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“Sono 120 euro con la fattura, 100 senza”. Alzi la mano chi non si è mai sentito fare un discorso di questo tipo. Dal dentista o oculista, dall’imbianchino, dal commerciante di mobili vecchi… la lista è molto lunga. Perché in realtà è prassi piuttosto comune nel nostro paese mettersi d’accordo e risparmiare, quando acquistiamo qualcosa o paghiamo per un servizio, invece di pensare che il vero risparmio, quello collettivo, lo faremmo non favorendo l’evasione fiscale e quindi riducendo la scomparsa di fondi pubblici che servono a pagare i servizi per tutti.

Perché di questo si tratta. Quando accettiamo di pagare qualcosa senza ricevuta, nei fatti, stiamo favorendo l’evasione delle tasse, in particolare dell’Iva, che a ogni transazione è associata nella misura del 22% sulla gran parte dei beni di consumo e dei servizi. Per non parlare dell’Irpef, che essendo legata alle dichiarazioni dei redditi, soprattutto nel caso di liberi professionisti, commercianti, artigiani e imprenditori, dipende in larga parte dall’onestà di chi dichiara quanto guadagna esibendo fatture e documenti di acquisto. E che quindi, quando accettiamo di pagare senza ricevuta, può dimenticarsi di dichiarare i guadagni corrispondenti.

L’evasione fiscale italiana è una delle più alte d’Europa. Non è un’impressione né una chiacchiera da bar: è un dato di fatto. E la possibilità di evadere, al di là del momento della dichiarazione dei redditi, è sostanzialmente quotidiana quando appunto i lavoratori autonomi e in libera professione, titolari di partita Iva, decidono di farsi pagare in contanti senza il rilascio di ricevuta o fattura. Tanto che la percentuale stimata di evasione dell’Iva in Italia è poco meno del 26%, precisamente del 25,78%, secondo gli ultimi dati disponibili della Commissione europea (2015). Era del 28% l’anno precedente. Sull’evasione dell’Iva e sul confronto tra Italia e Svezia, il paese con il tasso di evasione più basso, AGI ha recentemente fatto anche un fact checking che partiva dalle dichiarazioni dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli.

Per combattere l’evasione sono stati messi in campo, in tutti i paesi europei, molti strumenti nel corso di questi anni. Una misura che ha senz’altro dato buoni risultati anche in Italia è la possibilità di dedurre o detrarre ad esempio i costi sanitari o quelli per le ristrutturazioni, con la conseguenza che è per tutti noi più conveniente richiedere le fatture e ottenere un risparmio in sede di dichiarazione dei redditi invece che al momento del pagamento del servizio al professionista di turno. Ma uno dei metodi più efficaci per contrastare l’evasione dell’Iva è la diffusione dell’uso di pagamenti elettronici, con carte di credito o debito, che lasciando una traccia molto precisa della transazione, rendono più complicato il pagamento sottobanco.

Diversi studi fatti in questi anni, inclusi due lavori degli economisti italiani Giovanni Immordino e Francesco Flaviano Russo, dell’Università di Napoli, dimostrano che esiste una relazione negativa tra il valore delle transazioni effettuate con carte di credito e debito e l’evasione di Iva. Al contrario, anche se è più difficile da misurare come vedremo, c’è una correlazione positiva tra l’uso del contante nelle transazioni ma anche tra il prelievo dei contanti e l’evasione dell’Iva. Insomma, tanto più contante gira, o perché direttamente ritirato in banca o attraverso i bancomat, tanto più si evade. Una delle misure più efficaci per ridurre l’evasione è quindi sostenere il pagamento diretto con carte di credito o debito o altre forme di transazione elettronica, invece di limitare l’uso delle carte ai semplici prelievi che di fatto aumentano il contante in circolazione.

Non si tratta dunque del numero di carte che sono in giro né della disponibilità di sportelli ATM per il prelievo, che per esempio nel nostro paese sono molti di più che in altri paesi europei e che dipendono da molti fattori diversi, come ad esempio l’organizzazione e la riduzione di personale degli istituti bancari. Si tratta proprio del volume effettivo di acquisti e pagamenti che si fa con carta o con sistemi di pagamento elettronico a fronte di quelli che si fanno in contanti.

Chi evade di più l’Iva in Europa

L’evasione dell’Iva è più alta nei paesi dove la tassazione Iva è maggiore, come appunto l’Italia. Se però guardiamo alla media della tassazione Iva nei diversi paesi, ce ne sono molti altri dove l’Iva è simile alla nostra e che hanno un tasso di evasione nettamente inferiore, come ad esempio la Finlandia ma anche la Spagna e il Portogallo. Gli ultimi dati disponibili sono quelli del CASE e CPB report per conto della Commissione europea, del 2017 con dati fino al 2015.
 

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La differenza tra Iva attesa e Iva effettivamente raccolta

Esiste una misura dell’evasione di Iva, la cosiddetta VAT gap (VAT è la sigla inglese che sta per Iva). Si tratta della differenza tra l’Iva dovuta e quella effettivamente raccolta. Questa differenza, il gap appunto, è interamente dovuta a frodi ed evasione. Essendo denaro che viene a mancare, non è una cifra nota ma viene stimata per differenza tra l’Iva attesa in base al Pil di ciascun paese moltiplicato per la percentuale di Iva associata a ciascun acquisto (o servizio, come una visita specialistica o una consulenza) e quella effettivamente versata.

Insomma, se l’Italia ha un Pil di circa 1600 miliardi di euro, e una tassazione Iva che è del 22% per la gran parte dei beni (e del 4 e del 10 per altri) è possibile calcolare che, se prendiamo il 2015 come riferimento, il totale delle entrate Iva attese era di circa 136 miliardi di euro a fronte di una raccolta di poco più di 101 miliardi. Mancano dunque all’appello oltre 35 miliardi di euro.

In media, nell’Unione europea, il tasso di evasione dell’Iva è del 10,7% rispetto all’Iva totale attesa. Nel nostro paese, come abbiamo detto, questo valore è molto più alto e arriva al 26%. Peggio di noi solo Grecia, Lituania, Slovacchia e Romania, dove questa percentuale sale addirittura a più del 37%. Una sottrazione di fondi pubblici che, secondo le stime dell’Unione Europea, valeva circa 151,5 miliardi di euro nell’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, e cioè il 2015.
 

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Diverse misure sono state applicate nei paesi europei per contrastare l’evasione dell’Iva. In qualche caso, i risultati sono molto evidenti, come vediamo da questo sottoinsieme di paesi europei a confronto con i dati del gap Iva dal 2011 al 2015. Ci sono anche casi, come quello di Malta, dove i dati differiscono moltissimo perché sono cambiati i modi di valutare l’insieme delle transazioni e quindi l’Iva attesa.
 

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Ma il valore più interessante da calcolare è il peso in percentuale che questa sottrazione di fondi ha rispetto al Pil di un paese. Anche qui i dati variano molto all’interno dell’Unione. Si va addirittura dal tasso negativo della Svezia, che era di -1,4% nel 2015, (un dato dovuto a un meccanismo adottato dal governo svedese che incentiva il versamento dell’Iva riconoscendo gli interessi sul credito) al 5,6% della Romania. Il nostro paese si posiziona su poco più del 2%.

 

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Il contante che circola

Uno dei parametri per capire cosa favorisce l’evasione di Iva è la quantità di contante in circolo. Nel caso dell’area euro, però, è praticamente impossibile calcolare la quantità di contante per paese. L’unica possibilità per fare delle distinzioni interne alla zona euro è quella di andare per approssimazione, calcolando i prelievi fatti ai bancomat o presso le banche distribuite sul territorio e ai punti POS che consentono non solo pagamenti ma anche prelievi di contante. E di cercare di mettere a confronto il valore complessivo di questi prelievi rispetto al Pil di ciascun paese con il VAT gap, cioè con la percentuale di Iva evasa sempre rispetto al Pil.

 

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Come vediamo dal grafico qui sopra, che rappresenta i soli valori del 2015, ultimo anno per cui abbiamo entrambi i dati disponibili, la quantità di contante che viene prelevato (e che quindi circola) rispetto al Pil di ciascun paese non è sempre fortemente correlata con il tasso di evasione di Iva, calcolato sempre rispetto al Pil. Questa correlazione però esiste, ed è statisticamente significativa anche se non molto robusta, secondo i vari lavori pubblicati da ricercatori di diversi paesi. Per sicurezza, abbiamo ripetuto le analisi con i dati più recenti a disposizione e anche i nostri risultati confermano quanto osservato in precedenza.

Ci sono delle eccezioni, senz’altro. Che possono dipendere da altre variabili, incluse quelle socio-culturali. La Germania, ad esempio, ha una notevole quantità di denaro contante in circolazione ma una bassa evasione dell’Iva. Al tempo stesso, dal grafico vediamo che la gran parte dei paesi con alto tasso di evasione dell’Iva sono anche quelli in cui la percentuale di contanti prelevati, rispetto al Pil, è più consistente. Insomma, non è detto che alte quantità di prelievi determinino una forte evasione, ma dove c’è forte evasione circola molto contante.

I pagamenti elettronici

La diffusione delle carte elettroniche, sia di credito che di debito, non è di per sé un dato che abbia peso sull’evasione dell’Iva. Sostanzialmente, a molti conti bancari sono associate carte, perlomeno di debito, che non vengono necessariamente usate per effettuare pagamenti. Quello che fa la differenza è proprio l’uso. Prendendo ancora in considerazione i dati della Banca centrale europea, vediamo dal grafico qui sotto che i paesi dove è più bassa l’evasione fiscale sono anche quelli dove si usano di più le carte. Un cittadino britannico, ad esempio, nel 2016, ultimo anno per cui abbiamo i dati, ha usato la carta per pagare circa 218 volte, uno svedese 266 e uno danese oltre 300. In Italia, la media di utilizzo pro capite è di 41 pagamenti con carta l’anno, in Grecia di 25 e in Romania di 13.

Ancora una volta, spicca il dato della Germania, in piena controtendenza, con circa 38 pagamenti elettronici l’anno. Non sono stati presi in considerazione in questo caso i pagamenti con sistemi elettronici diretti, e cioè il cosiddetto e-money (PayPal, ApplePay e tutti i sistemi simili così come le varie app di pagamento con telefono) perché sono dati ancora davvero molto esigui. Poco significativi ormai anche i pagamenti con assegni, che sembrano essere in via di estinzione.

 

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Anche in questo caso, più che i numeri dei pagamenti, il dato più significativo è quello del valore totale degli stessi rispetto al Pil. Facendo una correlazione statistica tra i pagamenti fatti con le carte e il gap di Iva, sempre in riferimento agli ultimi dati utili del 2015 e in percentuale rispetto al Pil, si vede molto chiaramente che più si usano le carte meno si evade l’Iva. Se il grafico non sembra essere così drammaticamente chiaro, i coefficienti statistici non mentono, e la relazione inversa è proprio significativa, assai più robusta di quella diretta tra contante ed evasione. Non c’è dubbio, i paesi a più alta evasione sono anche quelli che fanno minor uso di carte. Rimangono delle eccezioni, come appunto la Germania, ma nel complesso l’analisi è coerente su tutta l’area euro.

 

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Più carte in circolo, meno evasione. Ma a quali costi?

Le contromosse per ridurre l’evasione fiscale sono diverse. Ci sono state molte proposte da parte di economisti di diverso orientamento, dalla tassazione del contante a un maggiore incrocio dei dati di acquisto e vendita registrati da banche e intermediari finanziari con le agenzie delle entrate fino a sistemi di audit frequenti e molto rigorosi. Sperimentazioni fatte negli Stati Uniti, dal 2011, in Turchia, dal 2008 e anche in Gran Bretagna sembrano aver dato buoni risultati, a sentire le dichiarazioni delle relative agenzie delle entrate. Ma si tratta sempre di misure il cui successo dipende da tanti fattori, tra cui la situazione sociale, la propensione culturale, il mercato di riferimento.

Una delle misure senz’altro più efficaci e trasversali è incentivare all’uso dei pagamenti elettronici. Ma qui entra in gioco un problema che pare essere molto sentito anche dai commercianti italiani, e cioè l’entità delle commissioni associate ai pagamenti e richieste dalle banche e dai gestori dei vari POS. In realtà, è molto difficile capire e stimare quale sia esattamente questa cifra. Dipende da vari fattori: dal contratto di leasing dei POS, dalle banche che emettono le carte e da quella utilizzata dal commerciante o professionista. E perfino dai contratti telefonici, come ci hanno raccontato diversi esercenti quando abbiamo rivolto loro questa domanda. Nessuno è in grado di stimare esattamente l’importo delle commissioni. Ma ad esempio, l’accesso a contratti telefonici con chiamate illimitate per effettuare i pagamenti, ha significato per molti un notevole risparmio sul costo mensile. Dunque i costi vanno dall’installazione, al canone, alle cosiddette interchange fees e cioè le commissioni fisse per transazione (di solito dell’ordine di pochi centesimi) e quelle in percentuali rispetto all’entità della transazione stabilite dai vari istituti di credito titolari delle diverse carte. 

Obbligatorio in teoria dal 2016 per tutti gli esercenti, con eccezione di benzinai e tabaccai, il POS che permette il pagamento con carta ancora latita in molti luoghi. Il fatto è che non ci sono sanzioni per chi non accetta un pagamento con carta. Sanzioni che in teoria avrebbero dovuto essere introdotte nella Legge di stabilità del 2018, che estendeva anche l’obbligo del POS a tutti i liberi professionisti. Invece sembra essere ancora tutto fermo. Di fatto, dunque, la proliferazione di biglietti e cartelli appesi nei bar e nei negozi con una cifra minima al di sotto della quale non si accettano pagamenti elettronici è del tutto illegale. Ma non è sanzionabile in alcun modo. Un perfetto gioco all’italiana.

In Europa invece è entrata in vigore, approvata a gennaio 2016 e attuata dunque su tutto il territorio dell’Unione dal 13 gennaio 2018, la direttiva Psd2 (payment service directive), che regola i pagamenti elettronici e rimuove, almeno sulla carta, alcuni degli ostacoli più pesanti. Come già spiegato qui su AGI, la direttiva prevede l’eliminazione dei sovrapprezzi applicati all’uso di una carta o dell’altra (una pratica ad esempio molto comune sui siti delle compagnie aeree o di viaggi) e fissa un tetto massimo per le commissioni interbancarie, allo 0,2% del totale per le carte di debito e allo 0,3% per quelle di credito, molto più ridotte di quelle attuali che in qualche caso arrivano perfino a dieci volte tanto.

Una direttiva che spinge verso un mercato comune anche dei pagamenti elettronici, dunque, e che dovrebbe dare maggiori garanzie e sicurezza. Vedremo se è sufficiente a aumentare l’uso, e soprattutto l’accettazione, delle carte di credito, anche per i cosiddetti micropagamenti, e cioè quelli sotto i 10 euro. Rendendo così realtà il sogno di molti di noi, e cioè la possibilità di girare praticamente senza il contante in tasca. 

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