Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Proprio mentre Donald Trump cacciava dalla Casa Bianca il cronista della televisione americana CNN che lo stava intervistando, a migliaia di chilometri di distanza, alla World Internet Conference di Wuzhen, debuttava un giornalista inquietante. L’agenzia di stato cinese Xinhua mandava in onda il primo telegiornale condotto da una intelligenza artificiale. Sullo schermo è apparso un giovane cinese elegante, con un vestito grigio, la cravatta a pallini bianchi, gli occhiali con la montatura trasparente, i capelli ben ordinati: non vi sforzate di trovargli un nome, quel conduttore di telegiornale non esiste. Era una immagine creata da un computer in grado di leggere le notizie del giorno con voce un tantino stentorea però chiara e convincente, muovendosi in modo piuttosto naturale.

Ok, non è ancora perfetto forse, ma ci manca pochissimo. Quel giornalista, scusate se lo chiamo così, parla un perfetto inglese, e ce n’è anche una versione per il pubblico cinese, un tale stempiato con cravatta rossa e senza occhiali, un tantino più allegro chissà perché. Secondo Xinhua si tratta di una innovazione formidabile, perché un giornalista così, alimentato dalle news scritte dai veri giornalisti dell’agenzia di stampa, è in grado di lavorare 24 ore al giorno senza battere ciglio (se il software non prevede battiti di ciglia ovviamente), senza mai dare segni di stanchezza, senza protestare mai.

Aggiungo: senza pensare mai. Non ha idee e ideali, non si indigna, non si appassiona. Un giornalista così non affronterebbe mai il presidente degli Stati Uniti incalzandolo di domande facendosi cacciare. Certo, giornalisti servi di un qualche potere ci sono sempre stati senza bisogno di scomodare l’innovazione tecnologica; e l’innovazione di Xinhua potrà avere delle applicazioni utili; ma è evidente che potrebbe anche essere usata per sostituire i giornalisti con megafoni del potere. Mentre guardavo e riguardavo il tg del giornalista artificiale ho ripensato all’intervista che il numero uno di Google Sundar Pichai ha dato al New York Times. Finisce così: la tecnologia è meravigliosa ma non risolve da sola i problemi dell’umanità. Tocca a noi umani farlo.