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In Iran, conservatori e ultraconservatori iraniani si avviano a festeggiare una vittoria schiacciante nelle elezioni parlamentari di venerdì scorso: come previsto, il voto consegnerà loro il controllo del Majlis (l’Assemblea legislativa) con oltre i due terzi dei 290 seggi totali.

I risultati finali sono ancora da annunciare, ma i riformisti – il gruppo più ampio del Parlamento uscente – sono i grandi sconfitti della consultazione popolare, svoltasi in un clima di generale malcontento per la crisi economica, apatia verso la politica e da ultimo nella paura dell’epidemia del nuovo coronavirus. L’affluenza, secondo i primi conteggi, è stata la più bassa dalla nascita della Repubblica islamica nel 1979: circa il 45% a livello nazionale, contro il 62% delle precedenti legislative quattro anni fa e il 66% del 2012.

La partecipazione più bassa si era registrata nel 2004 con il 51%. A Teheran, con un’affluenza intorno al 20%, tutti e 30 i seggi in ballo sono stati vinti da candidati conservatori, in testa l’ex sindaco della capitale ed ex capo dell’aviazione dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad Bagher Qalibaf, dato anche come futuro speaker del Parlamento. In alcuni collegi dove i candidati non sono arrivati al 20% delle preferenze, si terranno i ballottaggi ad aprile, come prevede la legge. Si tratta di un risultato che capovolge gli equilibri interni della politica iraniana; basti pensare che Teheran e le grandi città erano state finora un fortino dei riformisti, il fronte che appoggia l’attuale governo del presidente Hassan Rohani.

E proprio con l’associazione a Rohani, l’uomo che ha siglato l’accordo sul nucleare (Jcpoa) con gli Usa, si spiega in parte la dèbacle delle forze iraniane, secondo Hamed Mousavi, professore al dipartimento di Studi regionali della facoltà di Legge e scienze politiche all’Università di Teheran. “La sconfitta del fronte riformista è dovuta ai cattivi risultati in economia del governo Rohani e il motivo di questo è l’amministrazione Trump”, commenta il professore all’AGI.

“Siccome la situazione economica è molto grave”, spiega, “la gente ce l’ha con Rohani, ma non è solo colpa sua: in economia stava procedendo abbastanza bene con misure liberali, prima che gli Usa decidessero di ritirarsi dal Jcpoa e reintroducessero le sanzioni assestando un duro colpo al movimento riformista: la volatilità della valuta è aumentata, l’inflazione è arrivata al 40% e i salari continuano ad essere aggiustati in modo non corretto”.

L’altra ragione della sconfitta dei riformisti, secondo Mousavi, è legata alla squalifica di numerosi candidati di spicco di questa area, operata dalla censura del Consiglio dei Guardiani, l’organismo che valuta l’idoneità degli aspiranti deputati secondo la loro fedeltà ai valori della Rivoluzione islamica. “Non è stato un fattore fondamentale a livello nazionale, ma ha avuto un forte impatto su realtà come Teheran e le grandi città, come pure la bassa affluenza”, sostiene il professore tenendo a sottolineare che dietro la vittoria dei conservatori “non c’è quindi un aumento di consenso nei loro confronti”.

Una cosa appare già certa rispetto a quello che sarà il prossimo Parlamento a maggioranza conservatrice: “Cercherà una politica estera più aggressiva e tornare a un negoziato con gli Usa sull’accordo nucleare sarà ancora più difficile”. A detta di Mousavi, un altro fattore di difficoltà per Rohani – che dovrà terminare il suo mandato il prossimo anno con un Parlamento che non lo sostiene – è la gestione dell’emergenza coronavirus. L’epidemia, sulla cui reale dimensione si teme che il regime non abbia ancora fornito dati attendibili, ha già fatto otto morti partendo dalla città santa di Qom. La Guida suprema, Ali Khamenei, ha accusato i media di “propaganda negativa” con l’obiettivo di “minare” la partecipazione degli elettori, con il pretesto di una malattia e di un virus”.

Ma al di là delle dietrologie i timori anche dell’Oms sono concreti. “Il coronavirus in Iran ha già avuto un effetto immediato”, conclude Mousavi, “tenere lontano diverse persone dai seggi venerdì, ma avrà anche un effetto di lungo termine: sarà un altro test per il governo Rohani, che dovrà adottare maggiore trasparenza di quanto fatto finora. Per esempio, con la decisione dell’aumento dei prezzi della benzina, su cui non sono state date informazioni chiare alla popolazione”, che è poi scesa in piazza a manifestare a novembre, in tutto il Paese. In quei giorni, con internet bloccato dal regime e migliaia di persone in strada, la repressione ha ucciso centinaia di manifestanti. Ma il numero esatto dei morti ancora non si conosce.