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“Quando ho saputo dei boss liberati ho provato tanta indignazione e mortificazione per quello che ha dato mio marito a questo Stato. E per quello che io e i miei figli continuiamo a dare dopo 28 anni spendendoci tutti i giorni nelle scuole tra i giovani. Anche perché prima li fanno uscire, poi li fanno rientrare: ma quale credibilità ha questo Stato? Hanno buttato all’aria quasi 30 anni di antimafia”. Parla all’AGI e appare ferita e severa Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci, assieme al giudice, a Francesca Morvillo, e ai due agenti Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Una donna coraggiosa che da allora ha speso tutta la sua vita per sensibilizzare i più giovani nella lotta contro la mafia grazie all’associazione Quarto Savona Quindici che oggi presiede. Una rabbia che continua a crescere dopo la notizia della scarcerazione di centinaia di mafiosi e che esplode proprio a ridosso dall’anniversario della strage. A causa dell’emergenza Covid-19 manca quest’anno l’abbraccio fisico dei giovani, ma la mobilitazione non si è fermata grazie a un grande flash mob con i lenzuoli bianchi esposti nei balconi casa.

“Come se fossero gli abbracci di tutti gli italiani – afferma – ed è ugualmente bello, perché sentiamo la presenza della gente che vuole ricordare i martiri di Capaci e non si arrende. E si vogliono ricordare anche le tante vittime – tra medici e personale sanitario – falcidiate dalla pandemia. “Noi ci sentiamo molto vicini a loro e loro famiglie – prosegue –  vogliamo ricordarle come persone che hanno svolto il proprio dovere ed è giusto che siano onorate in un Paese dove ultimamente il proprio dovere non lo fa nessuno”.      

Per Tina Montinaro, infatti, “c’è ancora chi fa finta di non capire, ma davanti a una emergenza del genere se non vengono garantiti i ceti più deboli, soprattutto nel Meridione, c’è il rischio che la criminalità arrivi prima dello Stato. Occorre fare attenzione proprio a questo e se prima le istituzioni dovevano essere presenti, oggi devono garantirlo più che mai. Specialmente con tutti questi capi clan rimessi in libertà”.           

 Il governo è corso subito ai ripari con un nuovo decreto contro le scarcerazioni e alcuni boss sono già rientrati. Ma la ferita sanguina e si aggiunge al dolore di una verità, quella delle stragi, tuttora incompiuta: “Quando parliamo dello Stato non mi riferisco alle istituzioni ma agli uomini che le governano – puntualizza – E noi ci siamo sempre sentiti abbandonati da questo Stato: abbiamo sempre voluto fare finta di niente, siamo andati avanti perché abbiamo avuto la nostra idea di antimafia. Però è chiaro che queste sono mortificazioni continue anche perché in 28 anni di processi non sì è fatta piena luce, ed è insopportabile”.      

Tutto quel sangue, si dice sicura, “non è stato versato invano. E’ servito perché la società civile da quel momento è cambiata. Tanti ragazzi hanno capito da che parte stare e hanno dato a noi la possibilità di camminare a testa alta e di dire no. Ma per quanto riguarda tutto il resto non è cambiato nulla: anzi se dopo 28 anni i boss sono tornati fuori, che cosa è cambiato? Semmai siamo peggiorati…”.