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Ce lo chiede l'Arabia. Dopo sei giorni di silenzio, Elon Musk spiega i suoi perché. Perché ha deciso di annunciare la possibile privatizzazione di Tesla su Twitter (scompigliando il mercato). E perché ha definito “garantiti” i fondi per l'operazione. Dietro c'è il pieno supporto (anzi, la richiesta) del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita.

Cosa e successo fino a ora

Musk ha scritto nel blog ufficiale della società di aver espresso al board la volontà di privatizzare Tesla il 2 agosto, cinque giorni prima del tweet. Dopo una riunione con i consiglieri a ranghi ridotti (cioè senza la partecipazione di Elon e del fratello Kimbal), c'è stato un secondo incontro, durante il quale Musk ha spiegato perché sarebbe nell'interesse di Tesla abbandonare Wall Street. Visto l'appoggio del consiglio di amministrazione, ecco il passo successivo: contattare i maggiori azionisti della compagnia per sondare le loro intenzioni. “Sono molto importanti per me”, ha affermato Musk, perché “hanno creduto in Tesla quando nessun lo faceva e sono coloro che più credono nel nostro futuro”.

Al di là delle ragioni affettive, c'è ne uno finanziaria: più saranno gli azionisti che resteranno in Tesla anche fuori dalla borsa e meno risorse dovrà raccogliere Musk per raggiungere il suo obiettivo. Fin qui nulla di strano. Poi, però, il 7 agosto Musk decide di far saltare il banco, con una mossa inusuale per una società quotata: annunciare la più grande privatizzazione della storia di Wall Street in meno di140 caratteri.

Perché comunicarlo via Twitter?

Musk ha sin da subito dialogato con gli azionisti più pesanti, per ottenere il loro supporto. “Tuttavia – scrive il fondatore del gruppo – non sarebbe stato giusto condividere informazioni solo i nostri maggiori investitori senza coinvolgere tutti gli altri”. Per questo, ha pensato che “la cosa giusta da fare” fosse “annunciare pubblicamente” le sue intenzioni. La manovra, però, non è piaciuta né ad alcuni investitori né alla Sec, la Consob americana.Secondo Bloomberg, la Commissione starebbe “intensificando” le inchieste (andando oltre una generica richiesta di informazioni) per capire se l'incursione di Musk sia stata fatta per manipolare il prezzo delle azioni.

Musk se la dovrà vedere anche con due denunce per aggiotaggio (il reato che punisce la diffusione di notizie false o esagerate con l'obiettivo di speculare su un titolo). Il trader Kalman Isaacs sostiene che i tweet siano stati fuorvianti, fatti apposta per gonfiare le azioni di Tesla (schizzate del 13% nella seduta seguita all'annuncio). L'altro ricorrente, William Chamberlain, ha chiesto l'avvio di una class action, cui dovrebbe aderire chi ha scambiato titoli Tesla tra il 7 e il 10 agosto.

Perché ha detto che i soldi sono 'secured'

Il titolo è decollato anche per una parola: “Secured”, “Garantito”. I soldi per l'operazione, aveva scritto Musk, ci sono. Per due motivi: le stime hanno indicato stime eccessive e ci sarebbe già un investitore forte pronto a pagarle. Anzi, non sarebbe solo un finanziatore ma il vero promotore della privatizzazione. I primi contatti con il fondo sovrano saudita risalgono a “quasi due anni fa”. E più volte il Public Investment Fund avrebbe sondato la possibilità di ritirare Tesla da Wall Street. Al primo incontro (all'inizio del 2017) ne sono seguiti “diversi”.

“Ovviamente – scrive Musk – il fondo sovrano ha capitale più che sufficiente per questa transazione”. Il rapporto è diventato più stretto quando i sauditi sono entrati nell'azionariato con una quota vicina al 5%, rilevato sul mercato azionario. Il 31 luglio, un nuovo incontro. In quell'occasione, il managing director del fondo avrebbe espresso “rammarico” per non aver potuto eseguire l'operazione privatamente. E si sarebbe detto “ansioso” di sostenere un eventuale ritiro dalla borsa. Musk afferma quindi di aver lasciato la riunione convinto di poter contare sul pieno supporto saudita. Ecco perché ha definito “garantito” il capitale necessario. Dopo l'annuncio via Twitter, il fondo avrebbe confermato il suo “supporto” e chiesto maggiori dettagli.

Stime sopravvalutate

Mentre continuano le discussioni con il fondo saudita e con altri grandi azionisti, Musk sostiene sia ancora “prematuro” fornire pubblicamente dettagli. Tuttavia, il ceo ha chiarito che Tesla non userà lo strumento del debito ma quello dell'equity. Non si tratterebbe quindi di un classico “leveraged buyout” (che sfrutta la capacità di indebitamento per sostenere l'acquisizione). I capitali arriverebbero dagli azionisti, attuali e futuri. “Non credo sia saggio – scrive Musk – gravare Tesla con un debito così significativo”.

Ma quante risorse servono? Secondo alcune analisi seguite all'annuncio via Twitter, sarebbero stati necessari 70 miliardi di dollari. Una cifra che sarebbe “drasticamente sopravvalutata”. I 420 dollari per azione sarebbero necessari solo per pagare gli azionisti che non decidessero di rimanere da “privati”. Musk è ottimista ed è convinto che molti diranno sì. Valuta infatti che i possessori di “due terzi delle azioni” sosterranno la transizione. Servirebbero quindi circa 20 miliardi di dollari.

I prossimi passi

Nei prossimi giorni, Musk proseguirà gli incontri con gli azionisti. È convinto che l'annuncio su Twitter sia stata “la cosa giusta”. E non è escluso che gli aggiornamenti arrivino da lì, nonostante gli occhi della Sec. Intanto Musk ha nominato gli advisor dell'operazione. Silver Lake e Goldman Sachs per curare la componente finanziaria; Wachtell, Lipton, Rosen & Katz e Munger, Tolles & Olson per quella legale. Il loro coinvolgimento serve a “valutare una serie di potenziali strutture e opzioni” e per “capire esattamente quanti degli attuali azionisti rimarranno anche se la società dovesse diventare privata”.

Una volta definiti i dettagli, il percorso passerebbe da un “comitato speciale”, espressione del consiglio di amministrazione. Per poi affrontare, in caso di via libera, il voto degli azionisti.