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Mentre “Il governo litiga sugli arresti” come titola l’apertura di prima pagina il Corriere della Sera e s’ode tintinnar di manette (“Legnati a Legnano”, la Repubblica) e il vicepremier Di Maio, oggi di turno con un’intervista su Il Fatto Quotidiano, avverte che “se queste indagini salgono più in alto è un problema serio” e la politica italiana s’avvita in una spirale in cui è difficile ritrovare il bandolo della matassa della sua azione, c’è – sotto sotto – un “caso Italia” che sta diventando contagioso e dal quale l’Europa vorrebbe tenersi a debita distanza. Un allarme.

Lo evidenzia la Repubblica, sotto la testatina “Achtung Italia”, in cui si può leggere che, mentre nel nostro Paese succede quel che succede, “Ora l’Europa ci processa e prepara la stangata” perché non disponibile a farsi trascinare nel baratro dei conti: “Non pagheremo per voi” l’avviso.

Cosa significa? Significa che i principali Paesi della Ue accusano il governo gialloverde di spingere “deliberatamente” il debito e di conseguenza “monta la pressione delle capitali perché il 5 giugno, il giorno del giudizio con le raccomandazioni Ue, la Commissione europea apra una procedura sul debito italiano neutralizzando una volta per tutte Salvini e Di Maio con il risultato, però, di limitare per anni la sovranità in politica economica del Paese, a prescindere da chi lo governerà” scrive il quotidiano in una corrispondenza da Bruxelles. Così va in scena in Europa l’ennesimo processo all’Italia.

Anche Il Giornale (“Si muove Mattarella”, il titolo principale) scrive che non è affatto un mistero che il capo dello Stato “guardi con apprensione alla prossima legge di Bilancio, il cui destino è strettamente legato non solo allo stato di salute del governo, ma anche alla fiducia dei mercati nel sistema Italia”. Ed è proprio in questo quadro che oggi è più che mai decisivo che “le oscillazioni dello spread restino legate a una campagna elettorale che – per quanto accesa – è comunque destinata a chiudersi con il voto del 26 maggio, senza trasformarsi in un dato strutturale”. Limitare il più possibile i danni, questa la mission di Mattarella, che vede “troppe tensioni e incertezze” soprattutto per gli “strappi” verso l’Unione Europea.

Sui quali insiste Kramp-Karrenbauer, presidente della Cdu dal dicembre 2018 nell’intervista a la Repubblica: “La Lega ci preoccupa, la Germania sarà vigile”: “Devo essere sincera. La situazione italiana, vista da fuori, è difficile da comprendere. C’è questa insolita alleanza di governo tra populisti di destra e di sinistra. E siamo preoccupati che l’anti-europeismo stia crescendo, anche sotto forma del sostegno alla Lega. Ci preoccupa poi che potenze come la Russia e la Cina, che non hanno certamente alcun interesse a un’Europa forte e stabile, stiano cercando di aumentare la loro influenza in Italia. Gli sviluppi in Italia — uno dei Paesi fondatori della Ue e uno dei Paesi più grandi e più potenti in Europa — ci costringono e costringono la Germania ad essere molto vigili. Anche se alla fine sono i cittadini che decidono.”

“Con lo spread però non si scherza”, sottolinea invece il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, che segnala anche come “l’uno-due arriva sull’asse Tel Aviv-Bruxelles”. “Prima tocca al governatore della Banca d’Italia puntare il dito sullo spread, che – dice da Israele – è ‘sopra 270 punti base’, più ‘del doppio del livello di inizio 2018, prima delle elezioni politiche’. Una situazione, spiega Ignazio Visco, che ‘espone l’Italia alla volatilità del mercato finanziario» e che ‘inizia a pesare sui tassi dei prestiti a famiglie e imprese’. Poi è il ministro dell’Economia a prendere le distanze da Salvini. ‘Gli obiettivi sono quelli del Def e li ha approvati anche lui’, spiega Giovanni Tria parlando a margine dell’Eurogruppo, assicurando ai partner europei che l’idea di sforare i parametri Ue non è sul tavolo”.

Chi parla apertamente di “allarme sul caso Italia” è Il Sole 24 Ore. Perché, sui rischi indicati da Visco sia sul peso del debito che sugli effetti dello spread sui prestiti bancari a famiglie e imprese, è pure possibile che all’indomani del voto tutto torni alla normalità – questo è l’auspicio del Colle – “ma intanto torna il timore che dopo il 26 maggio si apra un ‘caso Roma’ in Europa. Che non potrà non coinvolgerlo. E del resto le dichiarazioni del ministro delle Finanze austriaco – ‘non pagheremo il debito italiano’ – vanno in questa direzione”, analizza il quotidiano di Confindustria.

Dall’Europa all’Italia. La Stampa di Torino mette l’accento sul fatto che per lo spread il “governo isola Salvini” e sottolinea le preoccupazioni e i timori del Quirinale per il fatto che “troppa demagogia allontana chi investe”. “Mattarella ha un osservatorio privilegiato” si può leggere. “È in costante contatto col presidente della Bce, Mario Draghi; ha la consuetudine di vedersi ogni quindici giorni con il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco; nel suo studio vengono regolarmente consultati ex ministri dell’Economia e personalità importanti del mondo finanziario. Da tutti, il presidente riceve gli stessi input: nessun rischio di default, o perlomeno non ancora, per fortuna. Tuttavia nei prossimi mesi diventerà sempre più complicato rifinanziare un debito pubblico che travalica i 2mila 300 miliardi di euro”.

Così prosegue la cronaca nella versione cartacea del quotidiano: “La Banca centrale europea ha smesso di acquistare i nostri titoli pubblici e, con la fine del ‘quantitative easing’, si limita a rinnovare quelli di cui è già in possesso. Da tempo gli investitori internazionali risultano in calo, rappresentano solo un terzo del totale, e ultimamente si colgono segnali di disaffezione pure sul versante interno. In altre parole, non c’è più la corsa degli italiani a investire in Btp. Come se non bastasse, a fine anno gli istituti di credito dovranno restituire i finanziamenti agevolati europei cosiddetti Tltro”. A questo proposito le banche si accingono a vendere un’ingente massa di titoli pubblici, accumulata proprio in previsione di questa scadenza, “ed è escluso che gli acquirenti si mettano in coda” le preoccupazioni del Colle.

Sotto la testatina “Chi scherza con il fuoco”, La Stampa parla anche di “Pericolo di una crisi finanziaria” alla quale per altro il nostro Paese vi è andato vicino almeno in due occasioni, nel 1992 e nel 2011. E “delle conseguenze si è trovato facile dar la colpa alle misure dolorose adottate dai governi che riuscirono a invertire la rotta, oscurando le responsabilità dei governi precedenti che avevano condotto sull’orlo del baratro”.

Il punto, semmai, è che dopo la fiammata dell’autunno scorso, come ha spiegato ieri il governatore della Banca d’Italia, “ottenere credito dalle banche è diventato più difficile” e così, incerte sull’immediato futuro, “le imprese hanno ridotto gli investimenti”. Perché, pur se alla breve recessione di fine 2018 è seguito un recupero, “non c’è garanzia che prosegua”. Ed è “il pericolo maggiore in un quadro internazionale non buono”. Tanto più che “uno scontro tariffario portato all’estremo fra Stati Uniti e Cina, rischioso per entrambi i contendenti, precipiterebbe nella recessione l’intera economia globale. In questa evenienza l’Italia, con la sua mole di debito, risulterebbe uno dei Paesi più fragili” conclude l’analisi la testata sabauda.

OPPO annuncia oggi la partnership con The Color Run, la fun race non competitiva che si svolge in un contesto ricco di colori, musica, festa e allegria che farà tappa con il suo “Love Tour” in alcune città italiane. OPPO sarà presente con tante iniziative speciali che stuzzicheranno la creatività di tutti i runners:

  • Scatta, condividi e ritira il gadget: basterà presentarsi all’interno del gonfiabile OPPO presente nell’area del village per testare il nuovo OPPO Reno. Un team dedicato scatterà a tutti i partecipanti una foto che una volta condivisa sui social network darà diritto ad un gadget speciale perfetto compagno della Color Run
  • OnStage Warm UP: prima e dopo la vera e propria gara sarà presente sul palco della manifestazione per la prima volta in assoluto la Mascotte ufficiale di OPPO: OPPOlino che intratterrà e sfiderà i run-ner con acrobatici e ritmati passi di danza, oltre a donare fantastici gadget brandizzati
  • Color Blast: il verde OPPO sarà protagonista di uno dei Color Blast dal palco dove la “green wave” prenderà il sopravvento insieme a tantissimi gadget brandizzate.

Oppo The Color Run

OPPO Reno colorerà di Ocean Green e Jet Black – le due ricercate colorazioni della nuova linea OPPO Reno – The Color Run con postazioni dove sarà possibile provare il nuovo smartphone che grazie alle sue funzioni, segna l’ingresso in una nuova era di interazione visiva, di fotografia e di intrattenimento.

OPPO Reno è disponibile al prezzo consigliato di 499,00 euro presso i prin-cipali rivenditori italiani.

L’articolo OPPO: nuovo partner di The Color Run proviene da GameSource.

Sì alla condanna per chi esegue il “saluto fascista”, una “manifestazione esteriore tipica di un’organizzazione politica perseguente finalità vietate” dalla legge Reale-Mancino, alla quale non può essere applicata la “non punibilità per particolare tenuità del fatto”.

La Cassazione ha così confermato la condanna di un avvocato che, nel 2013, durante una seduta pubblica della Commissione congiunta del Consiglio comunale di Milano su sicurezza e coesione sociale dedicata al dibattito sul ‘Piano Rom‘, aveva fatto il “saluto romano”.

L’imputato era stato organizzatore di una protesta a piazza San Babila, convocata in quella stessa giornata, contro le modalità di attuazione del ‘Piano Rom’, per impedire la quale il presidente della Commissione sicurezza del Consiglio comunale lo aveva invitato a partecipare alla seduta consiliare.

Di fronte, quindi, alla richiesta di un consigliere sulla presenza, alla riunione, degli organizzatori della manifestazione, l’imputato, “a voce alta”, aveva risposto “presenti e ne siamo fieri“, effettuando il “saluto fascista” ripreso con un cellulare da una cronista.

L’avvocato era stato poi allontanato dall’aula consiliare: nei processi di merito, i giudici milanesi lo avevano condannato alla pena di un mese e 10 giorni di reclusione e al pagamento di una multa di 100 euro. A sua difesa, l’uomo aveva affermato che si era “limitato solo ad alzare la mano” per “segnalare la sua presenza” e, nel ricorso in Cassazione, aveva ribadito che si “imponeva alla luce delle circostanze di tempo e di luogo” la concessione dell’esimente della tenuità del fatto.

I giudici del ‘Palazzaccio’ hanno respinto il suo ricorso, condannandolo anche a pagare le spese processuali, condividendo le motivazioni con cui la Corte d’appello di Milano aveva collegato la condotta dell’imputato “a una precisa volontà, tesa a rivendicare orgogliosamente il suo credo fascista”.

Il ‘saluto fascista‘ o ‘saluto romano’, si legge nella sentenza depositata oggi dalla prima sezione penale, “costituisce una manifestazione gestuale che rimanda all’ideologia fascista e ai valori politici di discriminazione razziale e di intolleranza”, e la fattispecie di reato “non richiede che le manifestazioni siano caratterizzate da elementi di violenza”.

La Cassazione ricorda inoltre di aver, già in passato, dichiarato infondata la questione di costituzionalità della legge Reale-Mancino nel punto in cui vieta la libertà di manifestazione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale per contrasto con l’articolo 21 della Costituzione: “La libertà di manifestazione del pensiero – ricorda la Corte – cessa quando trasmoda in istigazione alla discriminazione e alla violenza di tipo razzista”. 
Oll

Un medico francese, già sotto inchiesta per aver avvelenato 7 pazienti, è stato incriminato per aver avvelenato altre 17 persone durante il suo lavoro di anestesista in due cliniche a Besancon, nella Francia orientale. 

Come annunciato dal suo legale, Frederic Pechier, 47 anni, deve sostenere un’accusa pesante: dei complessivi 24 episodi, l’avvelenamento è stato letale in 9 casi. Tra il 2008 e il 2017 sette pazienti, tra i 37 e i 53 anni, a causa di Pechier hanno avuto un arresto cardiaco, afferma l’accusa.

Pechier rischia l’ergastolo e il suo avvocato, Jean-Yves Le Borgne, ha ammesso che “vi è una possibilità che sia l’autore di questi avvelenamenti, ma è solo un’ipotesi”. L’inchiesta di oltre due anni “finora non ha mostrato niente di conclusivo, pertanto vale ancora la presunzione d’innocenza” ha aggiunto il legale. 

Pechier è stato interrogato all’inizio della settimana su 66 casi di arresti cardiaci sospetti, avvenuti nel corso di operazioni normalmente considerate a basso rischio. 

“Rabbit”, il celebre coniglio realizzato nel 1986 dello statunitense Jeff Koons, è ora l’opera d’arte di un artista vivente più costosa della storia.

Per i critici d’arte, a cominciare dalla casa Christie’s, che oggi lo ha battuto all’asta per una cifra record di 91,1 milioni di dollari, si tratta di una delle sculture iconiche della storia dell’arte del secolo scorso, un’opera fondamentale, carica di significati e contraddizioni che poi sono le stesse della società contemporanea.

Chi è davvero il “Rabbit” dei record

Il coniglietto di Koons, alto 91,4 centimetri, è una scultura realizzata con un calco in acciaio inossidabile che gli dà quella lucentezza minimalista, facendolo apparire come il protagonista di un cartone animato.

Per i critici il “Rabbit” è allo stesso tempo “carino e imponente, divertente e frivolo, esuberante e perfetto, vacuo, monouso e immortale”, analizza il sito della celebre casa d’asta britannica.

Come pochi altri lavori della sua generazione, il coniglio di Koons è diventato una creazione riconoscibilissima, riprodotta decine di volte su copertine di libri, riviste e cataloghi di mostre ai quattro angoli del pianeta. 

E’ stato accolto, non solo dagli esperti, come un concentrato di contraddizioni intrinseche – leggero e pesante, duro e morbido – diventate la sua essenza, il suo più grande potere e la sua universalità in una società in rapida trasformazione e a sua volta contraddittoria.

Allo stesso tempo il vivace “Rabbit” di Koon senza volto è diventato un vero concentrato di significati e riferimenti ad altre rappresentazioni artistiche – tra cui Disney, Playboy, la Pasqua, l’infanzia, Brancusi, Lewis Carroll, i ready-made di Duchamp, i Silver Clouds di Andy Warhol – pur rimanendo impassibile nella sua apparenza e distaccato.

E’ stato un po’ tutti e nessuno allo stesso tempo.

Il coniglio si colloca nel periodo creativo in cui il suo inventore ha realizzato opere considerate da critici di carattere neo-geo, ma soprattutto giudicate come kitsch.

Si tratta di opere che riproducono oggetti comuni, quali giocattoli e soprammobili, ma il “Rabbit” è diventato la scultura più rappresentativa della serie denominata “Statuary”, accanto al busto di Luigi XIV, creata lo stesso anno, entrambi calchi in acciaio.

Koons ha volutamente scelto un materiale che incarnava i principi di efficienza e durevolezza, un materiale che ossessionava le case moderne. Essendo un materiale povero simile ai materiali ricchi, come l’argento, usarlo per produrre opere d’arte era utile a stimolare mobilità sociale, senza conflitti.

“Un materiale di poco costo dovrebbe essere reso più solenne per produrre mobilità nelle classi più povere, e allo stesso tempo per appagare l’aristocrazia” spiegava lo stesso Koons.

La scultura è stata creata nel 1986, in tre esemplari, oltre alla prova dell’artista.

Quella venduta oggi all’asta proviene dalla Collezione di S.I Newhouse, che non è più stata presentata al pubblico dal 1988. Un altro esemplare del ‘Rabbit’ è conservato alla Broad Foundation di Los Angeles e un altro è stato promesso al Museo di Arte contemporanea di Chicago dai suoi proprietari, Stefan T. Edlis e H. Gael Neeson.

La prima volta del “Rabbit” a New York

Quando venne mostrato per la prima volta alla galleria Ileana Sonnabend a New York nel 1986, la critica d’arte del ‘New York Times’, Roberta Smith, lo descrisse come “un coniglio oversize con carota fatto in plastica gonfiabile.

In acciaio inossidabile si presenta come un aggiornamento abbagliante delle forme perfette di Brancusi, anche se trasforma la lepre in un invasore giunto da un luogo ignoto”.

Il celebre direttore di museo Kirk Varnedoe lo considerò una “pietra miliare”, ricordando di essere rimasto “esterrefatto” quando lo vide per la prima volta in mostra alla Sonnabend.

E di lui il suo ideatore, un po’ come Geppetto con Pinocchio, diceva che “ha un aspetto lunare poiché si riflette. Non è interessato a te anche se allo stesso tempo lo è”.

Per gli esperti di Christie’s, “è luccicante come alcuni lussuosi idoli futuristici, ma è anche uno specchio per il pubblico: in lui si rispecchia chi lo osserva, inglobandolo nello spettacolo sempre mutevole che va di scena sulla sua superficie. Siamo tutti abbracciati da questo totem”.

Un successo mondiale e senza tempo, un evergreen che a distanza di 33 anni ha fatto segnare un record allo stravagante Koons: la riconquista dello scettro di artista vivente più caro mai pagato in asta, che gli era stato sottratto dall’inglese David Hockney lo scorso autunno. Il precedente primato era stato stabilito, infatti, il 15 novembre 2018 dal dipinto “Portrait of an artist (pool with two figures)” di Hockney, venduto da Christie’s a New York per 90.312.500 dollari.

Jeff Koons, re del kitsch e ex marito di Cicciolina​

Jeff Koons, 64 anni, spesso presentato come il re dell’arte kitsch, è anche noto per essere il marito della pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina.

Con le sue opere l’artista statunitense, nato a York il 21 gennaio 1955, illustra ironicamente l’american way of life e la sua tendenza al consumismo. Alla stregua del suo “Rabbit”, viene considerato un’icona dello stile neo-pop oltre ad essere uno degli artisti più ricchi al mondo.

Nel corso della propria carriera, Koons si è espresso attraverso l’utilizzo di un’ampia gamma di tecniche, tra cui scultura, pittura, installazioni e fotografia, e l’utilizzo di differenti materiali come pigmenti, plastica, gonfiabili, marmo, metalli e porcellana.

L’artista viene generalmente definito erede di Andy Warhol e continuatore della pop art. Altro autore a cui viene generalmente associato è Marcel Duchamp, del quale reinterpreta la tecnica del ready-made

Dopo gli studi presso il Maryland Institute College of Art di Baltimora (1972–1976) e l’Art Institute di Chicago (1975–1976), Koons lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al Moma di New York.

Le sue primissime opere risalgono alla fine degli anni 70′, e includono alcune composizioni di fiori e giocattoli gonfiabili disposti su superfici specchianti come, ad esempio, “Inflatable Flowers” (1979) composto da due fiori poggianti su uno specchio.

Con la serie “The Pre-New” combina oggetti d’uso quotidiano come tostapane o teiere ad un fondo di metallo o a lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come quadri tradizionali.

La serie “The New”, che prende il nome dalla mostra allestita da Koons nel 1980 al New Museum of Contemporary Art di New York, è composta da comuni aspirapolvere racchiusi in teche trasparenti e illuminati da luci al neon. Messi in vetrina come al supermercato, ma isolati dalla loro funzione pratica, gli aspirapolvere di Koons diventano oggetti da contemplare per la loro bellezza, nuovi per sempre in quanto destinati a non essere mai usati.

Dello stesso periodo del suo “Rabbit” e del busto di Luigi XIV risalgono le sculture appartenenti alla serie “Luxury and Degradation”, dedicata ad indagare la relazione fra alcolismo, pubblicità e classi sociali, lavori in porcellana quali “Michael Jackson and Bubbles” (1988) e “Pink Panther”(1988), appartenenti alla serie “Banality” nonché, a partire dagli anni ’90, i “Puppy”: enormi sculture botaniche raffiguranti animali.

Gli anni 90′ sono quelli della love story con Cicciolina, sposata nel 1991, con la quale ha avuto un figlio, Ludwig.

L’unione non è durata molto e la coppia si separa poco dopo la nascita del figlio, nel 1992, protagonista di una dura battaglia legale per il suo affidamento.

Molte delle opere di carattere hard firmate da Koons in quel periodo sono ispirate alla moglie, con scene di sesso e con l’artista stesso come coprotagonista, ad esempio nella serie serie “Made in Heaven” (1989-1991), complessa installazione comprendente fotografie e sculture appartenenti alla serie viene esposta alla Biennale di Venezia del 1990.

Connessa alla storia d’amore e d’arte con la Staller anche la serie “Celebration” che, a partire dalla metà degli anni ’90, celebra la nascita e l’infanzia del figlio Ludwig con quadri e monumentali sculture che riproducono oggetti legati a momenti spensierati come feste, compleanni o vacanze, e comprende le cinque versioni in cinque diversi colori dei “Ballon Dog”.

L’artista dai mille successi e riconoscimenti

Nel 2001, il presidente della Repubblica francese Jacques Chirac lo nomina ‘Chevalier de la Légion d’Honneur’.

La sua ricerca prosegue, a partire dai primi anni del 2000 con la serie “Popeye” con la quale Koons trasferisce la tecnica del collage dalla pittura alla scultura, proponendo installazioni composte da calchi in alluminio di giocattoli gonfiabili combinati con altri oggetti come pentole o sedie e destinate ad essere appese al soffitto con delle catene come, ad esempio, “Monkeys” (Chair) (2003), “Lobster” (2003) e “Caterpillar Ladder” (2003). Seguono la serie “Hulk Elvis”, che somiglia alla figura di Elvis Presley ritratta nelle stampe di Andy Warhol, e “Antiquity” con “Balloon Venus”.

Nel 2006 a Venezia espone “Hanging Heart” per la mostra “Where are We Going? Works from the François Pinault Collection”.

Nel 2013 partecipa alla realizzazione della cover dell’album Artpop di Lady Gaga, creando appositamente per il disco una statua di cera raffigurante la cantante.

Nel 2014 il Whitney Museum of American Art lo celebra con una grande retrospettiva, che nel 2015 viene trasferita prima a Parigi, al Centro Georges Pompidou, e poi al Guggenheim di Bilbao, con grande successo di pubblico.

Koons non è nuovo a cifre da capogiro nelle più prestigiose vendite all’asta: nel novembre 2013 da Christie’s la sua opera Balloon Dog (Orange) è stata venduta 58,4 milioni di dollari, diventando l’opera d’arte più costosa del mondo realizzata da un artista vivente. record battuto il 16 novembre 2018 da un dipinto di David Hockney acquistato per 90,3 milioni di dollari e di nuovo superato oggi grazie al suo fortunato “Rabbit”.

“C’è un Def approvato da governo e Parlamento” e “il governo sta lavorando per attuare quello che c’e’ scritto nel Def”. E quel documento è stato approvato in Consiglio dei ministri anche da Matteo Salvini.

Giovanni Tria arriva a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo preceduto dalle parole di fuoco del ministro dell’Interno che minaccia di ‘stracciare’ le regole su debito e deficit e dalle tensioni che soffiano sullo spread, e prova a rassicurare i partner europei preoccupati per la tenuta dei conti dell’Italia.

Il debito sarà quello previsto dal Def e Salvini lo ha votato, è il messaggio che il ministro dell’Economia porta al tavolo dei 19 per disinnescare le parole esplosive del capo della Lega.

“Campagna elettorale”

Quello che conta sono i documenti e gli impegni del governo sul debito e deficit sono scritti nero su bianco nel documento di economia e finanza.  
“In campagna elettorale i mercati finanziari sono un po’ in fibrillazione ma bisogna attenersi ai documenti”, ripete Tria, lasciando intendere che altro sono i proclami elettoralistici, altro gli impegni sottoscritti.

Tria bolla come ‘boutade da campagna elettorale’ l’ennesima ipotesi di uscita dell’Italia dalla zona euro e assesta un’altra stoccata al vicepremier quando i giornalisti chiedono se dopo il 26 maggio cambierà tutto come promette il ministro dell’Interno: “La Commissione resterà la stessa, per un po’”. 
L’esame dell’esecutivo all’Italia arriverà a giugno, dopo che la Commissione presenterà il suo ‘Country Report‘ per i vari Paesi. Le premesse non sono buone: le ultime previsioni di primavera hanno dipinto un quadro a tinte molto fosche dei fondamentali macro del Paese.

Dal Pil previsto in calo allo 0,1% nel 2019 al balzo del debito all’impennata del deficit oltre il 3% in caso di mancato aumento dell’Iva. E l’appello dei ministri delle Finanze dell’Eurozona che chiedono all’Italia il rispetto delle regole non lascia presagire molto di buono: dal tedesco Olaf Scholz al francese Bruno Le Maire al commissario Pierre Moscovici (il debito italiano al 140% del Pil? “Il 130% è già molto”, dice il responsabile Ue degli Affari economici) fino ai ‘piccoli’ danesi e lussemburghesi, la richiesta a Roma di tenere a posto i cordoni della borsa è unanime. 

Ma la bordata più pesante arriva dall’austriaco Hartwig Loeger che già alla vigilia dell’Eurogruppo, in una intervista aveva detto che l’Italia rischia di diventare ‘la nuova Grecia’, rilanciando le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. “Il collega dovrebbe pensare prima di parlare”, replica Tria. Ma Loeger incalza, “Tria dovrebbe trasmettere questo messaggio di saggezza a Salvini”, invece “ha ceduto”. L’Austria, ripete Loeger, chiederà alla Commissione questa volta di non fare sconti all’Italia e rimetterà sul tavolo la richiesta di sanzioni per chi non rispetta le regole.

“Un anno che non ci parliamo, nessuno mi offre niente: dopo due ore e mezzo di colloquio per dirmi che mi cacci via arrivo a casa e mi chiami per dire che se penso a un contratto” (a gettone, 100 mila a presenza) al presidente va bene cosi’…”. Così Daniele De Rossi, in un audio finito sul web, racconta a un confidente il retroscena del colloquio avuto con l’ad della As Roma, Guido Fienga.

“La cosa del contratto a gettone a partita sapete come è andata: quando ho parlato con lui – spiega De Rossi – ho detto ‘io non vi avrei chiesto un euro. Dite che sono malato? Datemi 100 mila euro a presenza. Credete che non riesco a fare 10 partite? Se le faccio guadagno un milione, tanto è quello che volevate offrirmi, su per giù…Se ne faccio trenta mi date 3 milioni. Volete fare cosi’? Avete la possibilità di non farmi mai giocare e avermi gratis…. Ho fatto una battuta così – aggiunge – a quel punto Fienga mi ha detto ‘era quello che pensavo di offrirti, 100 mila euro più un bonus fisso’, e io ‘pensa che il bonus manco lo volevo…”. E’ nata e morta nel momento in cui facevamo questo discorso e mi stava dicendo che non mi tenevano”.

“Arrivo a casa – l’epilogo del racconto – mi chiama e dice ‘ho sentito il presidente, dice che se è così va bene’. Ma come: e’ un anno che non ci parliamo! Dopo due ore e mezzo di colloquio per dirmi che non mi rinnovano il contratto, che mi dici che mi cacci via e poi, dopo 40 minuti mi chiami per dire ‘Allora se vuoi fare il contratto, fattelo’ roba da… Oggi escono fuori anche quelli che non gli frega niente di me e della Roma per attaccare il presidente, ci vanno a nozze. Così ti fai veramente del male”.

Nicola Zingaretti chiama a raccolta lo stato maggiore del Partito democratico per dare il via a una corsa che, nelle intenzioni del segretario dem, si concluderà ben oltre il 26 maggio, giorno delle Europee. I due vicesegretari, Paola De Micheli e Andrea Orlando, il presidente del partito, Paolo Gentiloni, la vicepresidente Anna Ascani e, ancora: Pier Carlo Padoan, Luigi Marattin e Antonio Misiani, gli ‘economisti’ del partito.

Tutti convocati nella sala conferenze del Nazareno per presentare il “Piano Italia”, che già nel titolo suona un pò come un programma elettorale. E a spulciarlo si capisce che il presupposto da cui Zingaretti parte è che il governo Lega-M5s avrà vita breve.

Non brevissima, però: reggerà, probabilmente, all’impatto con il risultato delle Europee, scommettono i dem, per collassare con una manovra economica che si preannuncia ‘lacrime e sangue’. E allora il Pd, per non farsi trovare impreparato all’appuntamento, mette nero su bianco il suo programma economico, che è poi un programma politico tutto incentrato su crescita, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro: “Come primo provvedimento, proponiamo uno stipendio in più per 20 milioni di italiani. Diminuendo le tasse sul lavoro, su può arrivare a guadagnare fino a 1.500 euro al mese, che è lo stipendio medio di molte categorie di lavoratori in Italia”.

Il contrario della flat tax, come sottolinea il segretario: “Noi vogliamo abbassare le tasse ai lavoratori, loro vogliono abbassarle solo ai ricchi”. Nel rilanciare l’occupazione, il Partito democratico muove dallo sviluppo sostenibile: per Zingaretti, che ne ha fatto una bandiera anche nella sua campagna congressuale, la green economy può rappresentare, in un Paese povero di risorse energetiche fossili ma ricco di rinnovabili, una vera miniera d’oro: “Un fondo per lo sviluppo sostenibile, un grande piano di investimenti e di incentivi all’economia green”.

L’obiettivo è quello di arrivare a 800 mila nuovi posti di lavoro nel giro di cinque anni, una legislatura appunto: “Con questo piano, nei prossimi cinque anni riusciremo a generare 800 mila posti di lavoro“.

Il terzo pilastro del Piano Italia è la scuola “a costo zero per sette milioni di famiglie. Il tasso di evasione scolastica è del 14,5%”, sottolinea il leader dem, “un dato drammatico che aumenta di un punto l’anno. Noi dobbiamo azzerare le rette degli asili nido e i costi dei libri di testo per i redditi più bassi”.

Queste le proposte del Pd di governo: Zingaretti non le offre al governo perché ci sia un lavoro comune, maggioranza-opposizione, in Aula. Il segretario si dice convinto che questo governo sia finito: “Dal punto di vista della coesione politica, questo governo non esiste più. Non credo che dopo le Europee saranno in grado di affrontare quello che ora negano: una condizione pericolosa dei conti pubblici”.

E Paolo Gentiloni aggiunge: “Non esistono governi obbligatori dei quali gli italiani siano prigionieri, magari per mancanza di alternative, come talvolta si sente dire. è un’idea inaccettabile. L’alternativa di centrosinistra esiste”.

Nell’ambito dell’inchiesta ‘Piazza Pulita’ della Procura di Busto Arsizio è stato messo agli arresti domiciliari il sindaco leghista di Legnano, Gianbattista Fratus. È quanto si apprende da fonti investigative. Ai domiciliari anche l’assessore alle Opere Pubbliche Chiara Lazzarini, mentre è finito in carcere  l’assessore al Bilancio e vicesindaco del comune di Legnano Maurizio Cozzi. Tra le accuse contestate anche quella di corruzione elettorale.

Il velo vietato nelle scuole elementari austriache. Con i voti dei popolari dell’Oevp del cancelliere Sebastian Kurz e dell’ultradestra dell’Fpoe, il parlamento dell’Austria ha deciso il divieto “di indossare abiti caratterizzati religiosamente o laicamente collegati alla copertura della testa”. Evidentemente sono escluse fasciature per motivi medici o “copricapi necessari per proteggersi dalla pioggia o dalla neve”.

È esclusa dal provvedimento la kippah ebraica, dato che si vietano solo gli indumenti che “coprano tutti i capelli o una loro gran parte”. Nei primi commenti, i media austriaci fanno notare l’alta probabilità che la nuova norma sul divieto di velo sarà impugnata presso la Corte costituzionale.

I due partiti di governo che hanno promosso e fatto votare il divieto, da parte del parlamento austriaco, del velo islamico nelle scuole d’infanzia hanno voluto affermare esplicitamente che la nuova norma intende “lanciare un segnale contro l’Islam politico”. Lo ha detto Wendelin Moelzer, un portavoce del partito dell’ultradestra Fpoe, mentre il deputato dell’Oevp Rudolf Taschner ha assicurato che varare il testo si è reso necessario per proteggere le ragazze dall'”asservimento” di natura religiosa e ideologica.

Le polemiche non mancheranno. L’associazione dei musulmani austriaci già prima del voto di oggi aveva definito la proposta “vergognosa” nonché una “tattica di diversione”, vieppiù che riguarderebbe solo un numero limitato di studentesse. Quasi tutta l’opposizione ha votato contro. Tra le sue fila molti hanno accusato il governo di aver voluto puntare più sui titoli dei giornali piuttosto che occuparsi della sicurezza dei bambini nelle scuole.