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Gli autisti di Uber non sono dipendenti ma lavoratori indipendenti. Lo ha affermato un giudice distrettuale a Filadelfia, in una sentenza che fa venire in mente quella di due giorni fa a Torino, sui rider di Foodora.  

Secondo il giudice gli autisti, infatti, devono sottostare a obblighi inferiori, possono lavorare e riposare quando vogliono. Hanno la libertà di fare proprie commissioni e muoversi anche se sono connessi all'app. Inevitabilmente, è già stato annunciato l’appello da parte degli avvocati degli autisti.

Lo status dei lavoratori è un elemento cruciale della cosiddetta gig-economy, cioè in quelle imprese che utilizzano lavoro a chiamata sfruttando le possibilità offerte dalle piattaforme digitali, come in ogni altro tipo di economia. Essere riconosciuti come dipendenti, ad esempio, offrirebbe la possibilità di avere una retribuzione minima e ferie pagate.

Non a caso, nell’ambito della causa di Torino, sono venuti al pettine una serie di nodi che vanno dalla paga minima alle tutele sia nel campo della sicurezza che in quello della privacy. Ma anche la   libertà aziendale e tutela dei lavoratori, autonomia da freelance e subordinazione, reperibilità e violazione della privacy. Queste, nei dettagli, le materia del contendere.

– DALLA PAGA ORARIA AL COTTIMO
Tutto ha inizio nel settembre di due anni fa, quando i rider protestano per paga oraria e condizioni di lavoro. Pochi mesi dopo a sei di loro non viene rinnovato il contratto di collaborazione (che solitamente viene rinnovato dall'azienda ogni due mesi).

A scatenare la protesta, la scoperta da un'app sui loro smartphone che la paga era passata dai 5 euro l'ora al vecchio cottimo: 2,70 a consegna, poi diventati 3,60. Una forma di pagamento che secondo molti genererebbe una competizione tra i fattorini, 'spinti' a sfrecciare per le vie della città per una manciata di euro in più. Una pratica ritenuta anche insicura, considerando le basse coperture assicurative offerte. I rider sono scesi in piazza per chiedere una paga minima. 

– L'ATTESA PER I TURNI E IL RANKING DEI RIDER
Come tutte le piattaforme di food delivery, anche Foodora contatta i suoi fattorini tramite un'app. La piattaforma conferma i turni (decisi a inizio settimana) modificandoli spesso e – secondo diverse testimonianze di rider – all'ultimo minuto, anche prolungando o cancellando i turni a seconda delle necessità del momento.

Inoltre elabora automaticamente una sorta di 'classifica' dei rider, che acquistano o perdono punti a seconda del numero di consegne effettuate e delle distanze percorse, ma anche per variabili al di fuori del loro controllo, come il numero di ordini rifiutati o le cattive recensioni sulla qualità del cibo.

 

– LIBERTA' AZIENDALE E TUTELE PER I LAVORATORI
Il tribunale di Torino ha riconosciuto ai fattorini lo status di 'lavoratori autonomi'. Queste forme di lavoro appartengono al cosiddetto mondo della 'gig economy', cioè l’economia del lavoretto, e s'inseriscono in un mercato del lavoro che non è preparato al loro ingresso perché le tipologie dei contratti offerti sono atipici per la giurisdizione in vigore.

 Al centro c'è il concetto di 'flessibilità', che l'azienda rivendica ma che secondo i fattorini è appannaggio del solo datore di lavoro. Secondo le testimonianze di diversi rider, pesa soprattutto la costante attesa per i turni e il lavorare in media 15-30 ore a settimana.

Secondo il sistema di Foodora, per guadagnare 800 euro al mese servono oltre 44 ore di lavoro a settimana, più di 177 ore al mese. L’azienda si difende dicendo che i fattorini possono farsi sostituire o non presentarsi ai turni. Ma secondo i rider questo incide sulle prestazioni di ciascuno e va a togliere punti in classifica. In poche parole: chi non è ritenuto affidabile viene chiamato poco e alla fine viene mandato via (non gli viene cioè rinnovato il contratto). 

Ad alzare ancora i toni della polemica, una mail inviata dalla 'casa madre' tedesca a Foodora Italia e per errore girata ai lavoratori. Secondo i rider la 'direttiva' spiegava nero su bianco che non presentarsi al lavoro senza certificato medico o comunque senza una motivazione adeguata, voleva dire al terzo episodio essere sottoposto a provvedimenti.

Per l'azienda non c'è alcun rapporto di subordinazione perché i rider accedono alla piattaforma dei turni e decidono quando e in che misura dare la loro disponibilità: "Non c’è scritto da nessuna parte che il rider debba offrire una disponibilità minima, di questa circostanza non c’è traccia da nessuna parte. Foodora decide chi far lavorare e quando far lavorare”. 
 
– CONTROLLO E VIOLAZIONE DELLA PRIVACY 
In nessuna informativa sottoposta all'attenzione dei rider è riportato che la app di Foodora li geolocalizzi. Nè viene spiegato – secondo diverse testimonianze – come vengono raccolti i dati. I fattorini se ne sono accorti dal tenore delle direttive impartite dal responsabile del personale nella chat dedicata: "Siete troppi in centro" oppure "Tizio molla il freno".

Classifiche e punteggi utilizzati non solo per la gestione del 'traffico' ma per calcolare l'efficienza di ognuno. Da qui la tesi sostenuta dagli avvocati dei rider, secondo cui “i fattorini erano sottoposti a un continuo controllo e ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico", ha puntualizzato l'avvocato Giulia Druetta. 

Foodora si è difesa spiegando di non aver violato la privacy di alcuno. L’applicazione utilizzata sullo smartphone "poteva accedere, attraverso il Gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato".

– FORMAZIONE E SICUREZZA 
L’accusa ha evidenziato anche "una violazione della normativa sulla sicurezza. I rider fanno fino a 20-30 chilometri a turno senza una visita pre-assuntiva". 

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