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"Abbattere le barriere fisiche e culturali che accompagnano il mondo della disabilità sia un dovere di tutti", così il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha salutato imartedì mattina gli atleti del Gruppo sportivo paralimpico della Difesa (GSPD) in partenza per gli ''Invictus Games'' di Sydney. Tra i presenti alla cerimonia, il presidente del Gruppo, il generale Paparella, con gli atleti che parteciperanno ai giochi, i dirigenti, i tecnici e tutta la delegazione italiana. Il Gruppo sportivo paralimpico della Difesa è nato qualche anno fa "per dare un'opportunità, attraverso lo sport, a quei militari che hanno visto cambiare tragicamente la propria vita da un giorno all'altro, a quanti hanno pensato di non essere più in grado di servire il Paese, a quanti hanno temuto di non poter più indossare la propria uniforme con le stellette".

"Attualmente – ha sottolineato Trenta – rappresenta una realtà consolidata, cresciuta in pochi anni non solo in numero di iscritti (oggi 47) ma anche in termini di affermazioni nei più importanti contesti sportivi nazionali ed internazionali". Il ministro, terminata la cerimonia, ha dato appuntamento agli atleti al loro ritorno a Roma "per festeggiare la vostra partecipazione agli 'Invictus Games' e i successi che, sono sicura, sarete in grado di conseguire".

Il Coni ha ufficializzato che la candidatura italiana per le Olimpiadi invernali del 2026 sarà quella di Milano-Cortina: l'annuncio dato dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana, e confermato dal numero uno dello sport italiano, Giovanni Malagò, ha suscitato la reazione di Torino, esclusa, che con il sindaco, Chiara Appendino, ha chiesto che si votata anche sulla candidatura della sua città: "Il Coni porti in votazione i dossier, la candidatura di Torino è ancora in campo", ha avvertito, "se esiste Milano-Cortina esiste anche Torino". 

Malagò ha replicato che quella del Coni era una strada obbligata. "È una dichiarazione concordata, peraltro anche negli ultimi giorni, con il Governo", ha spiegato, "non c'erano alternative, in considerazione della posizione di Torino di sfilarsi dalla candidatura a tre, che io avevo auspicato fino all'ultimo potesse andare avanti". 

Le prossime tappe

Giovedì e venerdì prossimi a Buenos Aires si terrà la sessione del Cio in cui l'Italia ufficializzerà la propria candidatura per i Giochi del 2026. Poi il 26 ottobre è in programma il Consiglio nazionale del Coni dove si potrebbe anche votare sulle due candidature, Milano-Cortina e Torino: in ogni caso la riserva va sciolta entro novembre, quando sono in programma i primi incontri ufficiali con il Cio. Per l'11 gennaio 2019 si dovrà presentare il fascicolo della candidatura e la prima garanzia di base. La corsa si deciderà alla 134ma sessione del Cio che si terrà nel settembre del 2019 a Milano, anche se la votazione si potrebbe essere a Losanna per motivi di neutralità.

Il vicepremier Luigi Di Maio è andato in soccorso della sindaca pentastellata, avvertendo che per M5s "o chi vuole fare le Olimpiadi se le paga da solo o le Olimpiadi non si fanno". "Come governo non ci mettiamo un euro, nè per i costi diretti, nè indiretti", ha insistito. Lombardia e Veneto, insomma, dovranno trovare da soli i quasi 400 milioni di euro necessari per organizzare i Giochi.

Torino è apparsa fuori dai giochi fin da quando è stata affossata l'ipotesi del 'tridente' con Milano e Cortina. Giovedì alle 12, a Venezia, ci sarà una riunione tra una delegazione del Coni (guidata da Diana Bianchedi) e i rappresentati istituzionali di Milano (Fontana e il sindaco, Beppe Sala) e Cortina d'Ampezzo (Zaia e sindaco, Gianpietro Ghedina), per mettere a punto il progetto economico. 

Fontana ha avvertito che ora si tratta di "convincere il Cio", "migliorando ancora di più il nostro dossier", poi "sarà compito del Coni sostenere la nostra candidatura". Le rivali rimaste in campo sono Stoccolma, Calgary e la turca Erzurum mentre si è ritirata la giapponese Sapporo. "Un passo necessario e tanto atteso, ovviamente un passo", ha commentato il sindaco di Milano, Sala, "poi è chiaro che bisognerà adesso lavorare e accelerare sulla preparazione di un ottimo dossier perche' abbiamo convinto il Coni e il Governo, ora dobbiamo convincere il Cio, però sono molto positivo". 

Raggiante il presidente del Veneto, Luca Zaia. "Siamo ovviamente felicissimi di questa scelta", ha detto, "ringrazio il governo, il Coni e tutti gli interlocutori che in questi mesi hanno lavorato per questa candidatura che onoreremo lavorando a testa bassa perché rimanga nella storia come un'Olimpiade memorabile. Avanti tutta!". Poi ha chiesto che il Coni voti anche sul dossier di Torino. 

La Appendino, da parte sua, non si rassegna: "Si entri nel merito dei dossier", ha chiesto, "si analizzino i costi in modo analitico e il Coni si assuma la responsabilità delle proprie scelte". "Al Paese", ha insistito, "qualcuno dovrà spiegare perché si porta avanti una candidatura che prevede di costruire ex novo quando da un'altra parte si poteva fare senza costruire nulla, senza nessuno impatto ambientale, minore impatto economico". Infine il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, ha chiesto un'ultima chance nel progetto olimpico: "Se c'è una possibilità di recuperare, senza Torino, un ruolo per le montagne olimpiche torinesi, la Regione c'è". 

Antonio Giovinazzi compirà 25 anni il prossimo 14 dicembre e finora è stato impiegato solo come terzo pilota della Ferrari e della Sauber. Con quest'ultima ha esordito in Formula 1 nel marzo 2017 nel GP d'Australia; chiamato a sostituire un infortunato Wehrlein, ottenne il dodicesimo posto.

Giovinazzi potrà finalmente gareggiare da titolare e segnerà il ritorno di un pilota italiano nel Circus dopo otto anni di assenza. Gli ultimi a sfrecciare con le monoposto sono stati Jarno Trulli e Vitantonio Liuzzi che hanno chiuso entrambi la carriera sul circuito di Interlagos, in Brasile, il 27 novembre 2011.

Sono tante le speranze riposte in Antonio Giovinazzi per rilanciare il tricolore nella Formula 1, un connubio che ha portato pochi successi in 68 anni. E pensare che il primo Mondiale del 1950 lo vinse proprio un italiano, Nino Farina, con l'Alfa Romeo 158. Disputò 7 campionati, partecipando a 35 gare e vincendone 5 con altri 20 podi festeggiati. Farina sarà anche ricordato per il particolare vezzo di correre con un sigaro in bocca.

Il più grande rimane Alberto Ascari che ottenne due titoli consecutivi nel '52 e nel '53 al volante della Ferrari. 32 i GP disputati con 13 vittorie e 17 podi, considerando anche i Mondiali passati alle dipendenze di Maserati e Lancia. Sono questi gli unici successi italiani nella storia della competizione iridata di F1.

Su 93 piloti che hanno disputato almeno una gara, solo 15 sono riusciti a vincere un Gran Premio, e pochi quelli che hanno combattuto un'intera stagione per il primo posto in classifica.

Dagli anni ottanta, a sfrecciare sull'asfalto dei circuiti con discreti risultati troviamo:

Elio De Angelis che ottenne il 3° posto nel 1984. Vinse solamente 2 Gran Premi su 109, e salì sul podio 10 volte.

Andrea De Cesaris fece ancora meno. Il miglior piazzamento è un 8° posto nel 1983. Nella sua lunga carriera partì dal semaforo verde in 214 occasioni ma non arrivò mai primo al traguardo.

Alessandro Nannini disputò solamente 5 stagioni e ottenne al massimo il 6° piazzamento nel 1989 con un solo GP vinto in Giappone.

Nella lista figurano anche due vicecampioni del mondo:

Riccardo Patrese sfiorò il titolo nel 1992, ottenendo un primo posto e piazzandosi al secondo in 6 occasioni. Per lui ci sono 6 Gran Premi vinti su 257 gare.

Michele Alboreto, con la Ferrari, non vinse il Mondiale 1985 per un soffio a causa di 4 ritiri nelle ultime gare che consegnarono il successo ad Alain Prost per soli 20 punti. In carriera su 215 GP disputati è passato per primo sotto la bandiera a scacchi per 5 volte.

L'ultimo italiano a vincere un Gran Premio è stato Giancarlo Fisichella nel 2006. Il pilota romano tagliò per primo il traguardo nel GP di Malesia con la Renault. 3 in totale le gare vinte su 231 disputate.

Prima di lui salì sul gradino più alto del podio anche Jarno Trulli nel GP di Monaco del 2004 e sempre con la scuderia francese; l'unico successo in carriera per l'abruzzese su 256 gare.

Ora spetterà ad  Antonio Giovinazzi far suonare l'inno di Mameli al momento delle premiazioni. Il giovane di Martina Franca , scelto e portato a Maranello nel 2016 dall'allora presidente Ferrari Sergio Marchionne , spera di ottenere quei successi che da troppo tempo mancano all'Italia a quattro ruote.

L'Inter regola in casa il Cagliari, e allunga la striscia positiva. Le reti di Lautaro e Politano valgono l'aggancio, almeno per ora, della terza piazza in classifica. Gli ospiti si vedono negare dalla Var il gol del pareggio, per un 'mani' che Dessena fa poi seguire a una protesta tanto veemente da portarlo a sfiorare l'espulsione.

 La sesta giornata di serie A si chiude con la vittoria del Sassuolo a Ferrara per 2-0 e il pareggio tra Empoli e Milan per 1-1. In classifica Sassuolo terzo in solitario, Milan nella seconda metà del tabellone.

Una performance da brividi quella di Emma Malea, 7 anni e cantante prodigio. Testa alta, microfono in mano e polmoni da far invidia, l'esibizione della bambina è stata esaltata da tutto il pubblico dello StubHub Center e in una manciata di minuti è diventata la star dell’incontro tra Los Angeles Galaxy e Seattle Sounders. 

La piccola, che ha vinto un contest che dà la possibilità di cantare l'inno americano prima delle partite casalinghe dei Galaxy, si è esibita lasciando a bocca aperta giocatori e tifosi sugli spalti. Per lei uno scroscio di applausi e un tributo particolare da Zlatan Ibrahimovic.

 

Lo svedese ha infatti voluto renderle omaggio sul suo profilo Twitter incoronandola "MVP della partita", ovvero il miglior giocatore. Il campione è rimasto davvero sbalordito dinanzi all'interpretazione della giovanissima cantante. Le immagini si sono soffermate su di lui, raggiante e stupito durante l’esibizione. Poi, al termine dell’inno, un applauso lungo e fragoroso.

Esibizione o torneo a inviti? Non è un dettaglio, anche se ce li vendono come tali e, in questo nostro mondo dell’apparire, la forma diventa sostanza. Ma il bluff dura un attimo, tanto impiega Sascha Zverev, che non è ancora smaliziato come il boss della Laver Cup, Roger Federer, a scivolare freudianamente già al primo contatto col microfono: “Sono felice di partecipare a questa esibizione”. L’auto-correzione, “torneo”, è veloce ma comunque tardiva e l’eco rimbomba prestissimo sul web. Perché quella di Chicago, una sorta di Europa-Resto del Mondo, sulla falsariga della Ryder Cup di Golf – magari la rivoluzione della Davis fosse andata in quella direzione! – è una vetrina fatua, ideale per foto, video, interviste, tappeti rossi e serate di gala, con poco tennis autentico e talmente tanti soldi che non vengono dichiarati. Così come nessuno nota come Federer e Kyrgios, assolutamente fuori gioco per l’ultima edizione di Coppa Davis tradizionale la settimana scorsa, sono tornati abili ed arruolati per la meno stressante passerella nella tana dei Bulls.   

Niente punti Atp, solo show

L’offerta è stimolante, nel nome dell’unico tennista che ha chiuso due volte il Grande Slam, la compagnia è importante, a cominciare dai capitani delle due squadre, i mitici Bjorn Borg e John McEnroe, il “divertissment” è sicuramente stuzzicante, con “Il Magnifico” che l’anno scorso ha fatto coppia in doppio con Nadal e quest’anno s’è ripetuto con Djokovic. Ma la Laver Cup resta pur sempre un’esibizione che, senza demonizzare la parola, poiché non mette in palio vittorie ufficiali e punti della classifica Atp, rappresenta semplicemente un premio di fine stagione. Ravvivando quello spicchio di calendario che il tennis non riesce proprio a rivitalizzare dopo l’ultimo Major di settembre a New York. L’ultimo tentativo, cui seguirà la “nuova coppa Davis”, anche se tutti sanno in partenza che l’unica soluzione sarebbe riportare la “quarta zampa” dello Slam a Natale o giù di lì. Cioé la data, che gli Australian Open hanno occupato fino al 1985 per passare poi a gennaio, in testa alla griglia di partenza dei quattro maggiori tornei. 

Lo scambio (politico)

Il problema non sono gli uomini d’affari e nemmeno i dirigenti dilettanti, perché quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno, accompagnati da qualità più o meno valide. Il problema sono i giocatori, gli attori dello sport, che lottano sempre e soltanto contro i soliti due mulini al vento: la stagione è troppo lunga, i primi della classe guadagnano troppo più degli altri. Per accontentarli, i sindacati che gestiscono il tennis pro (Atp e Wta), federazione mondiale (Itf) e organizzatori dei tornei hanno tagliato i propri profitti e hanno allargato la fetta di guadagni per i giocatori delle fasce più basse, accorciando anche la stagione per garantire agli atleti una preparazione invernale adeguata. In cambio, hanno ottenuto regole più ferree sulla partecipazione dei primi della classe ai tornei d’èlite e sugli infortuni spesso tattici, evitando sovrapposizioni di calendario, con annesse tentazioni per i giocatori.  

 Ma i giocatori sono esosi e non sanno controllarsi: vuoi negli appetiti agonistici, vuoi in quelli finanziari. Per cui, non si fermano come dovrebbero per allenarsi e curarsi al meglio, attanagliati come sono dal terrore di smarrire o di non trovare la forma. E così, a fine stagione, pur provati da mesi di dure trasferte, si sobbarcano altri viaggi e partite disagevoli pur di rimpinguare il conto in banca. Il problema non erano di certo le esibizioni che, negli anni 70-80, hanno sdoganato il tennis da sport d’élite a sport sempre più popolare portandolo in zone geografiche sempre più disparate. Il problema sono diventati magari i sottobanco, legalizzati poi come ingaggi belli e buoni, perché i più forti partecipassero a tornei con montepremi più bassi e quindi contro avversari più facili, drogando quindi i risultati.

Problema che le varie riorganizzazioni del circuito non hanno risolto. Finché, nella triade settembre-ottobre-novembre, non sono riapparse le esibizioni, sia pure con la dicitura tornei a inviti, con la regia, magari occulta, ora della Federazione internazionale, ora del sindacato dei tennisti, acuendo le sofferenze di calendario e le frizioni già esistenti fra le due entità. In quest’ottica, l’Atp rilancerà la vecchia coppa delle Nazioni, che si teneva a Dusseldorf come ultimo test sulla terra prima del Roland Garros, spostandola a gennaio in Australia, rompendo le uova nel paniere di Tennis Australia e della Itf.

Il caso Davis

Così, si vendicherà in parte della “nuova coppa Davis” che probabilmente anticiperà a settembre, subito dopo gli Us Open, con un torneo a 64 inviti da 10 milioni di dollari di premi (tutti per il vincitore?), sempre coi soldi della fantomatica società Kosmos, con a capo il calciatore Piqué, che ha assicurato investimenti per 3 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni. Meglio o peggio della fantomatica IPTL (International Premier Tennis League), una specie di Team Tennis statunitense fallita dopo due-tre anni insieme al suo sogno di un circuito asiatico? Meglio o peggio del prossimo torneo a inviti che verrà e che creerà nuova confusione?

Il bello delle “vecchie esibizioni” era proprio nell’eccezionalità della situazione, nell’una tantum con in palio solo dollari e non punti in classifica. Offerta chiara, etichetta chiara. Invece le “nuove esibizioni” – e purtroppo anche la “nuova coppa Davis” e probabilmente la “nuova coppa delle Nazioni” – intorpidiscono le acque, sviliscono le regole dello sport, rendono meno comprensibile il limite fra sacro e profano. A cominciare dal discorso dell’invito e quindi della qualificazione che non avviene di diritto. Così, la scala di valore delle gare rischia una preoccupante e irreversibile calcificazione. Da calcio, come minerale e come sport. Qual è più pericolosa? La risposta spetta a Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic che sono diventati mitici col “vecchio tennis” ma stanno contribuendo al “nuovo”. L’unico Fab Four che si oppone è Andy Murray, figlio di Wimbledon, dei gesti bianchi, della noble art.

La Nazionale Italiana di volley comincia alla grande seconda fase del Mondiale.Dopo il primo girone, superato a punteggio pieno con 5 vittorie ottenute contro Giappone, Belgio, Argentina, Repubblica Dominicana e Slovenia, ha travolto la Finlandia a Milano, in un Forum di Assago tutto esaurito. 

Perché la pallavolo è il secondo sport più seguito e praticato dopo il calcio. A livello nazionale coinvolge 4,3 milioni di persone tra giocatori e appassionati; la metà di questi riguarda giovani compresi nella fascia di età tra gli 8 e i 14 anni.

La forza del volley si trova nella passione di ragazzi e ragazze che intraprendono questo cammino già a scuola, durante le ore di educazione fisica o nelle società affiliate alla Fipav. E' uno sport di squadra che punta alla collaborazione tra compagni, con i doveri fondamentali di lealtà, correttezza e rispetto degli avversari. In più non c'è il contatto fisico e forse è anche questo fattore a fare la differenza, soprattutto per i genitori che scelgono di introdurre i propri figli all'attività sportiva.

Dalla pratica diffusa nascono i campioni; con i campioni si ottengono le vittorie in campo internazionale; le vittorie attraggono nuovi adepti. E' un cerchio che si chiude ed è per questo che l'attenzione, sia degli addetti ai lavori che degli appassionati, è rivolta ora alla nazionale italiana maschile, impegnata nel Mondiale. La gara della squadra di Blengini contro la Slovenia, trasmessa su Rai 2, è stata seguita da 2 milioni e 175 mila spettatori facendo registrare uno share del 9.5%.

E' un fenomeno sempre in crescita, e nell'ultimo bilancio della Federazione italiana pallavolo, risultano 4.579 società affiliate. Sono 346mila gli atleti tesserati con un'incredibile squilibrio a favore della componente femminile che supera le 250mila unità.

La scuola gioca un ruolo fondamentale per la popolarità di questo sport. Tante sono le attività della FIPAV organizzate con il Ministrero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca:

  • Giochi Sportivi Studenteschi Pallavolo
  • Programmi Sport Pallavolo nella Scuola Primaria, di 1° e 2° grado.
  • Programmi Sport Beach Volley nella Scuola Secondaria, di 1° e 2° grado.

Sono 250 mila gli alunni coinvolti nei progetti nazionali con la partecipazione di oltre mille scuole, e a questi vanno aggiunti altri numeri, quelli dei 4 campionati universitari che sviluppano 2633 tesserati.

In Italia  si può giocare ovunque a pallavolo, ci sono quasi 7mila impianti dove si disputano le partite dei campionati federali. La regione Lombardia è al primo posto con 1443 campi di gara; seconda l'Emilia Romagna con 861; terzo il Lazio con 643; in ultima posizione c'è la Val d'Aosta con soli 25 terreni di gioco.

Nel bilancio del successo della pallavolo, non può mancare uno squardo ai social media della Federvolley. Su Twitter il profilo ufficiale ha raggiunto i 250 mila follower; quasi gli stessi numeri su Facebook, mentre su Instagram si scende a 124 mila seguaci.

Mentre il Paese dibatte furiosamente; mentre il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e il presidente del CONI tentano di convincere la sindaca di Torino Appendino a rientrare nella candidatura a tre con Milano e Cortina che tanto piace al comitato olimpico internazionale; gli sportivi del mondo stanno a guardare. Riuscirà l’Italia a festeggiare i 70 anni dalla prima olimpiade invernale ospitata a Cortina D’Ampezzo a casa propria? Sarà il tempo, ormai non più molto, a dirlo.

C’è chi rimpiange, e probabilmente a ragione, quel tempo in cui, al contrario, la prima gara di un’Olimpiade, la vera medaglia d’oro, era aggiudicarsene l’ospitalità. La prima Olimpiade invernale italiana, per esempio – ma anche la prima tout-court nel nostro Paese – fu frutto di un lavoro immenso i cui frutti maturarono con notevole ma incolpevole ritardo.

L'occasione mancata, l'occasione ritrovata

E' il 1939 quando Cortina sbaraglia Oslo e Montreal per l’organizzazione dei giochi del 1944, ma è la guerra a far saltare tutto, così si deve ricominciare da capo. Nel ’48 si svolgono a St. Moritz: la Svizzera è rimasta fuori dal conflitto mondiale e il posto sembra a ben ragione più sicuro. Cortina ci riprova per quelle del ’52 ma fu battuta da Oslo. Nel ’49 il CIO si riunisce a Roma e, approfittando della votazione in casa, Cortina ce la fa: dodici anni dopo quei giochi saltati per la guerra si aggiudica le Olimpiadi invernali.

Ma non sarebbe mai successo senza l’impegno di una vita del conte Alberto Bonacossa, un nome che ai più non dirà niente, ma che fu uno dei più importanti atleti di discipline invernali nella storia del nostro Paese. Bonacossa proviene da una famiglia nobile milanese ed è stato tra i primi a praticare in Italia il pattinaggio artistico, disciplina in cui è stato dal 1914 al 1928 campione nazionale. Per tre anni ha detenuto anche il titolo della specialità a coppie, con la moglie Marisa, a sua volta campionessa nazionale individuale dal 1920 al 1928.

E' sempre lui, dentro il CIO dal ’25, a presentare ufficialmente davanti al consesso olimpico la candidatura di Cortina, la sua località dolomitica preferita, per organizzare i Giochi del 1944. Nel 1949 è sempre lui l’artefice del successo, ma il destino beffardo lo priva della possibilità di vedere coronati i suoi sforzi: muore il 30 gennaio del 1953, tre anni prima che i 'suoi' giochi arrivino finalmente a Cortina.

La tv fa la storia, per colpa di un cavo

Sono dei giochi invernali storici, non solo perché i primi italiani, ma anche perché i primi trasmessi dalla televisione. Televisione che chiaramente non godeva dei prodigi della tecnologia attuale, così rimane leggendaria la corsa di Guido Caroli, pattinatore scelto come ultimo tedoforo, sul ghiaccio dello stadio costruito ad hoc per quei Giochi, interrotta da una rovinosa caduta proprio a causa di un cavo che serviva alla trasmissione della cerimonia. Più tardi c’è chi dirà che quello fu il primo inchino dello sport al mondo dei media.

Sport che però, grazie alla tv, entra nelle case degli italiani due anni dopo l’esordio delle telecamere al mondiale di calcio in Svizzera. Gli atleti cominciano ad assurgere allo status di veri idoli (molti di loro, chiusi i giochi, verranno ingaggiati dal cinema) e persino i comici ne propongono le imitazioni durante gli avanspettacoli televisivi dell’epoca. La tv che muove i primi passi verso il proprio inevitabile destino.

L'incoscienza di Zeno

La nostra star più attesa è Zeno Colò, campionissimo di sci alpino, dovrebbe essere lui a pronunciare il giuramento per gli azzurri, ma viene squalificato per professionismo quando presta il suo nome per la reclame di una nota marca di scarponi e giacche da sci. La Federazione Italiana Sport Invernali lo squalifica da qualsiasi futura gara internazionale; il paese vibra di proteste per questa scelta scellerata, lui tenta invano di essere riabilitato in tempo. Col tempo la FISI si sarebbe ricreduta, ma un pelino in ritardo: quando viene revocata la squalifica è il 1989 e Colò ha 69 anni. Ma anche questo contribuisce a consegnare quelle Olimpiadi invernali alla storia, perché quel giuramento viene pronunciato dalla sciatrice Giuliana Minuzzo: la prima donna nella storia dei Giochi.

Non sono gare irripetibili per la compagine azzurra, che riesce a portare a casa appena un oro, quello nel bob a due conquistato a sorpresa da Lamberto Dalla Costa e Giacomo Luigi Conti. Un oro comunque molto importante: già prima della gara infatti si sa che nei giochi successivi, quelli di Squaw Valley in California, il bob a quattro, per ragioni prettamente economiche, sarebbe stato escluso dalla competizione.

Tutti a tifare Austria

Anche per quanto riguarda lo sci, quelli di Cortina sono giochi impossibili da dimenticare, con Zeno Colò fuori infatti, anche gli italiani prendono a tifare per Anton Engelbert Sailer, detto Toni, portabandiera austriaco, soprannominato anche "Der schwarze Blitz aus Kitz" (il lampo nero di Kitzbühel), atleta dalle doti fisiche impressionanti e che proprio a Cortina riesce nella straordinaria impresa di aggiudicarsi l’oro in tutte e tre le gare di sci alpino in un'unica rassegna olimpica: discesa libera, slalom gigante e slalom speciale.  Nella storia dello sci ci riusciranno solo in due.

Leggendaria la sua vittoria nella discesa libera: la pista delle Tofane è un incubo di ghiaccio levigato con pochissima neve e spazzato dal vento. Molti atleti decidono di non provare nemmeno a scendere, solo in venti hanno il coraggio di affrontare la gara, ne arriveranno giù in piedi solo nove. Anche per questo il sesto posto di Gino Burrini viene salutato come una performance d'eccezione.

Alla fine a trionfare è l’URSS con 16 medaglie, seguita da Austria e Finlandia. I Paesi partecipanti sono stati appena 32. Per l’Italia, arrivata ottava, è comunque un trionfo che serve da apripista alla designazione dei giochi estivi di Roma del 1960, che senza quelli invernali di Cortina probabilmente non sarebbero mai arrivati. 

Il Lionel Messi del rimbalzello si chiama Keisuke Hashimoto, ha 26 anni, è giapponese e questo fine settimana volerà in Scozia, a Easdale Island, per difendere il suo titolo di campione del mondo di questo particolare sport, che lo ha consacrato idolo di numerosi fan online. I video che lo ritraggono con leggerezza lanciare il suo ciottolo piatto e farlo rimbalzare per 169 metri su uno specchio d’acqua, prima di affondare, hanno fatto il giro della rete.

Non ha la stazza del giocatore di basket, ma per i suoi prodigi gli ammiratori lo paragonano al celebre cestista statunitense Lebron James; Hashimoto fa l’ingegnere di sistema e in qualche modo il suo lavoro si addice anche alla passione per quello che in Giappone si chiama ‘mizukuri’: di fatto, ha preso qualcosa che più o meno a tutti riesce e ha studiato come farlo al meglio e sempre. Dopo aver collezionato una serie di vittorie in eventi cruciali a livello mondiale, ha affermato la sua supremazia conquistando il primato che era di Dougie Isaacs, campione del mondo per sette volte negli ultimi 12 anni.
 

 

Al di là della sua vittoria o meno al torneo di Easdale – in programma per domenica 23 settembre – le imprese di  Hashimoto hanno catturato il mondo e in particolare la sua patria, il Giappone, che ospiterà le prossime Olimpiadi in un momento, in cui è acceso il dibattito su quali possano essere gli sport degni di questo nome. L’industria dei videogame, per esempio, si riunirà questa settimana proprio in Giappone per il Tokyo Game Show, un evento sempre più impegnato nella missione di equiparare gli e-sport con le discipline sportive più popolari.  

 

Per il Financial Times, però, al momento non vi è alcuna prospettiva che il rimbalzello (stone skimming, in inglese) possa diventare qualcosa di più che un semplice  passatempo: “Nessuno di quelli coinvolti veramente in questo sport ha l’energia o l’inclinazione per istituire una federazione nazionale o internazionale, vale a dire il primo passo necessario per essere accettati dal mainstream”.