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Alla Brexit​ mancano poco più di otto mesi ma il rischio che le trattative si chiudano senza un'intesa, costringendo addirittura al ritorno al regime dei visti, sembra sempre più reale. Da Bruxelles la Commissione Ue ha chiesto agli Stati membri, imprese e cittadini di accelerare i preparativi per un mancato accordo, mentre un alto funzionario europeo ha evocato lo spettro del possibile ritorno dei visti. 

Senza un'intesa tra il Regno Unito e l'Unione Europea sulla Brexit, ha sottolineato, dal 30 marzo 2019 i cittadini europei potrebbero essere costretti a chiedere il visto per recarsi in Gran Bretagna, così come i britannici che vogliono entrare nel territorio dell'Ue.

"Dato che non abbiamo alcun accordo di esenzione dai visti con il Regno Unito, a partire dal 30 marzo 2019 tecnicamente sarebbe necessario il visto", ha spiegato l'alto funzionario europeo. Anche in caso di "no-deal", ha aggiunto, l'Ue potrebbe decidere "unilateralmente" di non richiedere il visto ai cittadini britannici "mettendo il Regno Unito nella lista dei Paesi liberi da obbligo di visto". La Commissione ha presentato una proposta legislativa che prevede entrambi gli scenari, tenendo aperta la possibilità che – dopo la Brexit – il Regno Unito sia inserito nella lista dei Paesi ai quali è richiesto il visto per entrare nel territorio dell'Ue. "Dipende dall'andamento dei negoziati", ha spiegato un'altra fonte europea. 

"Vogliamo a essere pronti a entrambi gli scenari"

Intanto, la Commissione europea ha chiesto in una comunicazione agli Stati membri di accelerare i preparativi in caso di mancato accordo con il Regno Unito su un'uscita ordinata dall'Ue. "Vogliamo essere pronti per entrambi gli scenari", ha spiegato la portavoce della Commissione, Mina Andreeva: "Stiamo lavorando molto duramente per avere un accordo con il Regno Unito, ma dobbiamo essere pronti a ogni eventualità".

Secondo la nota, "prepararsi al recesso del Regno Unito non è tuttavia responsabilità soltanto delle istituzioni europee: si tratta di un impegno comune, condiviso a livello di Unione, nazionale e regionale, che coinvolge in particolare anche gli operatori economici e altri soggetti privati". Per la Commissione, "ciascuno deve intensificare l'impegno per prepararsi a tutte le evenienze e assumersi la responsabilità della propria situazione specifica".

E nel giorno della prima riunione a Bruxelles con il nuovo ministro britannico per l'uscita dall'Ue, Dominic Raab, il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, ha ricordato che c'è "molto lavoro da fare" perché mancano solo "13 settimane prima del Consiglio europeo di ottobre". "In questo poco tempo dobbiamo fare due cose: finalizzare l'accordo di ritiro e non ci siamo ancora. Dobbiamo preparare anche una dichiarazione politica sulla nostra relazione futura", ha spiegato Barnier.

Per il capo-negoziatore Ue, la questione più "urgente" è trovare un accordo su come evitare il ritorno di una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord. Sulle relazioni future, Barnier ha ricordato che l'Ue ha offerto a Londra una partnership "senza precedenti". Da parte sua, Raab ha sottolineato che per il Regno Unito è "vitale fare progressi su un quadro delle relazioni future". Sull'accordo di ritiro "abbiamo fatto molti progressi, in particolare sui diritti dei cittadini e sul periodo di implementazione (il periodo transitorio, ndr)", ma "ci sono ancora divergenze", ha aggiunto il rappresentante di Londra, spiegando di essere pronto a "intensificare" i negoziati.