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È festa allo stadio Ciro Vigorito sotto la luna piena, quella delle streghe che sono icona ancestrale di Benevento. Basta un gol ai campani per battere il Carpi nel ritorno del play off di serie B e volare in A per la prima volta nella loro storia. Un risultato ancora più memorabile per la squadra di Baroni, che aveva già battuto Spezia e Perugia nei turni precedenti, se si considera che è la seconda promozione consecutiva, dopo quella dalla Lega Pro alla Serie B. Non era infatti mai avvenuto che una squadra all'esordio assoluto in B venisse promossa in A. Non accadeva invece da dieci anni che una neopromossa salisse in A, ovvero dalla promozione simultanea di Napoli e Genoa nella stagione 2006-2007.

A segnare la rete che vale la massima divisione, dopo lo 0-0 dell'andata, è il ventunenne George Puscas, nazionale rumeno in prestito dall'Inter. E sicuramente nei prossimi giorni saranno in molti a giocare sull'assonanza con Ferenc Puskas, il leggendario cannoniere della grande Ungheria. È lui il primo a impensierire Belec, con un pericoloso destro al 4'. Nella prima intensa fase di gioco, il Carpi va due volte vicino al vantaggio con Mbakogu ma è Puscas al 32' a firmare il primo e ultimo gol della partita, dopo che Lucioni aveva costretto un ottimo Belec a un altro intervento. 

Alla ripresa il Benevento va vicino al raddoppio al 50' con un tiro dalla lunga distanza di Viola, che finisce sul palo. La partita si innervosisce e Fabrizio Pasqua è costretto ad alzare numerosi cartellini gialli. Ma la squadra di Baroni si chiude e difende il vantaggio fino alla festa finale, con l'inevitabile invasione di campo.

La tennista che visse due volte, Timea Bacsinszky, è in semifinale al Roland Garros per raccontare l’ennesima storia di un padre-padrone delle racchette, Igor, ungherese di origini ebree trapiantato in Svizzera. Che ha imposto alla figlia una vita da professionista sin dai 5 anni negandole fanciullezza ed adolescenza e, insieme, la gioia del talento e della partita. Di più: della vita. Tanto che lei è rinata solo quando i genitori hanno divorziato, lapidaria: “Ha proprio rubato la mia infanzia, è stato un incubo, non posso chiamarlo papà, non riesco a considerarlo un padre”.

'Volevo il meglio, per te'

Eppure non parliamo di un papà arcigno, violento, cattivo, parliamo di un papà meno abile: “Volevo il meglio, per te. Ti ho urlato come faceva, in allenamento, la mamma della Hingis. Ho cercato di indirizzarti quando volevi essere un’atleta importante ma volevi anche far tardi la sera con gli amici”, ha piagnucolato in una lettera aperta al giornale Blick nella quale accusa soprattutto la madre, e si giustifica, si giustifica, si giustifica. Afflitto e infelice.

Perché il limite fra dedizione e costrizione è flebile, come dice la storia del tennis che non ha mai avuto, e diciamo mai, un campione figlio di un altro campione, proprio perché chi vince tanto ha troppo sofferto all’inizio, in famiglia, per proporre la stessa esperienza a un figlio.

'Non giocavo per me. Mamma e papà così non litigavano'

Infatti Timea, dopo la “cura” di papà, non ha più risposto ai suoi messaggi, lo saluta a malapena alle feste di famiglia, non ha accettato la sua richiesta di perdono e quella formuletta, “affetto paterno”, che dovrebbe spiegare tutto. Troppo forte è ancora il ricordo della sofferenza dei primi successi, il doppio urrà, 2002 e 2003 al “Le Petits As” di Tarbes, terreno di conquista di tanti futuri campioni, le semifinali Slam negli Slam juniores, il terzo turno al torneo del Wta di Zurigo, cedendo solo a Sharapova, ad appena 15 anni.

Felice? Macché: “Non giocavo per me, giocavo perché così mamma e papà non litigassero. Il talento è stata la mia condanna”. Sarebbe stato meglio se papà le avesse concesso di passare le giornate giocando con gli adorati Pokemon? Sarebbe stato meglio aspettare piuttosto che bruciare i tempi, anche se dominava le coetanee? Un genitore sa quant’è delicata l’equilibrio.

L'abbandono dello sporto, lo stage in albergo

Di certo, Timea, troppo sotto pressione, costretta a giocare a tennis, incapace di gestire il rapporto coi media, oppressa dalla situazione familiare, nel 2011 è uscita di scena per dieci mesi, per un misterioso infortunio al piede. E, quand’è guarita, ha abbandonato l’idea dello sport, s’è iscritta a uno stage presso un albergo e, a Villars-sur-Ollon, allo Chalet RoyAlp Hotel & Spa, ha fatto la barista, come una ragazza qualsiasi, non certo come una stella ricca e famosa del tennis.

Finché il destino, nel 2013, non ha deciso di restituirle qualcosa sotto forma di un invito alle qualificazioni del Roland Garros. Dov’ha perso d’acchito, contro Sharon Fichman, ma ci ha visto un segnale, un monito, un richiamo della foresta. Che, pian pianino è diventato finalmente voglia di esserci, di allenarsi, di giocare e vincere. E si è trasformato nella scalata alla classifica, con le semifinali proprio al Roland Garros 2015, col numero 9 del mondo dell’anno scorso, con la nuova semifinale di questi giorni, da 31 del mondo, con tanti nuovi pensieri positivi, accompagnati da coach Dimitri Zavialoff (già prima guida di Stan Wawrinka) e dal tatuaggio-chiave, in italiano (“C’è sempre il cielo azzurro dietro le nuvole”). 

Curioso, giovedì 8, lei e la grande sorpresa di Parigi, Jelena Ostapenko, festeggiano entrambe il compleanno proprio il giorno della semifinale del Roland Garros. Con la differenza che la ragazza di Riga compie 20 anni e Timea ne fa 28: ”Alla fine è solo una partita di tennis, devi avvertire il privilegio di giocarla, devi sapere che hai lavorato una vita per esserci, devi ricordarti che tanti non ce l’hanno fatta, solo perché non hanno avuto fortuna, perché ci sono tanti fattori che influenzano una carriera. Ma, soprattutto, devi goderti il momento. Figurati io, con tutto quello che ho passato. Ora credo in me stessa, lo faccio per me e sono felice del mio lavoro”. Bentornata.

Il 3 giugno le linee di tiro del Game Fair Italia, il più importante festival italiano dedicato alle attività outdoor, hanno ospitato la prima edizione del Trofeo Neofitav, che ha registrato una grande partecipazione in ciascuna delle tre categorie in gara (senior, junior e lady) con la presenza di circa 100 tiratori in gara e un ottimo successo di pubblico.

L’iniziativa, organizzata da CNCN, ANPAM e FITAV, è stata dedicata ai neofiti, ovvero a coloro che, non avendo mai praticato il tiro a volo, si sono cimentati negli scorsi mesi per la prima volta in pedana grazie al Progetto Neofitav, che ha offerto a tutti loro una prova gratuita.

Nella categoria senior si è imposto Emiliano Malesci, che ha condotto una gara perfetta, oltre ogni aspettativa, come testimoniato dalla finale, alquanto combattuta, e dall’entusiasmante shoot-off che ha visto salire sul secondo gradino del podio Stefano Brunetti. Il terzo gradino del podio è poi andato ad Antonio Iorfino.

Tra le ladies la migliore in pedana è stata Giorgia Favale che, nel corso di una finale sempre in bilico, è riuscita a sbriciolare un piattello in più rispetto alla sua avversaria Laura D’Intino, che ha quindi chiuso al secondo posto. Terza classificata Antonella Caferra, alla prima esperienza in assoluto su una pedana di tiro a volo.

Nella classifica junior, infine, il primo posto è stato occupato da Marco Bellano, seguito da Lorenzo Pepi, che a soli 14 anni ha condotto una splendida gara concludendo la fase di qualifica con un ottimo 9/10 e cedendo, dopo una finale pressoché perfetta, al suo avversario solo al 22esimo piattello. Il terzo posto è andato a Marco Bazzani, fermatosi al primo tentativo dello shoot-off che ha deciso il podio.

Nel corso della cerimonia di premiazione, i vincitori, premiati dagli organizzatori e da alcuni rappresentanti delle aziende aderenti ad ANPAM/CNCN, hanno ricevuto anche un kit con l’attrezzatura tecnica firmata dalle aziende partner del Progetto Neofitav.

“CNCN ha voluto fortemente portare al Game Fair Italia di Grosseto il primo Trofeo Neofitav proprio sull’onda del grande successo che il Progetto dedicato ai neofiti ha avuto sin dal suo lancio avvenuto nel 2016” – ha dichiarato Nicola Perrotti, Presidente di CNCN – “Un ringraziamento particolare va quindi a Luciano Innocenti, consigliere nazionale del settore giovanile FITAV, e a Mario Nencioni, delegato regionale FITAV per la Toscana, che, grazie alla loro esperienza pluriennale, hanno affiancato Pietro Pietrafesa, coordinatore del progetto Neofitav, e Nicolò Fabbriziani sia nella fase organizzativa che durante le fasi operative del Trofeo”.

“E’ nostra intenzione, insieme agli altri partner dell’iniziativa, replicare il successo di questa prima edizione, prevedendo in futuro ulteriori gare sul territorio per avvicinare sempre più i neofiti, ed in particolare i giovani, a questo meraviglioso sport che unisce competizione e passione per l’aria aperta” ha concluso Perrotti. 

Lo hanno schiantato. Di fatica. Al termine di una partita assolutamente fantastica. I Golden State Warriors sono 2-0 nella finale Nba contro i Cleveland Cavs, e hanno trovato l’unico modo per fermare il più grande, LeBron James, al massimo della sua capacità tecnica e mentale. In gara-2, alla fine del terzo quarto, mentre il tabellone mostra l’incredibile punteggio di 102-88 (finirà 132-113 per Golden State), LeBron si abbandona in panchina respirando quasi con difficoltà.

Dopo una gara-1 certamente importante e coraggiosa (28 punti, 15 rimbalzi), ma macchiata da 8 palle perse e da una lettura non perfetta della gara, James sta giocando meravigliosamente. Dal primo minuto ha attaccato il canestro in uno contro uno dritto per dritto, una forza della natura.

E’ già a 27 punti segnati, 10 rimbalzi, 14 assist dopo tre quarti. Ma il ritmo imposto dai Warriors alla partita è insostenibile, velocissimi e intensi su ogni singolo pallone: se l’unica speranza per Cleveland di competere è, ovviamente, tener in campo James almeno 40 minuti su 48, il gioco senza respiro di Golden State mina questa possibilità. E, nell’ultimo quarto, anche LeBron non è più un fattore decisivo mentre Kevin Durant, finora indiscusso mvp della finale (35.5 punti di media in due partite, più 11 rimbalzi, col 50% da tre punti) martella senza pietà, in attacco e in difesa, formando con Steph Curry (30 di media in due gare con 10 assist) una coppia pronta già ad entrare nella storia della pallacanestro. Riuscirà Golden State a mantenere la stessa velocità, la stessa intensità, a tagliare il fiato a LeBron anche in trasferta? Se sì, il titolo è assegnato altrimenti tutto è ancora possibile.

Le finali Nba sono bellissime, anche se dominate finora dai Warriors. E come sempre trovano eroi inattesi. E’ la mamma di Durant che scende in campo contro chi ha accusato il figlio di aver “tradito” Oklahoma City la scorsa estate scegliendo i Warriors. E’ c’è il ritorno di Steve Kerr in panchina, in gara-2, dopo un’operazione alla schiena che lo ha costretto a lasciar la squadra nelle mani dell’assistente Mike Brown per tutti i playoff. Un assistente imbattuto e che prende ancora milioni di dollari dagli… avversari di Cleveland che lo hanno licenziato nel 2014. Poi c’è Durant che incenerisce la popstar Rihanna, grande tifosa di LeBron, che in gara-1 avrebbe urlato “brick” (cioè mattone) su un tiro libero dell’ala dei Warriors (video che ha fatto impazzire i social network più della partita). Ma la storia più divertente l’ha raccontata proprio Brown che ha allenato LeBron James a Cleveland: il giocatore più forte del mondo, prima della partita, in spogliatoio, ama… ballare.

E se ai tempi gli sembrava una cosa folle, è nulla rispetto a quello che ha trovato ai Golden State: allenamenti con musica a palla, risate, confusione. Sono passati 50 anni esatti dalla Summer of Love, quando la Baia di San Francisco, la casa dei Warriors, venne invasa da migliaia di hippies inneggianti alla pace e all’amore e la squadra sembra l’erede di quell’atmosfera, di un modo diverso, apparentemente più leggero e anti sistema di giocare a pallacanestro. Ma ora si va a Cleveland, nella Rusty belt delle fabbriche ormai dismesse del Midwest. Un’altra musica. 

Intanto, lui si diverte. Intanto, fa il padre, il marito, il testimonial, il modello, l’ospite, il mecenate. Intanto che il tennis dei muscoli prosegue nel suo monotono su e giù di pistoni, senza regalare emozioni travolgenti, lui, Roger Federer, si svaga, centellinando energie psico-fisiche fondamentali per le prossime puntate della sua epopea. Che, dopo gli inattesi – anche per lui – trionfi sul cemento ad Australian Open, Indian Wells e Miami, il 2 aprile, riprenderà sull’erba al torneo di Stoccarda del 12 giugno, sulla via di Wimbledon, dove punta all’ottavo urrà ai Championships (per staccare i co-primatisti William Renshaw e Pete Sampras) e al diciannovesimo successo nei Majors.

Per poi, chissà, chiudere sul Centre Court la già leggendaria carriera senza tentare ulteriormente la sorte sul cemento degli Us Open, dove si sente ancor più sicuro che sull’erba. Perché sul verde i picchiatori che possono diventare gli eroi di una giornata sola sono ancor di più rispetto al più regolare cemento e l’incognita pioggia può danneggiare la sua adoratissima, tranquillissima routine.

Perché mai Federer, con questa penuria di antagonisti validi al vertice e almeno due degli altri Fab Four – Djokovovic e Murray -, non al meglio, ha saltato la stagione sulla terra rossa? Per proteggere la schiena (non il ginocchio operato che non gli ha dato più fastidi) e il piacere di giocare a tennis, che poi è anche la fantasia, la creatività, che infonde ancora adesso nel gioco, a 35 anni e 10 mesi, dopo quindici stagioni da pro, piene di partite, di impegni e di pressioni. Sulla terra, dal suo punto di vista, ci sono più incognite nei movimenti, e c’è sicuramente Rafa Nadal, il rivale storico, il più grande campione della terra di sempre, che ha battuto quest’anno tre volte su tre – come mai prima – riacquistando una fiducia smisurata. Perché rimettere tutto in discussione? Perché reinserire cattivi pensieri nella testa quando può vivere in vacanza guardando crescere la doppia coppia di gemelli che divide con la sua Mirka?

Ecco quindi la strategia della longevità decisa a tavolino, non da Federer, ma dai Federer insieme, cioè, gentile signora compresa, che è stata a sua volta una tennista (da slovacca) e si è arresa ai problemi fisici, e quindi sa benissimo quanto sia magica e flebile la felicità di un atleta. Ancor di più se sposato, con qualche primavera sulle spalle e con famiglia a corredo in giro per il mondo. Meglio una comparsata al matrimonio di Pippa Middleton o al Metropolitan Museum, all’esibizione per Salvare l’Africa o… guardatevi il divertente filmato su You-tube che vi mostra le 10 cose che fa il Magnifico nel tempo libero: sale in bici sulle sue montagne svizzere, gioca a tennis-tavolo mentre si lava i denti, cucina, va in gommone sulle acque agitate dei fiumi, calcia il pallone colpendo gli oggetti di casa, taglia l’erba della nuova villa da Mille e una notte (presso Wollerau, sulle rive del lago di Zurigo, tutta a vetri, costo 10 milioni di euro), palleggia – benissimo – col pallone da calcio, va a passeggio con la famiglia, allena il pappagallo. Aggiungetevi il karaoke insieme a Tommy Haas e Dimitrov, ed avrete il nuovo Federer: più rilassato e sorridente, e più fluido (e vincente) anche sul campo da tennis. Quello che speriamo di ritrovare il 12 giugno, per il bene dello sport e di noi tutti.

Vincenzo Martucci

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Il leone ha perso la corona di numero 1, l’aurea di invincibile, l’artiglio luccicante, la criniera ma, soprattutto, ha smarrito la sicurezza. E, quindi, non fa più paura alla foresta. Il leone del tennis, “il cannibale” Novak Djokovic, s’è esaurito tutto ad un tratto quando gli applauditori di professione gli disegnavano trionfi e record in un futuro da indimenticabile campione dei campioni. 

Djokovic, l'extraterreste che si scopre umano

Succede. Gli umani si sorprendono moltissimo, ma succede, soprattutto ai forti. Che fondano le loro incrollabili, marmoree, certezze sulla routine, sul costringersi minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, a svolgere azioni che gli altri non farebbero. Così, stringendo i denti, accettando di bruciare la vita a velocità doppia, districandosi fra i ruoli di miglior tennista, miglior atleta, miglior patriota, miglior marito, miglior esempio, miglior tutto, al termine dell’ultimo tunnel, dopo aver corso così tanto in apnea, il fenomeno di Serbia s’è ritrovato pago del successo al Roland Garros 2016, l’ultimo Slam che mancava alla collezione.

'Svuotato' dentro senza sapere perché

Felicemente pago, e terribilmente stanco, ma soprattutto, serenamente in pace con se stesso, forse per la prima volta da quando ha cominciato a correre dietro alla palla gialla, partendo dai monti sopra Belgrado, dove i genitori gestivano una pizzeria, per scappare dalle bombe della Nato fin alla scuola di Monaco di Baviera di Niki Pilic, e poi ancora e ancora, inseguendo la perfezione del fisico e della mente e anche della nutrizione come altri computer del suo sport hanno fatto con dedizione assoluta, totale. Da Bjorn Borg a Ivan Lendl, per ritrovarsi ugualmente spenti, svuotati, d un giorno all’altro, senza un perché vero, e senza soluzione di continuità.

Dal 'guru' Pepe al punk André

Novak però ha insistito, insiste, ha abbandonato gli amici di nove anni d’avventure e di successi che si sarebbero buttati nel fuoco per lui, ha chiesto aiuto prima ad un guru, l’ex giocatore di tennis Pepe Imaz, ricavandone sorrisetti ironici di amici e nemici e zero vantaggi reali, e poi s’è rivolto al campione di tutte le rimonte su se stesso, Andre Agassi, che non aveva mai avuto davvero la dignità di atleta, che s’era espresso solo di talento naturale, che era scaduto dal numero 1 al 141 del mondo, che era risalito grazie a una coppia di maniaci dell’allenamento, fisico e mentale.

Così, ora, anche se non è affatto guarito, anche se i colpi e le gambe e i pensieri gli parlano un attimo dopo, svilendo il famoso anticipo, anche se stenta col folletto Schwarzman – che doma solo perché l’argentino finisce la benzina -, si esprime coi pensierini da Baci Perugina. “In genere, quando vengo fuori da partite così, poi arrivo fino la fine. A volte hai bisogno di essere messo in discussione per superare alcune cose, che non si vedono se stai vincendo comodamente. Sto cercando di godermi ogni possibile momento che Andre mi concede, anche quando non è presente c’è comunque nella mia vita e nella mia carriera. Spero di creare qualcosa che sia a lungo termine”. 

Novak il naufrago

Djokovic, è un naufrago che tende la mano per essere salvato, altro che l’uomo forte di esattamente dodici mesi fa, sulla stessa mitica terra rossa di Parigi. Le cose cambiano: allora Rafa Nadal rinunciava al terzo turno contro Granollers, ora vola verso un decimo trionfo nella sua Parigi, e fa sentire molto bene il ruggito del leone che è tornato.

 

Vicenzo Martucci
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"Non e' roba da tutti i giorni un podio tre volte azzurro, ma oggi il Motomondiale ci regala il MotoGP, Moto2 e Moto3. Un fantastico Andrea Dovizioso, poi Mattia Pasini e Andrea Migno portano l'Italia ai massimi livelli in una giornata di sport bella e importante al circuito del Mugello. Grandi!". Così il ministro dello Sport Luca Lotti, sul suo profilo Facebook. Il ministro è stato il primo a complimentarsi con i centauri azzurri (bene oggi al Mugello anche Valentino Rossi, che in Moto Gp è arrivato quarto) che si sono imposti con una fantastico 'triplete' nelle categorie Moto Gp, Moto2 e Moto3.

Sulle imprese dei piloti italiani leggi il servizio della Gazzetta dello Sport e di TuttoSport (qui).

 

La prima settimana del Roland Garros non è stata memorabile, sia come tennis che come emozioni e sorprese. Ma, via Twitter, è trapelato un “cinguettio” che ha colpito anche i cuori più aridi e distratti, se non gli ha acceso almeno un sorriso. “Firmerò presto il primo contratto di sponsorizzazione tecnica. Non è una gran notizia durante #RG17 ma per una rifugiata politica come me è un grande affare. Sono felice!”.

Oleksandra “Sashka” Oliynikova forse non riuscirà davvero a coronare il sogno di diventare una tennista professionista e men che meno rispetterà la promessa che fece al primo maestro, July Daviduyk: “Diventerò numero 1 del mondo e vincerò Wimbledon”. La sua travagliata Ucraina pullula di sogni così, così come il mondo intero. Però davvero pochi sanno sfruttare il web come la ragazza dalla faccia pulita, nata a Kiev il 3 gennaio 2001, che si è fatta un nome da prima tennista con lo status di rifugiato politico.

La sua storia vuole che, per curarsi un difetto al muscolo del collo, s’è cimentata nella ginnastica ma già a cinque anni ha scoperto che inseguire una palla gialla era molto meno noioso e a dieci è fuggita dal paese insieme ai genitori perché papà Denis, con la sua piattaforma digitale di gadget, s’era messo nei guai creando T-shirt con scritte satiriche contro il presidente Victor Yanukovich.

A Porec, in Istria, hanno concesso ai membri della famiglia soltanto il passaporto di rifugiati, ma la Federtennis mondiale (Itf) ha dato il nulla osta perché la ragazza giocasse per la Croazia. Non la cittadinanza, perché Sashka è simpatica ed intraprendente, ma non è una fuoriclasse, così come i genitori non hanno mezzi di sostentamento sicuri e perciò si sono inventati un’attività culinaria, come un ristorante di sushi. Come finanziare il tennis di un’unger 18 ragazza? A questo ci pensano le generose donazioni, da un euro in sù, via web. Perché la ragazza è diventata una blogger che racconta le sue difficili avventure tennistiche fra tornei giovanili e Futures da 15mila dollari di premi, scalando comunque la classifica dal numero 900 Itf che aveva all’alba dell’anno scorso al 425 di oggi.

 Attraverso la pagina web, siamo entrati nel suo mondo, abbiamo sorriso del motto: “Se sono felice, gioco a tennis, se sono triste, gioco a tennis. se sono in salute vado a giocare a tennis. Se sono malata.. Ok, guardo e twitto tennis”. Dribblando a fatica una marea di pubblicità, abbiamo letto la sua esperienza in tutte le lingue possibili, ci siamo appassionati alla sfida per la sopravvivenza del sogno-tennis. Perché lei chiede soldi, sì, per il nuovo allenatore e i viaggi nei tornei, ma anche nuovi followers per il blog (Sashka is back”). Il messaggio è chiaro: “Poiché lei non ha ancora 18 anni, mamma Svitlana raccoglierà le donazioni, garantendo che il 100% dei fondi saranno utilizzati per coprire le spese tennistiche”. Intanto, papà ha rilanciato l’attività che aveva in Ucraina lanciando il brand Sashka, “regali e souvenir”, come T-shirt, tazze, eccetera. Il fine giustifica i mezzi. O no?

Vincenzo Martucci

www.sportsenators.it

Comunque vada a finire stasera, la finale di Cardiff tra Juventus e Real Madrid regalerà alla Champions League un risultato a suo modo storico, perché sia nel caso della vittoria della Juve, sia nel caso della duodecima dei Blancos porrà fine a una di due strisce negative di risultati: una è quella della Juventus, che ha perso le ultime quattro finali disputate (1997, 1998, 2003, 2015) e l’altra è la “maledizione” che dall’introduzione della moderna Champions League (1992-93) ha impedito ai campioni in carica di ripetersi. Dal 1993 a oggi la squadra detentrice ha raggiunto la finale quattro volte (il Milan nel 1995, l’Ajax nel 1996, la Juventus nel 1997 e il Manchester United nel 2009) uscendo sempre sconfitta: come nel caso della Juve, anche qui siamo di fronte a una striscia negativa di quattro sconfitte. Cardiff quindi potrebbe segnare la fine di un incubo sportivo per i tifosi della Juve o regalare al Real una doppietta consecutiva centrata per l’ultima volta dal Milan di Arrigo Sacchi nel biennio 1989-90, nella “vecchia” Coppa dei Campioni.

Le finali con la squadra campione in carica

Se allarghiamo lo sguardo a tutta la storia della Coppa dei Campioni vediamo come soprattutto nei primi anni della competizione trovare la squadra detentrice in finale fosse un evento piuttosto comune. Proprio il Real Madrid partecipò e vinse alle prime cinque finali della storia della Coppa: in qualità di detentrice si presentò quindi quattro volte fra 1956 e 1960, battendo nell’ordine Stade Reims, Fiorentina, Milan e ancora Stade Reims. In tutto, nelle 61 finali disputate fra “vecchia” Coppa dei Campioni e nuova Champions, sono state 19 quelle con in campo la squadra campione e quella di Millennium Stadium di Cardiff sarà la ventesima. In queste 19 partite, i detentori hanno vinto 13 volte, gli sfidanti 6, e ben 4 volte nelle ultime 4 sfide. In passato, per gli sfidanti era dura sconfiggere i campioni in carica: solo due squadre italiane avevano invertito il trend. Una fu il Milan nel 1963, l’altra fu la Juventus che sconfisse il Liverpool nella tragica finale dell’Heysel del 1985. 

Finali di Champions League con la squadra detentrice

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Escludendo quella in corso, nelle ultime dieci edizioni il Real Madrid ha giocato e vinto due finali e, nel complesso, ha vinto 75 delle 118 partite giocate, pari al 63%. La Juve invece ha perso l’unica finale a cui ha partecipato e ha vinto 30 delle 63 partite giocate (ovvero il 47%), segno che la ritrovata forza europea della squadra di Corso Galileo Ferraris è molto recente, frutto di un lungo percorso di ricostruzione che sta dando i suoi frutti in queste ultime stagioni.

Juventus e Real da Calciopoli a oggi

Quella della Juve non sarà un’impresa facile: il Real Madrid è una vera e propria specialista delle finali ed è la squadra che ha vinto più Champions League (11), di cui una anche contro i bianconeri (1997-98), ed è l’unica squadra in doppia cifra. Il Real è anche la squadra che ha partecipato a più finali (14), di cui solo 3 perse. L’ultima sconfitta risale al 1981 contro il Liverpool, con gli inglesi che in quell’occasione erano la squadra detentrice. Ben diverso il trend della Juventus, che ha disputato 8 finali, vincendone 2 e perdendone 6 (record negativo della competizione), di cui l’ultima nel 2015 a Berlino contro il Barcellona.

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Per i Blancos ‘ruolino’ impressionante

Anche il trend recente mostra un Real dominante. Il curriculum europeo della Juve da Calciopoli ad oggi parla di 7 edizioni disputate contro le 11 (su 11) del Real. Andando a vedere più nel dettaglio, in queste ultime 11 edizioni (dal 2006-07 al 2016-17, finale esclusa) la Juve ha giocato 63 partite contro le 118 del Real. Un gap dovuto in primo luogo all’assenza della Juve dai palcoscenici europei nel biennio post-Calciopoli e dal biennio dei settimi posti che portarono la Juve lontana dalla Champions fino alla ricostruzione pianificata dalla società guidata dal presidente Andrea Agnelli e dall’amministratore delegato Giuseppe Marotta. In secondo luogo, si nota dal grafico che segue, che in ogni edizione il Real ha sempre fatto meglio della Juve andando sempre più avanti nella competizione, eccezion fatta per l’edizione 2014-15 quando la Juve raggiunse la finale eliminando in semifinale proprio il Real Madrid campione in carica di Carlo Ancelotti.

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Escludendo quella in corso, nelle ultime dieci edizioni il Real Madrid ha giocato e vinto due finali e, nel complesso, ha vinto 75 delle 118 partite giocate, pari al 63%. La Juve invece ha perso l’unica finale a cui ha partecipato e ha vinto 30 delle 63 partite giocate (ovvero il 47%), segno che la ritrovata forza europea della squadra di Corso Galileo Ferraris è molto recente, frutto di un lungo percorso di ricostruzione che sta dando i suoi frutti in queste ultime stagioni.

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Juve e Real 2016-17: cosa tenere a mente

Se ci limitiamo alla stagione in corso le statistiche di Juventus e Real Madrid mostrano due cammini abbastanza simili anche se costruiti su caratteristiche e attitudini differenti. Entrambe hanno disputato 12 partite (6 del girone e 6 tra ottavi, quarti e semifinali): la Juve ne ha vinte 9 contro le 8 del Real, 3 pareggiate per entrambe mentre la Juve è attualmente imbattuta a fronte di 1 sconfitta dei Blancos, seppur ininfluente, avvenuta nel ritorno della semifinale con l’Atletico (2-1). Se guardiamo invece ai gol fatti e subiti, la differenza è evidente: la Juve ne ha segnati 21 in 12 partite (poco meno di due a partita) contro i 33 del Real, ma ne ha subiti 3 (di cui 1 soltanto dagli ottavi in poi e a risultato già ampiamente acquisito contro il Monaco) contro i 17 del Real (più di uno a partita).

Cosa rivelano i numeri

I numeri dicono che la Juventus ha disputato la sua miglior stagione europea degli ultimi dieci anni, superando anche l’edizione 2014-15 che la vide finalista col Barcellona: in quell’occasione, la prima Juve di Massimiliano Allegri superò a fatica i gironi per poi disputare dei grandi ottavi contro il Borussia Dortmund, faticare ai quarti col Monaco e poi realizzare l’impresa di Madrid, per un totale di 7 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte, da sommare alla terza, più importante e dolorosa, subita in finale. Alla fine di quella campagna europea la Juve chiuse con un bottino di 17 gol fatti e 10 subiti.

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Il Real campione d’Europa 2014 allenato da Carlo Ancelotti fu capace di segnare 41 gol in 13 partite, di cui ne vinse 11 con 1 pareggio e 1 sconfitta, con soli 10 reti al passivo: una cavalcata trionfale. Il Real campione 2016, partito sotto la gestione di Rafa Benitez poi esonerato e sostituito da Zinedine Zidane, ha numeri leggermente inferiori al netto del medesimo risultato finale: ha vinto due partite in meno e segnato meno (28 gol) ma ha anche subito meno reti (6 gol). Il Real 2016-17 ha finora un andamento in Champions di fatto speculare a quello dello scorso anno, se si eccettua una maggiore propensione al gol ma al tempo stesso anche una resa difensiva decisamente peggiore (11 gol incassati in più).

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La storia parla di un Real impressionante e capace di dare il meglio quando conta di più, mentre per la Juve le finali europee sono diventate una vera maledizione. Tuttavia la stagione in corso ci ha mostrato una Juve molto brillante in Champions, capace per la prima volta dal post-Calciopoli di vincere più partite del Real in Coppa (9 a 8), e granitica in difesa a fronte di un Real 2016-17 ben più “ballerino” nelle retrovie nelle serate di Coppa, visti i 17 gol incassati: l’anno scorso, al termine della cavalcata trionfale della squadra di Zinedine Zidane, erano stati soltanto 6 i gol subiti dalle merengues.

Ora tocca a Cardiff dirci se la Juve potrà concludere una stagione europea giocata a un livello molto alto, assolutamente in linea (anzi, leggermente meglio) con quello di una grande corazzata come il Real Madrid. La Juve metterà in campo una difesa molto solida contro un Real che dalla sua, oltre i campioni come Cristiano Ronaldo, ha un attacco più prolifico e una tradizione europea – recente e non – impressionante per capacità di rendimento nei momenti cruciali per definizione, ovvero le finali. La parola al campo.

Martina Navratilova, che ha fatto in tempo a giocarci contro, nel 1975, ha scritto una lettera aperta a Margaret Smith Court. I gay sono la sua battaglia di sempre e non può accettare l’accusa della mitica primatista di 24 titoli dello Slam (con 11 Australian Open, però, che molti all’epoca disertavano): “Il tennis è pieno di lesbiche L’omosessualità è un abominio agli occhi del Signore. Chi cambia sesso è influenzato dal diavolo”.

Martina ce l’ha con la famosa collega – una delle uniche tre della storia ad aver chiuso il Grande Slam, insieme a Connolly e Graf – perché già nel 1990 l’aveva accusata di dare un cattivo esempio. Da gay dichiarata, la Navratilova mette addirittura in dubbio che la Court abbia diritto ad avere un campo di tennis, comunque un luogo di raccolta di persone di tutti i generi, a suo nome. Il riferimento è al terzo campo più capiente (7500 posti) di Melbourne Park, dove si disputa il primo Slam dell’anno, che nel 2003 è stato intitolato alla Court. E, in scia, altri tennisti si sono schierati contro: dalle gay dichiarate Billie Jean King (rivale diretta ai tempi della Court) e Dellacqua (”Hai privato tuo figlio di un padre”, l’ha accusata pubblicamente la mitica tennista) all’altra australiana Stosur, dalla tedesca Petkovic ad Andy Murray.

Così come tanti altri erano indispettiti quando la campionessa di tennis australiana aveva criticato la Qantas perché sostiene i matrimoni fra persone dello stesso sesso, illegale in Australia, e minacciando di disertare la compagnia aerea. “Credo che il matrimonio sia un’unione fra un uomo e una donna, stabilito dalla Bibbia”.

Con quel viso segnato dalle rughe e quindi ancor più austero, la Court, che ha fondato il Victory Life Centre, chiesa cattolica a Perth, dove risiede, ed è Ministro Pentecostale Cristiano, sostiene semplicemente che l’omosessualità è “passione per la carne”, punta da sempre il dito contro le colleghe King e Navratilova: “Quando giocavo io c'era solo una coppia di lesbiche, ma hanno portato le giovani alle feste, le hanno coinvolte. E hanno dato un esempio, un punto di riferimento, una indicazione negativa di quello che sarebbe stata la loro vita”.

La campionessa australiana ha vinto 24 singolari dello Slam, uno più di Serena Williams, e 62 titoli nei Majors, sommando doppi e misti, record che difficilmente verrà battuto. Come del resto le sue posizioni anti-gay. A gennaio sapremo se qualche tennista davvero boicotterà la Margaret Court Arena perché non si sente rappresentato. Ma forse la chiosa ideale è quella del primo ministro australiano, Malcolm Turnbull, “Checché la gente pensi del punto di vista di Margaret Court sui gay, è stata una delle più grandi di sempre e la Margaret Court Arena celebra la tennista Margaret Court”.

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