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L’uomo che rischiò la vita “passeggiando” nello spazio non c’è più. Alexei Leonov, lo storico cosmonauta russo celebrato anche dagli americani, aveva 85 anni. Nonostante non fosse stato il primo uomo ad andare sulla Luna, il cosmonauta russo si guadagnò il titolo di “primo astronauta” a muoversi lontano dalla Terra, nel “nero più profondo”, in quella corsa alla conquista dello spazio che impegnò Stati Uniti e Unione Sovietica per decenni.

Era il 18 marzo del 1965 quando Leonov uscì dalla capsula Voskhod 2 e, per dodici interminabili minuti, attaccato a una corda, “passeggiò” nello spazio. “Ero pienamente concentrato” raccontò due mesi dopo alla rivista americana Life “con il sangue freddo e, relativamente, non eccitato. Ma la vista fu straordinaria: le stelle non brillavano, era tutto fermo, tranne la terra”. Ciò che non aveva rivelato era che lui e il suo compagno di viaggio, Pavel Belyayev, erano stati fortunati a sopravvivere. La tuta di Leonov si gonfiò durante l’uscita, rendendo impossibile il rientro dentro la capsula, mentre il tempo scorreva. “Sapevo che non dovevo farmi prendere dal panico”, confessò nel libro scritto nel 2004 assieme all’astronauta americano David Scott, “Two Sides of the Moon”. Leonov sgonfiò la tuta, liberando ossigeno, ma rischiando così di restare senza aria. La manovra si rivelò vincente. “Quando entrai dentro la capsula” raccontò “ero sudato fradicio e il cuore mi batteva all’impazzata. Ma era solo l’inizio dei problemi”.

A bordo la pressione dell’ossigeno era salita a livelli di guardia, con il rischio che una scintilla avrebbe potuto far esplodere tutto. Il livello tornò alla normalità, e senza che i due astronauti abbiano mai capito come. La missione fu salva e con essa il primato sovietico nello spazio.

Il primo cosmonauta Usa a replicare la “passeggiata” fu Ed White ma soltanto tre mesi dopo. Troppi per non passare alla storia come il più grande smacco subito dalla potenza a stelle e strisce.

In realtà Leonov, nato nel ’34 in Siberia, maggiore dell’aviazione sovietica, grande amico del primo astronauta sovietico, Yuri Gagarin, non ha mai visto gli Usa come un nemico e lo stesso è stato per gli americani. Nel ’75, durante la missione congiunta Apollo-Soyuz, l’astronauta sovietico incontrò i colleghi statunitensi davanti alle telecamere di tutto il pianeta, mettendo il sigillo a quella che sarebbe poi diventata la prima collaborazione internazionale nello spazio tra i due Paesi impegnati nella Guerra Fredda.

La Nasa ha ricordato Leonov con un messaggio in cui ha espresso “dolore” per la perdita di un “uomo leggendario”. Il presidente russo Vladimir Putin lo ha definito “grande uomo” e ne ha celebrato il “coraggio”. “Una perdita enorme per noi tutti e per l’umanità” ha aggiunto la vedova di Leonov, Tamara Volynova “per me è stato un uomo unico”. 

“Investire in cultura e turismo significa puntare su uno dei fattori più forti, e unici, che abbiamo in Italia. Non dovevo convincere gli operatori del settore, ma gli altri decisori politici”. In un colloquio con Il Foglio, il ministro della Cultura Dario Franceschini sostiene che “l’investimento sulla cultura non solo è doveroso ma fa crescere il paese, aiuta l’export” in quanto “In tutto il mondo dici Italia e pensano a bellezza e storia”. E, paradossalmente, “ci vuole più turismo per modificare il turismo”.

Tanto che l’indice mondiale che misura i Best countries for cultural influence mette l’Italia al primo posto, sopra la Francia. “Per influenza, non per quantità di opere d’arte” chiosa il ministro del Collegio Romano. Ma all’obiezione che in Italia c’è chi, appena sente parole come valorizzazione e turismo, mette mano alla pistola, Franceschini risponde che si tratta di “un pregiudizio tardo ideologico che difficilmente mi spiego” in quanto “nell’articolo 9 della Costituzione tutela e valorizzazione ci sono già” quindi “non c’è contrapposizione” tanto più che “in un paese come l’Italia è logico che la sede più naturale per le competenze sul turismo sia il ministero che si occupa di beni culturali, di paesaggio” nella cui sigla MiBac è stata reintrodotta da Franceschini la “t” finale, MiBact, tolta dal predecessore Bonisoli. Il governo gialloverde aveva infatti accorpato il Turismo all’Agricoltura.

Tuttavia, Franceschini ammette che l’overtourism è un problema. “Non ci sono solo le grandi navi a Venezia, su cui confermo quanto già dichiarato, che entro la fine di questo mio mandato non entreranno più nel bacino di San Marco” ma secondo il titolare della Cultura italiana “il problema è più ampio e non si può affrontarlo da catastrofisti” perché “non si può impedire a chi viene in Europa una volta nella vita di vedere il Colosseo”. Però Franceschini per arginare le masse non vuole ricorrere ai ticket, ai quali si dice “contrario” mentre “al massimo si possono utilizzare dei contatori di accessi”.

Il vero problema, perciò, resta “far crescere un altro tipo di turismo, più di qualità, moltiplicando gli attrattori turistici, che sono le città d’arte meno frequentate, i luoghi e i borghi fuori dai percorsi più sfruttati”. Quindi “ci serve un turismo più lento, di qualità. E abbiamo la possibilità di un’offerta infinita rispetto ad altri paesi” dice il ministro, anche se “sotto Napoli il turismo non ci va. Nel sud il rapporto tra bellezza, importanza dei siti e numeri è sproporzionato”.

Ma ai Musei, alle grandi istituzioni culturali serve più o meno autonomia di quanta ce ne è adesso? All’interrogativo il ministro risponde “che è un bel tema di discussione ma complesso” e che tuttavia può solo anticipare che “i cda torneranno nei musei” ma “la loro rimarrà un’autonomia dentro al sistema museale dello stato”. Poi Franceschini decanta le sorti magnifiche e progressive dell’art bonus, che “ha ingranato molto bene, 386 milioni di euro in donazioni da quando esiste. E sono tutti soldi vincolati, con destinazione certa, non è che si buttano nel calderone” ma il bonus “le imprese dovrebbero utilizzarlo di più, avendo il 65 per cento di credito d’imposta” magari facendo crescere il crowdfunding.

Yakuza: Like a Dragon (conosciuto anche come, semplicemente, Yakuza 7) è senza dubbi uno dei titoli più attesi del prossimo anno. Al di là del sano piacere offerto da una saga ormai in forte ascesa, a rappresentare un grande punto di interesse è la svolta enorme data alla saga, che addirittura abbraccerà un sistema di combattimento in stile JRPG.

Come se già l’attesa non sia abbastanza soverchiante, Sega sta continuando a diffondere sempre ulteriori informazioni sul suo nuovo progetto, aumentando così l’interesse generale degli addetti ai lavori e, soprattutto, l’hype dei fan. In particolare, nelle ultime ore, sono arrivate diverse informazioni riguardante il sistema di progressione del personaggio, che promette di essere tanto originale quanto originale sarà sicuramente il nuovo stile di combattimento. Il protagonista di Yakuza 7 si potrà potenziare attraverso lo sviluppo di una serie di parametri, definiti complessivamente “Human Power”. Ognuna di esse, una volta potenziate e sviluppate, permettono di accedere a nuove conversazioni, nuove missioni e quant’altro, promettendo dunque una profondità ludica davvero imponente.

yakuza 7 progressione

Ecco nel dettaglio le varie statistiche:

  • Passione: incide sulla forza di volontà e sul romanticismo
  • Mentalità: incide sulla forza mentale e sulla concentrazione
  • Allegria: incide sulla socievolezza e sull’umore
  • Gentilezza: incide sull’accettazione e sull’empatia
  • Intelligenza: incide sull’istruzione e sulla memoria
  • Stile: incide sul fascino e sul carattere

Questi parametri saranno potenziabili al compimento di azioni ben precise o, più “semplicemente” affidandosi al completamento dei vari mini-giochi presenti, come da tradizione della serie, all’interno del gioco.

 

yakuza 7 progressione

Vi ricordiamo che Yakuza: Like a Dragon (Yakuza 7) sarà disponibile in Europa a partire dai primi mesi del 2020 in esclusiva PlayStation 4.

Cosa ne pensate di queste informazioni? Ditecelo nei commenti!

 

L’articolo Yakuza 7: nuovi dettagli sulla progressione proviene da GameSource.

Per la prima volta una paziente affetta da una malattia rara è stata curata grazie a un farmaco messo a punto su misura solo per lei per curare la sua malattia. A riuscire in questa impresa i ricercatori del Boston Children’s Hospital che hanno descritto i risultati delle loro attività di ricerca in un articolo pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine.

Il caso è quello di una bambina di sei anni affetta da una malattia rara – il morbo di Batten – che danneggia le cellule cerebrali e porta il paziente alla morte. I ricercatori, guidati dal neurologo Timothy Yu, hanno messo in atto nei riguardi della bambina un approccio completamente nuovo.

Hanno prima di tutto esaminato il suo DNA alla ricerca della singola mutazione genetica che è responsabile della malattia e poi, dopo averla individuata, hanno anche costruito il farmaco che ha permesso di correggere gli effetti indotti dalla specifica mutazione. Il farmaco è stato chiamato “Milasen” in onore della bambina per la quale è stato progettato Mila Makovec che ora ha otto anni e sembra stare decisamente meglio.

Dopo un anno di trattamento “non si sono verificati eventi avversi gravi e il trattamento è stato associato alla riduzione obiettiva delle convulsioni (determinata mediante elettroencefalografia e segnalazione dei genitori). Questo studio offre un possibile modello per il rapido sviluppo di trattamenti personalizzati per il paziente” si legge nell’articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica.

Gioire ma anche essere cauti e non generare false aspettative. E’ il monito che arriva da Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore dell’Osservatorio Malattie Rare, a proposito del caso di Mila, “per quanto in questo caso non si possa parlare di una cura risolutiva” – grazie al “lavoro congiunto della ‘The Mila’s Miracle Foundation’, voluta dai suoi genitori, e della ricerca, che non si è tirata indietro di fronte ad una sfida difficile”.

“Nelle malattie rare” commenta Ciancaleoni Bartoli “il ruolo delle associazioni e delle fondazioni che sostengono e danno impulso alla ricerca è cruciale, e andrebbe sempre agevolato. In questo specifico caso è stata seguita una strada nuova, di estrema personalizzazione: è indubbiamente un successo di cui gioire, ma è anche bene essere cauti”.

“Non bisogna generare nei pazienti l’aspettativa che per ciascuno di loro possa esserci una terapia ad hoc, magari costruita in un anno e non testata su animali. La speranza è importante, ma bisogna evitare di aprire la strada a false aspettative e a chi di queste potrebbe approfittare”, ha concluso Ciancaleoni Bartoli.

Il caso è considerato dai ricercatori come un possibile modello per il trattamento di altri soggetti con determinate mutazioni della malattia. Si stima che potrebbe essere valido per il 10 per cento di tutti i casi di malattie ereditarie del sistema nervoso centrale. Tuttavia, a causa dei rischi del trattamento, che includono i potenziali effetti collaterali del farmaco e la procedura che lo trasporta nel liquido spinale, i ricercatori del Boston Children’s Hospital, scrivono che l’approccio dovrebbe essere preso in considerazione solo per le malattie cerebrali o neurologiche potenzialmente letali senza disponibilità di trattamento.

Anche se i ricercatori hanno spiegato di non essere al lavoro su altri casi con diverse condizioni, un’associazione di pazienti ha annunciato pubblicamente che il team di Yu ha progettato un farmaco per un bambino con atassia-telangiectasia, un disturbo neurodegenerativo, e sperava di iniziare a curarla in autunno. 

In un editoriale che accompagna il documento del gruppo di Yu apparso sulla rivista, alcuni funzionari della Food and Drug Administration (FDA) hanno evidenziato che questi studi su un singolo paziente noti come “n di uno” perché c’è solo un paziente sollevano questioni scientifiche ed etiche. Ad esempio, i regolatori devono decidere quanti dati di laboratorio sono necessari per mostrare che il trattamento potrebbe funzionare e come misurare se sta effettivamente aiutando il paziente. La FDA, che ha incontrato la madre di Mila insieme al dottor Yu per discutere di questi problemi a maggio, prevede di continuare a parlare con ricercatori, gruppi di pazienti, aziende e altri soggetti nei prossimi mesi. Un portavoce della FDA ha affermato che l’agenzia spera di pubblicare bozze di linee guida per testare terapie personalizzate come gli oligonucleotidi entro il prossimo anno. 

Al netto della grande flessione degli ultimi anni, è innegabile quanto Need For Speed sia un brand amato e chiacchierato. Ogni qualvolta arriva un nuovo capitolo, i fan – soprattutto quelli di vecchia data – sperano con forza che sia quello della potenziale rinascita cosa che, purtroppo, non riesce proprio ad accadere.

need for speed heat

Per tal motivo, il prossimo episodio della serie, Need for Speed Heat, sviluppato da Electronic Arts, è stato accolto in maniera molto fredda dalla maggior parte della community ma anche dagli addetti ai lavori. Il gioco, comunque, promette qualche novità per il futuro, come ad esempio l’assenza della connessione internet obbligatoria per giocare (e dunque scongiurando il tanto odiato “alway online”) e altri piccoli segnali di una sorta di ritorno al passato, ma per poter giudicare quanto effettivamente gli sforzi saranno efficienti bisognerà attendere ancora un po’. Per fortuna, comunque, non tanto: Ben Walke, Global Community Engagement Manager dell’azienda, ha fatto sapere sulla sua pagina Twitter che lo sviluppo del gioco è ufficialmente terminato. Need For Speed, dunque, è entrato nella tanto amata fase Gold e sarà pronto per il debutto, fissato ormai a breve.

Vi ricordiamo, infatti, che il gioco debutterà ufficialmente il prossimo 8 novembre, su PlayStation 4, Xbox One e PC.

Siete contenti del fatto che Need For Speed Heat sia entrato in fase Gold? Cosa vi aspettate da questo nuovo capitolo? Parliamone insieme!

L’articolo Need For Speed Heat è… Gold! proviene da GameSource.

“Il tema del sostegno è prioritario per questo ministero e per il governo”. Lo sostiene in un’intervista al Messaggero la sottosegretaria all’Istruzione, Lucia Azzolina (M5s), che assicura: “Voglio lavorare per aumentare il numero degli insegnanti di ruolo sul sostegno, trasformando parte di quelle cattedre che oggi sono ‘instabili’, ovvero destinate alle supplenze, il cosiddetto organico di fatto, in cattedre di diritto, stabili”.

E ancora: “I docenti di sostengo specializzati e specializzandi potranno partecipare al concorso straordinario e a quello ordinario. Poi, nei tempi più rapidi possibili, faremo partire anche il V ciclo TFA sostegno e renderemo la specializzazione sul sostegno strutturata nel tempo”. Il giorno dopo il via libera del Consiglio dei ministri al decreto Scuola, Azzolina spiega che adesso si riparte “dai concorsi, ordinario e straordinario, da bandire contemporaneamente per rispondere alle diverse categorie di docenti e anche ai tanti giovani – sottolinea – che vogliono approcciarsi all’insegnamento”.

“La ‘supplentite’ – evidenzia – si cura con i concorsi, con il decreto chiudiamo una fase di incertezze e di carenze, dopodiché i concorsi ordinari dovranno tornare ad essere la prassi. Con il decreto diamo una risposta anche a chi li ha superati in questi ultimi anni ed è in graduatorie tuttora valide”. Inoltre, continua, i concorsi “permetteranno le abilitazioni” e “potranno partecipare al concorso ordinario e alle procedure di abilitazione che saranno inserite nel disegno di legge collegato alle legge di bilancio” anche i precari con meno di 36 mesi di insegnamento.

Tra gli obiettivi della sottosegretaria, anche quello di mettere un freno alle cosiddette classi pollaio: “La soluzione è già in un disegno di legge a mia prima firma su cui il Parlamento sta lavorando. E nel Nadef si è fatto esplicito riferimento alle risorse da stanziare. Questa proposta di legge – conclude – rappresenta una delle priorità per me e per tutto il Movimento 5 Stelle. Io ho intenzione di impegnarmi già dalla prossima sessione di bilancio per fare in modo che quel disegno di legge vada fino in fondo”.

Sono 227 i miliziani curdi della Ypg che sono stati “neutralizzati” nel terzo giorno dell’operazione militare turca “Fonte di pace” nel nord-est della Siria. Lo ha riferito il ministero della Difesa turco specificando che l’offensiva è andata avanti via aerea e terrestre per tutta la notte, e gli obiettivi “sono stati colpiti con successo”. C’è anche una prima vittima tra i soldati turchi. Lo ha riferito in un comunicato il ministero della Difesa di Ankara. “Il nostro fratello d’armi è caduto da martire il 10 ottobre in uno scontro contro i terroristi delle Ypg nella zona dell’operazione ‘Fonte di Pace'”.

Mercoledì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato l’inizio di un intervento militare nel nord-est della Siria, per costituire una ‘safe zone’ a est del fiume Eufrate ed eliminare le postazioni dei miliziani curdi Ypg.

“Riconoscerò che la Turchia è l’alleato contro il quale è stato compiuto il numero più alto di attacchi terroristici, che ha alcune legittime preoccupazioni di sicurezza. Ma allo stesso tempo darò risalto all’importanza del contenersi e di evitare perdite civili”. Questo il messaggio che Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, porterà al presidente Erdogan che incontrerà oggi. Come riferisce lui stesso in un’intervista al Corriere della Sera, “quanto succede in Siria dimostra ancora una volta la necessità di una soluzione politica”.

Per poi sottolineare l’importanza che le tensioni aumentate “non facciano tornare liberi i foreign fighter, combattenti stranieri adesso prigionieri”. Nell’incontro odierno con Erdogan, “una visita programmata”, ha sottolineato Stoltenberg, si parlerà di “un ampio ventaglio di temi e anche di Siria settentrionale. È rilevante che la Turchia assicuri azioni proporzionare e misurate”. “L’escalation – ha aggiunto il leader dell’Alleanza atlantica – dimostra l’esigenza che la comunità internazionale favorisca il creare condizioni per soluzioni politiche”.

 

Luigi Di Maio, in un’intervista a ‘Repubblica’ torna sulla ‘rottura’ con Salvini: “Ho fatto un’operazione verità. Il 2019 è stato l’anno più pazzo del mondo: due governi di diversa natura, una crisi in pieno agosto. Ci sono due persone a sapere come sono andate le cose e una sono io. Non c’e’ stato nessun complotto, il governo se lo sono buttati giù da soli”. Poi sulla legge elettorale: “Dobbiamo trovare un accordo in maggioranza. Il modello ideale non esiste ed è inutile che in questa fase ognuno avanzi il suo”. E sul vincolo di mandato: “Non voglio forzare la mano. Certo il tema di chi si fa eleggere con un partito e poi tradisce il voto degli elettori cambiando casacca come nulla fosse esiste. Propongo al Pd di sederci a un tavolo e discuterne”.

Il motto, per Di Maio, deve essere “parlare meno e fare di più”. “Lo dico prima di tutto a me stesso e al Movimento perché ci sono passato. Lunedì in Cdm avvieremo la legge di bilancio. Una tentazione potrebbe essere quella di rincorrersi a lanciare cose sui giornali, ma è un metodo che non porta bene”. Infine, per quanto riguarda la situazione nel movimento, secondo il leader M5s, “ognuno è libero di esprimere le proprie idee. Nel Movimento funziona così da sempre”.

Certo, “un fatto è esprimere la propria opinione, un altro mettersi contro decisioni già prese insieme agli iscritti con metodi che non ci appartengono”. Quindi nessun rischio di scissione: “L’unica che ho visto è stata nel Pd”.

Cina e Stati Uniti riprendono i colloqui sulla disputa tariffaria con l’aspettativa di trovare un accordo parziale che possa sospendere l’imposizione di nuove tariffe Usa sui prodotti made in China. L’ultimo segnale di apparente distensione nella guerra dei dazi è arrivato dal presidente Usa, Donald Trump, che su Twitter ha confermato l’incontro di domani alla Casa Bianca con il vice primo ministro cinese, Liu He, a capo della folta delegazione partita da Pechino per i negoziati con il rappresentante Usa per il Commercio, Robert Lighthizer, e con il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin.

Big day of negotiations with China. They want to make a deal, but do I? I meet with the Vice Premier tomorrow at The White House.

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
October 10, 2019

Nonostante gli spiragli di tregua emersi nelle ultime ore, Trump non sembra, però, avere sciolto completamente le riserve. “Vogliono fare un accordo, ma io?”, scrive nel tweet. La Cina, sostengono fonti a conoscenza delle trattative citate da Bloomberg e Financial Times, sarebbe pronta ad aumentare l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi e a fare concessioni sul piano delle barriere non tariffarie. Nel mini-accordo che si profila tra Cina e Stati Uniti potrebbe rientrare anche un’intesa sul piano valutario.

E ad addolcire il clima dei colloqui ci sarebbe anche l’approvazione di Trump a concedere ad alcuni gruppi della tecnologia Usa le licenze per vendere componenti considerati non sensibili a Huawei, secondo fonti citate dal New York Times.

Un accordo parziale tra Cina e Stati Uniti rinvierebbe a un secondo momento le questioni dirimenti per gli Usa – in particolare quelle relative ai temi della proprietà intellettuale e dei trasferimenti di tecnologia – e potrebbe significare una tregua nella guerra dei dazi, evitando di colpire praticamente tutto l’export cinese verso gli Stati Uniti dalla metà di dicembre prossimo. La disputa tariffaria si intreccia, però, con questioni politiche: i giorni che hanno preceduto la ripresa dei negoziati sono stati segnati dalle polemiche sulla libertà di espressione che hanno visto al centro la lega professionistica di basket Usa, l’Nba, e dalle polemiche sulla situazione dei diritti umani nella regione autonoma cinese dello Xinjiang.

Prima, il Dipartimento del Commercio Usa ha inserito nella black list i grandi nomi cinesi dell’intelligenza artificiale, accusandoli di coinvolgimento nella repressione in atto contro gli uiguri e le altre minoranze musulmane nella regione; poi, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha annunciato restrizioni alle concessioni dei visti per gli Stati Uniti ai funzionari ritenuti implicati nelle “detenzioni e abusi” dei musulmani nello Xinjiang.

Pechino ha manifestato la propria opposizione e oggi il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha definito una “diffamazione” le ultime dichiarazioni di Pompeo, che in un’intervista ha parlato di “enorme violazione dei diritti umani” nello Xinjiang.

Dubbi sulla possibilità di un accordo sono arrivati anche dal segretario al Commercio di Washington, Wilbur Ross: in un discorso pronunciato a Sydney ha detto che le pratiche commerciali della Cina “stanno peggiorando” e l’imposizione di tariffe è servita per “costringere la Cina a prestare attenzione” alle preoccupazioni degli Stati Uniti.

Petr Cech è uno di quei calciatori che piace di più a tutti, da sempre. Bravo, bravissimo, uno dei più bravi di sempre, con quel caschetto da aviatore anni ’30, nell’immaginario dello sport più puro e fantasioso, è il Barone Rosso dei portieri, coraggioso, diverso. Uno che ha difeso la porta con un paracolpi dopo lo scontro con il ginocchio di Stephen Hunt, avvenuto il 14 ottobre 2007, quando ha rischiato la morte per la frattura depressa dell’osso temporale sinistro. 

Il 37enne di Pilsen è talmente diverso che ora passa dall’erba al ghiaccio, dal pallone di calcio al dischetto dell’hockey, scendendo dal duo Chelsea/Arsenal della Premier League inglese al Guildford Phoenix. Di più, da star titolare, da monumento del calcio ceco con 124 presenze in nazionale, da campione di 5 scudetti del campionato di calcio più ricco, di 5 FA Cup, 3 coppe dei campioni, 3 Champions League, passa al ruolo di terzo portiere in una squadra di quarto livello, nella scala di valori dell’hockey britannico.

Romantica come idea, e particolare, anche se semplice come spiegazione: “Dopo 20 anni di calcio pro sarà un’esperienza formidabile per me giocare lo sport che più ho amato da bambino”. Fra l’altro, sarà un’attività part-time, in parallelo con quella di consulente di tecnica e prestazioni del Chelsea.

“Non cambio lavoro ma, prima, da calciatore professionista, non potevo giocare a hockey per ovvie ragioni, mentre ora posso riprendere il filo che ho interrotto da giovanissimo. E spero di poter aiutare la mia giovane squadra a raggiungere gli obiettivi stagionali e di vincere più partite possibile, quando avrò la possibilità di giocare io stesso”. Di sicuro, sarà la grande attrazione già domenica nel match contro i Swindon Wildcats II.

LA VACANZA DI AIR

La scelta di Cech è diversa e insieme vicina a quella di molte altre star di prima grandezza del loro sport. Fra cui spicca quella fenomenale di Michael Jordan, il mitico Air che, dopo tre anelli NBA coi Chicago Bulls, nel 1993, si allontanò dal basket per darsi al baseball, nella Minor League, con scarsi risultati, per poi rientrare, nel 1995 ai canestri e vincere altri tre titoli. MJ non è riuscito ad esprimersi allo stesso livello in due sport, anche perché lo sport è diventato negli anni sempre più competitivo e specialistico. Mentre un tempo i casi di doppi eroi sono stati clamorosi.

FENOMENI POLIVALENTI

Tutti ricordano Johnny Weissmuller, 5 ori nel nuoto e 1 bronzo nella pallanuoto, prima di diventare famoso come interprete cinematografico di Tarzan. Una figura indimenticabile, che però non fa testo, visto la vicinanza fra i due sport che il formidabile atleta statunitense praticò a livello più alto dal 1924 al 1928. Prima di lui, il tedesco Carl Schumann conquistò 3 ori nella ginnastica e uno nella lotta ai Giochi di Atlanta 1896. In quella stessa edizione olimpica, un altro tedesco, Fritz Hofmann, salì sul primo gradino nel podio, due volte come ginnasta e una come nuotatore, per l’argento nei 100 stile. 

Fra i pionieri, è significativo l’esempio di Jim Thorpe che si aggiudicò l’oro olimpico nel decathlon e nel pentathlon, e quindi nell’atletica leggera, ma poi giocò anche ad alto livello nel calcio e nel baseball. Ma parliamo degli anni 1916-23. Saltando gli atleti che praticavano discipline vicine fra loro, il primo fenomeno veramente polivalente ai massimi livelli fu lo svedese Daniel Norling, oro a squadre nella ginnastica all’Olimpiade 1908 e nel 2012, capace poi di primeggiare anche nell’equitazione (salto a squadre) nel 1920. L’accoppiata magica è stata raggiunta anche dallo statunitense Eddy Eagen, primo oro nelle due versioni dei Giochi olimpici: trionfò nel 1920 nella boxe e nel 1932 nel bob a squadre.

SPORT MODERNO

Forse il primo fenomeno autentico di due sport diversi è stato, negli anni 60, la freccia Bob Hayes, primatista mondiale dei 100 yard e dei 100 metri, con due ori olimpici a Tokyo ’64 (100 e staffetta veloce), che è stato poi 4 volte All-Pro di football e campione del Superbowl coi Dallas Cowboys: unico della storia a riuscire nell’impresa. Negli anni ’80, Bo Jackson è stato il primo atleta ad essere nominato All-Star in due dei maggiori sport americani, football e baseball.

Deion Sanders ha giocato sia nei San Francisco 49ers (football) che negli Atlanta Braves (baseball), e ha disputato sia il Super Bowl che le World Series, vincendo col football e perdendo col baseball. La tedesca Christa Rothenburger è stata la prima medaglia olimpica sia ai Giochi estivi che a quelli invernali: vinse 2 ori ai Giochi invernali del 1984, nel pattinaggio velocità e, quattro anni dopo, a quelli estivi del 1988 conquistò l’argento nel ciclismo.

La statunitense Lauryn Williams fece la doppietta nella staffetta dei Giochi estivi ed invernali, oro della 4×100 di atletica leggera nel 2012, argento nel bob 2014. All’ultima Olimpiade invernale, a Pyeongchang 2018, ha fatto scalpore l’impresa della ceca Ester Ledecka, oro nel superG di sci alpino e nel gigante parallelo di snowboard, prima donna nella storia che sale sul primo gradino del podio in due diverse discipline nella stessa edizione dei Giochi.