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E' l'astensionismo il vero sfidante di Abdel Fattah Al Sisi nelle elezioni presidenziali d'Egitto che si terranno da lunedì 26 a mercoledì 28. L'attuale presidente, che corre per la conferma per un secondo mandato, ha impegnato la propria campagna elettorale invitando i sessanta milioni di aventi diritto a recarsi alle urne. Perché sarà la partecipazione al voto a indicare il suo gradimento. Dall'altra parte, diversi movimenti della società civile hanno esortato gli elettori a boicottare queste "elezioni farsa" che non hanno lasciato alcuno spazio a una vera opposizione.

Tra questi vi è il Movimento civile democratico, che raggruppa otto partiti e decine di esponente politici, che insiste con la richiesta di boicottaggio nonostante le accuse di "sovversione" e quindi il rischio di finire in carcere per diversi anni. Già alle elezioni del 2014 aveva votato solo il 10 per cento degli aventi diritto.

L'unico altro candidato, Moussa Mostafa Moussa, esponente del partito Al Ghad (il Domani), non ha mai nascosto in passato il proprio appoggio alla leadership del generale Al Sisi. Anche se ora, pur in mancanza quasi totale di una campagna elettorale da parte sua (mancano i manifesti pure sulle vetrate della sede del suo comitato), respinge l'accusa di essere un candidato fantoccio. "Penso di avere delle possibilità di farcela, ma non so con quanti voti vincerò", ha dichiarato ultimamente ai giornali. Se nessuno dei due candidati dovesse ottenere la maggioranza assoluta si andrebbe al ballottaggio in programma dal 24 al 26 aprile.

Tuttavia è altamente improbabile che l'attuale capo di Stato non si aggiudichi il secondo mandato al primo turno. Altri candidati non ce ne sono perché buona parte di quelli che si erano presentati sono finiti in carcere oppure sono stati costretti alla ritirata a colpi di repressioni e minacce.

  • L'ex presidente del consiglio e generale egiziano, Ahmed Shafiq, ha dovuto lasciare gli Emirati Arabi Uniti, fedeli sostenitori di Al Sisi, dopo aver annunciato la sua intenzione di scendere in campo. Gli Esteri degli Emirati hanno smentito la notizia dell'allontanamento forzato ma Shafiq poco dopo il rientro in Egitto ha comunicato il suo ritiro.
  • Un altro generale, l'ex capo di stato maggiore Sami Annan, è invece finito agli arresti per "aver annunciato la propria candidatura in un video indossando l'uniforme" infrangendo così la rigida legge militare (in Egitto gli appartenenti alle forze armate non possono votare).

Sono state invece le pressioni, esercitate a colpi di minacce e arresti di volontari degli staff, a fare desistere i due candidati civili: l'avvocato e attivista per i diritti umani, Khaled Ali, e Mohamed Anwar Sadat, nipote dell'ex presidente Sadat.

L'affluenza resta dunque l'unico parametro per leggere quello che sarà a tutti gli effetti un referendum sul generale che governa dal 2014, dopo aver rimosso l'allora presidente Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani oggi considerati organizzazione terroristica.

Lunedì scorso Al Sisi aveva dichiarato in un'intervista: "Desidero che tutte le persone vadano a votare, anche se dovessero votarmi contro perché vogliamo dimostrare al mondo che il Paese è governato dal suo popolo". La mancanza di altri candidati, sempre secondo il presidente, è dovuta al fatto che "l'Egitto non è ancora pronto" per l'opposizione politica.

Le sfide del Paese, secondo Al Sisi, restano "il terrorismo, la stabilità politica e la situazione economica che richiede un intervento urgente". Nei suoi quattro anni di mandato il generale si è concentrato sul rafforzamento del ruolo dello Stato, avviando una dura repressione nei confronti di ogni forma di opposizione, ma le riforme economiche finora adottate non hanno dato l'esito sperato.

L'Egitto e' chiamato a fare i conti con una forte svalutazione della moneta e un sensibile calo dei sussidi statale che condannano il 28 per cento della popolazione (96 milioni gli abitanti in totale) a vivere sotto la soglia della fame nonostante una crescita del Pil che supera il 4 per cento. Sul fronte dei diritti, la maggior parte delle organizzazioni internazionali ha evidenziato una restrizione delle libertà: sono 60 mila i prigionieri politici attuali a cui si sommano decine di giornalisti, classificando l'Egitto tra gli ultimi venti Paesi al mondo per la libertà di stampa.