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In Cina, lo staff delle biblioteche che sarà fotografato a bruciare libri pubblicamente “anziché nella maniera prevista dal regolamento” sarà punito. Il monito arriva dopo che due impiegati di una biblioteca di Zhenyuan, nella provincia nord-occidentale del Gansu, sono stati immortalati mentre bruciavano alcuni volumi sul marciapiede davanti l’edificio, rispondendo all’appello ministeriale a distruggere “pubblicazioni illegali” che deviano dalla dottrina del partito comunista.

La foto è stata ampiamente condivisa sui social la scorsa settimana, scatenando polemiche e critiche sulla distruzione del patrimonio culturale e intellettuale del Paese.

这张照片最值得注意的地方是什么吗?是图书馆的这些文科馆员主动选择焚书这个动作执行了上级关于清理命令,认真专注演绎着是人就能联想的成语,并且作为成绩放在官网上。 pic.twitter.com/1IP44mcBG7

— Michael Anti (@mranti)
December 8, 2019

Lunedì, il governo di Zhenyuan ha annunciato che verrà condotta un’indagine approfondita sui responsabili colpevoli di non aver “sigillato e distrutto i volumi secondo le normative, ma hanno bruciato i 65 libri illegali nella piccola piazza di fronte alla biblioteca”.

I funzionari non hanno reso noto a quali punizioni il personale andrà incontro, né ha fornito dettagli sulle opere distrutte.

A ottobre, il ministero della Pubblica Istruzione ha invitato le biblioteche di tutta la Cina a distruggere le opere “che danneggiano l’unità del Paese, la sovranità o il suo territorio; libri che sconvolgono l’ordine pubblico e che danneggiano la stabilità; volumi che violano le linee guida e le politiche del Partito, o che diffamano i leader e gli eroi del Paese “.

Secondo il South China Morning Post, l’immagine è stata pubblicata accanto a un rapporto ora cancellato in cui si diceva che il personale aveva fatto un “accurato risanamento” dei libri donati e distrutto “pubblicazioni illegali e religiose”.

Gli utenti cinesi di social media hanno paragonato la direttiva al grande rogo di libri ordinato da Qin Shi Huang. Nel 213 a.C. l’imperatore al quale si deve la prima unificazione del Paese ordinò che fossero bruciati tutti gli antichi testi, fatta eccezione per quelli di argomento tecnico o scientifico e per gli annali dello Stato di Qin. Lo scopo era quello di eliminare ogni traccia della tradizione che potesse costituire una minaccia al suo mandato imperiale.

“All’improvviso la storia cinese è tornata indietro di 2000 anni”, ha commentato un utente. E come lui molti altri hanno citato direttamente o indirettamente l’editto emesso dal primo imperatore della dinastia Qin.