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Che passasse anche per Cambridge la pista da seguire per risolvere il mistero della morte di Giulio Regeni, il ricercatore friuliano il cui cadavere straziato fu trovato alla periferia del Cairo il 3 febbraio 2016, era chiaro agli inquirenti romani già nel giugno di quell'anno, quando dalla Procura di Roma partì la prima rogatoria internazionale che interpellava, come testimone, Maha Abdel Rahman, la tutor che avrebbe spinto il giovane a occuparsi del sindacato degli ambulanti della capitale egiziana, indagini che gli furono fatali. Ci volle una terza rogatoria – dopo una seconda che appurò l'assenza Oltremanica di conti correnti riconducibili a Regeni – perché il pm Sergio Colaiocco riuscisse a sedersi di fronte alla docente, ritenuta vicina ai Fratelli Musulmani, l'organizzazione che nel giugno 2012 espresse il governo guidato da Mohamed Morsi, destituito un anno dopo dal golpe militare capeggiato dal comandante Al Sisi, oggi al potere. Il ricercatore fu la pedina inconsapevole di un gioco molto più grande di lui, che vedeva opposti i sostenitori della Fratellanza, duramente repressa da Al Sisi, e il nuovo esecutivo cairota? Le dichiarazioni della professoressa, piene di "non so" e "non ricordo", non hanno aiutato a fare nuova luce. Ma le reticenze e le ambiguità da lei mostrate sono un indizio che la pista scelta dalle toghe capitoline potrebbe essere quella giusta. 

La docente contraddice il ricercatore

Nel pomeriggio di martedì 9 maggio, negli uffici dell'ateneo britannico, Colaiocco ha ascoltato per un'ora e un quarto Abdel Rahman. Formalmente, la Procura fa sapere che la donna, al momento solo persona informata sui fatti, "ha accettato di rispondere a tutte le domande". Di fatto, però, non ha cambiato versione e continua a giurare, come due anni fa, che Giulio scelse da solo l'argomento della sua ricerca. Una versione che – osserva La Stampa – contraddice quanto confidato da Regeni alla madre in una chat di Skype del 26 ottobre 2015 nella quale affermava che "fosse stata proprio la docente ad insistere affinché lui svolgesse quella ricerca". Una versione confermata all'Agi lo scorso novembre da Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti che spiò il ricercatore per conto della polizia egiziana. "Io ve l'ho sempre detto che dietro l'uccisione di Giulio c'era la pista dei britannici", ci raccontò il sindacalista, "la prima volta che mi si presentò Giulio fece il nome della professoressa Abdel Rahman, nota oppositrice del Governo egiziano e sostenitrice dei Fratelli musulmani. Io fui contattato da Houda Kamal (presidente del Centro per i diritti economici e sociali del Cairo, ndr) perché Maha Abdel Rahman aveva espressamente chiesto a Regeni di lavorare sui sindacati autonomi".

Quel che è certo è che Colaiocco deve essersi alzato davvero poco convinto dall'interrogatorio se la mattina dopo, su richiesta della Procura di Roma, le forze dell'ordine inglesi hanno perquisito l'ufficio e la casa della professoressa. Maha Abdel Rahman si è vista sequestrare computer, cellulari, sim, pendrive e memorie esterne, nonché alcuni documenti che verranno acquisiti nel fascicolo dell'inchiesta e che, secondo la Procura, saranno "utili a fare definitiva chiarezza, in modo univoco ed oggettivo, sul ruolo della professoressa nei fatti di indagine". "Inoltre", sottolinea Repubblica, "la stessa università di Cambridge, dimostrando per la prima volta in questi ultimi ventiquattro mesi piena collaborazione con la magistratura italiana, e andando persino al di là della richiesta della Procura di Roma, ha congelato, mettendola a disposizione dei nostri investigatori, l'intera posizione informatica archiviata sui server dell'università dalla docente: dal traffico e-mail, a file di lavoro".

Vuoti di memoria sospetti

I magistrati ritengono che Regeni abbia consegnato i dieci report della ricerca alla sua tutor il 7 gennaio 2016, ovvero il giorno nel quale Mohamed Abdallah aveva chiesto al ricercatore di consegnargli – per curare la moglie malata – le 10 mila sterline che la Ong britannica Antipode intendeva mettere a disposizione dell'organizzazione. Dalle conversazioni rilevate sul computer di Regeni, si evincerebbe che l'idea del versamento – in teoria finalizzato a finanziare la sua ricerca – venisse dalla professoressa che, interpellata, ha affermato di non ricordare. Non solo, Abdel Rahman nega che, nell'incontro del 7 gennaio, Regeni le abbia consegnato i report. Eppure lei stessa in una mail successiva si congratulò con lui per la qualità del lavoro. Quanto emerge dall'esame delle conversazioni e delle chat intrattenute da Regeni nei suoi ultimi mesi di vita contraddice quindi quanto detto, o non detto, dalla professoressa. La speranza dei pm Pignatone e Colaiocco è che l'esame dei tabulati e la ricostruzione dei contatti della docente riesca, se non a scoprire la verità, a dare una vera svolta all'inchiesta, in attesa che venga tradotto il cospicuo faldone (circa mille pagine) inviato a Roma lo scorso dicembre dagli inquirenti egiziani.

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