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Dopo due anni e mezzo il Manchester United ha esonerato Josè Mourinho. Lo ha comunicato il club. 

"Vogliamo ringraziarlo per il suo lavoro al Manchester Unites" si legge nel tweet pubblicato dalla società, "e gli auguriamo ogni successo per il futuro".

Fatale, per la panchina dello 'special one' è stata la sconfitta di domenica 16 dicembre con il Liverpool. Secondo il Daily Mail, la società ha pagato 30 milioni di euro previsti per la rescissione del contratto.

Per il Manchstere United, che domenica ha perso 3 a 1 sul campi di Anfield, questa è stata finora la peggiore stagione in Premier League dal 1990. 

Secondo la stampa inglese migliorano le condizioni di Michael Schumacher: non sarebbe più attaccato ai macchinari che ne sostenevano fino a poco tempo fa le funzioni vitali. Le indiscrezioni confermerebbero anche le dichiarazioni del presidente della Fia, e soprattutto suo amico personale dai tempi della Ferrari, Jean Todt che aveva detto di aver visto con lui in tv il Gp del Brasile.

Il cinque volte campione del mondo vive in un'ala appositamente attrezzata nella sua villa di Gland in Svizzera, vicino al lago di Ginevra, ed è assistito da 15 persone. Secondo il Daily Mail, la famiglia spenderebbe circa 55.000 euro alla settimana in assistenza sanitaria. Il 3 gennaio prossimo, Schumacher compirà 50 anni; l'incidente che gli ha provocato gravi lesioni cerebrali è avvenuto il 29 dicembre di cinque anni fa.

L’uomo dei record ha colpito ancora. E a modo suo, da super-uomo, sorprendendo tutti, a cominciare dal grande rivale. Il dio dello sci nordico di Francia, Martin Fourcade, aveva ceduto appena ceduto nella tappa di Coppa del mondo nello sprint di Hochfilzen, inchinandosi peraltro al grande rivale, il norvegese Johannes Thingnes Bø, già protagonista della doppietta di Pokljuka. Il secondo posto per il fenomeno del biathlon non era abbastanza, infatti il giorno dopo si è riscattato con una gara perfetta al poligono nella prova di inseguimento nella stessa località austriaca.

Mentre Bo ha dissipato il vantaggio in testa mancando tre bersagli, il francese ha chiuso con un clamoroso zero nella casella degli errori al tiro. Sorridendo sul podio con quella faccia di chi è abituato alle conquiste lui che, con 7 medaglie olimpiche (5 ori e 2 argenti fra Vancouver 2010, Sochi 2014 e Pyeongchang 2018) è il francese più titolato di sempre alle Olimpiadi, lui che coi tre ori in Corea ha eguagliato il record del mitico Jean-Claude Killy.

Prima, però dei premi, prima di aver siglato l’ennesimo record stoppando davanti alla tv addirittura un milione di connazionali per seguire la sua vittoria di Coppa numero 76, il Fourcade il fenomeno ha messo l’ennesima firma da grandissimo comunicatore. Nel segno del sottotitolo sul suo profilo Twitter “amante di sport, padre orgoglioso”, con tanto di foto da bel tenebroso. Appena ha finito la sua ennesima gara perfetta, ha guardato in tribuna indicando qualcuno sugli spalti. Era sicuramente una dedica speciale.

Martin doveva dire qualcosina alla figlia,figlia, come ha poi “cinguettato” amabile… Ieri: – Manon “Papà perché non hai vinto?- Io “…”. Oggi: Io “Vai a sistemare la camera”. Con tanto di emoji con la faccina che ride. Manon è la maggiore delle due figlie, ha appena tre anni, Ines, ne ha solo un anno e mezzo. Chissà se il trentenne Fourcade vorrà allungare un po’ la carriera per mostrare alle figlie quant’è stato grande. Chissà quali e quanti successi ha ancora in mente per il suo biathlon.

Nessuno tocchi Ronaldo. In Italia sembra ci sia una moratoria su CR7: si può parlare solo di gol ed assist del fenomeno della Juventus.

Ma, dietro le quinte, i suoi legali si agitano per sanare le pendenze con la legge. Intanto, per l’evasione fiscale che gli è stata imputata per gli anni di permanenze al Real Madrid, il fuoriclasse portoghese ha accettato di ammettere le sue responsabilità e il 14 gennaio comparirà in Tribunale nella caputale spagnola, dopo aver versato il 6 agosto 13.4 milioni di euro a fronte di mancati versamenti all’Erario di 14.7 milioni di contributi fiscali e verrà formalmente condannato a due anni di detenzione, che saranno sospesi con la condizionale. E chiuderà quindi l’antipatica vicenda con una macchia sulla pedina penale che il suo avvocato, José Antonio Choclán, ha cercato fino all’ultimo di sanare con un’ulteriore ammenda di 375 mila euro.

Ma c'è un'altra battaglia legale che prosegue: quella per l'accuse di violenza sessuale denunciata da Kathryn Mayorga e risalente a un incontro a Las Vegas nel 2009. Ronaldo e i suoi avvocati ribattono su tutta la linea e contestano il modo in cui sono stati ottenuti certi documenti pubblicati dal giornale tedesco Der Spiegel. 

L’apparato difensivo è fortemente indebolito dai versamenti che sarebbero stati fatti nel tempo dalla stella del calcio mondiale alla donna: perché avrebbe dovuto pagare se tra i due se tutto fosse andato liscio? 

Sembrava la casa “Leader”, l’avversaria misteriosa e ideale del mitico Michel Vaillant dei fumetti. Era assolutamente perfetta in tutti i particolari, dotata del meglio di tutto, a cominciare dagli atleti, con investimenti massimi (solo quest’anno ha investito 40 milioni di euro) e massime ambizioni, come trasformare la Gran Bretagna in un paese di ciclisti, ma anche con qualche macchia nera, come le esenzioni terapeutiche e i medicinali recapitati all’asso Wiggins. Però, dopo dieci anni di successi che culmineranno a fine stagione nei Mondiali del Yorkshire, il Team Sky lascia il ciclismo e nel 2020 scomparirà. James Murdoch deve rinfoderare la sua passione: la società di papà Rupert è stata acquisita dalla Comcast, il massimo operatore della tv via cavo Usa.

L’addio del colosso Sky non è però avvertito come terrore dal movimento ciclistico. Intanto, alcuni contratti con atleti di punta sono a lunga gittata e, anche da quanto afferma la chiacchierata punta, Chris Froome, c’è la speranza che il gruppo resti insieme attraverso una solida sponsorizzazione. “Il team è aperto a ogni opportunità, cerchiamo un nuovo sponsor, se si presenterà l’occasione giusta, comunque ci attende un altro anno di sfide per fare tutto quanto è nelle nostre possibilità per portare altri successi”, dichiara il team manager Sir Dave Brailsford. Mentre il movimento ciclistico spera esattamente l’opposto, che, quindi, la squadra si smembri, che Geraint Thomas guidi un altro team di spicco, che si creino due-tre gruppi di 10-15 milioni di euro di budget, perché Sky era diventata davvero troppo importante e schiacciava la concorrenza fino al punto di aggiudicarsi 222 gare, di cui 9 Grand Tour e 52 altre prove.

Anche se gli interessati negano, l’ombra doping ha sicuramente pesato nell’addio al ciclismo. Troppo violente le critiche, troppo acuti i sospetti, troppo misteriose le pratiche mediche che addirittura un  relazione del Parlamento inglese, dopo lo studio del Dipartimento per Digitale, Cultura, Media e Sport (DCMS), ha considerato come abuso del sistema di esenzioni sanitarie.

Peraltro, Richard Freeman, già medico ufficiale del Team Sky e della Federciclismo britannica ha abbandonato l’incarico. Il baronetto Bradley Wiggins è stato travolto dalle rivelazioni degli hackers russi con tanto di referti medici sulle tre esenzioni per triamcinolone, anche prima dello storico trionfo al Tour 2012, esenzioni che a marzo di quest’anno sono state dimostrate prive di qualsiasi validazione medica. Così come l’inchiesta giornalistica ha appurato sostenuto che le sostanze vietate siano state ordinate e recapitate all’atleta proprio da Team Sky.

Wiggins si è sempre difeso sostenendo che i medicinali non servivano per perdere peso senza perdere forza, ma per curare l’asma. La medesima difesa del successivo numero 1 di Team Sky, Froome, campione di 4 Tour de France, anche lui fortemente chiacchierato per doping, anche lui – dice – costretto ad ingerire queste sostanze per curare l’asma. Prima che la nuova stella della squadra, Thomas, si aggiudicasse, a sua volta, quest’anno, la corsa a tappe più famosa.

Si sa, la gente adora veder vincere ma odia chi stravince.

Non è mai facile fare coming out. Ancora nel 2018. Melissa Rose Reid, 31enne professionista di golf, ha segnato una nuova strada: ha annunciato sul suo sito web che si unisce all’Atleta Ally come ambasciatrice nella lotta per l'uguaglianza e l’inclusione nello sport, per "smantellare i sistemi di oppressione che isolano, escludono e mettono in pericolo le persone LGBTQ”.

La Lpga, il circuito pro del golf donne, è sicuramente frequentato da altre atlete gay, ma la bella ragazza inglese, favorita anche dai fortissimi media del suo paese e dai 6 titoli pro vinti, ha trovato la forza per uscire allo scoperto, in prima persona:

“Il Tour è una comunità molto accogliente, ed è raro che qualcuno abbia un problema con la sessualità altro. Ma in alcuni paesi in cui giochiamo essere gay è ancora illegale o disapprovato. Inoltre, ci sono molti sponsor dominati dagli uomini che cercano determinati tipi di giocatori, quindi, nella mia vita personale, non sono potuta essere così aperta come arei voluto. Non mi sono successe cose particolari, ma devo stare sempre attenta all’ambiente in cui mi trovo quando porto con me la mia ragazza a cene o a quale premio".

Mezz’ora dopo l’annuncio, l’ex numero 1 del tennis e campionessa Slam, Billie Jean King, paladina dei diritti delle donne e prima dichiarata atleta omosessuale, ha ringraziato pubblicamente la Reid, additandola come esempio e come speranza di altri outing che portino alla felicità interiore.

"Ho dovuto proteggere per tanto tempo la mia sessualità"

La motivazione di Mel è davvero importante: “È fondamentale che le persone siano se stesse, amare qualcuno che non è socialmente corretto non le sminuisce di certo come esseri umani. Per me è sempre stato importante lottare per l’eguaglianza, sono stata fortunata a poter sfruttare una piattaforma per raggiungere tante gente e sfruttare questa situazione. Vorrei vedere più donne inserite nell’organizzazione del golf, anche come spettatrici delle nostre gare e sostenitrici dello sport al femminile in generale. Vorrei anche vedere più pubblicità di atlete donne, perché io ho dovuto proteggere per tanto tempo la mia sessualità per aiutare la carriera e garantirmi più sponsor. Ma poi ho iniziato a chiedermi perché queste aziende volevano sponsorizzarmi e non ho più voluto farmi rappresentare da quelle che non avrebbero voluto che mostrassi la vera me stessa”.

Lo slogan è da autentica leader: “Nel mondo siamo tutti unici, avete una sola vita, quindi siate la versione migliore di voi stessi per essere orgogliosi di chi siete. Sarete più felici. Ho appena raggiunto un punto della mia vita nel quale mi sento autenticamente me stessa. Se la mia storia può aiutare anche sola una persona sono ancor più convinta che la mia è una causa giusta”.

Nel maggio del 2012, la Reid è stata colpita da un dramma familiare, la madre, Joy, è rimasta uccisa in un incidente d’auto mentre cercava di raggiungerla a un torneo a Monaco di Baviera. E, malgrado fosse rientrata in fretta sul tour, non è più riuscita a raggiungere grandi risultati. Nel settembre 2015, aveva raccontata o alla tv Usa, Espn: “La mia vita è diventata un casino, non la stavo davvero affrontando, mi stavo soprattutto ribellando. Mi distraevo con le feste, stavo premendo il pulsante dell’autodistruzione e cercando sempre di stare con tanta gente, ero sempre più sola. Mi piacerebbe proprio dirigere una trasmissione tv in cui parlare con atleti che hanno attraversato avversità come me”.

Dopo tre partecipazioni alla Solheim Cup, la Reid è diventata una paladina delle più deboli: “Ho delle colleghe che sono state fuori dal Tour per dieci anni e hanno un secondo lavoro. Il sistema distribuisce 30 carte l’anno che per sono una rapina alla luce del sole perché, in realtà, non ci sono eventi. Mi hanno assicurato che l'anno prossimo ci saranno, vedremo. Sarei felice di mangiarmi le mie parole. Ma, per esempio, nella Solheim Cup, ci sarà gente che ha giocato troppo poco negli ultimi due anni. E questo è assolutamente ridicolo. In realtà, penso che dovrebbero esserci 100 giocatrici a torneo, con 50 tagli, basta avere 126 o 150 partecipanti, oggi il 70° posto vale 200 sterline, che non copre nemmeno il noleggio auto".

Il Napoli e l'Inter sono fuori dalla Champions. La squadra di Ancelotti ha perso ad Anfield in casa del Liverpool. Decide un gol di Salah nel primo tempo. Fuori anche l'Inter, che pareggia con il Psv Eindoven dopo essere andata in svantaggio nel primo tempo. Il gol di Icardi illude i neroazzurri che però escono dalla competizione per il pareggio tra Tottenham e Barcellona, che penalizzano la squadra di Spalletti per differenza reti. 

Se siete stanchi di vedere e sentire la parola "trap" ovunque, ora potreste fare un’eccezione. Soprattutto se amate il mondo del pallone, i grandi allenatori e i profili che hanno fatto la storia dello sport italiano. Da qualche mese sui social ha fatto irruzione IL Trap. Sì, proprio lui. Giovanni Trapattoni, lo storico mister che ha guidato alcune tra le più forti squadre italiane (Milan, Juventus e Inter) e straniere (Bayern Monaco) oltre alla nazionale azzurra (chi non ricorda la sua epica la sua sfortunata cavalcata in Giappone e Corea nel 2002?), e quella irlandese con cui ha chiuso, nel 2013, la sua lunga e vittoriosa carriera. Ora, in questa nuova fase della vita e in questo momento storico difficile, ha deciso di mettere a disposizione delle nuove generazioni la sua esperienza e la sua voglia di sognare. E per farlo ha deciso di utilizzare il loro linguaggio, quello dei social, diventando "multitasking" e provando, con il sorriso, a fare i conti con quegli arnesi infernali messi a disposizione dal progresso e dalla tecnologia.

I social network per un quasi ottantenne

Giovanni Trapattoni è nato il 17 marzo del 1939. Tra poco più di tre mesi soffierà su una torta adornata da ottanta candeline. Eppure, nonostante abbia la possibilità di godersi al sua meritata pensione, non ha alcuna intenzione di smettere di capire il mondo che lo circonda. Compreso quello dei social. Per questo si è affidato ad alcuni professionisti, i video sono estremamente curati nel girato e nella sceneggiatura, per sbarcare sulle piattaforme più famose, Twitter Instagram e Facebook, con un unico generale comandamento: non prendersi sul serio, mai. Neanche quando si vuole trasmettere messaggi positivi o si vuol ricordare pezzi storici della propria esistenza calcistica e no. Una dimostrazione? Il video "digital problems" sulle lotte infinite che ognuno di noi ha fatto davanti alla scelta di una "password".

La strategia de #IlTrap

Il repertorio a cui attingere, del resto, è vastissimo. Oltre alle vittorie sui campi di gioco di tutto il mondo, Trapattoni è diventato noto per le sue simpatiche gaffe con la lingua italiana e tedesca e per l’uso di alcuni tra i detti proverbiali popolari più famosi. Da “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” al monologo di Strunz durante una conferenza stampa che ha fatto storia, dall’aspersione dell’acqua santa davanti alla panchina al fischio, rigorosamente fatto con i due mignoli in bocca, con cui richiamava all’ordine i suoi giocatori. Ed è proprio da qui che sta partendo la sua campagna social. Gli hashtag #nondiregatto e #fischiailtrap hanno le potenzialità di diventare dei veri tormentoni. Con un'alternanza di contenuti (foto, video, aggiornamenti di stato) pubblicati con grande ordine ed eleganza. Esempio è il profilo instagram, inaugurato con la stories dal titolo "calcio d'inizio", suddiviso in te tipologie di contenuti ben distinti. Un po' la stessa strategia che abbiamo adottato con il profilo dell'Agenzia Italia a dirla tutta.

Ma cosa scrive il mitico Trap sui social?

Se da una parte c’è grande attenzione all’attualità, come dimostrato dai messaggi di vicinanza per Gianluca Vialli e il ricordo toccante dell’amico recentemente scomparso Gigi Radice, dall’altra c’è la volontà di insegnare alle nuove generazioni in valori principali dello sport. Quelli che oggi, tra violenza e soldi, sembrano sbiaditi. Trapattoni gioca con le foto di quando è ragazzo, ricorda gli oltre trenta trofei conquistati, confida che è la voglia di vincere e di farcela ad averlo guidato in tutti questi anni. Non è un caso, insomma, che il suo primo messaggio sia proprio questo: "Mai smettere due cose nella vita: imparare e sorridere!". E quella de #ILTrap, di sicuro, è una musica che mette tutti d'accordo.

Ci sono nomi, nello sport, che si pronunciano a fatica, sono troppo pesanti anche solo per metterli a paragone con quelli di grandi speranze, anche aggiungendoci il fatidico “nuovo”. Uno di questi, nel basket, è Drazen Petrovic, la mitica guardia-tiratrice di Sebenico che ha fatto grande prima l’ex Jugoslavia e poi la Croazia, per quindi trasformarsi nel geniale pioniere dell’emigrazione delle stelle europee nella Nba, dove si è esaltato fino a diventarne un eroe, spegnendosi ad appena 28 anni in un incidente d’auto nel 1993 (replicando la triste fine di quell’altro fenomeno, Radivoj Korac, nel 1969).

Ebbene, solo oggi, a distanza di venticinque anni, c’è un altro nome che si stacca perentoriamente dal selezionato gruppo di pretendenti a quell’eredità e si segnala come il nuovo fenomeno che possa replicare le imprese dell’immenso Petrovic, “il Mozart dei canestri”. Si chiama Luka Doncic, è lo sloveno di Lubiana che è transitato anche lui dal Real Madrid all’Nba, e col nomignolo di “Ragazzo dei sogni” regala gli stessi squarci di genio e la medesima, unica, facilità dei campioni immortali, sempre come immancabile e implacabile tiratore, sempre come atleta agile, creativo, non altissimo: 2.01 il biondo di 99 chili (molti messi su in estate), 1.96 Drazen di 91 chili. Misure vicinissime, considerate le epoche diverse.

Un esordio precocissimo nell'Nba

Doncic arriva all’Nba ad appena 19 anni, ancor prima di Drazen che ci riuscì a 25, e ci arriva sulla scia di una stagione trionfale con la nazionale slovena che ha portato al primo, storico, titolo europeo e alla duplice affermazione, campionato ed Euroleague col Real, peraltro come Mvp della Liga spagnola, di quella europea e anche delle final four di coppa. Terza scelta ai draft, è stato scambiato dagli Atlanta Hawks coi Dallas Mavericks in cambio della prossima prima scelta. E, dopo un’estate a far pesi in palestra, sta facendo meraviglie già da rookie, mentre Petrovic all’inizio stentò.

Sabato Luka il biondo con la faccia da putto ha deciso, da solo, il 107-104 contro Houston. Tanto che il profilo Twitter dei Mavs ha raccontato l’impresa così: “Quella volta in cui Luka Doncic ha realizzato un parziale di 11-0 da solo…”. Per raccontare i quattro canestri di fila coi quali a meno di tre minuti dalla fine l’asso sloveno ha rovesciato la partita dal -8: ha infilato una tripla dall’angolo davanti alla panchina dei Rockets, ne ha piazzata una frontale contro Clint Capela per il -2, ha inventato una tiro in galleggiamento per il pareggio, quindi ha centrato la tripla del sorpasso contro Capela, fintando la penetrazione e poi facendo un passo indietro sulla linea dei tre punti. In un crescendo strepitoso, un bolero elettrizzante, una parentesi magica che ha ricordato proprio le fiammate irrefrenabili di Drazen Petrovic.

Proprio come il croato, anche lo sloveno ha una naturale abilità nel trascinare le folle, ma Luka è più dolce nel viso e nei modi del “diavolo di Sebenico” che era proprio cattivo, in campo. Sabato, all’intervallo, dopo il brutto 3/13 dal campo e i soli 10 punti realizzati, il pubblico ha preso a intonare “Halleluka”, la canzone di Leonard Cohen personalizzata su di lui. Caricandolo al massimo. “E’ chiaro che Doncic ha una predisposizione per questi momenti: non ha paura di nulla, ha messo insieme tre-quattro minuti assolutamente unici”, ha chiosato coach Rick Carlisle. Che sta imparando a conoscere il “ragazzo dei sogni”. Avrebbe detto lo stesso di "Mozart".

Si può fare bancarotta pur avendo sul mercato il miglior prodotto possibile? Bancarotta vera, non mascherata. La Federazione ginnastica Usa c’è riuscita, malgrado possa sfoderare in vetrina la 21enne Simone Biles, unica nella storia a vincere quattro titoli mondiali, la prima a conquistarne tre consecutivi, la prima con più ori ai Mondiali (14), la più decorata degli Stati Uniti (25 tra Mondiali e Olimpiadi). Eppure, per sopravvivere al più assurdo, vergognoso e terribile scandalo che l’ha travolta, e alle 100 cause di risarcimento di oltre 350 atlete, Usa Gymnastics deve passare per il Tribunale di Indianapolis dove ha sede, ricorrendo al Chapter 11:  consegnare i libri contabili, entrare in amministrazione controllata e sperare di evitare il fallimento. Al quale, subito dopo seguirebbe la cancellazione da parte del Comitato Olimpico nazionale. Ed è davvero giusto così.

Perché nessuno aveva creduto alle accuse?

Tutto il paese si chiede come sia possibile che per decenni il medico federale, Larry Nassar, possa aver molestato ed abusato senza controllo tante ragazze che le famiglie affidavano alla federazione. E non si accontenta  di aver spedito il mostro in gattabuia per 60 anni per possesso di materiale pornografico e molestie a ragazze e donne mascherando e giustificando i suoi atti come trattamenti medici. Come mai nessuno, negli anni, ha creduto alle tante proteste delle ragazze? Come mai la dirigenza ha continuato a coprire il dottor Nasser anche negli ultimi due anni quando l’ondata delle denunce è aumentato in modo impressionante?

La situazione è insostenibile. Kathryn Carson, neo presidente del comitato dei direttori di USA Gymnastics – quando i buoi scappano si chiude la stalla, e oggi il vertice della federazione è molto più folto e selezionato – vuole assolutamente accelerare questa delicata fase dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione. Le coperture finanziarie saranno garantite dalle assicurazioni stipulate in precedenza, con l’intento di ripartire al più presto: “Non è una liquidazione, è una riorganizzazione”. Anche se il procuratore John Manly, che rappresenta decine di querelanti, accusa l’organizzazione di continuare a "infliggere dolore inimmaginabile ai sopravvissuti" ed incoraggia gli investigatori a "raddoppiare" i loro sforzi. Perché la dichiarazione di bancarotta della federazione è la più chiara ammissione di colpevolezza di chi è incapace di proteggere i suoi atleti dagli abusi di un proprio dipendente. Visto che Nasser, partendo dalla Michigan University, ha collaborato sin dal 1986 con Usa Gymnastics. 

Un crac finanziario e morale

La bancarotta morale e quindi l’assalto di circa 5000 creditori delle cause civili intentate da ogni parte del paese ha frantumato il tesoretto federale, calcolato in almeno 50 milioni di dollari. Il più tartassato è l’ex presidente e amministratore delegato Steve Penny: s’era dimesso a marzo dell’anno scorso, ma un mese fa è stato arrestato perché deve rispondere di 400 mila dollari di risarcimenti danni. E, comunque, in questo caos totale, assillati dai creditori e dalle reprimende morali, oppressi dai sensi di colpa e dai propri errori, il pericolo maggiore per la federazione è quello di essere cancellata dal Comitato olimpico Usa (Usoc). Che, per bocca del suo numero 1, Kathryn Carson, promette: “Pagheremo fino all’ultimo centesimo, abbiamo preso tutte le iniziative per curare e sostenere le ragazze, ci siamo attrezzati al meglio per difendere al meglio, in futuro, i nostri ragazzi e i nostri club”.

Saldare tutti i debiti, economici e morali, è assolutamente indispensabile per guadagnare tempo, recuperare un po’ di credibilità e di fiducia per la nuova dirigenza. Perché la straordinaria procedura di decertificazione da parte dell’Usoc è già iniziata. “Meritate di meglio. Crediamo che le sfide che l’organizzazione deve affrontare siano semplicemente più di quanto sia in grado di superare nella sua forma attuale. E questo non è giusto per le ginnaste in tutto il paese. Fino a qualche settimana fa ho sperato che ci fosse un’altra strada ma ora non lo credo più possibile”, ha scritto in una lettera aperta alla comunità della ginnastica americana il boss del comitato olimpico, Sarah Hirshland, che ha preso il posto di Scott Blackmun, rimesso proprio per il suo immobilismo nello scandalo Nassar.

Quel numero, 265, che accompagna i casi di abusi sessuali del mostro della Federginnastica sono davvero troppi. Insanabili, anche davanti ai 34 milioni di dollari di risarcimenti nella più incredibile bancarotta dello sport mondiale.

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