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I dati possono essere sessisti? Secondo Bill Gates e sua moglie Melinda, sì. La coppia miliardaria ne ha parlato nella sua consueta lettera annuale di bilancio sui dodici mesi precedenti. Di che cosa si tratta? Lo spiega lei: “Ciò che decidiamo di misurare è lo specchio di ciò che la società ritiene importante”. Il punto, sostiene lei, è che troppo spesso le decisioni politiche vengono adottate sulla base di dati parziali: l’universo femminile non sarebbe cioè preso in sufficiente considerazione.

L’aspetto che interessa ai Gates è soprattutto quello economico: “I pochi dati che abbiamo sulle donne nei Paesi in via di sviluppo riguardano principalmente la sfera riproduttiva”, cioè il numero di figli che mettono al mondo, perché “i ricercatori tendono a concentrarsi su quagli aspetti nei luoghi in cui il ruolo primario delle donne è essere mogli e madri” e a tralasciare il resto.

Il data gender gap

In questo modo, sostengono Bill e Melinda, in diverse aree del mondo non si riesce a quantificare il peso economico della popolazione femminile: l’assenza di dati completi può avere conseguenze sul piano di investimenti e sviluppo delle società.

Non è però soltanto una questione di soldi: quando si parla di sessismo dei dati la questione è globale e riguarda anche la vita di tutti i giorni. Nel Regno Unito è appena uscito un libro che denuncia un mondo letteralmente costruito a immagine e somiglianza degli uomini. Si intitola “Donne invisibili”: l’autrice, Caroline Criado Perez, ha raccolto una serie di dati per mostrare come, dalle auto agli smartphone, qualsiasi cosa venga progettata su misura dei maschietti. Non tutte sono piccolezze, irritanti ma sopportabili, come telefonini troppo grandi per essere comodamente tenuti in mano da entrambi i sessi, smartwatch che non calzano perfettamente il polso femminile, o scaffali appesi troppo in alto per essere raggiunti comodamente da una donna; di gender gap, sostiene Perez, si può morire.

Fino a dieci anni fa i crash test non consideravano le donne

Se la vostra auto ha più di una decina d’anni è possibile che non sia stata testata con manichini dalle fattezze femminili. Soltanto nel 2011, infatti, gli Stati Uniti hanno cominciato a usare i dummy che riproducono altezza, peso e corporatura di una donna. Fino ad allora i crash test erano settati con manichini alti 1 metro e 77 e pesanti 76 chili, ha raccontato Perez sul Guardian. Non è un dettaglio: uno studio del Centro di biomeccanica applicata dell’università della Virginia ha dimostrato che, in caso di incidente, una donna ha il 47% di probabilità in più di farsi male in maniera grave, e addirittura il 17% in più di perdere la vita.

Il motivo? Le auto sono progettate su misure maschili: quando al volante siede però una ragazza, che mediamente è più piccola di un uomo, il sedile viene portato più avanti del normale. In caso di scontro frontale, la diversa posizione del corpo “può mettere a repentaglio la vita”, spiega Perez. Senza considerare altri fattori come quelli biometrici, cioè le minori masse muscolari e ossee tipiche del corpo femminile.

Anche la medicina sarebbe ‘roba da uomini’

“Le donne vengono escluse dai numeri e dai dati”, lamenta la scrittrice a Mashable, e anche “dal modo in cui viene studiata la medicina”. Durante le ricerche per il suo libro, durate tre anni, Perez ha infatti scoperto che l’infarto ha sintomi diversi tra uomini e donne, ma che le linee guida dei trattamenti sono stati sviluppati soprattutto tenendo a mente i dati maschili. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo, eppure persino il World Economic Forum parla di sessismo nella ricerca scientifica: “Le donne hanno meno probabilità di ricevere terapie, interventi e opportunità di riabilitazione”. Mancano dati definitivi sulle differenze nell’efficacia delle cure tra uomini e donne, ha confermato l’American Heart Association.

Eppure basterebbe cominciare a raccogliere i dati giusti per guardare al mondo in maniera più completa, tenendo a mente la popolazione femminile, le sue caratteristiche fisiche e le abitudini lavorative che incidono sulla qualità della vita. Per esempio, conclude Perez, “ci sono pochissime informazioni sulle potenziali conseguenze delle sostanze chimiche e le polveri usate dal personale (quasi sempre esclusivamente femminile, ndr) nei nails bar”, cioè i centri estetici che si occupano della cura delle unghie. “Succede perché non siamo abituati a pensare che le occupazioni delle donne siano pericolose”, a differenza di altre mansioni, più tipicamente maschili, di cui invece si sono già studiati gli effetti.