Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Don Vincenzo ha fatto quel che ha potuto, da buon sacerdote, benedicendo il campo d’allenamento della Lazio Calcio, a Formello, come voleva il suo amico, il piissimo presidente, Claudio Lotito. Che ha voluto sottolineare: “A differenza di altri, la S.S. Lazio non ha bisogno di maghi ed esorcisti”.

Ma i suoi giocatori, pur di scendere in campo, farebbero di tutto e hanno più fede nelle medicine, anche in dosi da cavallo. E così, quando si è sparsa la voce che a Belgrado c’era una fisioterapista capace di accelerare i tempi di recupero dei famigerati infortuni muscolari, si sono presentati volentieri, in processione da Mirijana Kovacevic.

In questi casi, non si bada alle sconfitte, come quella di Diego Costa, che, dopo aver sposato il credo della maga serba, scese in campo in extremis nella finale di Champions League 2014 ma, dopo nove minuti appena, alzò bandiera bianca. Il calciatore, l’atleta, non va tanto per il sottile – che cos’è esattamente la placenta di cavallo? C’è un passaggio di sangue? -, tenta semplicemente anche l’ennesima strada, anche se fosse l’ultima, anche se fosse alla cieca, perché la salute è la prima cosa in generale e nello sport è tutto.

Confortato dalla sfilza – troppo lunga per lo staff medico di Lotito? – di compagni: da Sergej Milinkovic-Savic, a Dusan Basta, da Luis Alberto a Valon Berisha, da Bastos a Riza Durmisi, all’ex Filip Đordjevic, ora al Chievo Verona. Una lista affidabile, sulla scia aperta da Stankovic, Mascherano e Torres, che ha fatto tanti proseliti anche nella Premier League, dai giocatori del Liverpool, Benayoun e Glen Johnson, a Lampard e Van Persie.

Con primo sponsor l’allora allenatore dei Reds, Rafa Benitez: “La dottoressa ha una laurea in farmacologia ed è davvero brava con gli infortuni muscolari”.

Il segreto della dottoressa Kovacevic

Qual è il segreto della Kovacevic? Dal 2009 ha brevettato un gel ricavato dalla placenta di cavallo che, con l’aiuto di “flussi di energia elettrica”, di un rullo e di un massaggio, accelera vertiginosamente la rigenerazione del tessuto muscolare, riducendo le prognosi da tre settimane a pochi giorni.

Veso Matjas, il fenomenale talent scout della Lotto, fra calcio e tennis, conferma la serietà della dottoressa: “E’ persona credibile, molto riservata, che agisce da anni nel mondo dello sport”. E il mondo medico che dice? “La placenta di cavallo è una sostanza usata come cicatrizzante, velocizza la guarigione, ovviamente, di solito è usata sui cavalli, ma non essendoci una legge che lo vieta, se non reca danno, può essere utilizzata anche sull’uomo”, sostiene il veterinario Pierangelo Mascandola.

Vediamo quanti giocatori riuscirà a recuperare Inzaghi dal viaggio della speranza a Belgrado per la semifinale di coppa Italia di domani a Milano.

Chiamatelo GOAT (acronimo di Greatest Of All Time), o all’italiana , il più grande di tutti i tempi. La tentazione di definire il dio di uno sport o di un’arte rimane irresistibile. Figurarsi nel basket Nba che vive di spiccate individualità e, oggi, archiviato l’ultimo parallelo Jordan-Kobe Bryant, ripropone quello fra “Air” e LeBron James,  sfruttando il volano dell’imminente sorpasso nei punti segnati in carriera su MJ  – a quota 32.292, con il rivale a 32.082, nella hit parade dominata da Kareem Abdul-Jabbar, Karl Malone e Kobe – e il fatto che in realtà il super asso di oggi si autodefinisca più “playmaker” che tiratore, a dispetto dei 203 centimetri, contro i 198 di Jordan. Anche se non può negare di inseguire il mito sin dal 2003, quando pretese proprio la maglia numero 23 dell’eroe dei Bulls ’84-‘98.

Il giornalismo a stelle e strisce si fonda sui numeri, le statistiche, i grafici, anche se la vita e lo sport non sono scienze esatte. Ancor di più in una disciplina di squadra, con così tante variabili. Infatti, la media punti di Jordan di 30.1 punti a partita, la più alta della Nba, vale anche di più considerando che, ad inizio carriera, ha marcato spesso visita per infortunio, ha saltato quasi due stagioni per sfidare se stesso nella lega minore di baseball e altre tre perché s’era allontanato dai canestri. 

LeBron ha avuto meno stop forzati, il più lungo recentemente, 18 mesi, per una pubalgia, dopo i due mesi fuorigioco nel 1977 per essersi rotto una mano da improvvisato pugile.  A 34 anni è ancora competitivo, mentre a pari età, Kobe Bryant andava in pensione per colpa del tendine d’Achille. E i due cannonieri Nba, Jabbar e Malone, hanno salutato il basket, rispettivamente,  a 42 e 40 anni.

Jordan o LeBron? Se parliamo proprio di numeri, il testa a testa, a parte la possibilità del sorpasso nei punti, proprio non c’è:  da una parte, ci sono 6 anelli, 6 MVP nelle finali Nba, 5 Mvp in campionato, 14 Nba All-Star, 3 Nba All-Star Mvp, 10 anni miglior cannoniere Nba, dall’altra, i titoli Nba sono 3, come gli Mvp nelle finali, 4 gli Mvp nella stagione, 15 gli All-Star Nba, 3 gli Nba All-Star Mvp.

Michael ha sofferto in gioventù sicuramente meno di James, e questo è sicuramente un punto a favore dello sfidante. Ma il paragone fra i due assi si regge soprattutto sul fatto che entrambe sono campioni unici, capaci di cambiare da soli una partita e una squadra, risultando immarcabili. Air, però, ha cambiato il basket portandolo in un’altra dimensione, cioè al di là dei confini della Nba e dell’America, negli anni 80 e 90, semplificandolo così come solo i più grandi campioni sanno fare. Ha caratterizzato un’epoca con la sfida Chicago-Boston e Jordan-Larry Bird, è stato un simbolo di fedeltà alla maglia, al gruppo, al sogno, anche se i suoi Bulls sono stati sicuramente più forti delle squadre di LeBron, Michael ha sicramente avuto più fiducia nei compagni di quanto abbia fatto James.

È andato talmente oltre che le sue iniziali e il soprannome valgono da soli, mentre, per dirne una, LeBron non ha mai avuto nomignoli, non ha mai conquistato proseliti con un semplice sorriso, non ha stupito lasciando due volte il basket e tornando sempre da vincitore, non è stato grandissimo, letale attaccante – nel periodo in cui nell’Nba si arrivava a malapena ai 100 punti -, e grande difensore insieme, non è rimasto sospeso in aria dando il nome alle scarpe tuttora più vendute, non ha messo insieme alcuni dei più forti cestitisi di sempre nel Dream Team olimpico di Barcellona 1992, non è il primo miliardario del basket Nba e nemmeno il terzo personaggio di colore più ricco di sempre (dopo l’uomo d’affari Robert. F. Smith e Oprah). Merita rispetto ed applausi, rimarrà fra i grandissimi ma non è fra gli immortali come Jordan. Che, non dimentichiamolo, è l’unico ad avere vinto sei finali su sei Nba, mentre LeBron è a 6 perse su 9.

Come la vedono i grandi del basket? Jabbar nicchia, forse per non dare soddisfazione al grande rivale Jordan: “Sono due concezioni diverse di gioco, due ruoli completamente differenti anche in età diverse del gioco, con un unico fattore in comune: hanno sempre dato tutto alle squadre in cui hanno militato. Non soltanto per sé stessi, ma anche per migliorare in maniera esponenziale l’apporto dei propri compagni”.

Isiah Thomas si schiera per LeBron: “Oggi lo metto davanti a Michael”. L’amico del cuore di Air, Scottie Pippen, ci va giù duro: “Il paragone non esiste, LeBron non ha il gene della frizione, del cambiar passo, sempre. Isiah è pieno di odio. Non l’ho mai visto ringraziare o nemmeno riconoscere tutto quello che Michael ha fatto per il nostro sport, per la lega, per tutti i ragazzini che amano la pallacanestro: è il più forte giocatore di basket che si sia mai allacciato un paio di scarpe. Gli veniva chiesto di segnare. Ed era il migliore a farlo. Non c’è una singola partitella in cui, se mi venisse chiesto di scegliere di giocare con Jordan o James, sceglierei LeBron prima di MJ. Mai”.

Che cosa dice Michael sull’argomento? “Io non metterei LeBron sopra Kobe? Il ragionamento è molto semplice, cinque è maggiore di tre. Kobe ha vinto cinque titoli, LeBron tre. I migliori di sempre? Kobe è come se fosse il mio fratello minore. Di solito si considera sempre il fratello maggiore come migliore. Quindi si, penso di essere stato più forte di lui”.

Che cosa dice LeBron di Michael? “La prima volta mi sembrò di incontrare dio, è stato il mio supereroe, non sono migliore di lui, non ho mai pensato di diventare più forte”. Anche se ha appena confessato che, quando ha vinto il titolo con Cleveland dopo 52 anni di buio, si è sentito “il più forte di tutti i tempi”.

“Eccoci qua col migliore in campo della partita, ma prima di entrare nei contenuti tattici della partita, partiamo dalle tue emozioni”. Nel dopo partita di Roma-Bologna, a bordo campo, il telecronista di Sky, Angelo Mangiante, intervista con la consueta, entusiasta, professionalità un protagonista dell’incontro, proprio come fosse un calciatore. Che, sudato per lo sforzo e la tensione, mentre saluta amici e parenti, gli racconta le emozioni, le difficoltà del match e gli rivela che “il momento più complicato è stato, come sempre, il parcheggio…”. Autentico dramma, mai risolto, attorno allo stadio Olimpico di Roma.

Questa è strategia di comunicazione 2.0 che mette il tifoso al centro dell’attenzione, lo fa sentire parte integrale del progetto, coinvolgendolo, moltiplicando like e partecipazione. Questa è la teoria dell’engament e dell’intrattenimento dei tifosi messo in atto dalla A.S. Roma. Con la realizzazione di diversi contenuti  per alimentare interesse al di là delle attività prettamente sportive. Cioè delle partite. Così nasce l’intervista al simpatico fan barbuto di Roma-Bologna, così è diventato virale il video dell’incontro fuori dal campo d’allenamento di Trigoria fra un altro tifoso e la rivelazione Zaniolo, così si tiene sempre alto il livello di scambio società-tifo.

Promuovendo la Roma come una delle società più importanti al mondo  come interazione sui social, con un account in inglese davvero valido e contenuti sempre intriganti ed originali, che vadano fuori dagli schemi. Grazie al lavoro quotidiano di una trentina di persone che lavorano alle varie branche della Media Farm. Che oggi ha numeri davvero importanti, con 14 milioni di followers sui social, in 13 lingue fra tutti gli account.

La passione dei romani per la “Magggica” è serissima, a cominciare dal più bell’inno delle squadre di calcio italiane. Non a caso firmato da Antonello Venditti. Per continuare con la passione calorosa, appassionata e cieca dei tifosi – “La Roma è unica”, corroborata tutti i giorni della settimana dalle radio private, calde, appassionate. Assillanti, troppe, eccessive. Ma cassa di risonanza ormai irrinunciabile.

Però, c’è di più , c’è che da quattro e mezzo a capo della comunicazione il CEO della società, Guido Fienga, ha messo uno specialista del brand digital come l’inglese Paul Rogers, già super specialista al Liverpool. Partendo dall’assunto che ci sono top club europei amati in tutto il mondo da anni che hanno una fan base consolidata, praticamente inarrivabile, la strategia digitale della Roma ha messo nel mirino una parola diversa.  Perché, se all’inizio dell’era social, si pensava di raggiungere il più alto numero di follower, adesso – anche con il cambio degli algoritmi – si pensa prima di tutto all’engagement. Che è diventata la parola chiave della comunicazione media.

Così, la società giallorossa ha sprintato su tutte le altre italiane. Tanto che l’anno scorso l’Inter si è inserita in scia, clonando la Media House dei giallorossi, e lasciando dietro le spalle società pur ricchissime di tifosi come Juventus e Milan.

(As Roma)

I risultati sono convincenti. Quattro anni fa, quando Sky ha perso i diritti tv della Champions League, per tenere comunque alta l’attenzione dei suoi clienti, ha stipulato un accordo con Juventus e Roma per istituire canali telematici in chiaro. E i riscontri della sponda giallorossa sono stati, numericamente, talmente  importanti, che la più importante tv privata sportiva che opera in Italia  ha tenuto vivo il canale della Roma sulla piattaforma 213 mentre ha cancellato quello bianconero. Così la Roma ora punta decisamente all’Europa.

Corroborata dal fatto che, nella scorsa stagione, fra le squadre qualificate ai quarti di Champions League, ha ottenuto il numero più alto di tutte, nonostante la sua fan base fosse di gran lunga più numerosa. E il dato della percentuale di engagement dell’account inglese del club, ad ottobre, ha raggiunto il 316%, superando di gran lunga i diversi account globali di società blasonate. Roma Caput Mundi?

Stangata della Fifa sul Chelsea che nelle prossime due sessioni di mercato non potrà acquistare calciatori. Lo ha deciso la commissione disciplinare che ha sanzionato il club londinese per 29 violazioni relative ai trasferimenti e alla registrazione di giocatori di età inferiore ai 18 anni, tra cui l’ex attaccante Bernard Traoré. Il Chelsea ha tre giorni per fare ricorso alla Commissione d’appello della Fifa, ma nel frattempo dovrà regolarizzare entro 90 giorni la situazione dei calciatori minorenni finiti nell’inchiesta. 

Ai Blues la Fifa ha imposto il divieto di tesserare nuovi giocatori per le prossime due finestre di mercato. La restrizione si applica al club nel suo complesso, ad eccezione della squadra femminile e di quella di futsal, ma non impedisce la cessione dei giocatori. Il Chelsea, quindi, non potrà acquistare giocatori nè l’estate prossima, nè durante il mercato invernale del 2020 e dovrà pagare anche una multa di 600 mila franchi svizzeri (poco meno di 530 mila euro).

Multa di 510 mila franchi svizzeri (450 mila euro) anche per la Football association, la Federcalcio inglese, a cui è stato ordinato di riformare le regole sui trasferimenti internazionali e la registrazione di minori.

E Higuain che fine farà?

A questo punto è in bilico anche la sorte di Gonzalo Higuain, arrivato al Chelsea a gennaio dal Milan, ma in prestito dalla Juve. Possibile che i Blues rinnovino il prestito ancora per una stagione per non perdere un attaccante e in attesa di poter tornare a fare acquisti nell’estate 2020.

Secondo Football Leaks, il club del magnate russo Roman Abramovich è finito sotto inchiesta per tre anni da parte della Fifa per 19 trasferimenti, 14 dei quali riguardano Under 18. Il caso più eclatante è quello di Bernard Traorè, attaccante del Burkina Faso, ora al Lione. Traorè era stato messo sotto contratto dai Blues nel 2013 ma con una registrazione posticipata al gennaio 2014 (e nel frattempo aveva raccolto 25 presenze tra giovanili e prima squadra). Il Chelsea ha ammesso di aver versato nel 2011 155 mila sterline alla madre e altre 13 mila al club di cui era presidente, l’AJE Bobo-Dioulasso, per un contratto di quattro anni e mezzo, malgrado il limite per i minorenni sia di tre anni. 

È il processo sportivo del secolo: al Tribunale arbitrario dello sport di Losanna, in Svizzera, Caster Semenya sfida la Iaaf, l’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera, che ad aprile 2018 ha imposto nuove norme “di ammissibilità nella classificazione femminile per atleti con differenze di sviluppo del sesso”. Per competere in ambito femminile, dice la Iaaf, il livello di testosterone nel sangue non deve superare la soglia di 5 nanomoli per litro. Caster Semenya, 28 anni appena compiuti e due volte medaglia d’oro ai Giochi Olimpici (Londra 2012, a tavolino per la squalifica della russa Marija Savinova, e Rio 2016), quel fatidico livello lo supera.

Le nuove regole, di fatto, rappresentano una sorta di legge ad personam perché si applicano soltanto per alcuni tipi di gare, cioè su lunghezze superiori ai 400 metri: la campionessa sudafricana corre, e spesso e volentieri vince, gli 800.

Cosa sono le “differenze di sviluppo del sesso”? Lo spiega il medico

Non è la prima volta che Caster Semenya finisce nel mirino della Iaaf: nell’agosto del 2009, dopo un impressionante 1’55”45 ai Mondiali di Berlino che la portò alla vittoria, l’atleta allora diciottenne venne sottoposta a un test per stabilirne il sesso. La questione si risolse soltanto un anno più tardi con il via libera, da parte della stessa Iaaf, a Semenya: “L’Associazione accetta la conclusione a cui è giunto il comitato medico”, cioè che “può correre con effetto immediato”. Nel 2011 la Iaaf ritoccò la soglia massima accettabile di testosterone nel sangue (fissandola a 10 nanomoli per litro), ora vuole dimezzarla. Escludendo Semenya dalla gara in cui va più forte di tutte.

pic.twitter.com/ASIcl8XlZu

— Caster Semenya (@caster800m)
18 febbraio 2019

“Quando parliamo di disordini della differenziazione sessuale (Dsd) parliamo di disturbi che, nella maggior parte dei casi, si realizzano per motivi genetici nella fase dello sviluppo embrionale e fetale – spiega all’Agi Fabio Lanfranco, andrologo e ricercatore di Endocrinologia all’Università di Torino -. Per svariate ragioni avviene un’alterazione dei livelli di testosterone nel feto”. Il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, è quello responsabile della definizione sessuale nel corso della gravidanza: “Affinché un embrione geneticamente maschio, cioè dotato di un cariotipo maschile (con cromosomi di tipo XY), diventi maschio anche fisicamente è necessario che dalla 11esima o 12esima settimana di gravidanza compaia il testosterone”, prosegue Lanfranco. Se questo non accade “lo sviluppo naturale va verso un fenotipo, e quindi un aspetto fisico, femminile”.

Genotipo e fenotipo: il ruolo del testosterone nel feto

Il genotipo è il corredo genetico di un individuo, cioè quello che è scritto nel dna, ed è immutabile. Il fenotipo, al contrario, è l’insieme dei caratteri che l’individuo manifesta: non dipende soltanto dal genotipo, ma anche da altri fattori tra cui l’interazione dei geni. Anche se generalmente vanno di pari passo, può accadere il contrario: “Se l’embrione e, successivamente, il feto non ricevono testosterone sviluppandosi diventano in ogni caso femmine, indifferentemente dalla genetica”.

I soggetti che soffrono di disordini della differenziazione sessuale, insomma, hanno la genetica di un tipo – maschile o femminile – ma uno sviluppo fisico del sesso opposto. È soprattutto dalla pubertà che cominciano a rivelarsi le situazioni di Dsd: a quell’età, cioè intorno agli 11-13 anni, “un individuo geneticamente maschio, ma riconosciuto come femmina alla nascita perché di fatto i genitali esterni sono femminili, può cominciare ad avere un aumento di testosterone e quindi si virilizza”. I Dsd, naturalmente, possono riguardare anche i casi opposti, di corredi genetici femminili che ricevono testosterone in eccesso, risultando poi maschi (dal punto di vista del fenotipo) alla nascita.

Ridurre il livello di testosterone non è un gioco e ha conseguenze

L’ipotesi, spiega Lanfranco, è quindi che Caster Semenya sia “un maschio genetico che non ha avuto testosterone in gravidanza e perciò non ha sviluppato genitali maschili, venendo quindi allevata come femmina i cui livelli di testosterone, oggi, sono elevati”. In teoria alti tassi di ormoni maschili nelle donne possono dipendere anche da altre ragioni: “Esistono disturbi acquisiti in età adulta, ma in quei casi non si parla più di Dsd ma di iperandroginismo” e non pare essere il caso dell’atleta sudafricana.

@Caster800m Mokgadi. Champion. Beacon of hope. My daughter. This is only to remind you of your greatness; because you constantly remind us that nothing beats the enduring power of the human spirit. You may run alone on the track, but know now that you run with 57 million & more. pic.twitter.com/hnyHJgWfhV

— President Cyril Ramaphosa (@CyrilRamaphosa)
19 febbraio 2019

La questione, oltre ai risvolti sportivi e politici (sul tema si è speso anche il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa), pone grossi interrogativi soprattutto da un punto di vista medico: “Decidere di intervenire sull’assetto ormonale è una scelta molto delicata anche dal punto di vista etico”, sostiene Lanfranco. Le linee guida della comunità scientifica suggeriscono di “perseguire il benessere psicofisico dell’individuo”, e in genere “si decide di far crescere e sviluppare l’individuo in base a come è stato allevato fino a quel momento e a come si colloca nel contesto familiare e sociale”. La premura, insomma, è tutelare il modo in cui “può stare meglio”.

Le cure rischiano di peggiorare il livello di benessere

In cosa consistono le cure per ridurre i livelli di testosterone? Dipende dai casi: in presenza di “gonadi poco differenziate che producono testosterone si può intervenire chirurgicamente” ma è una scelta “radicale” e comunque non pare essere il caso di Semenya. Negli altri casi si produce alla cura farmacologica con “farmaci anti-androgeni che riducono la produzione ormonale o i suoi effetti periferici”, un’opzione non meno delicata perché si tratta di “terapie di anni, se non a vita”, spiega il ricercatore. Modificare “l’assetto ormonale di una persona certamente avrà come effetto una riduzione del benessere, della forza fisica e anche della performance sportiva – conclude Lanfranco -. Un conto è vietare il doping; un altro è imporre un cambiamento negli ormoni che naturalmente si hanno. Non è mica una cosa che ha deciso lei, né lo fa dolosamente”. 

La Juventus ‘stecca’ la prima agli ottavi di Champions e all’andata a Madrid incassa due gol pesanti dall’Atletico, non impossibili ma difficili da recuperare. Alla sfida degli ottavi Allegri, ‘orfano’ di Khedira operato al cuore, schiera il 4-3-3 col tridente Dybala, Ronaldo, Mandzukic.

In mezzo al campo Bentancur, Pjanic e Matuidi. De Sciglio e Alex Sandro esterni con Chiellini e Bonucci al centro della difesa. Spagnoli subito all’attacco con Griezmann, reclamano già al 2′ un rigore ma dopo un check Var l’arbitro fa continuare.

Al 9′ sono i bianconeri ad essere pericolosi con un tiro su punizione di Ronaldo che Oblak alza in angolo. Bene ancora i torinesi con Bonucci (fuori il suo colpo di testa su angolo), e su cross di Alex Sandro, con Mandzukic sempre di testa.

Al 26′ e’ l’Atletico a un passo dal vantaggio. L’arbitro infatti fischia un rigore a favore degli spagnoli vedendo un intervento di De Sciglio su Diego Costa. Il Var però assegna il fallo fuori area.

Finisce così sullo 0-0 tra la prima frazione di gioco di un match molto aperto con occasioni però solo da tiri da fuori o punizioni. Il secondo tempo si apre con un’opportunità per l’Atletico. Diego Costa se ne va prendendo il tempo a Bonucci su lancio di Griezmann ma solo davanti al portiere mette sul fondo.

E all’8′ brivido per i bianconeri: traversa di Griezmann, Szczesny spinge la palla fuori dai pali e Chiellini salva in angolo. L’Atletico spinge e su cross dalla sinistra Morata di testa realizza al 25′. Nuovo intervento del Var che annulla per un fallo su Chiellini. Al 34′ però il gol spagnolo arriva su corner: Morata tocca di testa, rimpallo su Mandzukic e Gimenez insacca.

Neanche 4 minuti ed è raddoppio. Punizione di Griezmann, sfiora di testa Godini, Mandzukic respinge ma lo stesso Godin riprende e ribadisce a rete. L’incontro si conclude così dopo 4 minuti di recupero con una conclusione fuori di Cristiano Ronaldo.

Nell’altro incontro della serata, il Manchester City soffre ma vince 3-2 in casa dello Schalke 04.

Quaranta anni fa moriva “El Paròn”. Così veniva chiamato Nereo Rocco ancora oggi etichettato come l’inventore del calcio moderno. E se si vuole discutere, anche che è stato l’inventore del “catenaccio”, quel modo di giocare che come prima regola aveva quella di “distruggere tutto quello che si muove in area” e come seconda, più cerebrale e sottile, quella di marcare il centravanti avversario avendo le spalle protette da un uomo chiamato “libero”.

“È solo pallone”

Ma Rocco era anche, anzi soprattutto, un uomo bonario mimetizzato nei panni di un allenatore burbero e schietto. A ciò abbinava una forte carica umana di simpatia che spesso e volentieri esplodeva in innumerevoli fragorose risate accompagnate da perle di saggezza passate alla storia. Qualche esempio? “El calcio xe semplice: uno in porta e 10 fora” e se un allenatore avversario, di una squadra più titolata della sua Triestina, si augurava che “vinca il migliore” lui ribatteva “speremo de no…”. (Per la cronaca: l’incontro era con la Juventus).

A Trieste, ma non solo, è un’autentica istituzione. Basti pensare che lo stadio è intitolato a lui con all’ingresso della tribuna Pasinati un suo mezzo busto. E una statua che lo ritrae con la mano a coprire gli occhi dal sole, campeggia anche a Milanello, il centro d’allenamento del Milan. Insomma parlare di calcio senza nominarlo è difficile. Tanto che sul “Paron” sono stati scritti almeno una mezza dozzina di libri e da ultimo, su testo del giornalista-scrittore Paolo Marcolin, è stata anche rappresentata una commedia dal titolo senza sottintesi “Ciò mone xe solo futbol”.. come dire “Tranquilli ragazzi, è solo calcio”.

La Coppa dei Campioni si vince a tavola

Ma oggi – si chiedono in tanti – un tipo alle Nereo Rocco sarebbe ancora moderno, attuale oppure vecchio e superato? L’ultima “tavola rotonda” allestita con i figli Tito e Bruno ha convinto tutti: Nereo oggi, con i suoi concetti, la sua filosofia del calcio, il suo saper decidere e scegliere chi far giocare e chi no, sarebbe ancora il numero uno, pur in un mondo che non gira più come una volta. Anche perché lui con il suo Padova aveva trasformato undici “normali” in undici “fenomeni”, insomma un mago. “Ma papà prima di tutto – dice Tito – pretendeva che i giocatori fossero uomini. Il calcio veniva dopo. Era un’amante della famiglia, del gruppo, della tavolata, della compagnia. Là, in quelle situazioni lui faceva nascere le vittorie”.

Trieste lo ricorda

“Era un grande papà, un grande allenatore e un grande uomo – racconta il figlio Gruno all’Agi – E amava tantissimo la sua città”. E a una persona così, che quando usava il dialetto triestino era convinto di parlare una lingua universale, a 40 anni della sua scomparsa Trieste ha in allestimento alcuni appuntamenti importanti. Primo fra tutti una Santa Messa mercoledì 20 febbraio alle ore 19 nella Chiesa Notre Dame de Sion, cui parteciperanno figli, nipoti, amici e tifosi alabardati. Questi ultimi poi si ritroveranno tutti assieme domenica 23 febbraio allo Stadio dove prima della partita casalinga della Triestina, Nereo Rocco verrà ricordato dalla società alabardata con il suo amministratore delegato Maurizio Milanese ed altre personalità. Ci sarà anche uno scambio di omaggi-ricordo. Infine il “Paron” sarà ricordato questa sera al Teatro Miela nel corso della presentazione “1945, Checkpoint Trieste”, documentario prodotto da Sky Sport a cura di Matteo Marani presente all’evento.

Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

Focus di questo lavoro è la Trieste fra il 1945 e il 1948, gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.

Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.

Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni ’60/’70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch, ma dovette cambiarlo in Rocco nel 1925, sotto il fascismo.

Comincia da calciatore prima nelle giovanili poi in prima squadra con la Triestina e esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa per 1-0. Diventa titolare a 18 anni, occupando il ruolo di mezz’ala e gioca con gli alabardati otto stagioni, fino al 1937: 232 partite con 66 reti.

Nasce il Padrone

Passa quindi per 160 mila lire al Napoli. Con i campani in 52 partite, segna 7 reti. Conclude la carriera al Padova in Serie B, disputando 47 partite e siglando 14 reti. In totale Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol. Una partita anche in Nazionale, nel 1934, a Milano contro la Grecia, vinta dagli azzurri per 4-0. I veri successi arrivano però da allenatore. Identificato come l’inventore o almeno come colui che l’ha introdotto in Italia, del “catenaccio”, ha sempre rifiutato questa etichetta. Quando prende in mano la sua Triestina nel 1947 e la porta ai vertici del campionato, nasce la leggenda, Quella del paròn (“il padrone”). E le leggende, quelle vere, non muoiono mai.

Milan

Dopo due stagioni passa al Treviso in Serie B. Tre anni e viene richiamato alla guida della Triestina in A, ma viene esonerato nel corso della stagione 1953-1954. Viene allora chiamato a Padova in B: lo porta alla salvezza, poi alla promozione e nella stagione 1957-1958 addirittura al terzo posto. La ‘svolta’ quando viene ingaggiato dal Milan, con cui vince lo scudetto al primo campionato, con in squadra un giovanissimo Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962-1963), porta a casa la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Si trasferisce quindi al Torino per 3 stagioni per tornare, nel 1967-1968 al Milan con il quale conquista nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente arriva la seconda Coppa dei Campioni mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l’Estudiantes, conquista la Coppa Intercontinentale.

L’ultima panchina

Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972-1973 e la Coppe Italia nel 1971-1972 e nel 1972-1973, Rocco lascia il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passa alla Fiorentina dove ottiene un ottavo posto poi lascia. Ricopre successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 quando vince la Coppa Italia. Ha allenato in serie A 787 partite vincendo dieci trofei ufficiali (due Campionati, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale) col Milan.

La Voce del Padrone

Due anni dopo l’ultima panchina, si spegne dopo una breve malattia. Non è più tempo di catenaccio, al Milan sta per arrivare un signore chiamato Silvio Berlusconi e l’Italia si è innamorata di quella ciofeca confusionaria a 11 che gli olandesi hanno imposto al mondo, senza riuscire peraltro a vincere nemmeno un Mondiale. Si chiama “calcio totale”, ed ha il fascino apparente di una donna di gran classe mentre sotto sotto è solo (per dirla con Neno Fascetti) un bel casino organizzato.

Ma ad un certo punto, proprio contro l’Olanda, l’Italia allenata da Dino Zoff si trova a giocare una semifinale dell’Europeo del 2000, e gli azzurri sono esattamente nella condizione della Triestina di Rocco che incontrava la Juventus.

Inaspettato come un fenomeno soprannaturale, dagli spalti della curva si alza uno striscione che porterà quell’Italia all’insperata vittoria. Una parola, una sola: “Catenaccio!”. La voce della curva, di un popolo, di un Paese.

Soprattutto, la Voce del Padrone.

Il Pro Piacenza è stato escluso dal campionato di Lega Pro in seguito alla partita persa per 20-0 contro il Cuneo in cui era sceso in campo con appena sette giocatori e tutti Under 19. Il giudice sportivo della Lega Pro ha anche inflitto al club emiliano “la punizione sportiva della perdita della gara con il punteggio di 0-3”. La decisione segue di poche ore quella del Tribunale Federale Nazionale che aveva comminato 8 punti di penalizzazione al Pro Piacenza e a tutte le altre società di Lega Pro che non hanno regolarizzato la propria posizione riguardo le fideiussioni presentate per iscriversi al campionato.

“Al di là delle consapevoli, plurime e fraudolente violazioni regolamentari messe in atto dalla società Pro Piacenza”, il giudice sportivo Pasquale Marino ha spiegato che è stato punito “l’inaccettabile comportamento della medesima società la quale, mortificando l’essenza stessa della competizione sportiva, ha costretto sia i soggetti inseriti nella propria distinta che i calciatori della squadra avversaria a disputare una gara ‘farsesca’ dal punto di vista tecnico (nonché pericolosa per l’incolumità fisica di soggetti non adeguatamente preparati dal punto di vista agonistico), abusando dei diritti formali certamente concessi dal regolamento, ma basati su principi di lealtà e correttezza che nella fattispecie sono stati sovvertiti, stravolti e letteralmente calpestati”.

Sulla vicenda era intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato di “vergogna inaudita” per “l’umiliazione dei sette giovanissimi della Pro Piacenza” e ha promesso che vedrà il presidente della Figc, Gabriele Gravina, e le altre parti coinvolte per “trovare una soluzione che tuteli prima di tutto i giovani e la loro passione per lo sport”.

“È una cosa che non voglio più vedere”, ha detto Giorgetti, “bisogna garantire il divieto della partecipazione ai campionati per i club che non sono in regola”. Il calvario della Pro Piacenza è stato raccontato da un ex, Dario Polverini, difensore 31enne passato a gennaio alla Virtus Verona. “A luglio venne allestita una squadra molto forte, partiamo per il ritiro con tante belle speranze”, ha rievocato alla Gazzetta, “a fine agosto viene cacciato il direttore sportivo perché il presidente vuole alzare l’asticella e puntare alla B. Arrivano 10 giocatori negli ultimi giorni di mercato, una rosa di 33, budget altissimo per la categoria”. 

Accordo siglato, e annunciato con una nota intorno alla mezzanotte, tra l’Unione sportiva Città di Palermo e la Damir srl, società leader in Sicilia nella pubblicità esterna. Un’intesa “grazie alla quale sarà possibile proseguire con rinnovato entusiasmo il cammino verso la promozione”. Si apre così, con la partecipazione di un imprenditore locale, una fase nuova del Palermo, dopo il ritiro degli inglesi, con l’obiettivo dichiarato di “ portare all’altezza della città e della tifoseria”. Il neo presidente del Palermo, Rino Foschi, ringrazia la famiglia Mirri “per lo sforzo e la disponibilità dimostrati in questi giorni, a testimonianza del grande attaccamento ai colori rosanero e alla città di Palermo”. 

Il coach della squadra di football arriva al bar della scuola, indossando t-shirt bianca e cappellino dei San Francisco 49ers. Tutti lo salutano, fino a quando non arriva al bancone del sushi e chiede a qualcuno vicino, mi passeresti un piatto? E lì resti per un attimo confuso. Rob Mendez, 30 anni, coach della squadra di football della Prospect High School, California, pesa meno di venticinque chili, è privo di braccia e gambe, il torso è allacciato a una sedia elettronica a rotelle.

Mendez sta diventando un’icona dello sport americano: nato senza arti per una rara malattia genetica, ha sempre sognato di allenare. Dopo dodici anni di sforzi, è arrivato il suo momento: nella scorsa stagione ha guidato con successo la squadra junior, seduto sulla poltrona elettronica mobile che Mendez controlla con il movimento della testa. Nella prossima stagione vuole portare la squadra a vincere il Super Bowl giovanile.

Espn gli ha dedicato un docufilm. Il giovane coach è una delle sette persone al mondo con questa sindrome, ma lui non ci crede: “Garantisco che sono molti di più, solo che sono meno attivi di me, per quello non appaiono”, racconta nel documentario.

La madre scoprì la sindrome all’ottavo mese di gravidanza, troppo tardi per pensare all’aborto. Una volta nato, Rob ha portato in famiglia un’energia nuova. Ha cominciato a studiare da coach fin da bambino, giocando con la playstation con la sorella, pigiando i pulsanti con il mento. A scuola, organizzarono un torneo di football virtuale con trentadue squadre: lui arrivò secondo. Quando gli amici entrarono nella squadra dell’high school, lui venne preso come team manager.

Con l’aiuto della tecnologia, scia, nuota, gioca a hockey come portiere, disegna e scrive usando il mento. Gli hanno offerto 25 mila dollari per parlare a uno di quegli incontri motivazionali che in America vanno molto, ma ha detto no. “Voglio fare il coach di football”. Ha lavorato come assistente in cinque scuole, in attesa che qualcuno gli affidasse il ruolo di capo allenatore. La chiamata è arrivata ad aprile dell’anno scorso.

La Prospect High School cercava qualcuno che aiutasse a fare un cambio culturale. Su Internet avevano trovato il nome di Mendez e l’avevano contattato. Quando i giocatori lo vedono per la prima volta, rimangono in silenzio. Uno va via, gli altri pero’, con il passare del tempo, cominciano a seguire le sue indicazioni. Dopo la prima sconfitta, arrivano sette vittorie consecutive. Adesso, quando detta le istruzioni, lo ascoltano tutti convinti. “C’è una parola che mio padre non ha mai amato – racconta Mendez – la parola è speciale. Siamo tutti speciali, gli altri ragazzi sono speciali. Mio padre mi direbbe, tu non sei speciale, sei diverso. Ed essere differente non è così male, perché spingi i tuoi limiti”.