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Schiacciante vittoria alle urne per la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, rieletta per un secondo mandato alle presidenziali, in un voto vissute sull’isola come un referendum sul rapporto con la Cina.

La leader di Taiwan ha raccolto 8,1 milioni di voti, il 57,13% delle preferenze, mettendo a segno il risultato più alto di sempre in un’elezione presidenziale sull’isola, e ha staccato il principale rivale, Han Kuo-yu, candidato del Kuomintang, il Partito Nazionalista, di oltre 2,5 milioni di voti, fermo al 38,61%.

“La Cina deve abbandonare le minacce di uso della forza contro Taiwan”, ha detto Tsai, in serata. “La democratica Taiwan e il nostro governo democraticamente eletto non cederanno a minacce e intimidazioni”.

In un discorso dai toni forti, la presidente ha più volte usato il termine “Repubblica di Cina Taiwan” per definire il Paese, e ha seccamente respinto il modello “un Paese, due sistemi”, con cui Pechino si rapporta alle ex colonie di Hong Kong e Macao, e che vorrebbe applicare anche a Taipei.

Un ruolo chiave nella sua rielezione lo hanno avuto le proteste pro-democratiche di Hong Kong, a sostegno delle quali Tsai si è schierata, e su cui il suo rivale ha mostrato maggiori reticenze. Han ha scontato le posizioni concilianti con Pechino, e la pesante sconfitta elettorale ha provocato un terremoto nel Kuomintang, con le dimissioni, annunciate in serata, del presidente, Wu Den-yih.

Il peso del fattore Hong Kong

“Il fattore Hong Kong ha avuto un ruolo molto importante”, ha commentato all’Agi Willy Wo-lap Lam, politologo e docente presso il Centre for China Studies della Chinese University di Hong Kong, che ha sottolineato l’alto margine di vittoria per Tsai dopo la dura sconfitta del suo partito, il Partito Democratico-Progressista, di orientamento pro-indipendentista, alle elezioni amministrative di novembre 2018. “Questa è una notevole sconfitta per il presidente Xi. Tsai ha vinto il referendum: in molti pensano che il modello ‘un Paese, due sistemi’ non possa andare bene per l’isola”.

Per il futuro, ha aggiunto, non sono da escludere, da parte di Pechino, maggiori pressioni economiche, ulteriori tentativi di infiltrazione nella società e un aumento delle provocazioni militari, a cominciare dai transiti delle portaerei cinesi nelle acque dello Stretto.

Tsai ha incassato anche le congratulazioni del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che ne ha elogiato la “forte partnership con gli Usa” e l’impegno a mantenere la stabilità nello Stretto. Mentre il responso delle urne non ha smosso il governo cinese, che ha ribadito la propria opposizione all’indipendenza di Taiwan: Ma Xiaogang, portavoce dell’Ufficio per le Relazioni con Taiwan del Consiglio di Stato, il governo cinese, ha sottolineato che la Cina vuole una “riunificazione pacifica” tramite il modello “un Paese, due sistemi”. Una posizione che appare inconciliabile con quella della presidente rieletta di Taiwan: il governo cinese, ha proseguito Ma, vuole realizzare il rinnovamento della nazione, concetto caro al presidente cinese Xi Jinping, sul fondamento politico del principio dell’unica Cina, che Tsai non ha mai riconosciuto – opponendogli un più generico mantenimento dello status quo nelle relazioni – e su cui Taipei sottolinea una divergenza di interpretazioni rispetto a Pechino.