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Il nuovo studio di Microsoft con base a Santa Monica, The Initiative, ha intrapreso una campagna di assunzioni e coloro che sono saliti a bordo hanno curriculum impressionanti.

L’iniziativa è stata annunciata da Microsoft durante l’E3 2018 come nuovo studio con sede a Santa Monica. Il direttore dello studio Darrell Gallagher ha annunciato venerdì una serie di nuovi assunti.

Gallagher ha originariamente pubblicato le notizie su LinkedIn, ed è stato rilevato da resetera prima di essere rimosso. Sabato, Gallagher ha condiviso le notizie ancora una volta tramite Remote Play .

Nel caso in cui non si sappia, Gallagher è un veterano di Activision, Crystal Dynamics, Sony, Square Enix e THQ.

Questa è la lezione di storia sulle notizie, ora passiamo alla lista dei talenti assunti finora.

  • Blake Fischer: senior director of portfolio e planning in Microsoft
  • Brian Westergaard: produttore senior di God of War, capo e produttore senior di Rise of the Tomb Raider
  • Christian Cantamessa: Red Dead Redemptione Shadow of Mordor. Scrittore e designer principale
  • Daniel Neuburger: co-regista di Tomb Raider e Rise Of The Tomb Raider

Sono stati assunti anche due reclutatori: Annie Lohr, ex Respawn, Riot Games e Microsoft Studios; e Lindsey McQueeney che in precedenza era lead recruiter per Crystal Dynamics e Microsoft.

 

L’articolo The Initiative di Microsoft ingaggia gli sviluppatori di Red Dead Redemption, Tomb Raider e God of War proviene da GameSource.

Ce lo chiede l'Arabia. Dopo sei giorni di silenzio, Elon Musk spiega i suoi perché. Perché ha deciso di annunciare la possibile privatizzazione di Tesla su Twitter (scompigliando il mercato). E perché ha definito “garantiti” i fondi per l'operazione. Dietro c'è il pieno supporto (anzi, la richiesta) del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita.

Cosa e successo fino a ora

Musk ha scritto nel blog ufficiale della società di aver espresso al board la volontà di privatizzare Tesla il 2 agosto, cinque giorni prima del tweet. Dopo una riunione con i consiglieri a ranghi ridotti (cioè senza la partecipazione di Elon e del fratello Kimbal), c'è stato un secondo incontro, durante il quale Musk ha spiegato perché sarebbe nell'interesse di Tesla abbandonare Wall Street. Visto l'appoggio del consiglio di amministrazione, ecco il passo successivo: contattare i maggiori azionisti della compagnia per sondare le loro intenzioni. “Sono molto importanti per me”, ha affermato Musk, perché “hanno creduto in Tesla quando nessun lo faceva e sono coloro che più credono nel nostro futuro”.

Al di là delle ragioni affettive, c'è ne uno finanziaria: più saranno gli azionisti che resteranno in Tesla anche fuori dalla borsa e meno risorse dovrà raccogliere Musk per raggiungere il suo obiettivo. Fin qui nulla di strano. Poi, però, il 7 agosto Musk decide di far saltare il banco, con una mossa inusuale per una società quotata: annunciare la più grande privatizzazione della storia di Wall Street in meno di140 caratteri.

Perché comunicarlo via Twitter?

Musk ha sin da subito dialogato con gli azionisti più pesanti, per ottenere il loro supporto. “Tuttavia – scrive il fondatore del gruppo – non sarebbe stato giusto condividere informazioni solo i nostri maggiori investitori senza coinvolgere tutti gli altri”. Per questo, ha pensato che “la cosa giusta da fare” fosse “annunciare pubblicamente” le sue intenzioni. La manovra, però, non è piaciuta né ad alcuni investitori né alla Sec, la Consob americana.Secondo Bloomberg, la Commissione starebbe “intensificando” le inchieste (andando oltre una generica richiesta di informazioni) per capire se l'incursione di Musk sia stata fatta per manipolare il prezzo delle azioni.

Musk se la dovrà vedere anche con due denunce per aggiotaggio (il reato che punisce la diffusione di notizie false o esagerate con l'obiettivo di speculare su un titolo). Il trader Kalman Isaacs sostiene che i tweet siano stati fuorvianti, fatti apposta per gonfiare le azioni di Tesla (schizzate del 13% nella seduta seguita all'annuncio). L'altro ricorrente, William Chamberlain, ha chiesto l'avvio di una class action, cui dovrebbe aderire chi ha scambiato titoli Tesla tra il 7 e il 10 agosto.

Perché ha detto che i soldi sono 'secured'

Il titolo è decollato anche per una parola: “Secured”, “Garantito”. I soldi per l'operazione, aveva scritto Musk, ci sono. Per due motivi: le stime hanno indicato stime eccessive e ci sarebbe già un investitore forte pronto a pagarle. Anzi, non sarebbe solo un finanziatore ma il vero promotore della privatizzazione. I primi contatti con il fondo sovrano saudita risalgono a “quasi due anni fa”. E più volte il Public Investment Fund avrebbe sondato la possibilità di ritirare Tesla da Wall Street. Al primo incontro (all'inizio del 2017) ne sono seguiti “diversi”.

“Ovviamente – scrive Musk – il fondo sovrano ha capitale più che sufficiente per questa transazione”. Il rapporto è diventato più stretto quando i sauditi sono entrati nell'azionariato con una quota vicina al 5%, rilevato sul mercato azionario. Il 31 luglio, un nuovo incontro. In quell'occasione, il managing director del fondo avrebbe espresso “rammarico” per non aver potuto eseguire l'operazione privatamente. E si sarebbe detto “ansioso” di sostenere un eventuale ritiro dalla borsa. Musk afferma quindi di aver lasciato la riunione convinto di poter contare sul pieno supporto saudita. Ecco perché ha definito “garantito” il capitale necessario. Dopo l'annuncio via Twitter, il fondo avrebbe confermato il suo “supporto” e chiesto maggiori dettagli.

Stime sopravvalutate

Mentre continuano le discussioni con il fondo saudita e con altri grandi azionisti, Musk sostiene sia ancora “prematuro” fornire pubblicamente dettagli. Tuttavia, il ceo ha chiarito che Tesla non userà lo strumento del debito ma quello dell'equity. Non si tratterebbe quindi di un classico “leveraged buyout” (che sfrutta la capacità di indebitamento per sostenere l'acquisizione). I capitali arriverebbero dagli azionisti, attuali e futuri. “Non credo sia saggio – scrive Musk – gravare Tesla con un debito così significativo”.

Ma quante risorse servono? Secondo alcune analisi seguite all'annuncio via Twitter, sarebbero stati necessari 70 miliardi di dollari. Una cifra che sarebbe “drasticamente sopravvalutata”. I 420 dollari per azione sarebbero necessari solo per pagare gli azionisti che non decidessero di rimanere da “privati”. Musk è ottimista ed è convinto che molti diranno sì. Valuta infatti che i possessori di “due terzi delle azioni” sosterranno la transizione. Servirebbero quindi circa 20 miliardi di dollari.

I prossimi passi

Nei prossimi giorni, Musk proseguirà gli incontri con gli azionisti. È convinto che l'annuncio su Twitter sia stata “la cosa giusta”. E non è escluso che gli aggiornamenti arrivino da lì, nonostante gli occhi della Sec. Intanto Musk ha nominato gli advisor dell'operazione. Silver Lake e Goldman Sachs per curare la componente finanziaria; Wachtell, Lipton, Rosen & Katz e Munger, Tolles & Olson per quella legale. Il loro coinvolgimento serve a “valutare una serie di potenziali strutture e opzioni” e per “capire esattamente quanti degli attuali azionisti rimarranno anche se la società dovesse diventare privata”.

Una volta definiti i dettagli, il percorso passerebbe da un “comitato speciale”, espressione del consiglio di amministrazione. Per poi affrontare, in caso di via libera, il voto degli azionisti.

"Ho ereditato un piano di assunzioni di 1.600 unità nei vigili del fuoco. Stiamo lavorando per assumerne 1.500 in un anno, e quindi raddoppiare del quel piano che stava fermo sulla scrivania". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, a Radio24. Il ministro ha anche annunciato che "12 milioni tolti alla mafia andranno ai vigili del fuoco per acquistare mezzi".

Salvini si è detto "assolutamente d'accordo" con la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia annunciata dal ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio e da quello delle Infrastrutture Danilo Toninelli.  Per Salvini poi i fondi per la sicurezza devono essere svincolati dal patto di stabilità. "Bisogna sempre chiedere il permesso per spendere dei soldi, la deroga per gli investimenti, per ridurre le tasse. Chiederò al presidente del Consiglio, che è titolato e all'altezza della situazione, di chiedere a Bruxelles che tutti gli investimenti in sicurezza stradale, sul lavoro e nelle scuole dove figli torneranno tra 20 giorni e dove i soffitti crollano su insegnanti e studenti, i per la messa in sicurezza territorio, dei viadotti, delle ferrovie, siano svincolati dai limiti di spesa imposti dall'Europa. Gli investimenti che salvano vita, lavoro e diritto alla salute – ha concluso Salvini – non devono essere calcolati dalle rigide e algide regole imposte dall'Europa. I sindaci hanno fondi che potrebbero essere usati domani".

Salvini ha detto che invierà una lettera a tutti i concessionari privati "per chiedere quale parte dei loro bilanci e' reinvestita in sicurezza".

Non è un caso che l’Assemblea della federazione mondiale del tennis si tenga negli Stati Uniti e per di più ad Orlando, la sede di Disneyword, la patria del paradiso del divertimento. E’ anche la patria del presidente della Itf, David Haggerty, che, nel settembre 2015 ha preso il posto dell’italiano Francesco Ricci Bitti mettendo al primo punto del suo programma la modifica delle regole e la tradizione del tennis. Così, d’accordo con la presidentessa della fortissima federtennis Usa, Katrina Adams, al grido di “cambiare è bello e moderno”, nel nome della tv e quindi degli inserzionisti e del dio dollaro, sta dando l’ultima spallata per sradicare, il 16 agosto, il pilastro del tennis, la Coppa Davis. Cioé la sfida mondiale per nazioni che resiste gagliardamente dal 1900 e che mister Haggerty intende modificare radicalmente dall’anno prossimo. Perciò, giovedì, chiederà ai due terzi delle 147 nazioni rappresentate di varare il famigerato Progetto ITF2024, ed è fortemente probabile che alla fine si garantirà il 66,66% dei voti degli aventi diritto, cioé 306 preferenze su 456. 

I grandi del passato sono contrari

La nuova Itf se ne infischia delle opinioni della base, e anche della sdegnata protesta di tutti i grandi campioni del passato. Che, come Manuel Santana, si sono espressi dichiaratamente contro il progetto. Perché, anche se non è spinta da alcun assillo finanziario, ha in ballo un ulteriore business di 3 miliardi di dollari da spalmare nei prossimi 25 anni grazie all’accordo con Kosmos, il gruppo di investimenti legato al calciatore spagnolo Gerard Piqué. E, in cambio di questa montagna di soldi, baratta volentieri la storia del tennis, trasformando la competizione a squadre maschile più antica e prestigiosa con la promessa di spingere i migliori giocatori a parteciparvi con regolarità, grazie all’ennesimo bonus e alla lusinga di un impegno ridotto.

Il montepremi di quasi 23 milioni di euro (15,3 per le squadre e 7,6 per le federazioni) è troppo stimolante per non suggerire un compromesso al primo progetto. Che prevedeva la disputa della Coppa in un solo fine settimana, a novembre, e in sede unica, abbandonando la formula vincente di quattro week-end, spalmati su tutto l’anno e, soprattutto, nel mondo intero, offrendo anche ai più piccoli paesi di ospitare in casa le gare e di promuovere il tennis nel modo più diretto. 

Torneo in due fasi

 Con la nuova proposta, la Davis si terrebbe così in due fasi. Per salvare il criterio di selezione capillare e di globalità della competizione, ci sarebbe un turno preliminare con 24 squadre, a febbraio, con la formula tradizionale (incontri alternati, una volta in casa, la volta successiva in trasferta), con le nazioni vincitrici ammesse alle finali e quelle perdenti chiamate a competere nei Gruppi di zona, come adesso. Con, però, sfide di due giorni e non tre e con match al meglio dei tre e non dei cinque set. Si qualificherebbero ai quarti le vincenti dei sei gironi all’italiana più le due migliori seconde classificate (basandosi sui set e i game vinti), quelle che al 17esimo e 18esimo posto retrocederebbero direttamente nei Gruppi di Zona, mentre le 12 dal sedicesimo al quinto posto disputerebbero il turno preliminare di qualificazione l’anno successivo. Quindi, le Finali a 18 squadre vedrebbero la partecipazione delle dodici qualificate dal turno preliminare di febbraio, delle quattro semifinaliste dell’anno precedente più due selezioni invitate come wild card. Sarebbero divise in sei gironi da tre all’italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale, con due singolari e un doppio, da disputare in due giorni.

Ragioni esclusivamente economiche

La matrice strettamente finanziaria del progetto è talmente marchiana e talmente “made in Usa” che un affarista come Larry Ellison, fondatore del gruppo Oracle, si è appena impegnato ufficialmente a supportare i progetti di riforma della Davis con investimenti diretti, pur di garantirsi che, dopo le prime due edizioni della gara in Europa (probabilmente a Lille, in Francia), il suo torneo di Indian Wells diventi sede della fase finale. E, purtroppo, nazioni ospiti dei tornei dello Slam, come Inghilterra e Francia, si sono schierate a favore delle fantomatiche Finali di coppa Davis. A dispetto della lettera negativa di Tennis Europe (ex Eta), l’associazione delle 50 federazioni europee, guidata dal russo Vladimir Dmitriev. E del no ufficiale di Tennis Australia.

Tante perplessità

Le perplessità sono tante. Il dio denaro giustifica la modifica di una gara classica dello sport, che si differenzia da tutte le altre e caratterizza il tennis stesso? Con le wild card, cioé gli inviti degli organizzatori che andrebbero sicuramente a promuovere d’ufficio i campioni, non si intacca ulteriormente lo spirito dello sport nel segno del gigantismo e delle super-star a discapito dell’ideale olimpico della partecipazione, della qualificazione e anche della sorpresa che caratterizzano in particolare la Davis? Così facendo non si snaturano il valore e il carattere della competizione trasformandola da motivo di orgoglio in una gara come le altre? Con la Davis attuale non è detto che i migliori siano presenti alle finali, mentre con la proposta Itf molti sarebbero schierati d’ufficio: in quali condizioni ci arriverebbero, però, e con quale spirito dopo l’ingolfatissimo e durissimo ottobre, coi due Masters 1000 di Shanghai e Parigi-Bercy, sempre più caratterizzati dalle rinunce? Povero tennis, diventa roba da Micky Mouse…

Israele ha deciso di riaprire oggi il confine di Kerem Shalom con la Striscia di Gaza. La mossa è destinata ad alleggerire le condizioni di vita dei palestinesi in quei territori, poichè da lì passano diversi beni necessari alla loro sopravvivenza. Inoltre, ha affermato un comunicato dell'esercito israeliano, "sarà estesa di nove miglia nautiche la zona di pesca definita per la Striscia di Gaza". Il confine era stato chiuso un mese fa, come reazione agli aquiloni incendiari che partivano dai territori palestinesi.

Dopo il gameplay mostrato al quakecon, Bethesda e Id Software tornano a parlare di Doom Eternal, chiarendo che la versione mostrata girava ovviamente su un PC di fascia molto alta. Si è però parlato anche delle versioni console, e in particolar modo delle versioni mid-gen, su cui gli sviluppatori sembrino puntare molto.

Doom Eternal 4k 60 fps

Grazie alla particolare flessibilità del nuovo motore grafico id Tech 7, il nuovo DOOM Eternal garantirà fino a 10 volte più dettagli rispetto al vecchio motore. Tutto questo senza sacrificare l’ottimizzazione, che anche questa volta sembra essere impeccabile sia su PC che su console.

Durante un’intervista concessa a PC GamesN, si è però parlato molto delle console mid-gen, ovvero PlayStation 4 Pro e Xbox One X. Id Software ha infatti dichiarato di voler puntare ai 4k e 60 fps su entrambe le piattaforme. Il gioco girerà comunque a 60 fps anche su PlayStation 4 e Xbox One standard, mentre su Nintendo Switch ci si dovrà accontentare dei 30 fps.

Di seguito le parole di Marty Stratton:

“Il nostro obiettivo è quello di far girare DOOM Eternal come lo vedete nel video gameplay. Su PlayStation 4 Pro e Xbox One X puntiamo al 4K, senza però sacrificare i 60 frame per secondo.”

L’articolo DOOM Eternal: 4k e 60 fps su PlayStation 4 Pro e Xbox One X proviene da GameSource.

La Turchia "boicotterà" i beni elettronici americani. Lo ha annunciato il capo dello Stato turco, Recep Tayyp Erdogan. Il presidente scegli dunque la rappresaglia contro Washington, da lui accusata di aver "pugnalato alle spalle" la Turchia, causando la crisi economica che ha fatto sprofondare la lira.

Pil in aumento, nel secondo trimestre dell'anno, dello 0,4% sia nell'area dell'euro sia nell'Ue a 28. Lo rende noto Eurostat aggiungendo che rispetto al secondo trimestre del 2017 la crescita è stata del 2,2% in entrambe le aree.

Partiamo da un esperimento. Andate in cucina, tirate fuori una scatola di spaghetti e prendetene uno tra le mani. Piegatelo al massimo finché non si rompe e contate quanti pezzi avete prodotto. Se non riuscite a generare solo due pezzi non vi preoccupate. Potreste provarci con ogni singolo pezzo della confezione e non ci riuscireste. È normalissimo. Anzi, un vero e proprio mistero che oggi, grazie al MIT di Boston, sembra aver trovato una soluzione.

La sfida (antica) degli spaghetti

Se pensate che questo sia poco più che un gioco, vi sbagliate di grosso. Nel 1939, anche Richard Feynman, fisico di fama mondiale e papà della moderna teoria quantistica, si arrabattava alla ricerca di una possibile spiegazione. Afferrava uno spaghetto, lo osservava curvarsi e poi spezzarsi. Ma non capiva il motivo di una frammentazione così abbondante. L’arcano venne svelato nel 2005, grazie agli studi di alcuni fisici francesi che elaborarono una teoria per descrivere tutte quelle forze che si mettono al lavoro quando un’asta o un bastoncino, lungo e sottile, viene sottoposto a tale azione.

Hanno così scoperto che quanto uno spaghetto subisce un piegamento in modo uniforme, e da entrambe le estremità, si spezza al centro, al massimo livello di curvatura. Questa rottura genera un’onda particolare che frattura ulteriormente lo spaghetto. Una scoperta che nel 2006, più di 60 anni dopo i tentativi di Feynman, è stata premiata con un Ig Nobel, ovvero quel riconoscimento che viene assegnato alle ricerche un po’ strane, inusuali, ma che non mancano certo di genialità. Un risultato encomiabili che, tuttavia, ha generato un’altra domanda: si può arrivare a forzare questa operazione e spezzare uno spaghetto in sole due parti?

La teoria del MIT​

Al famoso istituto di Boston sono convinti di sì. In un articolo pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, due ricercatori hanno affermato di aver trovato un modo per riuscire nell’ardua impresa, piegando e spezzando centinaia e centinaia di spaghetti con uno strumento apposito.  Si tratta di un’apparecchiatura in grado di far attorcigliare l’asticella per farla arrivare a un punto critico in cui la rottura, esattamente a metà, produrrà solo due pezzi.

Ronald Heisser e Vishal Patil hanno iniziato a piegare pezzi di pasta nel 2015. Solo recentemente però si sono accorti che l’effetto che cercavano si poteva ottenere solo facendo girare l’asticella su se stessa. Unico problema: “Devi farlo con grande forza”. Non basta quella delle mani. Per questo Heisser ha costruito un dispositivo per ruotare e torcere in maniera controllata i bastoncini. I due hanno poi registrato l'intero processo di frammentazione con una fotocamera da un milione di fotogrammi al secondo. L’esperimento, a quanto scrivono, dà gli stessi risultati “sia con spaghetti Barilla n°5 che con quelli n°7”. Il diametro della pasta, insomma, non c’entra. 

Patil, invece, si è occupato di sviluppare un modello matematico che spiegasse come la torsione determinasse la rottura perfetta. Per fare questo, ha ripreso il lavoro precedente di altri scienziati francesi, Basile Audoly e Sebastien Neukirch, che avevano sviluppato una teoria originale per descrivere l'effetto "snap-back", quello per cui un'onda secondaria, causata dalla rottura iniziale di un bastone, crea le ulteriori e numerose fratture.

Le applicazioni sociali

Torniamo al discorso di prima: se pensate che sia solo una boutade, verrete ancora una volta smentiti. Secondo il MIT, infatti, studi di questo tipo possono avere applicazioni che esulano dal semplice ambiente culinario. Attraverso questi fenomeni è possibile capire meglio come si formano determinate crepe o comprendere perché alcuni materiali, assai diversi, subiscono rotture e fratture: dai nanotubi di ultima generazione ai microtubuli delle nostre cellule. L’unica cosa certa, almeno secondo Jörn Dunkel, professore associato di matematica applicata fisica al MIT, “si è trattato di un divertente progetto interdisciplinare iniziato e condotto da due studenti brillanti e testardi, che probabilmente non vorranno vedere, rompere o mangiare spaghetti per un bel po’ di tempo”. Ed è difficile non biasimarli.

Un vertice telefonico del governo sulla manovra si è svolto ieri, secondo quanto si apprende stamattina. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i due vicepresidenti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, hanno esaminato il quadro macroeconomico e hanno condiviso il lavoro in corso per la definizione dei dettagli del quadro programmatico che verrà presentato a settembre e che è stato già deciso nell'incontro dei giorni scorsi nelle sue linee generali. Il quadro programmatico, informano fonti di Palazzo Chigi, concilia il perseguimento degli obiettivi programmatici del governo con la stabilita' delle finanze pubbliche ed in particolare la continuazione del percorso di riduzione del rapporto debito-Pil.