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Max Verstappen ha vinto il Gran Premio di Germania. L’olandese della Red Bull ha preceduto la Ferrari di Sebastian Vettel, autore di una strepitosa rimonta dall’ultimo posto di partenza. Terza la Toro Rosso di Daniil 
Kvyat.

Sul circuito di Hockenheim, in una gara condizionata dalla pioggia, l’altro ferrarista Charles Leclerc è stato costretto al ritiro al 29mo giro: è andato lungo in curva quando era al secondo posto e si è ingolfato nella ghiaia, non riuscendo a ripartire. Male le Mercedes: Lewis Hamilton ha chiuso 11mo e fuori dai punti a causa di un incidente costatogli penalità, Valtteri Bottas si è ritirato nel finale per uno scontro a muro

La solita pole di Lewis Hamilton e una Ferrari rossa di rabbia per due problemi tecnici che relegheranno Charles Leclerc in decima posizione nella griglia di partenza e Sebastian Vettel addirittura in ventesima. Il Gran Premio di Germania che si disputerà domani sul circuito di Hockenheim conferma , almeno nelle prove,il dominio Mercedes, forte anche della terza posizione di Valtteri Bottas, alle spalle della Red Bull di Max Verstappen.

Vettel è stato fermato da un problema al turbo dopo appena un giro nella Q1 mentre Leclerc, che era riuscito a qualificarsi per il Q3 con le gomme medie, ha avuto un problema al sistema di controllo della pompa della benzina. Tutto facile invece per il campione del mondo Hamilton che ha ottenuto il miglior tempo in 1’11″767.

“Non so neanche come abbiamo fatto a conquistare la pole”, ha ammesso il pilota inglese dopo le qualifiche, “non so cosa sia successo alle Ferrari, ma loro sono stati molto veloci per tutto il weekend, noi abbiamo avuto aggiornamenti che non hanno dato i risultati che speravamo. Sarebbe stata una bella lotta, non so come sarebbe andata a finire”.

“Mi sento abbastanza vuoto, è una delusione molto amara”, ha commentato Vettel, “specialmente qui in Germania e perché la macchina andava molto bene”. Leclerc, però, promette battaglia: “Farò di tutto per far sì che la giornata sia nostra e per far sorridere tutti i ragazzi del team”, ha promesso il giovane pilota monegasco. Il team principal delle rosse Mattia Binotto non ha nascosto che “c’è rammarico e delusione, siamo arrabbiati, lo siamo tutti come squadra, per i nostri piloti e per la gente a casa. Oggi era una grandissima occasione, siamo arrabbiati con noi stessi perché sono cose che non dovrebbero capitare, ma dobbiamo reagire e dobbiamo farlo tutti insieme”.

 Bene le Alfa Romeo nelle qualifiche con Kimi Raikkonen che, partirà quinto dietro alla Red Bull di Gasly, e con Antonio Giovinazzi undicesimo. Un aiuto, in gara, domani a partire dall 15.10, potrebbe arrivare dalla pioggia, sempre più attesa e probabile. Ma risalire la china sarà dutr. 

Se si pensa al gioco del calcio è del tutto naturale che le prime immagini che vengono in mente siano quelle di Maradona e Pelè, se avete qualche anno in meno probabilmente di Cristiano Ronaldo e Messi; insomma di quei calciatori che con le loro giocate, ma soprattutto le loro vittorie, hanno fatto innamorare del pallone intere generazioni, rendendo quel gioco il fenomeno di massa che è oggi.

Ma naturalmente per un calciatore che vince c’è sempre anche uno che perde e la sconfitta alle volte getta un’ombra su certi personaggi che, per un motivo o per un altro, non ricevono mai il tributo che gli spetterebbe. Oggi, a provare a tamponare il buco, un libro che si intitola, appunto, “Testardi senza gloria”, una serie di racconti sulle storie più incredibili avvenute all’interno di rettangolo verde di gioco. Vere e proprie leggende messe insieme e rilegate in un libro da tre speaker radiofonici romani con una grande passione per il calcio: Marco Muscarà, Daniele Carboni e Giovanni Romano, che ci spiega un po’ meglio come mai la scelta di raccontare una storia di perdenti del pallone.

“C’è modo e modo di perdere. Alcuni hanno perso in maniera “normale”. Altri invece lo hanno fatto in maniera poetica, rocambolesca. A volte era colpa loro, altre volte del contesto sociale, altre si sono ritrovati in situazioni troppo più grandi. Ma tante di queste storie hanno un romanticismo talmente forte e intrinseco che sarebbe stato un peccato non parlarne. E, tra l’altro, ci siamo anche chiesti come sia stato possibile che quasi nessuno ne avesse parlato prima. In un’epoca in cui il calcio è percepito in questo modo: star, fuoriclasse, soldi e sponsor, la figura dell’antieroe, a nostro parere, acquista un significato ancora più forte”

Così sfogliando le pagine di “Testardi senza gloria”, a pochi giorni dall’uscita già terzo nella sezione sportiva della classifica Ibs, si può leggere la storia di Arthur Friedenreich, che tra sigari e cabaret forse segnò più gol di Pelè, senza sbagliare mai un calcio di rigore; oppure quella di William Henry “Fatty” Foulke, il burbero calciatore più pesante di sempre, 150 chilogrammi per 193 centimetri, un gigante che a cavallo tra l’800 e il ‘900 afferrava gli attaccanti di peso e li scaraventava senza troppa cortesia lontano dalla sua porta, e se la scelta di un arbitro non gli andava giù, meglio se si andava a nascondere perché dovevano arrivare in cinque per placare la sua ira.

Oppure la leggenda di Tomás Felipe Carlovich considerato, da Diego Armando Maradona, il più forte calciatore di sempre, e se non ne avete mai sentito parlare è perché Carlovich, detto El Trinche, non ha mai giocato nella massima divisione argentina, rifiutandosi, nonostante la corte dei maggiori club sudamericani e, naturalmente della propria nazionale, di abbandonare il suo quartiere e i suoi amici. Puro romanticismo, certamente confrontato alle avventure, già più celebri, del Kaiser, il calciatore più truffaldino della storia del calcio. E poi ancora la nazionale indiana del 1950, abituata a giocare a piedi scalzi; Winston Coe, il portiere con un braccio solo e Eduard Streltosov, considerato il George Best russo.

Ma come avete scelto queste storie?

“Ricerche, analisi, un po’ di sano nerdismo calciofilo. La cosa che tenevamo molto a fare era contestualizzare i personaggi all’interno delle situazioni socio – culturali da cui provenivano. Soltanto una comprensione del contesto permette di capire i perché di certe scelte…e di certi mancati lieto fine. Ognuno di noi poi ha una forte curiosità e quindi scartabellando almanacchi, vecchi libri, o trovando qualche foto online, ci si è fatti alcune domande. A cui abbiamo voluto fornire delle risposte, o, in alcuni casi, delle nostre interpretazioni”

La storia più incredibile nella quale vi siete imbattuti?

“Domanda difficile, ognuno di noi ne ha una personale. Sono tutte storie surreali. Ma quella a cui sono legato è la storia dei Leoni di Highbury, una piccola/grande pagina sportiva della nostra nazionale degli anni ‘30. Una delle più forti di sempre che perde, ma esce a testa altissima, da una sfida folle con gli inglesi. Storia molto conosciuta in passato, ma adesso caduta nel dimenticatoio”

“Testardi senza gloria. Le più grandi storie di calcio che non vi hanno mai raccontato”, Edizioni Efesto, si trova già in libreria e si può acquistare online sulla piattaforma Ibs. Un libro perfetto per gli appassionati di calcio, specie per i più nostalgici, quelli alla ricerca di una poetica da legare ad un pallone che rotola. Una poetica sempre più sacrificata a suon di milioni e che ha decisamente fatto perdere al gioco lo smalto di un tempo. E se i calciatori di oggi sono molto più forti, e probabilmente lo sono davvero, in fondo chi se ne frega se poi sono incapaci di rappresentare una drammaturgia che faccia sognare i propri tifosi. 

Una giornata storica per l’Italia quella dei mondiali di nuoto di Gwangju, in Corea del Sud. Gregorio Paltrinieri, negli 800 metri stile libero, e Federica Pellegrini, nei 200 metri stile libero, hanno conquistato la medaglia più preziosa dando lustra alla spedizione della nazionale italiana in Oriente e aggiungendosi all’impresa di ieri di Simona Quadarella.

La vittoria di Paltrinieri

Quella del 24enne di Carpi è stata una vittoria voluta e desiderata dopo le delusioni dell’anno precedente agli europei. Il nuotatore, tornato re del mezzofondo, era entrato in finale con il miglior tempo delle qualificazioni. Dopo le prime vasche interlocutorie, Paltrinieri ha imposto un ritmo forsennato e proibitivo per tutti gli altri finalisti vincendo con ampio margine rispetto e con il tempo di 7’39”27, nuovo record europeo di specialità.

Non era una vittoria scontata. La gara in cui l’atleta eccelle sono i 1500, tanto che spesso, anche a Gwangju, ha definito gli 880 come una gara “troppo veloce”. Stavolta, però, quello “troppo veloce” è stato proprio il nuotatore emiliano: “È stata una gara tatticamente impeccabile”. Secondo è arrivato il danese Henrik Christiansen (7’41″28) mentre sul gradino più basso del podio è salito il francese David Aubry (7’42″08)L’altro italiano, Gabriele Detti, campione europeo uscente, è arrivato quinto facendo sfumare i sogni di doppietta azzurra.

 

Ancora (e sempre) Federica Pellegrini

La regina resta lei, anche a 31 anni, e dopo una carriera così lunga. La nuotatrice veneta ha vinto il suo quarto mondiale, in otto finali. Un palmares ricchissimo che comprende, oltre agli ori, anche tre medaglie d’argento e una di bronzo. Pellegrini ha confermato lo stato di forma, fermando il cronometro a 1.54.22. Dietro di lei l’australiana Titmus (1’54″66) e la svedese Sjoestroem (1’54″78) che alla fine della gara ha accusato un leggero malore. 

“È incredibile, non ci credo ancora. Una vittoria inaspettata. Dovevo essere qui di passaggio e invece è arrivato questo”. È emozionata, scappa anche qualche lacrima, ai microfoni della Rai: “Non è perché mi dispiace, ma perché sono contenta. Me la stavo facendo sotto dalla paura. Questa vittoria è la prova che ho lavorato bene e che il lavoro paga. Tanto. È incredibile comunque quello che è successo anche perché abbiamo deciso di partecipare ai mondiali dopo aver fatto i test ai Settecolli. Poi qui mi sono trovata a giocarmi qualcosa di importante arrivando qui di passaggio”.

 

Ai mondiali di nuoto in corso in Corea del Sud arriva la prima medaglia d’oro per l’Italia. La conquista Simona Quadarella nei 1500 stile libero in 15’40″89. La ventenne romana stabilisce anche il nuovo record italiano che dopo 10 anni migliora quello fatto segnare da Alessia Filippi ai Mondiali di Roma 2009 (15’44″93).

L’azzurra ha preceduto la tedesca Sarah Kohler e la cinese Jianjiahe Wang, che non hanno mai realmente impensierito la Quadarella. La sua vera avversaria, infatti, la campionessa in carica e primatista mondiale, la statunitense Katie Ledecky, che aveva fatto registrare il miglior tempo in batteria, ha rinunciato a causa di un virus intestinale, decidendo di riposarsi un giorno in vista degli 800 stile libero.

Al termine della gara, un’emozionatissima Simona Quadarella ha detto ai microfoni di Rai Sport: “Ogni volta che vinco ho sempre piu’ voglia di vincere. Non vedevo l’ora di arrivare perche’ sapevo che avrei vinto e volevo sfogarmi!”. Per lei appuntamento a Tokyo 2020.  

Chi è Simona Quadarella

È dal 2016 che il nome di Simona Quadarella è entarato nell’Olimpo del nuoto mondiale. La ventenne, nata il 18 dicembre 1998, gareggia per le Fiamme Rosse ed è allenata da Christian Minotti, uno dei migliori millecinquecentisti della storia azzurra.  Romana e romanista, grande ammiratrice di Totti, ha inziiato avendo come modello la sorella Erica. Qualche anno fa, prima di superarla nei tempi, Simona chiedeva l’autografo ad Alessia Filippi, altra nuotatrice romana di grande talento. 

Il primo contatto con la piscina è a sei anni, alla borgata Ottavia, a Roma. Nel 2010, a 12 anni, partecipa alla sua prima gara a livello agonistico con la Società Sportiva Canottieri Aniene. Nel 2014 arriva la prima chiamata dalla Nazionale, con i giochi olimpici giovanili che si svolgono a Nanchino. Gli stessi a cui partecipò, ad esempio, anche il velocista Filippo Tortu, suo coetaneo. Nelle piscine cinesi, il talento non fa fatica ad emergere: l’oro negli 800 dimostra i passi in avanti e le prospettive future. Iniziano, infine, le gare tra i “grandi”.

Nel 2017, ai mondiali di Budapest, era arrivato il bronzo nei 1500 e un settimo posto negli 800. L’anno dopo, nelle piscine scozzesi di Glasgow, sede degli Europei, l’oro negli 800 in 8’16”45, nuovo record italiano, nei 1500 in 15’51”61 e nei 400 sl in 4’03”35. Non un risultato banale: prima atleta della storia a conquistare 3 titoli individuali in una soal edizione.

Nel suo ricco palmares ci sono altri titoli conquistati agli europei in vasca corta di Copenaghen e alla Universiadi, manifestazioni che si sono svolte nel 2017. Ha fatto la differenza anche nei mondiali in vasca corta del 2018, disputati in Cina, in cui ha vinto l’argento negli 800 metri.  

 Verso Tokio (per vendicare Rio)

L’obiettivo, dichiarato, sono ora le Olimpiadi di Tokyo. Soprattutto visto il precedente “mancato”. In Brasile nel 2016, Quadarella non figurava tra i partecipanti. Un sogno sfumato, per un soffio. Una delusione che, per ora, resta l’unico passo falso di una carriera incredibile (e ancora agli inizi). In Giappone, per la prima volta nella storia dei Giochi, è stata introdotta la gara dei 1500 femminili stile libero. Un’opportunità incredibile per Simona, con o senza Ledecki.  

Il calciatore portoghese non dovrà affrontare le accuse per un presunto stupro di 10 anni fa in un hotel a Las Vegas, negli Stati Uniti, lo ha dichiarato il procuratore in una nota. “Sulla base della revisione delle informazioni presentate, le accuse di abuso sessuale contro Cristiano Ronaldo non possono essere dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio”, afferma il testo. 

Kathryn Mayorga, che ora ha 35 anni, aveva accusato il cinque volte vincitore del Pallone d’Oro l’avesse stuprata il 13 giugno 2009 nella sua camera d’albergo a Las Vegas, nonostante avesse rifiutato le sue avances e protetto il suo sesso con le tue mani.

L’attaccante della Juventus di Torino, all’epoca giocatore del Real Madrid, ha sempre negato queste accuse. La polizia di Las Vegas nel corso delle indagini aveva chiesto un campione di DNA al giocatore tramite le autorità italiane. 

Larissa ancor più precoce di mamma Fiona. A 17 anni e tre giorni Larissa Iapichino è salita sul tetto d’Europa nel salto in lungo alla kermesse riservata agli under 20, una delle manifestazioni termometro dei movimenti dell’atletica leggera di ogni nazione, di ogni continente.

La madre Fiona May quando ai primi d’agosto del 1987 – il giorno 9 saranno 32 anni tondi tondi – a Birmingham vinse lo stesso titolo nella stessa specialità aveva 17 anni e otto mesi. Larissa, che è ancora allieva, era la più piccola di tutte quelle in gara oggi.

Osservando quella schiena inarcata al massimo durante la fase della partenza della rincorsa e i successivi balzi fino allo stacco, sembrava di ritornare indietro nel tempo, a mamma Fiona quando vinceva medaglie pesanti e regalava emozioni e soddisfazioni allo sport italiano.

Fiona, che ha sempre gareggiato con il cognome da nubile, May, e mai con quello di Iapichino, suo marito fino al 2011, nella grigia città inglese vinse con 6,64 metri, stessa misura saltata dalla primogenita il 22 giugno scorso ai Tricolori juniores di Agropoli e che oggi si è “fermata” a 6,58 con poco più di un metro di vento alle spalle.

Larissa, doppia figlia d’arte nativa di Borgo San Lorenzo, ha vinto anche una battaglia di nervi condizionata nella parte iniziale da pioggia e vento, il nemico numero uno di ogni saltatore. Sotto gli occhi di mamma (oggi 49 anni) e papà (50) concentrati sulla pedana del lungo dello stadio Ryavallen della cittadina svedese di Boras, l’azzurrina tesserata per la gloriosa Atletica Firenze Marathon è stata autrice di una gara in crescendo.

Prima un mediocre 5,93 sotto una pioggia battente, poi subito la zampata della campionessa col salto a 6,37 che già profumava di medaglia, quindi il 6,41 al terzo. Nel frattempo a dare la scossa alla finale la britannica ad azzeccare il ‘saltone’ a 6,48.

L’allieva di Gianni Cecconi piazza 6,51 al quarto ma è la padrona di casa Tilde Johansson, il giorno prima oro sui 100 ostacoli, che vola a 6,52. La stoffa di Larissa viene a galla pochi minuti dopo quando inventa la magia e atterra a 6,58. Meraviglia e trionfo.

“E’ un oro pazzesco dopo essermi ‘impanicata’ al primo salto quando la pioggia stava rovinando tutto. E’ stata una finale bellissima, pazzesca per come si è sviluppata: ad un certo punto eravamo in tre racchiuse in due centimetri – ha detto Larissa – E’ stata una gara da brivido anche perché vincere a 17 anni significa tantissimo, le mie avversarie erano quotatissime, la svedese Johansson e l’inglese Mills soprattutto. E’ come uno shock, sono riuscita a fare 6,58 e a vincere il titolo. In tribuna c’erano tutti i miei compagni, mia mamma Fiona, mio papà Gianni e mia sorella Anastasia, ed è stato bellissimo”. 

E la festa, manco a dirlo, si scatena sui social, dove in tanti ricordano la prima ‘comparsata’ di Larissa in uno spot Ferrero insieme alla madre, ma lamentano anche la scarsa attenzione che i media le stanno dedicando: “Larissa Iapichino è medaglia d’oro e neanche c’era l’hashtag. Si da proprio importanza alla monnezza e non alle gioie grandi”. “Favolosa, così come tutta la spedizione che sta inanellando medaglie. Sarebbe anche l’ora di smettere di guardare gli altri e basta”, “A forza di Kinder fetta al latte è venuta su proprio forte!”, “Ve la ricordate Fiona May con sua figlia nello spot Kinder? Beh, ora a 17 anni ha vinto la medaglia d’oro proprio come sua madre”, “Una ragazza d’oro!”, “Orgoglio italiano”, “Oro nel lungo agli europei juniores. Un impresa vera visto che lei è ancora allieva. Il DNA è quello di mamma Fiona May, senza dimenticare papà Gianni, ottimo astista”.

 

Articolo aggiornato alle ore 21.30

Sarà il Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna ad occuparsi della vicenda Mihajolovic-Zazzaroni, ovvero la diffusione di notizie inerenti la malattia – leucemia – contro cui combatte l’allenatore serbo del Bologna diffuse prima che lo stesso tecnico ne desse pubblica notizia. E Mihajlovic aveva aspramente criticato l’accaduto, parlando di notizie date pur di vendere qualche copia in più di giornale e di amicizia finita (il direttore si è scusato con un editoriale sul suo giornale, dicendo che potendo tornare indietro non lo avrebbe rifatto).

A precisare che sarà il Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna a valutare l’accaduto è Carlo Verna, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, spiegando che questo avviene perché il direttore del Corriere dello Sport è iscritto in quella regione e che la verifica deontologica compete esclusivamente ai Consigli di disciplina territoriali, che sono organismi autonomi rispetto ai Consigli regionali.

Il Collegio disciplinare dovrà valutare la correttezza del bilanciamento tra il diritto di cronaca e il rispetto dell’art. 6 – Doveri nei confronti dei soggetti deboli – del Testo Unico dei doveri del giornalista (“Il giornalista: rispetta i diritti e la dignità delle persone malate o con disabilità siano esse portatrici di menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali, in analogia con quanto già sancito per i minori dalla ‘Carta di Treviso’; evita nella pubblicazione di notizie su argomenti scientifici un sensazionalismo che potrebbe far sorgere timori o speranze infondate; diffonde notizie sanitarie solo se verificate con autorevoli fonti scientifiche; non cita il nome commerciale di farmaci e di prodotti in un contesto che possa favorirne il consumo e fornisce tempestivamente notizie su quelli ritirati o sospesi perché nocivi alla salute) e dell’art. Art. 10 – Tutela della dignità delle persone malate – delle Regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (“Il giornalista, nel far riferimento allo stato di salute di una determinata persona, identificata o identificabile, ne rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza e al decoro personale, specie nei casi di malattie gravi o terminali, e si astiene dal pubblicare dati analitici di interesse strettamente clinico. La pubblicazione è ammessa nell’ambito del perseguimento dell’essenzialità dell’informazione e sempre nel rispetto della dignità della persona se questa riveste una posizione di particolare rilevanza sociale o pubblica”). 

Il direttore del Corriere dello Sport ha affidato a Instagram le sue ragioni: “Non ho tradito alcuna confidenza di Sinisa, che non sentivo da oltre un mese. L’ho cercato più volte venerdì, anche con un messaggio che pubblico, quando ho saputo con certezza della malattia: altri sapevano, così come si sapeva che il giorno dopo era in programma una conferenza stampa nella quale avrebbe spiegato, Ho scritto solo venti righe di incoraggiamento senza mai parlare dell’entità della malattia, così come mi sono raccomandato che facessero i miei. Al responsabile stampa del Bologna che mi invitava a soprassedere avevo anticipato che ne avrei scritto con la necessaria delicatezza e il pieno rispetto della privacy. Mai pensato alle copie, piuttosto ho risposto alle richieste di amici e tifosi sul perché della sua assenza e degli accertamenti clinici: ho sfogato l’angoscia per l’amico. Non lo rifarei”.

Leggi anche: Cosa sapere sulla leucemia acuta che ha colpito Sinisa Mihajlovic

L’Italia sarà uno dei paesi organizzatori degli Europei di basket 2021. Lo ha annunciato su Twitter il profilo ufficiale della Federazione Internazionale Pallacanestro (Fiba). Oltre all’Italia, anche Repubblica Ceca, Georgia e Germania ospiteranno le partite della fase a gruppi. La fase finale, invece, si disputerà interamente in Germania.  

The reactions of our 2021 hosts ! #EuroBasket@DBB_Basketball @_GeoBasketball @Italbasket @ceskybasketbal pic.twitter.com/jfXxJVkhMZ

— FIBA EuroBasket (@EuroBasket)
15 luglio 2019

Come faremo a dimenticare questa finale di Wimbledon 2019? Come ci riuscirà Roger Federer, al di là della vacanza “anche fisicamente”, per leccarsi le ferite e ricaricare le pile, dopo aver ”mancato un’incredibile occasione” per diventare il più anziano campione dello Slam, a 37 anni 340 giorni (meglio del 37enne Ken Rosewall agli Australian Open 1972)?

Come ci riuscirà Novak Djokovic, che è stato ancora una volta solo contro tutto il pubblico e ha salvato due match point sul 7-8 del quinto set, ma poi ha firmato il quinto Wimbledon come Bjorn Borg, il secondo consecutivo, domando nella terza finale su tre proprio il primatista di 8 Championships e di 21 Slam?

Come ci riusciranno gli appassionati dopo questa sbornia di record: la più lunga finale della storia del torneo più famoso dello sport – 4 ore 57 minuti, meglio delle 4 ore e 48′ di Nadal-Federer del 2008 -, la prima col nuovo tie-break sul 12-12, la prima dopo 71 anni con il vincitore che salva match point, dal 1948 con Bob Falkenburg?

Come ce la faranno i tifosi del tennis che hanno sofferto e si sono esaltati per le inimitabili gemme dello svizzero e del serbo? Come faremo, soprattutto noi tutti, a cancellare le crudeli leggi di questo sport?

La prima è che, nel tennis, non c’è pareggio – niente da fare -, ci dev’essere sempre un vincitore. “Anche dopo una partita di questo calibro”, come suggerisce Djokovic. La seconda è che, oggi, la miglior tattica non è l’attacco. I numeri dicono che Roger ha messo giù più ace (25 contro 10), ha avuto più punti con la prima di servizio (79% contro 74) e anche con la seconda (51% contro 47), ha segnato più vincenti , addirittura 94 contro 54, ha fatto più punti 218 (contro 204), ha avuto una percentuale straordinaria a rete col 78% (51/65) – il doppio dell’avversario -, e ha anche avuto una miglior percentuale sulle palle break: 7/13 (54%), contro il 3/8 (38%) di Novak.

Perché Federer allora ha perso la partita? Perché ha dettato lui il ritmo e ha menato lui le danze, ma ha ceduto nel braccio di ferro da fondocampo, dov’ha ammassato il 40% dei punti (88/220) contro il 50% (122/246) di Djokovic. Perché chi attacca fa più fatica, come ben sa Stefan Edberg, il ballerino svedese che ha pure allenato Roger e ora lo applaude dal Royal Box.

Chi spinge tanto, rischia anche di più, con le racchette prendi-tutto e il top spin salva-errori. E, nel momento topico, manca magari di quel pizzico di fantasia, di energia, di freddezza, dopo aver brillato per ore e ore con fantasia, energia e freddezza. Com’è successo a Federer sul’8-7 40-15 del quinto set, quand’ha mancato due Championships points: ha sbagliato un dritto e si è fatto infilare dal passante di dritto, su un assalto alla baionetta un po’ velleitario. Non a caso, ha perso i tre tie-break: lo sprint dello sprint.

I numeri finali dicono che Djokovic è salito 26-22 nei testa a testa contro Federer, si è portato a 16 Slam, con un vantaggio di cinque anni su Roger. Al quale ha detto in campo: “Fra quelli che motiva con le sue straordinarie prestazioni a 37 anni, ci sono anch’io”. Lanciando già il guanto della sfida alla storia del tennis verso gli Us Open di fine agosto.

Con un segreto: “Mi ero ripromesso di restare calmo, avevo predetto l’atmosfera, lo scenario, mentalmente è stato il match più esigente di sempre, per me, più della famosa finale contro Rafa a Melbourne, 5 ore 53′, del 2012. Quando la gente inneggia a Roger io fingo di sentire la parola Novak… Sono due nomi simili, no? E magari fra cinque anni, se continuo così, se avrò ancora lo stimolo per giocare, sentirò gridare “Novàk, Novàk”.