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L'immagine di Mino Rajola che si presenta in maglietta a una trattativa dove ballano 50 milioni di euro contiene tutte le contraddizioni e le esasperazioni del pianeta calcio. Raiola faceva il pizzettaro in Olanda prima di diventare il più potente e ricco procuratore del pallone. Nel suo portafoglio, dimenticata la pizza margherita, ci sono Ibrahimovic, Pogba, Balotelli e adesso Gigio Donnarumma, il portiere che ha esordito im serie A appena sedicenne grazie a un'intuizione di Sinisa Mihajlovic. E' stato proprio l'ex pizzettaro a comunicare al Milan che Donnarumma non avrebbe rinnovato il contratto ritenendo largamente insufficiente l'offerta di venticinque milioni netti per cinque anni.

Parlare di bandiere, come si è fatto a proposito dello struggente addio di Totti, è quasi grottesco. Se un ragazzo minorenne decide di affidare la sua vita professionale a Raiola è scontato che la sua scala di valori avrà parametri quasi esclusivamente finanziari.

Non conosco i genitori di Donnarumma, ma immagino che abbiano avuto un peso decisivo nelle scelte del figlio. Scandalizzarsi non ha senso. Ibrahimovic ha cambiato mille maglie vincendo ovunque senza mai battere la mano all'altezza del cuore. Donnarumma ha fatto la stessa scelta rischiando anche qualcosa perché ci può essere il vento che comincia a soffiare al contrario, come in tutte le cose della vita. 

Il buon Gigio ha scelto di non essere amato: mi piacerebbe sapere quanto c’è del suo.

Enrico Maida

sportsenators.it

Hanno fatto i conti senza l’oste. Se i giovani non conoscono quest’espressione dei saggi, di certo la stanno imparando sulla propria pelle. Perché, quando l’Atp gli ha lastricato la strada verso il successo, costruendo una passerella dedicata, la Race to Milan, una classifica ad hoc per i loro risultati che qualifica alle inedite NextGen Finals del 7-11 novembre a Milano, i migliori under 21 del mondo si sono sentiti – giustamente – inorgogliti e valorizzati. E sicuramente garantiranno un nuovo, elettrizzante, spettacolo che, per cinque anni, garantirà all’Italia di avere una secondo grande torneo anche nel Nord. 

Ahiloro, i giovani, come molti osservatori, si sono lasciati influenzare dalla crisi violenta del 2016 di Federer e Nadal e dal calo di rendimento di Djokovic e Murray. E probabilmente hanno pensato la meta fosse molto più vicina. Errore. Il passaggio dal mondo under 18 al professionismo spinto è sempre stato uno scalino delicato da salire, spesso scivoloso, a volte traumatico. Basti guardare al re di Wimbledon juniores, Gianluigi Quinzi, che – complici troppi cambi di guida tecnica – non sta ancora rispettando le grandi promesse. Perché, proprio come nella scuola dell’obbligo, troppe sono le differenze fra Medie e Superiori, troppe le variabili nuove, a cominciare dal fisico da adolescenti, che deve cambiare in fretta per adeguarsi da subito ad un confronto impari con uomini fatti e finiti, ed allenati alla resistenza di un circuito senza soste. L’unico, insieme al golf, fra gli sport pro, che si gioca tutte le settimane dell’anno.

Lo stress, da assorbire e metabolizzare in tempi brevissimi, è quindi fisico ed è anche mentale. Perché è stimolato da mille calcoli di classifica, e quindi di possibilità o meno di disputare certi tornei oppure no, e dai premi con cui sostenere spese sempre più importanti, dal tecnico al preparatore atletico. Con le mille incognite di infortuni e stati di forma che vanno e vengono, a contrasto con professionisti rodati da più stagioni che invece non hanno dubbi e approfittando di ogni mancanza per accumulare un certo vantaggio. Guardando quindi ai risultati dei primi sei mesi dell’anno, dopo il giro di boa del secondo Slam stagionale, sulla terra rossa di Parigi, la NextGen, a parte il solo Sascha Zverev, non è protagonista in assoluto come qualcuno poteva pensare. A 20 anni appena, Alessandro il Grande, primo candidato al numero 1 del mondo del futuro, coi successi a Montpellier e Monaco di Baviera, soprattutto, al Masters 1000 di Roma, stracciando Djokovic in finale, esula da questa valutazione. Tanto che, da attuale numero 10 del mondo dell’ATP Tour, sarà probabilmente costretto a disputare sia il Masters dei giovani che quello dei seniores. Ma non sarebbe giusto bocciare anche molti dei suoi coetanei.

Perché, in realtà il giudizio è falsato dalla straordinarietà dei due soliti noti, Roger Federer e Rafa Nadal, che, a sorpresa anche di sé stessi, si sono aggiudicati due tornei dello Slam su due e quattro Masters 1000 su cinque. Riproponendo la schiacciante superiorità che solo i grandi campioni riesco a dimostrare. Ma è un fenomeno unico, che esula dal comportamento degli avversari.

Se infatti le finali, almeno le finali, avessero visto stabili protagonisti i giocatori della generazione di mezzo, da Berdych a Tsonga, da Monfils a Nishikori, da Cilic a Raonic a Dimitrov, allora il voto per la NextGen dovrebbe essere abbassato, ma essendo tornato il tennis una corsa a due – in attesa del risveglio degli altri due Fab Four, Murray e Djokovic -, ed essendosi posticipata sempre più la data di esplosione dei giovani a livello Atp Tour, gli under 21 meritano sempre il massimo della considerazione e della fiducia. Da Kachanov (già 39 dell’ATP Tour) a Chung (58) che ben si sono comportati già a Parigi, a Coric (n. 46 della classifica dei grandi), Tiafoe, Escobedo, Donaldson, Medvedev, Ruud, che citiamo in ordine di classifica, che sicuramente diranno la loro presto, a cominciare dall’erba di Wimbledon, dove grandi battitori come Fritz ed Opelka potranno far danni, come il talento bizzoso di Rublev.

Intanto che si fanno le ossa, alternandosi fra tornei Challenger e qualificazion/primi turni dei tornei più grandi, quelli della NextGen rimangono una concreta speranza del futuro, con le punte un po’ più agé, Thiem e Kyrgios, a segnare la strada. Un primo, reale, giudizio su di loro si potrà dare solo a fine stagione. L’età gioca con loro e impedirà ai grandi vecchi Federer e Nadal di bocciarli prima del tempo come la generazione perduta di mezzo, dell’89-’91. Quella sì, sotto accusa, ieri e oggi.

Vincenzo Martucci

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Dieci. Il numero perfetto dello sport. Nel calcio,  a dispetto del marketing delle magliette, è rimasto quello dei fantasisti, dei più bravi, da Pelè a Maradona, da Sivori a Platini, da Zico a Rivera a Totti a Baggio a Del Piero, e oggi a Messi.

Il trionfo di Nadal in 15 immagini

Nella ginnastica, rimarrà quello di Nadia Comaneci, la prima a meritarsi un voto che addirittura non era previsto nei tabelloni fino a quel mitico 18 luglio 1976 a Montreal.

Nel tennis, d’ora in poi sarà quello di Rafa Nadal, il più grande campione del tennis sulla terra rossa che ha messo il decimo sigillo sul Roland Garros, aggiungendo ai trionfi 2005-2006-2007-2008-2010-2011-2012-2013-2014, anche quello 2017, migliorando il proprio record negli Slam al maschile, primo in assoluto ad arrivare a tanti successi in uno stesso Major era Open (dal 1968), secondo di sempre nella storia del tennis dopo Margaret Court che vinse 11 volte i campionati Internazionali d’Australia, compresi gli anni per i soli dilettanti.

Un’impresa grande, ma addirittura minima considerando il tennis di oggi, la differenza fra tennis maschile e femminile, e la presenza di tutti i migliori a Parigi mentre, all’epoca, in Australia, spesso, negli anni '60, non si registrava il tutto esaurito dei big.

Se poi a questo dato ci aggiungiamo la superiorità tecnica, fisica e tattica con la quale ha schiacciato negli anni i maggiori rivali, a cominciare dal più forte di sempre, Roger Federer, aggiudicandosi tutt’e dieci le finali che ha disputato a Porte d’Auteuil, ecco che l’impresa del mancino di Maiorca assume connotati ancor maggiori. Storici. Unici. Incommensurabili. Basti rivedere l’ultima puntata, contro Stan Wawrinka, l’ottimo svizzero che tanto lo disturba con la capacità di uscire anche dagli scambi più duri sparando un vincente di devastante potenza.

Lo ha letteralmente stritolato servendo e rispondendo benissimo, mettendo sotto pressione la battuta dell’avversario, e sbagliando pochissimo. Fino a frustrare l’unico giocatore che ha rotto l’egemonia dei Fab Four negli Slam. Lavorandolo ai fianchi da fondo, stancandolo nei durissimi scambi, tenendolo sempre lontano dal campo (un po’ come avevo fatto in modo ancora più evidente coll’emergente Dominic Thiem), non gli ha mai concesso di indossare la maglia di “Stanimal”, come l’ha soprannominato amabilmente lo svizzero più famoso del tennis, Roger Federer. E ha chiuso così per la terza volta al Roland Garros la sua trionfale cavalcata senza perdere un set (dopo il 2008 e il 2010).

A proposito, col senno di poi, ben ha fatto Federer a disertare la terra rossa di Parigi: avrebbe annacquato il vantaggio psicologico che ha riacquisito su Nadal sui campi veloci coi tre successi su tre fra Australian Open, Indian Wells e Miami. Così, almeno, sull’erba di Wimbledon, dove, dal 3 luglio, Rafa punta decisamente a tornare numero 1 del mondo, ci torna col sorriso, forte dei 7 successi in 10 finali, contro i 2 in 5 sfide decisive di Rafa ai Championships.

Rafa che però si porta ora a quota 15 Slam, a tre tacche solamente dal primato di Roger. Chi l’avrebbe mai pensato un anno fa, quando il fenomenale spagnolo si ritirò dal torneo prima del terzo turno contro Granollers per la tendinite al polso che avrebbe stabilito il primato più importante della storia del tennis? Perché di questo si deve parlare oggi. Quello di Nadal è un risultato superiore anche ai due Slam chiusi da Rod Laver, ai 18 Majors di Federer e a tutto il resto.

Anche ai 35 games totali appena che ha perso in questo Roland Garros, il secondo miglior risultato negli Slam era Open, dopo Bjorn Borg a Parigi nel '78. L'Orso al quale ha strappato da tempo l'etichetta di re della terra rossa.  

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“Esaltare numeri e talenti assolutamente unici in un sito web di tutti gli sport, un palcoscenico di alto livello di opinioni, riflessioni, ricordi e testimonianze. Da senatori dello sport che vogliono confrontarsi con gli appassionati ed aprire il dibattito su tutti gli argomenti di ieri e di oggi. Guardando al domani”. E’ quasi una dichiarazione programmatica quella che si legge sul sito SportSenators che raccoglie alcune delle firme eccellenti del giornalismo sportivo italiano e le testimonianze dei protagonisti di tutte le discpline. Non si tratta di un sito come gli altri. Innanzitutto perché ci scrivono alcuni dei massimi esperti italiani di sport, giornalisti che dopo aver lasciato la Gazzetta dello Sport, prepensionati per necessità editoriali, hanno pensato di ripartire dal futuro: niente carta stampata ma Internet.  
Un po’ come in un film di Clint Eastwood, il ‘vecchi’ campioni (sessantenni) hanno affrontato una sfida nuova e per molti assolutamente inedita: ricominciare a raccontare le varie discipline sportive, raccogliere testimonianze di chi è stato protagonista, regalare emozioni senza avere l’ansia di chiudere il pezzo in tempo per la stampa.

La sfida di Martucci: "raccontare lo sport sul web"

Una sfida che è anche una scommessa, come spiega all’Agi Vincenzo Martucci, colui che ha fondato e coordina il sito. “Sono andato via dalla Gazzetta dello Sport nel 2015, quando il giornale ha dichiarato lo stato di crisi – racconta il giornalista, uno dei massimi esperti di tennis italiani -. L’ho fatto dopo la finale tra Roberta Vinci e Flavia Pennetta agli Us Open: mi sono detto che ormai avevo visto tutto… Ma avevo 58 anni e nessuna voglia di smettere. E così ho preso una decisione: invece di scrivere libri o di creare un sito di tennis, ho cercato i miei vecchi colleghi della Gazzetta e gli ho proposto di realizzare un portale che avesse una filosofia diversa da tutti gli altri: raccontare lo sport con lo scopo di confrontarsi con gli appassionati, portando l’esperienza unica di chi scrive e le testimonianze dei protagonisti”. 

Nasce SportSenators, sito delle 'grandi firme'

Martucci ha parlato con molti suoi ex colleghi ed è riuscito a coinvolgere nel progetto otto ‘grandi firme’ come lui: Carlo Gobbi, Claudio Gregori, Filippo Falsaperla, Luca Chiabotti, Luca Marianantoni, Enrico Maida, Marco Pastonesi e Pierangelo Molinaro. Della squadra di SportSenators fa parte anche Daniele Flavi che rappresenta l’uomo macchina, colui che gestisce tecnicamente il sito. "A marzo siamo partiti con il sito – continua – abbiamo deciso di lavorare gratis per un anno e vedere che succede. A gennaio 2018, poi, trarremo un bilancio di questa esperienza. Per ora comunque la soddisfazione è grande: i nostri aticoli sono letti e sul sito abbiamo una permanenza media di un minuto e 40 secondi”.  

Opinioni, testimonianze e grandi eventi

La struttura di SportSenators è semplice. E questa sembra essere la sua forza. I temi delle varie discipline sono affrontati dai giornalisti che per trent’anni lo hanno fatto sulla Gazzetta. Poi ci sono le testimonianze di ex atleti come Gaudenzi, Vezzali, Rosolino, Grambassi, o ex dirigenti come Ricci Bitti, o ex allenatori come Valerio Bianchini. Quindi un settore  chiamato ‘Lo sport per tutti’ che dà voce alle iniziative degne di nota.  Settimanalmente vengono poi raccolte le interviste a due grandi esperti come Pino Allievi e Roberto Beccantini. “La scelta del web – racconta ancora Martucci – è stata dettata anche dalla convinzione che i giornali come sono fatti oggi non hanno più molto senso e solo Internet può dare qualcosa in più. I quotidiani dovrebbero iniziare a lavorare alle 19 e non alle 11 e sfruttare la tv come traino, invece non accade e si perdono sempre più lettori. Il sito web – aggiunge – mi consente proprio di fare questo: gestisco, coordino un giornale online di opinioni con due rubriche che mi fanno stare sull’attualità senza aver l’angoscia di dover coprire immediatamente gli eventi”. 

La previsione: Wawrinka potrebbe sorprendere Nadal

Vincenzo Martucci è un esperto di tennis (dal 1985 ha seguito 86 Slam e 23 finali di Davis Cup) e, nel giorno della finale di Roland Garros tra Nadal e Wawrinka, azzarda un pronostico controcorrente: “Lo svizzero è in forma smagliante ed è l’unico il cui gioco dà molto fastidio allo spagnolo. Se vince il primo set, ha grosse chance di conquistare Parigi”.

L'asta per i diritti tv del campionato di serie A è andata deserta. O, meglio, si sono presentati solo due concorrenti, uno dei quali ha fatto un'offerta talmente bassa da essere esclusa. E per non dover cedere all'unico offerente concreto – Sky – la Lega Calcio ha deciso di annullare l'asta.

I protagonisti

  • Sky è nata il 31 luglio 2003 dalla fusione di TELE+ e Stream TV. La piattaforma è a pagamento e destinata al mercato italiano
  • Mediaset Premium ha mosso i primi passi nel 1990 ancora come Fininvest, con la creazione della prima piattaforma analogica terrestre a pagamento italiana: Tele+, in società con Vittorio Cecchi Gori e Leo Kirch. Dal 2005 è tornata sul mercato con un servizio nazionale di totale ed esclusiva proprietà disponibile via digitale terrestre e via cavo
  • DAZN è una piattaforma di streaming live fondata nel 2015 e di proprietà di Perform Group per fornire agli utenti un accesso illimitato a contenuti sportivi live e on-demand per un canone mensile. Il servizio è attualmente disponibile in Germania, Austria, Svizzera e Giappone via Smart TV, computer portatili, tablet, smartphone e console per giochi.

Tavecchio: le offerte non erano congrue

 

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Perché l'asta è andata deserta

Per capire cosa è successo, bisogna andare con ordine. La gara per aggiudicarsi i diritti Tv per il triennio 2018/21 sulla serie A ha riservato la sorpresa del ritiro di Mediaset e Tim che hanno fatto praticamente saltare il banco e non hanno presentato offerte, lasciando in corsa solo Sky.

Cosa succede ora

L'asta sarà ripetuta nei prossimi mesi e, come ha fatto sapere il presidente della Figc Carlo Tavecchio, c'è tempo fino a fine anno per assegnare i diritti. 

Come è composta l'offerta di Sky

L'emittente di Murdoch ha messo sul piatto 440 milioni,

  • 230 milioni per il pacchetto sul satellite
  • 210 milioni per il pacchetto D 

Come sono composti i 'pacchetti' 

  • Pacchetto A (trasmissione via satellite): 200 milioni per i diritti di otto squadre – 248 eventi in totale – fra cui Juventus, Napoli, Milan e Inter
  • Pacchetto B (trasmissione in digitale terrestre): 200 milioni, copre 12 squadre per 324 eventi, di cui 132 in esclusiva
  • Pacchetto C1 e C2 (piattaforma Internet): 100 milioni ciascuno 
  • Pacchetto D: vale 400 milioni di euro, garantisce 132 esclusive fra cui il derby di Roma. 

L'offerta non ammessa di Dazn

In teoria è in gara anche Perform Group, che ha fondato e lanciato nel 2015 la piattaforma di live sports streaming DAZN attualmente presente solo in due mercati: il Giappone e DACH (Germania, Austria, Svizzera tedesca). che però ha fatto un'offerta fra i 25 e i 50 milioni, sotto la base d'asta.

Cosa ha fermato la corsa di Mediaset e Tim

Mediaset – Dopo la bocciatura dell'esposto presentato all'autorità garante della concorrenza per ottenere una nuova formulazione del bando per l'assegnazione dei diritti 2018- 2021, il consiglio di amministrazione ha deciso di non presentare alcuna offerta all'asta.

Tim – Ha giudicato "non interessanti i pacchetti predisposti per il digitale nè dal punto di vista dell'offerta nè da quello dei prezzi". 

Era già tutto previsto. Bisognava capirlo dai segnali che il destino aveva offerto in abbondanza nel lanciare la prima regina di Parigi non testa di serie nell’era Open. Impresa che era riuscita solo nel lontanissimo 1933, da prima mancina in assoluto in uno Slam, all’inglese Margaret Scriven.

LEGGI ANCHE: "La storia di Jelena ricorda quella di Kuerten"

Il primo segnale era quell’8 giugno 1997, il giorno di nascita di Jelena Ostapenko, ma anche del primo trionfo di Guga Kuerten al Roland Garros, ventiquattr’ore dopo l’inatteso successo di Iva Maioli sulla magica terra di Parigi, a 19 anni 300 giorni, l’ultima più giovane ad alzare la coppa Suzanne Lenglen. Proprio come Kuerten, che conquistò il popolo del Philippe Charter col gioco offensivo e la passione, la pionieria nel grande tennis della minuscola Lettonia, non aveva ancora vinto un titolo sul circuito ed è anche lei molto lontana nella classifica mondiale (47 lei, 66 all’epoca il brasiliano). E, proprio come la croata Maioli, anche la picchiatrice dalla lunga treccia bionda è stata aiutata dall’avversaria, più quotata e nettamente favorita alla vigilia: allora, Martina Hingis non trovò più fiato e gambe dopo essere caduta malamente da cavallo alla vigilia del torneo per non rinunciare al suo grande hobby.

Stavolta, Simona Halep, dall’alto del numero 3 del mondo, forte dell’esperienza di un’altra finale a Parigi (persa nel 2014 contro la Sharapova), davanti alla possibilità di diventare 1 nel caso si fosse aggiudicata il primo Slam, accetta il batti e ribatti da fondo della grande sorpresa del torneo, che era arrivata fin sotto il traguardo sparando 245 vincenti e di aggiungercene altri 54 nella finale (dopo i 50 nella semifinale contro Bacsinszky). Simona non riesce a pensare non cambia mai ritmo ed angolazioni, non azzarda una smorzata, accenna solo qualche “candelone" da fondo nel finale per cercare di arginare la costante invasione del nemico. E finisce così allo spiedo.

GALLERIA FOTOGRAFICA: la favola di Jelena Ostapenko, la 'nuova Seles' 

La Ostapenko ha piedi da ballerina, eccezionali, irrefrenabili, che la portano sempre nel modo ideale su qualsiasi palla, non a caso fino ai 7 anni era incerta fra la danza e il tennis. E adesso l’amatissimo samba lo fa ballare alle avversarie. E’ diventata prestissimo la beniamina del pubblico perché impone un’enorme pressione all’avversario sin dai primi colpi del gioco, come s’è visto del game d’apertura che ha strappato a zero, e come ha continuato a fare con abnegazione totale fino all’ultima palla, infischiandosene del punteggio: è stata 0-3 e tre palle-break dello 0-4 nel secondo set, 1-3 nel terzo.

E' lei l'erede di Monica Seles

Ottima colpitrice sia di dritto che di rovescio, con un buon servizio e una buona visione di gioco, la tenace lettone allenata dall’ex pro spagnola Annabel Medina Garrigues e guidata dal manager italiano Ugo Colombini, ricorda tantissimo Monica Seles, come gioco e come asfissiante presenza in campo. Non è bimane come la formidabile ungherese, allevata al “corri e tira” da Nick Bollettieri in Florida, che fu accoltellata da un tifoso della rivale Steffi Graf, mentre dominava il tennis. Sorride molto di più di Monica, ha un fidanzato, l’italiano Alessandro Riggio, che ha sofferto in tribuna accanto a mamma Jelena Jakovleva (ex tennista), mentre papà Jevgenijs (ex calciatore) è restato a Riga perché sul posto soffre troppo. Ma deve ancora crescere tanto tecnicamente per trovare alternative al suo gioco in forcing.

Di certo, il suo successo rappresenta una ventata di aria fresca per il tennis femminile in crisi di personalità e novità. In attesa magari che emerga la 15enne afroamericano, Whitney Osuigwe che ha vinto il torneo juniores battendo in finale l’altra statunitense, la 17enne Claire Liu. Un derby che le americane non vivevano sulla terra rossa di Parigi dal 1980, quando Kathy Horvath superò Kelly Henry.

Vincenzo Martucci

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L’impresa del Benevento, come abbiamo già ricordato, è una di quelle che rimarrà nella storia del calcio italiano. Altre squadre hanno già fatto il doppio salto dalla terza serie italiana (che dal prossimo anno tornerà a chiamarsi serie C dopo che per nove anni si è chiamata Lega Pro) alla Serie A in sole due stagioni – come accaduto nella stagione 2006-2007 a Napoli e Genoa – ma mai nessun altro ce l'aveva fatta senza essere passato in precedenza né in Serie B né in Serie A. 

Un vero e proprio miracolo sportivo e oggi Benevento festeggia l'approdo in Serie A, risultato eccezionale per una città di provincia. Non sono, infatti, molte le squadre cosiddette provinciali in una competizione in cui le grandi città dominano a volte anche con due squadre (Roma, Milano, Torino, Genova). Alcune ce l'hanno fatta. Altre ancora no. 

Quali 'provinciali' non sono mai andate in A?

Le province italiane sono 93 (sono escluse le 14 città metropolitane). Le squadre principali che ne rappresentano i capoluoghi sono un po' di più: 97. Questo perché due province hanno più capoluoghi (Barletta-Andria-Trani e Pesaro-Urbino), il che porterebbe il totale delle squadre da considerare a 98; ma a questo numero va sottratto quello relativo alla città di Aosta, che non ha più rappresentanza calcistica visto il fallimento delle sue due squadre, Valle d'Aosta Calcio e Saint-Cristophe Vallè d'Aoste SRL, nel 2010 e nel 2016 rispettivamente. 

55 di queste 97 squadre non hanno mai giocato in Serie A. Ciò significa che la maggior parte delle principali squadre dei capoluoghi di provincia italiani non è mai riuscita ad arrivare nella massima serie italiana.

E sono (tra parentesi la provincia corrispondente quando si rende necessario specificarla):

  • SS Akragas Città dei Templi (Agrigento)
  • US Arezzo
  • Asti Calcio FC
  • SS Fidelis Andria 1928 (Barletta-Andria-Trani)
  • ASD Barletta 1922 (Barletta-Andria-Trani)
  • ASD La Biellese (Biella)
  • SS Ital-Lenti AC Belluno 1905
  • FC Bolzano 1996
  • ASD Brindisi
  • ASDSC Nissa 1962 (Caltanissetta)
  • SSD Città di Campobasso
  • ASD Carbonia Calcio (Carbonia è capoluogo del Sud Sardegna)
  • Casertana FC (Caserta)
  • SSD Chieti Calcio
  • AC Cuneo 1905
  • USD Enna
  • Fermana FC (Fermo)
  • FC Forlì
  • Pro Gorizia
  • FC Grosseto SSD
  • ASD Imperia
  • L’Aquila Calcio 1927
  • US Latina Calcio
  • ASD Cavenago Fanfulla (Lodi)
  • SS Maceratese (Macerata)
  • Carrarese Calcio (Massa-Carrara)
  • SS Matera Calcio
  • SS Monza 1912
  • USD Nuorese Calcio 1930 (Nuoro)
  • SP Tharros (Oristano)
  • FC Pavia 1911 SSD
  • SSD Vis Pesaro 1898 (Pesaro-Urbino)
  • AC Prato
  • ASC Urbino 1921
  • Pordenone Calcio
  • SSD Potenza Calcio
  • USD Ragusa 1914
  • SCSD Ravenna FC 1913
  • FC Rieti 1913
  • Rimini FC 1912
  • ASD Rovigo LPC
  • SEF Torres 1903 (Sassari)
  • SSD Savona FBC
  • Siracusa Calcio
  • Sondrio Calcio
  • Spezia Calcio
  • Taranto FC 1927
  • SS Teramo Calcio
  • ASD Vigor Trani Calcio (Barletta-Andria-Trani)
  • Trapani Calcio
  • AC Trento SCSD
  • ASC Urbino 1921 (Pesaro-Urbino)
  • ASDC Verbania (Verbano-Cusio-Ossola)
  • US Vibonese Calcio (Vibo Valentia)
  • AS Viterbese Castrense (Viterbo)

 

Volendo si potrebbe affermare che, da questa lista, abbiano comunque militato nella massima serie italiana anche Biellese, Maceratese, Savona, Prato e Spezia, che sono state in Prima Divisione quando ancora la Serie A non era nata: ciò avvenne nel 1929. Se adottassimo questo criterio, dovremmo escludere queste 5 società dal conteggio e le squadre a non essere mai arrivate al top del calcio italiano diventerebbero 50. Sempre più della metà di quelle qui considerate.

Tra le squadre di provincia che invece ce l’hanno fatta, quelle di maggiore successo sono state probabilmente l’Udinese e il Parma, che hanno vantato una certa continuità di presenza anche nelle competizioni europee. Ma da questo punto di vista sono da ricordare anche ChievoVerona, Vicenza e Perugia, che ben hanno figurato in Serie A e occasionalmente anche in Europa. Nonchè il Brescia di Roberto Baggio, squadra che riuscì a partecipare all'Intertoto.

Tra quelle che invece non sono nè capoluogo di regione nè di provincia, solo 4 ce l’hanno fatta ad arrivare in Serie A: Carpi (MO), Casale (squadra di Casale Monferrato, AL), Legnano (MI) e Sassuolo (MO). Quest’ultima è l’unica di questo gruppo ad essere riuscita a giocare in una competizione di livello europeo: nella stagione appena conclusa, in Europa League. 

Se fosse per Lotito, vulcanico presidente della Lazio, andrebbero cancellate dagli almanacchi. Le piccolo squadre, le cosiddette provinciali, incidono sul fatturato togliendo risorse alle grandi tradizionali che vorrebbero mangiare porzioni più abbondanti della torta televisiva. Ma il vento sembra soffiare nella direzione opposta. Può capitare che il Leicester vinca la Premier League, evento che fu salutato con entusiasmo dal pubblico neutrale, ma può capitare anche che la Juventus vinca sei scudetti consecutivi lasciando agli altri solo le briciole.

Il campionato italiano, tuttavia, sta affermando il risveglio delle provinciali e personalmente credo sia un bene che le piccole possano sedere allo stesso tavolo delle gradi. Salutiamo con simpatia il ritorno in serie A della Spal, la vecchia gloriosa squadra del commendator Mazza che fu protagonista di uno dei primi clamorosi colpi di mercato, la cessione di Capello alla Roma per 200 milioni di lire. Società polisportiva “ars et labor", questo è il significato della sigla, un ritorno alle figurine Panini con il rarissino Dell'Omodarme, un'aletta dell'epoca. Ma oltre alla Spal, c'è la prima volta del Benevento, che aveva uno stadio  da 40.000 persone ma non si era mai nemmeno avvicinato alla serie A.

Dunque, nella stagione dei cinesi, pronti a sventolare denaro per far risorgere il calcio a Milano, un'agguerrita compagnia di piccole può permettersi di sognare in grande: dal Crotone, che si è salvato all'ultima giornata dopo una rincorsa entusiasmante, al Sassuolo che ripartirà senza Di Francesco ma con la solida attenzione del patron Squinzi, per finire al Chievo che può essere considerato un simbolo: la squadra che rappresenta un quartiere di Verona è ormai  stabilmente seduta al tavolo delle grandi con un presidente che sembra Harry Potter. 

Non vinceranno il campionato, ma forse lo decideranno. Senza di loro, il calcio sarebbe una carbonara senza guanciale.

Enrico Maida

sportsenators.it

Bruttissimo incidente per Max Biaggi. Il pilota romano è caduto rovinosamente in pista a Latina durante le prove di una gara di Supermoto. L'ex campione del mondo in 250 e Superbike è stato trasportato in eliambulanza all'ospedale San Camillo di Roma per un trauma toracico. E' stato ricoverato in codice rosso.

Il pilota romano "è vigile e orientato" 

Max Biaggi "è vigile e orientato e lamenta un forte dolore intercostale". Ora i sanitari stanno procedendo con gli accertamenti diagnostici del caso, a partire dalla Tac, ma da quanto filtra le condizioni del pilota romano non sarebbero gravi. 

Chi è Massimiliano 'Max' Biaggi

Nato il 26 giugno 1971, Massimiliano Biaggi detto Max, come si legge su Wikipedia, è stato quattro volte campione del mondo nella classe 250 (consecutivamente dal 1994 al 1997) e due volte campione mondiale Superbike (2010 e 2012). Detiene il primato assoluto di titoli conquistati nella 250 (primato detenuto assieme al britannico Phil Read), e con gli allori conseguiti nelle derivate di serie, è stato il primo italiano a trionfare in questa categoria; l'importanza di queste ultime affermazioni consiste inoltre nell'eccezionalità del riuscire a vincere un campionato mondiale sia con motociclette prototipo, sia con le derivate dalla produzione (risultato ottenuto in precedenza solo dallo statunitense John Kocinski).

Debutta in 125cc a 18 anni con una caduta

Come si legge su sito ufficiale di Max Biaggi, il debutto del pilota romano è avvenuto in 125 a 18 anni. "Era il 1989, Max aveva 18 anni, ed ha corso la sua prima gara a Magione nel campionato Italiano Sport Production classe 125cc, con la Honda. Caduto. "Io da qualche anno ho smesso di seguirlo, ho una bambina piccola e non posso stare in giro per il mondo," racconta l'amico del cuore Daniele, "ma fino ai primi anni del mondiale ho visto tutte le sue gare: il primo anno di Sport Production era sempre per terra. Era irruente, per niente calcolatore. Però quando arrivava, arrivava bene".

Nel 1990 nasce la 'stella' di Max Biaggi

L’anno successivo, il 1990, è stata tutta un’altra storia. Maurizio Vitali, un meccanico "vero" di Roma, che negli anni successivi è diventato il capo meccanico di Garry McCoy nel mondiale 125, ha contattato Pietro Biaggi e ne ha preso il posto in pista a livello tecnico. "Ci chiamavano quelli della Uno col carrello", sorride Maurizio al ricordo. "Tutti gli altri avevano camper e furgoni, Max si doveva cambiare in macchina. Ma ha vinto sei gare su sette e alla fine non rideva più nessuno".

Si era fatto notare Max e quella prima stagione fantastica, seppur a livello di moto di produzione elaborate, gli è valsa la possibilità di partecipare al campionato Italiano in prova unica a Vallelunga, la pista del suo destino. Il suo primo affaccio nel mondo dei "grandi".

 

 

A guardare oggi Guga Kurten che insegue i due figli e gli sorride anche se rovesciano il termos col latte e si rincorrono pericolosamente per le scale del rifugio dei giocatori (la players lounge), viene in mente che un eterno bambino non potrà mai essere un padre tradizionale. Quel sorriso sempre aperto col quale reagisce a qualsiasi marachella è lo stesso col quale scioglieva e conquistava chiunque, e che è rimasto scolpito nel tennis e nel Roland Garros più ancora dei suoi tre trionfi e del cuore – idealmente, il suo cuore – che disegnò sul campo centrale. Ci si stese addirittura dentro, affranto, dedicandolo al pubblico che l’aveva trascinato al successo (dopo aver salvato un match point), contro l’americano Michael Russell negli ottavi, prima di conquistare il terzo e ultimo titolo a Porte d’Auteuil, nel 2001. 

A guardare oggi il tennis, viene in mente quando divertiva a prescindere, quando c’era in campo l’uomo felice, il giocatore allegro, il brasiliano sempre contento, semplicemente Guga, perché nessuno mai, come per Pelé, si è mai sognato di chiamarlo col nome intero, Gustavo. Così doveva essere: vicino, vicinissimo, da eroe dei sogni di qualsiasi ragazzo, da Signor Nessuno che, nel 1997, esplose, a 20 anni, da appena numero 66 del mondo, centrando non solo il primo successo di sempre sul circuito maggiore, ma anche la prima finale Atp, sorprendendo tre ex campioni del Roland Garros, Thomas Muster nel terzo turno, Yevgeny Kafelnikov nei quarti e Sergi Bruguera in finale, in un crescendo irresistibile che sembrò una favola. Come lo furono, per motivi diversi, con trame diverse, anche i successi di Parigi 2000, domando Magnus Norman (che l’aveva appena battuto in finale a Roma), al match point numero 11, e di Parigi 2011, col famoso match point salvato, impresa facendo. 

A guardare oggi che entra nell’Hall of Fame, e si commuove, e parla da ambasciatore, ci viene in mente che non c’è campione ideale come lui. Che, con una racchetta da tennis, è venuto fuori da una vita povera e anonima, ha superato la tragica morte per infarto del papà giudice di tennis (mentre arbitrava un match quando Guga aveva appena 8 anni) e l’inguaribile malattia del fratello minore, poi scomparso. Che esempio è stato in campo e fuori, che campione semplice e vicino alla gente, che persona normale un attimo dopo il torneo, quando tornava fra gli amici delle mille spiagge della sua Florianopolis. Un po’ come Rafa Nadal quando stacca la spina dal tennis e va a pesca nella sua Maiorca.

 A ben guardare Guga, ci sta benissimo anche Jelena Ostapenko che si qualifica a sorpresa per la finale del Roland Garros. La sorridente neo ventenne che nessuno s’aperta così in alto, con quella targa, Latvia, di una nazione ancor più lontana dalla storia del grande tennis del Brasile (che aveva vinto 7 titoli Slam con Maria Bueno negli anni ’50-60). Anche quella coraggiosa picchiatrice – lanciata dal manager-cacciatore di talenti italiano, Ugo Colombini – è lontana dai quartieri alti della classifica (n. 47), anche lei non era mai arrivata nemmeno in finale in un torneo Wta. Certo, non ha ancora vinto il titolo, e quindi il record di prima vincitrice di un torneo che coincide con uno Slam, di Christine O’Neil agli Australian Open 1978, non è ancora battuto. Ma sapete chi è stato l’ultimo a vincere il primo titolo in carriera al Roland Garros? Guga, l’8 giugno 1997, esattamente il giorno in cui è nata la Ostapenko… Con questo numero 20 che ricorre, come l’età del brasiliano allora e della lettone oggi, come i titoli di singolare vinti alla fine da Kuerten: sembrano le lancette del destino.

Vincenzo Martucci

www.sportsenators.it

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