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La Cina deve mettere in chiaro non solo che rimarrà neutrale nel caso di un attacco nord-coreano diretto al suolo statunitense, ma anche che non permetterà un cambio di schema politico nell'Asia orientale con un possibile tentativo di rovesciare il regime di Kim Jong-un. A mettere nero su bianco il messaggio diretto agli Stati Uniti di Donald Trump e alla Corea del Nord di Kim Jong-un è il tabloid Global Times, il più agguerrito nei temi di politica estera cinese, che da giorni si esprime con toni sempre più preoccupati sull'ultima escalation della tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord.

Nell'ultimo editoriale, il quotidiano di Pechino parla apertamente di "rischio di una vera guerra", dopo che il ministro della Difesa americano, James Mattis, ha chiesto a Pyongyang di "smettere di considerare azioni che possano portare alla fine del regime o alla distruzione del suo popolo", con riferimento alla minaccia di un attacco nord-coreano alla base navale statunitense di Guam, nell'Oceano Pacifico. "La Cina", sono le parole del Global Times, "dovrebbe chiarire che se la Corea del Nord lanciasse missili che minacciano il suolo Usa e gli Stati Uniti si vendicassero, la Cina rimarrà neutrale. Se gli Stati Uniti e la Corea del Sud attaccano e provano a rovesciare il regime nord-coreano, e cambiano lo schema politico della penisola coreana, la Cina gli impedirà di farlo".

Il rischio per Pechino è che i toni sempre più bellicosi possano portare a errori di calcolo e a una "guerra strategica", anche se "né Washington, né Pyongyang la vogliono davvero". La posizione cinese rispetto a un eventuale conflitto giunge da un media e non dalla voce ufficiale del governo (che continua a chiedere moderazione e la de-escalation) ma segna un differente approccio nei confronti di Stati Uniti e Corea del Nord nei due scenari tratteggiati.

Le questioni aperte tra Pechino e Washington

A dividere Cina e Stati Uniti c'è la questione della sovranità sul Mare cinese meridionale, e proprio le ultime ore sono state al centro di pesanti rimproveri da parte della Cina nei confronti dell'ultimo "esercizio di libertà di navigazione", come vengono definite da Washington le incursioni nelle acque territoriali delle isole rivendicate dalla Cina nel Mare Cinese Meridionale. In una nota diffusa dall'agenzia Xinhua, il Ministero della Difesa di Pechino ha manifestato "risoluta opposizione" all'incursione del cacciatorpediniere Usa John S. McCain, nelle acque delle isole Spratly, che Pechino chiama Nansha. "Provocazioni di questo tipo porteranno soltanto a migliorare le capacità di difesa della Cina", sottolinea il Ministero della Difesa. Un protesta analoga è giunta anche dal Ministero degli Esteri, secondo cui l'incursione "viola le leggi internazionali e la sovranità cinese" nell'area.

Rapporti commerciali tesi

Non vanno meglio i rapporti commerciali tra Cina e Stati Uniti. Martedì scorso, il Dipartimento del Commercio Usa ha annunciato una decisione preliminare di tassare i fogli di alluminio provenienti dalla Cina con tariffe comprese tra il 16,5% e l'81% del valore delle importazioni, sul sospetto di sussidi statali ricevuti dai produttori cinesi. La mossa non è stata gradita a Pechino e un quotidiano, il China Daily, ha scritto apertamente di considerare la decisione preliminare del governo Usa come un segnale di come procederanno i rapporti commerciali con gli Usa durante l'era Trump. Il Ministero del Commercio di Pechino ha chiesto "prudenza" agli Stati Uniti, mentre sul piede di guerra è l'associazione di categoria, la China Nonferrous Metal Industry Association, che ha annunciato un'azione legale per dimostrare che "non ci sono reali danni agli Stati Uniti" dalla situazione attuale.

Le misure che Trump potrebbe mettere in azione nei confronti di Pechino potrebbero essere, però, più dure, e comprendono indagini su eventuali furti di proprietà intellettuale ai danni di gruppi statunitensi e pratiche commerciali della Cina ritenute scorrete da Washington. Pechino mal digerisce, poi, lo scudo anti-missile che gli Usa hanno installato in Corea del Sud, il Terminal High-Altitude Area Defense system (Thaad). è di solo pochi giorni fa l'ultimo avvertimento agli Usa di ritirare il sistema di Difesa anti-missilistico in Corea del Sud. A pronunciarsi contro il Thaad, dopo l'approvazione delle sanzioni nei confronti della Corea del Nord era stato l'ambasciatore cinese all'Onu, Liu Jieyi. Lo spiegamento del Thaad "non porterà a una soluzione alla questione dei test nucleari e dei lanci missilistici" da parte di Pyongyang, aveva dichiarato Liu.

Legami economici e diffidenze

Il rapporto economico privilegiato tra Cina e Corea del Nord è stato confermato lunedì scorso dallo stesso ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi. Dal meeting dei ministri degli Esteri dell'Asean Regional Forum di Manila, la sigla che raggruppa oltre ai Paesi del sud-est asiatico anche i loro principali partner al di fuori dell'area, Wang aveva definito necessarie le ultime sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza nei confronti di Pyongyang, ma aveva anche sottolineato che a pagare un prezzo alto dalle nuove misure sarebbe stata proprio la Cina, per i "tradizionali legami economici" con il regime di Kim Jong-un, dovuti al rapporto di vicinanza tra i due Paesi. Un legame, quello tra Pechino e Pyongyang, che è andato incontro a diverse battute d'arresto e a un raffreddamento dei rapporti negli ultimi mesi.

Ad aprile scorso, quando la tensione tra Corea del Nord e Usa era a livelli altissimi per i lanci dei missili di Pyongyang, Pechino aveva avvertito Pyongyang, sempre dalle pagine del Global Times, di "non commettere errori questa volta". La proposta di una doppia sospensione dei test missilistici e nucleari in cambio di uno stop agli esercizi militari congiunti tra Stati Uniti e Corea del Sud non aveva ottenuto un riscontro favorevole da parte di Pyongyang, che ha ribadito in più occasioni di non essere intenzionata a rinunciare allo sviluppo della propria tecnologia nucleare e missilistica. A pesare, nel rapporto tra Pechino e Pyongyang, è poi il mancato incontro tra i due leader: da quando è stato nominato presidente cinese, nel marzo 2013, Xi Jinping, non ha mai incontrato di persona il leader nord-coreano, ma solo suoi emissari, e Kim non è mai venuto a Pechino in visita ufficiale.

Il caso Warmbier

Lo scenario attuale, il "canale di New York" Dietro l'escalation verbale tra Stati Uniti e Corea del Nord, la situazione sarebbe, però, differente. Washington e Pyongyang sono impegnati in un dialogo al di là dei canali diplomatici ufficiali per evitare uno scontro, e a trattare per gli Stati Uniti, secondo quanto appreso dall'Associated Press, ci sarebbe l'inviato speciale Usa per la questione nord-coreana, Joseph Yun, che nei mesi scorsi si era reso protagonista del rimpatrio del prigioniero Usa Otto Warmbier, detenuto per diciassette mesi in un carcere nord-coreano per atti ostili nei confronti del regime di Kim Jong-un. Il caso Warmbier aveva contribuito ad alzare i toni: il giovane è rientrato negli Usa in fin di vita perchè era entrato in coma durante la detenzione. Warmbier morì poche ore dopo il rimpatrio e Trump condannò duramente il trattamento ricevuto dal giovane cittadino statunitense nelle carceri di Pyongyang.

Nonostante il dialogo dietro le quinte tra Washington e Pyongyang non abbia per ora partorito una reale de-escalation (e semmai il contrario con gli ultimi due lanci di missili balistici nord-coreani in grado di raggiungere il suolo Usa) i colloqui tra le due parti potrebbero portare a un negoziato più serio in futuro, che comprenda anche le armi nucleari che Pyongyang sta sviluppando. Per parte nord-coreana, a dirigere i colloqui dietro le quinte ci sarebbe Park Song-il, senior diplomat di Pyongyang alle Nazioni Unite. Sun e Pak comporrebbero il "canale di New York", attraverso il quale Usa e Corea del Nord si scambierebbero messaggi e informazioni.

Il canale di comunicazione aperto spiegherebbe anche le posizioni più concilianti, rispetto a quelle di Trump, del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, che non si è scomposto all'annuncio di Pyongyang di un possibile attacco a Guam. "Gli americani possono dormire sonni tranquilli", aveva dichiarato. Anche dietro le ultime dure affermazioni del presidente Usa, e delle minacce del regime di Kim si celerebbe la volontà di arrivare a una soluzione, dopo che il canale di comunicazione tra i due Paesi era stato sospeso negli ultimi mesi dell'era Obama. La neutralità di Pechino di cui parla il Global Times potrebbe, forse, non essere necessaria nel caso in cui il canale di dialogo tornasse a funzionare in maniera efficace. A ostacolare le comunicazioni tra le due parti, secondo quanto affermato all'agenzia statunitense dal direttore esecutivo della Commissione Nazionale Usa sulla Corea del Nord, Keith Luse, sarebbe stata finora "l'enorme carenza di fiducia" che avrebbe impedito un "dialogo costruttivo". 

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