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01.03: Ci sarebbe un italiano tra le vittime

Il sito del Quotidiano Nazionale riferisce nella cronaca locale di Legnano che tra le 13 vittime dell'attentato di ieri a Barcellona, rivendicato da Isis, ci sarebbe anche un italiano di 35 anni di cui viene resa nota l'identità. Ma la Farnesina non conferma.

00.46: Farnesina: irrintracciabili degli italiani, verifiche in corso

Secondo la Farnesina alcuni italiani non sarebbero rintracciabili a Barcellona in questo momento, ma non è detto che il motivo sia l'attentato del 17 agosto. 

00.45: Spenta in segno di lutto la Tour Eiffel di Parigi

00.20 Rajoy: "Solidarietà della Spagna a Barcellona"

"Il governo spagnolo ha deciso 3 giorni di lutto, fino al 24 agosto". Così il premier Rajoy in conferenza stampa dopo la strage di Barcellona. Significativa politicamente la vicinanza di Rajoy all'indipendentista Barcellona che in autunno terrà un referendum per la secessione da Madrid. 

00.12: Attentato legato a esplosione del 16 agosto

L'attentato di Barcellona è legato ad un episodio inizialmente giudicato minore: l'esplosione di una casa ad Alcaran, a 200 km dal capoluogo catalano, che ha causato due morti e sei feriti. Lo hanno detto le autorità catalane in una conferenza stampa 

23.54: 3 turisti tedeschi e un belga tra le 13 vittime

Lo ha riferito il ministero dell'Interno della regione catalana

23.52: Facebook mette offline anche il profilo di Moussa Oukabir

Il profile del fratello 18 enne del primo sospettato dell'attentato di Barcellona è stato messo offline dal social network. Gli inquirenti sospettano sia lui il terrorista ancora in fuga. Sui social scriveva: "Se fossi io il re del mondo ucciderei tutti gli infedeli"

22.57: 2 terroristi arrestati, 1 ucciso, 1 forse in fuga

Erano tre i sospetti membri della cellula terroristica di Isis che ha colpito oggi a Barcellona. Un terzo sospetto potrebbe essere ancora in fuga, e per gli inquirenti spagnoli potrebbe essere il fratello minore di Driss Oukabir, Moussa, 18 anni, che sarebbe arrivato in Spagna una settimana fa dal Marocco. 

22.17: Un uomo va alla polizia: "Sono io Driss Oukabir"

Un uomo si è presentato alla polizia catalana affermando di essere Driss Oukabir e che la polizia aveva identificato come il presunto attentatore di Barcellona, diffondendone le foto. L'uomo è lo stesso del profilo Facebook "Driss Oukabir Soprano", poi oscurato dal social network. L'uomo ha detto che gli sarebbero stati rubati i documenti di identità qualche giorno fa.

21.44: "L'attentatore alla guida sorrideva"

"Sorrideva" Così una testimone italiana ha descritto il conducente del furgone che si è scagliato sulla folla a Barcellona intervistata dal Tg2. "Abbiamo visto arrivare il furgone, il conducente guardava e sorrideva, aveva la barba lunga". 

21.30: L'Isis rivendica l'attentato di Barcellona

Quello che molti sospettavano date le modalità dell'attentato è stato confermato dall'Isis, che rivendica l'attentato. 

21.29: Il bilancio dei morti è 13, 90 feriti, decine in gravi condizioni

Il bilancio delle vittime dell'attentato è stato aggiornato dalle autorità spagnole che parlano di 13 morti e almeno 90 feriti di cui sarebbero decine quelli in gravi condizioni

21.17: Arrestato una seconda persona per l'attentato

21.02: Ambasciatore Sannino: "Verifiche su italiani"

"Stiamo lavorando con le autorità locali per capire l'eventuale coinvolgimento di italiani" ha detto a Rainews Stefano Sannino, ambasciatore italiano in Spagna

20.39: Facebook oscura la pagina dell'attentatore 

Facebook ha oscurato il profilo di Driss Oukabir, il presunto attentatore di Barcellona. 

20.34: Media, sospetto morto in una sparatoria

Uno dei sospettati dell'attentato sulle Ramblas a Barcellona è morto in una sparatoria con la polizia, riferisce il canale televisivo Tv-3

Ore 20.24: Ufficiale, 13 morti

Ore 20.19: Polizia conferma l'arresto di un attentatore

Nessun attentatore sarebbe asserragliato in un bar di Barcellona. Uno sarebbe stato arrestato, si tratta di Driss Oukabir. Due attentatori sarebbero ancora in fuga. Gli ospedali dicono che 64 persone hanno ottenuto cure mediche. 

Ore 19.23: Ferite 32 persone, 10 in modo grave

32 feriti, almeno 10 in condizioni gravi dicono fonti ufficiali dagli ospedali spagnoli. 

Ore 19.20: Trovato un secondo furgone. Assalitori barricati 

La polizia ha trovato un secondo furgone nei pressi della zona dell'attentato, probabilmente quello che avrebbero dovuto usare per la fuga. In questo momento, da quanto riportano i media spagnoli, due attentatori sarebbero barricati con ostaggi in un ristorante di Barcellona e sarebbero in contatto con la polizia. 

Ore 19.19: Telecinco diffonde la foto di uno dei presunti attentatori

Ore 19.00: Le  autorità: "Per ora confermiamo un morto e 32 feriti"

"Per ora confermiamo un morto e 32 feriti, per ora non possiamo dire di più". Così le autorità spagnole alla stampa parla per la prima volta dopo l'attentato con Joaquim Forn, ministro degli Interni: "Questi sono gli unici dati ufficiali". Mentre i media parlano di almeno 13 morti, le autorità per ora non si sbilanciano. 

Ore 18.50: La Vanguardia: "Ci sono almento 12 morti"

Per la polizia catalana è terrorismo e sono stati attivati i protocolli di sicurezza previsti in questi casi. La Vanguardia parla di 12 morti, mentre El Periodico parla di 13 morti. 

Ore 18.40: Radio Cadena, 'Almeno 13 morti'

Sui social cominciano a circolare dei video che raccontano gli istanti subito successivi all'attentato. Si vedono diversi corpi a terra, il sangue sull'asfalto, la gente ammassata a terra vicino alle bancarelle. Decine di corpi, molti di questi non davano segni di vita. In questi minti Radio Cadena parla di 13 morti, ma non ci sono conferme ufficiali sui numeri. Secondo i testimoni ascoltati dalla polizia il furgone si sarebbe scagliato sulla folla ad almeno 80km/h.

Ore 18.21: I sospetti sono due, scrive El Pais

Secondo El Pais i sospetti sarebbero due, entrambi asserragliati in un ristorante di Barcellona

 

Ore 18.16: Il cordoglio del primo ministro Paolo Gentiloni

Ore 18.06: "L'uomo si è barricato in un ristorante"

I giornali spagnoli riportano di una sparatoria che sarebbe avvenuta a poche centinaia di metri da La Rambla. L'uomo sarebbe ancora libero di circolare. Rainews citando fonti spagnole dice che l'uomo si sarebbe barricato in un ristorante e che probabilmente ha con se degli ostaggi. Il ristorante, secondo i media spagnoli, sarebbe Aromas de Istambul. 

 

Ore 18,00: La polizia conferma: è un attentato. Due morti

Il furgone che si è lanciato contro la folla a Barcellona è un attacco terroristico. Lo ha detto la polizia. Almeno due persone sono rimaste uccise, diverse altre ferite. Caccia al conducente del mezzo, fuggito a piedi.

Ore 17,04: notizie di morti, ma non ancora confermate

Un furgone è piombato sulla folla questo pomeriggio a La Rambla di Barcellona, lo riporta il quotidiano spagno El Pais. Secondo diversi testimoni ascoltati dalla polizia spagnola l'autista dopo aver scagliato il furgone sulla folla avrebbe tentato la fuga, riuscendoci. Finora non è noto il numero di feriti nell'incidente. In questo momento tutta l'area è stata transennata. Si tratta di una delle aree più frequentate della città, particolarmente affollata in questo periodo dell'anno. 

Fonti della polizia hanno spiegato che si tratta di un furgone bianco che ha travolto molte persone e dopo l'azione l'autista è fuggito a piedi. In questo momento a Barcellona è caccia all'autista. 

Fonti ufficiali riportate da La Vanguardia, giornale di Barcellona, dicono che si tratta di attentato terroristico 

Giuseppe Garibaldi rischia la sorte del generale "sudista" Robert Lee. Le sue statue nel Meridione d’Italia non sono state ancora rimosse, ma se ne può parlar male. L’imponente bronzo che lo rappresenta in piedi, davanti alla Stazione centrale di Napoli, è stato spesso avvolto da striscioni, imbrattato da scritte di movimenti meridionalisti ed è insidiato dall’iniziativa di alcuni consiglieri comunali, che hanno avanzato a primavera scorsa la proposta di rinominare piazza Garibaldi intitolandola al principe Antonio de Curtis, in arte Totò, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo della morte.

La storia del Risorgimento, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, è stata riscritta negli ultimi anni a favore degli sconfitti in molte pagine importanti, mentre altre prima bianche o taciute sono state aggiunte, come quelle sui massacri perpetrati dalle truppe piemontesi dopo l’unificazione (o l’annessione) del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna.

Napoli scaccia il generale piemontese

L’iniziativa più significativa è del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la revoca della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini, “eroe” del Risorgimento ma che una successiva revisione – sine ira et studio – ha identificato come responsabile di crimini contro le popolazioni meridionali la cui efferatezza nemmeno i nazisti hanno eguagliato in Italia. Famigerata la rappresaglia contro i civili di Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano, nel 1861, lo stesso anno in cui l’ex capitale del Regno offriva la cittadinanza al generale. Alla revoca disposta dalla giunta De Magistris potrebbe seguire – perché chiesta a gran voce dall’opinione pubblica – la rimozione del busto di Cialdini dalla Camera di Commercio.

 

Laddove non intervengono le autorità si muove uno spontaneismo trasversale, non definibile con le tradizionali etichette politiche benché assai variegato. Piazza Garibaldi a Napoli è stata rinominata un paio di anni fa da un gruppo di attivisti, che hanno preparato targhe di marmo del tutto simili a quelle vigenti e le hanno infisse nottetempo. Piazza Garibaldi è diventata Piazza della Ferrovia. Corso Garibaldi è stato ribattezzato Corso Ferdinando II Re di Napoli. Una bravata ma non troppo.

Sono molte le amministrazioni comunali che nell’ex territorio delle Due Sicilie hanno modificato la toponomastica ufficiale. A Minturno (oggi provincia di Latina) c’è via Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie e sono state inaugurate una via Carlo III di Borbone e una via Francesco e Maria Sofia di Borbone (gli ultimi sovrani delle Due Sicilie). Qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. A Caserta, Corso Trieste è stato rinominato Corso Ferdinando II. A Calvizzano la strada che costeggia l’alveo Camaldoli – realizzato dai Borbone – è stata anch’essa intitolata a Carlo III (che da sempre conta una importante piazza a Napoli dove sorge il gigantesco Albergo dei Poveri).

Una statua per re Ferdinando e un Sacrario a Gaeta

Il comune di Battipaglia ha fatto di più: a Ferdinando II è stata eretta una statua in una omonima piazza. Venafro, in Molise, ha intitolato una strada a Francesco II. Non sono solo le amministrazioni comunali né i movimenti spontanei a intervenire nella riscrittura, anche su bronzi e marmi, della storia. Nel 2014 nella cattedrale di Gaeta il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui è Gran Maestro il principe Carlo di Borbone, ha eretto un Sacrario che raccoglie i resti dei soldati che morirono per re Francesco nell’assedio con cui l’ultimo monarca si congedò dal Regno (mentre i cannoneggiamenti del generale Cialdini violavano anche le regole più umanitarie), resistendo fino al 13 febbraio 1861.

Nei nomi delle strade emergono i ricordi – o la nozione, perché sono in molti a non sapere – di atrocità omesse dalla narrazione scolastica: il comune di San Giorgio a Cremano, ora quello di Napoli hanno intitolato una piazza ai Martiri di Pietrarsa. Sono i quattro operai delle omonime officine, già fiore all’occhiello delle ferrovie borboniche, i quali il 6 agosto 1863 manifestarono per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Furono uccisi dalle pallottole dei bersaglieri “italiani” e i feriti furono decine. Ma mentre tutti ricordano l’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947, su quello di Pietrarsa era calato l’oblìo. Se targhe e monumenti servono a qualcosa, questo è un caso esemplare.

La revisione è incentivata anche nelle università: “L’Ordine Costantiniano assieme all’Ancci (Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani) ha istituito delle borse di studio per tesi di laurea sul Regno delle Due Sicilie. Ne abbiamo di recente premiate dodici”, racconta all’AGI l’avvocato Franco Ciufo, segretario nazionale dell’Ancci e delegato per l'Ordine degli Abruzzi e Molise. “Con l’Associazione Neoborbonica, organizziamo anche visite nelle scuole per riproporre a docenti e studenti una rivisitazione più accurata del nostro comune passato”.

A un meticoloso lavoro storico si è dedicato con molti volumi il giornalista Gigi Di Fiore, il quale si dice tuttavia contrario alla rimozione dei monumenti e ai cambiamenti toponomastici: “Bisogna distinguere la memoria dalla storia. Non sempre sono sovrapponibili, anche se mi sembra paradossale che ogni città italiana debba avere una via Roma e una via Garibaldi. Ma questo è il frutto di un tentativo strenuo di dare all’Italia una identità condivisa dopo il 1860, quando proprio non ce l’aveva. E per accettare l’unificazione sotto le insegne del Piemonte era necessario denigrare gli Stati preunitari”.

Di Fiore traccia una differenza con quanto accade in America: “Gli Stati Uniti sembravano esenti dai conflitti cui assistiamo adesso, grazie alla grande riconciliazione voluta dal presidente Lincoln, che riuscì a rendere compatibili una memoria del Nord e una memoria del Sud: c’è per esempio a New Orleans un bellissimo Museo della Confederazione. Ma attenti – avverte Di Fiore – a non indulgere a una visione superficiale della storia. Non si può ridurre tutto a schemi tipo antischiavisti contro schiavisti, bisogna piuttosto ricordare i fortissimi interessi divergenti che andavano al di là di schemi ideologici. La complessità dei processi storici, se semplificata troppo, genera solo insanabili contrapposizioni come quelle attuali”.

Cauto anche lo storico pugliese Valentino Romano: “La storia va rivista e non semplicemente rimossa, altrimenti ripeteremmo ciò che hanno fatto i Savoia. L’esempio ideale mi sembra quello del piccolo comune di Biccari in provincia di Foggia: ha ribattezzato una strada dedicandola ai Martiri di Pontelandolfo, ma ha conservato l’indicazione ‘già via Nino Bixio’”. La statua di Garibaldi dalla piazza di Napoli, però, Romano la sposterebbe. Così pensa anche Lucilla Parlato, direttore della testata “Identità Insorgenti”, che coagula le voci di gruppi, movimenti e collettivi sul territorio: “La presenza di quella statua proprio davanti alla stazione di Napoli è poco tollerabile. La revisione storica è importante anche nella toponomastica, purché la memoria sia sempre riportata al presente, altrimenti è solo sterile sguardo all’indietro. Perché è il passato che vive ancora nell’oggi e lo condiziona. La Terra dei Fuochi dimostra che moriamo sempre di Italia per i patti tra aziende del Nord e camorra”.

Il ritorno dei "briganti"

C’è intanto chi caldeggia il ‘Giorno della memoria’ per le vittime del Risorgimento, come il Movimento 5 Stelle con mozioni nei Consigli regionali di Campania, Puglia, Molise, Basilicata e Abruzzo. L'iniziativa è stata condivisa da altre forze politiche, ma suscitando critiche: lo storico Francesco Barbagallo parla di “politica ridotta ad avanspettacolo”, di “neo-sudismo dei cinque stelle”, di un “leghismo sudista” coi rischi del ribellismo brigantesco.

A un “brigante”, meglio dire a un insorgente, il Consiglio comunale di Cerreto Sannita ha dedicato una piazza: Cosimo Giordano. Era nativo di là. Come lui migliaia furono protagonisti, anche nolenti, di una disperata opposizione ai “piemontesi”. Scrisse Carlo Alianello, precursore di tanta revisione storica nel saggio “La conquista del Sud” del 1972: “I cafoni erano ai campi o sulla montagna, magari con la zappa al braccio e il fucile a tracolla e, quando erano presi, colpevoli o innocenti, la loro sorte era segnata: quattro palle nella schiena e addio”.       

 

      

Alle 17,04 un furgone guidato da un attentatore terrorista è piombato sulla folla sulla Rambla di Barcellona. Tredici le vittime e decine di feriti. L'attentatore è riuscito a fuggire. Sulla rete e sui social network sono arrivati decine di immagini e video.

da Twitter

Ha (suo malgrado) appeso da pochi mesi gli scarpini al chiodo, ma anche a piedi nudi l'ex Capitano giallorosso dimostra di saperci fare. E bene. In questo video, diventato virale in poche ore, Francesco Totti in mezzo al mare di Ponza si esibisce in un passaggio perfetto… da barca a barca

"Caro Sindaco, si ricorda di noi? Siamo quelli del Liceo Danilo Dolci di Brancaccio. Le ho scritto una lettera, qualche mese fa, e ci siamo incontrati a Palazzo Comitini, a conclusione della nostra ultima (ennesima) manifestazione in piazza. Noi siamo ancora in attesa di risposte alla gran parte delle nostre (ultime e minimali) richieste. Il tempo stringe e davvero ci vorrebbe poco per darci un minimo di serenità, in vista del prossimo anno scolastico".

Un post su Facebook al rieletto sindaco

Comincia così un lungo post scritto su Facebook da Roberto Alessi, 53 anni, professore di lettere al liceo Dolci di Palermo, nel quartiere Brancaccio. Un liceo nato il primo settembre del 2000 che ha una storia particolare. Nella sua ancor giovane storia non ha mai vissuto l'ebrezza di avere il riscaldamento. Sì, proprio così. In 17 anni, mai un anno con i caloriferi accesi. Scrive il professor Alessi a Leoluca Orlando, sindaco di Palermo appena rieletto: "Siamo nati piccoli, ma siamo cresciuti in fretta. Così, abbiamo chiesto altre aule, di quelle libere lì, vicino alle nostre, ma ci hanno detto che non sono per noi. Abbiamo chiesto il riscaldamento, perché d'inverno fa freddo e si sta in classe con cappotti e coperte, ma ci hanno detto, già più di dieci anni fa, che non si possono sprecare soldi per l'impianto di riscaldamento di un edificio che deve essere totalmente ristrutturato e che bisognava aspettare la ristrutturazione. Del resto, la ristrutturazione sarebbe partita l'anno venturo, e poi l'altro ancora e poi l'altro: insomma, l'anno che verrà. Ma i soldi non erano mai abbastanza: perché è vero che il nostro è un edificio confiscato alla mafia, ma l’affitto andava pagato lo stesso, 600.000 euro all’anno. L’affitto? A chi, ai mafiosi a cui è stato sequestrato?”.

"Servirebbe qualche altra aula"

La speranza di Alessi e di tutto il corpo docente (come delle famiglie degli studenti, naturalmente) è che il prossimo anno scolastico, quello che comincerà tra pochi giorni, l'anno della maggiore 'età' per il liceo Dolci possa essere l'anno giusto. Quello con i riscaldamenti accesi. "Abbiamo chiesto le pompe di calore per tutte le aule, ma ci hanno detto che no, l'impianto elettrico non è a norma e rifare l'impianto non si può, perché tanto l'anno che verrà parte la ristrutturazione e…lo sappiamo già. Così, abbiamo continuato a chiudere, di tanto in tanto, due, tre, quattro, cinque aule: perché c'è un'infiltrazione lì, un filo scoperto là, un buco nel pavimento qua. Ci siamo stretti, rinunciando all'Aula Magna, ai laboratori, all'aula dei professori. Abbiamo manifestato quell’anno e poi l’altro e poi l’altro ancora. Siamo persino riusciti a farci ricevere dalla signora prefetta in persona, nel 2016. Abbiamo chiesto di nuovo qualche altra aula, di quelle libere lì, vicino alle nostre, ma ci hanno detto di nuovo che non sono per noi: vedrete che quel vecchio palazzo delle Poste, ormai dismesso, quello farà al caso vostro, ci hanno detto. Dateci almeno il tempo di ristrutturarlo…

Mancano anche palestra, parcheggio…

Al Dolci servirebbero anche più aule, un parcheggio per le auto (il piazzale antistante la scuola non si sa perché non è utilizzabile), una palestra. Non sono bastate due manifestazioni di piazza, nemmeno una donazione: i fondi sono ancora bloccati per beghe burocratiche e non si sa quando i 5mila euro messi a disposizione dal senatore Francesco Campanella potranno essere spesi dalla scuola. Il Miur, interrogato sul tema, non ha fornito tempi certi:  “Si precisa che la procedura per l'assegnazione di tale risorsa è in corso di perfezionamento e che, con la presente nota si intende dare a codesta istituzione scolastica una comunicazione in via anticipata

dell'importo".

Quella donazione inutilizzabile

Volete sapere qual è la "procedura in corso di perfezionamento", scrive Alessi, per una scuola pubblica ? "Il MIUR scrive una lettera al MEF (Ministero Economia e Finanza), il quale deve predisporre nientepopodimeno che un Decreto interministeriale (DIM) di trasferimento dei fondi all'apposito capitolo del bilancio del MIUR. Preventivamente, però, questo questo DIM deve passare al vaglio della Corte dei Conti (!), senza il quale non è possibile il passaggio al suddetto capitolo. Quando il visto della Corte dei Conti arriverà e il DIM diverrà esecutivo, finalmente il MIUR potrà accreditarci la donazione (4950 euro dei 5500 donati, al netto del 10% destinato al fondo perequativo previsto dalla Legge107)”.

Caro sindaco, ti scrivo

Ora non resta, per gli studenti e i professori del Dolci, che l'intervento del sindaco. "È vero che gli antichi classici ci hanno insegnato che la speranza è l’ultima a morire. Ma qui da noi si dice che chi vive di speranza crepa disperato", scrive ancora Alessi nel suo post. All'apertura delle scuole mancano tre settimane.

 

Apple è pronta a investire un miliardo di dollari, a partire dal 2018, per realizzare e produrre contenuti media originali, in concorrenza con i grandi studio di Hollywood. Lo rivela il Wall Street Journal, secondo il quale si tratta di una cifra considerevole, pari a quanto ha speso nel 2013 Amazon nell'annunciare il suo ingresso nel campo della programmazione video e la metà di quanto ha speso l'anno scorso Time Warner per la tv ad alta qualità Hbo. Secondo fonti vicine all'operazione, Apple si appresterebbe a produrre in proprio almeno dieci grandi programmi televisivi, tipo "Game of Thrones" della Hbo. Gli show verrebbero trasmessi sul servizio di streaming musicale, oppure su un nuovo servizio di video che verrebbe creato ad hoc.

Progetto 'visionario' di Eddy Cue

Il progetto va incontro ai piano di programmazione video più volte annunciato da uno dei leader più visionari del gruppo, Eddy Cue. Il budget del progetto verrebbe gestito da due veterani di Hollywod, Jamie Erlichet e Zack Van Amburg, ingaggiati nel giugno scorso dalla Sony, proprio in vista di una futura programmazione video a livello globale della Apple. I due riportano direttamente a Cue, il quale gestisce il budget da 24 miliardi di dollari dei servizi Apple, nel quale è incluso iTunes.

Il business dei contenuti media negli Usa, si va facendo molto affollato, poichè oltre alle tv tradizionali e alle major di Hollywood, in pista ci sono Amazon, Netflix e, ora, anche Apple. Nella stagione 2016 almeno 17 grandi catene televisive, che trasmettono da diverse piattaforme, hanno realizzato 500 nuovi show di grande rilievo, il doppio rispetto rispetto a quelli prodotti nel 2011.

Le risorse illimitate di Apple

Apple, affacciandosi per ultima sulla scena, ha bisogno un grande 'hit', ciò di un grande colpo televisivo, per guadagnare visibilità. A giugno Apple ha lanciato su Apple Music "Planet of Apes", la nuova versione del "Pianeta delle Scimmie", e la scorsa settimana ha immesso sul mercato "Carpool Karaoke", ma entrambi i video hanno subito forti critiche. Tuttavia con i suoi 260 miliardi di dollari di liquidità e ricavi che nel 2016 hanno raggiunto di 215 miliardi di dollari, Apple dispone di risorse praticamente illimitate per il suo debutto sulla scena dei contenuti media.

Dopo le rivelazioni del New York Tims giunte in contemporanea con la decisione del governo italiano di riaprire l’ambasciata al Cairo, torna di strettissima attualità il caso Regeni, il ricercatore torturato e ucciso in Egitto tra gennaio e febbraio dello scorso anno.

Il retroscena del ritorno dell'ambasciatore al Cairo

Su Repubblica una fonte della Farnesina spiega la necessità di rimandare l’ambasciatore Giampaolo Cantini in Egitto. “Il nostro isolamento rischiava, se prolungato, di provocare danni – spiega -. Non solo per quanto sta accadendo in Libia ma soprattutto nei confronti della nostra comunità al Cairo e nella ricerca della verità su Regeni". Il quotidiano romano rivela un retroscena, la lettera di incarico del governo all’ambasciatore: Cantini arriverà al Cairo affiancato da una figura specifica che gestirà la cooperazione giudiziaria e investigativa con la procura generale del Cairo. Non è ancora stato deciso se si tratterà di un magistrato o di un ufficiale di polizia giudiziaria.

Viene confermato poi l'ordine del giorno del settembre 2016 che blocca ogni fornitura gratuita di materiale bellico al regime di Al Sisi. Resta congelato sine die – come si legge ancora dalla lettera di incarico – il business council italo-egiziano. Verrà mantenuta l'allerta sul sito istituzionale della Farnesina e saranno aumentati i progetti di cooperazione e sviluppo con l'Egitto con oggetto il rispetto dei diritti umani e la parità di genere. C'è infine – spiega ancora la fonte della Farnesina – il capitolo della "memoria" che "non sarà rituale". Sarà intitolata al ricercatore italiano la futura università italo- egiziana e l'auditorium dell'istituto di cultura. Il 25 gennaio, data della scomparsa di Giulio, sarà istituito il giorno della memoria in tutte le nostre sedi istituzionali in Egitto.

L'avvocato egiziano: "Nessuna cooperazione"

Il Corriere della Sera intervista Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, Ong che offre consulenza ai legali della famiglia di Giulio Regeni. Arrestato il 25 aprile 2016, Abdallah è rimasto in carcere per 4 mesi e mezzo con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione di proteste che miravano a rovesciare il regime. La sua opinione sulla decisione di rimandare l’ambasciatore italiano al Cairo è nettamente negativa, al pari della famiglia Regeni. Si parla di progressi nelle indagini e di “rinnovata cooperazione” tra inquirenti, ma Abdallah ha pochi dubbi: “Non c’è nessuna cooperazione”. Il procuratore generale Nabil Ahmed Sadek, che dovrebbe garantire la giustizia in Egitto, spiega l’avvocato, “ha rifiutato finora di consegnarci il fascicolo sull’uccisione di Giulio e ha bloccato ogni tentativo legale di ottenerlo. La famiglia non ha avuto nessuno degli atti – aggiunge -. Non sappiamo nemmeno se quelli inviati agli inquirenti italiani siano un riassunto dell’inchiesta oppure gli originali. Penso che dovremmo vedere i documenti. Comunque, sulla base di quello che abbiamo visto sinora, mi aspetto che il fascicolo sia pieno di bugie”.

Renzi: "Obama non mi ha detto nulla"

Sulla Stampa si parla, invece, delle rivelazioni del New York Times, di quelle “prove esplosive” del coinvolgimento dei servizi segreti nell’omicidio Regeni che Obama avrebbe consegnato a Matteo Renzi. Il quotidiano di Torino cita l’ex premier che avrebbe detto al suo successore, Paolo Gentiloni: “Lo sai, con Obama, ci siamo visti tante volte, abbiamo parlato anche dal caso Regeni, ma mai una volta il presidente degli Stati Uniti mi ha fatto rivelazioni o fornito documenti. Né ha mai sentito il bisogno di metterci in allerta”. E anche Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri del governo Renzi, a suo tempo, parlò del caso col suo omologo di allora, il segretario di Stato John Kerry, ma anche in questo caso senza mai ricevere elementi di fatto e tantomeno “prove esplosive”. E soprattutto – sottolinea ancora La Stampa – non furono suggerite tracce che fossero diverse da quelle già in possesso dei Servizi italiani.

Necessità di normalizzare i rapporti

La decisione di inviare l'amasciatore nuovamente al Cairo è giustificata da Palazzo Chigi con la necessità di 'normalizzare' i rapporti con l'Egitto dopo un anno e mezzo di ferri corti dovuti all'omicidio del ricercatore italiano. "Vogliamo tutta la verità sulle responsabilità di apparati dello Stato egiziano nella morte di Giulio", hanno sempre detto ministri e premier italiani in questi mesi. I silenzi ricevuti avevano portato al ritiro dell'ambasciatore dal Cairo. Prima di Ferragosto la notizia del reinvio di un nostro diplomatico (leggi anche l'articolo del Sole 24 ore) a fronte di nessuna sostanziale novità sul fronte delle indagini (anche se la procura di Roma che indaga sul caso ha parlato di "passi avanti" sul fronte della collaborazione con le autorità egiziane). Poi, a Ferragosto, la bomba sganciata dal quotidiano americano, che ha prodotto migliaia di commenti sulla rete, tra i quali, naturalmente, quello sgomento della famiglia di Giulio (leggi su questo l'articolo dell'HuffPost).

I nodi che restano aperti

Una nota che non spegne le polemiche. Il Corriere della sera mette in fila i punti scoperti portati alla luce dal quotidiano di New York: 

  • l’inchiesta spiega che le «prove esplosive» non furono passate dall’amministrazione americana al governo italiano, ma rivela che quelle prove esistono. Dal canto suo, Palazzo Chigi non smentisce, ma conferma quanto effettivamente scritto dal quotidiano: gli «elementi di fatto» non furono inviati da Washington a Roma;
  • nella nota delle «fonti» del governo italiano si sottolinea come «la collaborazione» investigativa tra Usa e Italia sia completa: un modo per smorzare ogni polemica; 
  • i rappresentanti governativi americani citati dall’articolo dicono che non fosse chiaro «chi» avesse dato l’ordine di catturare e «presumibilmente» di uccidere Regeni: una frase che indica che le prove in possesso degli Stati Uniti non siano in grado di chiarire né la responsabilità ultima, personale, dietro la decisione di rapire Regeni, né di indicare in modo incontrovertibile quale agenzia di sicurezza e intelligence lo abbia torturato e ucciso, né se la sua morte venne «decisa» o fu il risultato delle violentissime torture subite;
  • anche se non lo nomina esplicitamente, sembra che la fonte citata dal New York Times alluda ad Al Sisi e a membri del suo governo quando spiega che a sapere che cosa fosse successo a Regeni fosse «the very top», il vertice supremo dello Stato (usando il pronome «they», «loro»).

Fca è nel mirino degli investitori cinesi. Le indiscrezioni diffuse da Automotive News nei giorni scorsi e rilanciate dalla stampa mondiale vengono ora smentite in maniera più o meno ufficiale dai quattro potenziali acquirenti. Lo riferisce il giornale finanziario Jingji Guancha Bao (Economic Observer) dopo aver contattato Great Wall Motors, Dongfeng, Geely e Guangzhou Automobile (Gac), i gruppi coinvolti nel possibile acquisto di Fiat Chrysler Automobiles. 

Solo da Geely una chiara smentita

Come si legge nell’articolo pubblicato martedì in tarda serata, il portavoce di Geely ha chiaramente smentito la possibilità di un’acquisizione: “Non abbiamo questa intenzione” ha detto ai giornalisti cinesi. Non hanno invece dato una risposta chiara Dongfeng e Gac, celate dietro reazioni ambigue: “Non abbiamo mai sentito questa notizia”, “non ne sappiamo nulla”. Gac Fca (Feike) –  società in joint venture con Fiat in Cina – ha chiesto delucidazioni al partner: "Attendiamo una risposta dal nostro partner in Nord America". Uno dei responsabili di Gac ha detto di aver appreso la notizia su internet: "Non è la prima volta che simili indiscrezioni circolano sulla stampa, è già successo almeno altre due volte". Secco “no comment”, infine, da parte di Great Wall Motors

Notizia probabilmente falsa

L'interesse dei quattro gruppi cinesi è "una notizia probabilmente falsa", dice un analista cinese all'Economic Observer. "E' il tentativo di creare l'illusione che vi siano tanti gruppi cinesi in competizione per l'acquisto di Fca". E' come un serpente che vuole ingoiare un elefante. "Great Wall o Dongfeng, nessuno riuscirà a a ingoiare la Fiat", titola un altro organo di stampa cinese, Zhongyang Renmin Guangbo Diantai (China National Radio, CNR)  

Non solo perché il governo cinese ha reso complicato il processo di autorizzazione per l'acquisizione all'estero da parte di aziende cinesi soprattutto in settori considerati "irrazionali", quali calcio e industria dell'intrattenimento. Secondo CNR, alle difficoltà relative al controllo di un'operazione così vasta e alla gestione del multi-brand,  si aggiunge l’incertezza del sistema economico italiano che rende rischioso l'acquisto di Fca. 

Ecco i 4 'serpenti' che non ingoieranno Fca

Vediamo in dettaglio chi sono i possibili gruppi interessati ad acquistare Fca (malgrado le smentite più o meno ufficiali).

Great Wall Motors

E' il maggiore produttore di Suv in Cina, è reduce da deludenti dati del primo semestre 2017, che ha segnato un calo degli utili del 49,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, a 2,5 miliardi di yuan (369,6 milioni di dollari) dovuto soprattutto agli alti costi e alla deflazione, come previsto anche da Morgan Stanley. Il 23 luglio scorso, dopo la diffusione dei dati di bilancio, le azioni di Great Wall Motors erano scese ai minimi degli ultimi quattro mesi. Il rilancio è affidato ai nuovi modelli, destinati soprattutto ai mercati stranieri. Solo pochi giorni dopo l'uscita dei dati, il gruppo aveva presentato a Darwin, in Australia, la Haval H9, il nuovo Suv che sarà commercializzato sul mercato australiano a partire dal 2019 o dal 2020, e che punta a rivaleggiare con la Toyota HiLux e con la Ford Ranger.

Dongfeng

Fondata nel 1969, con sede a Wuhan, nella Cina interna, è una della grandi imprese statali cinesi nel settore automobilistico. Dongfeng è in partnership, in Cina, con Renault, ha una partecipazione in Peugeot-Citroen, e ha una divisione che si occupa dello sviluppo di auto elettriche, settore su cui il governo cinese punta molto. Dal 2005, Dongfeng è quotata a Hong Kong e da allora si è espansa fino a superare per la prima volta nel 2011 la soglia di un milione di veicoli venduti. A novembre scorso, aveva lanciato il nuovo Suv Koleos destinato principalmente al mercato cinese, ma destinato ad altri ottanta mercati, realizzato in partnership con Renault.

Guangzhou Automobile 

Nata nel 1997, è uno dei più importanti gruppi automobilistici cinesi. Gac è nella lista dei cinquecento maggiori gruppi della Fortune Global 500 dal 2013 e quest'anno si è classificata al 238esimo posto, scalando 65 posizioni in classifica. Proprio nel 2013, con due anni di ritardo rispetto a Dongfeng, si è unita ai marchi automobilistici cinesi, del "Million Club", ovvero l'elenco di gruppi automobilistici che hanno sfondato quota un milione di vetture vendute in un anno. Oltre alla partnership con Fiat Chrysler, Gac ha due joint venture con Toyota e Honda. Il gruppo ha investimenti anche nei settori della logistica, della finanza e del ramo assicurativo. 

Geely

Che nel 2010 aveva acquisto per 1,8 miliardi di dollari la svedese Volvo, sembra essere, oggi, il più solido dei gruppi interessati. Secondo 'Forbes', in un articolo di aprile scorso, Geely potrebbe essere l'apripista per i gruppi automobilisticicinesi alla conquista dei mercati stranieri. La rivista citava il capo del marketing del gruppo, Alain Visser. "Credo che saremo i primi, ma sarei davvero sorpreso se fossimo gli unici". L'accordo con Volvo, proseguiva 'Forbes', fu di beneficio a entrambi i gruppi e dissipò i dubbi di chi ipotizzava uno smantellamento della Volvo.

Far pagare la nuova tassa sugli affitti turistici, la cosiddetta tassa Airbnb ma che coinvolge anche tutti gli altri portali di intermediazione come ad esempio Booking.com si sta trasformando in un’impresa titanica. La prima scadenza, quella del 17 luglio, è stata un flop e ora c’è attesa per capire cosa succede dopo il 16 di agosto, secondo termine per versare le ritenute del 21% sui canoni degli affitti turistici incassati a luglio.

Leggi anche: "Questa casa non è un albergo". Airbnb: pronti a fare causa allo Stato

Le sanzioni per chi non paga

Le sanzioni – si legge sul Sole 24 Ore – per le inadempienze arrivano fino al 30%. Tuttavia, nel concitato avvio di questa nuova tassa, chi non pagherà potrà sperare nell’aiuto dello Statuto del contribuente (legge 212/2000), che all'articolo 3, comma 2 obbliga le amministrazioni a concedere 60 giorni di tempo agli operatori per adeguarsi alle tecnicalità prevista dalle norme. E, visto che la legge che ha introdotto la ritenuta Airbnb è stata emanata il 12 luglio, gli agenti potranno iniziare a trattenere il 21% sui corrispettivi incassati a partire dal 12 settembre ed effettuare il primo versamento entro il 16 ottobre 2017. La prospettiva non è stata ufficializzata dall’Agenzia dell’Entrate ma non causerebbe alcun danno erariale perché resterebbe fermo l’impegno di agenti e portali di segnalare all’Agenzia i dati sui contratti 2017 entro il 30 giugno 2018 e di inviare le certificazioni uniche ai clienti. Quindi nessuno sfuggirebbe ai controlli. Pagare la cedolare del 21% (o l'Irpef) resta comunque un obbligo dei locatori.

Cosa è cambiato rispetto al passato

Le tasse sugli affitti brevi venivano pagate anche prima, ma era più facile evaderle perché i contratti di locazione della durata inferiore ai 30 giorni non venivano registrati. Da sempre chi affitta un immobile anche per pochi giorni è tenuto a dichiarare il canone percepito e a pagare le tasse nella dichiarazione dei redditi, scegliendo tra la cedolare secca al 21% e il regime classico dell’Irpef al 23%.

Ora la novità consiste nell’obbligo per i soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, cioè i portali come Airbnb e Booking o le più tradizionali agenzie immobiliari, di trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai contratti conclusi e a operare in qualità di sostituti d’imposta. Se invece si continua ad affittare senza un intermediario la responsabilità del pagamento delle imposte resta individuale come in passato e il locatore verserà le tasse o con cedolare secca o in base alla propria aliquota. In particolare, devono comunicare attraverso i canali telematici dell'Agenzia delle Entrate, il nome, il cognome e il codice fiscale del locatore, la durata del contratto, l’importo del corrispettivo lordo e l’indirizzo dell’immobile.

Leggi anche: Airbnb non paga la cedolare secca e sfida l'Agenzia delle Entrate

Le proteste di Airbnb

La novità non è mai andata giù a Airbnb che lamenta una violazione in termini di privacy e territorialità. In risposta, il colosso già a giugno 2017 aveva proposto accordi diretti con l'Agenzia delle Entrate. E lo ha ribadito in un comunicato: "Confidiamo che si possa aprire un confronto serio su accordi caso per caso, nel rispetto delle diversità del mercato e degli operatori, a beneficio di chi ospita, chi viaggia e del settore turistico nel suo complesso”. “Adeguarsi è impossibile", ha spiegato Airbnb in un comunicato congiunto con Homeaway e con l'associazione degli agenti immobiliari Fiaip.  

  "Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate non ha fornito i chiarimenti auspicati né prevede alcuna tempistica di adeguamento per gli operatori coinvolti, rimandando a ulteriori specifiche tecniche che verranno comunicate in un non precisato futuro", si legge nel comunicato. "Questa confusione nel pieno dell’estate – si legge – non è certo la risposta a quanti parlano di turismo come volano di crescita”.

Per approfondire: E' Airbnb il campione dell'estate 2017

Nottetempo, piazza per piazza. I quattro monumenti simbolo dell’America confederata nella città di Baltimora sono stati rimossi così, per ordine del sindaco democratico Catherine Pugh, organizzando squadre, cavi e gru e autocarri tra le 11 e mezza di sera e le 5,30 di ieri mattina.

Così sono scomparsi i monumenti, “il più velocemente possibile”, ha detto il sindaco, dopo un anno di discussioni e sterili contrasti. Perché “era necessario tirarli giù”: subito e senza clamori per la sicurezza dei cittadini – tutti – dopo i fatti di Charlottesville in Virginia, dove sabato scorso è morta una donna negli scontri seguiti al raid di un suprematista bianco contro la rimozione di una statua del generale della Guerra di Secessione, Robert E. Lee.

Quali sono le statue rimosse la notte scorsa a Baltimora?

  • Il monumento ai soldati e ai marinai confederati (in Mount Royal Avenue vicino a Mosher Street). Eretto nel 1903 dalle Maryland Daughters of the Confederacy, fu realizzato dallo scultore newyorkese di origini francesi F. Wellington Ruckstuhl e rappresenta l’allegoria della Gloria che sostiene un soldato confederato morente con la bandiera sudista fra le mani.
     
     
  • Il monumento alla donna confederata (in Bishop Square Park all’University Parkway e Charles Street).Risale al 1917 e fu finanziato dalla Unione dei veterani confederati, dall’Unione delle figlie della Confederazione e dallo Stato del Maryland. Ritrae un soldato morente con la bandiera e due donne, una che lo tiene fra le braccia e l’altra, eretta, che scruta l’orizzonte.
     
     
  • Il monumento al generale Robert E. Lee e al comandante Thomas ‘Stonewall’ Jackson (in Wyman Park Dell vicino all’Art Museum and Wyman Park drives). Datato 1948, il gruppo bronzeo raffigura Robert E. Lee e ‘Stonewall’ Jackson a cavallo prima della battaglia di Chancellorsville in Virgina, nel 1863, che è reputata la “battaglia perfetta” di Lee malgrado la morte di Jackson. Il monumento fu finanziato dal banchiere J. Henry Ferguson, che morì nel 1928. Fu plasmato dalla scultrice Laura Gardin Fraser, che si aggiudicò un concorso per la sua realizzazione.
     
     
  • La statua a Roger B. Taney (in Mount Vernon Place). Eretta nel 1887, la scultura del quinto presidente della Corte Suprema, originario del Maryland, fu opera di William Henry Rinehart ed è la copia di quella che si trova nella Maryland’s State House. Taney, con la rimozione della stuatua, sconta una sua storica sentenza a favore della schiavitù.
     

Un esempio che sarà seguito a New York

Non è chiaro quale fine faranno le statue né a quanto ammontino i costi della loro rimozione, perché il sindaco Pugh, a quanto riferisce “The Baltimore Sun”, li ha definiti un dettaglio rispetto alle motivazioni che hanno portato alla decisione, corroborata comunque da un voto unanime del Consiglio. Al loro posto, saranno probabilmente collocate delle placche che spiegheranno quali monumenti sorgevano in quei punti e il motivo della rimozione.

L’aria è che altre municipalità seguiranno, negli Stati Uniti, l’esempio di Baltimora e la prossima rimozione potrebbe riguardare una targa infissa su un vecchio acero, sempre in onore del generale confederato Lee, che si trova a Brooklyn a New York, davanti a una chiesa episcopale frequentata dal comandante il quale piantò pure l’albero.

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