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Lo 'Stato islamico' ha sempre dato vitale importanza ai simboli. E martedì 17 ottobre, perdendo Raqqa, ne ha perso uno dei più preziosi. Forse il più prezioso. Perché, nonostante fossero passati solo tre anni, un nulla rispetto alla storia, è riuscito a inserirsi nell'immaginario comune non solo come la capitale dello 'Stato islamico' ma anche, e soprattutto, come la città del terrore. Dove chi non rispettava la Sharia, la legge islamica, secondo l'interpretazione deviata dei giudici del califfato, finiva in piazza per essere giustiziato. Davanti ai cittadini e davanti al mondo, perché c'era sempre qualcuno pronto con la telecamera a filmare o, addirittura, a trasmettere in diretta ai followers incagliati nella rete.

Passare dal terrorismo alla pubblica amministrazione

Raqqa è stata la prima città siriana a essere conquistata dall'Isis e ha rappresentato il passaggio definitivo da organizzazione terroristica a un'amministrazione pubblica.

Anche in questo caso non sono mancati i video di promozione dove veniva mostrata al mondo l'efficienza della macchina gestionale del califfato. Per dimostrare come fossero capaci non solo di conquistare, ma anche di amministrare.

Il 17 ottobre è crollato tutto. Decretando il tramonto dell'ultimo califfato, mai riconosciuto, che si è voluto presentare al mondo. Dal 2014, da quando Al Baghdadi annunciò il suo regno dal pulpito della moschea di Mosul, a oggi l'Isis ha perso l'87 per cento del territorio conquistato. Oltre 6,5 milioni di persone non sono più costrette a vivere sotto il terrore del vessillo nero.

Geograficamente, la sua presenza attuale si limita in Siria ad alcune zone che comprendono Homs e Hama (nel centro) e nel sud vicino alla capitale Damasco. E' impegnato in una sanguinosa battaglia per non cedere Deir Ezzor, a 150 chilometri da Raqqa, all'esercito siriano del presidente Basshar Al Assad, appoggiato da rinforzi russi e iraniani. Anche su questo fronte continua a perdere terreno e la ritirata finale è questione di settimane, al massimo.

In Siria va male, in Iraq va peggio

In Iraq non va meglio: i jihadisti che hanno giurato fedeltà ad Al Baghdadi sono circondati in alcune zone nel confine con la Siria. Nel luglio scorso hanno perso il controllo di Mosul, la prima capitale dell'Isis, dopo una battaglia durata quasi un anno. Lo stesso Al Baghdadi, nel suo ultimo messaggio audio pubblicato online il 28 settembre scorso, ha elogiato la loro resistenza “perché hanno ceduto solo dove aver sacrificato il proprio sangue”.

Pochi giorno dopo la diffusione dell’audio, lo 'Stato islamico' ha perso anche Hawija, 200 chilometri a sud di Mosul, senza però affaticare molto l’esercito iracheno. “In tanti si sono arresi, presentandosi con le mani in alto” ha raccontato chi ha partecipato in prima linea. Non era mai successo prima. C’è stato persino chi si è lamentato del fatto che nessuno lo pagava più e che ormai i combattenti del tanto temuto esercito nero non trovavano più nemmeno da mangiare. Mosul è stata espugnata, Hawija si è arresa. Questa è la differenza dell’Isis forte, del passato, e quello attuale, in fuga per la salvezza.

La forza dell'ideologia. Da non sottovalutare

Sarebbe però incosciente cantare vittoria. Perché la forza dello Stato islamico e, in generale, dell’estremismo jihadista sta nell’ideologia. Avere un territorio da comandare è stato un successo quasi insolito. Perderlo vorrà dire tornare semplicemente a essere un’organizzazione terroristica. Com’era stato prima e com’è sempre stata, ad esempio, Al Qaeda. Meno evidente ma non meno pericolosa.

Anzi, ora che l’utopia del califfato sta svanendo a colpi di missili, c’è il concreto rischio che le migliaia di foreign fighters tornino a casa loro, quindi in Occidente. E non possiamo sapere con quali intenzioni. E’ indubbio che il califfato più è debole sul terreno più si impegna a esportare il terrore fuori, per rivendicare la propria esistenza e mostrare la propria forza. Porterà dunque avanti la propria campagna mediatica, su cui in passato ha investito tanto, e allo stesso tempo cercherà di individuare nuovi territori da poter sfruttare per insediarsi e tornare a sognare di nuovo la creazione di un califfato.

L’attenzione resta puntata sicuramente sulle zone dove regna l’instabilità. A partire dall’Africa, centrale e del Nord. Dalla Somalia, dove solo sabato un attentato ha fatto oltre trecento morti, alla Nigeria dove i Boko Haram continuano a colpire con forza. Ci sono inoltre la Libia, ancora terreno fertile, il Sinai egiziano e lo Yemen. 

Domanda e risposta. Diretta, con alcuni moderatori ma senza intermediari: questa è stata la discussione di quasi due ore che gli utenti di Reddit hanno avuto con il team per la Trasformazione digitale. Il format che lo permette di chiama “Ask Me Anything”, cioè “chiedetemi qualsiasi cosa”. La piattaforma fondata da Steve Huffman e Alexis Ohanian lo usa da tempo. In Italia è ancora una rarità. E ancor più rara è la possibilità di avere un confronto diretto con la squadra guidata da Diego Piacentini e incaricata di attuare l'Agenda digitale. La risposta è stata positiva, con 200 interventi tondi tondi (quasi tutti composti da più domande) che hanno chiesto informazioni sull'attività del team e sulla trasformazione digitale del Paese.

Soliti ostacoli e nuove soluzioni

Gli ostacoli elencati da Piacentini, commissario straordinario del governo per l'attuazione dell'Agenda digitale, sono “la mancanza di competenze tecnologiche, norme, regolamenti e processi che dovrebbero essere semplificati prima di essere digitalizzati, formazione dei dipendenti pubblici”. Problemi che riguardano l'intero Paese, ma che si moltiplicano quando si a che fare con la pubblica amministrazione: “Non vediamo molte resistenze lato dei cittadini”, ha affermato Giovanni Bajo, responsabile delle relazioni con gli sviluppatori. “Anzi, quando nuovi processi digitali interessanti vengono introdotti, notiamo una importante adozione”. Le barriere sono altre: “Abbiamo 23 mila pubbliche amministrazioni, indipendenti tra loro”, che seguono altrettanti processi.

Il modello Estonia

Mettere ordine non è semplice. Anche perché le cose non funzionano per decreto: “Spesso – ha affermato Piacentini – si dice che bisogna cambiare le norme per digitalizzare i processi, condividere i dati, creare soluzioni tecnologiche. In verità nella maggior parte dei casi esistono già le condizioni normative ma molti non si prendono il tempo di leggerle e capirle”.

L'Italia deve trovare la propria strada, anche se Piacentini indica l'Estonia come esempio di pubblica amministrazione digitale a cui tendere. Che ci si arrivi per importazione di buone pratiche o per una via nazionale alla digitalizzazione, l'importante è che le cose funzionino. A un utente che chiedeva se il team stesse lavorando a sistemi che stimolino l'utilizzo dei servizi digitali, Piacentini ha risposto sottolineando la necessità di “semplificare i servizi digitali”. È questo “lo stimolo migliore al loro utilizzo”.

La penalizzazione delle amministrazioni che insistono a offrire servizi analogici sarà possibile “solo quando avremo dei servizi digitali al cittadino facili da usare”.

Hack.Developers? Esperienza da rifare

Una delle iniziative più recenti team per la trasformazione digitale è stato Hack.Developers, il più grande hackaton italiano dedicato alla pubblica amministrazione che avuto il suo clou il 7 e l'8 ottobre. “È stata un'esperienza molto positiva”, dice Alessandro Ranellucci, il membro della squadra di Piacentini che ha seguito il progetto da vicino.

Merito di un format fatto da 93 “sfide” aperte agli sviluppatori: “Non idee astratte, non slide, ma reale codice. L'iniziativa – continua Ranellucci – non è finita in quel weekend ma dura fino alla fine di ottobre. Centinaia di sviluppatori hanno accolto con entusiasmo la possibilità di mettere le mani sulle piattaforme abilitanti dei servizi al cittadino, per renderle open source e costruire strumenti utili per facilitare l'integrazione da parte di futuri sviluppatori. La partecipazione spontanea e il feedback che abbiamo raccolto di persona ci ha dimostrato che lo spirito genuino è stato compreso, anche perché è stata per tutti l'occasione per acquisire competenze che saranno preziose nel mercato”.

Esperienza da rifare? “L'obiettivo di medio periodo è quello di creare una vera community open source, che possa integrarsi in modo complementare con i fornitori della P.a.”. E per raggiungere questo obiettivo e creare una comunità solida “sarà molto utile” organizzare eventi simili in futuro. Si va quindi verso un replica.

“L'agenda digitale spiegata a mia madre”

Il mandato del team per la Trasformazione digitale è a tempo: ha una durata di tre anni. Per questo, ha sottolineato Piacentini, “è nostra priorità creare un modello sostenibile e ripetibile. Possiamo assicurarvi che stiamo lavorando al 'succession plan'”. Anche se “è troppo presto per entrare nei dettagli della successione”, l'obiettivo è “mettere in moto un meccanismo permanente, così che la trasformazione digitale diventi una attività ordinaria che tutti portano avanti”.

Insomma, per usare le parole del team, l'obiettivo è creare il “sistema operativo del Paese”. Cioè? Quando si parla di digitale, non è sempre semplice spiegare quale sia il tuo lavoro. E anche Piacentini ha ammesso questa difficoltà. “Con mia madre – ha scritto – ho deciso di usare la metafora dell'idraulico. Stiamo lavorando a quelle componenti della costruzione della casa che sono assolutamente necessarie perché la casa funzioni ma non sono immediatamente visibili da chi ci abita. Montare i tubi vuole dire lavorare duro per creare piattaforme abilitanti che restino, per cambiare le norme, le regole”.

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Il modello a cui tendere? Diego Piacentini non ha dubbi: "è l'Estonia". Il commissario straordinario del governo per l'attuazione dell'Agenda digitale fa l'elenco degli ostacoli incontrati in questi dodici mesi di lavoro e se la prende con chi punta sempre il dito contro leggi e normative. "Spesso si dice che bisogna cambiare le norme per digitalizzare i processi, condividere i dati, creare soluzioni tecnologiche" dice, “in verità nella maggior parte dei casi esistono già le condizioni normative, ma molti non si prendono il tempo di leggerle e capirle".

Leggi anche: Il sogno dell'Estonia, un Paese tutto digitale

Per Piacentini lo stimolo principale all'utilizzo dei servizi digitali, è la loro semplificazione. "Quando avremo dei servizi digitali al cittadino semplici e facili da usare dovremo invece penalizzare le amministrazioni che insistono a offrire servizi analogici" ha detto.

Il commissario, che parlava nel corso di una discussione su Redduit, ha sottolineato che "mancanza di competenze tecnologiche, norme, regolamenti e processi che dovrebbero essere semplificati prima di essere digitalizzati, formazione dei dipendenti pubblici" sono gli ostacoli "piu' evidenti" incontrati lungo la strada dal Team per la Trasformazione Digitale. "E' assolutamente nostra priorità creare un modello sostenibile e ripetibile e possiamo assicurarvi che stiamo lavorando al 'succession plan'" ha detto, "il nostro mandato è temporaneo, ma il nostro principale obiettivo è mettere in moto un meccanismo permanente, così che la trasformazione digitale diventi una attività ordinaria che tutti portano avanti". Piacentini ha però sottolineato che "è troppo presto per entrare nei dettagli della successione, considerando il fatto che ci sono le elezioni a primavera 2018".

Come spiegare l'idea di un 'sistema operativo per il Paese'? "Con mia madre – dice Piacentini – ho deciso di usare la metafora dell'idraulico. Stiamo lavorando a quelle componenti della costruzione della casa che sono assolutamente necessarie perché la casa funzioni, ma non sono immediatamente visibili da chi ci abita. Montare i tubi vuole dire lavorare duro per creare piattaforme abilitanti che restino, per cambiare le norme, le regole. Piattaforma abilitante è un termine che indica delle piattaforme realizzate centralmente per consentire che un servizio sia usato da un intero ecosistema". 

Al termine del tavolo al ministero dello Sviluppo economico convocato da Carlo Calenda e al quale hanno partecipato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il sindaco di Roma, Virginia Raggi, il ministro su Twitter ha condiviso il piano industriale “Sviluppo Capitale”. Un documento di 33 pagine in cui si descrivono le linee guida del programma che, nelle intenzioni, dovrebbe aiutare la rinascita economica e sociale di Roma. 

Il documento parte dalla constatazione che “Roma ha evidenziato una situazione di estrema sofferenza economica e produttiva del territorio”. Per ovviare alla crisi della città, sono stati individuati 5 pilastri di rilancio produttivo. 

I cinque mali della Capitale

 

1. Cala il PIL, meno giovani al lavoro, tessuto produttivo impoverito

  • Il pil pro capite a Roma è calato del 15% dal 2008 al 2016, con nove punti percentuali in meno di occupazione giovanile dal 2008 al 2016.
  • Si sono avute 58 crisi aziendali in un anno: 23mila lavoratori sono stati coinvolti 

2. Infrastrutture obsolete e collegamenti inefficienti, scarsa vocazione al green

3. Crollo del valore aggiunto, fuga delle grandi imprese, commercio low-cost

  • Valore aggiunto è calato del 5,3% dal 2008.
  • L’industria  ha perso il 9,7%,, l’agricoltura l’11,3%, e i servizi (commercio, turismo e comunicazioni) il 9,3%.
  • A Roma ci sono meno aziende strutturate (-13%) ma sono esplose le microimprese (+30% ambulanti, +150% affittacamere). 

4. Turismo mordi e fuggi, dispersione dell’offerta

  • Diminuisce la permanenza media dei turisti (-0,5% dal 2011 al 2015).
  • Roma è al 20esimo posto su 50 capitali per l’organizzazione di eventi

5. Degrado urbano e crisi del settore edile 

  • È crollato anche il valore aggiunto dell’industria delle costruzioni: -25% dal 2008 al 2016
  • Roma al 54esimo posto su 60 città europee del Digital City Index

Documento da scaricare: Piano industriale per Roma

Le cinque cure per Roma

 

Per ovviare a questi problemi, i principali individuati per Roma, il documento continua con una serie di interventi da portare a termine nei prossimi anni in uno sforzo congiunto di Sviluppo economico, Campidoglio e Regione Lazio. 

1. Rilanciare la competitività

I punti principali del rilancio del tessuto produttivo riguardano il supporto finanziario delle piccole e medie imprese con fondi regionali per l’accesso al credito (73 milioni) e il fondo di garanzia del Mise (600 milioni). Attenzione anche all’ecosistema dell’innovazione con una serie di progetti per la nascita e lo sviluppo di imprese innovative e potenziamento dei fondi di investimento in startup, dove la regione si è impegnata con 178 milioni e il comune con 10,5. Un’altra chiave è lo sviluppo del digitale per le imprese e l’ecommerce, chiavi che dovrebbero contribuire alla internazionalizzazione delle imprese romane. 

2. Sviluppo mobiltà e sostenibilità  

Nel piano per la mobilità romana, spicca il rinnovo del parco veicolare pubblico e investimenti per la riduzione delle emissioni di CO2. Il totale delle risorse mobilitate sono circa 490 milioni, di cui 227 arrivano dal Mise, 42 dal Comune e 20 dalla Regione. Anche in questo settore si punta sul digitale, per ottimizzare i servizi e la manutenzione produttiva. La Regione ha messo sul piatto 52,9 milioni per sviluppare un modello innovativo per la distribuzione urbana delle merci a basso impatto ambientale. Mentre altri 115 milioni sono destinati ad effettuare un piano per la riqualificazione energetica degli edifici pubblici e edilizia popolare (62 milioni dal Comune, 40 dal Mise). 

3. Rafforzamento di filiere e distretti

Il terzo pilastro riguarda una serie di interventi strutturali, tra cui circa 440 milioni di euro destinati al consolidamento del distretto industriale dell’aerospazio, con la filiera di Pmi annessa, e gli investimenti in ricerca e sviluppo del settore.  La “più grande area metropolitana agricola d’Europa” vedrà destinati un centinaio di milioni, in larga parte dalla Regione, per creare uno spazio multifunzionale agrifood e per valorizzare l’agricoltura sociale, le startup e gli imprenditori agricoli. Altri fondi saranno destinati alla costituzione di “Shopping in Rome”, un distretto digitale del commercio, la riqualificazione dei mercati rionali, e la promozione del decoro urbano vietando, nelle aree pubbliche a valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico, l’esercizio di attività commerciali e l’uso di insegne non compatibili con il decoro delle aree. 80 milioni circa saranno destinati alla creazione di un Hub delle scienze della vita per sviluppare l’industria biomedica, mentre per quanto riguarda lo sport e le attività ricreative sul piatto ci sono circa 120 milioni per creazione di nuovi hub dello sport, sul modello del Foro Italico, e la riqualificazione degli altri impianti.  Fondi anche all’industria dello spettacolo, con finanziamenti per far ripartire o potenziare le manifestazioni della Capitale su cinema, musica e teatro. 

4. Turismo di qualità 

Roma dovrà puntare al turismo di qualità, sviluppando soluzioni innovative per differenziare e riqualificare l’offerta turistica. Molte delle risorse necessarie devono essere ancora quantificate, si legge nel documento, ma riguarderanno soprattutto la digitalizzazione del patrimonio artistico e la costituzione di un distretto tecnologico dedicato al patrimonio regionale e del comune. 

5. Riqualificazione urbana e periferie

Obiettivo principale di questo punto è la riqualificazione degli spazi urbani grazie ai fondi della Cassa depositi e prestiti. Le aree individuate per la riqualificazione sono l’ex fiera di Roma, Caserma Guido Reni, gli Uffici delle Dogane, l’area Forlanini, l’area del fiume Tevere e l’isola Tiberina. È previsto inoltre un sistema di video sorveglianza che integri le telecamere di sicurezza pubbliche e private per aumentare il controllo del territorio.  

 

Il negoziato fra Unione europea e Regno Unito si è arenato sulle tre priorità che Bruxelles ha fissato fin dalla scorsa primavera, dopo che il governo britannico ha fatto scattare l’articolo 50 del trattato Ue, quello che regola la separazione. I 27 paesi che rimangono vogliono infatti che prima di tutto siano stabilite le norme per garantire i diritti reciproci dei 3,5 milioni di europei che vivono nel Regno Unito e del milione di britannici sul continente, come gestire la situazione al confine irlandese e come Londra intende onorare gli impegni finanziari assunti fino a che ha fatto parte dell’Unione.


I punti in sospeso:

  1. I diritti dei cittadini Ue che vivono in Gran Bretagna e quelli dei britannici che vivono sul continente
  2. Il confine con l'Irlanda
  3. Gli impegni finanziari

Dell’argomento discuteranno i capi di Stato e di governo nella seconda parte del prossimo Consiglio europeo, in programma per il 19 e il 20 ottobre e dedicata alla Brexit: quando la premier Theresa May lascerà il palazzo Europa, gli altri 27 leader affronteranno la questione, assieme al capo negoziatore Ue Michel Barnier.

Ecco cosa si chiede nella bozza di conclusioni di questa parte del vertice, un testo di poco più di una pagina che sarà sul tavolo del vertice:

  • I diritti dei cittadini – “Riguardo ai diritti dei cittadini” il Consiglio “invita il negoziatore” Michel Barnier a “lavorare sulla convergenza raggiunta per fornire  certezza legale e le garanzie necessarie a tutti i cittadini coinvolti e alle loro famiglie che possano esercitare direttamente i diritti derivanti dalle leggi Ue e protetti dall’accordo di uscita” del Regno Unito.
  • Irlanda –  I leader riconoscono che “c’è stato qualche progresso sulla convergenza riguardo ai principi e agli obiettivi di protezione dell’accordo del Venerdì Santo e al mantenimento dell’Area comune di viaggio”, e invitano il negoziatore Ue “a perseguire ulteriori perfezionamenti di questi principi, tenendo conto della grande sfida rappresentata dall’uscita del Regno Unito, anche evitando un confine duro, e aspettandosi che il Regno Unito presenti e si impegni su soluzioni flessibili e ingegnose richieste dalla situazione unica dell’Irlanda”.
  • L’impegno finanziario – Anche se “il Regno Unito ha dichiarato che onorerà gli obblighi finanziari presi durante l’appartenenza” all’Unione europea, “questo non è stato finora trasformato in un impegno fermo e concreto da parte del Regno Unito di risolvere tutti questi obblighi”. 

Sulla base di questi progressi, i leader chiederanno di andare avanti e “alla sua prossima sessione di Dicembre, il Consiglio europeo rivaluterà l’evoluzione del negoziato “per stabilire se sono stati raggiunti sufficienti progressi in ciascuno dei tre temi menzionati. Se sarà così, adotterà linee guida aggiuntive sul quadro per la relazione futura e sui possibili accordi transitori, in linea dell’Unione e coerenti con le condizioni e i principi centrali delle linee guida del 29 aprile 2017. 

Il primo novembre scadrà il mandato di Governatore della Banca d'Italia di Ignazio Visco. Sul nome del prossimo numero uno di Bankitalia è già in atto una nutrita querelle politica. Scrive il Corriere della Sera: “Il Pd all’attacco del governatore Bankitalia. Ora la battaglia — non è una novità l’avversione di Matteo Renzi nei confronti del «numero uno» di via Nazionale il cui mandato scade a fine mese — si sposta in Aula alla Camera. L'Aula di Montecitorio ha approvato la mozione del Pd sulle iniziative di competenza del governo in merito alla nomina del Governatore della Banca d'Italia, come riformulato su richiesta del governo. I voti a favore del documento di indirizzo sono stati 213, 97 i contrari, 99 le astensioni. Ad astenersi sono stati i deputati di Fi e Mdp; contro si sono invece espressi quelli di Si, M5S e Fdi. Tutte respinte le altre mozioni, a partire da quella di M5S, che miravano direttamente a impegnare il governo a non confermare il governatore uscente Ignazio Visco alla guida di Bankitalia". Ma cosa fa un Governatore della Banca d'Italia? E che poteri ha?

Cosa fa il Governatore, chi può diventarlo

Il Governatore della Banca d'Italia presiede l'assemblea dei partecipanti e ha il compito di garantire il rispetto di leggi, regolamenti e statuto, far eseguire le deliberazioni del Consiglio superiore cui può avanzare ogni proposta che giudichi utile alla Banca e sovrintendere l'amministrazione centrale e gli stabilimenti periferici. Dispone, sentito il direttorio, le nomine, le promozioni, le assegnazioni, i trasferimenti e gli incarichi del personale di grado superiore. Deve essere cittadino italiano, non può appartenere ad altri istituti di credito né essere parlamentare né ricoprire altra carica politica. 

Prima era un incarico 'a vita', ora è stato ridimensionato

Fino al 2005 la carica di governatore era a vita, proprio per sottolinearne la totale autonomia nei confronti del Governo, poi il suo ruolo è stato ridimensionato. La riforma fu decisa dopo lo scandalo di "Bancopoli" che portoò alle dimissioni di Antonio Fazio. Ora l'incarico dura sei anni ed è rinnovabile una sola volta. La nomina è disposta con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, previa deliberazione del consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d'Italia. Lo stesso procedimento si applica anche per la revoca. 

Chi ha governato la Banca d'Italia finora

Sebbene la Banca d'Italia sia stata fondata nel 1893, la carica di governatore è stata istituita soltanto nel 1928. In precedenza le sue funzioni erano assegnate al direttore generale. Da allora sono i dieci i governatori a essersi succeduti alla guida di Palazzo Koch:

  • Bonaldo Stringher (1928-1930),
  • Vincenzo Azzollini (1931-1944),
  • Luigi Einaudi (1945-1948),
  • Donato Menichella (1948-1960),
  • Guido Carli (1960-1975),
  • Paolo Baffi (1975-1979),
  • Carlo Azeglio Ciampi (1979-1993),
  • Antonio Fazio (1993-2005),
  • Mario Draghi (2005-2011),
  • Ignazio Visco (2011-).

Falso ideologico in atto pubblico. Questo il reato contestato alla sindaca di Torino Chiara Appendino e al suo assessore al Bilancio Sergio Rolando, accusati di aver fatto sparire dal bilancio del 2016 un debito di 5 milioni di euro, che avrebbe costretto la giunta a dichiarare il dissesto finanziario. Il debito era stato contratto dalla giunta Fassino nei confronti della società di gestione del risparmio Ream, per garantire al Comune un diritto di prelazione per la realizzazione di un centro commerciale e centro congressi sull’area dell’ex fabbrica di freni Westinghouse.

La notizia dell’avviso di garanzia l’ha data la stessa sindaca Appendino, che in una nota su Facebook e Twitter ha scritto: “Vi comunico che mi è appena stato notificato un avviso di garanzia dalla Procura di Torino per la vicenda Ream. Sono assolutamente serena e pronta a collaborare con la magistratura, certa di aver sempre perseguito con il massimo rigore l'interesse della Città e dei torinesi. Desidero essere ascoltata il prima possibile al fine di chiarire tutti gli aspetti di una vicenda complessa relativa all’individuazione dell’esercizio di bilancio al quale imputare un debito che questa Amministrazione mai ha voluto nascondere”.

Le carte dell'inchiesta

L’indagine, condotta dalle Fiamme Gialle, è partita dall’esposto presentato dai capigruppo Alberto Morano (dell’omonima lista civica) e Stefano Lo Russo del Pd, che hanno denunciato la presunta irregolarità nel luglio di quest’anno. Successivamente in Procura era arrivato anche un esposto del collegio dei revisori dei conti di Palazzo Civico.

Come scrive Repubblica, “complice la difficoltà di far tornare i conti, nelle concitate settimane di preparazione dei documenti, Paolo Giordana, d’accordo con Appendino e con l’assessore al Bilancio, come risulta dalle carte in possesso della procura, ha chiesto ai dirigenti di alterare le cifre ufficiali, posticipando di un anno il debito da 5 milioni con Ream. Un’operazione illegittima secondo i due più agguerriti avversari di Appendino in Consiglio comunale: Stefano Lo Russo capogruppo del Pd, e Alberto Morano, del centrodestra, che hanno presentato un esposto in procura, seguito da quello dei revisori dei conti, ottenendo l’apertura dell’inchiesta coordinata dal pm, Marco Gianoglio”.

L’indagine ha portato la Guardia di Finanza ad acquisire le carte che testimonierebbero i rapporti tra la società immobiliare e la sindaca, gli assessori e i funzionari del comune di Torino. Come riportato dalla Stampa, “tra questi, l’ex direttrice del settore Finanze del Comune, Anna Tornoni, che avrebbe raccontato di pressioni da parte del capo di gabinetto, Paolo Giordana, perché non iscrivesse il debito di 5 milioni a bilancio. Tornoni, che nel frattempo è stata destinata ad altro incarico, aveva confermato agli inquirenti di aver avuto rapporti prevalentemente con Paolo Giordana nella predisposizione dei conti che poi si sarebbero riversati nel bilancio di assestamento. L’impianto accusatorio avrebbe trovato conferma anche in alcune mail. ‘Ti pregherei di rifare la nota evidenziando solo le poste per le quali possono essere usati i 19,6 milioni di Westinghouse – si legge in un messaggio di posta elettronica inviato da Giordana a Tornoni, il 22 novembre 2016 – Per quanto riguarda il debito con Ream lo escluderei al momento dal ragionamento, in quanto con quel soggetto sono aperti altri tavoli di confronto’”.

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La modifica fu segnalata?

Nel luglio di quest’anno, il Quotidiano Piemontese scriveva che “il presidente dell’organismo di controllo Herri Fenoglio e gli altri due componenti, Maria Maddalena De Finis e Nadia Rosso, si erano accorti subito della modifica e l’avevano segnalata in due mail, inoltrate tramite posta certificata il 4 e il 5 maggio” in cui si segnalava l’errore. In una lettera scritta a luglio e inviata a tutti i consiglieri, ribadivano la circostanza: "All’Organo di Revisione viene attribuita la seguente espressione: 'In merito all’approvazione del bilancio emendato, il collegio si esprimeva con parere favorevole, richiedendo di riconoscere e finanziare nel bilancio preventivo dell’esercizio 2018 la somma relativa al debito pari a euro 5000000 oltre interessi legali nei confronti di Ream Sgr Spa'. Il collegio ha invece ripetutamente ribadito di 'Riconoscere e finanziare nel bilancio preventivo dell’esercizio 2017 la somma relativa al debito pari a 5000000 di euro oltre interessi legali'".

Quindi i revisori smentiscono la versione fornita dall’assessore Rolando, che in una nota ha scritto: "Questa ricostruzione non corrisponde alla realtà. Sono accuse infamanti della mia professionalità. C'è un limite a tutto, adesso basta. Questi documenti sono già stati acquisiti dalla procura, denuncerò tutti coloro che affermano che io abbia corretto le carte. Il parere dei revisori è stato modificato a mano dal presidente del collegio, alla presenza di diversi testimoni, e poi siglato dagli altri due membri prima di andare in aula la sera del 3 maggio come risulta dagli atti".

Fenoglio: "Sono stato manipolato"

Ma Herri Fenoglio, presidente del collegio dei revisori dal 2016, sostiene di essere stato manipolato perché la sua firma finisse sul bilancio con la data del debito posticipata di un anno. In un’intervista resa a Repubblica, ha dichiarato: "Era la fine di una giornata campale con una tensione che si tagliava col coltello. Il consiglio era cominciato alle 10 del mattino e avevo già sulle spalle due ore di viaggio. Mi hanno chiamato all’improvviso, all’una di notte, dicendo che c’erano dei refusi da correggere. Ero stanchissimo, e ho pensato davvero di essermi sbagliato. Così ho corretto e ho siglato". Il portavoce della Appendino, contattato da Agi, non ha rilasciato commenti su questo punto.

Il negoziato fra Unione europea e Regno Unito si è arenato sulle tre priorità che Bruxelles ha fissato fin dalla scorsa primavera, dopo che il governo britannico ha fatto scattare l’articolo 50 del trattato Ue, quello che regola la separazione. I 27 paesi che rimangono vogliono infatti che prima di tutto siano stabilite le norme per garantire i diritti reciproci dei 3,5 milioni di europei che vivono nel Regno Unito e del milione di britannici sul continente, come gestire la situazione al confine irlandese e come Londra intende onorare gli impegni finanziari assunti fino a che ha fatto parte dell’Unione. Dell’argomento discuteranno i capi di Stato e di governo nella parte del prossimo Consiglio europeo, in programma per giovedì e venerdì, dedicata alla Brexit: quando la premier Theresa May lascerà il palazzo Europa, gli altri 27 leader affronteranno la questione, assieme al capo negoziatore Ue Michel Barnier.

Ecco l'ultima bozza anticipata da AGI
 

L’Agi può anticipare l’ultima bozza di conclusioni di questa parte del vertice, un testo di poco più di una pagina redatto dagli “sherpa” lunedì 16 ottobre, che sarà sul tavolo dei ministri per gli Affari europei questo pomeriggio a Lussemburgo e, una volta approvato, del vertice venerdì prossimo a Bruxelles.

Ecco i 3 punti principali

Il Consiglio fa appello  a “continuare il lavoro con l’obiettivo di consolidare la convergenza raggiunta e proseguire il negoziato per poter passare alla seconda fase al più presto". Ecco i tre temi principali da affrontare:

  1. “Riguardo ai diritti dei cittadini” il Consiglio “invita il negoziatore” Michel Barnier a “lavorare sulla convergenza raggiunta per fornire  certezza legale e le garanzie necessarie a tutti i cittadini coinvolti e alle loro famiglie che possano esercitare direttamente i diritti derivanti dalle leggi Ue e protetti dall’accordo di uscita” del Regno Unito.
  2. Sull’Irlanda, prosegue il testo provvisorio delle conclusioni, i leader riconoscono che “c’è stato qualche progresso sulla convergenza riguardo ai principi e agli obiettivi di protezione dell’accordo del venerdì santo e al mantenimento dell’Area comune di viaggio”, e invitano il negoziatore Ue “a perseguire ulteriori perfezionamenti di questi principi, tenendo conto della grande sfida rappresentata dall’uscita del Regno Unito, anche evitando un confine duro, e aspettandosi che il Regno Unito presenti e si impegni su soluzioni flessibili e ingegnose richieste dalla situazione unica dell’Irlanda”.
  3. Infine sull’impegno finanziario, anche se “il Regno Unito ha dichiarato che onorerà i suoi obblighi finanziari presi durante l’appartenenza” all’Unione europea, “questo non è stato finora trasformato in un impegno fermo e concreto da parte del Regno Unito di risolvere tutti questi obblighi”.

Sulla base di questi progressi, i leader chiederanno di andare avanti e “alla sua prossima sessione di dicembre, il Consiglio europeo rivaluterà” l’evoluzione del negoziato “per stabilire se sono stati raggiunti sufficienti progressi in ciascuno dei tre temi menzionati. Se sarà così, adotterà linee guida aggiuntive sul quadro per la relazione futura e sui possibili accordi transitori, in linea dell’Unione e coerenti con le condizioni e i principi centrali delle linee guida del 29 aprile 2017. In questo contesto, il Consiglio europeo invita il Consiglio a cominciare le discussioni preparatorie interne assieme al negoziatore Ue” Michel Barnier. 

C’è una nuova classifica e potrebbe aiutare l’Italia a vincere la corsa per la sede dell’Agenzia europea del farmaco e riguarda le tanto bistrattate università pubbliche italiane: nei primi dieci posti al mondo  figurano infatti ben tre facoltà di chimica farmaceutica Made in Italy. Si tratta degli istituti degli atenei di Firenze, al primo posto in assoluto, di Napoli Federico II al quarto e della Sapienza all’ottavo. Un’eccellenza scientifica che potrebbe fare da supporto alla domanda presentata dalla città di Milano per avere l’occasione di ospitare la sede dell’Ema, che lascerà presto Londra dopo il referendum sulla Brexit​. Nessuna altra nazione ha così tanti riconoscimenti in questa materia, almeno stando alla classifica stilata dall’istituto Cwur, realizzato in Arabia Saudita da pochi anni ma già quotatissimo insieme all’ormai consolidato Arwu di Shanghai e al britannico THE.

I criteri di selezione fissati sono noti: la continuità operativa, i collegamenti, le scuole, l'accesso al lavoro, la sanità per le famiglie, e la distribuzione geografica delle agenzie. I giochi politici sono partiti da tempo, i dossier saranno esaminati dai leader Ue il 19 ottobre. Il 20 novembre le votazioni finali da parte dei ministri agli Affari europei. Che prenderanno in considerazione anche più in generale l'ecosistema industriale e legato alla ricerca scientifica in questo campo, di ciascun Paese. È stato così per Londra e sarà così questa volta. Ecco perchè le eccellenze universitarie potrebbero giocare un ruolo non secondario nella valutazione finale. 

Ma la classifica generale non ci favorisce

Tornando alla classifica degli atenei, va detto che il giudizio generale non è altrettanto lusinghiero: la prima università italiana è la Sapienza ma solo all’84/mo posto, giudizio condiviso da Arwu che però la piazza addirittura dopo il 150/mo posto. Ma spulciando nella classifica, e non solo in quella saudita, si trovano delle sorprese. Innanzitutto la Sapienza depurando il ranking e limitandolo alla qualità scientifica sale al cinquantaduesimo posto e per quanto riguarda la qualità delle singole facoltà balza al 30’. La classifica, uscita lunedì, si basa su qualità dell’istruzione e delle facoltà, facilità di trovare lavoro degli alunni, numero delle pubblicazioni specializzate, citazioni, numero dei brevetti e delle scoperte scientifiche.

I primati che (forse) non conoscevate

Ma quel che più sorprende sono le eccellenze delle singole facoltà italiane, che spesso ben figurano tra i primi dieci posti nonostante scarsi fondi e sovraffollamento. E allora oltre alla chimica, nella fisica ci sono risultati stabilmente di ottimo livello e tra tutti gli atenei spicca ancora la Sapienza che si piazza settima in matematica applicata, sesta in fisica dei fluidi (materia base per l’astrofisica), quinta in fisica nucleare, quarta in fisica delle particelle, settima in spettroscopia e ottava al mondo in fisica matematica. Altre eccellenze che non tutti sospettano riguardano la facoltà di medicina legale della Statale di Milano, sesta al mondo, l’istituto di fisica nucleare di Bologna ottavo al mondo e il corso di educazione della Aldo Moro di Bari al quarto posto. Padova ha poi due menzioni speciali: si piazza al nono posto per la facoltà di mineralogia e al settimo per una scienza che sicuramente pochi conoscono: linnologia, che altro non è che lo studio idrobiologico dei laghi. Insomma, anche se sperimentare una permanenza all’estero resta sempre importante, per studiare al meglio alcune materie a volte non è poi così necessario espatriare.

Un percorso lungo 878 chilometri che permetterà al gas azero di arrivare sulle coste della Puglia, in un progetto che utilizza le migliori tecnologie esistenti, provenienti principalmente da aziende italiane, per trasformare “l’Italia in un hub del gas per l’Europa”.

Questo il futuro, così come lo vede Vitaliy Baylarbayov, vice presidente delegato della Socar, la società petrolifera di Stato dell’Azerbaijan, impegnata in prima linea – insieme a Bp, Snam, Fluxys, Enagas e Axpo – nella costruzione del gasdotto Tap, il Trans Adriatic Pipeline, che per il 2020 punta a essere completato.  

Vitaliy Baylarnayov è in Italia per partecipare il 18 ottobre al convegno "25 anni di cooperazione tra Azerbaigian e Italia: percorso verso un partenariato startegico", alle 14,30 a Palazzo Giustiniani. Un progetto, quello del gasdotto Tap, che avrà “un importante e positivo impatto sull'economia” italiana, assicura in un’intervista all’AGI Baylarbayov, oltre 30 anni di esperienza nel settore, citando i contratti già sottoscritti dalle aziende del Belpaese nell’ambito del Corridoio Meridionale del Gas per un valore di quasi 7 miliardi di dollari. 

“Abbiamo molto apprezzato il confronto con le autorità italiane e la popolazione della Puglia, questi input ci hanno aiutato”, ha evidenziato. Per venire incontro all’opposizione manifestata in questi anni da gruppi di protesta in Puglia, che temono per l’impatto ambientale su un tratto di costa di grande valore, la società ha apportato dei miglioramenti per “preservare ulteriormente l'ambiente sia a terra che a mare”.

Tra questi, sottolinea il vice presidente Socar,“ l’adozione di specifiche metodologie di costruzione per assicurare l'impermeabilizzazione completa della condotta nell’area del micro tunnel, la modifica della strada di  accesso temporanea all’area di cantiere e l’utilizzo di tecnologie trenchless per bypassare gli habitat protetti lungo il tratto a terra della condotta. Senza dimenticare che non vi saranno mai impatti sulla spiaggia di San Foca né durante il processo di costruzione, né durante l’operatività del gasdotto”.

Non solo, “saremo un partner importante di sviluppo per la Regione, contribuendo alla sua prosperità, alla creazione di maggior occupazione e a renderla un’area strategica per l'Italia e per l'Europa”, aggiunge, guardando alle iniziative in materia di decarbonizzazione e ai sostegni allo sviluppo locale attraverso “investimenti mirati per il turismo, la pesca e l'agricoltura”.

La realizzazione del gasdotto sta procedendo e “tutte le autorizzazioni ricevute dalle autorità italiane e la recente decisione della Corte Costituzionale italiana consentiranno al progetto Tap di muoversi rapidamente dall’attuale 57% della sua realizzazione e raggiungere il 100%, previsto per il 2020”, conferma, ricordando che “se la maggior parte degli investimenti in TAP viene da investitori stranieri, il progetto TAP in gran parte è italiano. E’ realizzato nel rigoroso rispetto delle le leggi italiane e viene costruito principalmente da aziende di questo paese, in linea con precisi standard e sotto la guida di ingegneri italiani”.

“Gli altri progetti che compongono il Corridoio Meridionale del Gas – l’estensione del gasdotto South Caucasus e il Tanap che attraverserà la Turchia – diventeranno operativi e inizieranno a trasportare gas dall'Azerbaigian già nel 2018”, sottolinea. “Nella prima fase, Tap consegnerà in Italia 8 miliardi di metri cubi di gas, pari al 12% circa dell’attuale consumo italiano. Dobbiamo quindi pianificare già la seconda fase che permetterà di raddoppiare le forniture all'Italia e ad altri paesi, creando un impatto positivo sulla dinamica dei prezzi e sulla sicurezza dell'approvvigionamento energetico. Questo trasformerà l'Italia in un hub del gas per l’Europa, come quelli già esistenti nei Paesi Bassi e in Austria. Così l'Italia continuerà a essere il leader in Europa nei trasporti a gas naturale, sia per i veicoli stradali che marittimi, e sarà un crocevia per le reti di trasporto e terminali di Gnl”.

Per Baylarbayov “in questo modo, l'Italia potrà essere un esempio anche per ridurre l’incidenza del petrolio sui consumi energetici, per esempio attraverso lo sviluppo del settore dei trasporti green. Ma questo richiederà maggiori forniture di gas naturale. Una volta che il TAP sarà operativo, sarà un obiettivo più facile da raggiungere”, evidenziando come “l’'Italia ha raggiunto risultati incredibili nel campo dell'energia e dell'ambiente ed è un vero leader in Europa”.

Un successo, però, “fondato su un consumo energetico basato principalmente sul gas naturale: affinché l'Italia possa proseguire in questo percorso virtuoso, è necessario abbassare i prezzi del gas e creare una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti. Ciò – sottolinea – diventa sempre più importante nel momento in cui l'Europa e in particolare i Paesi vicini all’Italia, Germania e Francia, stanno progressivamente abbandonando il nucleare, così come aveva già scelto di fare l’Italia. Inoltre, l'Europa si sta sforzando di diminuire rapidamente il consumo di carbone. L'arrivo di gas naturale dall'Azerbaigian, dunque, può ridurre i prezzi del gas e mitigare i rischi connessi a questa rivoluzione energetica tutta italiana basata sulla giusta combinazione tra gas naturale ed energie rinnovabili”. 

Molti di voi avranno sentito parlare almeno una volta del 'Pacific Trash Vortex', il colossale accumulo di materie plastiche, residuati chimici e simile lordura che galleggia nell'Oceano Pacifico settentrionale. I devastanti danni ambientali inferti al mare dai rifiuti gettativi dall'uomo possono essere, però, assai meno visibili. Organismi contaminati da sostanze chimiche cancerogene sono stati rilevati persino nella Fossa delle Marianne, il punto più profondo dell'oceano, a quasi 11 mila metri di profondità. A rivelarlo è una ricerca dell'Università di Aberdeen, iniziata nel 2014, i cui risultati sono stati diffusi lo scorso giugno. 

Il team di ricercatori guidato dal professor Alan Jamieson ha prelevato campioni di anfipodi, crostacei simili ai gamberi che vivono nelle profondità abissali, nella Fossa delle Marianne, 10.994 metri sotto il livello del mare nel Pacifico occidentale, e nella Fossa delle Kermadec, 10.047 metri sotto il livello del mare al largo della Nuova Zelanda. 

Perché gli abissi sono così vulnerabili

Fondamentali per la regolazione del clima e della temperatura globale, le fosse oceaniche sono particolarmente soggette all'inquinamento proveniente dai grandi scarichi industriali perché – spiega Nature – favoriscono l'accumulo di sostanze nocive, che, giunte a simili profondità, non possono essere smosse dalle correnti. Grandi concentrazioni di policlorobifenili, provenienti dagli stabilimenti asiatici che producono plastica, sono state rilevate nella Fossa delle Marianne. Si tratta di componenti, vietate da decenni nella maggior parte dei Paesi, la cui tossicità è paragonabile a quella della diossina e che – scrive Discover Magazinesono stati rilevati in quantità superiori a quelle registrate nei due fiumi cinesi più inquinati. La Fossa delle Kermadec è particolarmente ricca di polibromodifenileteri, sostanze utilizzate per la produzione di materie ignifughe la cui produzione è stata ristretta dalla convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.

A rischio l'equilibrio climatico?

Gli scienziati temono che l'inquinamento delle fosse oceaniche possa avere un impatto anche sul clima. Le grandi fosse abissali fungerebbero infatti da depositi e filtri naturali di anidride carbonica, grazie ai microbi che la riconvertono. Per studiare come le sostanze tossiche influiscano su questi organismi e le loro funzioni serviranno ancora, però, parecchie ricerche.

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