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Cina e Stati Uniti riprendono i colloqui sulla disputa tariffaria con l’aspettativa di trovare un accordo parziale che possa sospendere l’imposizione di nuove tariffe Usa sui prodotti made in China. L’ultimo segnale di apparente distensione nella guerra dei dazi è arrivato dal presidente Usa, Donald Trump, che su Twitter ha confermato l’incontro di domani alla Casa Bianca con il vice primo ministro cinese, Liu He, a capo della folta delegazione partita da Pechino per i negoziati con il rappresentante Usa per il Commercio, Robert Lighthizer, e con il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin.

Big day of negotiations with China. They want to make a deal, but do I? I meet with the Vice Premier tomorrow at The White House.

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
October 10, 2019

Nonostante gli spiragli di tregua emersi nelle ultime ore, Trump non sembra, però, avere sciolto completamente le riserve. “Vogliono fare un accordo, ma io?”, scrive nel tweet. La Cina, sostengono fonti a conoscenza delle trattative citate da Bloomberg e Financial Times, sarebbe pronta ad aumentare l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi e a fare concessioni sul piano delle barriere non tariffarie. Nel mini-accordo che si profila tra Cina e Stati Uniti potrebbe rientrare anche un’intesa sul piano valutario.

E ad addolcire il clima dei colloqui ci sarebbe anche l’approvazione di Trump a concedere ad alcuni gruppi della tecnologia Usa le licenze per vendere componenti considerati non sensibili a Huawei, secondo fonti citate dal New York Times.

Un accordo parziale tra Cina e Stati Uniti rinvierebbe a un secondo momento le questioni dirimenti per gli Usa – in particolare quelle relative ai temi della proprietà intellettuale e dei trasferimenti di tecnologia – e potrebbe significare una tregua nella guerra dei dazi, evitando di colpire praticamente tutto l’export cinese verso gli Stati Uniti dalla metà di dicembre prossimo. La disputa tariffaria si intreccia, però, con questioni politiche: i giorni che hanno preceduto la ripresa dei negoziati sono stati segnati dalle polemiche sulla libertà di espressione che hanno visto al centro la lega professionistica di basket Usa, l’Nba, e dalle polemiche sulla situazione dei diritti umani nella regione autonoma cinese dello Xinjiang.

Prima, il Dipartimento del Commercio Usa ha inserito nella black list i grandi nomi cinesi dell’intelligenza artificiale, accusandoli di coinvolgimento nella repressione in atto contro gli uiguri e le altre minoranze musulmane nella regione; poi, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha annunciato restrizioni alle concessioni dei visti per gli Stati Uniti ai funzionari ritenuti implicati nelle “detenzioni e abusi” dei musulmani nello Xinjiang.

Pechino ha manifestato la propria opposizione e oggi il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha definito una “diffamazione” le ultime dichiarazioni di Pompeo, che in un’intervista ha parlato di “enorme violazione dei diritti umani” nello Xinjiang.

Dubbi sulla possibilità di un accordo sono arrivati anche dal segretario al Commercio di Washington, Wilbur Ross: in un discorso pronunciato a Sydney ha detto che le pratiche commerciali della Cina “stanno peggiorando” e l’imposizione di tariffe è servita per “costringere la Cina a prestare attenzione” alle preoccupazioni degli Stati Uniti.