Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Per Toronto, quella che inizia venerdì, è la prima finale NBA della sua storia. Un traguardo che interrompe, dopo 8 anni, nella Eastern Conference, il regno di Miami prima e Cleveland dopo. Otto anni contraddistinti dalla presenza costante di LeBron James passato ormai, con poca fortuna, almeno per questa stagione, a Los Angeles, sponda Lakers. Golden State, invece, è attesa dalla quinta finale di fila (era dai tempi dei Boston Celtics di Bill Russell, negli anni ’60, che non accadeva) ed è alla ricerca del terzo titolo consecutivo.

 

Un’avventura lunga 24 anni

Il 4 novembre del 1993 la NBA istituisce la sua 28esima franchigia (oggi sono 30). Il 15 maggio del 1994 viene reso noto ufficialmente il suo nome completo: Toronto Raptors. Non è un caso. A Hollywood era appena uscito quello che diventerà uno dei film più amati degli anni ’90: Jurassic Park. Non è difficile intuire quanto quella pellicola abbia influenzato quella scelta. Il dinosauro rosso che palleggia, stampato sulle canotta viola, diventrerà presto un oggetto di culto talmente iconico da superare ogni giudizio di valore estetico. 

Ad essere precisi, quella non è l’unica squadra nata, nello stesso anno, al di fuori dei confini degli Stati Uniti. Anche a Vancouver, nello stesso progetto di espansione, arriva il basket della NBA. Ma i destini sono diversi. I Grizzlies rimangono in Canada solo fino al 2001 quando il presidente Michael Heisley troverà una nuova casa a Memphis. Ma Toronto non è Vancouver. Parliamo di una delle città più popolate del Nord America e, pur rimanendo orgogliosamente canadese, i punti di contatto con le grandi metropoli statunitensi non mancano di certo. Soprattutto se si prendono in esame città profondamente diverse come Quebec City, Montreal, Ottawa o la stessa Vancouver.

 

Nel 1995 arriva il primo draft. Toronto ha la scelta numero 7. In Canada arriva una giovane guardia che ha fatto il college ad Arizona. Si chiama Damon Stoudamire. Dicono che l’abbia scelto direttamente Isiah Thomas, leggenda sul parquet e uomo di spicco della dirigenza dei Raptors. In quell’anno, inoltre, alle due neonate franchigie viene data la possibilità di un’expansion draft per poter completare la squadra.

Così a Toronto arriva anche un italiano. Si chiama Vincenzo Esposito, ha 26 anni, e da 11 gioca a basket ad altissimo livello. Non solo, vince scudetti e arriva in fondo alle competizioni europee più importanti. Come nel 1989 quando, con la maglia di Caserta, con cui ha esordito a 15 anni, si arrende solo al Real Madrid di Drazen Petrovic. Per i Raptors il suo ingaggio è importante per due motivi: è un tiratore incredibile dotato di una velocità d’esecuzione fuori dalla norma e una capacità di lettura del gioco con pochi eguali; ma è anche italiano e a Toronto gli italiani sono tanti. C’è il quartiere di Little Italy, come in tante altre città, ma anche altri piccoli sobborghi. Uno dei più famosi si chiama Corso Italia.

 

Esposito, che ora allena Brescia, resta solo un anno in Canada ma quell’esperienza sarà fondamentale per aprire la strada a chi, dall’Europa, verrà dopo. Quell’anno non sarà fortunato neanche per la squadra che chiude con un record molto negativo (21-61). Ma il 24 marzo del 1986, i Raptors sono capaci di un grande acuto: infliggono una delle 9 sconfitte stagionali a Chicago. Sì, i Chicago Bulls di Micheal Jordan.

Nel 1997 a Toronto arriva un giovanissimo Tracy McGrady. Non ha fatto il college e approda in NBA direttamente dall’high school. Non è una cosa così strana, in NBA. Si tratta di uno dei talenti più puri della sua generazione ma farà vedere le cose migliori solo quando lascerà il Canada. A Orlando prima e a Houston dopo. Ai Raptors nel frattempo arriva anche Vince Carter, suo cugino di terzo grado. Scelto proprio dai Golden State Warriors nel 1998, venne scambiato con Antawn Jamison, suo compagno di spogliatoio negli anni del college, a North Carolina. A Toronto, non sono molti a ricordarlo, c’è anche un altro giocatore, più anziano, tiratore sopraffino, giunto ormai alla fine della sua carriera. Si chiama Dell Curry ed è il papà di Steph Curry, stella dei Warriors.

 

Nel 2000 arrivano i primi playoff anche grazie a un centro di livello come Antonio Davis, arrivato da Indiana. Finisce male con New York che vince agevolmente la serie. La convivenza tra Carter e McGrady è difficile e a partire in cerca di miglior fortuna sarà proprio quest’ultimo. La storia è un po’ simile a quella che ha riguardato Oklahoma qualche anno fa quando Westbrook, Durant e Harden si trovarono a vestire la stessa maglia e a essere, allo stesso tempo, ingombranti l’uno per l’altro.

L’anno dopo arriva la rivincita. Toronto batte New York ma si arrende nel turno successivo, in gara 7, a Philadelphia. E proprio Vince Carter a sbagliare il canestro sulla sirena che avrebbe potuto cambiare il destino della franchigia. Nel 2003, invece, è Detroit a fermare la corsa dei Raptors in post-season.

Gli anni successivi sono fatti di cocenti sconfitte, scelte complicate al draft e partenze dolorose. Nel 2003, ad esempio, arriva Chris Bosh, un top player che accende gli entusiasmi dei tifosi. Ma con lui i Raptors non riusciranno a fare il salto di qualità nonostante i suoi numeri e la sua leadership. Anzi, i tifosi saranno costretti a vederlo vincere a Miami quando, nel 2010, dopo 7 anni in Canada, accetterà di diventare uno dei tre violini del trio d’archi completato da LeBron James e Dwayne Wade. Nel 2004, intanto, aveva fatto le valigie anche Vince Carter con destinazione New Jersey.

 

Il 15 gennaio del 2006 il pubblico di Toronto assiste a una delle performance più incredibili della storia della NBA. Kobe Bryant, con la maglia dei Los Angeles Lakers, segna 81 punti. La seconda performance di sempre dopo i 100 segnati da Wilt Chamberlain nel 1962, con la maglia di  Philadelphia. Una squadra i cui giocatori avrebbero iniziato a chiamarsi 76ers solo più tardi e che allora aveva un altro nome. I Philadelphia “Warriors”.

In quello stesso anno a Toronto accade anche un’altra cosa. I Raptors vincono la draft lottery. Non è una cosa da poco. Hanno cioè la possibilità di scegliere la prima scelta assoluta. Ma non è un anno particolarmente ricco di nomi, nonostante il talento ci sia. Non c’è in giro un giocatore capace di cambiare il corso della storia di una franchigia. Tra i primi nomi che si fanno ci sono quelli di LaMarcus Aldrige, probabilmente il più forte del gruppo, e altri discreti giocatori: Brandon Roy, Rudy Gay, J.J. Redick, Rajon Rondo.

Ma la scelta del nuovo general manager, Brian Colangelo, cade su un giovane italiano, nato a Roma. Si chiama Andrea Bargnani, ha 21 anni, e gioca a Treviso con la maglia della Benetton. Bargnani diventa il primo giocatore europeo, il sesto non americano, il secondo a non aver mai giocato in un college o in una high school statunitense, a ricoprire la scelta numero uno della lotteria. L’altro era stato, quattro anni prima, il cinese Yao Ming. In quel draft compare un altro nome che a Toronto hanno imparato ad amare: i Grizzlies scelgono Kyle Lowry, oggi il playmaker titolare, e il leader emotivo, dei Raptors.

 

Nonostante delle ottime stagioni in Canada, Bargnani non diventerà mai un all-star NBA capace di cambiare i destini della squadra. La convivenza con Bosh non è facilissima e nel 2007 arriva la sconfitta al primo turno dei playoff. Non è facile da digerire se i vincitori sono i Nets di Vince Carter.

Nel 2009 i Raptors firmano DeMar DeRozan, nona scelta al draft, che diventa il punto di riferimento della squadra dopo la partenza di Bosh per la Florida. Quattro anni dopo Colangelo viene sostituito da Masai Ujiri che, pochissimo tempo dopo, si libera di Bargnani mandandolo a giocare a New York. E l’inizio di una nuova fase che vedrà Toronto crescere. Non è un caso che riesca a qualificarsi, tutti gli anni, ai playoff. Ma l’ostacolo più grande diventa insormontabile. Cleveland è troppo forte per quei Raptors e LeBron James resta il vero dominatore della Eastern Conference.

Poi, nel 2018, cambiano tutte le carte in tavola. In estate King James si trasferisce in California mentre Kawhi Leonard, una delle stelle della NBA, entra in conflitto con la dirigenza dei San Antonio Spurs e con l’allenatore, Gregg Popovich. A Toronto decidono per l’all in, subito e immediato. Spediscono in Texas l’amato DeRozan per Leonard e, pochi mesi dopo, convincono i Grizzlies a scambiare Valanciunas, lungo lituano, con Marc Gasol, l’uomo di esperienza sotto canestro che mancava a coach Nurse. I contratti sono in scadenza, l’azzardo è notevole. L’obiettivo è quello di arrivare in fondo per prendersi il trono della Eastern Conference e per giocarsi fino alla fine la prima finale NBA della propria storia. Una sceneggiatura, iniziata ventiquattro anni fa, che attende ora di scoprire il suo ultimo capitolo. Quello più importante di tutti.

Gennaro Gattuso ha lasciato la panchina del Milan. La decisione è stata presa dopo un incontro con l’ad Gazidis. Via dalla società anche Leonardo il cui addio era già stato però ampiamente previsto. Parte il ‘toto nomine’ per il sostituto di Gattuso. Tra i nomi Giampaolo, Simone Inzaghi nonché Allegri. 

“Decidere di lasciare la panchina del Milan non è semplice. Ma è una decisione che dovevo prendere”, ha detto Gennaro Gattuso, a Repubblica.it. “Non c’è stato un momento preciso in cui l’ho maturata – spiega – è stata la somma di questi diciotto mesi da allenatore di una squadra che per me non sarà mai come le altre. Mesi che ho vissuto con grande passione, mesi indimenticabili. La mia è una scelta sofferta, ma ponderata”. Gattuso annuncia anche di rinunciare ai due anni di contratto. “Sì, perché la mia storia col Milan non potrà mai essere una questione di soldi”. 

 

Ultimi verdetti del campionato di Serie A. In Champions League, con Juve e Napoli, andranno l’Atalanta, che ha battuto il Sassuolo 3-1 e l’Inter vincitore sull’Empoli 2-1. Proprio l’Empoli va in serie B con Chievo e Frosinone. Milan (3-2 alla Spal) direttamente in Europa League, con la Roma che batte 2-1 il Parma ma dovrà affrontare i preliminari. 

Una foto di un pupo biondo con la maglietta della Roma di Falcao e Liedholm ed un pensiero per tutti: società, dirigenza, compagni e allenatori. Ma soprattutto per i tifosi. Così Daniele De Rossi, capitano storico della Roma ed ex campione del mondo saluta prima della sua ultima partita in Serie A. Un saluto lanciato attraverso il sito della società, che – non poteva essere altrimenti – è giocato molto sull’amarcord. 

“È stato un viaggio lungo, intenso, sempre accompagnato dall’amore per questa squadra”, scrive De Rossi, “Permettetemi di ringraziare tutta la Roma che ho conosciuto: la famiglia Sensi, il presidente Pallotta. Tutte le donne e gli uomini che hanno lavorato e lavorano a Trigoria. Gli allenatori che mi hanno guidato, ognuno mi ha insegnato qualcosa di importante, nessuno escluso. Gli staff medici, i miei compagni, la parte più intima del mio lavoro: sono la mia famiglia”. 

Un pensiero particolare a Totti: “Grazie a Francesco. La fascia che ho indossato l’ho ricevuta dalle mani di un fratello, di un grande capitano e del calciatore più straordinario al quale io abbia mai visto indossare questa maglia. Non capita a tutti di giocare 16 anni accanto al proprio idolo. Riconsegno questa fascia, con rispetto, ad Alessandro. Un altro fratello che sono sicuro ne sia altrettanto degno”.

Ma soprattutto “grazie ai tifosi della Roma, i miei tifosi. Mi permetto oggi di dire miei, perché l’amore che mi avete dato mi ha permesso di continuare ad essere in campo parte di voi. Siete stati la ragione per cui tante volte ho scelto di nuovo questa città. Mai come in questi giorni ho sentito il vostro affetto: mi ha travolto e mi ha riempito il cuore. Mai come in questi giorni vi ho visto così uniti per qualcosa. Ora, il regalo più grande che mi potete fare è mettere da parte la rabbia e tutti uniti ricominciare a soffiare per spingere l’unica cosa che ci sta a cuore, la cosa che viene prima di tutto e tutti, la Roma. Nessun mai vi amerà più di me”.

 

Il miliardario italoamericano Rocco Commisso è a un passo dal concludere l’acquisto della Fiorentina. Lo annuncia il New York Times in un articolo uscito online stasera. Commisso, 69 anni, emigrato in Usa dalla Calabria quando aveva 12 anni, proprietario dei New York Cosmos, da tempo stava seguendo la Fiorentina. Il primo contatto era avvenuto un anno fa, attraverso una banca d’affari di New York, ma la trattativa si era fermata per l’enorme distanza tra richiesta e offerta. Commisso aveva poi tentato di acquistare il Milan senza riuscirci.

L’accordo con il proprietario della Fiorentina, Diego Della Valle, sarebbe stato sancito alla fine della scorsa settimana per una cifra intorno ai 150 milioni di dollari, con l’obbligo di non far uscire la notizia. Della Valle, la settimana scorsa, era apparso a New York ufficialmente per l’inaugurazione di un nuovo negozio della Tod’s nel complesso di Manhattan di Hudson Yards. La pubblicazione dell’interesse di Commisso, anticipata su un giornale sportivo italiano ieri, secondo fonti americane, avrebbe accelerato l’uscita della notizia. L’annuncio ufficiale, secondo il quotidiano di New York, potrebbe essere dato lunedì. La Fiorentina, domenica, si gioca la permanenza in A nella sfida con il Genoa.

Ci sono stati numeri 1 del mondo fortunati e ci sono stati giocatori che hanno battuto i numeri 1 più di tutti. Questo record – anche questo – appartiene a Rafa Nadal che, domenica nella finale degli Internazionali d’Italia ha messo il nono sigillo a Roma, superando in finale Novak Djokovic e allungando a 5-3 i testa a testa al Foro contro il campione di gomma. Una vittoria che gli ha anche permesso di ridurre il distacco nei confronti totali (26-28).

Il mancino di Maiorca è salito già più volte sul trono della classifica, ma nel suo caso – come del resto in quello degli altri mostri come Federer e Djokovic – il ranking Atp è davvero aleatorio. Infatti, l’11 volte campione del Roland Garros, oggi numero 2 del mondo, ha superato 20 volte il numero 1 di turno (18 sconfitte) con una percentuale di successo del 52,6%.

Ma quali sono stati gli altri giocatori più vittoriosi contro chi occupava la poltrona principale del ranking?

Conteggiando almeno otto confronti, il secondo in questa particolare classifica è lo sfortunatissimo argentino Juan Martin Del Potro, stoppato in carriera da tre interventi ai polsi, e anche da uno al ginocchio. L’argentino è stato capace di battere il re 10 volte (13 sconfitte). Una percentuale, quella del 43,5%, che per un nonnulla non è stata migliorata proprio a Roma quando Delpo ha fallito due match point nel formidabile confronto dei quarti contro Djokovic. Il terzo è lo stesso campione serbo con 13-17 (43,3%), quindi Bautista Agut con 3-5 (37,5% (37,5%), Federer con 10-19 (34,5%), Murray con 12-29 (29,3%).

Al Foro Italico, Rafa ha fatto man bassa di primati, staccando Nole che lo affiancava a quota 33 titoli Masters 1000. Lo spagnolo ha fissato il limite del maggior numero di titoli in un torneo così qualificato aggiudicandosi 11 volte Montecarlo, e detiene anche il secondo posto di questa speciale graduatoria con i 9 trofei vinti a Roma. Seguono Federer che sbandiera i 7 di Cincinnati e poi Agassi e Djokovic con i 6 a Miami.

La scorsa settimana, mentre tutti soffrivano le condizioni difficili per la pioggia, e anche i due match giocati in un giorno solo, lo spagnolo ha collezionato ben quattro 6-0. In passato ne aveva raccolti al massimo tre in uno stesso torneo, compreso il Roland Garros dove si giocano partite al meglio dei cinque set e due partite in più.

Stavolta, pur reduce da una stagione sul rosso non esaltante, con tre semifinali perse su tre, dopo i nuovi problemi al ginocchio sinistro che l’hanno costretto all’ennesimo stop ad Indian Wells, Rafa ha siglato peraltro il primo 6-0, addirittura in finale e dopo 141 set disputati contro Djokovic, nella loro epica rivalità di 54 confronti, la partita più giocata di sempre del tennis. Il famoso e umiliante “bagel”, come dicono gli statunitensi richiamando l’immagine della ciambella col buco, quindi con lo zero. Come nell’ultima partita del singolare maschile a Roma non succedeva da 17 anni, dalla finale 2003, Agassi-Haas.

Suo è anche il record di anni con almeno un successo sull’Atp Tour, 16 (dal 2004), meglio dei 15 di Federer (2001-2015), dei 14 di Lendl (1980-1993) e dei 13 di Connors (1972-1984). Rafa comincia adesso la settimana consecutiva numero 735 da “top ten”, è fra i primi 10 della classifica mondiale dal 25 aprile 2005.

Quella moltitudine di tic e manie

Fra le statistiche dobbiamo annoverare anche i tic di Nadal, che continuano ad aumentare. Dopo le tre bottigliette d’acqua che allinea a ogni cambio campo accanto alla sedia, mettendole una vicina all’altra, in diagonale, con le scritte in ordine, rivolte verso il net. Dopo la pulizia di un metro e mezzo di riga di battuta con la suola della scarpa, dopo i doppi, mini-toccamenti, del naso, dell’orecchio, della spalla, della maglietta, dopo il tiraggio della punta del pantaloncino (o degli slip?) è arrivato un nuovo tic: ora, quando serve, ha preso a guardare fisso, una, due, anche tre volte, in parallelo, accanto a sè, come se scrutasse qualcuno fra il pubblico. Non è un fotografo. E lo fa da tutt’e due i lati del campo, ogni volta che batte. Fateci caso.

Articolo aggiornato alle ore 11,00 del 23 maggio 2019.

La Juventus e Pep Guardiola avrebbero raggiunto un accordo che impegnerebbe l’allenatore con i bianconeri per quattro anni con un compenso di 24 milioni di euro a stagione. Secondo quanto apprende l’AGI, la firma è prevista per il 4 giugno. Venerdì 14 poi la presentazione ufficiale, giorno in cui, casualità, i tour per visitare l’Allianz Stadium con il relativo Juventus Museum sono stati improvvisamente e misteriosamente sospesi.     

I colpi a sorpresa stanno ormai diventando un marchio di fabbrica della gestione Agnelli/Paratici, basti pensare all’arrivo di Cristiano Ronaldo la scorsa estate, tant’è che le quotazioni delle agenzie di scommesse sul prossimo tecnico della Juve riguardo mister Guardiola sono precipitate. Di ufficiale ancora non c’è nulla, e su Internet i tifosi continuano a discutere su chi siederà sulla panchina della Juve. Lo stesso Guardiola proclama che si trova benissimo con il Manchester City e che vuol restare nel club col quale ha vinto la Premier League. 

Già ieri il nome dell’allenatore spagnolo aveva acceso l’entusiasmo dei tifosi dopo una stories pubblicata da Miralem Pjanic sul suo profilo Instagram. Il centrocampista bosniaco, immortalando un paesaggio marino, aveva soffermato la camera su una scritta presente in un molo: Joseph. Proprio il nome di battesimo di Guardiola. 

 

La Juventus ha sospeso nella giornata di venerdì 14 giugno i tour dedicati alla visita dell’Allianz Stadium con il relativo passaggio all’interno dello Juventus Museum. Uno stop repentino volto probabilmente alla presentazione del nuovo allenatore. 

Anche per la SNAI, nelle ultime ore, Guardiola è il favorito a sedersi sulla panchina bianconera tanto che le quote nelle ultime sono state addirittura sospese. Secondo il sito di scommesse il suo nome supera quelli di Sarri, Pochettino e Inzaghi.

Anche chi lo conosce bene, come Pablo Zabaleta, si è ormai rassegnato alla partenza di Guardiola. Rispondendo ad alcune domande di BelN Sport, il terzino argentino dei citizens ha rivelato la voglia di cambiamento del mister: “Non è un tecnico che desidera restare a lungo nella stessa squadra. È passionale e ha bisogno, ogni 3-4 anni, di nuove sfide. Non so se rimarrà ma sarà sicuramente difficile sostituirlo”. I tre anni di Guardiola a Manchester si sono chiusi con la vittoria della Premier e l’uscita ai quarti dalla Champions League. È tempo ora di una nuova avventura e la squadra di Torino rappresenta la scommessa più grande. 

La Formula 1 ha perso uno dei campioni più grandi della sua storia: Niki Lauda è morto lunedì in una clinica svizzera. Aveva 70 anni. “Con profondo dolore annunciamo che il nostro amato Niki è morto pacificamente circondato dalla sua famiglia lunedì 20 maggio 2019. I suoi successi unici come sportivo e imprenditore sono e rimarranno indimenticabili”, hanno comunicato i familiari in una nota inviata agli organi di stampa.

Nell’estate del 2018 Niki Lauda aveva dovuto sottoporsi ad un complicato trapianto di polmoni. A causa di problemi ai reni era stato trasferito in un centro di riabilitazione per una dialisi proprio alla vigilia dell’inatteso decesso.

Era nato a Vienna il 22 febbraio del 1949. E’ stato campione del mondo di Formula 1 nel 1975 e nel 1977 con la Ferrari e poi nel 1984 con la McLaren. Ha fondato e diretto due compagnie aeree, la Lauda Air e la Niki e dal 2012 era presidente esecutivo della scuderia tedesca Marcedes Amg F1. Era soprannominato “il computer” per la sua meticolosità e la sua capacità di individuare anche il più piccolo difetto della vettura che guidava.

Di lui molti ricordano il drammatico incidente sul circuito del Nurburgring nell’agosto del 1976 che gli lasciò il volto sfigurato. Ma poco dopo è tornato in pista sottolineando come la l’auto si “guida con il sedere” e non con la faccia. È considerato tra i migliori piloti di sempre. Nel corso della sua carriera ha disputato 171 Gran Premi vincendone 25 e segnando 24 pole position e altrettanti giri veloci. 

L’esordio e la carriera

Il padre di Niki Lauda, Hans Lauda, ricco uomo d’affari, non ha mai sostenuto la passione del figlio. Così, nel 1968, il rampollo dell’alta società austriaca abbandonò gli studi universitari prendendo in prestito del denaro per finanziare la sua carriera. Partecipò al campionato di Formula Vee e successivamente passò alla Formula 3, ma la sua attività da professionista prese il via grazie a un altro prestito bancario, coperto da un’assicurazione sulla vita, che gli consentì di ottenere un posto presso il team March in Formula 2. I

l suo esordio in gara avvenne il 15 agosto 1971, quando debuttò nel Gran Premio d’Austria a Zeltweg, ritirandosi quasi a metà. La coppia Niki Lauda e Ronnie Peterson non conseguì buoni risultati nel campionato di F1, ma Lauda dimostrò il suo talento come pilota regolare in F2. Dopo aver ottenuto un altro prestito, l’austriaco decise di spostarsi presso la BRM in F1, dove fece coppia con Clay Regazzoni per la stagione 1973. Tornato alla Ferrari, Regazzoni mise una buona parola su Niki Lauda con Enzo Ferrari, che decise di convocare l’austriaco a Maranello.

Durante la stagione 1974, Niki Lauda esordì in Argebtuba con un secondo posto in sella alla Ferrari 312 T, e vinse il suo primo gran premio a Jarama, in Spagna. Dopo aver vinto anche in Olanda, ebbe l’opportunità di competere per il titolo mondiale con Regazzoni, Emerson Fittipaldi (McLaren) e Jody Scheckter (Tyrrell). 

L’incidente del 1 agosto 1976

Il ricordo del rogo in cui ha rischiato la vita lo ha portato indelebile sul viso. Era il primo agosto del 1976 quando la sua Ferrari prese fuoco e lui si salvò solo per l’intervento di alcuni colleghi (Guy Edwards, Brett Lunger, Herald Ertl e Arturo Merzario) che scesero dalle loro auto interrompendo la gara per soccorrerlo. Niki Lauda tornò stoicamente in sella solo 42 giorni dopo il terribile schianto. Nel 1979 annunciò il ritiro dalle gare ma tornò in pista nel 1981 con la scuderia McLaren e riuscì a laurearsi campione del mondo per la terza volta nel 1984. L’anno successivo fu l’ultimo nel mondo della Formula 1.

Il rivale di sempre, James Hunt 

Un’agguerrita rivalità ma anche una leale amicizia passata alla storia quella tra il pilota inglese James Hunt e Niki Lauda tanto che il regista Ron Howard ha deciso di celebrarla in un film ‘Rush’ uscito nel 2013. Lauda e Hunt “sono due persone diverse ma accomunate dalla folle corsa per raggiungere il livello più alto possibile”, osservò Howard presentando la pellicola sui due campioni, l’istintivo playboy Hunt e il suo metodico avversario Lauda. Hunt è morto il 15 giugno del 1993.

Rafael Nadal ha bissato il successo dello scorso anno e per la nona volta è il re di Roma. Lo spagnolo, numero due del mondo e del seeding, ha vinto la finale di questa 76 edizione degli Internazionali d’Italia, battendo il numero 1 del mondo Novak Djokovic in tre set.

“Rafa era troppo forte oggi” ha detto Djokovic durante la premiazione rivolgendosi al pubblico in italiano “la stanchezza dei match precedenti con Del Potro e Schwartzman non c’entra”. Nadal, anche lui in italiano ha ringraziato Roma e l’organizzazione del torneo e ha rivolto il suo in bocca al lupo all’avversario per Parigi. Si è detto emozionato per il suo nuovo titolo italiano, il nono a 14 anni dalla prima vittoria, nel 2005.

In questo torneo Nadal ha avuto bisogno del terzo set solo in finale, perdendo in totale, dal primo turno soltanto 20 games in tutto. Quella con Djokovic era la 54esima sfida, ora i due sono 28 a 26 per il serbo ma sulla terra rossa lo spagnolo è avanti per 17 a 7. I due, prima del match romano avevano vinto 33 titoli a testa nei Master 1000. Adesso Nadal è arrivato a 34.
Sp4/Car

Nel grande business del calcio italiano, la serie C è sempre stata un po’ la Cenerentola dei campionati a squadre. Forse anche più della serie D. Una “terra di mezzo”, se non proprio di nessuno. In cui la “lunga crisi economica della Penisola ha ridotto le aziende disposte a sostenere team calcistici (e non solo) e con la fine del mecenatismo e la contrazione dei contributi di solidarietà dall’alto si è assottigliato il nucleo di squadre con alle spalle proprietà solide”.

E questo è stato anche un terreno fertile per favorire una condizione di irregolarità permanente, che ha permesso l’infiltrazione di speculatori o anche di associazioni criminali vere e proprie. Anche in epoca non recente. Però “dal 2012 al 2017 – si legge in un articolo dell’edizione da edicola de Il Sole 24 Ore del 12 maggio dal titolo ‘Nella nuova serie C, più giovani e bilanci sani per non sparire’ – i club di serie C hanno bruciato complessivamente 300 milioni, con perdite medie di 60 milioni, e accumulato 150 milioni di debiti”.

Un’eredità pesante

“Deriva ineluttabile se si hanno in media 2,7 milioni di entrate e 4,2 milioni di uscite. Il costo del lavoro nel 2017 assorbiva più dell’80% del fatturato. Attualmente quasi 7 giocatori su 10 sono retribuiti al minino federale di 30 mila euro lordi all’anno”.

C come “calcio dei campanili”, “dei Comuni” nell’era dello sport dagli affari globali, tanto che verrebbe persino da chiedersi se ha ancora un senso tutto ciò. O se non fosse che talvolta da quel girone si possa estrarre ancora qualche piede buono per i goal e dei cervelli funzionanti per la regia di gioco in campo.

“Pulcini d’allevamento”, si diceva un tempo. Però la fotografia di questo settore e lo stato dell’arte è tutt’altro che edificante anche se l’attuale dirigenza della Lega Pro sta cercando di correre ai ripari e rilanciare la serie in uno stile più consono.

Però ancora la scorsa estate, racconta al Sole Francesco Ghirelli, attuale presidente di Lega Pro, “ci ha lasciato un eredità pesante”. Che si sostanzia in un quadro di 10 squadre che avevano presentato fidejussioni “irregolari” pur di riuscire a iscriversi, altre che sono rimaste appese in attesa di poterlo fare “a causa della lentezza e le indecisioni della giustizia sportiva”.

A questo quadro, va ad aggiungersi il fatto gravoso che dall’anno Duemila “sono oltre 150 le società che sono fallite o che non si sono iscritte al campionato”. Una vera e propria ecatombe che ha finito con il ridurre il numero dei club alla base della piramide del professionismo da 90 a 60”, ma forse anche molti di meno. Sconquasso su cui si è poi inserita la crisi economica, come già detto, che ha ridotto il bacino di quelle società disposte a sostenere economicamente una squadra e le sue necessità.

“Criticità che si sono aggiunte alle normali problematiche che possono presentarsi nel corso di una stagione” spiega Ghirelli, che aggiunge anche: “Ma degli oltre 130 punti di penalizzazione dovuti a inadempienze retributive e contributive, più dell’80% sono ascrivibili a quelle stesse realtà che sono state ammesse dopo innumerevoli ricorsi e derogando alle regole ordinarie. Sarebbe bastato applicare queste ultime per evitare alla categoria un danno di immagine e di reputazione enorme”.

La possibile ripresa

Ora però si punta al rilancio dopo un po’ di pulizia interna. “Le risorse potrebbero derivare dalla defiscalizzazione degli oneri retributivi – spiega Il quotidiano di Confindustria – con il passaggio al semi-professionismo, già inserito nel programma del Presidente della Figc Gabriele Gravina”.

Obiettivo? Dimezzare, ad esempio, il costo del lavoro per i club: “È cruciale per poter svolgere la nostra missione – sottolinea il presidente della Lega Pro –. Altrimenti possono anche dirmi che questo non serve al Paese e allora non ho problemi a ridurre i club a 30”.

Intanto, è stata varata una disciplina contabile più severa. Ad esempio le iscrizioni alla prossima stagione dovranno essere completate inderogabilmente entro il 24 giugno.

In caso di mancato pagamento degli emolumenti, ritenute Irpef e contributi Inps per due bimestri, anche non consecutivi, scatterà l’esclusione dal campionato, sottolinea il giornale color salmone. E viene per esempio anche istituita una black-list per evitare l’acquisto dei club da parte di soggetti “indesiderabili”.

Toccherà alla Figc dare il là al riconoscimento del titolo sportivo a patto che gli acquirenti “abbiano ricoperto negli ultimi 5 anni il ruolo di socio o di amministratore oppure di dirigente in società destinatarie di provvedimenti di esclusione dal campionato o di revoca dell’affiliazione” spiega il Sole.

Sarà richiesta una capacità finanziaria ed economica tale da far fronte, in misura proporzionale alla partecipazione acquisita, alle attività di impresa derivanti dal fatturato medio delle ultime 3 stagioni sportive e una fidejussione bancaria a garanzia dei debiti sportivi scaduti per la stagione in corso.

Conclude Ghirelli: “Occorre elevare la cultura calcistica e imprenditoriale per bandire faccendieri e millantatori. La credibilità è il fattore decisivo. Quest’anno ci sono 5 promozioni in B e 5 retrocessioni, rispetto a 4 promozioni e 9 retrocessioni. Abbiamo però stabilito lo scorso aprile che in presenza di rinunce di società all’iscrizione per il campionato 2019/20 o in caso di esclusioni o fallimenti vadano riammessi prioritariamente i club virtuosi di Lega Pro”. Misure di trasparenza.

Il bilancio stagionale è infatti tragico e lo traccia un articolo a fianco, dal titolo “Tornei falcidiati dalle penalità (118) e due squadre radiate”: Matera, squadra della città Capitale Europea della cultura, e Pro Piacenza, “passata alla storia per lo 0-20 con cui ha chiuso la propria avventura nel calcio professionistico contro il Cuneo con 7 ragazzini e un massaggiatore (finché ha potuto) in campo”.

Il Cuneo, per altro, è la seconda società di Lega Pro (tra quelle ancora attive) “ad aver perso più punti a causa di inadempienze” (- 21 punti) e affronterà il play-out con la Lucchese (a sua volta penalizzata di 23 punti). E ll Cuneo ha dovuto persino “rinunciare anche agli incassi del botteghino per le partite contro Albissola e Pro Patria, sequestrati dall’ufficiale giudiziario per via dei pignoramenti”.

La Lucchese, invece, dopo l’iscrizione in extremis, “rischia il terzo default in 11 anni”. Tanto per tracciare un quadro sullo stato dell’arte dello sport. In serie C.