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Alla fine il “colpo di scena” non si è verificato: l’imprevisto che smentisce tutti i sondaggi e le previsioni unanimi degli analisti sembra essere rimasto – per ora – un caso confinato all’elezione di Trump nel 2016. Questa volta le elezioni negli Stati Uniti sono andate secondo le attese: i Democratici hanno guadagnato molti seggi alla Camera, conquistando la maggioranza assoluta e strappandone il controllo ai Repubblicani; Repubblicani che però hanno mantenuto il controllo del Senato, persino aumentando il proprio “bottino” (da 51 a 54-55 seggi).

 

La Camera

Lo spoglio non è ancora terminato, ma i Democratici dovrebbero più di 30 seggi rispetto ai 194 che avevano alla vigilia: questo dovrebbe proiettarli ben oltre i 218 seggi necessari per vincere la maggioranza di questo ramo del Congresso. Un risultato non facile da pronosticare, perché la Camera rinnova ogni 2 anni tutti i suoi 435 seggi, spesso con risultati inaspettati a livello di singoli collegi. Sembra non essersi verificata la “blue wave” (“onda azzurra” – l’azzurro in America è il colore dei Democratici, ndr) che alcuni paventavano: i Democratici hanno sì prevalso, ma senza “travolgere” i Repubblicani. Hanno fatto il minimo indispensabile per ribaltare la situazione – e anche qualcosina in più. Nel voto popolare, hanno ottenuto oltre 8 punti percentuali più dei Repubblicani: ma anche questo era stato ampiamente previsto, come era previsto che (a causa del “gerrymandering” in molti stati repubblicani) anche un vantaggio di questo tipo non avrebbe garantito con certezza un’ampia maggioranza ai Democratici.

 

 

Tra le tante storie di rinnovamento che vengono dalle sfide per la Camera alcune meritano senz’altro di essere menzionate: a cominciare da quella della democratica Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata (29 anni) mai eletta al Congresso, eletta a New York con il doppio dei voti del suo predecessore. Rashida Tlaib è invece la prima deputata USA di origini palestinesi. Queste Midterm sono state anche la “prima volta” per delle deputate native americane (Davids e Haaland, elette in Kansas e New Mexico). Infine, il Texas ha eletto le sue prime due deputate latino-americane (Escobar e Garcia).

Il Senato

Discorso analogo a quello della Camera (ma di segno politico opposto) per il Senato, dove i Repubblicani rispettano i pronostici, non solo mantenendo la maggioranza ma anzi rafforzandola ulteriormente (arrivando a 54-55 seggi). In palio c’erano solo 35 seggi (su 100) e non tutte le sfide erano aperte. Ai Repubblicani è però bastato confermarsi laddove partivano anche solo leggermente favoriti e vincere in alcuni seggi in bilico. Tra le file del GOP, si sono confermati due ex sfidanti di Trump alle primarie repubblicane: Mitt Romney nello Utah e Ted Cruz in Texas. Quest’ultimo ha vinto quella che forse era la sfida senatoriale più attesa della vigilia, contro un astro nascente dei Democratici come Beto O’Rourke: il distacco finale tra i due è stato molto contenuto (un paio di punti) ma il Texas si è confermato anche in questa occasione un “red state”.

 

 

Nonostante la sconfitta, l’ottimo risultato di Beto sembra non precludergli un futuro luminoso nel partito dell’asinello. Partito dove si sono confermati alcuni “vecchi” come Bernie Sanders in Vermont (con oltre il 67% dei voti) e Elizabeth “Liz” Warren in Massachusetts.

Governatori

Tra le sfide per i governatori degli stati la sfida finisce senza vincitori né vinti: i Democratici vincono in diversi stati dove governavano i Repubblicani (Illinois, New Mexico, Michigan, Kansas – quest’ultimo un “red state”). Ma questi ultimi hanno vinto in alcuni stati molto “pesanti” come la Florida (vinta per un soffio da Ron DeSantis, sulla cui vittoria aleggia però l’incognita di un possibile riconteggio) e l’Ohio con Mike DeWine. Anche il conteggio complessivo degli stati andati al voto (36 in totale su 50) premia il GOP, che vince – o comunque vede i suoi candidati in vantaggio dove lo spoglio non si è ancora concluso – in 21 casi.

Le conseguenze di questo voto

Il Presidente Trump ora è quella che in gergo si definisce “anatra zoppa”: non ha più la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, e dovrà scendere a compromessi sui Democratici se vorrà far passare le sue riforme. La Camera peraltro ha dei poteri ispettivi che – anche senza arrivare alla richiesta di impeachment per il Presidente – può mettere in difficoltà l’Amministrazione. Da oggi quindi il corso della presidenza Trump è destinato a cambiare.

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