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Si chiamano Ryom Tae Ok, 18 anni, e Kim Ju Sik, 25, i due unici atleti nordcoreani qualificatisi per le Olimpiadi invernali della Corea del Sud, una partecipazione che potrebbe segnare una distensione senza precedenti nei rapporti tra le due Coree, dopo un anno segnato da gravissime tensioni intorno al programma missilistico di Pyongyang, tensioni che hanno fatto soffiare venti di guerra intorno alla penisola. Un traguardo che da una parte è frutto dello sforzo diplomatico dei due Paesi, dall'altra dagli anni di allenamento della coppia, che compete nel pattinaggio a figura ed è alla sua prima prova olimpica.

L'incontro con l'allenatore canadese

A preparare i due atleti per la prova olimpica è stato il canadese Bruno Marcotte, una celebrità del settore che allena anche una squadra sudcoreana, che ebbe modo di apprezzarli ai giochi invernali svoltisi in Giappone lo scorso febbraio e li avvicinò, complimentandosi per la loro performance e i loro progressi. Un mese dopo, al campionato di pattinaggio a figura di Helsinki, dove arrivano quindicesimi, i due gli chiederanno ufficialmente di diventare il loro coach.

Marcotte accetta e Ryom e Kim trascorrono l'estate del 2017 a Saint-Julie, una cittadina nei pressi di Montreal, per allenarsi con lui, accompagnati da un allenatore nordcoreano e da un rappresentante della federazione di Pyongyang che si incarica del ruolo di traduttore. E, dopo "A Day In The Life" dei Beatles, "Je Ne Suis Qu’une Chanson", una canzone di una cantante del Quebec, Ginette Reno, diventa il brano che fa da colonna sonora alle evoluzioni della coppia.

"Erano persone molto amabili, che portavano energia positiva ogni giorno. La loro sete di apprendere è così grande", ha raccontato Marcotte all'Huffington Post, "non vogliono che migliorare e hanno accolto a braccia aperte ogni critica che ho sollevato loro. Per un allenatore, erano gli allievi modello". Ryom e Kim, in Canada, hanno avuto anche modo di partecipare alle celebrazioni della festa nazionale e di frequentare corsi di yoga insieme alla moglie di Marcotte, Meagan Duhamel, ex campionessa mondiale di pattinaggio che, in alcune occasioni, si è allenata con loro.

 L'allenatore e la consorte si sono però guardati bene dal discutere la situazione politica della Corea del Nord con i due allievi, protetti dalle barriere linguistiche. E quasi nulla è emerso sulla loro vita privata. "Non sapevo cosa aspettarmi, se devo dirvi la verità", ha proseguito Marcotte, "ma tra quel ragazzo e quella ragazza ci sono una grande amicizia e una grande partnership. Erano molto affettuosi, una cosa che non mi aspettavo. Non erano per nulla freddi e non avevano paura di esprimersi e mostrare come si sentono davvero".

“Il Var sta funzionando, funzionerà ancora meglio”. Non è la prima volta che Marcello Nicchi è stato costretto a scendere in campo per difendere la tecnologia che, nel bene e nel male, sta rivoluzionando il mondo del pallone. L’ultima dichiarazione del designatore degli arbitri è arrivata sugli spalti dello stadio di Ferrara prima di Spal-Lazio. La domanda è, al di là dei singoli episodi, sempre la stessa: il Var (Video Assistant Referees) non avrebbe dovuto migliorare le prestazioni degli arbitri facendo diminuire gli errori e le polemiche? Eppure non sembra affatto così. Le ultime proteste, quelle del Cagliari e del Presidente Giulini, per le decisioni dell’arbitro Calvarese durante la sfida con la Juventus e lo stop forzato ad un altro arbitro, Doveri, per gli errori durante il derby di Torino di Coppa Italia hanno fatto capire che, anche nel 2018, non ci sarà un’inversione di tendenza. Ma andiamo con ordine.

Le linee guida della FIGC

Minima interferenza, massimo beneficio con l’arbitro che rimane la figura incaricata di prendere la decisione finale. Una decisione da cambiare solamente di fronte a un errore “chiaro ed evidente”. Così, la scorsa estate, la Federazione descriveva il ruolo che avrebbe avuto questa tecnologia all’interno delle partite. La realtà, però, si è dimostrata assai più complicata. Recuperi lunghi, gioco spezzettato, guardalinee che segnalano evidenti fuorigioco con grande ritardo, continue richieste, spesso a match terminato, da parte di giocatori e allenatori. In altri casi, bisogna dirlo, tutto ciò ha portato grande beneficio per il risultato: rigori assegnati, espulsioni, correzioni decisive. Eppure quello che rimane dopo sei mesi di sperimentazione è una generale confusione. Pochissime bocciature definitive ma moltissime critiche e richieste di revisione del regolamento.

Ma quando interviene, per davvero, il Var?

Secondo il protocollo internazionale della FIFA, valido in tutti i campionati del mondo in cui viene adottato, il VAR può intervenire in 4 specifici casi:

  • Per determinare se un gol è regolare o irregolare
  • Per decidere se un giocatore merita il cartellino rosso
  • Per assegnare o meno un calcio di rigore
  • Per correggere un’ammonizione o un’espulsione assegnate a un giocatore sbagliato

I falli, ad esempio, non sono oggetto di revisione arbitrale, a meno che non siano stati commessi all’interno dell’area di rigore o se particolarmente violenti. Così come il fuorigioco, a meno che non sia decisivo per la convalida di una marcatura. Se un giocatore chiede l’intervento del VAR deve essere ammonito dall’arbitro; se la richiesta arriva dalle panchine la punizione è ancora più severa con l’allontanamento immediato dal campo.

Chi sta davanti al VAR?

Ci sono due figure addette all’uso della tecnologia e designate per comunicare con l’arbitro durante la partita. Sono chiamati rispettivamente VAR e AVAR e sono collocati all’interno di una Video Operation Room, allestita da ogni singola società all’interno dello stadio. All’interno della stanza c’è la strumentazione fornita in maniera esclusiva dalla società inglese Hawk-Eye Innovations. I due arbitri addetti al VAR possono parlare con l’arbitro prendendo autonomamente l’iniziativa o, viceversa, accogliendo le richieste provenienti dal collega che sta operando sul terreno di gioco. A bordocampo, invece, c’è un’altra zona dedicata alla “revisione”. La Referee Review Area, posizionata tra le due panchine e sorvegliata dal quarto ufficiale di gara. È il mezzo tramite cui l’arbitro può rivedere le azioni e decidere se cambiare o meno la propria decisione.

Le immagini chi le procura?

Gi addetti al VAR hanno la possibilità di visionare tutte le immagini raccolte da almeno 12 telecamere. Non lo fanno contemporaneamente ma con un leggero ritardo, un modo per verificare ulteriormente ciò che succede in campo e rendere il loro giudizio ancora più autonomo. La video-ripresa di una partita è nelle mani della squadra di casa. Nella nostra Serie A ci sono otto squadre che auto-producono il materiale (Benevento, Inter, Milan, Roma, Napoli, Juventus, Sassuolo e Torino) e 12 che invece hanno preferito affidare questo delicato compito alla Lega. L’arbitro che decide di rivedere una determinata situazione di gioco si avvarrà delle stesse immagini a disposizione dei due colleghi presenti nella operation room. Potrà però scegliere, di volta in volta, quali vedere. Una alla volta. L’accuratezza delle immagini proposte è diversa da quelle che vengono proposte al pubblico. Ovvero, l’arbitro non riguarda lo stesso replay del tifoso seduto sul divano di casa.

I due problemi principali: il “chiaro errore” e “l’uso improprio”

Secondo la Gazzetta dello Sport sono questi i due casi in cui il VAR mostrerebbe i suoi limiti più evidenti. Chi è che può definire quando l’arbitro è andato incontro a un chiaro errore? Ci sono casi, e sono quelli più spinosi, che sono determinati da un giudizio soggettivo del direttore di gara. Come il tocco di mano di Bernardeschi, in piena area, nell’ultimo match giocato, quello tra Cagliari e Juventus, che ha fatto arrabbiare il presidente della squadra sarda e scatenando un vero vespaio mediatico. Nel derby di Coppa Italia, invece, l’arbitro Doveri è andato a rivedere un possibile fallo, poco prima del secondo gol della Juventus, andando contro le direttive che abbiamo spiegato ed elencato prima. Come ricorda l’articolo della Gazzetta “si è usata la Var per un contatto soggettivo con l’arbitro che è arrivato al video in cerca del frame che mostrasse il tocco sulla palla di Khedira. È stato questo l’errore di Doveri nel derby e non certo aver giudicato regolare l’entrata del giocatore. Quella era una semplice valutazione: sbagliata, ma può capitare”. Un errore che all’arbitro di Roma è costato caro.

 

 

 

 

 

 

È (quasi) impossibile iniziare una carriera calcistica a 31 anni. A meno che tu non sia l’uomo più veloce della Terra. Usain Bolt fa sul serio. Stavolta non si tratterebbe di semplici indiscrezioni e di voci che rimbalzano, di anno in anno, tra i vari giornali. Stavolta è arrivata la fumata bianca. Il velocista giamaicano, dopo essersi ritirato dall’atletica, è pronto a sbarcare nel mondo del pallone. E dalla porta principale. Farà, infatti, un provino con il Borussia Dortmund, una delle più importanti squadre della Bundesliga, il massimo campionato tedesco.  Un provino organizzato, a quanto scrive il Corriere dello Sport, dal suo sponsor, la Puma.

La squadra tedesca sarebbe però solo la prima tappa di un viaggio molto ambizioso. E che lo porterebbe a Manchester, sponda United, all’Old Trafford e a Mourinho. In un’intervista esclusiva al Daily Express, Bolt ha confessato che il suo desiderio più grande sarebbe proprio quello di vestire la maglia rossa dei diavoli rossi e, per riuscirci, avrebbe anche contattato la figura più influente del club inglese: Sir Alex Ferguson: “Mi ha risposto che, se sono in forma e pronto, potrà metterci una buona parola. Credo di avere una chance, conosco il calcio, ci ho giocato, allenandomi posso fare bene”.  Bolt può già contare di un alleato all’interno dello spogliatoio. “Io e Paul Pogba parliamo tanto, guardo tutto quello che fa e gli faccio molte domande”. E i due, almeno fisicamente, hanno molto in comune: altezza, forza fisica, ambizione. Insomma, nessun capriccio o voglia di catturare l’attenzione dei media: l’atleta giamaicano sembra davvero crederci e avere, sul tavolo, qualche asso da giocare.

Bolt ha pochi dubbi sul suo ruolo: “Vorrei giocare sulla fascia”. E non sorprende visto che in termini di scatto e velocità non avrebbe rivali. Ma dalle chiacchierate fatte con amici professionisti e tecnici pare che la soluzione più adatta per lui sia quella di giocare in attacco. L’unica certezza vera è quella che, pur di arrivare ai suoi obiettivi, è deciso di accettare la migliore soluzione possibile. Un jolly, insomma. Il lavoro da fare è tanto ma di certo non lo spaventa: ”Mi manca l’esperienza della partita ma non l’allenamento o la voglia di migliorare”.

Vincere la Champions League sarebbe, secondo Bolt, un’emozione simile a quella di conquistare otto ori olimpici fra 100, 200 e 4X100. Per arrivarci, però, bisognerà che l’ex campione passi il primo ostacolo: il provino con il Borussia Dortmund. La maglia della squadra tedesca, in fondo, ricorda quella gialla e nera della Giamaica e le emozioni sembrano le stesse di tanti anni fa: “È stato lo stesso con l'atletica: all’inizio ero un po' nervoso, poi mi sono abituato al pubblico e a tutto quello che c’era intorno a me”. 

 

 

 

 

 

La Nba, lega di basket statunitense, ha annunciato l’avvio di un campionato under 15 in Senegal che comprenderà 30 scuole delle città di Dakar e Thiès a rappresentare ciascuna una delle 30 squadra della lega professionistica più importante nel mondo della pallacanestro.

“L’obiettivo è di continuare a rendere il basket accessibile a tutti i giovani ragazzi e ragazze che hanno la passione, affinché possano continuare a perseguirla. Il nostro programma junior Nba presenta una partecipazione mondiale noi 18 milioni di giovani in 53 diversi paesi al mondo” ha dichiarato a Voice of America il vicepresidente della Nba e direttore generale per l’Africa Amadou Gallo Fall. Il dirigente Nba ha anche aggiunto che ad oggi la lega Usa ha avviato 12 campionati in 11 paesi africani.

Per la National basketball association è il secondo programma di sviluppo dei giovani in Senegal, dopo la Nba Academy Africa, un centro che accoglie i migliori talenti da tutto il continente africano aperto lo scorso maggio. Il centro è il sesto che la Nba ha aperto a livello mondiale.
Decine di giocatori senegalesi negli anni hanno giocato nella Nba. L’ultimo è Gorgui Dieng, talentoso pivot dei Minnesota Timberwolves.

 

 

 

“Dopo la Stella d'oro al merito sportivo ottenuta nel 1968, ricevere anche il Collare d'Oro è un onore. Si tratta di un riconoscimento importante che va ad un circolo che è stato l’alfiere dell’attività golfistica in tutta Italia”. Così il presidente del Circolo del Golf di Roma Acquasanta, Silvio Plazzotta, ha commentato l’assegnazione da parte del Coni del “Collare d’Oro”, massima onorificenza dello sport italiano.

A conferire i Collari d’Oro sono stati il Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni e il Ministro dello Sport, Luca Lotti, alla presenza del Presidente del CONI, Giovanni Malagò, e del Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli. Tra le Società premiate, oltre al Circolo dell’Acquasanta, anche alcune società storiche quali il Bologna Football Club, Il Moto Club Pavia, la Rari Nantes Torino e la Società Ginnastica Etruria Prato.

Immerso nel parco dell’Appia Antica, con l’Acquedotto Claudio a fare da sfondo, il mausoleo di Cecilia Metella a pochi km di distanza, e la cupola di San Pietro all’orizzonte, il Circolo Golf di Roma Acquasanta è il più antico d’Italia. Risale al gennaio del 1903 il primo verbale disponibile dell’Assemblea dei Soci di quello che originariamente era “The Rome Golf Club”. Erano gli anni in cui i golfisti erano prevalentemente diplomatici inglesi ed americani, che si adattavano a giocare sui prati di Villa Doria Pamphili e Villa Borghese. Quando venne chiesto a Mr. Arthur Flach di individuare dei campi adatti ad ospitare un campo da golf, la scelta cadde subito sui terreni della Tenuta dell’Acqua Santa, di proprietà dei Principi Torlonia.

“Nato come campo naturale, non disegnato dagli architetti ma dalla natura spettacolare della campagna romana immersa nel parco naturale dell’Appia Antica”, come spiega Silvio Plazzotta, la storia del Circolo Golf di Roma Acquasanta è quella dei nomi dei presidenti che si sono succeduti – dal primo, il Marchese Vanni ai principi Doria e Eugenio Ruspoli, ai Conti Alfredo di Carpegna e Angelo Tommasi di Vignano –  e dell’elenco dei soci nel quale sono registrati i nomi di buona parte della nobiltà italiana, dai Borghese ai Pacelli, dai Colonna ai Pecci ai Barberini e dell’imprenditoria, uno tra tutti Gianni Agnelli. “La storia ci racconta che qui hanno giocato gli inglesi, i gerarchi fascisti, gli americani durante lo sbarco – prosegue Plazzotta – È qualcosa che fa parte della storia di Roma e della sua evoluzione”.

Amato in particolar modo da Galeazzo Ciano che, da Ministro degli Esteri, aveva non solo trovato i finanziamenti per le migliorie da apportare al campo, ma aveva adottato l’Acquasanta come una dépendance del suo ministero. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la Wehrmacht nel 1944 occupò il Circolo ed il forte dell’Acquasanta, i tedeschi rispettarono i green e non recarono danni alla club house. E quando venne chiesto ai piloti degli Spitfire e dei P-48 degli Alleati perché avessero risparmiato dai bombardamenti quel campo, risposero: “Saremmo stati matti a distruggere l’unico campo da golf di 18 buche a sud di Firenze!”.

Nel Dopoguerra l’Acquasanta divenne il punto di riferimento per i golfisti provenienti da ogni parte del mondo, per lo più Gran Bretagna e Stati Uniti. E furono i campioni provenienti dall’Acquasanta a riempire l’albo d’oro del golf dilettantistico italiano, tra tutti Franco Bevione e Isa Goldschmid. È anche per questo, per le vittorie dei suoi soci, che nel 1968 il Circolo ricevette la più grande onorificenza nazionale: la Stella al merito nazionale. Ad oggi, sono 147 i titoli nazionali vinti in 114 anni di storia dal Circolo, dove si sono distinti eccellenze del golf come Pietrino Manca, "il maestro dei maestri"- che ha creato la sua scuola diventata pietra miliare per l'insegnamento e per la diffusione del golf in tutta Italia tramite nomi illustri quali Grappasonni, Croce, Angelini – e la presenza di campioni quali Roberto Bernardini e Massimo Mannelli, che proprio all'Acquasanta vinse l'Open d'Italia.

“Nomi storici che hanno dato lustro al golf – conclude Plazzotta – C’è chi pensa che siamo un circolo esclusivo e lo siamo certamente per il posto, la storia, la tradizione. Ma la nostra esclusività non ci impedisce di aprirci al mondo dei giovani: abbiamo un’Academy nutrita e tutto l’interesse a far sì che i ragazzi crescano e proseguano con questo sport. Anche perché abbiamo una meta importante, che è la Ryder Cup che si terrà nel 2022 proprio a Roma: un’opportunità per tutti, dove sarà importante fare squadra, accogliere i golfisti di ogni Paese d’ Europa e far conoscere loro la storia e le meraviglie dei nostri posti”.

La Fifa avrebbe minacciato di escludere la Spagna dai Mondiali di Russia 2018 in seguito alla decisione del Consiglio Superiore dello Sport (Csd), un organo indipendente del governo di Madrid, di ripetere le elezioni per i vertici della Federación Española de Fútbol (Fef) dopo l'arresto del presidente Ángel María Villar, suo figlio Gorka e del vicepresidente Juan Padrón per presunta corruzione nell'ambito delle indagini sulla Calciopoli spagnola.

Una prospettiva che torna a far sperare l'Italia in un ripescaggio, possibilità già resa concreta, seppur assai remota, dal rischio che il Perù venga escluso dalla competizione qualora passi la proposta di legge che porterebbe la Federcalcio andina sotto il controllo statale, un vincolo vietato dal regolamento Fifa.

Di cosa è accusato Villar?

La Fifa. rivela El Pais, avrebbe inviato una diffida alla Fed avvertendola che le "ingerenze del governo spagnolo" potrebbero determinare la sua sospensione dall'associazione e, di conseguenza, l'espulsione da tutte le competizioni nelle quali partecipa, a partire dal mondiale.

Una diffida che arriva dopo la decisione del Tribunale Amministrativo dello Sport di accogliere il ricorso del Csd, che aveva chiesto di ripetere le elezioni per la presidenza della Fef dopo l'arresto di Villar, che è al momento fuori su cauzione e ha conservato formalmente la carica, pur essendo stato sospeso in via cautelare e sostituito nelle sue funzioni da Juan Luis Larrea.

Secondo la magistratura, Villar avrebbe comprato il suo ottavo mandato consecutivo pagando sostanziose tangenti ai presidenti delle squadre perché votassero per lui. L'ultima parola spetta al Consiglio di Stato spagnolo, che dovrà stabilire in concreto se tenere o meno nuove elezioni.

Cosa prevede lo statuto della Fifa?

Il ricorso del Csd, secondo la Fifa, si configura come un intromissione del governo che ne viola lo statuto, mettendo a rischio l'autonomia della Federazione. "Ogni membro deve amministrare i propri affari in maniera indipendente e assicurarsi che non si produca alcuna ingerenza da parte di terzi nei propri affari", recita l'articolo 13 del regolamento Fifa. Il ministro dello Sport spagnolo, Íñigo Méndez de Vigo, ha convocato un vertice con Larrea per affrontare il problema, confidano fonti del governo al quotidiano spagnolo. Il Csd, da parte sua, fa sapere di non aver ricevuto nessuna diffida e di restare sulle sue posizioni: le elezioni vanno ripetute. 

Il precedente del 2008

Non è la prima volta che la Spagna viene minacciata dalla Fifa di espulsione. Nel 2008 l'allora presidente Joseph Blatter costrinse così il governo a consentire a Villar di tenere le elezioni per la presidenza della Fef, che lo avrebbero confermato per l'ennesima volta, in una data successiva a quella stabilita dal governo. La 'Roja' finì per vincere quel campionato europeo al quale aveva rischiato di non partecipare.

Nel frattempo anche la Fifa ha i suoi problemi. Secondo il Fatto Quotidiano, il presidente Lorenzo Infantino è stato infatti accusato di essere coinvolto in un'altra Calciopoli, quella turca, e di aver aiutato – quando era segretario generale Uefa –  ad occultare lo scandalo che portò ingiustamente il Fenerbahce a conquistare il campionato 2010-2011 ai danni del Trabzonspor.

La festa del Milan per l'approdo ai quarti di finale di Coppa Italia dopo il 3-0 al Verona è stata rovinata dal caso Donnarumma che ormai vede i tifosi schierati contro il portiere diciottenne e la società in guerra aperta contro il suo procuratore, Mino Raiola. 

Prima e durante la partita, la Curva Sud del tifo rossonero ha fischiato e rivolto insulti a Donnarumma. "Violenza morale 6 milioni all'anno e l'ingaggio di un fratello parassita? Ora vattene la pazienza è finita!", recitava uno striscione, in chiara allusione alle indiscrezione secondo cui Mino Raiola ha chiesto di annullare il rinnovo con il Milan. Donnarumma al rientro negli spogliatoi è scoppiato in lacrime ed è stato consolato da Bonucci.

Dopo la partita ha parlato il ds del Milan, Massimiliano Mirabelli, che si è detto dispiaciuto per i fischi ("capiamo i tifosi ma non dobbiamo fischiare i nostri giocatori") e poi ha attaccato a testa bassa Raiola, definendolo "uno showman": "Non tutte le colpe sono di Gigio Donnarumma", ha detto, "purtroppo sappiamo da dove viene il male, speriamo nei prossimi mesi di risolvere il problema". "Gigio non ha mai espresso la volontà di andare via, sennò non avrebbe rinnovato fino al 2021", ha osservato, "certamente c'è qualche signore che vuole organizzare qualcosa ad arte. Ma noi tuteleremo il Milan in ogni sede, senza problemi. Non abbiamo bisogno di vendere nessuno. Se Gigio vuole andare via deve venire a supplicarci. Semmai dovesse succedere, poi detteremo noi le condizioni. Non ci facciamo prendere per il collo da nessuno". 

L’ombra del doping torna a scuotere il mondo del ciclismo. Chris Froome, classe 1985, nato in Kenya da genitori britannici, vincitore di quattro Tour de France (2013-2015-2016-2017) e di una Vuelta (2017) è risultato positivo a un bronco-dilatatore, il Salbutamolo, durante un controllo durante l’ultima edizione della corsa spagnola. Lo ha comunicato l’UCI, la Federazione ciclistica internazionale, aggiungendo che la positività, rilevata il 7 settembre, è stata confermata anche dalle contro-analisi. Il risultato delle analisi è stato notificato a Froome il 20 settembre. Per principio” si legge sul comunicato “e benché non sia richiesto dal Codice mondiale antidoping, l'Uci segnala sistematicamente sul suo sito internet le violazioni potenziali delle regole antidoping quando viene applicata una sospensione provvisoria obbligatoria. La presenza di una sostanza specifica come il Salbutamol non necessita di tale sospensione a carico del corridore".

Il Salbutamolo​

Si tratta di un farmaco per combattere l’asma che Froome assume da tempo, avendo un’esenzione per uso terapeutico (TUE), ma la cui quantità deve restare all’interno dei limiti consentiti dal regolamento. La concentrazione rilevata nelle urine nell’ultimo testè risultata superiore ai 1000 nanogrammi per millimetro, avvantaggiando il corridore. Come ricorda la Gazzetta dello Sport ci troviamo di fronte a casi simili a quelli dei corridori italiani Diego Ulissi e Alessandro Petacchi che furono squalificati rispettivamente per 9 mesi e un anno. Froome aveva già confermato la presenza, per il 2018, ai nastri di partenza del Giro d'Italia, l’unica grande corsa che manca nella sua già ricca bacheca.

Il calcio d’inizio è fissato alle 21, a San Siro. Ma per il Pordenone calcio il match di Coppa Italia contro l’Inter è iniziato subito dopo la vittoria con il Cagliari che ha permesso alla squadra friulana di qualificarsi per gli ottavi di finale. I ramarri se la giocheranno a testa alta, sapendo di non aver nulla da perdere. Soprattutto in una gara secca. Sarà più di una finale. Una festa vera, iniziata sui social, per una compagine che quinta nel girone B della Serie C non è certamente avvezza a palcoscenici del genere. Ma qual è la sua storia?

 

 

Carta d’identità

La società è nata il 1° ottobre del 1920 con il nome Football Club Pordenone. Non è stata la prima società calcistica della città friulana visto che ha preso il testimone dall’Unione Sportiva Pordenone che, nata nel 1913, si dissolse sei anni dopo. Il suo stadio, che porta il nome del ciclista veneto Ottavio Bottecchia, è stato inaugurato nel 1926 e può ospitare circa 3mila persone. Lo stesso numero  di tifosi (ma forse saranno anche di più) in viaggio verso Milano grazie a una quarantina di pullman e centinaia di auto private. Una comitiva che tingerà di neroverde un anello di San Siro. 

Successi

Oltre alle diverse promozioni che hanno portato la squadra a disputare varie stagioni nei campionati professionistici di Serie C, il Pordenone calcio vanta uno scudetto di serie D, ottenuto nel 2013-2014, e una Coppa Italia di Serie D ottenuta dieci anni prima. Non ha mai disputato un campionato di Serie B nonostante nelle ultime due stagioni sia arrivata a disputare i playoff persi rispettivamente con Pisa e Parma (ai rigori), squadre che avrebbero poi conquistato la promozione nella serie cadetta.

La società

Il Pordenone Calcio appartiene alla Vitis Rauscedo, azienda nata nel 1985 che lavora nel settore della produzione di barbatelle innestate, vitigni autoctoni e internazionali. È un’azienda familiare condotta dal presidente della squadra neroverde, Mauro Lovisa, che durante una visita della squadra ha ribadito come: «Vedere come funziona la macchina lavorativa, interamente manuale, e vedere “in azione” i nostri operai, sul pezzo già dal mattino presto, che con grande professionalità e precisione svolgono il proprio compito, ritengo sia un arricchimento per i nostri ragazzi, privilegiati in quanto possono giocare a calcio da professionisti. Ragazzi molto seri, va sottolineato, che stanno facendo uno splendido percorso e di cui andare orgogliosi”. Era il 2015 e a quanto pare quella visita ha portato fortuna. Ora l’obiettivo è quello di ripercorrere l’impresa dell’Alessandria, altra squadra di Serie C, che due anni fa arrivò in semifinale di Coppa Italia e provare, per la prima volta ad arrivare in Serie B.

 

 

Giocatori e stipendi

Il monte stipendi del Pordenone è complessivamente di 1 milione 380 mila all’anno. Un giocatore guadagna in media 60.000 euro lordi. Corrisponde, come ricorda la Gazzetta dello Sport, a tre giorni di ingaggio dev’attaccante dell’Inter, Mauro Icardi. Nelle file del Pordenone giocano anche due giocatori stranieri: l’attaccante spagnolo Miguel-Ángel Sainz-Maza e il portiere lettone, in prestito dal Parma, Kristaps Zommers. I nomi di maggior rilievo sono Emanuele Berrettoni (che giovanissimo a San Siro ha già giocato), Salvatore Burrai, Federico Gerardi, Gianvito Misuraca. Tutti con esperienze nei campionati di categoria superiore.

 

 

L’allenatore

In panchina siede Leonardo Colucci, classe 1972, che il calcio ad alti livelli l’ha conosciuto vestendo le maglie di Verona, Bologna, Modena e Cagliari. Un allenatore che ha iniziato da pochi anni la sua nuova carriera e che ha concentrato i propri sforzi nello studio delle partecipanti al campionato di serie C. Tanto che per preparare la sfida contro il Cagliari, in Coppa Italia, si è affidato ai suoi giocatori: “Li conoscevano meglio di me perché li avevano acquistati nell’asta di fantacalcio”.

 

 

Le curiosità del match contro l’inter

I ramarri indosseranno la seconda divisa, quella biancorossa, ma al posto dello stemma del club ci sarà il logo del Comune di Pordenone. La partita sarà trasmessa in diretta su Raidue. I giocatori sono pronti, compreso Presidente e allenatore, a tornare a piedi in caso di vittoria. Quanti chilometri ci sono da Milano a Pordenone? Circa 350. Un’inezia di fronte alla gioia di eliminare una delle squadre più forti della Serie A.

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