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La Uefa ha ufficializzato questa sera la creazione di un terzo torneo europeo di calcio per club a partire dal 2021. La nuova coppa europea, che si unirà alla Champions League e alla Europa League, sarà riservata a 32 squadre dei Paesi più piccoli e si giocherà di giovedì. Il vincitore sarà qualificato per la Europa League della stagione successiva. Le decisioni sono state assunte dal Consiglio della Uefa, riunito a Dublino.

Il nome della nuova coppa, il sistema di qualificazione e di ripartizione delle squadre, e la strategia commerciale saranno decisi nel corso del 2019, ha precisato la Uefa in un comunicato. Il presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, terrà domani una conferenza stampa a Dublino.

Con la terza coppa europea, il numero delle squadre del continente coinvolte in tornei Uefa salirà a 96, con 32 squadre per ogni torneo, ha sottolineato l'Associazione europea dei club (Eca), promotrice del progetto. Dunque, dovrà essere ridotto dalle attuali 48 a 32 il numero delle squadre dell'Europa League. Le finali delle tre coppe europee si giocheranno tutte la stessa settimana, il mercoledì quella della nuova coppa, il giovedì l'Europa League e il sabato la Champions League. 

Il River Plate non vuole giocare la finale di ritorno della Copa Libertadores a Madrid. E la società argentina torna all'attacco con una nota pubblicata in cui rivendica la propria estraneità agli incidenti del 24 novembre, di cui si sono assunti le colpe le autorità che dovevano preoccuparsi dell'ordine pubblico. Giocare a Madrid sarebbe una punizione "ingiustificata" per i 66.000 tifosi che erano ordinatamente allo stadio. Infine, se il River non ha responsabilità degli incidenti, sottolinea la società, non si capisce perché debba perdere il diritto a giocare nel proprio stadio come aveva fatto il Boca Juniors nella partita d'andata.

"Il club – si legge in una nota – comprende che la decisione della Federazione distorce la concorrenza, danneggia coloro che hanno acquistato il biglietto e incide sull'uguaglianza delle condizioni sportive, vista la perdita della possibilità di disputare la partita nello stadio di casa".

I tre motivi del no a Madrid

In dettaglio, ecco i tre argomenti chiave. "In primo luogo la responsabilità del fallimento delle operazioni di sicurezza relative a sabato 24 novembre è stata pubblica, apertamente assunta dalle più alte autorità dello Stato. Ciò equivale a dire che gli eventi di cui River Plate si rammarica non sono in alcun modo responsabilità del club".

Secondo: "Più di 66.000 persone presenti allo stadio hanno aspettato pazientemente per circa otto ore sabato e sono tornate allo stadio per la seconda volta domenica. A quegli stessi spettatori viene ora negata, in modo ingiustificato, la possibilità di assistere allo spettacolo, in virtù dell'evidente differenza di costi e della distanza propria del luogo prescelto".

Terzo: "È incomprensibile che il più importante match del calcio argentino non possa svilupparsi normalmente nello stesso paese, nei giorni in cui si svolge un G20. Il calcio argentino nel suo insieme e l'Associazione calcistica argentina (AFA) non possono e non devono permettere a un pugno di violenti di ostacolare lo sviluppo del Superclasico nel nostro paese". 

Il sequestro di 2,6 milioni di euro non turberà più di tanto i sonni di Massimo Ferrero, uno capace – per sua stessa ammissione – di far volare il cappello con uno scappellotto a un poliziotto e di condurre complesse operazioni finanziarie con società di ogni settore: dalla cinema all'edilizia fino alle compagnie aeree.     

L'avventura di Massimo Giovanni Mario Luca Ferrero comincia a Roma, più esattamente nel quartiere Testaccio, dove nasce nell’agosto del 195. La madre ha un banco nel mercato di Piazza Vittorio, il padre e il fratello sono conducenti di autobus, la nonna si esibisce come soubrette all’Ambra Jovinelli insieme al mitico Macario.

A 14 anni, come lui stesso racconta ospite di Barbara D’Urso, si innamora di una ragazzina figlia di una “guardia” che è contraria alla frequentazione. Un giorno lo incontra per strada mentre è in servizio e, per vendicarsi decide di fargli cascare il cappello d’ordinanza con uno “scappellotto”. Per sua sfortuna alle sue spalle è in agguato una pattuglia, il motorino sul quale viaggiava finisce la benzina e viene raggiunto, arrestato e condotto nel carcere minorile di Porta Portese dove resterà per sei mesi.

Una vita al Massimo

Come si può leggere nella sua biografia “Una vita al Massimo”, la scuola non fa per lui, infatti ad ogni occasione buona si intrufola nel pullman per Cinecittà insieme all’amico Giuliano Gemma, riuscendo così a fare le prime comparsate al cinema. La costanza premia e intorno ai diciotto anni comincia la carriera nel mondo del cinema come factotum. Nel 1974 riesce a conquistare il ruolo di direttore di produzione che ricoprirà fino al 1983, quando diventerà prima organizzatore generale e poi direttore di produzione. A quanto pare è in quegli anni che gli viene affibbiato il soprannome “Viperetta”.

Intorno alla genesi dell’appellativo aleggia un mistero quasi leggendario: lui stesso in un’occasione racconta che è stato coniato da Monica Vitti quando la difese, nonostante la bassa statura, da un aggressore; ma durante un’intervista alla Gazzetta dello Sport è lui ad autosmentirsi raccontando di un costumista omosessuale conosciuto a Cinecittà che gli aveva dato della vipera quando lui, “da ragazzo di quartiere”, aveva rifiutato con forza le avances. 

Nella biografia proposta sul sito massimoferrero.net si legge che nel 1995 su incarico del Governo Cubano, progetta e crea il Cinema di Stato a Cuba che si concretizzerà poi con la costituzione del ICAIC (Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos), che però, secondo l’enciclopedia Treccani, viene in realtà creato nel marzo del 1959, quando Ferrero ha appena 8 anni.

Dopo un primo matrimonio, dalla quale nascono le figlie Vanessa e Michela, ne arriva un secondo con Laura Sini, ereditiera dell'azienda casearia “I Buonatavola Sini” di Nepi, e da questo nasce la figlia Emma. Finito anche questo secondo, incontra al matrimonio di Luca Argentero l’attuale compagna, Manuela Ramunni, 24 anni più giovane, con la quale ha messo al mondo i figli Rocco Contento e Oscar. 

L'amore per il cinema

Nel 1998 fonda la Blu Cinematografica S.r.l., una casa di produzione indipendente, con la quale produce i primi film, tra i più noti “Libero Burro” di Sergio Castellitto, “Tra(sgre)dire” di Tinto Brass, “Commedia Sexy” con Paolo Bonolis, “Io no” della coppia Tognazzi/Izzo, “Tutte le donne della mia vita” di Simona Izzo e “Shadow – L’ombra” di Federico Zampaglione. Il botteghino però non restituisce i risultati sperati, e nel 2015, come riporta un articolo di Repubblica, finisce nel mirino del pm Mario Palazzi, secondo cui Ferrero “avrebbe evaso l'Ires, l'imposta sul reddito delle società, nel 2009 per un milione e 176 mila euro”, l’articolo ricostruisce un quadro secondo il quale sarebbe stato il padre della sua seconda moglie, patron della Sini, a finanziare le “spericolate imprese cinematografiche del genero. Peccato poi che l'unione sia finita in mille pezzi con seguito di denunce”.

Nel 2009 Massimo Ferrero riesce ad aggiudicarsi il patrimonio di sale cinematografiche appartenenti a Vittorio Cecchi Gori, un patrimonio pagato 59,5 milioni di euro, ma stimato in precedenza sui 100 milioni di euro. A ricostruire l’intricata storia dell’acquisizione Italia Oggi “La Global Media di Vittorio Ferrero (il fratello di Massimo), il 25 novembre ha versato 3 milioni di acconto, impegnandosi a versarne altri 7 milioni alla firma del preliminare che dovrebbe avvenire entro la fine di dicembre. A quel punto la società subentrerà nella proprietà degli immobili e nella gestione delle sale. Entro 180 giorni verserà il resto. Ma chi c'è dietro la Global Media? Si dà il caso che la società, di cui è amministratore unico Vittorio Ferrero, faccia capo a Cinecittà Holding, società per azioni al 100% del ministero dell'Economia. Il passaggio non è diretto, ma seguendo la trama societaria si va a finire a via XX Settembre. Tutto il capitale della Global Media, infatti, è in mano a Mediaport, spa, questa presieduta direttamente da Massimo Ferrero e integralmente controllata da Cinecittà Holding. Insomma, è in corso la vendita delle sale di Cecchi Gori ad una società che rientra nell'orbita della holding del Tesoro. Quest'ultima, tuttavia, già oggi presenta un punto di contatto con gli affari di Massimo Ferrero. L'imprenditore, infatti, controlla una società immobiliare che si chiama Farvem Re e che a sua volta detiene il 42% della Mediaport Cinema, altra società del gruppo Mediaport che come abbiamo visto è da ricondurre a Cinecittà Holding”. Insomma, tramite questo arzigogolato giro di società Ferrero riesce a mettere le mani su circa 60 sale cinematografiche.

L'affare delle case d'oro

Una di queste società, l’immobiliare Farvem Real Estate s.r.l., nel 2010, come riporta Repubblica, si ritrova al centro di uno scandalo riguardante le case popolari “d’oro” di Torre Spaccata a Roma; la società infatti nel 2005 acquista tre palazzine abitate da famiglie “senza casa” per 15 milioni di euro, che poi affitta al Comune di Roma a circa 850mila euro l’anno; l’amministrazione Alemanno decide dunque, per abbattere il caro affitti, di acquistare il complesso per la, a quanto pare spropositata, cifra di circa 50 milioni di euro.

Altra vicenda spinosa è quella che riguarda la compagnia aerea Livingston Energy Flight: “Ferrero – come ricostruisce La Stampa riprendendo passi del libro del giornalista Mario Giordano “Pescecani” vi entra con il suo inconfondibile stile nel febbraio 2009 e ne esce nell’ottobre 2010, quando la società fa crac con un buco di 40 milioni e 500 dipendenti a spasso. "Mi hanno fregato", sostiene Ferrero spiegando di aver perso 20 milioni in quell’avventura.  Ma dai documenti ufficiali emerge altro.” Infatti pare che Ferrero in pratica utilizzasse i soldi della compagnia per passare denaro ad altre sue società “Come i 9,5 milioni di euro girati alla Ellemme Group, società che si occupa di produzioni cinematografiche. E di chi è, la Ellemme Group? Dello stesso Ferrero. Come il finanziamento di 1,5 milioni concesso dalla Livingston, in piena crisi, a Farvem Real Estate, una società immobiliare anch’essa, guarda caso, dello stesso Ferrero. Tutti soldi che non saranno mai restituiti alla compagnia aerea. Due mesi prima dell’uscita di Ferrero dall’azienda la Livingston firma un contratto di 350 mila euro con una società di produzione cinematografica, la Film 9 Srl. L’oggetto del contratto è veicolare il marchio della compagnia aerea in due film, che in realtà non saranno mai prodotti. Ma almeno la Film 9 Srl non è di Ferrero, perché è di proprietà del suo autista e della sua assistente”.

Per questa vicenda, come racconta Il Secolo XIX, Ferrero viene rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta e patteggia 1 anno e 10 mesi. Ferrero non potrà però beneficiare della condizionale, avendo già una condanna risalente agli anni di gioventù, ma dovrebbe scontare solamente un periodo di affidamento nei servizi sociali”.

L'avventura di un romanista con la Sampdoria

Nel 2014 attraverso la società Vici srl, il cui amministratore unico risulterebbe essere la figlia Vanessa Ferrero, rileva dalla San Quirico S.p.A. di Edoardo Garrone, la Sampdoria, praticamente a titolo gratuito, così come spiega un articolo della Gazzetta dello Sport del 2015: “Paradossale, ma è andata proprio così: il passaggio di proprietà della Sampdoria, avvenuto nel giugno di un anno fa, è stato pagato non da chi l’ha rilevata ma da chi l’ha ceduta. Pagato profumatamente. […] Nel corso del 2014, "anche oltre la data della cessione delle quote", l’ex patron Garrone attraverso la San Quirico ha versato nelle casse blucerchiate la bellezza di 62,5 milioni. Aggiungendo i 2,9 iniettati nella squadra dalla ex controllante Sampdoria Holding prima della vendita, il totale fa 65,4 milioni. È questa la dote che il vecchio azionista ha messo a disposizione di Massimo Ferrero: 36,5 milioni direttamente nelle casse dell’Unione Calcio Sampdoria, 28,9 in conto capitale della Sport Spettacolo Holding”.

Insomma una società ripulita prima di essere ceduta, fatto davvero strano considerato, infatti, come continua l’articolo che “Cedere la Samp è stato un salasso per la famiglia Garrone. È pur vero che la squadra bruciava 30-40 milioni annui dalla cassaforte dei petrolieri, ma questi trattamenti di favore nei confronti di chi è subentrato paiono eccessivi: la Samp è una squadra di A, di certo non sull’orlo della crisi, da medio-alta classifica per blasone e bacino d’utenza”.

Ma anche con la Samp Ferrero pare applicare le stesse modalità utilizzate in vecchi affari, cioè utilizzare denaro di una società per ricoprire i buchi creati in un’altra, e l’altra è quasi sempre legata alla prima vera e sincera passione del Viperetta: il cinema. Secondo sempre lo stesso articolo della Gazzetta infatti “nella nuova holding che controlla la squadra, la Sport Spettacolo appunto, Ferrero ha inserito anche le sue società cinematografiche Eleven Finance, V Production e Do & Go. E nel bilancio al 31 dicembre 2014 un primo effetto, seppur marginale, c’è stato: la holding blucerchiata ha assorbito i 420 mila euro di svalutazione della Eleven Finance”. Ma un’inchiesta de L’Espresso svela che non tutto risulterebbe chiaro dietro questi passaggi di denaro da una società all’altra “I pm hanno scoperto altre operazioni finanziarie, che dimostrerebbero come i rapporti tra Sampdoria e il resto della galassia Ferrero siano strettissimi”.

"Tramite una serie di giri contabili infatti dal club genovese sarebbero arrivati circa 800 mila euro per l’acquisto di una casa a Firenze per la compagna e altri due bonifici sarebbero stati emessi in favore della Vici srl. Secondo la Finanza, non ci sarebbe coerenza tra l’attività svolta con l’oggetto sociale della Vici srl, la cui attività prevalente è quella di fare “proiezioni cinematografiche”. Quello della Sampdoria è “esercizio attività sportive”. Inusuale, poi, l’ingente ammontare dell’operazione. Di più: il giorno dopo aver ricevuto il bonifico dalla Samp, la Vici srl ha emesso 10 assegni circolari per un valore di mezzo milione di euro a favore della Livingstone”.

Ma Ferrero, c’è da dirlo, a fare il presidente della Sampdoria si diverte moltissimo nonostante il suo cuore resti dichiaratamente romanista, squadra che, come promette spesso, prima o poi acquisterà. I suoi dopopartita sono epici, alle volte esagerati, come quando consiglia in diretta nazionale a Massimo Moratti di “cacciare quel filippino”, riferendosi al presidente indonesiano dell'Inter Erick Thohir; battuta non gradita dal Tribunale Federale Nazionale che lo inibisce per tre mesi nonostante le scuse ufficiali, salvo poi annullare la pena in ricorso. L’affare Livingston e la condanna patteggiata lo farebbe anche fatto decadere dalla carica di Presidente, come deciso la Figc. Ma lui bon si scompone e risponde: “Io resto l’iper-presidente. Un patteggiamento non è una condanna". La scadenza dei termini della prescrizione lo salva. 

La silhouette del Duomo di Milano che diventa una montagna, al centro una pista, e ai lati degli alberi stilizzati con i colori della nostra bandiera. E' il logo di Milano-Cortina 2026, presentato questa mattina in un video, dal presidente del CONI Giovanni Malagò, durante la 23esima assemblea generale dell'Anoc, l'assemblea generale dei comitati olimpici mondiali, che si è tenuta a Tokyo, dove e' intervenuto per presentare la candidatura italiana alle Olimpiadi invernali.

"La parola chiave del successo del nostro progetto è 'insieme' perché uniamo privato e pubblico, tradizione e innovazione, l'efficienza della grande metropoli e il fascino delle montagne. E' un grande lavoro di squadra per un obiettivo comune: far tornare il giochi olimpici e paraolimpici in Italia" ha detto Malagò. "Innovazione e tradizione perché noi mettiamo insieme la capitale finanziaria dell'Italia, Milano, con quella che li ha già organizzati per prima, Cortina". Ci sarà un grande lavoro di squadra e tutti sono "pronti a investire per far diventare questo sogno realtà".

"L’ho considerata semplicemente una fase della mia vita che andava vissuta con coraggio e dalla quale imparare qualcosa. Sapevo che era duro e difficile doverlo dire agli altri, alla mia famiglia. Non vorresti mai far soffrire le persone che ti vogliono bene: i miei genitori, i miei fratelli e mia sorella, mia moglie Cathryn, le nostre bambine Olivia e Sofia. E ti prende come un senso di vergogna, come se quel che ti è successo fosse colpa tua. Giravo con un maglione sotto la camicia, perché gli altri non si accorgessero di nulla, per essere ancora il Vialli che conoscevano. Poi ho deciso di raccontare la mia storia e metterla nel libro".

Parla Gianluca Vialli, ex campione di Sampdoria e Juventus, popolarissimo commentatore su Sky, ha raccontato la sua malattia, il cancro, per la prima volta in un libro e in una intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera oggi in edicola. Vialli ha derciso di parlare dell'intervento, degli otto mesi di chemioterapia, poi della radioterapia. Oggi il calciatore dice di stare bene. "Anzi, molto bene".

"È passato un anno e sono tornato ad avere un fisico bestiale (Vialli ride). Ma non ho ancora la certezza di come finirà la partita. Spero che la mia storia possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita. E spero che il mio sia un libro da tenere sul comodino, di cui leggere una o due storie prima di addormentarsi o al mattino appena svegli. Un’altra frase chiave, di quelle che durante la cura mi appuntavo sui post-it gialli appesi al muro, è questa: “Noi siamo il prodotto dei nostri pensieri”.

 

Ha sconfitto un tumore e vinto la sua sfida più grande. Ma ieri, fiaccata nel morale dall'improvviso infortunio, la rottura del perone, patito al rientro con la nazionale, Elena Fanchini in un video ha annunciato in lacrime l'addio allo sci. Elena ha affidato ad Instagram il messaggio dell'addio. Pochi minuti in cui, con le lacrime, ha fatto capire ai fans che l'incidente patito negli Stati Uniti durante gli allenamenti difficilmente le permetterà di risollevarsi a livello morale. Nel suo palmares tra l'altro una medaglia d'argento ai Mondiali e due vittorie in Coppa del mondo, sempre in discesa libera. 

A gennaio Zlatan Ibrahimovic vestirà la maglia rossonera. A meno di ripensamenti e intoppi dell'ultimo momento, il campione svedese è pronto a tornare a Milanello dopo più di sei anni. È il rinforzo del mercato invernale tanto voluto da Leonardo che nel 2012, quando era direttore sportivo del Paris Saint Germain, lo strappò al Milan per portarlo al club parigino, facendolo diventare il giocatore più pagato della Ligue 1 con un contratto triennale da 14 milioni di euro a stagione. Soldi spesi bene, perché all'ombra della torre Eiffel realizza 156 gol in 180 presenze, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del campionato per 4 anni consecutivi.

Meno fortunato il passaggio in Premier League con il  Manchester United di Mourinho. Nell'aprile 2017 Ibrahimovic si infortuna al ginocchio destro, riportando la rottura del legamento crociato anteriore e posteriore. Rimane lontano dal campo per 7 mesi e al termine della lunga convalescenza propone al club inglese di giocare senza stipendio, perché non si sente forte come prima, Zlatan non è più Zlatan.

L'episodio sembra segnare la fine della parabola calcistica di Ibrahimovic. Lo svedese rescinde il contratto con lo United e sceglie di terminare la carriera lontano dai riflettori del calcio europeo. A marzo di quest'anno approda ai Los Angeles Galaxy riuscendo a catalizzare l'attenzione e la passione dei tifosi anche negli Usa.

Tanti campioni, prima di lui, hanno scelto questa strada per poi appendere gli scarpini al chiodo. Giorgio Chinaglia è stato il primo tra i calciatori italiani ad essere volato in America per giocare con i Cosmos di New York insieme a Pelè e Beckenbauer. Più recenti sono i trasferimenti di Alessandro Nesta in Canada al Montreal Impact, di Andrea Pirlo con i NY City, di Sebastian Giovinco al Toronto.

Con l'attuale squadra, i L.A. Galaxy, Ibrahimovic ha chiuso la propria carriera Steven Gerrard, capitano e bandiera del Liverpool per 17 anni. Mentre David Beckham ha compiuto un percorso inverso rispetto a quello che sta per compiere Zlatan. Lo Spice Boy, dopo aver lasciato il Real Madrid, ha giocato prima a Los Angeles e poi in prestito al Milan per due volte, nel 2009 e nella stagione successiva. 

Ora, a 37 anni compiuti lo scorso 3 ottobre, Ibrahimovic vuole tornare a grandi livelli, dimenticare gli infortuni e intraprendere una nuova avventura con la squadra di Gattuso. A breve sapremo se indosserà di nuovo la maglia rossonera o se è tutto frutto di una studiata operazione di marketing per pubblicizzare l'uscita del suo nuovo libro "Io sono il Calcio".

La Sardegna ha la sua nazionale di calcio. “I giocatori – ha ricordato l’allenatore Bernardo Mereu durante la presentazione ufficiale – non mancano e partecipare agli europei e non provare a vincere sarebbe un peccato”. No, non ci sarà un derby con l’Italia. La manifestazione citata è quella organizzata dalla CONIFA, la federazione calcistica internazionale delle associazioni calcistiche non riconosciute dalla FIFA. Quella dove gioca anche la Padania, per capirci. E ora, dallo scorso settembre, anche la Sardegna.

Un passo indietro e uno in avanti

La Federatzione Isport Natzionale Sardu, guidata da Gabrielli Cossu, è nata sei anni fa con l’obiettivo di raccontare e diffondere le eccellenze dello sport sardo nel mondo. Il direttore generale, Vittorio Sanna, giornalista e telecronista storico delle partite del Cagliari, ha sottolineato che l’adesione a una competizione internazionale come questa sia un passo fondamentale all’interno di una strategia di comunicazione ben precisa: “Il pallone può mettere insieme i sardi e far crescere la consapevolezza di bellezze, tradizioni, cultura, patrimonio dell'isola. E mostrare questi tesori agli altri”. Si fa leva sull’orgoglio che ogni singolo isolano sente quando si trova fuori dai propri confini e che, di solito, si manifesta con la bandiera dei quattro mori.

Nomi illustri tra i possibili convocati

A disposizione di Bernardo Mereu, allenatore algherese di esperienza con nove promozioni all’attivo e un apice sulla panchina della Torres nell’allora serie C1, ci sono nomi altisonanti. Dai “cagliaritani” Sau, Dessena e Aresti ad altri nomi di spicco come Murru, Del Fabro, Deiola e Mancosu. Con i sogni proibiti che si chiamano Salvatore Sirigu e Nicolò Barella che però già militano nel giro di un’altra nazionale. E poi, solo per portare ancora in alto i colori della Sardegna, si vocifera che Andrea Cossu potrebbe rimettersi gli scarpini e tornare a giocare. Insieme a questi campioni ci saranno i migliori prospetti dell’isola che Mereu conosce bene visto che è l’attuale responsabile della Football Academy del Cagliari Calcio, mansione che manterrà nonostante questo nuovo impegno. Una squadra del genere, che avrà EYE Sport come sponsor tecnico, non potrebbe che puntare alla vittoria.

E per sapere se lo scettro della Padania, campione in carica, passerà di mano, basterà aspettare giugno dell’anno prossimo, quando nella Repubblica dell’Artsakh si terrà una nuova edizione di questi, sempre più competitivi, Europei di calcio.

Straordinaria e trionfale. Di più. Irreale e indimenticabile. Di più ancora. Finendo l’anno al primo posto nella classifica dell’European Tour, anche come premi ufficiali – inutile dirlo: primo di sempre per un azzurro – la stagione golfistica di Francesco Molinari diventa leggendaria. Supera addirittura non solo la storia nazionale della sua disciplina ma sconfina alla grande in quella dello sport “de noartri”, firmando il più grande risultato individuale di sempre dello sport italiano, sorpassando, così, il fenomenale “triplete” Roma-Parigi-Coppa Davis del tennis di Adriano Panatta nel 1976. Una stagione così importante da lasciare un segno indelebile anche nel mondo, nelle gare più ambite.

Francesco Molinari (AFP)
 

Le riepiloghiamo. A maggio, il torinese, che ha compiuto 37 anni l’8 novembre e risiede da anni a Londra, si è aggiudicato il quinto titolo del circuito continentale, il quotato BMW Pga Championship, su un campo famoso come Wentworth, sprintando nell’ultimo giro sul talento europeo più puro, l’irlandese Rory McIlroy, battendolo di due colpi ed eguagliando il suo idolo, Costantino Rocca, nei titoli di un italiano sull’European Tour.

E poi ha mancato di un solo colpo la tripletta all’Open d’Italia, lasciando spazio a Olesen, ma sfoderando tutti i grandi progressi tecnici e la sicurezza nella gestione di gara. A giugno, ha scritto il primo nome italiano dal 1947 nei tornei del circuito più importante, il PGA negli Stati Uniti, conquistando il Quicken Loans National, esaltandosi ancora nel finale coi 62 colpi di domenica (259 finale, -21!), staccando di ben otto il secondo, Ryan Armour, e ottenendo il trofeo dalle mani del suo idolo Tiger Woods. Secondo nella storia del golf italiano, anche se in realtà il predecessore, Toney Penna, era italiano a metà: nato a Napoli, era cresciuto ad Harrison, diventando poi naturalizzato americano.

Francesco Molinari (AFP)

Il 22 luglio, primo italiano in assoluto nella storia dei Majors, Molinari ha vinto l’Open Championship sui links di Carnoustie, in Scozia, uno dei templi del golf. Con un giro finale senza bogey, in 69, ha resistito al testa a testa nelle ultime 18 in coppia con Tiger Woods, staccando di due colpi Kisner, McIlroy, Rose e Schauffele e raggiungendo la classifica-record di 6 del mondo. A settembre, si è qualificato di diritto nella nazionale europea per la Ryder Cup alle porte di Parigi che ha dominato gli Stati Uniti dei fenomeni – piena zeppa di campioni che però non hanno fatto squadra – per 17,5 a 10,5, diventando il primo di sempre a chiudere con una pagella immacolata 5-0-0, cioè cinque vittorie, zero pareggi e zero sconfitte.

Facendo coppia con l’amico Tommy Fleetwood nei vittoriosi quattro match di fourball e foursome (altro record), per poi imporsi nel singolo contro un mito come Phil Mickelson. Garantendosi il ruolo di protagonista assoluto fra i protagonisti assoluti del golf mondiale.

Proprio Fleetwood, campione uscente del campionato dei professionisti del vecchio continente, era il suo unico rivale per il primato nella Race to Dubai al DP World Tour Championship, ottavo evento delle Rolex Series, al Jumeirah Golf Estates, con otto milioni di dollari di montepremi e i primi 60 in classifica in gara. Gli bastava gestire il vantaggio enorme dall’alto dei 4.709.921 punti, con l’inglese a quota 3.684.755 punti, costretto a vincere il torneo e sperare che l’italiano finisse oltre il quinto posto. Una circostanza improbabile, come s’è capito già dopo i primi due giri.

Francesco Molinari (AFP)
 

La forza di Molinari, un campione senza doti tecniche e fisiche straordinarie, che s’è costruito pezzo dopo pezzo, partendo da solide basi di attitudine al lavoro, intelligenza e freddezza, è sempre stata l’umiltà, la capacità di crescere pian pianino, senza strappi, mettendo comunque una serie impressionanti di pietre miliari nel golf nazionale. Tecnicamente, accreditato di buone mani e di una grande capacità nella scelta dei ferri e quindi nei colpo d’approccio, era sempre stato stato timido e falloso sul putt, ma ha colmato tutti i punti deboli, aggregando al team gli specialisti migliori e lavorando tantissimo, anche sotto il profilo mentale, col decisivo apporto di Dave Alred. Nel maggio del 2006, cogliendo il primo titolo European Tour, aveva aggiunto finalmente il nome di un giocatore di casa nell’Open d’Italia, che mancava addirittura da Massimo Mannelli nel 1980. Nel novembre 2009, insieme al fratello maggiore, Edoardo, aveva firmato la World cup a Mission Hills in Cina. 

Nel 2010, aveva conquistato il WGC-HSBC Championships a Shanghai, superando di un colpo Lee Westwood, con -19 finale, col premio del numero 14 del mondo, anche grazie agli undici “top ten”, inclusi due secondi posti, con la quinta posizione di fine stagione nella Race to Dubai. Dopo aver conquistato l’attenzione del mondo alla Ryder Cup col fratello nella trionfale edizione di Celtic Manor vinta di un socio dall’Europa 14,5 a 13,5 con tutto il pubblico che intonava i due ragazzi italiani.

Capaci di portare appena mezzo punti, con un pareggio, ma comunque personaggi, umani, spontanei, capaci di cementare il gruppo. Nel 2012 Francesco si qualificò di diritto alla Ryder perdendo due match ma pareggiando il singolo con Tiger e contribuendo alla rimonta del vecchio continente nell’ultima giornata da 10-6 sotto. Nel 2015 e nel 2016, ha gareggiato sia sull’European Tour che sul Pga, e quindi due anni fa è diventato il primo italiano ad aggiudicarsi per la seconda volta l’Open di casa, battendo di un colpo Danny Willett, facendo importanti passi in avanti col secondo posto all’Open de Espana e all’Open de France, in Europa, e col terzo nel Memorial Tournament, negli Usa. E consolidando la sua presenza fra i protagonisti.    

Francesco Molinari (AFP)
 

Serio, serissimo, sempre pacato e lucido, l’anno scorso, Molinari ha consolidato le sue certezze da campione per prepararsi al salto nell’olimpo del golf di questa stagione, straordinaria, trionfale, irreale, indimenticabile, leggendaria, oltre la storia. Condita da una cifra mostruosa: 4,709,921 dollari di stagione, più 1,5 milioni di premio da n. 1 finale della Race to Dubai 2018, più gli spiccioli dell’ultima gara del weekend, per superare i 35 milioni di dollari di soli premi ufficiali che ha intascato in carriera. Perché i soldi, per un professionista in generale e quindi nello sport più professionistico che ci sia, sono il simbolo del successo. Chissà se ora il campione che per anni è stato etichettato col nomignolo col quale era stato targato da bambino, ”Chicco”, farà crescere ed esplodere anche il movimento nazionale, abbattendo le barriere elitarie e trasformandolo finalmente in uno sport popolare, come fece Adriano Panatta col tennis, e con tutto il rispetto per il grandissimo Alberto Tomba, ugualmente pioniere dello sci, e protagonista di due ori olimpici in slalom a Calgary 1988: ma lo sci non è uno sport mondiale praticato come tennis e golf, con meno nazioni e meno protagonisti implicati a livello più alto. 

Una buona Italia, soprattutto nel primo tempo, non riesce a superare il Portogallo a San Siro. Il pareggio 0-0 porta i lusitani alle final four della Nations League, niente da fare per gli azzurri che comunque avevano già evitato la retrocessione con la vittoria in Polonia.

Nella prima frazione le cose migliori per la squadra di Mancini, che ha giocato a lungo nella metà campo avversaria creando almeno cinque chiare occasioni da gol (clamorosa quella di Immobile sotto porta al 5') senza però sbloccare il risultato. Nella ripresa i campioni d'Europa in carica si sono fatti più aggressivi, sfiorando il gol alla mezz'ora con Carvalho. Per poi accontentarsi nel finale del punto che li proietta alle semifinali del torneo. Segnali positivi comunque per gli azzurri, un anno dopo la drammatica serata, sempre a San Siro, contro la Svezia che ci costò la clamorosa eliminazione dal Mondiale.