Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Fa il calciatore, ha la barba nera e i capelli ricci: spesso lo fermano pensando che sia Mohamed Salah, il centravanti egiziano del Liverpool, cui assomiglia tantissimo, ma non è lui. Si tratta di Hussein Ali, 20enne attaccante della formazione dell’Al-Zawraa, squadra di Baghdad attualmente prima in classifica nel campionato iracheno.

​Hussein è consapevole della sua somiglianza con Salah, tanto che il giorno che si presentò al primo allenamento, si presentò all’allenatore con il suo nome, ma Ali Adnan Mohammad gli rispose “No, tu sei Mohamed Salah!”, riporta il quotidiano nigeriano Punch. Inizialmente, Hussein ha accettato questi commenti in maniera scherzosa, ma il passaggio di Salah al Liverpool ha portato a far crescere la sua fama, divenendo il calciatore più famoso del mondo arabo: un fatto che il centravanti iracheno ha visto come uno stimolo a migliorare anche lui il più possibile.

La crescente fama di Salah ha infatti fatto crescere la fama di Hussein Ali: sempre più persone lo fermano scambiandolo per il centravanti egiziano, si fanno fotografie con lui. Quando nelle scorse settimane si è svolta la finale di Champions League, Hussein Ali è andato a vederla insieme a numerosi tifosi nel centro di Baghdad, e quando Salah è dovuto uscire dal campo per un infortunio subito, molte persone si sono recate da Hussein Ali quasi come se fosse stato lui a essersi fatto male, per quanto ormai i due giocatori vengano assimilati tra i tifosi iracheni.

Se da un lato Ali Hussein si diverte nell’imitare e nell’essere scambiato per Salah, dall’altro sta cercando di impegnarsi il più possibile e imitarlo anche per come gioca a calcio.

Fino a questo momento il giocatore, che gioca nel ruolo di centrocampista o ala diversamente da Salah che è centravanti, ha disputato con l’Al-Zawraa 82 presenze dal 2015 a oggi, segnando 13 goal, e dal 2017 gioca anche nella nazionale irachena, con cui ha disputato 13 partite segnando un goal, realizzato quest’anno in un’amichevole contro la nazionale del Qatar. 

​Tra pochi giorni si alzerà il sipario sul Mondiale di calcio in Russia, la prima – dopo sessant’anni – senza l’Italia. Arbitri a parte, non ci sarà nessun rappresentante italiano in campo e nemmeno in panchina: nessuna delle 32 selezioni è infatti guidata da un allenatore italiano. L’unico modo per trovare un po’ di Italia ai Mondiali, quindi, è osservare i giocatori che militano del nostro campionato. Quanta Serie A ci sarà quindi nelle rose delle 32 nazioni finaliste?

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“bdR7R”]={},window.datawrapper[“bdR7R”].embedDeltas={“100″:882,”200″:798,”300″:756,”400″:756,”500″:739,”700″:739,”800″:739,”900″:739,”1000”:739},window.datawrapper[“bdR7R”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-bdR7R”),window.datawrapper[“bdR7R”].iframe.style.height=window.datawrapper[“bdR7R”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“bdR7R”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“bdR7R”==b)window.datawrapper[“bdR7R”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Stando alle convocazioni diramate ieri, saranno 59 i calciatori attualmente tesserati in squadre di A che prenderanno parte alla rassegna iridata di Russia. La nazione più ricca di giocatori di A è la Polonia, con 7 uomini. Sei gli “italiani” per la Croazia, mentre seguono a 5 Argentina, Uruguay e Svizzera.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“0BsU3”]={},window.datawrapper[“0BsU3”].embedDeltas={“100″:602,”200″:502,”300″:477,”400″:477,”500″:452,”700″:452,”800″:452,”900″:452,”1000”:452},window.datawrapper[“0BsU3”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-0BsU3”),window.datawrapper[“0BsU3”].iframe.style.height=window.datawrapper[“0BsU3”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“0BsU3″].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“0BsU3″==b)window.datawrapper[“0BsU3”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Il club più rappresentato di A sarà la Juventus, che nonostante l’assenza degli italiani avrà ben 11 calciatori nelle liste dei ct delle 32 finaliste. Seguono Sampdoria e Napoli a quota 6. Fino a pochi giorni fa c’era nella lista anche un giocatore che milita nella nostra Serie B, ovvero il polacco Pawel Dawidowicz del Palermo (in prestito dal Benfica), che però è stato escluso dall'ultimissima selezione compiuta dal ct polacco Adam Nawalka.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“ZxV7l”]={},window.datawrapper[“ZxV7l”].embedDeltas={“100″:500,”200″:416,”300″:374,”400″:349,”500″:349,”700″:349,”800″:349,”900″:349,”1000”:349},window.datawrapper[“ZxV7l”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-ZxV7l”),window.datawrapper[“ZxV7l”].iframe.style.height=window.datawrapper[“ZxV7l”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“ZxV7l”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“ZxV7l”==b)window.datawrapper[“ZxV7l”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Il grafico sopra ci mostra che iI Mondiale che non vedrà ai nastri di partenza l’Italia sarà un torneo con numerosi giocatori provenienti dalla Serie A. In assoluto, delle ultime sei edizioni a 32 squadre, Russia 2018 è il torneo con più “italiani” se si eccettua il 2014. L’assenza dell’Italia fa sì che il Mondiale 2018 sia quello degli ultimi 6 con meno calciatori di Serie A, ma per soli due calciatori di differenza rispetto a Germania 2006, dove – italiani di Lippi inclusi – i militanti in A erano 61, cioè due in più di Russia 2018 senza Italia. Per cui soltanto 35 componenti delle restanti 31 nazioni di Germania 2006 militavano in A. Fra loro però c’erano diversi campioni. Solo per citare i più celebri: Shevchenko, Nedved, Kakà, Adriano, Ibrahimovic, e la lista potrebbe continuare.

La Serie A a confronto con i campionati esteri

Ma come si colloca la Serie A nel panorama internazionale? Da quando i Mondiali ospitano 32 squadre finaliste (1998) i campionati più rappresentati nella rassegna iridata sono stati Inghilterra, Spagna, Germania, Francia e Italia. Con una piccola eccezione: nel 1998 in Francia la J League giapponese contava 30 giocatori contro i 29 del campionato francese, ma nelle edizioni successive il trend si è consolidato, con i cinque campionati a trainare tutti gli altri.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“d4i9F”]={},window.datawrapper[“d4i9F”].embedDeltas={“100″:749,”200″:589,”300″:505,”400″:480,”500″:463,”700″:438,”800″:438,”900″:421,”1000”:421},window.datawrapper[“d4i9F”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-d4i9F”),window.datawrapper[“d4i9F”].iframe.style.height=window.datawrapper[“d4i9F”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“d4i9F”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“d4i9F”==b)window.datawrapper[“d4i9F”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

I numeri indicano in modo inequivocabile che la Premier League è il campionato con più convocati. Sin dal 1998 almeno 100 giocatori sono tesserati in squadre d’Oltremanica. Il 2018 segna il nuovo record, con ben 129 calciatori provenienti dalla Premier (e dalla Championship, la Serie B inglese). L’Italia è sempre stata seconda o terza federazione per tesserati convocati ai Mondiali. Quest’anno la clamorosa mancata qualificazione dell’Italia la fa scivolare al quarto posto, davanti solo alla Ligue 1 francese.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“tCEdo”]={},window.datawrapper[“tCEdo”].embedDeltas={“100″:651,”200″:533,”300″:491,”400″:491,”500″:466,”700″:449,”800″:449,”900″:449,”1000”:449},window.datawrapper[“tCEdo”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-tCEdo”),window.datawrapper[“tCEdo”].iframe.style.height=window.datawrapper[“tCEdo”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“tCEdo”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“tCEdo”==b)window.datawrapper[“tCEdo”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Inoltre, queste cifre ci dicono che nel corso degli anni la presenza al Mondiale di calciatori stranieri militanti in Serie A è aumentata. Possiamo leggere questo dato come un segnale incoraggiante sulla qualità del nostro torneo? Difficile dirlo. Se pensiamo alle finali scorse, notiamo come la Serie A fosse più presente e anche più decisiva. Limitandosi ai Mondiali di cui abbiamo parlato nella nostra analisi, nella finale Francia-Brasile 3-0 del 1998 erano in campo 10 giocatori di A su 27, e due dei tre gol dei transalpini gol li segnò lo juventino Zinedine Zidane, e un altro juventino, Didier Deschamps, sollevò la Coppa allo Stade de France in qualità di capitano della Francia. Allo stesso tempo la grande stella del Brasile giunto secondo era l’interista Ronaldo, che fu uno dei protagonisti assoluti del torneo. Nel 2002 il romanista Cafù sollevò la Coppa a Yokohama e sempre Ronaldo, che era ancora dell’Inter, segnò la doppietta decisiva che consegnò il quinto alloro mondiale al Brasile. Nella finale del 2006 17 calciatori su 28 impiegati erano militanti in A: oltre ai 14 italiani c’erano anche tre francesi (gli juventini Thuram, Trezeguet e Vieira).

Nel 2018, a livello numerico la Serie A è quasi doppiata dalla Premier League inglese e come dicevamo solo la Ligue 1 è meno rappresentata ai prossimi Mondiali del nostro principale torneo. Allo stesso tempo, il contingente della Serie A soffre l’assenza di almeno una ventina di azzurri che hanno mancato la qualificazione, altrimenti il distacco sarebbe stato paragonabile a quello che divide campionato inglese e Liga spagnola.

Quanto valgono i campionati

La quantità dei giocatori presenti al Mondiale è solo un modo di mettere a confronto i vari tornei nazionali. Un altro modo per paragonarli è anche andare a vedere le valutazioni economiche delle squadre e dei calciatori che militano nei vari campionati. Pochi giorni fa il CIES Football Observatory ha pubblicato uno studio nel quale sono elencati i 100 giocatori più “costosi” al mondo. Il valore ottenuto non deve essere ritenuto quello di vendita di un calciatore sul calciomercato: il CIES ha soltanto stabilito il presunto valore economico dei giocatori cercando di fissarlo con un algoritmo capace di tener conto di alcuni parametri quali età, statistiche sportive e dati economici. Questi 100 giocatori militano tutti tra i cinque campionati di cui stiamo parlando, ovvero Premier, Liga, Serie A, Ligue 1 e Bundesliga. Di questi 100 atleti 46 giocano in Inghilterra, 21 in Spagna, 17 in Italia, 9 in Francia e 7 in Germania.

Il giocatore che vale di più, stando al CIES, è l’inglese Harry Kane, il cui valore va oltre i 200 milioni. Se poi di ogni campionato stiliamo l’elenco dei cinque giocatori che valgono di più in ogni singolo torneo e ne sommiamo il valore di mercato otteniamo il grafico sottostante.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“Jvgxd”]={},window.datawrapper[“Jvgxd”].embedDeltas={“100″:538,”200″:412,”300″:370,”400″:353,”500″:328,”700″:311,”800″:311,”900″:311,”1000”:311},window.datawrapper[“Jvgxd”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-Jvgxd”),window.datawrapper[“Jvgxd”].iframe.style.height=window.datawrapper[“Jvgxd”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“Jvgxd”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“Jvgxd”==b)window.datawrapper[“Jvgxd”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

La top five della Premier (Kane, Salah, Dele Alli, De Bruyne, Lukaku) vale in totale 874,10 milioni di euro contro la top five della Liga (Messi, Griezmann, Coutinho, Suarez, Umtiti: fra loro manca Cristiano Ronaldo, ma l’algoritmo lo penalizza per via dell’età) che ne vale 735,20. Terzo posto per la Ligue 1 francese trascinata da Neymar, che con Mbappé, Thauvin, Cavani e Depay vale secondo CIES quasi 616 milioni. Quarto posto per la Serie A: Dybala, Higuain, Insigne, Icardi e Immobile arrivano a valere 555,40 milioni. Ultimo posto per la Bundesliga, il cui quintetto (Lewandowski, Werner, Kimmich, Upamecano e Sule) vale 382,50 milioni.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“twiJ3”]={},window.datawrapper[“twiJ3”].embedDeltas={“100″:517,”200″:425,”300″:425,”400″:400,”500″:400,”700″:400,”800″:400,”900″:400,”1000”:400},window.datawrapper[“twiJ3”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-twiJ3”),window.datawrapper[“twiJ3”].iframe.style.height=window.datawrapper[“twiJ3”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“twiJ3″].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“twiJ3″==b)window.datawrapper[“twiJ3”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Allargando lo sguardo a tutti i calciatori dei cinque campionati (e lo vediamo dal grafico sopra) notiamo che la Premier si conferma il campionato le cui rose, sommate, valgono di più. Il grafico non si limita a fornire la situazione attuale, ma si spinge indietro fino al 2006 grazie ai dati storici offerti in questo caso dal sito specializzato Transfermarkt. Secondo questa fonte, se teniamo conto di tutti i calciatori tesserati e non solo dei big, la Premier è anche qui ampiamente – e da almeno dodici anni – il campionato con i giocatori che valgono di più. La Liga è ormai stabile al secondo posto, mentre la Serie A è al terzo posto ma è insidiata dalla Bundesliga (che inoltre è un campionato a 18 squadre contro le 20 del nostro torneo), mentre la Ligue 1 in questa classifica è ultima. Tuttavia il torneo francese appare in crescita, trainato dai grandi investimenti degli emiri del Paris Saint-Germain.

Anche in queste ore il ritornello è sempre lo stesso: “Nadal è indistruttibile. Con quel fisico è normale che vinca sempre”. Il tennista spagnolo ha appena raggiunto la sua undicesima finale al Roland Garros e contro Thiem, giustiziere del nostro Cecchinato, cercherà l’undicesima vittoria. Numeri che farebbero davvero pensare a un campione unico nella storia. Uno che “senza quel fisico” non avrebbe portato a casa tutti quei trofei. Ma Nadal è davvero indistruttibile? Può un tennista che gioca un tennis così dispendioso e 'violento' essere ancora lì a correre come un ghepardo affamato che non lascia scampo alle sue prede? Qual 'è il segreto di lunga corsa del più forte e vorace giocatore di tennis sulla terra rossa di ogni tempo?

Esiste una infografica che Pablo Calvache ha pubblicato su El Mundo. All’interno ci sono tutti gli infortuni che Nadal ha dovuto affrontare negli anni. Ginocchia, caviglie, addome, adduttori, polsi, spalle, schiena. Non c’è una parte del suo corpo che non l’abbia tormentato.
 

E non si tratta di un’infografica completa. Arriva al 2014. Dovreste aggiungere gli infortuni da allora fino ad arrivare al ritiro all’ultimo Australian Open con il suo “grido di dolore” in conferenza stampa: “Chi governa il circuito mondiale dovrebbe riflettere su quello che sta accadendo. Ci sono troppi tennisti che si infortunano. C’è una vita oltre al tennis, e io non so cosa ci capiterà se continuiamo a giocare su queste superfici estremamente dure”. Un punto di rottura a cui il tennista di Maiorca non ci aveva abituato. Lui, che la frase “non giocherai più”, l’aveva già sentita almeno due volte nella sua lunga carriera.

Il piede e il pensiero al golf

Immaginate Nadal che cammina, pacifico, tra le buche di un campo da golf. Che sceglie la mazza giusta, calcola il vento e l’inclinazione del prato, ed esulta per essersi assicurato l’ennesimo torneo del PGA Tour. È un’immagine che non è mai diventata realtà ma a cui avremmo potuto assistere se il problema al piede del maiorchino, il primo vero infortunio della sua carriera, non si fosse risolto. Nella sua autobiografia, Rafa, il tennista racconta di quando i medici, nel 2005, gli spiegarono che una lesione congenita a un piccolo osso del piede sinistro, lo scafoide del tarso, avrebbe potuto mettere la parola fine ai suoi sogni di gloria. Allora, Nadal, aveva appena 19 anni. E aveva appena vinto il suo primo Roland Garros.

Ma la soluzione arrivò nella forma di una soletta ortopedica personalizzata in grado di ridurre al minimo le sollecitazioni durante le partite. Nadal ci lavora insieme alla Nike che produce per lui una scarpa leggermente più grande, in grado di aiutare il piede ad attutire i contatti con le superfici più dure. Non è un periodo facile per Rafa. Si muove male, è più lento e goffo. Ma l’infortunio gli permette di incrementare la forza fisica, di curare gli altri muscoli, di crescere mentalmente. Diventa più atletico e più potente, più attento e agonisticamente cattivo. Anche il servizio, ad esempio, diventa più veloce e il suo gioco meno dispendioso. In fin dei conti, quell’infortunio, è un affare.

Le ginocchia e il video del New York Times

Nel 2009 Nadal subisce una delle sconfitte più dure da digerire. Quella contro Robin Soderling, durante la prima settimana del Roland Garros. Non è banale. I titoli dei giornali parleranno di “miracolo”, “biggest shock”. Nadal arrivava da 4 edizioni e 31 partite vinte a Parigi. Quella sconfitta è, per molti, il motivo per cui Roger Federer è riuscito a vincere almeno una volta lo Slam francese, quell'anno, appunto, in finale su Soderling, un forte giocatore, niente di più. Dal 2005 al 2014, infatti, nell’albo d’oro di Parigi, il nome di Federer compare solo in quella edizione. Per il resto è un dominio, totale, di Rafa Nadal.

Ma in quella partita contro il lungo tennista svedese succede anche un’altra cosa. Lo spagnolo si accorge che qualcosa nelle sue ginocchia, già monitorate, sta cambiando. Sente più dolore e si ferma. Decide di non difendere il titolo di Wimbledon, vinto l’anno prima. Girano le voci di un problema serio. Di un nuovo, possibile, ritiro. È un calvario che andrà avanti negli anni e a cui il New York Times dedicherà un video speciale, molto dettagliato, con una diagnosi precisa: le ginocchia di Nadal cederanno definitivamente a causa delle torsioni e dei movimenti a cui sono sottoposte. Dalla iper-estensioni del rovescio a tutte le altre sollecitazioni causate dal suo gioco a tendini, muscoli e legamenti. Arriverà la fine, è inevitabile.

La sindrome di Hoffa

È lo stesso Nadal a raccontare, in più interviste, che i medici avevano pronta per lui una nuova diagnosi. Lla sindrome di Hoffa. La rotula del ginocchio è adagiata su un cuscinetto di grasso, un tessuto adiposo chiamato corpo di Hoffa. Quella che affligge Nadal è un’infiammazione, molto fastidiosa, di questo tessuto. Un dolore che non cesserà e lo costringerà ad uscire e rientrare dal circuito ATP più volte negli anni. Nel 2010, ad esempio, si era già ritirato in semifinale agli Australian Open, lasciando strada ad Andy Murray. Nel 2012 il periodo più critico. A Wimbledon arriva un’altra sconfitta cocente, contro un giocatore modesto come Lukas Rosol, alla prima partecipazione al tabellone principale: “Spiegare la vittoria? È come se una squadra della Repubblica Ceca battesse il Real Madrid” dichiarò incredulo il tennista di Brno. Nadal si fermerà un’altra volta, stavolta per diversi mesi. Perderà le Olimpiadi del 2012 e gli slam successivi. Ma la scelta si rivela vincente perché nel 2013, dopo aver saltato l’Australian Open, si porterà a casa altri due slam, Parigi e New York.

L’incubo del biennio 2015-2016

Il 2015 è l’anno peggiore di Rafa. Quello per cui si dirà: “Ormai è finito, stavolta non ce la fa”. Perde da Berdych ai quarti in Australia, da Murray in finale a Madrid, da Wawrinka ai quarti a Roma, da Djokovic ai quarti a Parigi. Al Roland Garros si ferma dopo 66 vittorie e 1 sconfitta in 10 edizioni (e solo due partite al quinto set), quella già citata contro Soderling. A Wimbledon, poi, viene battuto da Dustin Brown. Tranquilli, se non ve lo ricordate non siete i soli. Agli Us Open esce per mano di Fognini, in una partita epica, che invece tutti gli appassionati hanno ancora ben impressa negli occhi. Chiuderà l’anno in quinta posizione mondiale, senza vincere neanche uno Slam o un torneo Master 1000.

L’anno dopo ne 2016, arriverà il primo ritiro della carriera al Roland Garros. Stavolta il problema è al polso. Salta Wimbledon e agli Us Open viene eliminato da un altro semi-sconosciuto, Lucas Pouille. Per la prima volta in carriera non è mai andato, nei tornei dello Slam, oltre i quarti di finale.

La rinascita del 2017

Ma Nadal è come la fenice: dalle ceneri è sempre risorto. Nel 2017 torna prepotentemente a imporre il suo gioco: finale agli Australian Open, persa contro Federer, e vittorie a Parigi, decimo Roland Garros in bacheca, e agli Us Open. Unica pecca la sconfitta contro Muller a Wimbledon, 15-13 al quinto set, una battaglia vera e di rara intensità. A nessuno sfugge questo ennesimo cambio di passo. C’è chi, addirittura, come Roselyne Bachelot, Ministro della salute del governo Sarkozy, lo accusa di doping: "Se vedi un giocatore di tennis fermo per parecchi mesi per infortunio è perché è risultato positivo e sta occultando le prove”.

È a Indian Wells, durante la conferenza stampa, che Nadal risponde ammettendo di fare dei trattamenti speciali ma leciti per rimettere a posto le ginocchia: “Ho fatto un trattamento al plasma e uno con le cellule staminali. La prima volta con il plasma ha funzionato bene, la seconda no e ho dovuto smettere di giocare per sette mesi”. Anche in tribunale, a vincere, è Rafa.
 

 

Il trattamento speciale

Il segreto dei recuperi fisici di Nadal ha un nome e cognome: Angel Ruiz Cotorro. È il medico personale del tennista, lo segue da più di 14 anni, ed è l’artefice della cura con cellule staminali che negli anni ha dato adito a molte chiacchiere e infondati sospetti. Non si tratta di autoemotrasfusione o di altre pratiche proibite ma di cure efficaci e anti-infiammatorie, usate anche in ortopedia, nell’ambito della medicina rigenerativa.

Cotorro ha seguito altri tennisti, come Bolelli e Tipsarevic, entrambi afflitti da ricorrenti problemi alle ginocchia. Già nel 2014, Nadal, in un’intervista a El Mundo, spiegava in cosa consistono quei trattamenti: “Prendono il plasma del sangue, lo centrifugano ed estraggono fattori di crescita che vengono iniettati per favorire la rigenerazione delle cellule. La metodologia di trattamento per la schiena non è molto diversa da quelle delle ginocchia, solo che questa è un po’ più aggressiva perché devono praticare iniezioni nella parte inferiore della schiena per estrarti le cellule staminali dalla cresta iliaca. Poi si devono preparare colture in modo che le cellule si riproducano per cercare di rigenerare i tessuti più velocemente”.

Il segreto delle ginocchia di Nadal, insomma, non è un segreto. È una cura a cui si sono sottoposti tanti grandi campioni, da Pau Gasol, stella dell’NBA, a Cristiano Ronaldo. Quello che ti porta a lottare per il dodicesimo titolo a Parigi, l’ultimo avversario si chiama Dominic Thiem, va oltre i trattamenti fisici. In spagnolo, ma anche in sardo, si chiama “gana” ed è quella voglia di vincere, quella fame di agonismo, che fa superare ogni difficoltà. 

Dopo 20 anni, la nazionale di calcio femminile riesce a conquistare i mondiali. Le azzurre hanno battuto 3-0 il Portogallo allo stadio 'Franchi' di Firenze, aggiudicandosi la fase finale del torneo di Francia 2019. Punteggio pieno – sette vittorie in sette partite – per le ragazze allenate da Milena Bertolini, che ora sono qualificate in maniera matematica. Sarà dunque ininfluente il risultato della sfida del prossimo 4 settembre con il Belgio, che era partito favorito e invece è ora secondo a 10 punti. Pur con una partita in meno, è un distacco grande e ora insuperabile rispetto ai 21 delle azzurre, che hanno all'attivo 18 reti segnate contro appena due subite. 

L'Italia parte fortissimo con una rete di Girelli al 3'. Le lusitane sono schiacciate nella loro metà campo, travolte dalla superiorità tecnica e fisica delle avversarie. Il raddoppio arriva appena otto minuti dopo con Salvai. Il Portogallo recupera lucidità nella seconda metà del primo tempo ma una distrazione su una rimessa laterale rischia di propiziare il 3-0: deviazione in extremis della portiera Morais su Bonansea. La juventina avrà modo di rifarsi.

Alla ripresa le portoghesi si presentano con due cambi ma le mosse del loro ct Neto non sortiscono gli effetti sperati. Le azzurre abbassano i ritmi ma sono ancora loro ad andare vicino al gol al 66' con Bonansea che colpisce la traversa e si vede negare di nuovo lo specchio della porta al 75' da un'altra prodezza di Morais. Nonostante la stanchezza, le italiane cercano l'assalto finale e, dopo un'altra traversa di Girelli all'84', Bonansea trova finalmente la realizzazione personale e segna il gol del 3-0 al 91'. Ai mondiali femminili non siamo mai andati oltre ai quarti, conquistati nel 1991. Ma partite come quella di oggi hanno dimostrato che l'aria è cambiata. E, la coincidenza con l'umiliante esclusione da Russia 2018, potrebbe spingere molti appassionati a guardare con meno distrazione all'avventura delle azzurre.

Tra Dominic Thiem e Marco Cecchinato apparentemente non c’è partita. L’austriaco, 10 tornei vinti, è il numero 8 del tennis mondiale, ma è stato anche numero 4 ed è riconosciuto come uno dei futuri probabili dominatori del circuito quando la generazione Federer/Nadal andrà in pensione. L’italiano, invece, si sta imponendo nel 2018 dopo anni difficili e una classifica costruita a suon di tornei minori. Eppure i due, che sono quasi coetanei, si sono già affrontati due volte. In un Futures a Modena, nel 2013, dove l’italiano vinse in finale. E a Doha, l’anno seguente, nel secondo turno di qualificazioni al tabellone principale dove, invece, si impose l’austriaco.

La vittoria in Emilia e la sconfitta in Qatar

Era il 2013. Un secolo fa, sportivamente parlando. Si giocava sulla terra rossa, stessa superficie del Roland Garros. Un torneo dal montepremi modesto, 15mila dollari, ma importante per iniziare ad acquisire fiducia e a fare esperienza. Una vittoria più netta di quel 6-3 6-4 che si legge sull’albo d’oro contro il numero uno del torneo. Il favorito della vigilia anche se ancor lontano dai numeri e dalla classifica di oggi. Non fu un successo che conquistò l’attenzione dei media. Forse per la modestia del torneo, forse perché, In quello stesso giorno, 21 luglio, un altro tennista italiano trionfava ad Amburgo, in un torneo ATP 500, facendo sognare i tifosi in cerca di un nuovo idolo. Era Fabio Fognini.

Il giorno dopo la vittoria a Modena, su un portale online locale, Cecchinato raccontava l’importanza di quella vittoria e, soprattutto, tracciava il percorso futuro per arrivare a competere con i big:  “Mi manca solo la continuità. Lo scorso anno ho giocato abbastanza bene, ma con troppe pause tra i vari tornei e quindi non sono riuscito a ingranare come avrei voluto. Quest’anno ho avuto dei picchi notevoli, come nelle due settimane in cui ho battuto due top 100 a Roma e a Nizza, ma adesso devo far sì che questo livello di gioco diventi la normalità”. Anche l’anno dopo, con un Thiem diverso e già più strutturato, Cecchinato non sfigurò. Si aggiudicò il primo set, 6-1, e cedette solo alla distanza, al terzo set, dopo una battaglia vera contro un avversario più avanti di lui.

Il desiderio di rimanere a galla

In quell’intervista a Modena Today, Cecchinato parlò anche delle sue ambizioni. L’unico timore, allora, era quello di rimanere a “galleggiare” al di sotto dei giocatori di primissima fascia: “So che non sarà facile, ma sono molto fiducioso di poterci riuscire“. Forse, oggi, quel traguardo è più vicino che mai. La semifinale con Thiem sarà un modo per capirlo. Poi, ci saranno altri test. Il più difficile, per il tennista palermitano, sarà quello di abbandonare l’amata terra rossa per provare a salire di livello anche sull’erba e sul cemento. Ma prima c’è un sogno da realizzare. Un sogno che si chiama Roland Garros. 

“Non ha chance”. C’è una formula che in redazione, in questi giorni, abbiamo usato per commentare il Roland Garros di Marco Cecchinato. È rimbalzata nelle chat di whatsapp, nelle telefonate, nei discorsi. “Bravo, certo”. “Volenteroso, è indubbio”. “Ha testa, mi sembra ovvio. Ma che possa arrivare in fondo.. beh, questa è tutta un’altra storia”. E invece no. Quella sentenza, “non ha chance”, si è trasformata presto in una sorta di augurio scaramantico da ripetere come fosse una formula magica.

Perché forse, di chance, ne aveva qualcuna con Marius Copil, modesto giocatore rumeno, superato al primo turno con estrema e troppa difficoltà: 10-8 al quinto. Pochissime, di chance, ne aveva con un altro Marco, l’argentino Trungelliti, castigatore di Tomic all’esordio da ripescato, dopo un viaggio di 10 ore in macchina.

Nessuna, di chance, ne aveva con Carreño Busta, numero 10 del tabellone, con David Goffin, numero 8, e con Novak Djokovic, numero 20 ma con un passato da dominatore del circuito. E invece Marco Cecchinato, classe 1992, li ha battuti tutti senza mai dover ricorrere al quinto set.

Così, contro ogni pronostico, alle 20.15 di una calda serata di giugno, abbiamo ascoltato qualcosa di strano e a cui mai avremmo pensato di assistere: John McEnroe e Mats Wilander, due che di partite di tennis se ne intendono, che parlavano in diretta del tennis di un giovane italiano venuto da Palermo in grado di riscrivere la storia dello sport italiano. Sì, perché era dal 1978, dall’impresa di Corrado Barazzutti, che nessuno era riuscito, tra gli uomini, ad arrivare così lontano a Parigi.

 

Chi è Marco Cecchinato

In una recente intervista aveva identificato in Marat Safin, ex tennista russo, e in Andreas Seppi, i due punti di riferimento. Uno per come “sapeva stare dentro al circuito” e l’altro “per la professionalità e l’abnegazione”. Due modelli opposti, per indole e talento, che Cecchinato ha provato a miscelare insieme.

Faccia tosta e potenza insieme a controllo e misura. Prima di questo Roland Garros, il tennista siciliano non era molto conosciuto. Non aveva mai vinto una partita nei quattro tornei dello Slam ed era salito agli onori delle cronache più per una questione di scommesse, archiviata nel dicembre del 2016, che aveva rallentato la sua crescita e il suo percorso all’interno del circuito ATP, che per i suoi successi sul campo.

Prima di questo 2018, infatti, Cecchinato non aveva portato a casa nessun trofeo. Era salito sino alla posizione 82 della classifica mondiale giocando soprattutto challenger e mostrando sprazzi di quel talento che, improvvisamente, è venuto fuori come fosse stato tenuto nascosto per troppo tempo. Lo scorso aprile, a Budapest, in un torneo 250, anche quel vuoto di vittorie nel circuito maggiore è stato colmato. Un assaggio, forse, di quello che sarebbe successo nei due mesi successivi.

Cecchinato ha iniziato a giocare a sei anni, grazie a suo zio. Inizia ad allenarsi con Francesco Palpacelli, che già aveva seguito Roberta Vinci. Poi si trasferisce a Caldaro dove viene allenato da Giovanni Sartori, l’artefice di quel Andreas Seppi, così ammirato e così seguito negli anni della formazione. Nel 2013 vince il suo primo challenger, a San Marino. Sconfigge Volandri, uno di quelli che sulla terra battuta sapevano davvero giocare. In totale si aggiudicherà quattro Challenger e cinque Futures. Ma niente di davvero rilevante.

La prima vittoria nel circuito maggiore arriva quattro anni dopo, a Quito, in Ecuador, tra le montagne, dove sconfigge il brasiliano Clezar. Poi, come detto, arriva il 2018, l’anno del riscatto. A Montecarlo supera Garcia Lopez e Dzumhur per fermarsi di fronte a Raonic. A Roma batte Cuevas prima di arrendersi a Goffin. Sconfitta vendicata proprio a Parigi dove il sogno, per ora, è ancora integro.

Come gioca Cecchinato

Proprio Goffin, dopo la sconfitta, ha provato a raccontare il tennis di Cecchinato. Un gioco che non prevede cali di tensione, sempre in spinta, con grande continuità di esecuzione. Il tennista siciliano è uno di quei giocatori che non regala niente. Uno di quelli che impone il ritmo e che gioca fino all’ultimo punto. Possiede un buon servizio, ha gambe veloci e un dritto che sa affondare e un rovescio con cui, pur difendendosi, spesso accarezza le righe. C’è chi lo paragona a Kuerten, chi a Wawrinka.

L’unica cosa certa, almeno in redazione, è che giovedì, contro Dominic Thiem, lo aspetta in una semifinale che vale una carriera. E noi, tifosi da scrivania, ci teniamo a ribadire la nostra scaramantica previsione. Cecchinato, anche stavolta, non ha “alcuna chance”.

 

 

 

Vittoria a sorpresa di Marco Cecchinato al Roland Garros. L'italiano ha sconfitto Novak Djokovic ed è arrivato in semifinale nel torneo parigino di tennis. Marco Cecchinato ha battuto Djokovic, che aveva trionfato a Parigi nel 2016, per 6-3, 7-6 (7-4), 1-6, 7-6 (13-11). Ora in semifinale c'è lo scoglio Thiem, uno dei migliori sulla terra rossa, ma il tennista siciliano tenterà l'impresa. È l'ottava volta nella storia del torneo che un italiano raggiunge la semifinale: l'ultimo a farlo, prima di Cecchinato, fu Barazzutti nel 1978.

Il generale Jibril Rajoub, possibile successore del presidente Abu Mazen e capo della Federcalcio palestinese, ha chiesto a Lionel Messi di non giocare la partita Argentina-Israele a Gerusalemme e ha chiesto ai tifosi del fuoriclasse di bruciare le sue magliette se scenderà in campo.

In una conferenza stampa a Ramallah, Rajoub ha detto di aver scritto al governo argentino chiedendo che Messi non disputi la gara amichevole in programma il 9 giugno. "Questa partita è' diventata uno strumento politico", ha spiegato Rajoub.

"Il governo israeliano – ha aggiunto – sta cercando di dargli un significato politico per il fatto che si terrà a Gerusalemme", dopo la decisione del presidente Usa Donald Trump di riconoscere la città Santa come capitale di Israele

Uno stadio con un significato particolare

"Messi è un simbolo di pace e amore, gli chiediamo di non giocare e ripulire l'immagine dell'occupazione israeliana e dei suoi crimini", ha detto ancora il presidente. "Messi ha decine di milioni di fan nei Paesi arabi e musulmani, chiederemo a tutti di bruciare le loro magliette con il suo nome e i poster con la sua immagine", ha minacciato. 

Il match si giocherà al Teddy Stadium a Gerusalemme, nel quartiere di Malha, dove un tempo sorgeva il villaggio di Al Maliha. Nella guerra arabo-israeliana del 1948, al termine della quale gli ebrei proclamarono la nascita dello stato di Israele, le milizie paramilitari dell'Irgun attaccarono il villaggio costringendo gli abitanti a fuggire. La capienza dello stadio è di circa 34.000 spettatori e i biglietti sono andati esauriti in 20 minuti.

è polemica sull'accordo di sponsorizzazione del governo del Ruanda con l'Arsenal per promuovere il turismo nel Paese africano: il contratto, firmato il 23 maggio, prevede che sulla maglia dei Gunners venga esposta la scritta "Visit Ruanda" (visita il Ruanda, ndr) per i prossimi tre anni in cambio di 34,5 milioni di euro, secondo quanto riferito dal Mail on Sunday.

I conservatori britannici hanno accusato il presidente ruandese, Paul Kagame, tifosissimo dell'Arsenal e alla guida di uno dei Paesi più poveri dell'Africa, di sperperare fondi pubblici a cui contribuiscono anche gli aiuti allo sviluppo di Londra. Il ministro britannico per l'Africa, Harriett Baldwin, ha assicurato a 'Jeune Afrique' che "nessun aiuto allo sviluppo britannico è stato utilizzato".

"Siamo fieri di essere un importante partner allo sviluppo del Ruanda. Da anni finanziamo programmi specifici e in tutta trasparenza sappiamo come questi fondi vengono spesi", assicura il ministro incaricato dell'Africa. La stessa Agenzia britannica per lo sviluppo internazionale (Dfid) precisa di non versare finanziamenti a "Visit Ruanda" e al "Ruanda development  Board", le due agenzie pubbliche che hanno firmato l'accordo di promozione turistica con l'Arsenal.

"Il Ruanda rimanda indietro i nostri soldi finanziando un club privato"

È di un altro parere il deputato conservatore Andrew Bridgen che ha denunciato l'accordo, da considerare un "autogol per il nostro aiuto allo sviluppo", destinato a "sconvolgere i contribuenti britannici quando sapranno che un Paese che percepisce ingenti finanziamenti dal Regno Unito rimanda indietro milioni, destinandoli a un club di calcio di Londra già esageratamente ricco". 

Anche nei Paesi Bassi, un gruppo di parlamentari ha chiesto al ministro per lo Sviluppo, Sigrid Kaag, di aprire un'inchiesta sulla natura dell'accordo firmato tra Kigali e la blasonata squadra di calcio. Da Kigali è già arrivata la risposta: "Cari parlamentari dei Paesi Bassi, non sono affari vostri" ha twittato il ministro degli Esteri ruandese, Olivier Nduhungirehe. Una nota del 'Rwanda Development Board', agenzia di promozione degli investimenti nel paese, precisa che la campagna in questione è finanziata con gli introiti generati dal turismo, circa 404 milioni di dollari l'anno.

Perché il Ruanda dà soldi all'Arsenal, tifo a parte

Investendo il 3% della somma in pubblicità su una maglia vista milioni di volte al giorno, Kigali spera di raddoppiare l'indotto del turismo, per raggiungere quota 800 milioni entro il 2024, ammortizzando ampiamente l'investimento con l'Arsenal. Il club di calcio londinese ha invece riferito di aver fatto "tutte le verifiche del caso" e si complimenta per la "partnership con uno dei paesi d'Africa che registra tra le più forti crescite del continente, anche grazie al turismo".

Esiliato e sotto protezione di Scotland Yard, l'oppositore ruandese Renè Mugenzi grida allo scandalo, affermando che suo paese non può permettersi questa spesa, mentre dal 2015 la regione più turistica dell'est è alle prese con una grave carestia. "In Ruanda nessuno può raccontare questa versione dei fatti e nessun indagherà. Questo contratto servirà solo a promuovere la figura di Kagame, che certamente non pensa ai ruandesi. L'Arsenal avrebbe potuto sostenere il paese con un messaggio gratuito, come fa già il Barcellona con l'Unicef" ha commentato Mugenzi.

Le altre squadre finanziate da nazioni 

Dopo la vicenda dell'attivista ruandese, minacciato di morte nel 2011 e il sostegno del Ruanda alla ribellione M23 nel confinante Congo, Londra ha sospeso l'aiuto allo sviluppo diretto a favore di Kigali, ancora oggi interrotto. Prima del Ruanda, altri Paesi hanno scelto di promuovere il settore del turismo facendo pubblicità su maglie di calcio. Dal 2013 l'Azerbaigian sponsorizza l'Atletico Madrid e nel 2016-2017 l'ufficio del turismo del Ciad ha diffuso brevi messaggi sulle maglie del Metz, squadra francese di serie B.

Bisognerà aspettare per vedere il VAR in Champions League. A ribadirlo è stato il capo degli arbitri della UEFA, Pierluigi Collina, in un’intervista al giornale spagnolo Marca. E il motivo è semplice: la competizione, che si svolge in moltissimi paesi europei, è caratterizzata dalla produzioni di immagini televisive molto diverse che non rispettano gli stessi parametri. Finché non si avrà un’uniformità, che in alcuni campionati come quello italiano o tedesco è affidato a una sola società, l’inglese Hawk-Eye, si continuerà così. Ai mondiali, invece, la tecnologia ci sarà visto che si tratta di una competizione che si gioca in un solo luogo e che può essere gestita più facilmente.

Per Collina il Var deve rimanere solo un supporto tecnologico. Un aiuto importantissimo all’arbitro che resta, però, l’unico responsabile delle decisioni prese all’interno del rettangolo di gioco. "Sarà un paracadute perfetto ma solo quando sarà in pieno funzionamento. Nessuno deve dubitare che sarà l'arbitro sempre il giudice unico di una partita”. Secondo il designatore il livello degli arbitri resta altissimo e la loro competenza non verrà messa in discussione dall’avvento della tecnologia.

Nel 2015-2016, ad esempio, le decisioni errate dei fischietti europei sono state pochissime ed è da lì che il sistema deve ripartire: “In questa stagione ci saranno stati più errori ma ne abbiamo preso nota. Non si può dire che tutto vada bene quando ci sono degli errori ma li abbiamo riconosciuti e analizzati”. Quello che serve, secondo il designatore, è formare una nuova generazione di arbitri. Una cantera, un vivaio simile a quello che sviluppano i club più importanti del mondo, capace di accrescere quel senso di autorità che è, oggi più che mai, una delle peculiarità fondamentali per gli arbitri del futuro.  

L’intervista è stata anche l’occasione per soffermarsi sul caso arbitrale che ha segnato l’ultima edizione della Champions. Secondo Collina, il rigore assegnato dall’arbitro Oliver durante la semifinale di ritorno tra Real Madrid e Juventus, sarebbe stato confermato anche dal VAR. “Se Oliver avesse guardato il VAR avrebbe probabilmente confermato la decisione. Mi sorprende che si continui a confrontare quell'episodio con altre azioni in cui non si ha l'opzione per l'utilizzo della tecnologia perché quella è un’interpretazione. Altra cosa è il fuorigioco non fischiato in Manchester City-Liverpool. In una situazione simile, invece, sarebbe giusto per l'arbitro andare a vedere l'azione per poter decidere correttamente”.

Flag Counter