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Sono state staccate le macchine che finora hanno tenuto in vita il piccolo Alfie Evans, il bimbo britannico affetto da una grave malattia neurodegenerativa che è stato per settimane al centro di un'aspra battaglia legale tra i medici e i suoi genitori. Il bimbo è stato staccato dai macchinari per la ventilazione nella tarda serata di lunedì e dopo una decina di ore ancora respirava da solo. I genitori, Thomas and Kate, sono rimasti nella stanza del piccolo, all'Alder Hey Hospital, per trascorrere con lui gli ultimi momenti.

“I medici sono stupiti”

Il padre ha parlato all'alba ai giornalisti all'esterno dell'ospedale a Liverpool, una decina di ore dopo dunque il distacco delle macchine. E ha aggiunto che gli stessi medici si sono detti "stupiti" dalla forza del piccolo. Rimarcando che il figlio ha respirato da solo per ore. Thomas Evans ha aggiunto che avrà bisogno di una forma di supporto vitale stamane: "Sarà dura, ma avremo bisogno che venga supportato nelle prossime ore. Perché lo sta facendo da solo da nove ore. È stato totalmente inaspettato, i dottori sono sbalorditi".

E ha poi aggiunto su Facebook: "Ho combattuto duramente in tribunale per mio figlio perché so cosa è giusto!! E guarda dove siamo ora, mio figlio è ancora VIVO DOPO 10 ore orribili spaventose strazianti". Anche la mamma Kate ha fatto un post, aggiungendo una foto del piccolo, che dorme, non più intubato e tenuto in braccio: "Ad Alfie è stato dato il permesso di ossigeno e acqua !! Quanto è incredibile lui? Qualunque cosa accada, ha già dimostrato che questi dottori hanno torto. Quanto è bello?" La scorsa notte, Thomas Evans e aveva fatto un video su Facebook sottolineando che i medici dell'Alder Hey Hospital stanno "rifiutando" di dare ossigeno al piccolo. "Ma bisogno di ossigeno ma i medici non glielo daranno", si sente il padre parlare fuori camera. "Non so cosa fare. Non sta soffrendo. Perde colore e le sue dita stanno diventando lentamente cianotiche ma è in grado di vivere da solo".

La cittadinanza italiana (che non è bastata)

Solo ieri l’Italia aveva concesso la cittadinanza italiana concessa in extremis perchè il bimbo fosse trasportato a Roma, dove l'ospedale pediatrico del Bambino Gesù era pronto ad accoglierlo. In una conference call lunedì sera si sono sentiti il team legale della famiglia in Italia, il giudice della Corte di Londra Anthony Paul Hayden e l'ambasciatore italiano a Londra, Raffaele Trombetta. Ma alla fine il giudice Hayden ha autorizzato i medici a staccare la spina, confermando la decisione già presa la settimana scorsa ovvero che fosse nel "migliore interesse" del piccolo, secondo i medici senza ormai speranze, andarsene serenamente. Gli unici parenti ammessi nella stanza, oltre ai due genitori, sono due membri della famiglia.

Dal Vaticano, era anche arrivato un nuovo appello di papa Francesco: "Commosso per le preghiere e la vasta solidarietà in favore del piccolo Alfie Evans, rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento", si legge in un tweet.

Alfie come Charlie Gard

La drammatica storia di Alfie ricorda quella di Charlie Gard, anche lui britannico e affetto a 11 mesi da una rarissima malattia genetica degenerativa: la Sindrome di deplezione del Dna mitocondriale, di cui si conoscono solo altri 16 casi, che provoca il mancato sviluppo di tutti i muscoli. Il 28 luglio scorso, come disposto dall’Alta Corte di Giustizia inglese, Charlie è stato staccato dalle macchine che lo tenevano in vita. Non senza una lunghissima lotta da parte dei genitori che hanno provato prima a trasferirlo in Usa, per una terapia mai sperimentata nemmeno sulle cavie, e poi al Bambino Gesù dove forse una cura avrebbe migliorato del 10% la sua situazione. Conny e Chris Gard hanno fatto appello alla Corte europea per i diritti umani ma la loro richiesta è stata rigettata.

The Swords of Ditto è un RPG d’azione compatto in cui ogni eroe della leggenda ha la propria avventura speciale, nell’inarrestabile lotta contro la malvagia Mormo.

the swords of ditto

Il gioco propone 21 trofei: 4 di bronzo, 9 d’argento, 7 d’oro e il platino; per un totale di 1140 punti.

Trofei Bronzo

  • Visit Grave: Visit the grave of a failed hero.
  • Equip a Sticker: Equip a sticker.
  • Find A Toy: Find a Toy of Legend.
  • Open A Crate: Open a create.

Trofei Argento

  • Meet Serendipity: Meet Serendipity.
  • Sticker Swapper: Swap a sticker with a NPC.
  • Wind Back Time: Wind back time.
  • Equip A Limited Sticker: Equip a limited sticker.
  • Receive A Limited Edition Sticker: Receive a limited edition sticker from Ock.
  • Complete An Offering: Complete an offering.
  • Equip Twelve Stickers: Equip twelve limited sticker at the same time.
  • Defeat All Anchors in A Story: Defeat all anchors in a story.
  • Destroy An Anchor: Destroy one of Mormo’s Anchors.

Trofei Oro

  • Complete A Dojo: Complete a dojo.
  • Find All Story Tablets: Find all the story tablets.
  • Find All Toys: Find all Toys of Legend.
  • Defeat Mormo Without Destroying An Anchor: Defeat Mormo without destroying an anchor.
  • Fully Upgrade Your Bombs: Fully upgrade your bombs.
  • Break The Curse Of Ditto: Break the Curse of Ditto.
  • Defeat Mormo: Defeat Mormo once.

Trofei Platino

  • All The Trophies: Get all the trophies!

L’articolo The Swords of Ditto: lista dei trofei PlayStation 4 proviene da GameSource.

The Swords of Ditto è un RPG d’azione compatto in cui ogni eroe della leggenda ha la propria avventura speciale, nell’inarrestabile lotta contro la malvagia Mormo.

the swords of ditto

L’articolo The Swords of Ditto proviene da GameSource.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Paolo Iabichino, pubblicitario e comunicatore.

Fate l’amore, non la guerra. Forse è il più celebre tra i proclami di un’epoca antagonista che cercava di esorcizzare la paura di un nuovo conflitto con l’amore libero e i fiori dentro i cannoni.

Cinquant’anni dopo la marca di jeans Diesel scrive “Make love not wall” per prendere posizione rispetto alle politiche migratorie di Trump, e in questo intervallo di tempo la parola slogan è scesa dalle barricate ed è entrata dentro gli uffici sempre più sfarzosi del mondo pubblicitario.

E sì che l’etimologia si rifà al gaelico-scozzese e starebbe a significare “urlo di guerra”.

Sposerebbe meglio il racconto politico che ha fatto dell’antagonismo la propria cifra narrativa, invece che la retorica belligerante del marketing contemporaneo. Ma qualcuno deve aver preso alla lettera il boom economico e anziché leggerlo come metafora, ha finito per armarsi di tutto punto alla conquista del target, con strategie, tattiche e altre amenità lessicali, tutte provenienti dalla semantica di guerra. Con buona pace dei figli dei fiori.


Washington, l'immensa folla della “March for our lives” contro l’uso delle armi negli Stati Uniti, 24 marzo 2018

E come se non bastasse, la pubblicità in seguito sembra essersi arrogata anche il diritto di scimmiottare gli slogan sessantottini, e una volta messa una certa distanza con gli episodi più caldi, ecco che le trovate di alcuni colleghi hanno potuto attingere a piene mani da un immaginario che – in assenza di ispirazioni creative – ha permesso loro di evocare alcuni celebri motti.

Da una parte si lottava per avere l’immaginazione al potere, in tempi più recenti questa povera immaginazione è stata messa “al lavoro” con General Electric (“Imagination at Work”). E che dire di quel potentissimo “Immagina” che il movimento di protesta scriveva sui muri di tutte le città in lotta e che noi ci siamo ritrovati sui manifesti della pubblicità sotto il logo di Sky?

Gli slogan del Sessantotto erano scritti per mobilitare, quelli della pubblicità per nobilitare. E la retorica della protesta ha sempre affascinato i creativi commerciali. Perché non c’è niente di più creativo che spacciare per anticonvenzionale una scelta di consumo. E nella deriva più estrema anche gli slogan della politica più recente sono diventati in tutto e per tutto costruzioni pubblicitarie. E il cerchio si è chiuso.

Leggi anche: "Il '68 è stata la scoperta della politica, che quando è stata bella ha reso felici milioni di persone" di Luciana Castellina

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Leggi anche: La Coppa di Pietrazzu e GiggiRiva, di Vincenzo Martucci

Strage a Toronto, in Canada, ieri, sulla strada più famosa della città, Yonge Street, proprio mentre era in corso la riunione dei ministri Esteri e degli Interni del G7. Il bilancio definitivo è di 10 morti e 15 feriti uccisi da un furgone bianco salito su un marciapiede che ha falciato pedoni per due chilometri. "Un atto deliberato", lo ha definito la polizia che non sbilancia sul movente, che non esclude il terrorismo. L'autore della strage è uno studente 25enne di origine armena, Alek Minassian, residente in un sobborgo di Toronto, che è stato arrestato dopo una breve fuga.

L'attacco è avvenuto alle 13:30 ora locale, le 19,30 in Italia, all'incrocio tra Yonge e Finch, ad una trentina di chilometri dal luogo in cui erano riuniti i ministri del G7, tra cui gli italiani Angelino Alfano e Marco Minniti. Il furgoncino era stato noleggiato. Alcune delle vittime non sono ancora state identificate. "Uccidimi", avrebbe detto il killer alla polizia. "Sparami in testa", avrebbe insistito puntando qualcosa contro gli agenti come se fosse un'arma. Poco dopo è stato ammanettato.

Il premier canadese, Justin Trudeau, ha espresso vicinanza alle vittime e ringraziato i soccorritori. "Stiamo monitorando la situazione da vicino e continueremo a lavorare con le autorità senza esitazione", ha dichiarato offrendo le condoglianze alle famiglie delle vittime. La first lady Melania Trump, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente messicano Enrique Pena Nieto e l'ex ministro canadese Stephen Harper, sono tra coloro che hanno espresso loro solidarietà al Canada. 

A Toronto ai primi di giugno si terrà il summit dei capi di Stato e di governo dei sette Paesi più industrializzati. L'Unità di Crisi della Farnesina è al lavoro per verificare quanto sia accaduto e, in particolare, l'eventuale coinvolgimento di connazionali.

Di Minassian si sa ancora molto poco, scrive Rainews24 su suo sito: Residente a Richmond Hill, una località dell'Ontario a mezzora di macchina da Toronto, sarebbe uno studente universitario iscritto al Seneca College, un ateneo specializzato soprattutto in arti applicate, design e tecnologie, e dove Minassian pare studiasse informatica. La polizia ha smentito alcuni report sui media locali secondo cui Alek sarebbe una persona già nota alle forze dell'ordine, che lo avrebbero preso di mira in passato. Altre fonti invece rivelano una scoperta che sarebbe stata fatta dagli investigatori ma non confermata: l'uomo avrebbe più volte fatto ricerche sul web per avere più informazioni possibili sulla strage del 2014 di Isla Vista, in California, quando un ragazzo di 22 anni investì e uccise 6 persone e ne ferì altre 14 nei pressi del campus di Santa Barbara. 

Minassian comunque non sarebbe affiliato ad alcun gruppo terroristico organizzato e – confermano negli ambienti investigativi, non ci sarebbero al momento evidenze di una sua eventuale radicalizzazione. Intanto è diventato già virale il video del poliziotto eroe che ha fermato il conducente-killer dopo la sua corsa omicida. Questi sceso dal furgone ha puntato una pistola contro l'agente urlando di sparargli. Il poliziotto ha però mantenuto la calma, e puntando a sua vola la pistola contro Minassian lo ha convinto a desistere dopo una breve ma concitata trattativa, al termine della quale il killer è stato ammanettato

L’update 1.4.0 di Xenoblade Chronicles 2 sarà distribuito il 27 aprile e aggiungerà due nuove Rare Blade: questo è ciò che ha annunciato Nintendo. Sono stati rilasciati vari dettagli sull’update da Monolith Soft.

Per iniziare, una nuova Rare Blade sarà resa disponibile, ma unicamente a coloro che hanno acquistato il Xenoblade Chronicles 2 Expansion Pass. La Blade è stata ideata da Masarsugu Saito. Il nome della Blade sarà Poppi e si tratta di una Blade artificiale esclusiva per Tora. Poppi è ottenibile attraverso una quest e non attraverso la Blade resonance.

Xenoblade Chronicles 2

Una seconda Rare Blade è stata creata con la cooperazione di Bandai Namco Entertainment. Si chiamerà T-elos Re: e si tratta del personaggio regalo precedentemente menzionato in un’altra nota di produzione. Verrà donato ai giocatori che hanno completato il gioco almeno una volta.

T-elos Re: è apparsa come un personaggio nemico di KOS-MOS nella serie di Xenosaga. Questa Blade è stata ideata da CHOCO. Questa versione di T-elos Re: è leggermente più carina rispetto a quella che è apparsa nella storia principale di Xenosaga ma, secondo CHOCO, ciò su cui dovremmo focalizzarci è il visore. Può essere ottenuta attraverso la Blade resonance.

Xenoblade Chronicles 2 re-elos re blade

Ci sono poi altri aggiornamenti inclusi nella versione 1.4.0 dell’update di Xenoblade Chronicles 2:

  • Durante e dopo il tuo secondo playthrough, i Traveling Bards saranno in grado di scambiare EXP per le Poppi Parts.
  • Sono stati aggiunte nuove opzioni di ordinamento nel menù.

A partire da maggio, inoltre, il team prevede di aggiungere nuove quest così come nuovi Rare Blade, sfide di combattimento, una modalità di difficoltà “Extreme” e molto altro per tutti coloro che hanno acquisito l’Expansion Pass.

Vi ricordiamo che Xenoblade Chronicles 2 è disponibile ora per Nintendo Switch. Si tratta di un gioco di ruolo sviluppato da Monolith Soft. Quanti di voi ci stanno giocando e sono felici di tutte queste novità?

L’articolo Xenoblade Chronicles 2: update 1.4.0 e due Rare Blade proviene da GameSource.

Nel Lazio sono "attivi" (dunque, citati in indagini o atti istituzionali negli ultimi 4 anni) 93 fra gruppi, clan, famiglie, tradizionali, autoctone e narcotrafficanti che usano il metodo mafioso.

Circa 50 operano nel solo territorio della capitale e, secondo il III Rapporto "Mafie nel Lazio" realizzato dall'Osservatorio Sicurezze e Legalità della Regione Lazio, il numero complessivo dei gruppi criminali storicamente presenti nella regione dagli anni '70 ad oggi è 154.

Di questi, 62 sono stati tracciati da indagini e processi per molti anni ma – dalla documentazione consultata – non sono più citati in indagini giudiziarie o rapporti istituzionali da almeno 4 anni. Il fatto che queste consorterie criminali non siano state più colpite negli ultimi 4 anni non significa che non siano più operative: in alcuni casi, in base ad elementi scaturiti da indagini e sentenze, gruppi criminali pesantemente colpiti dalla repressione giudiziaria, hanno continuato ad operare appoggiandosi a personaggi della criminalità di secondo piano.

A Roma sono presenti clan di mafia tradizionale, come Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra, gruppi di derivazione mafiosa che son diventati "autonomi" sul territorio romano, clan autoctoni ovvero generati dal tessuto socio-economico romano che nel tempo hanno "mutuato" per effetto contagio "il metodo mafioso" che oggi esercitano sul territorio, come già confermato in alcune sentenze.

Il sistema criminale complesso romano vede anche l'azione di gruppi flessibili e autonomi che entrano in azione con i gruppi e con i narcotrafficanti che a Roma 'controllano' alcuni quartieri. E non mancano le mafie straniere.

È la gestione delle piazze di spaccio a Roma a destare maggiori preoccupazioni perché rappresentano il luogo in cui maggiore è il contagio delle mafie tradizionali con i gruppi della criminalità romana che si evolvono nel metodo mafioso. A Roma funzionano contemporaneamente un centinaio di piazze di spaccio, operative h24 e caratterizzate dall'uso di sentinelle, ostacoli mobili e fissi (come inferriate), l'utilizzo di telecamere e l'esistenza di edifici che – da un punto di vista urbanistico – garantiscono un controllo delle aree.

I gruppi organizzati, in gran parte romani, gestiscono le piazze di spaccio con una rigidissima suddivisione del territorio, spesso nella stessa strada, e hanno rapporti e relazioni con soggetti componenti appartenenti ai casalesi, gruppi di camorra e soprattutto calabresi, che sono i grandi fornitori delle piazze di stupefacenti.

E' la 'ndrangheta che può essere considerata l'organizzazione leader nel settore del narcotraffico romano e non solo. Queste organizzazioni oltre alla gestione del traffico degli stupefacenti si occupano anche di usura, estorsione ed altre attività illegali. Queste organizzazioni – spiega il Rapporto – originariamente non sono mafiose, non hanno una derivazione di matrice mafiosa, non sono organizzate in termini mafiosi, di mafioso non avevano nulla eppure stanno cominciando ad acquisire tutti i connotati e gli ingredienti tipici dell'esercizio del metodo mafioso. 

Dopo una serie di indizi molto diretti rilasciati la scorsa settimana (se te li eri persi può recuperarli rapidamente a questo indirizzo) è ora confermato che Fortnite verrà lanciato in Cina presto: purtroppo non sappiamo ancora quando sia “presto”. Il publisher, come vi avevamo suggerito, sarà Tencent: la compagnia cinese che possiede una larga fetta di Epic Games. La compagnia investirà 15 milioni di dollari negli eSports sia in Cina che a livello internazionale.

Tutto era partito da un semplice tweet, che vi riportiamo nuovamente nel caso in cui ve lo siate perso. Come potete vedere, il passaporto riporta la data di ieri: in tarda serata infatti è avvenuta una conferenza.

In tale conferenza un portavoce di Tencent ha fatto l’annuncio. Secondo le sue parole, verranno offerti oggetti unici in-game a coloro che preordineranno il gioco. Inoltre, i giocatori cinesi con progressi su server esteri saranno in grado di trasferire i propri dati nelle nuove infrastrutture.

Nota di colore, Tencent attualmente possiede il 40% di Epic Games ma al tempo stesso è il publisher cinese della versione mobile di PUBG. Sebbene Fortnite abbia eclissato PUBG in occidente, non è accaduto lo stesso in Cina. Tencent, in una certa misura, sta per fare concorrenza a se stessa?

L’articolo Fortnite confermato in Cina: investimenti da 15 milioni proviene da GameSource.

Gary Zabroski, 61 anni, è entrato in General Electric nel 1976, in quello che all'epoca era considerato il posto di lavoro più sicuro al mondo. Per 40 anni, spiega il Wall Street Journal in un articolo incentrato sul crollo dei titoli di GE, ha lavorato come operaio alle presse del settore aerospaziale ed è andato in pensione nel 2016, con una retribuzione previdenziale di 85.000 dollari l'anno e una liquidazione di 280.000 dollari in titoli GE. 

"È piuttosto spaventoso"

Un ottimo pensionamento, fino a quando le azioni di GE non hanno iniziato a crollare. In un anno, nel 2017, General Electric ha perso 140 miliardi di dollari di valore di mercato e le sue azioni, considerate il titolo piu' affidabile e diffuso negli Usa, hanno fatto perdere soldi, non solo ai big di Wall Street che le detenevano, ma anche ai piccoli risparmiatori come Zabroski. Il valore delle sue azioni ora si è più che dimezzato, i titoli dell'ex operaio adesso valgono 110.000 dollari e il 61enne dovrà probabilmente essere costretto a mettersi a caccia di lavoro in tarda età. "Non avevo previsto di dover tornare a lavorare da pensionato", dice al Wsj Zabroski, che ha pagamenti ipotecari mensili da rispettare e una moglie parzialmente disabile da mantenere. "È piuttosto spaventoso", ammette.

Un crollo incredibile

Il crollo di 140 miliardi di dollari del valore di mercato di GE in un anno, nota il Wsj, rappresenta una cifra incredibile, è il doppio di quanto ha perso la Enron nel suo clamoroso fallimento del 2001 e più di quanto hanno perso, insieme, Lehman Brothers e General Motors durante la crisi del 2008. Dal suo picco nel 2000 GE ha perso in valore di mercato, cioè in capitalizzazione di Borsa, 460 miliardi di dollari. Questa maxi-perdita è il frutto di investimenti mal programmati, problemi insorti in alcuni mercati chiave e proiezioni finanziarie eccessivamente rosee, che insieme hanno innescato una crisi finanziaria che potrebbe mandare in pezzi l'azienda. Tuttavia per ora a rimetterci sono stati soprattutto i piccoli risparmiatori, molti dei quali ex dipendenti come Zabroski. Il 43% degli azionisti di GE infatti sono investitori di questo tipo, contro il 32% di J&J e il 21% di Boeing.

Venerdì scorso GE ha riportato il bilancio del primo trimestre di quest'anno che registra utili in tutti i settori, compresi la sanità, l'elettricità e l'aeronautica. I dirigenti di GE hanno detto che la maggior parte delle aziende della società sta andando bene, nonostante i problemi dell'anno scorso, e che GE ha abbastanza denaro per finanziare le operazioni e il dividendo. "Sono profondamente consapevole del dolore che le nostre performance azionarie e il taglio dei dividendi hanno causato agli investitori, ai pensionati e alle loro famiglie", ha dichiarato John Flannery, amministratore delegato di GE, il quale ha assicurato che il gruppo si sta focalizzando sul miglioramento delle sue prestazioni e sul ripristino della fiducia.

Uno dei peggiori piani pensionistici Usa

Le parole di Flannery non hanno incoraggiato più di tanto quelli come Zabroski. I più penalizzati dal crollo dei titoli GE sono stati proprio gli ex dipendenti, ai quali l'azienda per decenni ha offerto condizioni vantaggiose per l'acquisto di questi titoli, sui quali ha dirottato il 50% dei contributi, prendendoli direttamente dalle buste paga. Ora più di 600.000 persone dipendono dai programmi previdenziali di GE, strutturati in questo modo, che rischiano di mettere in difficoltà chi li possiede e che pesano sui conti aziendali. 
Secondo un rapporto di Milliman Consulting del 2010 gli obblighi pensionistici di GE, pari a quasi 100 miliardi di dollari alla fine del 2017, sono sottofinanziati di quasi 30 miliardi, il che rende il suo programma previdenziale, secondo il Wsj, uno dei peggiori piani pensionistici su larga scala negli Stati Uniti, al punto che per finanziarlo, quest'anno GE dovrà prendere in prestito circa 6 miliardi di dollari. 

La Commissione Europea ha pubblicato la proposta sulla nuova normativa sulla tutela dei whistleblower​. Cioè degli informatori che hanno contribuito a far emergere, tra gli altri, i casi Dieselgate​, Panama Papers e Cambridge Analytica.

La proposta garantisce, in tutti gli Stati membri, una protezione per chi denuncia pubblicamente violazioni al diritto dell'Ue in materia di appalti pubblici, servizi finanziari, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo, sicurezza dei prodotti, sicurezza dei trasporti, tutela ambientale, sicurezza nucleare, sicurezza degli alimenti e dei mangimi e salute e benessere degli animali, salute pubblica, protezione dei consumatori, tutela della vita privata, protezione dei dati e sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. Si applica anche alle violazioni delle norme Ue sulla concorrenza, alle violazioni e agli abusi concernenti le norme in materia di imposta sulle società e ai danni causati agli interessi finanziari dell'Ue. La Commissione incoraggia gli Stati membri a spingersi oltre queste norme minime e ad istituire quadri globali per la protezione degli informatori, ispirati agli stessi principi.

Gli obblighi per le società

La Commissione mira a introdurre obblighi chiari. Tutte le imprese con più di 50 dipendenti o con un fatturato annuo superiore ai 10 milioni di euro dovranno prevedere una procedura interna per gestire le segnalazioni. La nuova normativa si applicherà anche a tutte le amministrazioni statali e regionali e a tutti i comuni con più di 10.000 abitanti.

Aziende ed enti dovranno prevedere dei "canali di comunicazione interna" per gli informatori. E avranno l'obbligo di fornire dare riscontro alle denunce entro tre mesi. Qualunque forma di ritorsione è vietata e dovrebbe essere sanzionata. La persona segnalante che subisce ritorsioni dovrebbe avere accesso a una consulenza gratuita e a mezzi di ricorso adeguati. In questi casi, l'onere della prova sarà invertito e spetterà alla persona o all'organizzazione oggetto della segnalazione dimostrare che non sta mettendo in atto alcuna ritorsione nei confronti dell'informatore. Gli informatori saranno inoltre protetti in sede di procedimento giudiziario, in particolare mediante l'esonero da ogni responsabilità connessa alla divulgazione delle informazioni.

Per la prima volta, le regole sono studiate per essere applicata su base comunitaria e non, come avviene, oggi in un panorama che la commissione definisce "frammentato e disomogeneo": solo 10 Stati membri prevedono una piena tutela. Negli altri paesi, la protezione accordata è parziale e si applica solo a settori specifici o a determinate categorie di lavoratori.

"Molti dei recenti scandali – ha affermato il primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans – non sarebbero mai venuti alla luce se chi aveva accesso ad informazioni privilegiate non avesse avuto il coraggio di parlare. Chi lo ha fatto si è però assunto rischi enormi. Per questo motivo, garantendo una miglior protezione agli informatori, saremo maggiormente in grado di individuare e prevenire eventuali minacce al pubblico interesse". "Le nuove norme sulla protezione degli informatori segneranno un punto di svolta", ha confermato Vera Jourova, Commissaria per la Giustizia. "In un mondo globalizzato in cui la tentazione di massimizzare i profitti, talvolta a scapito della legge, è reale, è nostro dovere sostenere chiunque sia pronto a correre il rischio di smascherare violazioni gravi del diritto dell'Ue. Dobbiamo farlo per i cittadini europei onesti".

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