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La proposta del Coni di una candidatura nazionale – ovvero di tutte e tre le città in lizza: Milano, Torino e Cortina – per le Olimpiadi Invernali del 2026 è stata approvata ufficialmente dalla Giunta. Ma suscita sempre meno entusiasmo. Ieri al presidente dell'organismo, Giovanni Malagò era arrivata la lettera del sindaco di Torino, Chiara Appendino, che si è "messa a disposizione" ma ha sottolineato la scarsa praticità e la dubbia sostenibilità economica della soluzione suggerita dal Coni. Una posizione condivisa "nella sostanza" dal governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. Entrambi credono nella forza della candidatura della città della Mole, costruita con mesi di lavoro e non nascondono la delusione per una decisione che qualcuno ha definito "pilatesca". 

"Stanno prevalendo le ragioni della politica". Milano pronta a lasciare

E forti dubbi erano stati espressi anche dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana, e dal sindaco di Milano, Giuseppe Sala che, forte della sua esperienza con l'Expo, aveva sottolineato "la necessità di una chiara identificazione della governance della candidatura". Parole sulle quali il primo cittadino ambrosiano sembra non aver ricevuto riscontro, se oggi si è sentito in dovere di scrivere anche lui una missiva a Malagò, nella quale da afferma che "per spirito di servizio al Paese, Milano conferma la sua disponibilità, ove richiesto, solo come venue di gare o eventi in quanto, stante le attuali condizioni, non ritiene praticabile una sua partecipazione alla governance del 2026".

"Con rammarico constato che nella scelta della candidatura per i Giochi Olimpici e Paralimpici 2026 le ragioni della politica stanno prevalendo su quelle sportive e territoriali", aggiunge, "qualora la nostra posizione non sia ritenuta accettabile accoglieremo di buon grado le decisioni del Coni e, certamente, faremo il tifo per la candidatura italiana selezionata". Una critica manifesta a una decisione, quella del Coni, che sembra volta a non scontentare nessuno. 

Per Malagò "non cambia assolutamente nulla"

"No, non cambia assolutamente nulla", risponde Malagò ai cronisti, interpellato sulla lettera di Sala. "Questa candidatura rappresenta una cosa unica, innovativa, diversa, coraggiosa. Questo progetto può rappresentare uno spartiacque nella storia della candidature alle Olimpiadi", ha affermato al termine della riunione per definire la tripla candidatura. A indispettire Sala e Appendino sembra anche la vaghezza con la quale sembra finora essere stata proposta un'idea così peculiare. L'unico che finora appare contento è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che plaude alla "bellissima notizia".

Fibrillazioni sotto la Mole

La scelta di Appendino di non rispondere subito al Coni con un no netto non è piaciuta all'ala più radicale del Movimento 5 Stelle, secondo cui il sindaco così "scavalca il Consiglio Comunale". "L'indirizzo espresso dalla delibera approvata dal Consiglio Comunale di Torino era molto chiaro – spiegano Danilo Carretto, Daniela Albano, Maura Paoli e Viviana Ferrero – diceva no a candidature condivise con Milano e Cortina". Per i quattro grillini, se Appendino "pensa di prendere in giro la sua maggioranza e il Consiglio Comunale dovrà iniziare a contare i consiglieri e le consigliere che, quella maggioranza, la compongono. Abbia il coraggio di rispettare quanto espresso dal Consiglio ed esprima l'indisponibilità della Città di Torino a una candidatura condivisa, anche se fosse il Governo stesso a richiederla, ponendo così fine a questo assurdo teatrino". La maggioranza pentastellata di Appendino conta oggi su 23 consiglieri su 40 componenti totali del Consiglio comunale.

 

ll senatore Gilberto Pichetto Fratin, Coordinatore regionale di Forza Italia in Piemonte, parla di "decisione pilatesca". I vertici degli enti locali interessati utilizzano toni cauti che però non nascondono la sorpresa, se non lo scetticismo, verso la decisione del Coni di proporre, per l'Olimpiade Invernale del 2026, la candidatura congiunta delle tre città in Lizza: Cortina, Milano e Torino. Le prime due hanno già accettato. La terza si trova di fronte a un difficile dilemma: provare a far valere le ragioni di un dossier che ritengono il più forte o ingoiare il boccone amaro.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, afferma che la scelta deriva dalla volontà di lanciare "una vera candidatura del Paese, una candidatura italiana". "Abbiamo già ricevuto l'ok da parte di Milano e Cortina per la candidatura congiunta, ora aspettiamo anche la risposta di Torino". Quando? Il prima possibile, comunque entro oggi quando la proposta deve essere votata dal Consiglio nazionale. "Qualora Torino si sfilasse, resterebbe l'ipotesi Milano-Cortina", aggiunge Malagò. Prendere o lasciare.

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La lettera di Appendino: "Una sola città è la soluzione più sostenibile"

"La proposta di candidare tre diverse città di altrettante diverse regioni assume, nei fatti, i caratteri di una candidatura 'nazionale' che va ben oltre i confini delle competenze politiche, gestionali e amministrative dei sindaci di Cortina, Milano e Torino, per questo le analisi, le valutazioni, il coordinamento, i dovuti approfondimenti e le conseguenti decisioni ritengo spettino non più alle singole amministrazioni locali, ma a tutti gli enti preposti e al governo nei confronti del quale ci mettiamo a disposizione", scrive il sindaco di Torino, Chiara Appendino, in una lettera inviata a Malagò. Appendino dice di continuare ad essere convinta "della bontà del lavoro fin qui svolto e del fatto che la candidatura compatta di Torino con le sue montagne sia la migliore scelta".

"La Città di Torino prende atto della proposta comunicata dalla Commissione del Coni relativa alla presentazione di una candidatura congiunta di Cortina, Milano e Torino, senza alcuna città capofila, prosegue la lettera, "la Città di Torino – aggiunge, ricordando che la predisposizione del proprio dossier di candidatura è stato "frutto di un approfondito lavoro di mesi" – "conferma che quella di un'unica città è ritenuta, per evidenti ragioni economiche, logistiche e più in generale di sostenibilità, la soluzione migliore e la più idonea, anche a livello internazionale, per organizzare i Giochi olimpici del ghiaccio e della neve".

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"Risulta, di fatto, impossibile valutare in poche ore – continua Appendino – la fattibilità, la sostenibilità, le innumerevoli criticità, non solo logistiche ma anche, ad esempio, relative ai costi per garantire la sicurezza su un territorio così vasto e ottenere la condivisione e il sostegno da parte di tutto il territorio piemontese a una candidatura multipla di cui, allo stato attuale, non si conosce alcun dettaglio e che, con ogni evidenza, cambia completamente la natura della deliberazione stessa del Coni del 10 luglio scorso che faceva esplicito riferimento alla candidatura 'di una città italiana'". Una missiva che il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, afferma di "condividere nella sostanza".

Ma anche a Milano hanno dubbi

Sebbene Milano abbia dato subito l'adesione, sia il sindaco della città, Giuseppe Sala, che il presidente della Regione, Attilio Fontana, non appaiono convintissimi. Sala ha ribadito "la necessità di una chiara identificazione della governance della candidatura". "L'esperienza in Expo mi ha insegnato quanto sia fondamentale per il rispetto dei tempi e per la qualità del progetto una precisa identificazione delle responsabilità della gestione del processo di candidatura e poi, auspicabilmente, della realizzazione", prosegue, "Milano vuole essere un'opportunità per le Olimpiadi italiane, nella consapevolezza che un'impresa del genere è gestibile solo con scelte precise".

"Abbiamo sempre lavorato con l'obiettivo di arrivare a una candidatura forte e vincente per l'Italia. Non abbiamo mai avuto posizioni preconcette verso nessuno e apprezziamo gli sforzi del Coni per raggiungere una condivisione di intenti da parte di tutti gli attori in campo", aggiunge Fontana, "siamo però fortemente convinti che per centrare il traguardo finale sia necessaria una forte capacità di governance in capo a un soggetto ben chiaro e definito".

Nel 2011, lo aveva detto l'attuale presidente della Cina, Xi Jinping, esprimendo i suoi "tre grandi desideri" per il calcio cinese. Nel 2015 lo aveva scandito nero su bianco il "Programma generale per la riforma e lo sviluppo del calcio cinese", pubblicato dal Consiglio di Stato, l'organo esecutivo della Repubblica popolare. Nell'aprile del 2016, lo aveva ribadito un altro documento statale, il "Piano di sviluppo del calcio cinese nel medio e lungo periodo (2016-2050)". Quello di diventare "una potenza del calcio di primo livello" e una "nazione leader della Fifa" entro il 2050 non è un obiettivo su cui Pechino abbia fatto mistero negli ultimi anni, come anche i grandi investimenti riversati nell'acquisizione di club e giocatori internazionali hanno dimostrato. Ma se alla "febbre da shopping" calcistico, così battezzata dai media cinesi nel 2016 e 2017, hanno messo un freno le misure lanciate nell'estate del 2017 per limitare il flusso di capitali domestici verso club e giocatori internazionali, la scalata della Cina al calcio mondiale non si è affatto fermata.

Un inarrestabile scalata al potere

All'interno del paese, i lavori proseguono per fare di questo gioco uno sport sempre più diffuso a livello amatoriale, condizione indispensabile, secondo Pechino, per crescere giocatori di talento che possano un giorno rendere la nazionale competitiva. All'estero, più che i ranking e le classifiche, la Cina sta invece scalando gli organismi di governo del calcio, portando avanti una strategia (non dichiarata, questa) di acquisizione di influenza e di potere sui tavoli che contano. Un'influenza che si esercita a livello finanziario, organizzativo e istituzionale. 

Tra sponsorship e acquisizioni di società di gestione di servizi collegati, la Cina è infatti già diventata una presenza fondamentale nel calcio globale dal punto di vista finanziario, come spiega Simon Chadwick, docente di Sport Enterprise alla Salford University e cofondatore del China Soccer Observatory dell'Università di Nottingham. Wanda per esempio, colosso cinese con propaggini internazionali in vari settori dell'intrattenimento, è da tempo diventata partner globale della FIFA e ha sponsorizzato i mondiali russi attraverso Sunseeker, azienda britannica produttrice di yatch acquisita nel 2013. La stessa Wanda, guidata dal miliardario Wang Jianlin, possiede inoltre Infront, società di gestione di contenuti sportivi e provider di servizi per la FIFA.

La federazione ha accolto sponsorizzazioni importanti anche da altre aziende cinesi, come Hisense, Vivo e Mengniu. L'affare siglato tra Vivo e la federazione si aggirerebbe intorno ai 500 milioni di dollari. Tutto questo, secondo Chadwick, "ha creato una dipendenza finanziaria della Fifa dal denaro cinese che probabilmente permetterà al paese di esercitare un certo controllo sulle decisioni prese nel quartier generale della federazione a Zurigo". A livello gestionale, sempre a Wanda, che dal 2015 al 2018 è stata azionista dell'Atletico Madrid, si deve il lancio nel 2016 della China Cup, una nuova competizione calcistica sostenuta dalla federazione internazionale. È invece Alibaba, altro colosso cinese, fondato dal visionario Ma Yun, a sponsorizzare la Coppa del mondo per club della Fifa, il mondiale delle squadre più forti in ogni continente. Il club cinese Evergrande Guangzhou, allenato per alcuni anni da Marcello Lippi e due volte campione d'Asia, arrivò in semifinale in quella competizione nel 2015, offrendo finalmente ai tifosi del paese una reale speranza di affermazione mondiale rispetto alla scadente nazionale cinese. "La Fifa sta ora considerando una ristrutturazione e un re-branding della Coppa del mondo per club – spiega Chadwick -. Si tratta di una un'interessante opportunità per la Cina di realizzare il proprio status di 'nazione leader della Fifa' sia sul campo che attraverso la promozione e la gestione di questa competizione".

Uno sterminato pubblico di appassionati

Pechino, intanto, ha tessuto la sua tela anche sul fronte istituzionale. Ai piani più alti: l'ingresso nel 2017 del cinese Zhang Jian all'interno del Consiglio della Fifa, l'organismo esecutivo della federazione, ha segnato per la Cina un altro fondamentale passo verso la realizzazione dei propri obiettivi di dominio dello sport. Zhang, che è vice presidente e segretario generale della Federcalcio cinese dal 2013, non solo può ora portare le istanze nazionali al più importante tavolo di governo dello sport a livello mondiale, ma, secondo Chadwick, "si trova anche in una posizione di favore nella corsa alla presidenza della Fifa".

A questo si aggiungono l'entusiasmo e la forza numerica dei fan cinesi, di cui si è avuto un assaggio proprio ai mondiali di Russia. Secondo fonti cinesi, sarebbero stati ben 60 mila i biglietti acquistati da cittadini della Repubblica popolare nonostante l'assenza della Cina dalla competizione: più di quelli staccati per spettatori anglosassoni, con l'Inghilterra arrivata in semifinale. Una risorsa, quella dei fan, ancora tutta da sfruttare e che fa gola sia in Cina che all'estero. Ecco perché, per Chadwick, "il calcio mondiale dovrebbe prepararsi a un cambiamento fondamentale dello status quo. La Cina (e il suo interesse nel calcio) sta arrivando". 

Potrebbe essere stato manipolato quel campione di urina che due anni fa costò al marciatore italiano Alex Schwazer un procedimento di doping e una pesantissima squalifica di 8 anni, che gli ha impedito di partecipare alle Olimpiadi di Rio. È a suggerirlo sarebbe il risultato del test del Dna che l'atleta, sempre professatosi innocente (ma dichiaratosi colpevole ai tempi di un altro episodio nel 2012, alla vigilia dei Giochi di Londra), aveva chiesto per essere scagionato da un'accusa che gli ha distrutto una carriera che aveva toccato l'apice con l'oro vinto alle Olimpiadi di Pechino del 2008. 

A diffondere la rivelazione è stato giovedì scorso il quotidiano altoatesino Tageszeitung, che rende conto del lavoro portato avanti in questi mesi dal Ris di Parma su incarico del gip di Bolzano, titolare dell’inchiesta penale, Walter Pelino.

Una "discrepanza incredibile"

"Per prima cosa, le analisi di laboratorio sui campioni A e B di urina del marciatore azzurro hanno evidenziato un’anomalia incredibile: la concentrazione di dna di Schwazer nel campione B, come rivelato dal sito ilsussidiario.net, è superiore addirittura tre volte a quella presente nel flacone A: 1.187 picogrammi/microlitri contro 437", riassume il Corriere, "una discrepanza «inspiegabile» scientificamente, che potrebbe nascondere ciò che l’entourage di Schwazer ha sempre sostenuto con forza: la manomissione delle provette (faticosamente ottenute dopo una battaglia durissima dal laboratorio di Colonia, che il 7 febbraio scorso aveva addirittura consegnato un campione aperto) per incastrare l’atleta e realizzare il «delitto perfetto»".

Leggi l'esclusiva su Il Sussidiario

"Per la Iaaf questa nuova rivelazione non ha alcun valore", sottolinea Repubblica, "il Ris procede invece facendo ulteriori approfondimenti sulla vicenda: il comandante Lago ha infatti ordinato una maxi test sul dna di 100 individui, scelti tra sportivi e persone comuni al fine di monitorare il dna separato in due campioni per capire se è effettivamente possibile che ci siano simili difformità. Le conclusioni del Ris saranno presentate entro il 5 settembre sul tavolo del gip Pelino".

Lewis Hamilton con la Mercedes ha conquistato la pole position nelle qualifiche del Gran Premio di Ungheria. Secondo il compagno di squadra Vatteri Bottas. Terza la Ferrari di Kimi Raikkonen davanti al compagno di scuderia Sebastian Vettel. La gara, ultima prima dello stop estivo, è  in programma domani a Budapest.

Juventus a Verona contro il Chievo, Roma a casa del Toro, Napoli all'Olimpico contro la Lazio, Milan in casa ad attendere il Genoa, Inter in trasferta a Sassuolo. Sono le partite clou della prima giornata di serie A, in programma nel weekend del 19 agosto.

L'intero calendario sta venendo svelato in diretta su Sky. Potete seguire la diretta Twitter sul profilo della Gazzetta

La 16ma tappa del Tour de France, 218 chilometri lungo i Pirenei, è stata sospesa temporaneamente per lancio di lacrimogeni da parte di persone tra il pubblico lungo il percorso. Alcuni corridori sono stati soccorsi. La corsa è stata fermata 29 chilometri dopo il via da Carcassonne, con traguardo a Bagneres-de-Luchon. Nei giorni scorsi in diverse occasioni la carovana di ciclisti era stata disturbata dall'accensione di fumogeni, di vari colori, da parte del pubblico e proprio in una di queste circostanze, nella nebbia dovuta ai fumogeni, c'era stato sui tornanti dell'Alpe d'Huez un brusco rallentamento della carovana di ciclisti e la caduta di Vincenzo Nibali, con successivo ritiro del ciclista siciliano per la frattura a una vertebra. 

Se pensate che scalare il K2 sia un'impresa vi sbagliate. La vera impresa non è salire, ma scendere. E lo scialpinista polacco Andrzej Bargiel è entrato nella storia perché il 22 luglio è riuscito a compiere la prima discesa della seconda montagna più alta della Terra con gli sci ai piedi, partendo dagli 8.611 metri della cima.

"Anche se non ho dormito per 7.800 metri" ha raccontato alla radio polacca Rmf, "ho dovuto portare con me la corda e un sacco di bagagli, quindi mi sono stancato un po'. È stata una sfida che non mi ha dato pace, perché sapevo che si poteva fare. Ora non posso che mandare un caro saluto alle tante persone che pensavano che fosse impossibile".

Le tappe dell'impresa

Il 30enne polacco Bargiel, riporta PianetaMountain aveva raggiunto il Karakorum a metà giugno, acclimatandosi sui pendi del Gasherbrum II. A causa delle condizioni avverse non ha potuto tentare la cima, però e insieme al team si è spostato al Campo Base del K2, dove ha iniziato velocemente la salita della via Cesen sullo Sperone Sud-Sudest. Il 19 luglio è salito al campo 2, mentre il giorno successivo ha raggiunto Campo 3 a 7.000 metri insieme a Janusz Gołąb.

Il 21 luglio invece è partito da solo e, arrampicando senza ossigeno supplementare, ha raggiunto la cima verso le 11:30. Da lì ha messo gli sci agli scarponi e ha iniziato la storica discesa, lungo la spalla verso la via Cesen, poi sotto gli enormi seracchi sul difficile traverso della variante Messner per poi raggiungere la linea aperta dai compatrioti Jerzy Kukucka e Tadeusz Piotrowski nel 1986. Bargiel è tornato al campo base verso le 19:30, dopo essere stato costretto a fare una calata in doppia circa 50 metri sopra il Collo di Bottiglia e dopo aver aspettato al Campo 4 che le nuvole si dissipassero.

Perché è un'impresa storica 

La discesa con gli sci dal K2, sempre secondo PianetaMountain è l'impresa che molti consideravano l'ultima frontiera dello sci estremo e la montagna di 8.611 metri era stata tentata senza successo in passato. Già nel 1998 le guide alpine valdostane Edmund Joyeusaz e Marco Barmasse erano partite con gli sci da 7.000 metri circa, mentre nel 2001 Hans Kammerlander ha sciato circa 400 metri dalla vetta prima di abbandonare il suo tentativo dopo la caduta mortale di un alpinista coreano.

Nel 2009 Michele Fait perse la vita sciando dal campo 2 sulla via Cesen sotto gli occhi del compagno svedese Fredrik Ericsson che, nel 2010, morì a sua volta nel Collo di Bottiglia durante il suo tentativo di realizzare l'impresa. Già nel 2016 Andrzej Bargiel aveva tentato di sciare il K2 ma il tentativo fu abortito a causa delle elevate temperature e le condizioni pericolose. Nel 2013 aveva sciato dallo Shisha Pangma Centrale, e dopo aver raggiunto la cima del Broad Peak nel 2014, nel 2015 ha sciato il Manaslu.

Chi è Andrzej Bargiel

Andrzej è nato il 18 aprile 1988 a Letownia, vicino a Jordanow, nono degli 11 figli di Maria e Jozef Bargiel, I suoi genitori cercarono di convogliare le straordinarie energie mostrate fin da piccolo nel lavoro nella fattoria di famiglia, ma Andrzej preferiva correre dietro al pallone, arrampicarsi sugli alberi, nuotare e cercare avventure con i bambini del posto. Già alle medie fu chiaro a tutti che la scuola non faceva per lui e che l'unico modo per sfruttare le sue energie era un regolare allenamento sportivo. Iniziò con le passeggiate a cavallo e i giri in mountain bike, ma quando distrusse la bici e né il suo piccolo circolo sportivo né la famiglia avevano abbastanza soldi per comprarne una nuova decise di portare la sfida più in alto e dedicarsi allo sci.

A 9 anni barattò due racchette da ping pong e un coltello da tasca con un paio di sci di legno e scarponi troppo grandi e alla prima nevicata, insieme agli amici con cui marinava la scuola, costruì le prime piste da sci e salti sulle colline intorno a casa.

Ma fu grazie al fratello maggiore Grzesiek che lo sci divenne qualcosa di più serio. Lui, soccorritore di montagna, gli fece nascere la passione per lo sci alpinismo. Fu il suo primo allenatore e lo iscrisse al TKN Tatra Team club in un periodo in cui lo sci alpinismo era qualcosa di completamente nuovo in Polonia. Ora è lo sport perfetto per il suo Paese: oltre a tutti gli aspetti positivi del turismo di montagna, offre l'opportunità di esplorare luoghi inaccessibili in inverno per un normale escursionista.

"È anche ecologico" dice Andrzej nel suo sito, "non sono necessari skilift e altre infrastrutture. Scendere nella neve fresca e farinosa dà una scarica di adrenalina incredibile. Questo è il motivo per cui voglio suscitare più interesse in questo bellissimo sport. Nel frattempo, insegno ai miei amici e a mio fratello minore, che ha appena iniziato la sua carriera sportiva professionale e ha deciso di seguire i fratelli maggiori".

Ha fondato il progetto 'Sunt Leones' che vuole togliere all'alpinismo quel'aura di martirio e darle i crismi dello sport organizzato. L'obiettivo principale del progetto è esplorare le montagne più alte della Terra e dimostrare che è possibile sciare anche sul tetto del mondo. L'evento di apertura è stato lo Shishapangma Ski Challenge nel 2013, la prima spedizione sciistica polacca sull'Himalaya. 

Cosa c'entrano i droni

La discesa di Bargiel non sarebbe stata possibile senza l'aiuto di suo fratello Bartlomiej (protagonista dello spettacolare salvataggio dello scialpinista scozzese Rick Allen su Broad Peak), che con il suo drone ha individuato la linea di discesa, come riporta Montagna.tv

Il drone è stato utilizzato per realizzare un video del K2 da una prospettiva insolita rispetto a quella degli alpinisti. Nella clip si vede anche Andrej mentre scia in parete sulla via dello Sperone degli Abruzzi durante l’acclimamento.

 
 

E' scattato il divieto per i tifosi del Tour de France di usare i fumogeni al passaggio della corsa. Il divieto adottato dalle autorità prefettizie vale per tutta la restante durata della grande Boucle, in occasione quindi delle tappe che si correranno da martedì a domenica prossima, e riguarda tutti i Dipartimenti che saranno attraversati dalla carovana ciclistica.

Lo si è appreso dagli organizzatori della corsa a tappe, con le notizie riferite da Pierre-Yves Thouault, vicedirettore del Tour e responsabile della sicurezza. All'origine della decisione ci sarebbe quanto accaduto giovedì negli ultimi chilometri della tappa in salita che portava all'Alpe d'Huez: in quella circostanza furono accesi diversi fumogeni colorati al passaggio dei ciclisti, in particolare quando c'è stata la caduta di Vincenzo Nibali, con conseguenze fisiche (frattura di una vertebra) che hanno portato il ciclista siciliano a ritirarsi dalla Grande Boucle.

"Spesso si dice che la cosa peggiore per la sicurezza stradale è la nebbia, ed è esattamente così: il fumo non ha nulla da fare sulle strade delle gare ciclistiche", e inoltre acceca i ciclisti, aveva commentato l'indomani il direttore del Tour, Christian Prudhomme, quando un fumogeno era stato lanciato nel mezzo del gruppo lanciato ad alta velocità per lo sprint sul traguardo di Valence. "Il fumo emette un gas che entra nella gola, oltre al fatto che è accecante, irrita soprattutto le vie aeree", ha detto lo spagnolo Mikel Landa, sesto in classifica generale.

Dopo l'uscita dai Mondiali di Russia del suo Portogallo, sconfitto agli ottavi dall'Uruguay, e prima di volare a Torino per firmare il contratto con la Juventus​, Cristiano Ronaldo si è concesso una vacanza in un lussuoso resort ellenico Costa Navarino, nel Peloponneso. Dove si è trovato talmente bene da lasciare una mancia da 20 mila euro al personale, un ringraziamento a quattro zeri che, su esplicita richiesta del calciatore, dovrà essere diviso in modo equo tra tutti i dipendenti, rivela il tabloid inglese The Sun

"Il resort di Costa Navarino è stato il teatro dell’incontro tra il calciatore e il presidente della Juventus Andrea Agnelli che ha portato all’accordo tra i due per il passaggio di Ronaldo in bianconero", scrive Tpi, "all’interno del resort ci sono due hotel di lusso a cinque stelle, un centro benessere, due campi da golf e più di 20 ristoranti raffinati". 

Il campione non affronterà l'ex squadra

"Cristiano Ronaldo, una volta terminato il suo soggiorno in Grecia, non partirà insieme alla sua nuova squadra per la tournée in programma negli Stati Uniti", prosegue Tpi, "al calciatore, infatti, sono stati concessi altri giorni di riposo e così non si troverà a dover affrontare proprio la sua ex squadra nell’amichevole prevista tra Juventus e Real Madrid il 4 agosto a Washington".​