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Il ministero della Difesa turco ha annunciato di aver terminato i preparativi per la sua offensiva nel nord della Siria contro le milizie curdo-siriane Pyg/Ypg e ha ha avvertito che Ankara “non tollererà mai la creazione di un corridoio del terrorismo lungo il confine”.

“La creazione di una safe zone è necessaria per dare una vita sicura ai siriani e contribuisce alla pace e alla stabilità nella nostra regione”, scrive il ministero in un tweet. Una fonte citata dal quotidiano Hurriyet, ha assicurato che “i preparativi sono stati completati nel minimo dettaglio” e “le Forze armate sono pronte a partire non appena riceveranno l’ordine dalle autorità politiche. Se è oggi sarà oggi, se è domani sarà domani, inizieremo non appena arriverà l’ordine”, ha aggiunto la fonte. 

Il governo turco aveva annunciato ieri l’offensiva contro le milizie curde, che furono decisive nella sconfitta dell’Isis ma Ankara considera contigue al Pkk e quindi terroriste, dopo aver ricevuto il via libera della Casa Bianca, che aveva annunciato il ritiro dei propri soldati dall’area. Un annuncio che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva probabilmente fatto senza consultarsi con nessuno, giacché nel pomeriggio era arrivata una smentita del Pentagono. 

La Difesa americana aveva affermato di non approvare l’iniziativa del presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, e comunicato che Washington avrebbe ritirato un “numero piccolo” di soldati (da 50 a 100 elementi delle forze speciali) a una “distanza molto piccola”. “Di fatto – ha precisato un ufficiale americano – la nostra posizione nel nord-est siriano non cambia”..

Successivamente Trump aveva in parte corretto il tiro, anche per contenere una vera rivolta nel Partito Repubblicano contro quello che è visto come un vero e proprio “tradimento” di un alleato sul campo. “Se la Turchia oltrepasserà il limite, ne distruggerò l’economia”, aveva twittato il presidente degli Stati Uniti, per poi chiarire di “non stare con nessuno”.

La preoccupazione, in particolare, è che, se chiamati a doversi difendere dagli attacchi, i curdi abbandoneranno il controllo delle carceri dove sono rinchiusi diecimila “fighters” islamici, di fatto mettendoli in condizione di scappare. 

 Nondimeno, in serata la Turchia ha sferrato un raid aereo contro le Forze democratiche siriane (Sdf) nei pressi di al-Malikiyah, nel governatorato di al-Hasakah, nell’estremo nord-est della Siria, vicino al confine con l’Iraq. Lo ha riferito la televisione libanese Al-Mayadeen, precisando che sono stati distrutti due ponti e colpita una base delle Sdf. Colpi d’artiglieria sono stati sparati anche contro il valico di Semalka.

Erdogan vuole ricollocare i profughi

“Siamo pronti a entrare in Siria in qualsiasi momento”, aveva annunciato Erdogan, che oltre a temere la nascita di uno Stato curdo controllato dai curdi siriani, ha un ambizioso piano da 27 miliardi di dollari per ricollocare due milioni di siriani nell’area liberata dalle milizie curde, che permetterebbe il rientro di molti dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia a partire dal 2011.

Il piano di ‘invasione’, o di ‘incursione’, come viene anche definito, crea grande apprensione per le conseguenze che potrà avere a livello regionale. L’Onu ha ammesso che si sta “preparando al peggio”, mentre l’Ue ha sollecitato una “vera transizione politica”. Anche Lindsey Graham – uno dei senatori repubblicani più vicini a DTrump, tanto da essere considerato un riferimento politico del presidente – gli ha suggerito di rivedere la decisione del ritiro, che sarebbe foriera di “disastri”.

Trump e i curdi

Nei confronti dei curdi, storici alleati nella lotta al Califfato, Trump ha mostrato poca simpatia. In un tweet ha scritto: “Hanno combattuto per noi ma è anche vero che sono stati pagati per fare questo”. Il messaggio è rivolto soprattutto agli alleati, a cominciare da quelli europei: Washington vuole chiudere i cordoni della borsa. “Dovevamo restare in Siria solo trenta giorni e siamo lì da anni. Tenere in carcere migliaia di terroristi ci sta costando troppo, è un problema che devono risolvere adesso gli alleati”.

Non è il primo strappo in Medio Oriente compiuto dalla Casa Bianca. Quando in inverno Trump aveva annunciato il ritiro americano dalla Siria, si era dimesso il segretario alla Difesa Jim Mattis, seguito subito dopo da Brett McGurk, inviato speciale nella lotta allo Stato Islamico. “Quando sono diventato president – il terrorismo islamico era in ascesa. Con me è stato debellato completamente”. Ma è su questo punto che divergono repubblicani, democratici, parti dell’amministrazione e gli alleati. Il timore è che l’uscita americana potrebbe rendere vani anni di lotta al terrorismo nell’area.