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“Fuori l’Iran”, gridavano i manifestanti iracheni mentre prendevano d’assalto e davano alle fiamme il consolato di Teheran a Najaf. In Iraq, in questi giorni, regna il caos, tra proteste di piazza a Baghdad come a Bassora e a Kerbala, scontri mortali a Nassiriya, assalti alle sedi diplomatiche iraniane. Una rabbia popolare che nasce in parte dalla corruzione del governo iracheno e da condizioni di vita ormai ai limiti dell’insostenibilità, ma che si rivolge soprattutto contro il regime degli ayatollah. Colpevole, secondo le folle sempre più grandi nelle piazze, di essere il vero responsabile della gravissima crisi che il Paese sta attraversando.

Così, mentre Teheran chiede punizioni durissime contro gli autori dell’assalto al consolato, l’escalation delle violenze e delle proteste pare inarrestabile. Il problema è che tutta l’area a mostrarsi di giorno più instabile. Un’instabilità targata Iran: un’ombra che si allarga dal vicino Iraq fino al Libano, scossa oramai da settimane da quella che è stata rinominata “la rivoluzione d’ottobre di Beirut”.

A sua volta un evento senza precedenti, dato che nelle vie e nelle piazze del ‘Paese dei cedri’ si ritrovano diverse classi sociali, religioni e generazioni, accomunate dalla protesta non solo contro gli attuali leader politici, ma anche contro il movimento Hezbollah e il suo leader, Hassan Nasrallah, contro il quali si sono uditi cori rumorosi anche a Tiro, a Nabatieh e in generale anche nel sud del Paese, dove si trovano le roccaforte del mondo sciita libanese.

E Hezbollah, com’è noto, è sostenuta proprio da Teheran. Per dirla con le parole del libanese Nassif Hitti, ex ambasciatore della Lega araba a Parigi, “Hezbollah e i suoi alleati pensano di star vincendo nella regione contro gli americani, ma in realtà l’Iran che li sostiene sta perdendo sia in Libano sia in Iraq”.

Forse il concetto l’ha espresso con ancora maggiore efficacia Foreign Policy: “Teheran e i suoi sodali hanno fallito nel tradurre le vittorie militari e politiche in una visione socio-economica. Detto piu’ semplicemente: la narrazione della resistenza dell’Iran alla lunga non ha saputo mettere cibo nei piatti”. 

Oggi gli occhi della comunità internazionale sono rivolti soprattutto all’Iraq. Si tratta di un intreccio altamente esplosivo. La repressione delle forze di sicurezza e gli scontri hanno causato, dall’inizio di ottobre, oltre 360 morti e 15 mila feriti in tutto il Paese. La Reuters ha rivelato che a Baghdad a prendere di mira i manifestanti c’erano tiratori scelti provenienti dalle milizie sciite filo-iraniane. E la tensione è sempre più alta.

Mentre Teheran chiede al governo di Baghdad di prendere tutte le misure “contro gli agenti distruttori e gli aggressori” che hanno incendiato il consolato di Najaf, il ministero degli Esteri iracheno corre a sottolineare che l’attacco “mirava a danneggiare i rapporti storici tra Iran e Iraq” e con le altre nazioni dell’area. Il problema è che il governo guidato da Adel Abdul Mahdi risulta sempre più debole: non sembra in grado di dare risposte alla disoccupazione (quella giovanile supera il 25%, stando alle stime della Banca Mondiale), alla corruzione e neanche di assicurare l’accesso agli esercizi essenziali.

Anche qui i manifestanti arrivano dalle più varie fasce della società: dagli studenti universitari al personale ministeriale sceso in piazza per chiedere aumenti salariali, passando per impiegati e i funzionari. Tutti uniti nella protesta contro l’establishment politico. E di logica conseguenza contro l’Iran. Allargando lo sguardo, a detta degli analisti è la triangolazione delle sempre più difficili relazioni tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran ad essere di giorno in giorno più fragile, con un’ovvia ripercussione sulle rivalità tra i vari Paesi dell’area, con l’Iraq stretta tra il bisogno di mantenere la partnership con Washington e l’ancoraggio economicamente fondamentale con Teheran.

Per quanto riguarda il Libano, le cifre parlano da sole: vanta una disoccupazione al 37% tra gli under-35 anni e il terzo debito pubblico più vasto al mondo, pari a 150% del Pil. Ma è un dissesto che porta ad una rabbia che non si rivolge solo al presidente Michel Aoun, ma sempre di più anche a Hezbollah. Come non bastassero 8 anni passati in Siria a fianco degli iraniani impegnati a sostenere Assad che hanno prosciugato le risorse e sono costati centinaia di vittime, il problema è che sulle casse di Hezbollah incidono in modo negativo le sanzioni Usa contro l’Iran, da cui trae buona parte dei suoi fondi. Con effetti pesanti sul ‘welfare targato Hezbollah’, quello per cui il movimento paga ospedali e scuole, trova posti di lavoro e abitazioni popolari.

Gli analisti concordano: Teheran è all’angolo, a maggior ragione considerando che l’onda delle proteste si abbattuta con forza pure sulla stessa repubblica degli ayatollah. Amnesty international afferma che sono almeno 140 le vittime degli scontri in corso dal 15 novembre e parla di “deliberato uso letale della forza da parte delle strutture di sicurezza iraniane”.

Il regime di Teheran reagisce con durezza alle manifestazioni, non solo con oltre 500 arresti, ma anche bloccando a tratti l’accesso a Internet. E ha annunciato di aver arrestato otto manifestanti che avrebbero “contatti” con la Cia, il servizio segreto americano. Sei delle persone fermate avrebbero partecipato alle proteste delle scorse settimane, altre due sono accusate di aver raccolto informazioni da diffondere successivamente all’estero allo scopo di danneggiare il buon nome dell’Iran.

Anche qui l’elemento scatenante che ha portato le folle nelle strade di decine di città è di natura sociale, a cominciare dal prezzo del carburante, cresciuto di colpo del 50%. La Guida suprema del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha cercato di correre ai ripari: intervenendo di persona, se da una parte ha difeso la decisione di aumentare il prezzo del carburante, dall’altro ha puntato il dito conto presunti “controrivoluzionari” che avrebbero organizzato le manifestazioni.

In sostanza, Teheran è stretta tra le contraddizioni interne e lo scenario globale: la sua economia è stritolata dalle sanzioni americane, la popolazione ne sente gli effetti sulla propria pelle, mentre anche i Paesi sui quali l’Iran estende tradizionalmente la sua influenza appaiono di giorno in giorno più instabili.

Con l’effetto ‘collaterale’, osservano i commentatori, che il continuo duello con gli Stati Uniti continua a rafforzare i falchi di Teheran (vedi alla voce Pasdaran, ossia i guardiani della rivoluzione), che non a caso spingono a tirare la corda anche sull’accordo sul suo programma nucleare, di cui annuncia a intervalli regolari una nuova violazione. La domanda che nelle cancellerie di tutto il mondo ci si pone in questi giorni è una sola: quanto a lungo gli eredi di Khomeini saranno in grado di resistere alle tensioni?