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Che Anthem, ultima fatica di EA e BioWare, non abbia avuto vita facile a partire dal giorno stesso del lancio, è ormai cosa nota.

Nonostante questo però, i produttori si sono fermamente impegnati a migliorare l’esperienza di gioco agli utenti con una nutrita lista di migliorie e aggiornamenti ancora da rilasciare.

Anthem

Recentemente sembra che EA e Bioware siano in procinto di assumere nuovo personale per curare al meglio uno degli aspetti del gioco più criticati dalla community: il loot.

Sembra infatti che gli studi siano alla ricerca di figure che si occuperanno principalmente di migliorare il più possibile il sistema di reperimento di bottini quali armi e oggetti vari, oltre che mettere anche mano al bilanciamento dei combattimenti.

Sarà interessante quindi vedere come e cosa cambierà, si spera in meglio, in Anthem nel corso dei prossimi mesi.

L’articolo Anthem: previsto miglioramento del sistema di loot proviene da GameSource.

Le fiamme che hanno avvolto Notre Dame hanno divorato il tetto, una altissima vetrata, uno tra i più grandi organi a canne del mondo e molto altro. Ma i danni, spiega Quartz, sarebbero stati ancora maggiori se non fosse stato per i droni che i vigili del fuoco parigini hanno fatto sorvolare sulla cattedrale. I droni, presi in prestito dai ministeri della Cultura e dell’Interno, sono due modelli commerciali realizzati dal produttore cinese DJI, il Mavic 2 Enterprise Dual e il Matrice M210, entrambi dotati di telecamere termiche.

L’obiettivo principale dei vigili del fuoco era quello di capire esattamene dove aveva avuto origine l’incendio e in che modo il fuoco si stava propagando. Secondo il quotidiano francese Libération, le immagini restituite dai droni hanno permesso ai pompieri di piazzare gli estintori in modo rapido ed efficace. Al contrario, l’utilizzo di un elicottero sarebbe stato meno flessibile e più costoso. All’interno della cattedrale è stato utilizzato anche un “robot estintore” che ha permesso ai vigili del fuoco di spegnere le fiamme senza mettere a rischio la vita degli operatori.

Ma cosa fanno i due droni? Il primo è in grado di fornire dei metadati raccolti per effettuare post-analisi spazio-temporale delle riprese, e può essere equipaggiato con diversi accessori. Tra questi, di rilevante importanza è l’altoparlante che ha garantito la comunicazione con le squadre operative. Il drone è in grado di combinare immagini termiche e visive in tempo reale, e monitora le temperature. Particolarmente indicato per gli incendi, migliora la visibilità durante questo tipo di eventi, permettendo di agire con maggiore consapevolezza. Il secondo drone è molto usato dai Vigili del Fuoco di tutto il mondo. 

Per poterli utilizzare,  il governo ha sospeso le restrizioni sull’utilizzo di droni, vietata nel centro di Parigi. E la scelta è stata decisiva, soprattutto per mettere in salvo le due torri, ha spiegato a FranceInfo, il portavoce dei pompieri Gabriel Plus. “Grazie a questa tecnologia abbiamo potuto agire nel miglior modo possibile”.

Non tutti però hanno apprezzato l’intervento dei vigili del fuoco. Alcuni li accusano di essersi mossi in modo insufficiente rispetto alla dimensione dell’incendio. “E’ una falsa accusa”, ha spiegato a Repubblica Alexandre Jouassard, uno dei soccorritori. “Abbiamo deciso di sacrificare la parte centrale della guglia, che era ormai un braciere inavvicinabile. Ma eravamo pienamente mobilitati all’interno della cattedrale e anche all’esterno per difendere la facciata e le Torri. E per fortuna ci siamo riusciti”.

Il fuoco è arrivato però anche all’interno di una delle Torri. “Quello è stato il momento più drammatico, intorno alle 21.30 abbiamo davvero temuto che le fiamme potessero svilupparsi fino alla campana con il rischio di farla fondere. A quel punto la Torre sarebbe crollata con lo choc termico e probabilmente avrebbe trascinato giù anche l’altra Torre e tutta la facciata”.

“Piena fiducia nel sottosegretario Armando Siri, nella sua correttezza. L’auspicio è che le indagini siano veloci per non lasciare nessuna ombra”. Così una nota della Lega, in merito all’inchiesta che vede indagato il sottosegretario ai Trasporti della Lega Armando Siri.

Unisce e divide, la giovane Greta. Unisce perché con il suo skolstrejk för klimatet ha creato un movimento globale di migliaia di ragazzi che vedono nel cambiamento climatico la minaccia al loro futuro, e perciò protestano disertando la scuola ogni venerdì in tutto il mondo.

Ma l’attivista svedese sedicenne è anche capace di dividere: non tanto per colpa sua, visto che le sue mosse sono state finora quasi sempre ben calibrate (diciamo quasi per un post su Instagram che le attirò diverse critiche, lo vedremo tra poco). Attorno a lei ci sono anche alcune teorie complottiste che la vorrebbero strumento di una maxi operazione di marketing: il “chi c’è dietro Greta?” è un ritornello che risuona da settimane, e a cui molti giornali hanno cercato di dare risposta.

Il libro della madre da sponsorizzare

Ultimo, in ordine di tempo, a gettare ombra sulla figura di Greta è stato il quotidiano Il Messaggero che, il 17 aprile, ha scritto che “forse la favola di Greta non è proprio una favola”. Il motivo? Dietro di lei ci sarebbe una “macchina mediatica targata Thunberg, il think tank del catastrofismo ambientale incarnato in una perfetta giovane influencer globale”.

Il quotidiano romano sostiene che “il nuovo comandamento” ci impedisca di “non dirci gretiani”, cioè seguaci della ragazzina di Stoccolma, e accusa “il circo” di Greta di “un sottofondo di cinismo”. La ragione sarebbe il tempismo con cui la giovane ha cominciato i suoi scioperi, il 24 agosto del 2018, “a distanza di soli quattro giorni” dalla pubblicazione del libro di suo mamma, la cantante Malena Ernman. Una pubblicazione definita “ultra-ecologista” dal Messaggero, che definisce la coincidenza “una casualità un po’ troppo poco casuale, e molto da marketing”.

 

Insomma, la prima puntata dello sciopero di Greta potrebbe essere stata l’arma mediatica della signora Ernman per promuovere il suo libro in uscita pochi giorni dopo.

Il presunto mago del marketing al fianco di Greta

A proposito di marketing: l’altra critica mossa alla giovane ambientalista ha un nome e un cognome, Ingmar Rentzhog. Un guru della materia da anni nel mondo dell’ambiente, prima con l’incarico nella Climate Reality Project di Al Gore, l’ex candidato alla Casa Bianca ambientalista, poi come fondatore di We don’t have time (letteralmente “non abbiamo tempo”), una start-up che mira a fondare un social network incernierato sull’emergenza climatica e che “riunisca milioni di membri per mettere pressione a leader, politici e società chiedendo loro di agire” per l’ambiente.

In che rapporti sono Greta e Rentzhog? Di certo è stato lui il primo a notare la ragazze fuori dal parlamento svedese, quel 24 agosto. Ha postato una foto su Facebook, e in pochi giorni il volto della ragazzina bionda sarebbe finito su giornali e tv nazionali.

Presto però cominciano a girare leggende metropolitane: Greta sarebbe la marionetta di Rentzhog. Ci si mette un giornalista svedese, Andreas Henriksson, che prima scrive su Facebook che lo sciopero della ragazza è “una campagna PR”, cioè di pubblicità, poi ritratta: “Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra”, dice al giornale tedesco Spiegel.

I due cominciano a collaborare, in fondo sono entrambi attivisti per il clima, e Greta finisce tra consulenti di We don’t have time. La startup colleziona finanziamenti, poi la sedicenne si defila spiegando di aver voluto lei troncare ogni rapporto.

Ma Greta mangia alimenti impacchettati nella plastica?

Altre polemiche, decisamente più sterili delle prime due (che comunque sono state smentite a metà febbraio), hanno visto Greta finire nell’occhio del ciclone. La prima per un post su Instagram che la ritrae in treno mentre mangia: in quel caso, la giovane ambientalista venne attaccata perché nello scatto comparivano delle fette di pane confezionate in un pacchetto di plastica – il materiale tra i grandi incriminati da chi difende l’ambiente – e un paio di banane fuori stagione ed evidentemente non a chilometro zero.

In Italia, poi, alla ragazza sono state rivolte parole non esattamente accomodanti da Maria Giovanna Maglie – “Se non avesse avuto la sindrome di Asperger l’avrei messa sotto con la macchina”, Rita Pavone – “Sembra un personaggio da film horror” sparato via Twitter e seguito dalle scuse – e Vittorio Feltri – “Vive in Svezia dove fa un freddo cane e dovrebbe essere contenta di godere di un po’ di tepore. Stupidina”.

Nadia Toffa, pubblicando su Twitter un articolo del Foglio intitolato ‘Risparmiateci i bambini climaticamente corretti e gli adulti che li usano’, ha accusato “i potenti che non muovono un dito” e “sfruttano queste innocenti creature”. Che siano sfruttate per davvero non è dato saperlo; finora, a livello globale, di certo sono state unite. 

Saipem ha chiuso il primo trimestre del 2019 con ricavi e margini in crescita. Per il gruppo il fatturato si è attestato a 2,15 miliardi, rispetto a 1,91 dei primi tre mesi del 2018, con un Ebitda adjusted che è salito a 274 milioni, 60 in più dello stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato netto è stato pari a 21 milioni di euro, mentre quello adjusted è di 29 milioni (11 milioni nel primo trimestre 2018). Saipem ha riportato “solidi risultati della divisione Engineering & Construction Offshore grazie a buone performance operative”, mentre prosegue il “turnaround” della divisione Engineering & Construction Onshore; il gruppo ha visto anche una “significativa acquisizione di nuovi ordini” e conferma le stime per l’anno in corso. “I risultati del primo trimestre del 2019 confermano la buona performance operativa e gestionale già registrata nel corso del 2018, in particolare grazie ai solidi risultati della divisione Engineering & Construction Offshore. Abbiamo registrato significative acquisizioni di nuovi ordini che migliorano la visibilità per il 2019 pur in un contesto di mercato che ancora non mostra evidenti segnali di ripresa”, ha commentato l’ad Stefano Cao.

La prima donna pugile iraniana, Sadaf Khadem, non è rientrata in patria dopo aver vinto il suo match in Francia, perché Teheran ha emesso nei suoi confronti un mandato di arresto per aver violato la legge sull’abbigliamento delle donne. Lo ha reso noto il suo addetto stampa. La stessa sorte è toccata anche all’allenatore della 24enne, Mahyar Monshipour, accusato di “complicità”.

I due avrebbero dovuto prendere il volo di ritorno martedì, ma sono rimasti in Francia e attualmente soggiornano a Poitiers. Sadaf Khadem, insegnante di fitness a Teheran, ha vinto il suo primo incontro di boxe contro Anne Chauvin, la prima nella storia per una donna iraniana: nella Repubblica islamica è vietato per le donne allenarsi con uomini e partecipare a gare di pugilato. La giovane pugile, che si è battuta in pantaloncini corti e canotta, è accusato di aver infranto la legge iraniana che impone alle donne di indossare l’hijab.

L’allenatore ha dichiarato di aver saputo del mandato di arresto tramite un Sms arrivato dall’Iran, senza fornire dettagli sulle generalità del mittente. Il ministero dello Sport, sempre secondo l’addetto stampa dei due, è “informato sul caso”.

“Voglio migliorare al massimo, andare il più lontano possibile e mostrare la strada ad altre donne iraniane affinché possano provare anche loro questo sport”, aveva dichiarato la giovane pugile alcuni giorni prima dell’incontro.

Yusra è in fuga dalla guerra siriana; insieme alla sua famiglia deve raggiungere la costa greca, ma quella notte di agosto del 2015, venti passeggeri su un barcone sono davvero troppi. Nuotare è sempre stato il suo sport preferito e la ragazza non ha dubbi sul da farsi: si tuffa in mare con la sorella e, dopo uno sforzo durato tre ore e mezza, riesce a trascinare l’imbarcazione sull’isola di Lesbo in Grecia, portando in salvo tutti.

Quella di Yusra Mardini, diventata nel 2017 la più giovane ambasciatrice di sempre per UNHCR, è solo una delle dieci monografie raccolte nel libro di Vittoria Iacovella. Dalla Germania alla Cina, i protagonisti de I Rompiscatole (Curcio, 118 pagine | 14,90 euro) sono dieci ragazze e ragazzi, di ieri e di oggi, determinati a lottare con coraggio per un mondo più giusto. Le loro storie, dedicate a lettori più e meno giovani, parlano della realizzazione di un sogno, di un ideale da raggiungere a tutti costi.

Il racconto di ciascuna storia prende vita dal contatto dell’autrice con i protagonisti: Vittoria Iacovella ha intervistato i ragazzi (a eccezione di due, Ruby Nell Bridges e Louis Braille), dando così voce non solo alle loro biografie, ma anche ai loro pensieri ed emozioni. 

C’è la battaglia di Ruby Bridges, la prima bambina afroamericana in una scuola elementare di New Orleans, fino a quel momento frequentata solo da bianchi; l’eroica impresa di Valerio Catoia, giovane atleta paraolimpico che ha dato prova di grande coraggio, forza e generosità, non esitando a gettarsi in mare per salvare dalle onde una bambina di 10 anni; o la toccante fuga a lieto fine dall’Afghanistan di Syed Hasnain, oggi mediatore culturale a Roma, che a dieci anni arrivò in Italia da clandestino nascosto sotto al motore di un Tir. E c’è il progetto di Felix Finkbeiner, il bambino tedesco da “mille miliardi di alberi”: nel 2007 a nove anni fondò il movimento “Plant for the Planet” con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in ognuno dei Paesi aderenti e dare così il proprio contributo personale alla lotta contro il surriscaldamento globale. Oggi, grazie a lui, ce ne sono quindici miliardi in più. 

«Storie di ragazzi autentici» si legge nell’introduzione a cura dell’autrice «che col loro carico di difetti, complessi, limiti e paure, a un certo punto della loro vita, davanti a un problema, si sono inventati una soluzione, qualcosa di straordinario. Nessun super potere a rassicurarli che erano nel giusto, nessuno specchio a rimandargli un’immagine perfetta, nessun paracadute a garantirgli che non si sarebbero schiantati. L’hanno fatto e basta. Hanno guardato in faccia i loro mostri e sono andati avanti. Hanno rotto le gabbie, gli schemi, le usanze, le idee irrigidite e incrostate, hanno rotto le scatole e, facendolo, hanno cambiato un pezzetto di mondo, trasformandolo in un posto un po’ migliore». 

Vittoria Iacovella è giornalista televisiva e autrice. Dopo la pubblicazione del suo primo libro per ragazzi Islam da vicino (2005, G. D’anna edizioni), si è trasferita per qualche mese a Damasco, in Siria, per approfondire la conoscenza della lingua araba. Da sempre sensibile alle tematiche ambientali, ha lavorato come addetta stampa per Greenpeace. La voglia di muoversi e fare inchieste video ha preso il sopravvento e si è dedicata al giornalismo: ha collaborato con Rai News, per l’americana Cbs News e con Repubblica, vincendo l’ambito premio Ilaria Alpi. Dal 2014 consuma scarpe come cronista inviata per La7. Autrice per documentari su Discovery Channel, oggi lavora anche per Rai3. 

Lorenzo Santinelli si è specializzato nel Dipartimento di Arti Visive  dell’Istituto Armando Curcio e ha esordito come illustratore di libri per bambini con Agata la donna cannone di Barbara Brocchi e Le ore della contentezza di Tea Ranno, entrambi editi nel 2018 da Armando Curcio Editore. 

Debutto amaro a Piazza Affari per Nexi, la maxi matricola dei pagamenti digitali che è sbarcata ieri mattina in Borsa con una quotazione che, fino ad ora, è la più grossa del 2019. I titoli, che sono partiti da un prezzo di 9 euro, hanno chiuso a 8,44, con un calo del 6,22% che le ha spinte addirittura sotto il valore minimo della forchetta di prezzo indicata a inizio collocamento. La capitalizzazione è così scesa dai 5,7 miliardi del debutto a circa 5,35 miliardi.

“È il primo giorno di un lungo percorso, quindi vedremo nel tempo”, ha detto l’ad Paolo Bertoluzzo, rivendicando come sia arrivata in Borsa “una società che ha raccolto l’interesse di oltre 340 investitori istituzionali. Crediamo che questa quotazione possa essere motivo di orgoglio anche per il nostro paese, qui nasce una società che fa tecnologia, del fintech”.

Lo sbarco a Piazza Affari, tuttavia, “dal punto di vista dei nostri piani non cambia niente. Parte di quanto raccolto, circa 700 milioni, sono andati a ridurre il nostro indebitamento, una cosa tipica in operazioni di questo genere. Abbiamo un piano di investimenti molto importante, al di sopra degli standard del nostro settore perché crediamo che per fare innovazione, qualità, sicurezza servono investimenti”.

Il manager si è soffermato anche sul fronte delle possibili operazioni straordinarie, spiegando come al momento non ci sia niente di concreto sul tavolo. Nexi è pronta a cogliere eventuali occasioni che creino valore per gli azionisti “ma di progetti al momento non ce ne sono”. “Di contatti fra operatori ce ne sono tutti i giorni, ma non ci sono progetti se non di fare bene con il nostro piano”, ha aggiunto rispondendo a una domanda sulla società scandinava Nets.

“Non c’è niente sul tavolo con Sia”, ha continuato. In generale per il manager è “un passaggio bello per l’Italia” avere quella che per ora è la più grande quotazione del 2019 e che nel Paese c’è “una delle prime 5 in Europa”. “Ci siamo dati un’ambizione folle. Dobbiamo dare un contributo serio al modo in cui gli italiani pagano: più sicuro più semplice più digitale”, ha concluso.

“Avete sentito delle scarcerazioni?”. A Castelvetrano, nel paese di origine del latitante Matteo Messina Denaro, non si parla d’altro. In città il prossimo 28 aprile si tornerà al voto dopo 24 mesi di commissariamento per mafia e a meno di un mese dal blitz Artemisia il Tribunale del Riesame di Palermo ha annullato i 27 arresti eseguiti dai carabinieri lo scorso 21 marzo su disposizione del gip di Trapani.

Le motivazioni saranno depositate a fine maggio ma la causa sarebbe un vizio di “incompetenza territoriale”. Il fascicolo nel frattempo è tornato ai pm trapanesi che valuteranno se inviare gli atti ai colleghi palermitani o riformulare la richiesta al gip ma sulla vicenda potrebbe esprimersi anche la Procura generale di Palermo.“Abbiamo compreso che la Procura di Trapani ha delle valide ragioni già sottoposte all’attenzione del Riesame”, ha detto il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra, al termine di una missione nel trapanese.

L’indagine è stata coordinata dalla Procura di Trapani, da un pool di magistrati composto dall’aggiunto Maurizio Agnello e i sostituti Sara Morri, Andrea Tarondo e Francesca Urbani. Le accuse vanno dall’associazione segreta in violazione della Legge Anselmi alla corruzione passando per episodi di rivelazione ed utilizzazione del segreto d’ufficio.

Al centro di tutto ci sarebbe stato l’ex deputato regionale Giovanni Lo Sciuto (Ncd) amico di gioventù del boss Messina Denaro, indicato dagli inquirenti come mente e organizzatore di una “superloggia” (nata ai margini di una loggia massonica regolare, la Hypsas) con base a Castelvetrano. Una sorta di piccola P2 accusata di “infiltrarsi nelle istituzioni e modificarne l’ordinario corso decisionale”: secondo le accuse, avrebbero creato consenso facendo ottenere delle false pensioni di invalidità in cambio del voto.

Perchè sono stati scarcerati? I legali degli indagati all’indomani degli arresti hanno presentato un ricorso al Tribunale del Riesame e uno di loro ha sollevato un presunto vizio di forma, riguardo l’incompetenza della Procura di Trapani nell’intero fascicolo. “La competenza per territorio per i procedimenti connessi”, dice il codice di procedura penale, “appartiene al giudice competente per il reato più grave”.

Nel caso dell’indagine Artemisia – secondo la teoria adottata dal Riesame – il reato più grave sarebbe quello di peculato (punito fino a 10 anni e 6 mesi di reclusione), commesso a Palermo e quindi la competenza non può essere del gip di Trapani. L’episodio riguarda un presunto accordo tra l’allora deputato Lo Sciuto e un suo “porta voti”, Giuseppe Angileri che prevedeva, in cambio di un falso contratto da portaborse per la moglie, il sostegno elettorale alle imminenti elezioni regionali del 2017.

Dopo le prime scarcerazioni la Procura di Trapani ha presentato una memoria per opporsi alla decisione del Riesame. Nel carteggio i pm hanno evidenziato che “la competenza per territorio è determinata dal luogo in cui il reato è stato consumato”. In questo caso il reato di peculato si consumerebbe al momento della consegna del denaro alla donna e non all’erogazione del denaro dalla Regione.

Nello specifico – sostengono i pm trapanesi – non è stato possibile provare l’avvenuta consegna, nonostante siano stati riscontrati numerosi incontri in diverse città. Per questo non sarebbe motivato il radicamento dell’intero fascicolo a Palermo.

Nella memoria si parla anche di un altro episodio finora inedito. Si tratta di un’estorsione (reato punito da 7 a 20 anni di carcere) non inserita nell’ordinanza sottoposta al gip di Trapani ma commessa nel territorio trapanese. Lo Sciuto si sarebbe imposto sull’allora direttore generale dell’Asp al fine di ottenere dei vantaggi. Nonostante ciò, il Tribunale del Riesame ha proseguito con le scarcerazioni e venerdì ha annullato anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Lo Sciuto, dell’ex sindaco Felice Errante e del candidato del “gruppo occulto” alle elezioni del prossimo 28 aprile, Luciano Perricone ritiratosi all’indomani del blitz.

Per il gip di Trapani Emanuele Cersosimo “non vi è dubbio pertanto che in occasione delle imminenti elezioni per la carica di Sindaco di Castelvetrano saranno poste in essere ulteriori condotte delittuose volte a condizionare l’esito della tornata elettorale e perpetrare l’illecita interferenza sul funzionamento del predetto organo territoriale da parte dell’associazione capeggiata da Lo Sciuto”.

Il commissario Salvartore Caccamo, presidente della commissione che ha gestito il comune negli ultimi 24 mesi, rispetto alle prossime elezioni ha detto: “In tutte le liste vedo nomi in continuità col passato”. Adesso però, a quindici giorni dal voto, tutti e 27 gli arrestati del blitz Artemisia sono tornati tutti ai loro posti.

Dal 1860 non avevano mai abbandonato la sommità di Notre Dame. Mai fino a giovedì scorso, l’11 aprile, quando una gru alta più di cento metri si era arrampicata fino alla base della guglia per prelevarle, facendole danzare nel cielo di Parigi prima di finire in Dordogna, non lontano da Bordeaux, dove ora si trovano per un lavoro di restauro.

Prenez de la hauteur… 16 statues d’apôtres et d’évangélistes sont descendues aujourd’hui, sous un magnifique soleil, des hauteurs de @notredameparis. Revivez en images ce moment magique. pic.twitter.com/0xZg3JOM9L

— Diocèse de Paris (@dioceseparis)
11 aprile 2019

 

Per centoventi anni le statue in rame dei dodici apostoli, alte tre metri e mezzo e dal peso di 250 chili l’una, e quelle più piccoline dei quattro evangelisti (un metro e mezzo circa) erano rimaste lassù, a circa 60 metri di altezza, con lo sguardo rivolto verso i tetti di Parigi. Osservavano la città, secondo alcuni la proteggevano, di certo vegliavano sulla capitale francese.

Una soltanto era girata al contrario: quella di San Tommaso, che invece guardava la cima della guglia; una statua speciale, unica in ogni senso: il volto raffigurato, infatti, riproduce le fattezze di Viollet-le-Duc, l’architetto che a metà Ottocento si occupò del restauro della chiesa gotica parigina.

Il miracoloso tempismo del restauro

Dopo oltre un secolo e mezzo, per i sedici artefatti era appena arrivato il momento di lasciare Parigi e la cattedrale in direzione Socra, la società specializzata nel restauro e conservazione di monumenti storici che in passato aveva già curato gioielli francesi, come il portale della cattedrale di Bordeaux e i marmi di Versailles, e internazionali (lavorando in Uzbekistan, Belgio e Serbia).

Le statue erano così apparse in volto nel cielo di Parigi mentre scendevano verso il suolo con le teste staccate dal corpo per tutelarne l’integrità nel corso di un intervento delicato. Opere d’arte in rame, originariamente dal colore simile al bronzo ma oggi divenute verdi per effetto dell’ossidazione.

Sarebbe dovuto essere un breve periodo di lontananza dalla cattedrale, qualche mese per far tornare sia le statue che alla guglia all’originario splendore. Così invece non sarà: le statue sono salve, di Notre Dame resta lo scheletro.

Forse un giorno gli apostoli e gli evangelisti torneranno nella loro collocazione ai piedi di quella guglia che oramai non esiste più, ma in ogni caso bisognerà attendere che l’edificio venga ricostruito, cosa che il presidente Emmanuel Macron ha già promesso: questione di anni, forse di decenni.

L’intervento, spettacolare, che aveva consentito di prelevare le statue era stato definito “un evento eccezionale e magico” da Marie-Hélène Didier, la curatrice generale del patrimonio di Notre Dame. Per la prima volta, infatti, sarebbe stato possibile vedere da vicino queste opere: due di loro, già da giugno, sarebbero dovute essere esposte nel coro della cattedrale, per poi tornare insieme a tutte le altre al loro posto nel 2022.

Un lavoro da 800 mila euro che avrebbe dovuto far tornare la monumentale chiesa al suo splendore originario, ma che invece l’ha ridotta in cenere.