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È italiana la donna più veloce del mondo in caduta libera nel paracadutismo sportivo: Mascia Ferri ha infatti stabilito il nuovo record mondiale femminile con 418,25 chilometri l’ora e conquista due medaglie d’argento. L’Italia si aggiudica le sue prime due medaglie FAI e il record del mondo nella disciplina Speed Skydiving, e il merito è tutto rosa. La quarta Coppa del mondo e il Campionato europeo di Speed Skydiving si sono svolti tra il 13 e il 15 agosto 2019 a Dunkeswell, in Inghilterra.

Le condizioni meteo hanno costretto a ridurre il numero di lanci previsti dal regolamento e messo a dura prova gli atleti provenienti da undici nazioni diverse. Dopo un primo lancio poco deciso, Mascia Ferri, campionessa italiana e detentrice del record nazionale, ha recuperato uno svantaggio di ben 32 kmh mostrando una grande tenacia che le ha permesso di fissare, al terzo round, il Record del mondo femminile di Speed Skydiving con 418,25 kmh di velocità in caduta libera.

Con gli altri tre lanci, Mascia ha conquistato il podio aggiudicandosi la medaglia d’argento della Coppa del mondo e la medaglia d’argento del Campionato europeo con soli 0,81 kmh di differenza dall’atleta tedesca. Stefano Celoria, Campione italiano e detentore del record nazionale, mantenendo una media di gara di 475,50 kmh si è confermato tra i primi 10 uomini più veloci del mondo.

Il logo 3D Realms basta e avanza per soverchiare le leggi della fisica, e subito ci troviamo sparati a 88 miglia orarie a viaggiare verso il passato. Superato l’ostacolo legale del nome – e malamente persa la causa con la band di Steve Harris con il conseguente cambio di nome del gioco, originariamente battezzato Ion Maiden – Ion Fury irrompe nell’estate 2019 e ci riporta all’età dell’oro degli FPS.

Ion Fury

Il transumanesimo è ormai sdoganato: gli umani trascendono l’intelletto, la psiche e le qualità fisiche tipiche della loro specie grazie a degli impianti cibernetici alla Ghost in the Shell. Non tutti i “potenziati” hanno intenzioni pacifiche e, in Ion Fury, il nostro compito sarà combattere i sovversivi a suon di armi pesanti.

Ion Fury

Il mondo degli FPS si può generalmente dividere in due ere: prima e dopo Half-Life. Ion Fury appartiene al primo arco temporale, sebbene arrivi a noi con vent’anni di ritardo: stiamo parlando di un tempo in cui la trama non era al centro dell’esperienza di gioco, interamente creata con il solo scopo di rispondere all’esigenza dei giocatori di crivellare di proiettili ondate su ondate di nemici, senza troppi fronzoli. Wolfenstein, seguito a ruota dai primi due Doom (anch’essi approdati da poche settimane sulle console dell’attuale generazione), Rise of the Triad e Shadow Warrior sono i più lampanti esempi di questo periodo storico importantissimo per il genere.

E poi c’era lui: il Duca merita una citazione a parte, perché il suo stile scanzonato e irriverente, eguagliato successivamente forse solo da Serious Sam, ha definitivamente fissato nell’immaginario collettivo dei videogiocatori lo stato dell’arte degli sparatutto ore Half-Life. Ion Fury va rispettato anche solo per l’intento degli sviluppatori di portare sui moderni PC lo spirito dell’immortale Duke Nukem, da riscoprire o (perché no, se siete abbastanza giovani) scoprire per la prima volta.

Ion Fury

Il gameplay è datato e, allo stesso tempo, moderno quanto basta: Ion Fury propone tonnellate di armi (e in giro per i livelli non mancano certo i proiettili) e altrettanti nemici su cui scaricarle. I livelli, dallo stile post-apocalittico con il giusto equilibrio tra fantascienza e cyberpunk, si sviluppano su più piani verticali e contengono la giusta dose di segreti e chiavi da scovare per proseguire oltre le porte chiuse, altro elemento caratteristico di Doom e Duke Nukem.

I più esigenti avranno da obiettare sulle armi che, a parte forse le granate, sanno tutte di già visto e non offrono particolari caratteristiche in grado di differenziarle tra loro abbastanza da apprezzarne la varietà. Vista la dichiarazione di intenti di Ion Fury, comunque, la cui unica missione è rendere omaggio al glorioso passato, la scelta di non innovare in questo senso ci sembra la più ovvia e apprezzabile.

Ion Fury

Il feeling generale, più che Duke Nukem, riporta alla mente Rise of the Triad: l’atmosfera cupa e la reazione dei nemici ai proiettili sembrano presi di peso dall’esperienza di Apogee. Con il Duca, invece, Ion Fury spartisce l’irriverenza della protagonista: Shelly “Bombshell” Harrison (interessante l’idea di mettere una donna dietro la pistola) non perde l’occasione per sfottere i nemici con la sua lingua tagliente.

Nonostante ciò, dimostra comunque meno carisma e non riesce – né riuscirà – a farci esclamare “Hail to the Queen”, a dimostrazione di come per quanto l’età dell’oro degli FPS si possa tributare all’infinito, le sue icone immortali non verranno mai scalzate da una nuova leva, per quando caratterialmente azzeccata possa essere.

Ion Fury

L’originale motore grafico di Duke Nukem ci sbatte subito in faccia la verità: quando un titolo è sorretto da un gameplay solido, non servono poligoni, effetti particellari e fotorealismo per renderlo dannatamente divertente. Ion Fury, primo titolo a basarsi sul Build Engine dopo 19 anni, stupisce e funziona: se siete disposti a chiudere un occhio su una palette cromatica a tratti un po’ troppo scura, vi ritroverete intrattenuti da una grafica retrò che ancora oggi funziona e fa la sua parte. Peccato solo per il character design dei nemici e la realizzazione degli ambienti: se le mappe sono ben progettate e gli antagonisti sono un omaggio ai classici del genere, al pacchetto generale manca quello spirito accattivante che ha reso grandi i più grandi.

Per farla breve, non basta un’insegna al neon se all’interno del locale non c’è una spogliarellista a cui infilare soldi nelle mutande: per le dieci ore di durata della campagna Ion Fury intrattiene, diverte, e fa addirittura scendere qualche doverosa lacrima di nostalgia, ma seppur avvicinandosi non supererà mai Doom II, Rise of the Triad e Duke Nukem 3D, che vi consigliamo vivamente di recuperare se volete davvero assaporare i fasti di un mondo tanto lontano quanto ancora incredibilmente attuale e divertente.


Ion Fury è un tributo agli FPS degli anni ‘90: irriverente al punto giusto, graficamente calzante e pieno di nemici da riempire di proiettili. Il gioco di 3D Realms è tutto questo, ma niente di più: la presenza dell’originale Duke Nukem 3D e dei primi due Doom (rilasciati giusto poche settimane fa su PlayStation 4, Xbox One e Nintendo Switch) sulle attuali console fa passare in secondo piano questa nuova incarnazione dello sparatutto pre Half-Life. Tuttavia, se siete alla ricerca delle emozioni di un tempo e avete già spolpato oltre l’osso i titoli classici, mettersi nei panni di Shelly sarà un valido passatempo per le vacanze di questa estate 2019.

L’articolo Ion Fury – Recensione proviene da GameSource.

I più romantici hanno pensato a una sella cadente e hanno espresso un desiderio. I più ansiosi a un razzo di segnalazione, sparato in cielo da qualcuno in difficoltà. La scienza parla invece di un meteorite metallico del peso di un chilo che il contatto con l’atmosfera ha reso incandescente e luminosissimo. Ieri sera poco dopo le 22,30 in centinaia in Sardegna e in Spagna hanno visto la scia tracciata dall’oggetto arrivato dallo spazio.

#Meteorite nel cielo della #Sardegna “Impressionante” https://t.co/3N5a7yTTFq

— L’Unione Sarda (@UnioneSarda)
August 16, 2019

Probabilmente, si legge sul sito dell’Unione Sarda che dà la notizia, il meteorite è caduto in mare tra l’isola e le Baleari. Moltissimi i messaggi sui social e le segnalazioni arrivate anche ai vigili del fuoco. L’astrofisico Manuel Floris spiega al quotidiano: “Dovrebbe trattarsi di un frammento metallico abbastanza piccolo. Non è facile conoscere le sue dimensioni precise ma è probabile che non pesasse più di un chilo. Se, come risulta dai racconti fatti sui social network, è stato notato anche a Barcellona, è molto probabile che sia caduto in un tratto tra il mar di Sardegna e le isole Baleari”. 

Scia luminosa ripresa dalla dashcam verso Torregrande: spettacolo! #meteorite #meteora #Sardegna pic.twitter.com/LPKToQCM2m

— Claudio Porcu (@ClaudioPorcu)
August 16, 2019

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

Se gli Stati Uniti sono diventati la più grande potenza al mondo, lo devono a tre elementi chiave che ne hanno permesso l’espansione fino agli attuali confini: un direttore di giornale, una reporter e una montagna di dollari.

Dietro l’intenzione di Donald Trump di comprare la Groenlandia c’è, in realtà, una tradizione consolidata lunga 120 anni fatta di acquisizioni di territori come fossero proprietà immobiliari, oppure annesse dopo una guerra o scoperte dai navigatori. Tutte nel segno del “Manifesto del Destino”, termine coniato da John O’Sullivan, fondatore e direttore del giornale Democratic Review, per promuovere l’annessione del Texas e dell’Oregon e dalla parola “Annessione” rilanciata da una giornalista, Jane Cazneau, per chiedere l’acquisizione di tutte le terre del Messico che si trovavano a ovest del Rio Grande.

Il “Manifesto del Destino” è ciò che ha guidato da sempre gli americani nella loro sete di espansione. Il fatto che i promotori fossero un uomo e una donna dalle origini diverse, uno nato in mare durante una traversata, l’altra a New York in una famiglia borghese, conferma come lo spirito del tempo fosse quello della conquista.

Nel Manifesto redatto da O’Sullivan si sintetizzavano i tre principi che avevano mosso nei cinquant’anni precedenti i coloni e che li avrebbero guidati nel futuro:

  • le virtù del popolo eletto americano,
  • la missione nel redimere l’Occidente attraverso la potenza agraria dell’America
  • il “destino inarrestabile”.

O‘Sullivan aveva analizzato la storia della prima metà dell’Ottocento e ne aveva ricavato la convinzione che gli americani fossero stati scelti per rilanciare il mondo. L’espansione era andata avanti in modo veloce e verticale. Il primo “investimento” americano risaliva già al 4 luglio 1803 quando gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Thomas Jefferson, acquistano in blocco dalla Francia di Napoleone, con il nome di “Louisiana purchase”, quindici stati, o parte di essi, e due province canadesi: oltre alla Louisiana, Arkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, gran parte del Nord e Sud Dakota, aree del Montana, Wyoming, Colorado, Minnesota e il nord di New Mexico, Texas e New Orleans. Più le province del Canada, Alberta e Saskatchewan.

La parola ‘annessione’

Nel 1845 entra nel vocabolario degli americani la parola “annessione” grazie all’articolo di una reporter di New York, Cazneau, andata sul fronte della guerra tra Stati Uniti e Messico per documentare gli scontri.

La giornalista usò quel termine per invocare l’annessione dei territori messicani alla fine della guerra. Dopo l’acquisizione del Texas, nel 1848, con il trattato di Guadalue Hidalgo, vennero annessi gli stati della California, Nevada, Utah, Arizona. La giornalista invocò la necessità di fissare “confini chiari” e invalicabili perché sancissero la potenza degli Stati Uniti.

Dove non arrivavano le armi e i trattati, gli americani, in modo pragmatico, hanno fatto pesare i dollari: tra il 1857 e il 1898 gli Stati Uniti si espandono oltremare, acquisendo le isole Baker, Howland e Jarvis nel Pacifico, le isole Midway che diventeranno, nel ‘900, basi di sosta per i voli della Pan-American, e Guam e Portorico prese, con il trattato di Parigi del 1898, dalla Spagna a cui gli Usa versarono 20 milioni di dollari per compensarli delle perdite.

L’acquisto dell’Alaska, delle Hawaii 

L”acquisto’ più sensazionale fu l’Alaska, forse uno dei più grandi affari della storia: la Russia voleva disfarsene perché la riteneva poco preziosa e troppo remota per difenderla. Gli Usa si fecero avanti e l’acquistarono, nel 1867, per 7,2 milioni di dollari, a un prezzo di 2,5 centesimi per ettaro, 4 dollari al chilometro quadrato, di un’area che era il doppio del Texas e abitata da poche migliaia di persone.

Nel ‘59, sotto il presidente Dwight Eisenhower, venne annessa come 49 stato. Ora conta oltre 700 mila abitanti, parchi naturali, siti preistorici e, soprattutto, giacimenti petroliferi.

Il 50esimo stato venne inglobato nel ‘59: le Hawaii. Ma l’ultima acquisizione vera risale al 1947: le isole Marshall, vicina all’equatore, nel Pacifico, le più grandi del gruppo della Micronesia.

Settant’anni fa c’erano solo 70 abitanti, ora sono 53 mila e anche in questo caso sono il paradigma del senso degli affari degli americani: appartenute alla Spagna fino al 1874, vennero cedute alla Germania per diventare la Nuova Guinea tedesca, poi passarono al Giappone durante la Prima Guerra mondiale e agli Stati Uniti dopo la Seconda, che la usarono come base per i test nucleari nell’atollo chiamato Bikini, nome che ispirò lo stilista francese Louis Reard nel disegnare il costume a due pezzi.

Da quel momento Bikini è diventato un brand. Nel Novecento gli Stati Uniti hanno finito per rallentare le acquisizioni, limitate all'”affitto” siglato con Cuba per lo sfruttamento dell’isola di Guantanamo. Restava la più grande e incontaminata isola al mondo tecnicamente unita al Nord America, la Groenlandia, tra i possibili investimenti, soprattutto ora che con lo scioglimento dei ghiacci ha perso valore: il presidente Harry Truman ci aveva provato nel ‘46, offrendo cento milioni di dollari alla Danimarca, ma ottenne un indignato no grazie.

Ora i tempi potrebbero essere cambiati. Per questo Trump, che ha costruito il suo impero sulle acquisizioni immobiliari, ha “fiutato” l’affare, allineandosi alla tradizione dei Padri fondatori ispirati dalla massima: se non lo puoi conquistare, compralo. 

“I 5 Stelle sono stati e sono certamente un problema per la sinistra”, ma ora “o si prende questo tornante come un’occasione per una correzione di rotta” oppure qualsiasi altra soluzione “apparirà un arrocco difensivo, e la destra potrà rimanere protagonista nel paese”.

Così scrive oggi, affrontando il tema delle alleanze e il nodo del governo, in una lettera-appello che appare sull’edizione di carta de la Repubblica, Pierluigi Bersani, l’ex segretario del Pd che il 27 marzo del 2013 in qualità di premier incaricato, si vide opporre – in diretta streaming con Crimi e Lombardi e affiancato da Enrico Letta – il gran rifiuto dei 5Stelle ad una possibile intesa tra il Pd e il Movimento.

“Un problema ma non il problema”, chiosa poi Bersani, che in quanto tale “comporta un’iniziativa politica combattiva e intelligente e un qualche ripensamento del profilo politico e programmatico della sinistra”. E adesso, di fronte “alla falsa partenza di una lunga legislatura” e alla necessità di “uscire dl caos” ci vorrebbe “il coraggio di alzare il tiro e di scandire con parole chiare una piattaforma di svolta”. Insomma, una mossa di apertura e di credito alla formazione dell’asse Grillo-Di Maio-Casaleggio.

Ma in che modo e su quali presupposti può avverarsi l’accordo? “Ci vorrebbero parole chiare”, sostiene l’ex segretario dem, “sui cambiamenti che si chiedono ai 5 Stelle, certamente” ma anche parole altrettanto chiare “su ciò che si è disposti a correggere dell’esperienza fatta fin qui dal centrosinistra”. Insomma, un discorso “chiaro e onesto” che possa dire qualcosa “a quel vasto popolo nel quale hanno radici sia la sinistra e il centrosinistra sia una parte grande dei 5 Stelle”.

Radici comuni, dunque. Per un popolo che in questi mesi e anni – “è singolare che nessuno ne parli”, sostiene Bersani – “si è in gran parte allontanato sia dalle diverse forze del centrosinistra sia dai 5 Stelle e che ha dunque bisogno di novità vere”.  A suo avviso, dunque, “o si prende questo tornante” che la storia mette dinanzi e lo si coglie come “un’occasione per una correzione di rotta” da parte di tutti i protagonisti in campo oppure sarà solo “arrocco difensivo” e la destra dilagherà diventando la protagonista delle sorti del Paese. “Una destra nuova, egemonica e regressiva”.

E andando a ritroso nel tempo e col pensiero che sembra percorrere anche quelle ore del 27 marzo di sei anni fa, Bersani scrive che “purtroppo sinistra e centrosinistra non hanno aperto gli occhi per tempo” preferendo “figurarsi un’alternativa generica e fallace fra responsabili e populisti” lasciando “largamente incustodita la nuova questione sociale” che ha consentito alla nuova destra di ritrovarsi “su una strada larga ed agevole”.

Ma oggi Bersani si dice certo che “esistono le idee per un progetto nuovo, condiviso e con un tratto percepibile di discontinuità” anche se “quello che ancora manca è la possibilità di discuterne seriamente”. Ma nonostante tutto “si può fare”, dice, e a tal proposito auspica ancora “coraggio e generosità” portando la politica “fuori dai tatticismi, dal cabotaggio dell’autocelebrazione e dal cinico realismo degli scettici” altrimenti “ci si rassegnerà al rito consolatorio di chi pensa di contrastare Salvini facendo quello che dice lui”. Com’è legittimo temere, se mancheranno appunto “coraggio e generosità”.

Tutti li ha vinti Felice Gimondi, nella sua carriera: il Giro, il Tour e la Vuelta. Ma anche il Campionato del Mondo, che ai suoi tempi era appena uscito dalla minorità delle gare agonistiche per essere – finalmente – considerato per quello che era: tra le corse in linea se non la più importante, almeno alla pari con le prestigiose.

Eppure gli pesa, anche adesso, quell’eterno dualismo con Eddy Merckx che lo vuole, anche se non è sempre vero, costantemente dietro, costantemente ad un centimetro dal successo che gli sarebbe costantemente sfuggito nemmeno fosse come Bottecchia, l’inafferrabile.

Chi ne sa di ciclismo sa bene che Merckx fu il più grande della sua generazione, ma sa anche che Gimondi Felice, padano di Sendrina in provincia di Bergamo, fu altrettanto grande. Almeno quando al via non si presentava l’eterno rivale. Semmai Gimondi fu l’ultimo, ma anche il primo.

L’ultimo di un ciclismo eroico che pochi anni prima del suo esordio (1964, vittoria al Tour de l’Avenir) aveva salutato il Campionissimo di ritorno da una battuta di caccia grossa in Africa. Ma anche il primo: di una generazione in cui il professionismo su due ruote si trasformava e diveniva un poco più impersonale, un poco meno coivolgente. Insomma: il professionismo diveniva, dopo lunga gestazione durata decenni, una professione. Non a caso dopo di lui ci sarebbero stati gli Hinault, e anche il dualismo tra Moser e Saronni non avrebbe mai scaldati i cuori, né fatto esclamare alla radio “C’è un uomo solo al comando”.

Se le date hanno un senso, quel 1965 che lo vide trionfare al Tour con gran sorpresa di tutti (a partire dal suo capitano alla Salvarani, Adorni) è anche l’ultimo anno del grande boom italiano. Calava il sole sulla stagione del dopoguerra, incubava l’Autunno Caldo, e anche Gianni Brera che diciott’anni prima sprizzava metafore per descrivere Coppi primo a Parigi, per lui – stancamente, manieristicamente – non riusciva a coniar niente di meglio di un fiacco “Nuvola Rossa”.

Aveva gli occhi alla Bartali e il sorriso da gallo allobrogio, e le gambe lunghe. Non come quelle di Anquetil, l’Airone Biondo che fece appena a tempo ad assistere al suo esordio, e magari nemmeno come quelle dello stesso Coppi. Ma ad un’Italia ancora contadina in fondo al cuore, in cui i maestri di Vigevano scoprivano con fatica le gioie della produzione casalinga delle tomaie, seppe regalare gli ultimi brividi autentici della vittoria in terra di Francia, tra i giornali che svolazzano.

Peccato per quel belga, e per di più fiammingo, che venne fuori subito dopo di lui, anzi quando lui stava per esplodere come il migliore del mondo in senso assoluto, e gli rubò la scena. Ma cosa si poteva fare contro uno che venne chiamato, immediatamente, il Cannibale? Il fatto è che Merckx di benzina nel motore ne aveva davvero tanta. Di più: nel motore aveva, come diceva la pubblicità a quei tempi, un tigre.

E sì, era davvero il migliore del mondo. Ma quanto al Mondiale, Felice seppe cavarsi la sua soddisfazione.

Era il 1973. Un anno prima, allo sprint, la corsa iridata era andata a Marino Basso: ottimo talento, non un campione. Aveva buggerato tutti nello sprint che chiuse una lunga fuga a quattro: lui, Franco Bitossi (che non digerisce questa conclusione), Merckx e Guimard.

Gimondi studia per un anno intero i tre minuti finali della gara, e quando compie il 17mo giro del Mont Jiuc in quel di Barcellona si trova al fianco di Ocana, Maertes e, naturalmente, del Cannibale. Questi aspetta che lanci la volta Maertens, per partire da dietro. Ma Gimondi, che a stare alla ruota di Merckx aveva imparato bene, non si lascia attirare nella trappola.

Lascia passare un pugno di secondi, quelli in cui il rivale è costretto ad uscire allo scoperto, poi lo infilza neanche fosse un pivello e se lo lascia alle spalle. Il Cannibale, a quel punto, cede di schianto: aut Caesar aut nihil e lui si piazza, sdegnato, al quarto posto. Solo perché non poteva più arrivare quindicesimo.

Il duello tra i due durerà altri cinque anni. Quando molleranno entrambi, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 1978, il campione del mondo è già un ragazzotto dalle gambe robuste chiamato Francesco Moser. È un altro ciclismo, un’altra Italia. Lontano dal fulgore venato di tragedia di Marco Pantani, ma che ha dimenticato per sempre gli sterrati di Ginettaccio e del Campionissimo. E dove passarsi una borraccia, tra rivali, è divenuto quasi impossibile.

Si chiama Salt, è una megattera che vive nel mare al largo della costa del Massachusetts e potrebbe aiutare la ricerca a trovare un modo di sconfiggere il cancro. Era il 2011 quando un team di scienziati a bordo della nave da ricerca Shearwater, capitanato da Jooke Robbins, direttore della ricerca delle megattere presso il Center for Coastal Studies di Provincetown, nel Massachusetts, riuscì a prelevare un campione di pelle di Salt per metterlo a disposizione di un team supportato dall’Arizona Cancer Evolution Center (ACE) dell’Arizona State University, che otto anni dopo, lo scorso maggio, ha pubblicato sul Molecular Biology and Evolution i risultati:  Salt e altri cetacei – il gruppo di mammiferi che comprende balene, delfini e focene – hanno sviluppato modi intelligenti per affrontare il cancro, tra cui una serie di geni che sopprimono il tumore.

Nemmeno la dottoressa Robbins, come ammette a Quartz, poteva mai aspettarsi un riscontro del genere: “Non pensavo anni fa che una delle cose che avremmo studiato con questa popolazione sarebbe stata il cancro. È inaspettato e molto prezioso, ma non lo avrei mai pianificato”. Inaspettato sì, ma non del tutto inedito, tecnicamente questo modo diverso che hanno i tumori di agire sulle cellule degli animali rispetto a come si muovono nel nostro organismo è chiamato Peto’s Paradox, in onore dell’epidemiologo britannico Richard Peto, che negli anni ‘70 fece notare come ci fosse una sorta di selezione naturale per la soppressione del cancro, per fare un esempio: gli esseri umani vivono molto più a lungo dei topi pur essendo molto più grandi, avendo quindi più cellule a rischio cancerogeno, eppure uomini e topi prendono il cancro in percentuali simili.

Scrive Quartz: “Nel 2011, i ricercatori dell’ACE, insieme agli scienziati di altre 11 istituzioni in tutto il mondo, hanno iniziato a notare come il paradosso di Peto si manifesta nei genomi delle megattere confrontando le informazioni nei geni di Salt con quelle di altri cetacei. Secondo i risultati, le parti del genoma di una balena che determinano come e quando una cellula si divide si sono evolute rapidamente e coincidono con il periodo in cui quegli animali sono cresciuti arrivando alle loro attuali enormi dimensioni”.

Nel 2015 la guida dell’ACE è passata nelle mani di Marc Tollis, un biologo della School of Informatics, Computing e Cyber ​​Systems della Northern Arizona University, che si è prefissato la missione di riuscire ad isolare uno di questi “supergeni” che sviluppano i grandi mammiferi per soffocare il cancro e metterlo nel corpo di un essere vivente più piccolo, prima i topi, poi gli umani. Una pista perfettamente battibile che conferma altri studi su questo gene capace di ciò che al momento la ricerca considererebbe un vero e proprio miracolo.

Nel 2012 infatti Joshua Schiffman, un oncologo pediatrico dell’Università dello Utah, ha iniziato a studiare le difese del cancro negli animali dopo aver appreso che avevano copie extra di un gene capace di combattere i tumori; lo stesso gene che mancava ai suoi pazienti con sindrome di Li-Fraumeni, un raro disturbo ereditario che predispone i malati allo sviluppo del cancro. Tre anni dopo, siamo dunque nel 2015, lo stesso Schifman firmerà un articolo all’interno del Journal of American Medical Association dove conferma che questo gene capace di schiacciare il tumore innesca una sorta di morte cellulare “programmata” che di fatto evita il sopraggiungere del cancro, viene chiamata apoptosi: cioè quando una cellula si divide e subisce un qualche tipo di danno al DNA, ad esempio da agenti chimici, la cellula tenterà di ripararsi o autodistruggersi per impedire alle mutazioni di diffondersi ad altre cellule.

“Le persone sono intelligenti, ma la natura è molto più intelligente – ha detto Schiffman – La natura ha capito le soluzioni ad alcuni dei nostri problemi di salute in centinaia di milioni di anni di evoluzione”. Ventidue delle 90 specie di cetacei esistenti al mondo hanno avuto il proprio genoma sequenziato e aggiunto al database del National Center for Biotechnology Information, un’archiviazione che grazie alle nuove tecnologie si fa sempre più semplice ed economica.

Gli scienziati hanno anche sequenziato i genomi di tutte e tre le specie di elefanti vivi oggi, il problema potrebbe sorgere nel momento in cui verrà a mancare la materia prima; in pratica il segreto per metterci alle spalle una delle più mortifere piaghe della storia dell’uomo potrebbe risiedere nel DNA di una specie che l’uomo giorno dopo giorno sta sterminando. Le creature diventano più difficili da trovare e le normative che le proteggono diventano più rigide, ritardando la ricerca di anni. Hal Whitehead, uno specialista cetaceo della IUCN da dichiarato che “le specie che sono state colpite nel modo peggiore sono quelle con il contatto più stretto con gli umani”.

I risultati delle ricerche suggeriscono che da qualche parte, nascondendosi nel codice genetico e nella storia evolutiva dei grandi mammiferi, potrebbe esserci un nuovo trattamento del cancro per l’uomo. Ma se i ricercatori hanno ragione, la finestra per studiare queste megafauna potrebbe chiudersi mentre gli umani continuano a minacciare la popolazione degli animali e la biodiversità dei loro habitat. Secondo Cristiana Pașca Palmer, segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, l’impatto della perdita di habitat e specie sulla ricerca medica in senso lato è ancora sconosciuto, “Davvero, quando agiamo per preservare la biodiversità, stiamo agendo per preservare noi stessi”.

Un lungo applauso e poi il silenzio rispettoso. Così alle 10 e 25 piazza del Duomo di Brescia ha accolto il feretro di Nadia Toffa all’ingresso in cattedrale. Da tutta Italia sono arrivati a Brescia per salutare la conduttrice scomparsa martedì, stroncata da un cancro a 40 anni. Tra migliaia di persone comuni anche tanti colleghi della Tv de Le Iene e dei programmi Mediaset.

Le parole di Padre Maurizio Praticiello

Il feretro è stato accolto in chiesa dal parroco di Caivano (Napoli), Maurizio Praticiello, simbolo della lotta nella terra dei fuochi con gli amici che hanno indossato una maglietta con la scritta Ie “jesche pacce pe te!”, in tarantino “Io esco pazzo per te” in un progetto benefico.

“Nadia era dalla parte dei deboli – ha ricordato dal pulpito don Maurizio -. Come Gesù è stata amata e odiata. Pagheremo la voglia di giustizia e verità come ha fatto Nadia, amata per la sua sete di verità. Hai saputo fare del tuo lavoro una missione”. 

L’omelia e il ricordo

Un esempio da imitare. Così Padre Maurizio Patriciello ha voluto ricordare nella sua omelia Nadia Toffa. Davanti a colleghi e migliaia di persone comuni arrivate a Brescia da tutta Italia, il prete ha voluto riaccendere la speranza. “Abbiamo un debito di riconoscenza verso questa ragazza – ha detto don Maurizio -. Nadia, sei stata capace di mettere l’Italia sottosopra unendo il Nord e il Sud, la Terra dei fuochi con Brescia. In questi giorni mi sono arrivati centinaia di messaggi. Sei entrata nel cuore di tutti e non perche’ eri un volto della tv. Nadia è stata amata, non solo stimata”.

“Hai chiamato il cancro con il suo nome dando coraggio a tutti noi – ha proseguito -. Hai raccontato le tue fragilità dandoci coraggio. Nadia ha avuto fame e sete di giustizia, è arrivata là dove la gente era bistrattata e maltrattata. Come nella mia terra, la Terra dei Fuochi, dove il terreno è inquinato anche dai rifiuti del Nord, con la complicità della nostra camorra. Hai gridato ai cristiani sopiti che Dio non è cattivo”.

“Donna coraggiosa. Come si fa a comprendere una ragazza bella che decide di parlare apertamente della sua malattia? Più terribile della malattia c’è solo la vergogna di essere malati – ha spiegato dal pulpito il sacerdote -. Negli ultimi giorni tutti sapevano che il suo silenzio significava la cosa peggiore. Per Nadia la vita è stata vita fino all’ultimo respiro. Lei ha detto: ‘La preghiera è un abbraccio’. Non dimentichiamolo, abbiamo il dovere di dirlo a tutto il mondo. Abbiamo il dovere di ricordare a tutti la sua lotta. Dobbiamo raccogliere quello che ha lasciato perché nulla di quello che ha lasciato, nulla vada perduto”.

Anche i detenuti del carcere cittadino hanno voluto rendere omaggio alla reporter. Hanno così fatto una colletta per acquistare una corona di fiori che è stata consegnata al Teatro Santa Chiara, dove era stata allestita la camera ardente. “Nadia che è sempre stata paladina della giustizia”, hanno scritto in una lettera i detenuti che non hanno potuto partecipare ai funerali di oggi.

La delegazione pugliese

Una rappresentanza di Taranto ha raggiunto questa mattina la cattedrale di Brescia per partecipare ai funerali. Nadia Toffa era infatti cittadina onoraria di Taranto, su delibera del Consiglio comunale, riconoscimento che le era stato dato per le sue battaglie in difesa della salute dei tarantini, e dei bambini in particolare modo, minacciata dall’inquinamento del polo siderurgico.

La rappresentanza tarantina è a Brescia grazie alla messa a disposizione di mezzi di trasporto da parte del Comune di Taranto, col sindaco Rinaldo Melucci, e di un imprenditore privato, Massimo Giove, che è anche presidente del Taranto Calcio. In ricordo della Toffa la mattina del 14 è stata celebrata una messa nel rione Tamburi, nella chiesa Gesu’ Divin Lavoratore, in quel rione al centro di tanti suoi servizi televisivi proprio per la vicinanza all’acciaieria.

Per il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro: “Ci sono uomini e donne che, pur non avendo avuto i natali nella nostra città, si legano fortemente alla nostra storia, attraverso le loro azioni ed il loro stesso attaccamento a Taranto ed alle sue complessità. Nadia Toffa – afferma Marinaro – era sicuramente una di queste eccezionali persone. A lei dobbiamo non solo la commemorazione del suo essere, della sua grande generosità e di una straordinaria sensibilità verso le problematiche del nostro territorio, ma anche l’impegno da assumere per un ricordo che non dovra’ mai cancellarsi”.

Dopo cinque anni di ricerca e sviluppo, la Banca Popolare cinese ha annunciato di essere pronta a lanciare una nuova valuta digitale, basata su tecnologia blockchain. A pochi mesi dalla presentazione della moneta di casa Facebook, Libra, la banca aveva già fatto sapere di aver accelerato i lavori per la realizzazione di una propria criptovaluta, studiata specificamente per essere utilizzata in un “mercato al dettaglio di piccola scala e ad alta frequenza”, come riporta la stampa locale. In particolare, la nuova valuta recepisce le critiche mosse dalla Cina a Libra, che avrebbe voluto sottoposta al controllo di un’autorità monetaria, anche a garanzia contro potenziali rischi di stabilità sul cambio internazionale.

Così la nuova moneta cinese – per la quale non è ancora stata annunciata una data di lancio – sarà erogata sotto la supervisione della banca nazionale del Paese, al contrario di quanto avviene normalmente con le criptovalute dette “decentrate”. “Libra deve essere vista come una moneta straniera e quindi dev’essere sottoposta alle norme cinesi che regolano questo tipo di valute”, ha commentato durante l’evento il responsabile dell’autorità nazionale cinese per le valute estere, Sun Tianqi.

Secondo quanto riporta Bloomberg, per utilizzare la valuta sarà necessario scaricare un’app sul proprio dispositivo, attraverso la quale è possibile convertire gli yuan nella moneta digitale, oltre a fare e ricevere pagamenti. Tuttavia, la Banca del Popolo Cinese potrà monitorare ogni spostamento di denaro.

In un comunicato ufficiale rilasciato a inizio agosto, la banca spiega che “accelererà la ricerca sulla valuta digitale”, monitorandone lo sviluppo sia in Cina che all’estero.

Non c’è dubbio che dopo l’annuncio di Libra, governi, banche e autorità regolatrici di tutto il mondo dovranno accelerare i propri piani e avvicinarsi alle valute digitali – ha spiegato a Bloomberg Dave Chapman, direttore esecutivo del BT Technology Group -. Devono tenere in considerazione la possibilità che valute non governative possano avere drammatici effetti sulla finanza e i pagamenti”.