Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Sayonara, Nike. Ovvero addio: Roger Federer cambia sponsor tecnico, abbandonando quello americano che lo accompagnava da 24 anni e ne sposa uno giapponese, Uniqlo, marca d’abbigliamento fast fashion (paragonabile a Zara o H&M) fondata a Ube nel 1949. Il contratto tra il tennista svizzero numero 2 al mondo e Nike era scaduto a marzo, ma da allora lo sportivo aveva continuato a indossare abiti marchiati dal tradizionale baffetto. L’indiscrezione della trattativa con Uniqlo circolava da settimane, ma la conferma è arrivata nel primo pomeriggio del 2 luglio quando Federer è sceso in campo a Londra per il primo turno del torneo di Wimbledon, uno dei più importanti al mondo. Una vetrina impareggiabile, e su Twitter la notizia è rimbalzata velocemente. La stessa Uniqlo ha scelto di affidare al social network l’annuncio dell’accordo.

Un contratto storico

Il tabloid britannico Daily Express riporta le parole di un comunicato diffuso da Roger Federer proprio in concomitanza con l’inizio della partita odierna contro Dušan Lajović. “Sono profondamente impegnato nel tennis e nel vincere tornei, ma come Uniqlo provo anche un grande amore per la vita, la cultura e l'umanità. Condividiamo una forte passione nel tentativo di avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e non vediamo l’ora di combinare i nostri sforzi creativi”. Con un post su Facebook Uniqlo ha spiegato i motivi dell’accordo: “Federer è uno dei più grandi campioni della storia – le parole del fondatore, presidente e Ceo di Uniqlo, Tadashi Yanai -; il mio rispetto per lui va oltre lo sport”. E oltre lo sport andrà anche il contratto: secondo Espn “l’accordo vale più di 300 milioni di dollari in dieci anni e prevede una clausola senza precedenti che garantisce a Federer di continuare a ricevere i soldi anche se non giocherà”. Il campione elvetico, che in bacheca ha già 20 Slam – record di tutti i tempi -, il prossimo 8 agosto compirà 37 anni.

Il patron di Uniqlo, l’uomo più ricco del Giappone

“Il nostro accordo riguarderà l’innovazione sia in campo che fuori, condividendo lo scopo di cambiare in meglio il mondo – queste le parole di Yanai -. Spero che insieme potremo migliorare la qualità della vita del maggior numero di persone”. Il tabloid aggiunge che tra gli obiettivi condivisi dall’azienda giapponese e dal tennista svizzero ci sarebbe quello di “portare il tennis in nuovi posti, anche nel campo della tecnologia e del design”. Ma che cos’è Uniqlo e chi è Tadashi Yanai? Sessantanove anni, 35esimo tra i più ricchi al mondo nel 2014 secondo Bloomberg e il primo in assoluto in Giappone nel 2016 con un patrimonio da 18 miliardi di dollari, Yanai ha creato un impero partendo da una piccola azienda di famiglia.

Quella dei suoi genitori che, nel secondo dopoguerra, gestivano un piccolo negozio di abbigliamento dove il padre si era specializzato in abiti maschili preconfezionati, raccontava Il Foglio in un reportage del 2016. Il suo primo negozio nasce nel giugno del 1984: si chiama Unique Clothing Warehouse, poi abbreviato nel moderno Uniqlo. I negozi Uniqlo, inconfondibili per il loro marchio rosso che da oggi abita anche il petto di Roger Federer, sono più di milleseicento in tutto il mondo. In patria, scrive Il Foglio, sono dappertutto: una marca diffusa al punto che “indossare i capi di abbigliamento della catena, tra i più giovani, è considerato un po’ da sfigati”. E nello slang urbano giapponese è entrato di diritto un neologismo, unibare, che indica proprio l’indossare un capo di quella marca. Inutile dire che non si tratta di un complimento.

Parola d’ordine: fallimento

Yanai ha un mantra: il fallimento. Lo racconta Channel News Asia in un video in cui spulcia tra le curiosità che riguardano il fondatore di Uniqlo. Nel suo trascorso da imprenditore, infatti, Yanai alcuni passi falsi li ha fatti: ha tentato di sbarcare nel Regno Unito a inizio millennio, per esempio, chiudendo nel giro di un paio d’anni. Ma da quegli errori qualcosa ha imparato: e nel 2019, dopo Belgio, Francia, Germania, Spagna e il ritorno a Londra, anche l’Italia avrà il suo primo negozio Uniqlo. Sarà a Milano e aprirà la prossima primavera.

The Chosen One, il prescelto. Il 18 febbraio del 2002, Sport Illustrated decise di dedicare la copertina a un giovanissimo giocatore di Akron, Ohio. Quel titolo, allora forse esagerato, si dimostrò essere profetico. Quel ragazzo si chiamava LeBron James, aveva quasi 17 anni, e giocava nella squadra della sua High School, la Saint Vincent-Saint Mary. Una scuola cattolica e privata. Mancava un anno alla sua eleggibilità per il draft NBA che gli avrebbe permesso, saltando il college, di giocare direttamente con quelli “del piano di sopra”. Quelli già grandi, quelli già famosi. Quelli che guardava giocare e a cui cercava di rubare i segreti per poi, un giorno, poterne raccogliere l’eredità. Micheal Jordan, al tempo, indossava ancora la canotta dei Washington Wizards, e continuava a calcare i parquet della lega nonostante i suoi 39 anni. Kobe Bryant, allora ventiquattrenne, si apprestava a entrare nella storia del gioco, vincendo il suo terzo titolo consecutivo con la maglia dei Los Angeles Lakers.

La copertina di Sport Illustrated venne anticipata da una foto, scattata il 30 gennaio, all’interno della Gund Arena di Cleveland. LeBron, fuori dallo spogliatoio della squadra ospite, aspettava di incontrare il suo mito, Micheal Jordan. La stretta di mano tra i due, considerato uno dei momenti più importanti della storia della NBA, venne paragonata dallo stesso magazine americano a quella tra Bill Clinton e John Fitzgerald Kennedy, nel 1963. Dieci anni dopo quella copertina, Sport Illustrated, invitò alcuni giornalisti a raccontare alcuni momenti salienti della vita di LeBron. Grant Wahl, ad esempio, raccontò di come il giovane cestita venne invitato, l’estate precedente a quella foto, agli allenamenti segreti che Jordan faceva abitualmente con alcuni “amici” professionisti. James, però, era l’unico “scolaro” a partecipare a quelle feste esclusive. A 17 anni, inoltre, aveva già incontrato molti altri giocatori, da Antoine Walker a Tracy McGrady, da Micheal Finley a Jerry Steckhouse. E aveva già i pass per il backstage per il suo artista rapper preferito. Un certo Jay-Z.

L’emozione di una città

Una grande emozione accompagnò il draft NBA del 2003. A Cleveland spettava la prima scelta assoluta. Dopo un’annata disastrosa, chiusa all’ultimo posto nella Eastern Conference, l’arrivo di LeBron James, figlio dell’Ohio, era vissuto come la panacea che avrebbe curato i mali sportivi della città. Una città che, in senso dispregiativo, era chiamata da molti americani “The Mistake on the Lake” (L’errore sul lago) e che non era certamente celebre per la sua bellezza. Ma tanti già credevano che il prescelto avrebbe cambiato il corso della Storia. La bacheca dei Cavaliers era tristemente vuota: zero titoli in 32 stagioni. Ma neanche le altre squadre cittadine se la passavano meglio. L’ultima festa, a Cleveland, era datata 1964, con il Superbowl vinto dai Brown. In quel draft, peraltro, ci sarebbero stati altri nomi che avrebbero intrecciato la sua storia. Dwayne Wade e Chris Bosh su tutti. Un anno speciale, destinato a cambiare regole e gerarchie all’interno della Lega.

Gli inizi e l’addio

Che qualcosa fosse cambiato nella NBA lo si vide fin da subito. Nelle prime stagioni, LeBron non è ancora “King James”. Deve prendere le misure a un basket che è molto più fisico, sporco, difficile da interpretare. E poi deve combattere lo stress di avere sempre gli occhi addosso. Dei tifosi, degli analisti, degli avversari. Essere il prescelto, insomma, porta i suoi guai. Ma la sua crescita è costante e repentina. Così come quella dei Cavaliers che, nel 2006, tornano finalmente ai playoff. Di fronte però ci sono i Pistons che in quegli anni dominano l’Eastern Conference. James e compagni vendono cara la pelle ma alla fine, in gara 7, cedono. L’anno dopo arriva l’occasione della rivincita. LeBron è reduce da una stagione devastante.

Ormai è uno dei giocatori più forti della NBA. Nei playoff del 2007 anche Detroit si arrende. In gara 5 (sul 2-2) James segna 30 punti tra ultimo quarto e overtime. Reggie Miller, ex campione e commentatore, parlerà di prestazione “jordanesca”. Il paragone, ora, sembra calzante a tanti. Cleveland è a un passo dal titolo e la città ribolle di speranza. In finale però arrivano 4 sberle pesantissime. San Antonio, quella di Duncan, Ginobili e Parker, è troppo forte e preparata. Soprattutto in difesa, guidata dalla panchina da un maestro come Popovich. Il campione è in gabbia, le sue statistiche calano. Il cappotto è duro da digerire. E segnerà gli anni successivi. LeBron diventerà sempre più forte macinando numeri e record. Ma Cleveland non vince. Mai. Non gioca neanche più una finale perdendo nei playoff con squadre come Boston e Orlando.

Essere il più forte senza vincere nulla è come non aver giocato mai. LeBron lo sa bene: “Ammiravo Jordan perché non aveva paura di nulla. Io ho paura solo del fallimento”. Ha già 26 anni e la frustrazione è aumentata, anno dopo anno, da portare allo strappo definitivo. Il figlio dell’Ohio, dopo sette anni infruttuosi, decideva così di lasciare la fredda Cleveland per l’assolata Florida. A Miami trova Wade e Bosh. Compagni di draft e di sogni. A Cleveland non la prendono bene. Le maglie di James vengono bruciate in piazza. Da osannato Re, King James è passato a essere il grande inganno, la delusione più grande. Anche dal suo presidente, Gilbert, arriva una lettera pesantissima che lo addita come traditore. Ma la decisione ormai è presa.

Miami e il ritorno da “figliol prodigo”

Alla fine della prima stagione la gioia dei supporter dei Cavaliers è seconda solo a quella di quella dei Dallas Mavericks. La voglia di vittoria di LeBron si interrompe in finale contro Nowitzki e Kidd. Per l’ennesima volta è additato come “incapace” di portare alla vittoria la propria squadra. Un destino che, fino a quell’anno, aveva condiviso con il tedesco. Stavolta non c’è neanche l’alibi della debolezza dei compagni “non all’altezza". L’estate successiva è forse la più difficile per il cestista di Akron: ripartire ancora una volta come il perdente che non aveva ancora capito cosa volesse dire essere un campione è una vera mazzata.

Ma quella sarà l’ultima vera delusione di una carriera già straordinaria. Gli Heat vincono le successive due stagioni e James scaccia via tutti i fantasmi e tutte le accuse. O almeno quasi tutte. Sullo sfondo ci sono ancora gli insulti dei suoi tifosi a Cleveland. LeBron sa di aver coronato il suo sogno. I Cavaliers no. Il suo desiderio ora è rimediare agli errori del passato. Il figlio dell’Ohio è pronto per tornare a casa. E per farlo scrive una lettera aperta ai suoi tifosi che lo riabbracciano come se non fosse successo nulla: “La lettera di Dan Gilbert (il presidente dei Cavs, ndr), i fischi dei tifosi di Cleveland, le maglie bruciate sono state cose difficili da digerire per me. Le mie emozioni erano ancor più contrastanti. Era facile dire “Ok, non voglio più aver nulla a che fare con questa gente”, ma poi ho pensato anche all’altra faccia della medaglia. Come mi sarei sentito se fossi stato un ragazzino che seguiva un atleta che mi spingeva a far sempre meglio nella mia vita e che all’improvviso se ne va? Come avrei reagito?”.

La pace è sancita anche se LeBron James sa di dover conquistare il suo pubblico sul parquet: “Nel Nordest dell’Ohio nessuno ti regala niente, te lo devi guadagnare. Devi lavorare per ciò che hai. Sono pronto ad accettare la sfida, torno a casa”.

Il titolo e la nuova partenza

In questa storia c’è il lieto fine. LeBron James tredici anni dopo quel draft mantiene la sua promessa. I Cleveland Cavaliers, nel 2016, diventano campioni NBA. Per la prima volta nella loro Storia. Vincono (4-3) recuperando da una situazione quasi disperata (1-3). Nessuno aveva mai compiuto una rimonta simile in finale. James è il miglior giocatore per punti, rimbalzi, assist, palle recuperate e stoppate. Nelle ultime 3 partite segna 109 punti, più di quaranta in gara 5 e 6.  In gara 7, quella decisiva, realizza una tripla doppia (27 punti, 11 rimbalzi e 11 assist). È il terzo nella storia del gioco a riuscirci. Il suo grido di gioia, “Cleveland, questo per te”, pronunciato alla Oracle Arena, alla fine dell’ultima sfida contro i Golden State Warriors, spezza l’incantesimo di un’intera città. Un trofeo, che sembrava maledetto, portato a casa dal figlio prodigo, nato per riscrivere il destino di un’intera franchigia.

E forse è proprio per questo che ora, dopo altri tre anni, James è pronto a ripartire. A Miami è diventato un vincente. A Cleveland, un eroe. Ora deve consacrarsi come leggenda. E la strada che conduce alla gloria passa per Los Angeles. Ad attenderlo ci sono i derelitti Lakers, incapaci di rialzarsi dopo la partenza del loro prescelto, Kobe Bryant di cui ora James è a caccia dell’eredità. Poco male se in quella lettera rivolta ai tifosi dei Cavs aveva anche detto che: “Ho sempre creduto che sarei tornato a Cleveland e avrei chiuso lì la mia carriera, solo che non sapevo quando sarebbe successo”. Insomma, forse chiuderà la sua incredibile storia lontano dall’Ohio ma stavolta, di sicuro, nessuno brucerà le sue maglie o lo chiamerà traditore. La profezia che ha accompagnato il prescelto si è compiuta e gli eroi, si sa, sono sempre alla ricerca di nuove imprese da compiere. 

Chris Froome potrà partecipare al Tour de France che prende il via sabato prossimo: il capitano della Sky è stato infatti scagionato dall'Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) per l'accusa relativa all'assunzione di   salbutamolo, sostanza consentita previa prescrizione medica ma solo entro certi limiti, durante la Vuelta che vinse nel 2017. L'annuncio è arrivato dall’Uci, la Federciclismo ​mondiale che ha spiegato come la Wada abbia sostanzialemente preso atto della buonafede di Froome per la mancanza di prove certe di dolo. L

a decisione imporrà agli organizzatori del Tour de France di ammettere il 33enne britannico fresco vincitore del Giro d'Italia, dopo averne richiesto l'esclusione proprio per le accuse di doping. In futuro, però, il salbutamolo, potrebbe essere vietato dalla stessa Wada anche in presenza di forme asmatiche e di prescrizione medica per evitare abusi.  "Sono grato e sollevato di poter finalmente mettermi alle spalle questo capitolo", ha twitttato Froome, "sono stati 9 mesi emotivamente intensi. Grazie a tutti".

Matteo Salvini festeggia l'oro di Mariabenedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raffaella Lukudo e Libania Grenot alla staffetta 4×400 ai Giochi del Mediterraneo. Il ministro leghista respinge le polemiche scaturite sul web in cui la vittoria delle italiane di colore rappresenterebbe la miglior risposta a Pontida. "Un applauso alle ragazze", commenta all'Agi. "Bravissime, mi piacerebbe incontrarle e abbracciarle. Come tutti hanno capito (tranne qualche 'benpensante' e rosicone di sinistra), il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano da nessuna guerra e la guerra, purtroppo, ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese. Applausi".

Anche la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, ha pubblicato su Facebook la foto delle atlete azzurre. "I radical chic in questa foto ci vedono solo atlete di colore da strumentalizzare. Io vedo sventolare la bandiera tricolore. Evviva le nostre ragazze". Lo ha scritto.

A 33 anni inizia la nuova, difficilissima, sfida di LeBron James. Quello che oggi è considerato uno dei più forti giocatori di basket del mondo (e di tutti i tempi) ha deciso di accettare l’offerta dei Los Angeles Lakers: quattro anni di contratto e 154 milioni di dollari per riportare una delle squadre più amate della NBA al titolo. Parliamo della squadra di Kareem Abdul Jabbar e Shaquille O’Neal, di Jerry West e Magic Johnson. Quella, soprattutto, di Kobe Bryant. Una franchigia caduta in disgrazia, lontana dai playoff da diversi anni e che ora torna a sognare grazie a King James. 

Non è la prima volta che LeBron stupisce il mondo con le sue scelte. Dopo i primi anni a Cleveland, casa sua dato che è nato ad Akron in Ohio, venne aspramente criticato per il suo trasferimento ai Miami Heat. In Florida conquistò i suoi primi due titoli, in una squadra fortissima che vedeva altri due campioni come Bosh e Wade. Poi il ritorno, emozionante a casa. E il titolo, promesso ai tifosi dei Cavs, conquistato nel 2016. Gli ultimi anni lo hanno visto conquistare titoli personali, scalare classifiche su classifiche e accumulare statistiche.

Alla ricerca di nuovi stimoli, si apre ora per lui una nuova stagione e una nuova sfida enorme agli Houston Rockets di James Harden e, ancor di più, ai Golden State Warriors di Kevin Durant e Stephen Curry. LeBron James vola in California, e nella Western Conference, per scrivere la storia e raccogliere l’eredità di chi, allo Staples Center, la casa dei Los Angeles Lakers, ha già fatto la Storia.

Dopo i tempi regolamentari Russia-Spagna era finita 1-1 (in vantaggio la Spagna per un'autorete di Ignashevich al 12' del primo tempo, pareggio della Russia con Dzyuba su rigore al 41'). A nulla sono serviti i due tempi supplementari, e a i rigori passano i padroni di casa 'grazie' a due errori dal dischetto della Spagna (falliscono Koke e Aspas). Russia ai quarti di finale, spagnoli a casa.

Per molti è già il nuovo Ronaldo, per via di quella progressione in campo aperto che fatto del Fenomeno di Barcellona e Inter (e Brasile) uno dei calciatori più forti di tutti i tempi. E c’è chi è pronto a scommettere che darebbe filo da torcere a Usain Bolt sui cento piani. Lui è Kylian Mbappé, segni particolari: indossa la maglia numero dieci della Francia, ha spazzato via l’Argentina nell’ottavo di finale in Russia, e promette di essere la stella del Mondiale 2018. Magari portando i blues a vincere la coppa che manca dal 1998. Quando Mbappé non era nemmeno nato.

L’infanzia in banlieue: “Così ho capito il valore delle cose”

20 dicembre 1998: Kylian nasce a Bondy, periferia nord di Parigi. Banlieue. Vivere lì “mi ha trasmesso dei valori, a cominciare dall’educazione", ha raccontato recentemente il diciannovenne calciatore a Le Parisien. Alle volte si vivono dei momenti difficili, ma questo ci rafforza, ci indurisce, di rispettare le persone e di capire il valore delle cose”.

Educazione che è merito anche di mamma Fayza, di origine algerina, e papà Wilfred, allenatore di calcio camerunese. Il pallone di cuoio, in casa Mbappè, non dev’essere mai mancato: Kylian ha un fratellino più piccolo di sette anni, Ethan, che durante una recente partita di Champions League lo ha accompagnato durante l’ingresso in campo delle squadre. E ha anche un fratello adottivo, calciatore anche lui. Jirès Kembo-Ekoko, oggi attaccante della squadra turca del Bursaspor, nato in Congo e naturalizzato francese. Suo padre, ex calciatore morto nel 2007, era molto amico di Wilfred, il papà di Kylian.

Mbappé tira i primi calci al pallone nella squadra di Bondy e poi, nel 2011, entra nella più importante accademia calcistica di Francia, l’Inf Clairefontaine da dove, in passato, sono usciti calciatori come Nicolas Anelka e Thierry Henry. E proprio di Titì, l’indimenticato fuoriclasse di Barcellona e Arsenal, Kylian potrebbe essere l’erede.

Fino a ieri era conosciuto soprattutto per essere stato il giocatore più pagato della storia dopo il brasiliano Neymar. Mbappè, che dopo l’Inf Clairefontaine ha scelto di indossare la casacca del Monaco, è stato acquistato dal Paris Saint Germain la scorsa estate per più di 150 milioni. Da ventiquattro ore, però, Kylian è il calciatore più chiacchierato e apprezzato al mondo.

Uno scatto ai 37 km all’ora

Un’improvvisa celebrità dovuta non solo alla doppietta con cui ha aiutato la sua Nazionale a eliminare l’Argentina di Messi, ma soprattutto a quella incredibile progressione all’alba del primo tempo. Tre quarti di campo galoppando palla al piedi, quattro avversari lasciati impalati e basiti, l’arrivo in area di rigore dove l’albiceleste Marcos Rojo lo travolge, non potendo fare altro per fermarlo.

“Una corsa folle”, la definisce L’Equipe secondo cui in quei 70 metri Mbappè ha toccato i 37 chilometri all’ora. Un’azione strabiliante che coniuga potenza fisica, coordinazione e una tecnica sopraffina. Un mix di talento condensato in un fisico quasi gracile, appena 1 metro e 78 per 73 chili.

“Fenomeno”, scrive su Twitter l’ex capitano del Milan Franco Baresi, uno che di azioni a tutta velocità se ne intende: l’8 settembre del 1996 il suo compagno di squadra George Weah si inventò una cavalcata coast to coast contro il Verona. Da un’area di rigore all’altra.

Ma tra tutti i tweet di congratulazione a Mbappè, a far sorridere di più è quello di Ian Wright, ex stella inglese di Crystal Palace e Arsenal.

“A diciannove anni io ero stato rifiutato dal Brighton”, ricorda Wright a dimostrazione della precocità del talento di Mbappè. Che da teenager corre già verso il Pallone d’Oro. “Ma ci rinuncerei volentieri per vincere la Coppa del Mondo”, assicura lui.

L'Uruguay si è qualificato ai quarti di finale dei mondiali superando il Portogallo 2-1 grazie a una doppietta di Cavani. A Sochi la Celeste è passata in vantaggio al settimo minuto con Cavani, bravo a infilare di testa un cross molto teso di Suarez. Nella ripresa il Portogallo pareggia al 55mo, con Pepe che batte Muslera di testa su corner. Al 62mo, però Cavani segna ancora con un bellissimo diagonale al volo: è il 45mo gol con la maglia della Celeste del bomber del Psg, poi uscito per un infortunio. L'Uruguay il 6 luglio affronterà la Francia per un posto in semifinale.

La Francia ha superato 4-3 l'Argentina a Kazan ed è la prima squadra a qualificarsi per i quarti di finale del Mondiale di Russia 2018. Per la nazionale di Deschamps, che affronterà il 6 luglio la vincente di Portogallo-Uruguay, è stato decisivo Mpappe', autore di una doppietta. L'attaccante del Psg al 13mo è stato atterrato da Rojo in area e ha ottenuto il rigore realizzato da Griezmann. Al 41mo il pareggio dell'Argentina con Di Maria e al 48mo il sorpasso firmato da Mercado che devia un tiro di Messi e spiazza Lloris. La Francia, però, trova subito il nuovo pareggio al 57mo con un bel tiro di Pavard. Al 64mo Mbappé riporta i galletti avanti e al 68mo arriva il 4-2 con un'altra rete dello scatenato attaccante. Nel recupero l'inutile gol del 4-3 di Aguero.

Non bastava l’espulsione dalle Coppe. Ora il Milan rischia di finire all’asta. Non è difficile individuare l'artefice del destino beffardo toccato in sorte al club rossonero: Li Yonghong. Procediamo con ordine.

Il Milan fa ricorso al Tas di Losanna dopo la stangata dell’Uefa che ha squalificato il Milan dalle Coppe per il prossimo anno. Nelle stesse ore l’attuale patron del Milan – sui cui pendono da sempre le ormai note inchieste per malaffare – torna a negoziare per il passaggio di proprietà con Rocco Commisso. Le trattative – scrive il Sole 24 Ore – si erano interrotte bruscamente dopo un rapido decollo. A far saltare la firma dell’accordo, qualche giorno fa, l’ondivago Mr Li.

L’imprenditore americano di origini calabresi, assistito da Goldman Sachs, aveva fatto arrivare sul tavolo rossonero una proposta articolata in tre punti: il rimborso del debito di Rossoneri Sport con cui Li aveva acquistato il club (180 milioni); l’iniezione di 150 milioni per il mercato; la gestione della società. All’attuale proprietario del Milan sarebbe rimasto il 30%.

Troppo poco – forse – per l’imprenditore cinese il cui obiettivo è recuperare almeno in parte i 400-500 milioni spesi nell’ultimo anno. Li voleva lasciare il segno, diventare qualcuno. Invece il Milan gli ha procurato più grattacapi che ricchezza. E oggi rischia di essere ricordato come il presidente che perso più soldi.

La proposta di Comisso non è foriera di grandi guadagni. Ecco perché la trattativa con il proprietario di Cosmos resta complessa e avanza l’ipotesi di un ingresso anticipato di Elliott. Che però Li vuole scongiurare perché perderebbe tutto.

L’uomo d’affari cinesi ha fatto così saltare la firma per la seconda volta.  Per poi ripensarci. Cosa vuole ottenere?

Nelle ultime ore – scrive il Sole – i contatti tra i consulenti delle due parti si sono riattivati. Si torna a trattare ma questa volta sarà Commisso, stufo dei tira e molla di Li, a dettare le condizioni. Lo ha spiegato lui stesso in una intervista ad America Oggi. L’accordo potrebbe essere chiuso entro il fine settimana. Salvo sorprese. Che – vi assicuriamo – non mancheranno.

Quali alternative ha Li? Formalmente nessuna. Incombe una scadenza: il 6 luglio. Entro quella data scatterà l’escussione del pegno con il fondo americano Elliott, che ha prestato 32 milioni a Li per l’aumento di capitale. Se questi soldi non arrivano in tempo, Elliott subentrerà nella proprietà (entro ottobre il famigerato uomo d’affari avrebbe dovuto restituire al fondo americano i 303 milioni con i quali ha acquistato il club nell’aprile del 2017).

Ecco che tornano utili gli altri potenziali acquirenti: i Ricketts. La famiglia di miliardari è fuori tempo massimo per negoziare un accordo prima dell’escussione del pegno. Sta accelerando i tempi della due diligence che tuttavia – secondo fonti interpellate da Carlo Festa – impiega almeno un mese per essere completata. Quindi difficile. Eppure Li potrebbe giocare proprio questa carta per accendere un’asta.

Sì: il Milan rischia di essere venduto all'incanto. Li potrebbe farsi prestare i 32 milioni da restituire a Elliott e organizzare un’asta competitiva. Allungando i tempi per valutare l’offerta migliore. Non per la squadra. Ma per sé stesso.

"Il Milan rischia di diventare un club di 'cioccapiatti'", aveva anticipato oltre un anno fa Alberto Forchielli all’Agi.

Leggi anche: Ecco i retroscena della manovra "per rovinare il Milan"

Se chiudere l’accordo con il nuovo socio in tempi record sarebbe utile per evitare che subentri Elliott, difficile pensare che possa portare qualche chance in più per annullare la sentenza dell’Uefa. Se qualcuno ha ipotizzato che presentarsi con un socio solido al Tas di Losanna potrebbe essere una mossa vincente, forse deve ricredersi, scrive il Corriere della Sera. Dalla sentenza di Nyon è sparito qualsiasi riferimento al patrimonio di Li Yonghong, messo sotto accusa nel settlement agreement. L’Uefa ha giudicato solo le violazioni del fair play finanziario per gli anni 2014-2015:  gli ultimi della gestione Berlusconi.

Senza contare le polemiche delle ultime ore su una sentenza scritta malissimo. Lo stesso ad Marco Fassone ha dovuto chiamare i giudici svizzeri per chiedere spiegazioni: il numero “2 stagioni” andava intesa come la squalifica di due anni – come molti quotidiani online avevano scritto – oppure come un’unica stagione di squalifica “in alternativa”?

Leggi anche: 

Chi è Rocco Commisso, l'ex pizzaiolo italoamericano che vuole comprarsi il Milan

Un anno dopo l'acquisizione del Milan non si è ancora capito da dove Li prenda i soldi

La procura di Milano indaga sulla vendita del Milan. Cosa sappiamo finora

Davvero il Fondo Elliott sta per diventare proprietario del Milan?

Tutti i dubbi che restano da chiarire sul super calciomercato estivo del Milan

Tutto quello che volete sapere sulla vendita del Milan ai cinesi  è in un ebook