Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Il 2019 si preannuncia come un anno di forte instabilità e volatilità finanziaria. E a testimoniarlo sono anche l'impennata del prezzo dell'oro e l'inusuale e aggressiva rincorsa al metallo giallo generata negli ultimi mesi dagli acquisti delle banche centrali. Il prezzo sui mercati globali è schizzato sopra quota 1.292 dollari l'oncia, il top da sei mesi e, secondo gli analisti, potrebbe a breve salire a 1.300 dollari e poi a 1.375 dollari, due soglie di resistenza tecnica oltre le quali il costo del metallo giallo potrebbe accelerare ancora, fino a toccare quota 1.550 dollari entro la fine dell'anno.

Alla ricerca di un rifugio sicuro

Tradizionalmente l'oro è un bene rifugio a cui si ricorre nei periodi di crisi e di instabilità, ma è anche un bene speculativo, soggetto alle fluttuazioni di mercato. La prospettiva di un rallentamento dell'economia globale, tra ottobre e dicembre, ha mandato in tilt le Borse mondiali, indebolito il dollaro e il prezzo del petrolio, fatto schizzare verso l'alto i rendimenti dei titoli di Stato e rafforzato la corsa all'oro, non solo perché l'impennata dei prezzi lo ha reso più appetibile, ma anche perché da diverso tempo le banche centrali lo stanno aggressivamente comprando. Per diversi motivi: perché è un bene rifugio, per rendere più sicure le riserve dei vari Paesi e per cautelarsi dai rischi valutari.

I dubbi di Orban

I dati del World Gold Council, un'associazione industriale creata nel 1987 dalle principali aziende minerarie aurifere per stimolare la domanda di oro, lo mostrano con chiarezza. Nel terzo trimestre del 2018 la domanda globale è cresciuta a 964 tonnellate, 6,2 tonnellate in più rispetto allo stesso periodo del 2017, sostenuta soprattutto dagli acquisti delle banche centrali, saliti del 22% a 148 milioni di tonnellate.

La più attiva è stata la l'Ungheria di Viktor Orban che ha addirittura decuplicato gli acquisti, a ottobre, passando da 3 a 31,5 tonnellate nel giro di poche settimane. Lo stesso ha fatto la Polonia, che oggi dispone di 116,7 tonnellate, contro le 13,7 di giugno. Anche Ankara sta facendo incetta di oro: nel terzo trimestre del 2018, mentre la lira turca si svalutava del 25%, la Turchia ha acquistato 18,5 tonnellate d’oro, portando le sue riserve auree oltre quota 258 tonnellate.

Putin ci pensa da tempo

La Russia da tempo sta facendo da apripista in questa corsa all'oro. Quest'anno ha comprato in totale 264 tonnellate di oro, di cui oltre 26 tonnellate nel solo mese di luglio. L'anno scorso ne aveva acquistate più di 223 tonnellate. Il 2077 è stato il terzo anno consecutivo in cui la Russia ha aumentato il suo oro di oltre 200 tonnellate in un anno. Ufficialmente la Russia ha superato la Cina, diventando il quinto più grande detentore di riserve di oro.

A sua volta Pechino aveva superato la Russia in questa corsa nel 2001. Anche se, per essere onesti, queste statistiche sono attendibili fino a un certo punto, visto che la Cina non ha annunciato ufficialmente dal 2016 gli aumenti dei suoi acquisti di oro. In realtà la Cina dichiara di possedere circa 1.800 tonnellate d’oro, ma secondo gli analisti potrebbe averne accumulate oltre 20.000 dal 1983 a oggi e quindi la Russia sarebbe la quinta potenza aurifera solo sulla carta.

Provviste per l’inverno

E l'Italia? Le riserve auree della Banca d’Italia dovrebbero essere stabili a 2.452 tonnellate, per cui il nostro Paese risulterebbe il quarto detentore d'oro al mondo dopo la Federal Reserve, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. A proposito di Germania, la Bundesbank, le cui riserve auree sono seconde solo a quelle degli Stati Uniti, a partire dal 2013 ha iniziato a rimpatriare molti dei lingotti che custodiva all’estero, nei caveau della Federal Reserve e della Bank of England oltre che della Banca centrale francese, per un controvalore pari a 95 miliardi di euro.

Insomma, la corsa all'oro, trainata dalle Banche centrali non è una faccenda legata solo agli ultimi sviluppi della crisi economica e finanziaria, ma ha radici meno recenti. Non c'è dubbio però che in questo 2019, che si prospetta così incerto e volatile, potremmo vederne delle belle.