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AGI – Soltanto il 13% per cento degli imprenditori e dei liberi professionisti italiani ha scelto di chiedere un prestito avvalendosi del Fondo di garanzia istituito con i decreti “Cura Italia” e “Liquidità”. In tutto, rileva l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, le domande sono state infatti 715.776 per un importo complessivo pari a 41 miliardi di euro su una platea complessiva di potenziali beneficiari pari a a poco più di 5.460.000 unità.

A livello territoriale, sono le Marche, con il 17,8%, ad aver registrato la più alta incidenza di domande di prestito bancario presentate con l’ausilio del Fondo di garanzia sul numero di Pmi e di lavoratori autonomi ubicati in regione. Seguono l’Emilia Romagna con il 16,4%, la Toscana con il 16,2% e l’Umbria con il 14,8%. Le realtà territoriali del Mezzogiorno presentano invece l’incidenza più bassa: la Calabria segna l’11,1%, la Sicilia l’11%, il Molise il 10,9%, la Sardegna il 10,5% e la Campania il 10%. Fanalino di coda è il Trentino alto Adige che ha fatto segnare appena il 5,1% di adesioni. 

“Se i numeri sono così contenuti“, segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della confederazione mestrina, Paolo Zabeo, “la responsabilità non è delle banche e nemmeno del Fondo di garanzia, ma è riconducibile al fatto che lo strumento ha suscitato pochissimo interesse tra gli imprenditori. Certo, qualche istituto di credito non è stato particolarmente solerte nella formulazione delle istruttorie. Tuttavia, con un passivo bancario in capo a ciascuna piccola impresa che in Italia ammonta mediamente a circa 100 mila euro, la quasi totalità di queste realtà produttive non ha ritenuto conveniente indebitarsi ulteriormente per risolvere i propri problemi di liquidità. Segnaliamo, invece, che avrebbero bisogno di contributi a fondo perduto che finora sono stati erogati in misura del tutto insufficiente”.

Anche il segretario della Cgia, Renato Mason, non manca di sottolineare la necessità di sostenere economicamente le attività imprenditoriali: “In un momento di grave crisi economica come questo”, osserva, “non è il caso di fare polemiche, tanto meno di accusare chicchessia di inefficienza o scarsa sensibilità nei confronti delle nostre Pmi. Tuttavia, è necessario consentire alle aziende di ottenere la liquidità con più facilità, mettendo gli istituti di credito nelle condizioni di farlo. A parità di costi, o quasi, ma con fatturati in caduta libera, se nei prossimi due o tre mesi le piccole aziende non avranno a disposizione la liquidità necessaria per far fronte alle esigenze di ogni giorno, in autunno molte di queste non avranno la forza di rimanere aperte, con effetti occupazionali molto preoccupanti. Ricordo, ad esempio, che nelle realtà produttive con meno di 50 addetti sono occupati quasi due terzi degli addetti del settore privato”.