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“Stimatissimo Mikhail Sergheevic! Sono convinto che il pubblico non solo è in grado ma è obbligato a conoscere tutte le circostanze del disastro di Chernobyl, contrariamente ai trucchi di censura dei vari dipartimenti, con i loro interessi e le loro ambizioni. (…) Perché la comunità internazionale ha il diritto a conoscere di più dei nostri eventi che non la nostra stessa popolazione? E se nascondiamo i nomi dei responsabili della catastrofe (gli stessi che oggi praticano la censura), creeremo una copertura per altri potenziali complicazioni nelle prossime progettazioni e costruzioni di impianti nucleari. (…) Con il più profondo rispetto, l’accademico Andrej Sacharov”.

Questa lettera-ammonimento del grande fisico e premio Nobel, inviata nientemeno che a Mikhail Gorbaciov in data 4 novembre 1988, è uno dei documenti ‘top secret’ sulla catastrofe nucleare della centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 in Ucraina settentrionale, ora declassificati e pubblicati dal National Security Archive americano.

Un inusuale attacco verso il leader sovietico che pure lo aveva riabilitato appena due anni prima, che punta il dito contro la massiccia coltre di sistematica disinformazione che le autorità sovietiche continuavano a stendere sul peggiore disastro nucleare di tutti i tempi.

Ma c’è anche di più, molto di più, in questa seconda ondata di documenti – una prima serie di carte desecretate era già stata resa pubblica lo scorso agosto – provenienti in buona parte dalla corrispondenza del Politburo sovietico, ma anche dagli archivi del Kgb e della Cia: soprattutto il fatto che il Politburo sapesse già nel luglio 1986, cioè appena tre mesi dopo il disastro, che il reattore di Chernobyl era ‘destinato’ a finire in “meltdown”. In altre parole, non furono soltanto gli errori commessi e l’incompetenza dei tecnici impiegati nella centrale a causare l’esplosione, come si è sempre detto: la verità era che il reattore era concepito e progettato in maniera “difettosa”.

È quanto emerge chiaramente dal resoconto di una discussione del Politburo del 3 luglio 1986 – presieduta da Gorbaciov, alla presenza tra gli altri del ministro degli Esteri Andrej Gromyko e del premier Nikolaj Ryzhkov –  durante la quale viene presentata la relazione del capo dell’apposita Commissione investigativa, Boris Shcherbina, il quale afferma a chiare lettere che non solo le “violazioni delle regole” avevano portato all’esplosione, ma che “questi reattori sono potenzialmente pericolosi sin dalla loro progettazione”.

Una verità che fa tutt’uno con il fatto che anche negli anni successivi al disastro la ‘disinformatija’ e l’insabbiamento della dimensione del disastro realizzate dalla catena di comando moscovita continuavano ad essere preponderanti, nonostante i gravi rischi per la salute a cui erano esposti milioni di persone, e nonostante la glasnost gorbacioviana, allora in pieno corso. Un corto-circuito apparentemente inestricabile.

Tant’è vero che Shcherbina raccomanda di bloccare la costruzione di nuovi impianti nucleari del tipo di quello ucraino intitolato al compagno Lenin: “Le grossolane violazioni delle procedure non sono causate da qualche straordinaria sviluppatasi all’improvviso”, argomenta il capo della commissione. “Gli errori dello staff erano aggravati da difetti nel disegno del reattore: erano questi la causa per la quale il processo si è sviluppato nel massimo incidente ipotizzabile, il più grande nella storia dell’industria dell’energia nucleare”.

E a domanda diretta, nella discussione a seguire, Shcherbina rivela che alla centrale “vi sono stati 104 incidenti nel periodo degli ultimi cinque anni”, di questi “34 causate da violazione operative”. Ebbene sì: quello di Chernobyl era stato un disastro annunciato. E il Cremlino lo sapeva.

Poi c’è il capitolo “liquidatori”. Con quest’espressione si indicava il personale incaricato della “eliminazione delle conseguenze dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl”. Non si tratta di un’entità astratta o di piccole dimensioni: tra il 1986 al 1990 sono stati 600 mila i liquidatori impiegati a rimuovere le “conseguenze” del disastro dalla centrale, esposti per anni alle radiazioni, con una “dose media” di radiazioni che nel solo 1986 era di circa 170 millisierverts (nella norma l’esposizione massima ‘accettata’ è di di 20 millisievert/anno, mentre la dose eccezionale arriva al massimo di 100 millisievert/ora).

Ebbene, in una lettera inviata nell’ottobre del 1986, un gruppo di ‘liquidatori’ inviò da un sanatorio della regione di Kharkov una lettera al comitato centrale del Pcus che apre uno scorcio drammatico sulle proprie condizioni: “Il nostro stato di salute non viene controllato da medici familiari con malattie dovute a radiazioni, né sono previsti check-up regolari”, si afferma nella missiva, aggiungendo che “i vestiti con quali siamo arrivati d’estate non sono adatti alla stagione in arrivo, e la possibilità di comprare normali abiti invernali è praticamente impossibile”, mentre “non sappiamo quali possano essere le conseguenze” di malattie causate dal freddo.

Non esistono statistiche affidabili sulla mortalità dei ‘liquidatori’: a quando scrive Sarah Dunne dei National Archives nel presentare alcuni di questi documenti ‘top secret’, secondo “uno studio delle Nazioni Unite del 2005 “fino a 4000 decessi possono essere messi in relazione con i liquidatori e gli evacuati”. Diversamente da quello che probabilmente sarebbe accaduto prima, il Comitato centrale del Pcus in una risoluzione firmata dal medesimo Gorbaciov ammise che la lettera fosse “testimonianza di un atteggiamento inaccettabilmente spietato e burocratico” nei confronti di chi si era portato sulle spalle la “pulizia” del disastro di Chernobyl.

Ma ancora nel 2016, il ministero alla Salute dell’Ucraina ipotizzava che “ogni anno muoiono ancora 20 mila liquidatori in relazione alle malattie connesse con Chernobyl”. Praticamente, da come emerge dai documenti segreti del potere sovietico, il disastro nucleare dell’86 è una specie di tragedia in tre atti. Prima l’esplosione, poi l’insabbiamento e la mistificazione delle dimensioni della catastrofe, infine quello che si potrebbe definire “l’effetto glasnost”.

È proprio la discussione al Politburo che segue alla presentazione della relazione Shcherbina a mostrare l’inizio di un fenomeno che negli anni precedenti all’arrivo di Gorbaciov al Cremlino sarebbe stato impensabile: come scrive l’analista dei National Archives Svetlana Savranskaya,  “nonostante la discussione mostri anche tentativi evitare responsabilità e di trovare scappatoie, il documento rivela anche l’impatto della politica di Gorbaciov, con un inusuale numero di disaccordi e la messa in discussione della stessa leadership”.

Vi sono, afferma ancora Savranskaya, “i primi segni di una opposizione interna all’Unione sovietica” proprio nei confronti della “cultura della segretezza” che stava avvolgendo tutte le informazioni che riguardavano il disastro di Chernobyl. Segreti e bugie: come quelle contenute in un rapporto del Comitato di Stato per l’idrometeorologia a poco più di un anno dall’esplosione, nel qual quale si afferma che “i livelli delle radiazioni è rimasto entro i livelli permessi dal ministero della Salute”.

D’altra parte, è la Cia statunitense – in un rapporto confidenziale del giugno 1987 – a sostenere che mentre “gli elementi antinucleari dell’opinione pubblica avranno l’effetto di una settimana”, nonostante la catastrofe dell’anno prima l’Urss avrebbe continuato “ad espandere il proprio programma nucleare”. In barba a tutti gli ammonimenti del premio Nobel Andrej Sacharov. Uno che se ne intendeva, dato che fino al 1953 aveva partecipato al progetto delle prime bombe termonucleari di fabbricazione sovietica.