Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Senza un discorso né una dichiarazione pubblica, Theresa May, ha dato il suo addio: ha firmato la lettera di dimissioni da leader Tory e capo del governo. Continuerà a ricoprire l’incarico di premier fino all’elezione del suo successore, prevista alla fine di luglio: le primarie nel partito Tory cominceranno la prossima settimana e al momento contano undici candidati.

Chi parte come favorito, nonostante i tanti nemici interni, è l’ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, che è favorevole a una ‘hard Brexit’. Tra l’altro proprio ieri Johnson ha messo a segno un’importante vittoria: ha visto cadere la denuncia di “cattiva condotta in ufficio pubblico” presentata nei suoi confronti per le affermazioni fatte durante la campagna referendaria. Era accusato di aver mentito deliberatamente sul contributo della Gran Bretagna alla Ue, citando cifre gonfiate, ma l’Alta Corte di Londra ha deciso che non ci sarà un processo: non ha argomentato la sua scelta ma si è detta convinta dalle tesi della difesa secondo cui l’accusa era politicamente motivata.

Con l’addio della May, la strada verso la Brexit appare tutt’altro che spianata: l’UE rifiuta di rinegoziare l’accordo e il Parlamento britannico ha già bocciato tre volte l’intesa siglata da May e anche una Brexit senza accordo. L’unica uscita a questa situazione di stallo, in cui i Tory non hanno la maggioranza assoluta in Parlamento, sarebbe convocare le elezioni anticipate (il leader laburista Jeremy Corbyn è tornato a chiederle anche oggi), ma i conservatori, che hanno subito tre pesanti sconfitte elettorali nell’ultimo mese, non ne vogliono sapere.

L’ultima batosta è arrivata nelle elezioni suppletive a Peterborough, dove si votava per sostituire una deputata laburista destituita per aver mentito alla giustizia dopo un’infrazione stradale. In una città in cui tradizionalmente Tory e Labour Party si alternavano al potere, i laburisti hanno mantenuto il seggio, ma seguiti dal Brexit Party, fondato appena qualche mese fa dal populista Nigel Farage, un partito che sembra destinato a mettere fine al sistema bipartitico britannico.

Adesso i Tory dovranno scegliere un nuovo leader: le candidature ufficiali saranno presentate lunedì e giovedì i 313 deputati terranno la prima di una serie di votazioni segrete, in cui i candidati saranno eliminati l’uno dopo l’altro. Fino a quando non ne rimarranno solo due e su quelli si dovranno esprimere i circa 100 mila iscritti.

  1. BORIS JOHNSON, 54 anni, è il volto più noto della campagna per il Leave nel referendum sulla Brexit. Si è dimesso da ministro degli Esteri a luglio, in polemica con la gestione May dei negoziati con Bruxelles. Nel congresso dei Tory, a ottobre, tra una folla acclamante ha lanciato un appello affinché il partito ritorni ai suo valori tradizionali, come una minore pressione fiscale. I bookmaker lo danno per favorito nel dopo-May.
  2. DOMINIC RAAB, 45 anni, ardente difensore dell’uscita dalla Ue, è stato da luglio a novembre 2018 ministro per la Brexit. Cintura nera di karate, Raab è un ex avvocato specializzato in diritto internazionale. Convinto euroscettico, si è dimesso in disaccordo con il testo di accordo negoziato da May, che ha definito “un male per l’economia e la democrazia”.
  3. ANDREA LEADSOM, 56 anni, dimessasi questa settimana da ministra per le Relazioni con il Parlamento, è un’altra sostenitrice della Brexit. La sua mossa ha messo pressione sul governo e ha accelerato la caduta di May. Ex titolare dell’Energia, aveva corso per la leadership Tory dopo le dimissioni del premier David Cameron sulla scia del referendum del 2016, ma si era ritirata aprendo la strada all’ascesa di May.
  4. JEREMY HUNT, 52 anni, ministro degli Esteri, ha difeso la permanenza nell’Ue nel 2016, prima di cambiare idea, deluso dall’atteggiamento “arrogante” di Bruxelles nei negoziati. Parla correntemente il giapponese e ha reputazione di persona che non ha paure delle sfide.
  5. MICHAEL GOVE, 51 anni, ex giornalista, ministro dell’Ambiente, nemico giurato della plastica usa e getta, è un convinto euroscettico e tra i più strenui sostenitori della Brexit. Dopo aver perso la corsa per sostituire Cameron, si è guadagnato la reputazione di “machiavellico”. È diventato, a sorpresa, uno dei più solidi alleati di May nel governo appoggiando la sua strategia per attuare la Brexit. 
  6. SAM GYIMAH, 42 anni, si dimise da segretario di Stato per la Scuola perché in disaccordo con la gestione Brexit di May; fa parte della campagna ‘People’s Vote’, che spinge per un secondo referendum in cui, secondo quanto ha anticipato, voterebbe per la permanenza.
  7. SAVID JAVID, 49 anni, ex-banchiere e figlio di un autista di autobus pakistano, il ministro dell’Interno è il volto di un Regno Unito moderno e multiculturale. Nominato nell’aprile 2018 all’Interno, è sostenitore del thatcherismo e nonostante sia un euroscettico ha fatto campagna contro la Brexit nel referendum del 2016. 
  8. MATT HANCOCK, 40 anni, segretario alla Sanità, è visto come un candidato di unità: un Remainer che ha però appoggiato il piano May per la Brexit. Anche lui sostiene che il partito debba riconquistare i giovani e ha lanciato un appello per cambiare il “tono” dei Tory.
  9. RORY STEWART, deputato 46enne, vicino alla Famiglia Reale in quanto è stato tutor dei principi William e Harry, è considerato l’astro nascente dell’ala Remainer e un sostenitore di una Brexit “soft”. 
  10. ESTHER MCVEY, 57 anni, ex presentatrice televisiva pro-Brexit, ha lasciato la poltrona di ministro del Lavoro e delle pensioni a novembre, in polemica con l’accordo May per l’uscita del Regno Unito dalla Ue. McVey ha dichiarato di volersi candidare alla leadership del partito, perché ritiene di avere sufficiente sostegno “da parte dei colleghi”.
  11. MARK HARPER, 49 anni, si è dovuto dimettere nel 2014 da segretario di Stato per l’Immigrazione quando si seppe che dava lavoro come assistente a una migrante senza documenti. Ora ritiene sia necessario ritardare ancora l’uscita dall’Unione per poter ottenere un “buon accordo” per il Paese.