero parlato con il magnate. Ed era lei che dettava a Trump alcuni dei suoi controversi 'tweet'. Hope trascorreva quasi tutta la giornata nell'ufficio dell'allora candidato. Un impegno – e qua un parallelismo con Scaramucci c'è – che le costerà un fidanzato che stava con lei da sei anni. È però grazie al suo lavoro (portato avanti in solitaria) che, nel gennaio 2017, si guadagna un posto nella lista di Forbes degli under 30 più influenti. Oggi è la figura più pagata della squadra della Casa Bianca, con uno stipendio mensile di 179.700 dollari, lo stesso di Bannon e del 'chief of staff' Reince Priebus. Attenzione, però, l'incarico della bella Hope è ad interim, in attesa che l'imprevedibile Trump scelga qualcuno a cui affidare il compito stabilmente.

Gli insetti, il cibo del futuro, sono già sulle nostre tavole. O meglio, si preparano a sbarcarci, e in grande stile. La seconda catena di supermercati svizzeri, Coop, ha annunciato che dal 21 agosto in alcuni punti vendita – tra cui Zurigo, Berna e Ginevra – si potrà trovare cibo a base di insetti destinato agli esseri umani. Tra questi, anche polpette e hamburger contenenti larve di coleottero, prodotte dall'Essento, una startup elvetica.
 
La Svizzera sarà così il primo Paese europeo ad avere sugli scaffali cibo composto da insetti destinato agli umani: a rendere possibile questo 'primato' e' stata la modifica nel maggio scorso delle leggi che regolamentano gli alimenti, che ha aperto la porta all'ingresso di grilli, cavallette e scarabei sulle tavole.
La normativa prevede che gli insetti debbano essere allevati, seguendo una regolamentazione molto stringente, per almeno quattro generazioni prima di poter essere considerati mangiabili dagli esseri umani. Questo vuol dire, sottolinea il Guardian, che ci vorrà qualche mese per le aziende locali per cominciare a produrre e commercializzare. Nel frattempo, si potranno usare alimenti importati che devono però sottostare alle leggi svizzere e passare al vaglio delle autorità elvetiche. 
 
Da qualche anno si parla sempre più spesso di introdurre gli insetti nella dieta umana: “Gli insetti forniscono cibo a un basso costo ambientale, contribuiscono positivamente al sostentamento e giocano un ruolo fondamentale in natura – si sottolineava già nel 2013 in uno studio della Fao citato da Die Welt – Tuttavia questi benefici sono ampiamente sconosciuti all’opinione pubblica”.
 
 
Come ha sottolineato il co-fondatore della Essento, Christian Bartsch, le polpette di insetti sono un mix di larve di coleottero, riso, carote, sedano, porri e un pizzico di peperoncino. Gli insetti “hanno un alto potenziale in cucina, la loro produzione permette di risparmiare risorse e hanno un profilo nutrizionale di alta qualità”, ha spiegato, parlando di un “complemento perfetto per una dieta moderna”.
 
Secondo l’agenzia alimentare dell’Onu, entro il 2050 la popolazione della Terra avrà toccata i 9 miliardi e ci sarà bisogno di raddoppiare almeno la produzione alimentare per sfamare tutti. Un obiettivo, che sostengono in molti, potrà essere raggiunto solo ricorrendo agli insetti.

Melbourne, Vienna o Vancouver: in quale di queste città vorreste vivere? Non si tratta di puntare un dito sul mappamondo, ma di cinque indicatori che, incrociati dall’Economist, vi dicono quali sono le realtà più ‘vivibili’ al mondo. Al primo posto viene la città australiana che batte il record, conquistando la vetta per il settimo anno consecutivo. Neanche Vancouver c’è riuscita, si è fermata a sei. Segue la ‘vecchia signora’ austriaca che per molti versi è allo stesso livello di Melbourne, ma manca il punteggio necessario per quanto riguarda cultura e ambiente. Sul podio c’è posto anche per la già citata Vancouver, che precede le altre due consorelle, Toronto e Calgary (quest’ultima quarta a pari merito con l’australiana Adelaide), segnando un ottimo piazzamento per la pattuglia canadese.

Non va altrettanto bene per il vicino americano, che si trova ben lontano nella classifica: gli Stati Uniti scontano la densità di popolazione e le preoccupazioni per la sicurezza. Come sottolinea il rapporto, infatti, “anche un Paese relativamente stabile come gli Usa ha visto crescere disordini civili legati al movimento ‘Black Lives Matter’ e alle politiche proposte dal 45esimo presidente Donald Trump”.

Roma solo cinquantesima ma Londra fa di peggio

Continuando con le prime dieci posizioni, il continente australe continua a mietere successi con Perth e Auckland a occupare la quinta e sesta posizione. Al settimo posto fa capolino la prima città europea, Helsinki, seguita da Amburgo, in Germania. Roma e Milano si piazzano rispettivamente 50esima e 43esima, ben lontane da Berlino (21esima), Bruxelles (28), Barcellona (30), Parigi (32) e Madrid (40). Tra le principali capitale europee, solo Londra fa peggio delle italiane, al 53esimo posto, seguita da Lisbona (56), Varsavia (65) e Atene (69).

Tra quelle che hanno registrato un forte balzo c’è Reykjavik, passata dalla 50esima posizione alla 37esima, grazie alla crescita del turismo e alla capacità di cambiare sviluppo. Progressi anche per Amsterdam, passata alla 18esima posizione, dopo aver assistito a un calo della criminalità. Diverso invece il destino per Manchester (da 43esima a 51esima) e Stoccolma (26esima), che hanno perso punti a causa degli attentati di cui sono state vittime. Per quanto riguarda l’Asia, Singapore festeggia il sorpasso su Hong Kong (rispettivamente 35esima e 45esima), con Tokyo e Osaka che mantengono il primato regionale (13esima e 14esima). Pechino è solo 73esima ma viene ben prima di New Delhi, al 110esimo posto.

La classifica annuale è stilata dall’Economist tenendo conto di indicatori come stabilità, assistenza sanitaria, cultura, ambiente, istruzione e infrastrutture. Vengono prese in considerazione, specificano gli autori, solo città “che le persone vorrebbero visitare o viverci”. Ecco perché posti come Kabul o Baghdad non fanno la loro apparizione nella lista dei 140 luoghi prescelti.

Perché le metropoli arrancano in classifica

Quelle che registrano i punteggi migliori, si sottolinea nel rapporto, “tendono a essere città di medie dimensioni in Paesi più ricchi con una densità abitativa relativamente bassa. Queste permette di favorire una serie di attività ricreative senza portare ad alti livelli di criminalità o infrastrutture sovraccaricate”. Ecco spiegata la relativamente bassa performance di grandi centri economici e finanziari a livello mondiale come New York, Londra, Parigi e Tokyo, “vittime del loro stesso successo”: sono tutte “hub prestigiosi” ma “soffrono di più alti livelli di criminalità, congestione e problemi di trasporti pubblici”.

Tenendo conto di ciò, non stupisce che all’altra estremità della classifica si trovi Damasco, la capitale della Siria devastata da oltre 4 anni dalla guerra civile. La precedono la nigeriana Lagos e Tripoli, in Libia, un altro Paese che da anni ormai non conosce pace. Non va meglio per Dacca, in Bangladesh, o per Port Moresby in Papua Nuova Guinea, così come per la pakistana Karachi e Algeri, a pari merito alla 134esima posizione.  

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