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Otto anni dopo, la Rivoluzione dei Gelsomini è poco più che un ricordo. Poche rivendicazioni sono state concretizzate e non molti traguardi sono stati raggiunti. La Tunisia, che diede il via alla Primavera araba, si ritrova nel 2019 attanagliata tra una crisi economica e sociale che soffoca la popolazione e un sempre più violento movimento jihadista che condanna il Paese allo stato di emergenza dal 2015. A peggiore il quadro generale ci sono poi i contrasti interni agli apparati dello Stato che vedono una forte contrapposizione tra il presidente della Repubblica, Beji Caied Essebsi, e il premier Youssef Chahed, in forte contrapposizione politica con il figlio del presidente.

Il 35% dei giovani non ha lavoro

Il 2018 si è chiuso con forti proteste, ancora una volta innescate dall'immolazione per disperazione, questa volta di un giornalista precario nella città di Kasserine, e il 2019 si apre con uno sciopero generale dei dipendenti pubblici, convocato per giovedì prossimo. Malgrado sia l'unico Paese delle Primavere arabe che ha realizzato con successo la transizione democratica, ottenendo importante conquiste sul fronte dei diritti, in particolare delle donne e delle minoranze, la Tunisia deve ancora fronteggiare una grave crisi economica con la disoccupazione giovanile al 35%, quella generale è al 15%, e una corruzione diffusa. Il governo ha ottenuto un prestito di due miliardi e mezzo al Fondo Monetario Internazionale ma in cambio ha dovuto garantire una serie di riforme nel segno dell'austerità.

Un anno cruciale

A pesare sulla vita quotidiano dei tunisini c'e' l'inflazione ormai stabile sopra il 7% e una continua svalutazione del dinaro. Il 2019 sarà cruciale: le elezioni legislative e presidenziali previste alla fine dell'anno potrebbero modificare sensibilmente o addirittura bloccare il percorso del Paese verso la democrazia. Nel suo discorso di fine anno, il presidente Essebsi ha chiesto che sia garantito "un clima adeguato per svolgere le elezioni in buone condizioni", spiegando che "l'astensione è fuori luogo, ogni tunisino deve esprimere la sua voce, scegliere coloro che lo rappresentano e assumersi la sua responsabilità".

Nel frattempo va avanti lo scontro tra il governo e i sindacati. Secondo il segretario generale dell'Unione sindacale generale tunisina (Ugtt), Noureddine Taboubi, "le trattative con il governo stanno procedendo molto lentamente e sono ben lontane da una conclusione. Niente fa presagire la possibilità di un accordo e l'annullamento dello sciopero. Il potere d'acquisto dei cittadini si è deteriorato e i prezzi al consumo sono aumentati". Oggetto della discordia è l'aumento degli stipendi pubblici, che secondo i sindacati dovrebbero essere adeguati al crescente costo della vita, ma che il governo respinge per non far saltare gli accordi con il Fondo monetario internazionale. La continua pressione dell'Ugtt si tramuta spesso in intransigenza e rischia di minare la fiducia tra le parti sociali. La tensione è già altissima.

Un nuovo sacrificio

Il 24 dicembre scorso, Abderrazak Zorgui, cameraman 32enne precario si è dato fuoco sulla piazza dei Martiri di Kasserine per protestare contro la disoccupazione. L'ondata di proteste e scontri si è allargata dalla citta' al confine con l'Algeria anche a Tunisi,. Il reporter prima di immolarsi aveva postato su Facebook un appello ai disoccupati della regione a scendere in piazza per reclamare il loro diritto al lavoro e ad un futuro migliore. Aveva accusato il governo di trascurare Kasserine con il pretesto della lotta al terrorismo nella regione. Allo scontro sociale si somma la concreta minaccia di terrorismo. Solo il 3 gennaio scorso, a Sidi Bouzid, la stessa città di Mohammed Bouazizi (l'ambulante che con la sua immolazione fece scattare la rivoluzione), due jihadisti si sono fatti saltare in aria perché braccati dalla polizia. Lo stato di emergenza è stato, ancora una volta, prorogato.