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La sconfitta in Champions League affossa il titolo Juventus a Piazza Affari. Nelle prime battute di contrattazione le azioni della società bianconera stanno facendo segnare un calo del 24,68%, tagliando, di fatto, un quarto della capitalizzazione borsistica del gruppo, che comunque nell’ultimo anno aveva fatto segnare un +172% sui mercati di Borsa Italiana. 

Gli olandesi dell’Ajax hanno arginato i bianconeri nel primo tempo (finito 1-1 con col di Cristiano Ronaldo e van de Beek, al 28′ e 34′), e hanno imposto ritmo e gioco nel secondo. All’Allianz di Torino è finita 2-1 per i lanceri di Amsterdam, squadra brillante e solida, vera rivelazione di questa edizione della Champions.

La Juve ha subìto la pressione e la velocità degli avversari e non è stata capace, dopo il secondo gol avversario (di de Ligt al 67′), di reagire con la necessaria forza. Senza Manzukic dal primo minuto e costretta a rinunciare anche a Dybala a inizio secondo tempo per un infortunitio (dentro Ken), nella seconda parte della gara non è mai stata veramente incisiva.

Merito degli olandesi, sempre in partita, capaci di non disunirsi dopo l’1-0 firmato da CR7, nel momento in cui è sembrato a tutti che la Juve fosse in serata magica, una di quelle serate dove lo Stadium diventa inespugnabile per chiunque. La manovra bianconera è sembrata ben conosciuta e prevista dai ragazzi terribili (età media 24 anni) di Ten Hag, che dopo il Real Madrid fanno fuori un’altra delle favorite di questa edizione della Champions League e approdano in semifinale (incontrerà Tottenham o Manchester City).

“L’Ajax ha ampiamente meritato di passare il turno, ha dimostrato di poter far male alle grandi del calcio europeo come Bayern Monaco, Real Madrid e Juventus”ha detto Andrea Agnelli, presidente della Juventus, al termine della sfida. “La delusione da tifoso c’è, ma vanno fatte anche delle valutazioni complessive, perché la Juventus da diversi anni è stabilmente tra le migliori otto d’Europa. Questo è motivo di orgoglio per noi e dobbiamo portare avanti questo percorso. Questo è il mio mestiere, essere presente in determinati momenti e dire ciò che è giusto. All’Ajax vanno fatti solamente tanti complimenti, se lo sono meritato. Hanno giovani spavaldi e forti, sarà curioso vedere se rimarranno in questa squadra per continuare a far crescere la tradizione importante di questo club. Avevamo i favori del pronostico e maggior personalità in campo, ma il calcio è anche questo”, ha concluso Agnelli. 

In punto è che il decreto “sblocca cantieri” è bloccato. Da 28 giorni, insieme a quello sulla “crescita”. Scomparsi dai radar. Non ancora approdati al Quirinale. Mentre Lega e M5s se li rimpallano perché “continuano a non essere d’accordo su single norme”.

Ma, nel frattempo “articoli estranei sarebbero entrati nel testo approvato ‘salvo intese’ quasi un mese fa, snaturandone l’impianto originario, il che significa che a rigor di logica, ma anche di legge, il provvedimento andrebbe approvato di nuovo in Consiglio dei ministri prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale” sintetizza il Corriere della Sera.

E questo ha allarmato non poco il capo dello Stato che ha convocato al Colle il presidente del Consiglio per chiedergliene conto. Tra Mattarella e Conte c’è stato perciò un discorso “sul metodo, una tirata d’orecchie da parte del Colle, una discussione franca su modo di governare che sta snaturando la natura del decreto legge, già peraltro abusata da tutti i governi”.

“Anche perché – approfondisce la Repubblica nella sua edizione cartacea – i due provvedimenti furono licenziati con i requisiti della “necessità e urgenza”, salvo poi impantanarsi per le divisioni di Lega e M5S. Ora, la formula “salvo intese” lasciava spazio a successive modifiche, ma nessuno poteva immaginare un simile travaglio nel governo. Le incomprensioni sono tali, specie sul codice degli appalti, dall’aver prodotto soltanto una girandola di bozze”. Si tratterebbe infatti di “due leggi  – seguita i quotidiano –immaginate dai populisti come altrettanti biglietti da visita da esibire in campagna elettorale, finite prigioniere dei rispettivi veti” anche se poi “la Ragioneria ha segnalato diverse rilievi sulle coperture delle norme perle zone colpite dai terremoti nelle province di Catania e l’Aquila”.

“Venerdì scorso il Mef era pronto a inviare il testo (al Colle, ndr) ma il ministero dello Sviluppo si è inserito per aggiungere altri correttivi” rileva Il Messaggero. “L’abitudine di posticipare i decreti, fingendo che sia tutto okay – ricostruisce invece La Stampa – è vecchia di decenni. Con una differenza, però: una volta faceva scandalo che il governo impiegasse 4-5 giorni per stringere le ultime viti; dai tempi di Renzi è diventato normale impiegarci una vita. Esempio clamoroso: il decreto del 2014 che doveva soccorrere le popolazioni dell’Emilia Romagna, colpite due anni prima dal terremoto, arrivò sul tavolo di Napolitano la bellezza di 24 giorni dopo. Il governo Conte ha appena stabilito il nuovo record assoluto”. 28 giorni, appunto. Dunque il risultato è che Mattarella ha messo Conte “davanti a un aut-aut: i testi dei decreti ‘crescita’ e ‘sblocca-cantieri’ dovranno arrivargli senza più indugio. Se non sarà possibile, il Consiglio dei ministri dovrà riprenderli domani in esame, discuterli daccapo e metterci nuovamente il timbro”.

La vicenda offre l’occasione a Sergio Rizzo, vicedirettore de la Repubblica, di osservare che “non si ricorda un decreto d’urgenza rimasto per tutto quel tempo nei cassetti, con bozze che andavano e venivano piene zeppe di obbrobri come il massimo ribasso, il subappalto al 50% e il silenzio-assenso delle soprintendenze. E poi in quali cassetti?”. “Dove si trovino, dunque, sembra un mistero: di sicuro non alla Gazzetta Ufficiale, forse alla Ragioneria o magari, chissà, alla presidenza del Consiglio. Mistero che evidentemente non lascia indifferente il Quirinale”. “Soltanto per scriverla, una legge -osserva Rizzo – ci vogliono due mesi, si vede che non è così impellente da giustificare un decreto. Sempre che per la scomparsa non ci siano altre ragioni. Ma a quel punto non resterebbe che appellarsi a Chi l’ha visto”.

Articolo aggiornato il 16/04/2019

Nei giorni in cui si torna a parlare di tubercolosi, il museo dei sanatori, a Sondalo apre una finestra su una malattia che nel secolo scorso era endemica e costringeva migliaia di pazienti a lunghe degenze in luoghi come questo, ancora attivo come ospedale, con i suoi lunghi padiglioni costruiti sui pendii dell’alta Valtellina ed esposti a sud.

Il museo, aperto nei mesi estivi e su appuntamento, racconta la storia di un luogo speciale, dove per decenni tante persone sono guarite dalla tubercolosi grazie all’aria alpina.  

Il complesso di Sondalo, il “Villaggio Sanatoriale Morelli” è ancora adesso impressionante per dimensioni e architettura: una decina di grandi palazzi costruiti sui ripidi pendii boscosi a mille metri di altitudine nello stile razionalista in voga negli anni ‘30, con terrazze lunghissime programmate per far stendere al sole il maggior numero di malati. Ci sono poi diversi edifici di servizio, collegati con tunnel e teleferiche, e separati da giardini che un tempo erano perfettamente curati, e oggi sono in abbandono.

Negli anni del dopoguerra ospitava centinaia di pazienti nei suoi padiglioni, anche se la storia più interessante raccontata dal museo non riguarda la sua funzione terapeutica, quanto quella di nascondiglio di opere d’arte durante la seconda guerra mondiale, prima ancora che cominciasse a funzionare da sanatorio.

“Sarebbe una bella trama di film” racconta all’Agi la fondatrice e direttrice del museo, la professoressa e “geofilosofa” Luisa Bonesio. “C’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, fu organizzato il trasferimento segreto di alcune importanti opere d’arte di pittori come il Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo”.

E se la Valtellina è stata per alcuni decenni una terra di emigrazione, soprattutto verso l’Australia, il solo comune che in quel periodo di povertà ha attratto nuovi abitanti, raddoppiandone il numero in meno di 20 anni è appunto Sondalo. Per la sua posizione, era stato individuato nel Ventennio come il luogo ideale per la cura della Tbc. L’opera venne pianificata e nel giro di qualche anno fu completato, nel 1939, il “villaggio sanatoriale Morelli”.

L’inaugurazione della struttura fu però ritardata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Prima ancora di aprire ai malati, non servì solo da nascondiglio per le opere d’arte ma anche da presidio ospedaliero per i tedeschi in ritirata.

Solo dopo la fine della guerra, una volta restituiti sani e salvi i quadri così scampati alle razzie naziste e alle bombe alleate, il villaggio Morelli ha finalmente cominciato a svolgere la funzione per la quale era nato, accogliendo negli anni migliaia di malati di tubercolosi, oltre a centinaia fra medici, infermiere, cuochi, operai e impiegati, che in moltissimi casi si sono trasferiti definitivamente in Valtellina provenendo da tutta Italia.

Una volta debellata la tubercolosi, grazie alla scoperta di un antibiotico mirato e al miglioramento generale delle condizioni di vita degli italiani, il Villaggio ha perso di importanza a partire dagli anni ’70 e ora solo pochi padiglioni sono ancora utilizzati come ospedale (con un buon reparto di pneumologia, unico lascito della precedente tradizione). 

Luisa Bonesio, originaria di Sondalo ma vissuta altrove per decenni e a lungo docente all’Università di Pavia, ha avuto l’idea di aprire, nell’edificio rotondo che un tempo serviva da locale “accettazione”, il Museo dei Sanatori. Vi sono esposti oggetti e documenti sul Villaggio Morelli, e rende molto bene l’intreccio fra storia dell’architettura, storia della medicina

Com’è nata l’idea del museo?

Tutto è cominciato dieci anni fa, dalla mia ossessione di valorizzare questi complessi sanatoriali incompresi: ho trovato una buona collaborazione con il Comune, e ho cominciato a fare conferenze nella provincia. Già in quell’anno abbiamo avviato un programma di visite guidate da esperti. Penso che per capirlo ci vogliano gli strumenti che i vari architetti, storici dell’arte, botanici, studiosi di paesaggio possono fornire facendo percorrere percorsi diversi all’interno del Villaggio Morelli.

Il successo di queste visite ha portato poi all’idea del museo, con il restauro dell’edificio che era la portineria centrale e accettazione. Il museo è stato inaugurato nel 2015 ma l’anno scorso abbiamo aperto la seconda parte.

Come è cambiato il comune di Sondalo con la costruzione del Sanatorio?

Non solo gli abitanti sono circa raddoppiati in 40 anni (da circa 3 mila nel 1931 a quasi 6 mila nel 1971, e ora sono 4 mila, ndr), ma il paese è cambiato dal punto di vista dell’insediamento: era una manciata di case e man mano si è ingrandito.

Il cambiamento ha riguardato soprattutto la composizione sociale e culturale, perché sono arrivate persone da varie parti d’Italia sia come ricoverandi, che venivano prevalentemente dal sud ma anche dalle aree industriali naturalmente sia come immigrazione di forza lavoro: tutti gli operai che hanno costruito il villaggio, i medici, gli infermieri ma anche la manodopera come cuochi, barellieri, impiegati. 

Questo centro medico altamente qualificato era a livelli europei e sicuramente è stato un’attrazione per  una immigrazione che ha cambiato anche la faccia del paese.  Abbiamo trovato di recente il piano regolatore che fu steso nel 1958 dall’ingegnere Luigi Ferrari, il primo direttore tecnico del villaggio, poi tornato a Milano ebbe l’incarico del piano regolatore di Sondalo. È molto interessante la relazione iniziale dove spiega il cambiamento in termini demografici ma soprattutto di esigenze della popolazione: c’è stata una modernizzazione molto repentina di un paese che era rimasto fermo in modo atavico e che invece è diventato non so quanto consapevolmente un centro di modernizzazione. 

Può raccontare che cos’è successo con i quadri di Brera durante la Guerra?

Sarebbe una bella trama di film. C’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, Luigi Ferrari, organizzarono il trasferimento di alcuni importante opere d’arte, del Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo.

Il villaggio era stato appena terminato ma la guerra ne aveva impedito l’apertura. C’era solo una guarnigione medica dell’esercito tedesco che si stava ritirando, poche persone, alcune infermiere, l’ingegner Ferrari e 4 operai per la manutenzione. 

Il mistero riguarda il trasporto: un divieto assoluto di transito sulle strade in particolare della Valtellina, tanto che lo stesso direttore Ferrari non poteva spostarsi in macchina e abbiamo trovato un permesso del maggiore tedesco per poter andare a Milano (a 200 km di distanza, ndr) in bicicletta! Dobbiamo immaginarci questo scenario lontano dal fronte di guerra e come dire immobilizzato nel tempo: i quadri e le altre opere giunsero di nascosto, trasportati dentro a filocarri che percorrevano la stessa strada per arrivare alle dighe di Cancano, sopra Bormio.

Dell’operazione erano a conoscenza solo l’ingegner Ferrari e tre operai che realizzarono un nascondiglio segreto in un’intercapedine del settimo padiglione. Noi non abbiamo delle tracce scritte dei tedeschi ma è evidente che in una Valtellina immobilizzata dove non circola niente arriva improvvisamente una sequenza di camion al villaggio, be’ credo sia passato inosservato al maggiore tedesco.

Quindi quello che si può dire, e in parte lo ha ricostruito Cecilia Ghibaudi, che questo abbia fatto finta di non vedere ma perché? Questa è la cosa interessante: perché questo maggiore era in realtà, nella vita normale, prima della guerra, un professore di storia dell’arte italiana che aveva vissuto molto in Italia studiando soprattutto l’arte toscana. Noi non sapremo mai se sapeva effettivamente ma sta di fatto che probabilmente qui c’è stata una collaborazione non dichiarata.

Dopo la guerra, scampato il pericolo che anche i partigiani, nei giorni finali, potessero danni al villaggio e alle opere nascoste (lo stesso Ferrari era un capo partigiano), con il loro inventario minuziosissimo vengono restituite indenni ai rispettivi musei. 

 

Dialogo con tutti per arrivare al cessate il fuoco e percorrere la strada della soluzione politica. Il premier Giuseppe Conte intensifica l’attività diplomatica per cercare una ‘exit strategy’ sulla Libia ed evitare allo stesso tempo che l’escalation in atto non provochi conseguenze anche sul fronte immigrazione. Già la scorsa settimana l’Aise, durante l’audizione del direttore Carta al Copasir, aveva messo in conto la difficoltà di fermare il generale Haftar. L’Italia si prepara ad ogni scenario, a confrontarsi con tutte le parti in causa, anche per proteggere le aziende italiane che lavorano in Libia.

“Il Presidente del Consiglio ha ribadito l’urgenza del ritiro delle forze del Lna e della cessazione delle operazioni militari di tutte le parti coinvolte, in modo da favorire la necessaria tregua umanitaria richiesta dall’Onu e assicurare il rispetto del diritto internazionale”, la linea di palazzo Chigi al termine dell’incontro tra Conte e il vicepremier qatarino Sceicco Mohammed Al Thani. C’è preoccupazione per “il riemergere della minaccia terroristica” e per “il rischio di una crisi umanitaria che avrebbe serie conseguenze per il Paese libico e per l’intera regione”.

Per questo motivo il premier ha auspicato “un pronto ritorno al tavolo negoziale” e sottolineato “l’importanza della coesione internazionale a sostegno della pace e della stabilità nel Paese, nell’interesse innanzitutto della stessa popolazione libica”. Ed ancora: “Chi pensava che un’opzione militare potesse favorire una soluzione in queste ore, viene smentito. L’uso delle armi non porta mai a soluzioni risolutive o sostenibili. L’unica opzione perseguibile è quella del dialogo politico”.

Conte in serata ha incontrato anche il vicepresidente del Consiglio del governo di riconciliazione nazionale libico, Ahmed Maitig. Quest’ultimo sarà ricevuto domani al Viminale dal ministro dell’Interno, Salvini. L’allarme resta alto. il presidente libico Fayez al Serraj ha dichiarato che 800 mila migranti sono pronti a partire verso l’Italia. “Il mio unico obiettivo è proteggere il nostro Paese, le nostre aziende e impedire che l’Italia ricada nell’emergenza migranti. Se permettete, abbiamo dato fin troppo! La domanda è molto semplice: di fronte a 800 mila potenziali migranti che possono arrivare sulle nostre coste, basta chiudere un porto? Evidentemente no”, dice il vicepremier M5s Di Maio.

“Ed è altrettanto evidente che occorre – aggiunge – fin da subito studiare un piano europeo per prevenire una nuova emergenza. Ed è anche evidente che questo piano va studiato con tutti gli Stati membri, compresi quei governi, come quello di Orban, che se ne fregano”. “Siamo pronti a fronteggiare qualsiasi emergenza, senza le centinaia di migliaia di sbarchi a cui gli italiani erano abituati negli anni passati”, afferma Salvini. Con il presidente del Consiglio che invita le forze politiche a “non dividersi”. 

ASUS ha da poco aggiornato la sua scheda madre top di gamma per CPU Intel LGA 2066 introducendo ROG Rampage VI Extreme Omega, una motherboard davvero imponente in tutto, anche nel prezzo. Asus ROG Rampage VI Extreme Omega si basa sempre sul chipset Intel X299 ed è compatibile con i processori KabyLake X e SkyLake X.

Asus in questa revisione della porta bandiere di casa ROG, ha introdotto diverse migliorie, come il supporto a 128 GB di RAM DDR4, si avete letto bene, connettività Ethernet 10 Gb, un modulo Wi-Fi migliorato e un dissipatore per i VRM più efficiente grazie all’aggiunta di due ventole.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Di seguito le caratteristiche principali:

CPU Socket Intel LGA 2066
Chipset Intel X299
Form factor EATX
Memory 8 x DDR4 (Max 128 GB)
Up to DDR4-4266+ (OC)
Multi-GPU 3-way SLI/3-way CFX
PCIe slots 3 x PCIe 3.0 x16 (x16/x16, x16/x8/x8) *44-lane CPU
1 x PCIe 3.0 x16 (x4)
SATA 6Gbps 6
M.2 3 x M.2 2242~22110 (PCIe)
1 x M.2 2242-2280 (PCIe)
USB 3.1 Gen 2 1 x front
1 x Type-C
1 x Type-A
USB 3.1 Gen 1 14
Networking Intel I211-AT 1G Ethernet
Aquantia AQC-107 10G Ethernet

Come detto prima Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è compatibile sia con le ormai defunte CPU quad core Kaby Lake X, e sia con le CPU SkyLake X, compreso il strabiliante Core I9 7960X da ben 16 core e 32 thread.

Entrambe le architetture, anche se ormai una non è più presente sul mercato dato l’enorme insuccesso, dispongono di CPU con processi produttivi a 14 nanometri Finfet++.

Kaby Lake-X Skylake-X
CPU cores 4 6, 8, 10, 12, 14, 16
Cache 8 MB 13.75 MB
PCIe support PCIe 3.0 (16 lanes) PCIe 3.0 (44/28 lanes)
Integrated graphics No No
TDP 112W 140W
Socket LGA 2066 LGA 2066
Chipset X299 X299
Memory support Dual DDR4 Quad-channel DDR4

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

La confezione che racchiude Asus ROG Rampage VI Extreme Omega presenta lo stesso layout di tutte le confezioni ROG. Lo sfondo è di colore nero e grigio, sulla sinistra troviamo il nome del prodotto con una colorazione argentata e in alto a destra troviamo l’iconico occhio ROG.

Sul retro troviamo tutte le principali caratteristiche della scheda madre.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

La confezione si apre a scrigno, come se contenesse un diamante prezioso, e troviamo subito Asus ROG Rampage VI Extreme Omega ricoperta da un guscio di plastica.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Il bundle è tra i più ricchi in circolazione. Oltre al manuale di istruzioni, troviamo:

  • Sticker a tema ROG;
  • Cavi SATA 6 Gb/s;
  • Penna USB contenente i driver e le varie suite di applicazioni;
  • Fan controller con il relativo cavo di alimentazione;
  • Giravite;
  • SLI Bridge HB;
  • Prolunghe LED Aura;
  • Antenna Wi-FI;
  • Modulo DIMM2 M.2 che aggiunge altre due porte SATA M.2, fungendo anche da dissipatore.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Una volta tolta Asus ROG Rampage VI Extreme Omega dalla confezione possiamo ammirarla in tutto il suo splendore. La scheda già dal primo contatto si dimostra estremamente robusta e ben costruita.

La scheda ha ha un form Factor Extended ATX (E-ATX), ed è più larga delle comuni motherboard con forma ATX.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Al centri di Asus ROG Rampage VI Extreme Omega troviamo l’enorme Socket dotato di 2066 pin e appositamente coperto da una cover in plastica marchiata Republic of Gamer, in modo da prevenire danni accidentali durante il trasporto.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega
Attorno al Socket troviamo non quattro, ma ben otto banchi di RAM DDR4 con supporto al quad Channel. Come detto ad inizio recensione, possiamo installare un massimo di 128 GB di RAM con un frequenza massima di 4266 Mhz. P

Purtroppo non vi è alcun supporto per le memorie da server con tecnologia ECC, un vero peccato perché la scheda madre supporta anche le CPU della famiglia Xeon. Come ogni scheda madre che si basa su chipset Intel, troviamo il pieno supporto alle memorie con tecnologia XMP (Intel Extreme Memory Profile).

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega
Accanto ai moduli di RAM troviamo un nono modulo, che apparentemente sembra simile agli altri. Si tratta dell’alloggio per il modulo DIMM 2, una scheda di espansione collegata direttamente alle linee PCIe della CPU, che ci permetterà di collegare altri due SSD di tipo M.2.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

La scheda di espansione è dotata inoltre di una copertura il alluminio con applicato un pad termico in ambo i lati, in modo da fungere da dissipatore per i due dischi.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Sopra il Socket di Asus ROG Rampage VI Extreme Omega troviamo un enorme heatsink attivo, al suo interno troviamo due piccole ventole che si attiveranno quando i VRM superano la temperatura di 60°. Troviamo poi un heatpipe che collega l’heatsink con un’altro posto sopra le porte I/O.

In questa seconda piastra di raffreddamento troviamo inoltre una copertura di plexiglas specchiata dotata di LED RGB compatibili con il sistema di illuminazione AURA Sync.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

È presente anche un display OLED compatibile con Live Dash, la stessa applicazione che serve per modificare il display di ASUS Rog Ryujin 240, dove possiamo visualizzare ogni informazione del nostro PC, come temperatura e frequenza della CPU. Sotto all’enorme heatsink troviamo, oltre ai VRM, anche 18 fasi di alimentazione gestite dal controller PWM.

A differenza di quanto accade nelle altre schede madri, su Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è completamente assento il Doubler, quindi il controller PWM gestirà direttamente ogni singola fase di alimentazione. Vicino al heatsink troviamo due connettori ad 8 Pin, il cui compito è quello di alimentare la CPU.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Sotto il Socket troviamo le varie porte PCIe: due da 16x raggiunte entrambe elettronicamente da 16 linee della CPU; una fisicamente da 16x ma raggiunta solo da 8 linee, che funzionerà poi a 4x se colleghiamo il modulo DIMM 2; una da 4x raggiunta da solo 4 linee.

Tutte le porte PCIe da 16x sono rinforzate, in modo da non provocare dei piegamenti se ci installiamo una scheda grafica estremamente pesante.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega, come qualsiasi scheda madre di alto livello, supporta il multi GPU. A seconda della CPU che installeremo e dalle linee PCIe che avremo a disposizione, 28 o 44, ci ritroveremo:

  • Supporto a NVIDIA® 4-Way SLI™ Technology *
  • Supporto a NVIDIA® 3-Way SLI™ Technology
  • Supporto a NVIDIA® 2-Way SLI™ Technology
  • Supporto a AMD 4-Way CrossFireX Technology *
  • Supporto a AMD 3-Way CrossFireX™ Technology
  • Supporto a AMD 2-Way CrossFireX Technology

* CPU con 28 linee PCIe possono supportare solo 3-Way SLI™/ 3-Way CrossFireX™.

Le porte PCIe sono circondate da un heatsink di allumino, dove una volta smontato, troviamo gli alloggi per i dischi SSD M.2, uno con misura fino a 22110, e un’altro con misura fino a 2280. Questo heatsink inoltre funge da dissipatore passivo, infatti troviamo due pad termici.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

La dissipazione del PCH è affidata ad un heatsink passivo, caratterizzato dalla presenza dell’iconico occhio ROG ed è dotato di illuminazione RGB compatibile con AURA Sync.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Ai piedi di Asus ROG Rampage VI Extreme Omega troviamo i vari header per collegare le USB 2.0 e 3.0, il ROG Node, i Led sia ARGB che RGB e il pannello audio frontale. Sono presenti anche i pulsante di accensione e di reset e diversi header per collegare i sensori di temperatura.

Troviamo anche un molex che serve per fornire maggiore corrente alle porte PCIe.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Sul latro destro di Asus ROG Rampage VI Extreme Omega troviamo 6 porte Sata 6 Gb/s, una porta U.2, una porta USB 3.0, una porta USB 3.1 e diversi connettori 4 Pin PWM per le ventole e/o pompe.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

Sul lato sinistro troviamo tutte le porte I/O e Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è davvero ben fornita. Troviamo:

  • 2 x USB 3.1 Gen 2 Type-A + USB Type-CTM;
  • 10 x USB 3.1 Gen 1 (blue);
  • 1 x Optical S/PDIF out;
  • 1 x Clear CMOS button;
  • 1 x USB BIOS Flashback button;
  • 1 x ASUS Wi-Fi Module;
  • 5 x LED-illuminated audio jacks;
  • 1 x Aquantia AQC-107 10G LAN port;
  • Anti-surge LAN (RJ45) port.

È giunto il momento di testare la nuova scheda madre Asus ROG Rampage VI Extreme Omega. La configurazione di prova è composta da:

  • Intel Core i9 7960X;
  • Asus ROG Rampage VI Extreme Omega;
  • Asus Turbo Geforce RTX 2080Ti;
  • 4×8 GB Corsair Vengeance LED 3200 Mhz XMP attivo;
  • Asus Thor 850W 80+ Platinum;
  • Samsung SSD 970 EVO;
  • Windows 10 PRO 64 Bit.

Tutto il sistema, quindi CPU e GPU, è raffreddato a liquido utilizzando due radiatori EK da 360 con spessore da 60 millimetri. Abbiamo testato ogni parte di Asus ROG Rampage VI Extreme Omega utilizzando diversi benchmark sintetici e videogiochi. Il primo test che abbiamo eseguito fu Cinebench R15, noto benchmark per CPU che simula una situazione di rendering, ottimo per testare la potenza del nostro processore e verificare la sua stabilità qualora saremo in una situazione di over-clock . Intel Core i9 7960x grazie ad Asus ROG Rampage VI Extreme Omega ha totalizzato un punteggio in single thread di 194 CB, mentre in multi thread ha totalizzato 3153 CB. Il secondo test che abbiamo utilizzato è V-Ray, un’altro benchmark che simula una situazione di rendering. Qua il punteggio viene espresso in tempo di elaborazione, quindi basso è meglio. Con Intel Core i9 7960x e Asus ROG Rampage VI Extreme Omega abbiamo eseguito la scena di rendering in 43 secondi, un risultato davvero strabiliante. Successivamente abbiamo utilizzato 7-Zip, noto programma di compressione e decompressione di archivi che sfrutta il multi thread. In compressione l’accoppiata ha ottenuto un punteggio di 81 MB/s, mentre in decompressione ha ottenuto un punteggio di 1395 MB/s. Per testare i quattro moduli da 8 GB DDR4 di Corsair Vengenace 3200 Mhz CL 16, abbiamo utilizzato AIDA 64. Con XMP attivo, le memorie in accoppiata con Asus ROG Rampage VI Extreme Omega, hanno totalizzato in lettura 89.743 MB/s, in scrittura 77.871 MB/s e in copia 76.230 MB/s.

Non poteva mancare di certo un test con la nota suite 3D Mark. Abbiamo utilizzato lo scenario Time Spy, che sfrutta le librerie proprietarie di Microsoft DirectX 12. Il nostro sistema ha totalizzato un Total Score di 12930 punti, mentre la solo CPU ha totalizzato un punteggio di 11432 punti. Infine abbiamo provato l’accoppiata Intel i9 7960x e Asus ROG Rampage VI Extreme Omega con videogiochi, per la precisione Shadow Of The Tomb Raider e Far Cry 5. Per Shadow of the Tomb Raider abbiamo utilizzato le stesse impostazione grafiche che utilizziamo durante le nostre recensioni delle GPU, quindi preset ultra, DirectX 12 attive e antialiasing impostato du TAA. Con risoluzione 1920 x 1080 pixel, abbiamo raggiunto 137 FPS medi, denotando un leggero collo di bottiglia, facilmente superabile overcloccando leggermente la CPU. Con risoluzione 2560 x 1440 pixel, abbiamo ottenuto invece 110 FPS medi, e qui il collo di bottiglia era praticamente assente.

Anche per Farc Cry 5 abbiamo utilizzato le medesime impostazioni grafiche che utilizziamo durante le altre recensioni, quindi preset ultra e HDR attivo. Con risoluzione 1920 x 1080 pixel abbiamo ottenuto 110 FPS medi, denotano un collo di bottiglia abbastanza evidente, perché con un Intel Core i9 9900k guadagniamo circa 20 FSP nel suddetto titolo. Invece a risoluzione 2560 x 1440 pixel l’accoppiata ha totalizzato 107 FPS medi, e questo ci fa capire quanto evidente fosse il bottleneckt in Full HD. Nonostante ciò anche in WQHD denotiamo il collo di bottiglia, però più leggero rispetto alla risoluzione 1080p. Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è una motherboard sviluppata pensando all’overclock, infatti lo si nota anche dall’elevato numero di fasi, ben 18. Il BIOS è il solito con cui Asus ci ha abituato da qualche anno, risultando estremamente semplice ed intuitivo. Esso è una delle parti fondamentali della scheda madre perché ci permette di modificare ogni aspetto di ogni componente, come la frequenza della CPU, il voltaggio e i timing delle RAM. È possibile inoltre monitorare le varie temperature, creare un sistema RAID, e modificare la velocità delle ventole collegate alla scheda madre.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega

I VRM, il componente che scalda di più in una scheda madre, su Asus ROG Rampage VI Extreme Omega risultano essere estremamente freddi, questo grazie all’enorme heatsink in dotazione e alle due ventole presenti su di esso. Sia con la CPU a default che in overclock, i VRM hanno raggiunto la temperatura massima di 61° e le due ventole sono entrate in azione pochissime volte, rimanendo quasi inaudibili.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega


Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è una scheda madre davvero sorprendete. Tante sono le features con questo nuovo prodotto, come il supporto a 128 GB di Ram e la porta ethernet da 10 Gb/s. La scheda vanta lo strepitoso design Asus ROG, ed è estremamente bella da vedere e si presta bene nelle build da Gaming. I vari heatsink che troviamo, quello per i due SSD M.2 e per il PCH, visto le loro enormi dimensioni, conferiscono ad Asus ROG Rampage VI Extreme Omega un’enorme robustezza. I VRM, punto critico di ogni scheda madre, qua sono estremamente freschi grazie alla dissipazione passiva. Il bundle è uno dei più ricchi e completi che abbiamo mai visto. Se siete alla ricerca di una scheda madre che si adatti sia all’utilizzo ludico che lavorativo e che abbia potenza da vendere, Asus ROG Rampage VI Extreme Omega potrebbe essere la scelta giusta. Se invece siete alla ricerca di un prodotto prettamente per utilizzo ludico, vi consigliamo di rivolgervi ad altro, sia perché con una piattaforma Z390 avrete performance migliori, e perché andreste a spendere di più per avere meno FPS in gioco.

Asus ROG Rampage VI Extreme Omega è acquistabile su Amazon al prezzo di 710€ iva inclusa.

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Sono oltre 806 mila le richieste per nucleo familiare arrivate all’Inps attraverso i modelli presentati alle Poste, ai CAF e on-line entro il 31 marzo, per accedere al Reddito di cittadinanza. L’Inps, informa una nota, ha inviato a Poste Italiane 33 flussi informatici per le prime 487.667 istanze accolte, a fronte di 680.965 istanze già lavorate (72%). Sono state respinte 177.422 istanze (26%); 15.876 istanze (2%) saranno in evidenza presso le sedi perché è necessaria un’ulteriore attività istruttoria.

Da martedì l’Inps inizierà ad inviare un sms o un messaggio di posta elettronica agli utenti la cui istanza sia stata accolta. Delle domande residue, circa 45 mila saranno definite entro questa settimana. Le ulteriori 80 mila sono domande presentate insieme al modello Rdc/Com per comunicare la variazione di redditi da attività lavorativa rispetto all’Isee, che saranno lavorate entro la fine del mese di aprile.

Stimando che anche per le istanze in evidenza si confermi una percentuale di accoglimento analoga a quella delle pratiche già definite e che la percentuale di accoglimento delle pratiche presentate insieme al modello Rdc/Com sia più alta, pare ragionevole una stima complessiva delle istanze accolte intorno al 75%

Samsung ha introdotto il pulsante Bixby sulla famiglia di dispositivi Samsung Galaxy S8. È utile per cose di base come scattare screenshot o impostare promemoria. Tuttavia, è anche un pulsante che si può colpire accidentalmente e il consenso generale dice che Google Assistant è semplicemente migliore. Samsung ha ascoltato le critiche e ha introdotto la modifica del pulsante Bixby con l’aggiornamento di Android 9.0 Pie e One UI.

Si può rimappare il pulsante Bixby su tutti i dispositivi Samsung Galaxy più recenti; è necessario l’aggiornamento di Android 9.0 Pie. I dispositivi che dovrebbero essere in grado di avere la possibilità di rimappare Bixby sono:

Come rimappare in modo nativo il pulsante Bixby

Il software azionario consente di rimappare il pulsante Bixby senza software di terze parti. Assicurati che l’app Bixby Voice, accessibile premendo una sola volta il pulsante Bixby, sia aggiornata e che tu sia pronta a lanciare. Il primo metodo è quello che probabilmente hai letto ovunque finora.

Aprire l’app Bixby Voice premendo il pulsante Bixby una volta.
Tocca il pulsante del menu 3 punti, fai clic su Impostazioni, quindi seleziona l’opzione della chiave Bixby.
Selezionare la doppia pressione per aprire l’opzione Bixby. Sotto questo, c’è un’opzione per usare una singola pressione per aprire un’app o usare un comando rapido. Seleziona l’opzione dell’app.
Seleziona l’app desiderata dall’elenco delle app disponibili.
Questo è tutto! D’ora in poi, con una singola pressione si può aprire l’app o il comando personalizzato mentre un doppio tocco apre la tradizionale app Bixby. Puoi ancora utilizzare Bixby Voice con un doppio tocco e tenere premuto. Se lo desideri, puoi anche scambiare le azioni singole e doppie. Basta ripetere i passaggi precedenti e selezionare tocco singolo per aprire Bixby e configurare la tua app o il comando di conseguenza da lì.

Come rimappare il pulsante su Assistente Google

Alla gente piace rimappare il pulsante Bixby nell’Assistente Google. Esiste un metodo alternativo per farlo:

Scarica l’app Bixby Button Assistant Remapper da XDA-Developers. Installalo sul tuo dispositivo come faresti con qualsiasi altro APK di terze parti. Ripeti i passaggi precedenti come se stessimo selezionando un’app sul tuo telefono. Tuttavia, questa volta, seleziona Bixby Button Assistant Remapper dalla selezione dell’app.
Premere il tasto Bixby per eseguire il comando per la prima volta. Ti verrà chiesto quale app di assistenza desideri utilizzare. Seleziona l’opzione Assistente Google e tocca il pulsante “Sempre”.

Esiste anche la possibilità di rimappare Bixby con Google Play. Ecco come.

Rimappare Bixby con le app di Google Play

C’è un ultimo metodo per rimappare il pulsante Bixby. Questo utilizza app di terze parti dal Play Store per cambiare il funzionamento del pulsante Bixby. Non è pulito come il metodo di Samsung. Tuttavia, queste app possono fare cose che la soluzione nativa non può fare. Alcuni esempi includono la rimappatura dei tasti del volume, con il pulsante Bixby che attiva e disattiva la torcia e persino controlla la tua musica.

Bixbi Button Remapper è gratuito e include alcune funzioni divertenti. Button Remapper funziona con una serie di pulsanti, ma include anche il supporto per Bixby. Quali app o comandi vuoi per il tuo pulsante Bixby?

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L’accesso è permesso solo grazie al riconoscimento oculare e ognuno ha una card blockchain. Non è la sede di un’azienda della Silicon Valley o una scena di ‘Minority Report’ ma il campo profughi di Zaatari, il più grande centro di accoglienza di rifugiati siriani in Giordania. Una tendopoli che ospita 80.000 persone, più della metà bambini, scappate dai bombardamenti in Siria dal 2012. Molti hanno ancora negli occhi le immagini del milione di persone che a piedi si incamminarono quattro anni fa da Homs e da Aleppo verso l’Europa e quella straziante del piccolo Aylan.

Angela Merkel rischiò la stabilità del suo governo annunciando che avrebbe accolto quel popolo in fuga, ma Ungheria e Austria per prime chiusero le frontiere. Si aprì una delle più gravi crisi migratorie degli ultimi decenni e l’Unione europea decise di aiutare i paesi confinanti con la Siria, soprattutto Turchia, Libano e Giordania, mettendo mano al portafoglio per bloccare l’esodo lontano dai suoi confini.

Ai campi sorti in modo spontaneo, gestiti solo grazie all’impegno di Onu e di alcune ong, giunsero fondi, oltre 18 miliardi, impensabili per altri conflitti. E il campo di Zaatari, come quello di Azraq, sono diventati modelli e luoghi di sperimentazione per l’azione di cooperazione delle agenzie delle Nazioni unite che si occupano di emergenze: Unhcr e Wfp.

La vita nel campo non è rose e fiori. Ci sono bambini che in otto anni non hanno mai visto altro che le tende e i container degli aiuti internazionali, la luce elettrica non c’è tutto il giorno, l’acqua è contingentata. Quando piove e le stradine tra le tende diventano fango, o quando il sole batte impietoso non è facile vivere qui. Molti hanno lasciato le loro case distrutte dalle bombe, intere famiglie sono spezzate dalla guerra, una famiglia ogni cinque è composta solo di madre e figli, i mariti persi nei combattimenti contro o pro Assad. Ma l’assistenza è ai massimi livelli e la tecnologia ha fatto fare passi da gigante alla cooperazione.

Gli abitanti del campo, visitato nei giorni scorsi da Sergio Mattarella, sono infatti censiti da Unhcr grazie al riconoscimento oculare: chi esce grazie a un permesso può rientrare solo guardando una telecamera biometrica. Questo ha permesso di evitare l’ingresso nel campo di persone non registrate, ha garantito al governo giordano un controllo dei flussi e ha impedito le infiltrazioni dell’Isis.

Il World food programme, che assicura il cibo nelle situazioni di emergenza in tutto il mondo e assiste un milione di persone in Giordania, ha avviato un progetto pilota: una tessera ricaricabile con cui le famiglie possono fare acquisti nei due supermercati del campo. Un aiuto innovativo che raggiunge 110.000 siriani nei diversi campi in Giordania e che evita di inflazionare con cibo portato da fuori economie già fragili come quelle dei paesi che ospitano i profughi, alimentando invece il mercato locale.

“Cash for food” che gira su tessere simili ai bancomat gestite con tecnologia blockchain, il modello innovativo di distribuzione e controllo di dati sensibili che ha permesso di abbattere i costi di gestione e di aumentare la percentuale di stanziamenti che dai paesi donatori si trasformano direttamente in aiuti. Anche il riconoscimento oculare è usato per la distribuzione di aiuti: gli stessi supermercati hanno un visore biometrico che assicura la distribuzione di cibo alle persone in modo sicuro e affidabile. Tutti i dati sono basati sul nuovissimo sistema EyeCloud che garantisce ai rifugiati il diritto alla privacy.

Da poco più di un anno poi è stato costruito un impianto solare che ha permesso di aumentare da 8 a 14 le ore di copertura di energia elettrica del campo. Un impianto di 13 megawatt, donato da grandi aziende private, talmente potente che a volte quando il sole batte permette di avere un surplus di energia che il campo vende alla rete elettrica giordana. E già si pensa a rendere una piccola città permanente questa struttura, una volta terminata la guerra in Siria, perché molte famiglie che a casa hanno perso tutto e qui hanno trovato accoglienza e un lavoro, non intendono tornare in patria.

Per questo diversi studi di ingegneria e architettura stanno studiando materiali innovativi per rendere i prefabbricati più stabili. Insomma, la vita è dura, ma i massicci aiuti internazionali garantiscono a tutti servizi sociali gratuiti, dalla scuola alla sanità, e in questo angolo dolente del mondo ancora la speranza non è stata sconfitta e nei negozietti che si affacciano sul corso centrale di Zaatari, accanto alle piccole panetterie, hanno aperto anche alcuni negozi di abiti da sposa e altri di giocattoli.

Tria in trincea. Dopo i giorni delle polemiche, ora si entra nel vivo. Iniziano di fatto oggi le audizioni sul Def, il Documento di economia e finanza, da parte delle Commissioni bilancio di Senato e Camera. Al centro dell’attenzione ci sono le prospettive di un Paese che non cresce ed è fermo allo 0,2%, dato per altro ulteriormente tagliato a un misero +0,1% del Fmi, il Fondo Monetario Internazionale.

Dinanzi a questo quadro, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, domenica con Lucia Annunziata nel programma Mezz’ora in più su Raitre, ha messo i puntini sulle “i”: nessuna patrimoniale e sì alla flat tax, purché “progressiva”, sintesi che riportano tutti i quotidiani oggi nei loro titoli, tranne La Stampa: “No alla patrimoniale e alla flat tax” per aggiungere anche un: “Aumenterei l’Iva ma i partiti sono contrari”. “Con questo Def abbiamo voluto dare il messaggio di stabilità, nel senso che il quadro macro che abbiamo presentato è completamente condiviso” si legge poi su la Repubblica. E sulle tasse il ministro ha anche aggiunto: “Come sempre abbiamo detto, non ci saranno manovre correttive nel 2019”. Fin qui la cronaca spicciola.

Ma sullo scenario dei conti pubblici e del fisco, Federico Fubini sul Corriere della Sera gela qualsiasi entusiasmo con questo incipit: “Un buco di una trentina di miliardi con la ‘flat tax’. E questo prima ancora di trovare i 50 che servono per coprire reddito di cittadinanza e pensioni anticipate a ‘quota 100’ nei prossimi due anni. Difficile, per ora, che lo spread dell’Italia su Spagna e Portogallo scenda tanto presto”. Proseguendo: “Il governo sta promettendo nuovi tagli delle tasse ed è probabile che la stagione attuale, relativamente tranquilla, lo stia incoraggiando in questa direzione. In effetti le ragioni per tirare il respiro non mancherebbero, al termine di molti mesi di tensione. Dopo i crolli del 2018, da inizio anno Piazza Affari è teatro di uno dei recuperi più spettacolari al mondo. La produzione industriale ha smesso di scendere e negli ultimi due mesi ha dato sorprese positive, lasciando sperare che la recessione sia alle spalle. Anche lo scarto fra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi — sempre alto—è di ventato un po’ più stabile da quando in dicembre il governo ha accettato di trovare un accordo con la Commissione europea sul bilancio”.

Tuttavia, prosegue l’analista economico e finanziario di via Solferino, a uno sguardo meno superficiale “sotto la superficie, continuano ad agitarsi nei mercati correnti profonde di diffidenza verso l’Italia”. Cartina di tornasole sono i buoni del Tesoro che stanno continuando “a perdere terreno rispetto a quelli di Paesi simili”. Così “lo strato di fiducia resta sottile, mentre il governo legge nella quiete di questi mesi un incoraggiamento ad andare avanti con il taglio delle tasse. Sarebbe una ragione di più per dare al mercato qualche indicazione chiara sull’entità della sforbiciata e su come finanziarla” sottolinea Fubini.

Invece? “Nel Documento di economia e finanza (Def), pubblicato la scorsa settimana, non c’è. Si moltiplicano invece le dichiarazioni di esponenti della Lega sull’ipotesi di un intervento sull’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, in nome di una ‘flat tax’: una aliquota ‘piatta’ che riduca la pressione fiscale sulle famiglie”. Il punto è che “nessuno sa quanto possa costare la ‘flat tax’ data la struttura sociale del Paese, per la semplice ragione che non sono mai stati fatti calcoli su dati reali. Per il momento, nessuno ha mai chiesto agli uffici competenti di tentare una stima”.

Stima che però azzarda lo stesso Fubini, sulla base dei dati disponibili del Def e del Dipartimento delle Finanze: “L’anno scorso l’Irpef ha garantito allo Stato 194,3 miliardi su un totale di 480,5 miliardi di entrate tributarie. Quella tassa è il cuore delle entrate dello Stato, la locomotiva che permette alla scuola o alla sanità pubbliche di andare avanti. E quei 20,6 milioni di italiani fra i 15 mila e i 50 mila euro di reddito, il ceto medio italiano, sono i contribuenti essenziali all’intero sistema: da loro arrivano circa 110 miliardi l’anno di gettito Irpef, un euro ogni quattro delle entrate tributarie dello Stato. Una ‘flat tax’ al 15% rappresenta un taglio effettivo dell’imposta di circa il 40% se si ipotizza che per quei venti milioni di italiani l’aliquota media effettiva sia di circa il 25%. In altri termini, a prima vista, con la tassa piatta il gettito medio crollerebbe di circa 44 miliardi e il deficit pubblico esploderebbe fuori controllo”. Servono quindi meccanismi che ne mitighino l’impatto, suggerisce il giornalista. la Lega, per esempio, fa capire che le famiglie dovranno scegliere: se vogliono la ‘flat tax’, devono rinunciare a tutte le attuali deduzioni e detrazioni che esistono per loro”.

Ma quanto valgono le detrazioni? Ancora qualche calcolo: se si sommano gli assegni familiari, si legge, (1,8 miliardi), il bonus di Renzi (8,9 miliardi) e altri sgravi del genere, si arriva a circa 11 miliardi di economie. “Il buco della ‘flat tax’ sarebbe dunque ancora colossale, oltre trenta miliardi. Tutto questo, prima ancora di trovare i 50 che servono per coprire reddito di cittadinanza e pensioni anticipate a ‘quota 100′ nei prossimi due anni”. Difficile pertanto che in queste condizioni lo spread possa scendere… su Spagna e Portogallo.

Intanto, come ci racconta un’altra cronaca dello stesso quotidiano, il testo del Def a undici giorni dall’approvazione (“salvo intese”) “rimbalza ancora tra Palazzo Chigi e i ministeri” a causa delle coperture ancora mancanti e assalti alla diligenza dell’ultima ora, con la probabilità che il decreto sulla crescita possa slittare “a maggio”. E per dare un saggio del clima, “Raccontano al Mef che Luigi Carbone, il nuovo capo di Gabinetto di Giovanni Tria, sia in forte pressing per conto del ministro sugli altri dicasteri coinvolti, entrambi guidati da Luigi Di Maio. Se i tecnici del Tesoro sospettano che al Mise siano «in alt o mare con le coperture», nelle stanze del capo politico del M5S se la prendono con Tria e con i tecnici del Mef, autori di circa 35 norme. Un a competizione che di certo non aiuta ad accelerar e i tempi”, si legge, “mentre le imprese aspettano di sapere quale impatto avrà la nuova ‘mini-Ires’. Se le ultime limature al testo saranno confermate, l’aliquota (oggi al 24%) scenderà al 22,5 per il 2019, al 21,5% per il 2020, al 21% per il 2021 e al 20,5% per il 2022”. Al momento è tutta un’incognita.

Conclusione, da La Stampa: “Resta solo la strada del deficit, a questo punto ben oltre il 2,4 per cento programmato nel Documento di economia e finanza. Assumendo un tasso di crescita pari a quello programmato, se il governo deciderà di fermare gli aumenti Iva significherà un aumento del disavanzo per più di un punto percentuale, dunque ben oltre il tre per cento fissato come limite invalicabile da Maastricht. Salvini e Di Maio sperano nell’indulgenza della nuova Commissione europea”.

In conseguenza della situazione in Libia, “il pericolo che possano aumentare gli sbarchi è assoluto, è vero. Dobbiamo portare l’Europa dalla nostra parte, va trovata una soluzione europea”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, a “Circo Massimo” su Radio Capital, aggiungendo che, “se si dovesse arrivare alla guerra, non avremmo migranti ma rifugiati. E i rifugiati devono essere accolti”. Il ministro ha quindi invitato a non “utilizzare certe occasioni per fare politica, in questi casi bisogna lavorare tutti nella stessa direzione per arrivare alla soluzione migliore”.