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Zibì Boniek è convinto che entro due anni al massimo la regola per la quale i gol segnati in trasferta valgono doppio sarà abrogata: passerà il turno, semplicemente, la squadra che avrà segnato di più. “Aveva senso quando ogni nazione giocava con palloni diversi – ha detto in una intervista alla Stampa – quando i campi avevano dimensioni variabili, quando non si sapeva nulla nel posto dove si andava a giocare. Parliamo di un’altra era. Oggi è solo un’ingiustizia”.

L’Uefa, riunita oggi a Roma, metterà al lavoro sul punto una commissione. al Roma Cavalieri Hotel si riuniranno per la prima volta in Italia i massimi rappresentanti delle 55 federazioni calcistiche affiliate. Alla sessione, presieduta dal numero uno della Uefa Aleksander Ceferin, farà gli onori di casa il presidente della Figc Gabriele Gravina; previsti inoltre gli interventi del presidente Fifa Gianni Infantino, del presidente del Coni Giovanni Malago’ e, in rappresentanza del governo italiano, del ministro dello Sport Giancarlo Giorgetti.

Verranno trattati anche altri diversi temi, tra cui la relazione annuale Uefa a cui si aggiungono anche quelle dei presidenti dei comitati. Altri argomenti in agenda sono poi le elezioni di 8 dei 16 membri del Comitato esecutivo, dei membri del consiglio Fifa (due vicepresidenti per quattro anni, un membro ordinario per quattro anni e due membri ordinari per due anni) e la ratifica del secondo rappresentante Eca (European club association) che affiancherà Andrea Agnelli nel Comitato esecutivo Uefa e di quella di nuovi membri degli organi giudiziari Uefa. 

Le novità riguardano anche il campionato italiano

Dalla prossima stagione i tabelloni degli stadi italiani segnaleranno agli spettatori, tramite un’infografica, l’accensione della Var e per cosa viene utilizzata. Lo ha ufficializzato il designatore Uefa, Roberto Rosetti, perfetto nello spiegare come va usata e deciso nell’affermare che la “Var è un’assicurazione, un paracadute”. Lo scrive oggi il Corre della Sera.

Nel giro di due anni – scrive il Corriere – si vuole arrivare a mostrare sui videotabelloni degli stadi la completa azione analizzata dalla Var. Il passo successivo è fare come nella finale del Super Bowl di football americano: mentre scorre sui maxischermi l’azione, l’arbitro in campo spiegherà a spettatori e telespettatori perché ha deciso di fischiare o non fischiare un rigore, di convalidare o annullare una rete. Il direttore di gara motiverà la scelta, una rivoluzione epocale. In futuro saranno poi annullate tutte le reti in cui c’è un tocco di mano, sia da parte dell’attaccante che del difensore, in sostanza sparirà la volontarietà. Arriveranno le ammonizioni per gli allenatori, prima dell’espulsione.

Leggi anche: Cosa succede (o dovrebbe succedere) in una Var room durante una partita di calcio

 

Via libera della sindaca Raggi allo stadio della As Roma: “Oggi siamo qui per illustrare il parere del Politecnico di Torino: lo stadio si fa e i proponenti se vogliono potranno aprire i cantieri entro l’anno”. Queste le parole della sindaca nel corso della presentazione dello studio del Politecnico di Torino sui flussi di traffico attorno al progetto dello stadio del club capitolino a Tor di Valle. 

Sergio Garcia è stato squalificato sabato nel terzo giro del King Abdullah Economic City, in Arabia Saudita: per stizza, ha danneggiato volontariamente almeno due green – cinque, secondo un cronista scozzese – ed è incappato nella norma 1.2 delle nuove regole, sancite dal Royal and Ancient Golf di St Andrews e la United States Golf Association, ovvero le autorità competenti in materia golfistica mondiale. Che recita: “I giocatori devono nello spirito del gioco agendo con integrità, mostrando considerazione per gli altri e prendendosi cura del percorso. Il Comitato organizzatore ha l’autorità di squalificare un partecipante per qualsiasi grave condotta contraria allo spirito del gioco”.

Il fuoriclasse spagnolo, che ha sfatato il tabù Majors al Masters 2017, forse si è “vendicato” delle condizioni nelle quali ha trovato lui il campo nel secondo giro, di sicuro è stato tradito da alcuni colleghi che, dovendo giocare subito dopo, non ne hanno gradito il comportamento. E comunque ha spiegato in un comunicato: “Rispetto la decisione. Per la frustrazione, ho danneggiato un paio di green: mi scuso e ho già spiegato che non succederà mai più”.

La notizia fa scalpore, visto il nome del protagonista e ad appena due giorni dagli ancor più clamorosi due colpi di penalità inflitti al Dubai Classic al cinese Haotong Li. Che ha perso nove posizioni in classifica e centomila dollari perché il caddie, alle sue spalle, in un eccesso di professionalità, ha voluto controllare la linea del putt. Rientrando in modo eclatante nella nuova regola 10.2b che dice: “Quando un giocatore inizia a prendere lo stance per il colpo e fino a che il colpo non sia eseguito il caddie del giocatore o il partner in una gara a squadre, per nessuna ragione devono stare intenzionalmente in un posto sopra o vicino a un’estensione della lena di gioco dietro la palla. Se il giocatore prende uno stance in infrazione a questa regola, non può evitare la penalità con l’arretrare. Eccezione: sul putting green, non c’è penalità secondo questa regola se il giocatore arretra dallo stance”.

Di sicuro, le nuove regole sono destinate a creare problemi nelle ormai consolidate abitudini dei giocatori. Ma il gotha del golf è dovuto assolutamente intervenire per velocizzare il gioco sulle 18 buche, interpretare le vecchie regole, spesso bisognose di ulteriore intervento dei giudici di campo, e rendere quindi più facile l’accesso ai neofiti.

I capisaldi del nuovo ordinamento sono legati al droppaggio, cioè quando una palla non si può giocare nella posizione in cui si trova e, perdendo un colpo, il giocatore la sposta con le mani e la riposiziona in campo, non più da eretto ma chinato ad altezza del ginocchio (per evitare ripetizioni per un ulteriore rotolo della palla).

Sul green, si può finalmente lasciare la bandiera in green e quindi anche colpire l’asta, e si possono riparare quasi tutti i danni (inclusi quelli di scarpe, chiodi, animali) senza penalità. Che sparisce anche se si calpesta la linea del putt o la si tocca, e pure se si muove la palla accidentalmente sul green o durante la sua ricerca. Si può toccare terreno o acqua col bastone o con la mano, anche negli swing di prova, ma nel bunker ci sarà penalità se si tocca intenzionalmente la sabbia per provarne la condizione per il colpo successivo.

Una delle parole più pericolose per un golfista era “impedimenti sciolti”, e cioé foglie, ramoscelli, sassolini, eccetera, che ora si possono adesso togliere in ogni zona del campo. Un altro tasto delicato era quello della palla persa o fuori limite: ora si può droppare entro due bastoni dal fuori limite (quando il campo è finito per una recinzione o un muro), senza più dover ritornare sul tee di partenza o da dove si è effettuato il colpo. Se si droppa più vicino si perdono due colpi. 

Per velocizzare il gioco, cambia il tempo per ritrovare la palla persa: non più cinque, ma tre minuti. E tira chi è pronto non più quello che ha fatto il punteggio migliore nella buca precedente: in pratica, in 40 secondi, come già sperimentato tra i professionisti. E sempre per agevolare i neofiti, nel caso, più che frequente, di palla colpita due volte per uno swing errato non c’è più penalità, in quanto considerato colpo non intenzionale.

Sergio Garcia (Afp)

Snellire le regole e cancellarne molte delicatissime era imperativo per il golf. Alcune di queste hanno segnato la carriera se son addirittura la vita dei giocatori. Come ha rilanciato in un tweet Gonzalo Fernandez Castano: “Primo giro ufficiale dell’anno sull’European Tour, qui ad Abu Dhabi, con le nuove regole. Poter rimettere a posto i segni delle palline sul green sembra così strano, ci vuole del tempo per adattarci, a meno che non sei Simon Dyson e l’hai fatto per anni”. Ricordando come, sei anni fa, allo Shanghai Bmw Masters 2013, il collega inglese era stato squalificato, da co-leader, con l’accusa, con tanto di video, di aver rimesso artatamente a posto il terreno sulla linea di tiro del putt.

Era stato multato di 30 mila sterline, più 7500 di spese, e sospeso per due mesi con la condizionale, sotto la minaccia di uno stop di altri 18 mesi se avesse commesso altre irregolarità. “Non sono imbrogli premeditati, non mi sono accorto dell’errore, accetto la squalifica e chiedo scusa per il mio comportamento”, aveva protestato “Dys”. Che, stoppato da problemi al polso, operato nel 2015, non ha più fatto risultati, due anni fa ha proprio smesso di giocare e all’alba di questa stagione, a 41 anni, si è ritirato ufficialmente dall’European Tour. Un attimo prima che la famigerata regola che l’ha rovinato fosse cancellata.

Quella di Fabio Quagliarella è una storia bella come un film. Una di quelle pellicole, a pensarci bene, che potrebbe produrre proprio il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis. La carriera dell’attaccante della Sampdoria, nato a Castellammare di Stabia, ha pochi eguali sui campi della nostra Serie A. Tra apici e addii, cadute e risalite, gol e successi, rovesciate e lacrime. Ben 422 partite in Serie A e 143 gol con le maglie di Ascoli, Udinese, Napoli, Juventus, Torino e Sampdoria. E la sua è una sceneggiatura ancora aperta, lontana da quella parola che in gergo sportivo si chiama “ritiro”, e in una narrazione soltanto “fine”. Insomma, non può essere che così se, a 36 anni suonati, arriva l’ennesima convocazione per vestire la maglia della Nazionale (26 partite e 6 gol fino ad ora).

Al San Paolo cade il record di Batistuta?

Se oggi chiedeste un pronostico di Napoli-Sampdoria ai tifosi partenopei, otterreste la medesima risposta: vittoria per la squadra di Ancelotti ma gol blucerchiato di Quagliarella. Sì, perché in palio oggi non ci sono solo i tre punti ma anche un record che l’attaccante doriano sta inseguendo in questa magica stagione: segnare per dodici giornate consecutive. Il rigore contro l’Udinese, ultima vittima, gli ha permesso di raggiungere a quota undici Gabriel Omar Batistuta che nel 1995, con la Fiorentina, si fermò a quel numero.

A Napoli, nella sua Napoli, il capocannoniere della Serie A, ha la possibilità di guardare tutti dall’alto in basso. Basterebbe, del resto, un gol meno bello di quello dell’andata che costrinse l’attaccante a chiedere scusa mentre tutti, a Marassi e no, si alzavano in piedi per applaudirlo. Ora ci sono novanta minuti per un sogno. A pensarci bene, un titolo da film.

1. Fabio Quagliarella vs Napoli en la jornada 3. Sampdoria 3-0 Napoli. pic.twitter.com/JwCg72bik3

— Guti (@GutiLa5ta)
31 dicembre 2018

 

La brutta storia dell’addio a Napoli

Nel 2017, con l’aiuto della trasmissione Le Iene, Fabio Quagliarella raccontò l’episodio di stalking che aveva dovuto subire, per cinque anni, da parte di un agente della polizia postale, Raffaele Piccolo, che condizionò fortemente la sua parentesi da calciatore a Napoli. In quell’intervista, l’attaccante confidò di aver ricevuto, insieme alla famiglia, una serie di lettere minatorie e ricattatorie e di come si fosse rivolto all’amico Piccolo per provare a risolvere quel problema che non gli permetteva di scendere in campo sereno: “Stiamo parlando di centinaia e centinaia di lettere. Non stiamo parlando di una o due lettere o due messaggi anonimi. A mio papà, quando io ero in giro gli arrivava un messaggio dove gli dicevano: tuo figlio ora è in giro per Castellammare e gli spezziamo le gambe, ora lo ammazziamo”. 

VIDEO – Sampdoria, Quagliarella in lacrime: “Via da Napoli per uno stalker” pic.twitter.com/6imUN07wFI

— Napoli Magazine (@napolimagazine)
19 febbraio 2017

Ma l’autore di quelle lettere era proprio Piccolo che continuò per anni a perseguitare il calciatore senza destare sospetti. Nel 2010, come scrive il Post, inviò alla sede del Napoli delle missive che accusavano Quagliarella di aver partecipato a dei festini con la camorra, consumando droghe. Per il calciatore, quello fu uno dei motivi che spinsero il club partenopeo a cederlo agli acerrimi rivali: la Juventus. Un trasferimento che i tifosi del club azzurro, ignari di quello che stava succedendo, non accettarono accusando l’attaccante di tradire i colori della maglia che sosteneva di tifare fin da bambino.

“Scusaci Fabio”: l’abbraccio a #Quagliarella di Antonio, tifoso del Napoli oggi a Bogliasco https://t.co/qPdXtpSjXr pic.twitter.com/yWlVRI42f9

— Gianluca Di Marzio (@DiMarzio)
14 marzo 2017

In quel momento la carriera di Quagliarella cambiò: “Ma senza stalker non sarei andato via”. Fu suo padre ad avere i primi dubbi su Piccolo e a scoprire che le denunce per stalking non erano mai state depositate. Poco tempo dopo, il castello eretto dal finto amico cedette. Due anni fa, dopo che la vicenda emerse in tutta la sua tragicità a seguito della condanna in primo grado, furono molti i tifosi che provarono a chiedere alla società di “ricomprare” Quagliarella, riportandolo a casa.

E viste le prestazioni degli ultimi due anni sono molti a credere non sarebbe stata una cattivissima idea. Quella sì, forse, che sarebbe stata la scena finale perfetta di un film che forse non verrà mai girato ma il cui soggetto, giornata dopo giornata, campionato dopo campionato, rimane comunque un capolavoro. 

Dimissioni, queste sconosciute. Una volta si preavvisavano, si minacciavano, si presentavano pure, ma spesso erano rifiutate e quindi, alla fin fine, venivano quasi sempre ritirate. Oggi siamo più concreti, saltiamo tutta questa inutile trafila e, seguendo i dettami di Checco Zanone in Quo vado?, ci teniamo ben stretto il posto fisso. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi sia l’accusa, qualsiasi sia la situazione, qualsiasi sia la risposta dello specchio quando ci facciamo la barba la mattina. Figurarsi se lo stipendio è ricchissimo come quello di un eletto del calcio italiano.

Come Eusebio Di Francesco, allenatore della AS Roma in crisi di identità e di risultati, al punto di perdere addirittura per 7-1 in coppa Italia a Firenze. Non può essere tutta colpa sua, siamo d’accordo, così come non è tutta colpa del collega Maurizio Sarri, che guadagna il doppio al Chelsea 6.4 milioni di euro contro i 3 del giallorosso, ma proprio non riesce a scuotere i suoi e perde 4-0 col Bornemouth. Dimissioni: e perché? “Chi va in campo  sono i giocatori che devono prendersi le loro responsabilità”, è la risposta più comune. “Io ho un contratto e intendo rispettarlo, semmai sarà la società a decidere altrimenti”, segue quasi sempre a ruota.

Josè Mourinho (Afp)

Perché i contratti sono sempre pluriennali e blindati, con mille clausole e clausolette, fra cui quella ormai automatica del pagamento di tutti gli emolumenti in caso di cessazione unilaterale del rapporto. Non esiste giusta causa. Come ben sa il Manchester United che, per licenziare José Mourinho che aveva contro lo spogliatoio guidato da Pogba, gli ha dovuto versare 26.7 milioni euro. E perché è diventato di moda allargare subito a macchia d’olio il discorso, così da annacquarlo e confondere dai problemi specifici. Perché dovrei dimettermi io se non s’è dimesso quell’altro?

Gian Piero Ventura (Afp)

Fosse vissuto vent’anni prima, dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, il ct della nazionale Gian Piero Ventura si sarebbe dimesso “a furor di popolo”, usando una terminologia oggi vetusta. Perché il popolo italiano, ormai, non protesta più. Guarda, ascolta, sospira, chiacchiera, chiacchera tanto soprattutto sul web, ma tira avanti. Sapendo che, dietro le quinte, il personaggio in questione non lascia la poltrona, ma fa melina, chiede tempo, finché non si fa cacciare, per ottenere una mancia. Come i 700 mila euro che la Figc ha concesso a Ventura. Come da contratto. Del resto, che colpa ne ha lui se la serie A è snaturata dagli stranieri e questa generazione di calciatori italici non è più quella dei fenomeni? Salvo poi presentare lui le dimissioni, dal Chievo, dopo tre sconfitte e un pareggio. Dimissioni inattese, e quindi congelate dalla dirigenza, ma confermate. Bravo!

Dino Zoff (Afp)

Altri esempi? A parte la madre di tutte le dimissioni, di Dino Zoff, un uomo tutto d’un pezzo, che, il 4 luglio del 2000, reagì all’ennesimo attacco di Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio, a proposito della conduzione della partita persa contro la Francia, nella finale dei Campionati Europei: “Non prendo lezioni di dignità dal signor Berlusconi. Prendere questa decisione è molto difficile e so che probabilmente mi costerà parecchio. So come reagiranno e cosa scriveranno i fedeli collaboratori del signor Berlusconi. Forse non ne uscirò bene, ma non potevo fare altro”. 

Cesare Prandelli (Afp)

Le critiche al suo ingaggio milionario, proprio in un momento in cui era stato posto un tetto agli stipendi dei manager pubblici, spinsero Cesare Prandelli a lasciare la nazionale nel 2014: “Le mie dimissioni sono irrevocabili: da quando ho firmato il rinnovo, sono partiti attacchi come fossimo un partito politico. Non rubo i soldi dei contribuenti, non ho mai rubato e pago regolarmente le tasse. Se sbaglio tecnicamente, invece, è un discorso diverso e mi prendo tutte le responsabilità”.

Corrado Orrico fece scalpore nella stagione 1991-1992 quando lasciò l’Inter senza riuscire a raccogliere la difficile eredità di Giovanni Trapattoni. Disse: “Non mi importa di essere ricordato come quello che ha fallito. Solo gli stupidi non sbagliano mai. Il mio è un gesto di coerenza: l’allenatore è un capo, se non riesce a far funzionare la squadra, giusto che se ne vada. In 26 anni che alleno non sono mai stato cacciato, me ne sono sempre andato io”. Poi ci ha ripensato: “Mi ha fregato l’estetica, né la teoria né la pratica. Pellegrini era un presidente elegante, misurato nel linguaggio e comprensivo nei modi. Avevo intuito lo scetticismo dell’ambiente e allora ho tolto il disturbo”.

Luciano Spalletti (Afp)

Le dimissioni di Zeman non si contano e fanno testo solo relativamente, visto il personaggio sui generis. Così come quelle dell’appassionato e sfortunato Emiliano Mondonico, da Cremonese e Fiorentina. E anche quelle di Luciano Spalletti che, nel 2009, per dissapori con la società, lasciò la Roma, dopo 4 anni, con un contratto assicurato di altre 2 stagioni. Per poi rasentare le dimissioni ancora con la Roma e con l’Inter.

Edy Reja (Afp)

Quelle di Edy Reja dalla Lazio per i ripetuti dissapori col presidente Lotito, entrano nel guinness dei primati, perché due volte presentate e due volte respinte. Così come sono stati due i volontari addii di Marcello Lippi dalla panchina della Juventus: la prima, di orgoglio, nel 1999, dopo la sconfitta con il Parma nel chiudere un ciclo di dieci anni, la seconda di stanchezza, nel 2004. Due anni fa fece scalpore l’addio di Davide Nicola dal Crotone, forse per ingerenze del presidente, Gianni Vrenna: un fulmine a ciel sereno che sorprese per primi i giocatori.

Claudio Ranieri (Afp)

Oggi alla Roma, Di Francesco si assume tutte le responsabilità della figuraccia di Firenze ma non si dimette, il 20 febbraio 2011, dopo la sconfitta per 4-3 col Genoa, con la Roma che aveva chiuso il primo tempo per 3-0, Claudio Ranieri lasciò la panchina.

Il nuovo record europeo di pubblico per una partita di calcio femminile è stato stabilito in Spagna, dove mercoledì sera 48.121 spettatori hanno assistito al quarto di finale di Coppa della Regina tra Athletic Bilbao e Atletico Madrid, allo stadio San Mame’s.

La tradizionale rivalità tra i baschi e le squadre della capitale ha favorito un’affluenza da big match della Liga maschile, con l’impianto da 53.000 posti quasi esaurito.

Crescita lenta, ma crescita

Sono numeri a cui il calcio femminile si sta lentamente abituando, ma solo in occasione delle sfide più importanti o dei grandi tornei. Ai mondiali del 2015 in Canada la media è stata di 26.000 spettatori con la punta di 53.000 per la finale vinta dagli Usa sul Giappone.

In Italia, invece, superare le 10 mila presenze resta un miraggio: quando le azzurre si sono qualificate ai mondiali che si disputeranno del prossimo giugno in Francia, sugli spalti del Franchi di Firenze c’erano meno di settemila tifosi malgrado la voglia di riscatto per la fresca esclusione-choc dei maschi dopo lo spareggio perso con la Svezia. In media l’Italia femminile raccoglie tremila spettatori e nel campionato di serie A solo quest’anno si stanno sfiorando le mille presenze a partita.

La finale inglese che fa eccezione

In Europa la musica è diversa: a maggio a Wembley c’erano 45.000 tifosi per la finale di Fa Cup femminile vinta dal Chelsea sull’Arsenal. La media anche in Inghilterra resta bassina, un migliaio scarso, soprattutto dopo che il campionato è stato spostato dall’estate all’inverno, ricalcando quelli maschili. Le partite di cartello, perà, hanno sempre numeri importanti. Già prima che il calcio in rosa Oltremanica venisse messo al bando per mezzo secolo a partire dal 1921, si narra di una sfida al Goodison Park di Liverpool con 53.000 spettatori il giorno di Santo Stefano del 1920.

Ora qualcuno pensa di far giocare le squadre femminili negli stessi stadi della Premier League, in modo da abituare i tifosi a seguire i propri colori declinati al rosa anche a costo di avere inizialmente impianti semivuoti. Solo riempendo gli stadi e ‘fidelizzando’ il pubblico il calcio femminile potrà ottenere più fondi per la crescita di tutto il movimento.

Negli Stati Uniti, del resto, il calcio femminile ha già un seguito significativo e in costante crescita: nel 2018 la media registrata dalla National Women’s Soccer League (NWSL) è stata di 6.024 spettatori, seconda solo al basket per lo sport rosa d’oltre Oceano.
 

La Federazione gioco calcio decide di intervenire contro gli episodi di razzismo: il Consiglio federale ha deciso di modificare la procedura di sospensione temporanea delle partite.

In caso di cori razzisti, quindi, al primo episodio le squadre andranno al centro del campo, mentre se si verificherà un secondo episodio le squadre si recheranno negli spogliatoi.

Per quanto riguarda la sospensione del match, invece, l’autorità competente sarà sempre il responsabile per l’ordine pubblico. Questa decisione viene accolta con scetticismo dal ministro dell’Interno che, interrogato dai cronisti in Transatlantico, liquida la cosa così: “Facciamo la scala Richter dei ‘buu’, dai non facciamo ridere…”.

Diverso il parere del presidente della Federcalcio: “In questo modo abbiamo semplificato le procedure togliendo responsabilità ad arbitro e quarto uomo” ha spiegato Gravina “individuando nel delegato alla sicurezza e all’ispettore della Procura Federale il compito di segnalare eventuali cori razzisti. Abbiamo inoltre reintrodotto una serie di esimenti”.

Il presidente della Figc ha poi voluto spiegare che “l’ipotesi della sospensione è un danno di immagine per il calcio italiano e un danno per i tifosi per bene” e che “le responsabilità devono essere singole e non collettive”, ma al tempo stesso ha voluto ribadire che “va fatto qualcosa affinché il calcio per bene possa vincere, dobbiamo sovrastare quegli episodi con il tifo sano”.

Altra decisione importante presa dal Consiglio federale è sul prossimo campionato di Serie B. Il Consiglio Federale dà il via alla tanto attesa riforma dei campionati professionistici, attraverso la modifica degli art.49 e 50 delle NOIF con il quale dalla stagione 2019-2020 si fissa il numero minimo delle squadre partecipanti ai campionati di Serie A, B e C in 18, 18 e 40 e con una norma transitoria che per la prossima stagione prevede che il campionato di serie B sia articolato in un girone unico da 20 squadre, con una quinta promozione dal campionato di Lega Pro rispetto alle 4 già previste.
 

La notizia che Anthony Davis abbia deciso di non rinnovare il contratto con i New Orleans Pelicans è stata accolta con grande trepidazione da diverse città che ospitano una squadra NBA. Los Angeles e Boston su tutte. Il motivo è molto semplice. Quando parliamo del più importante campionato di pallacanestro al mondo, i nomi che ci vengono subito in mente sono quelli dei grandi tiratori e dei grandi realizzatori.

Giocatori come Stephen Curry, LeBron James, James Harden, Kevin Durant. Ma la storia, in quei parquet, è spesso stata scritta dai lunghi, quelli capaci di dominare sotto le plance o di modificare assetti di gioco e tatticismi. Non è un caso se, negli ultimi mesi, Golden State abbia deciso di mettere sotto contratto Cousins e Houston abbia rinforzato la sua panchina con Faried che affiancherà, sotto i tabelloni, lo svizzero Capela. Non è un caso quindi se per Davis, nelle ultime ore, si siano accesi i riflettori più forti e potenti della NBA. Diverse squadre, a cui manca un all star di quel tipo, potrebbero fare il definitivo salto di qualità e puntare, con rinnovate ambizioni, al titolo.

Ma chi è Anthony Davis?

Parliamo di uno dei migliori interpreti del ruolo. Monociglio come lo chiamano da questa e dall’altra parte dell’oceano per via di quella linea continua che gli sovrasta gli occhi, sembra un predestinato fin da adolescente. A quindici anni è alto 1.85, in pochi anni raggiunge i 2.08. A Chicago, dove è nato nel 1993, domina i campionati liceali (non proprio super competitivi) ma sono i numeri l’ultima sua stagione a Perspective a fare impressione: 32 punti, 22 rimbalzi e 8 stoppate a partita di media. Entra così nel mirino di diverse Università americane. Firma per Kentucky e vince la sua prima Final Four al primo tentativo. Quell’edizione si tiene proprio a New Orleans, quasi fosse destino. Senza giocare una partita NBA viene convocato dalla nazionale americana per le Olimpiadi di Londra e vince la medaglia d’oro.

È troppo forte per restare al college così nel 2012 decide di fare il salto al piano superiore. Al draft, la lotteria dove vengono scelti i giocatori, nessuno ha dubbi: scelta numero uno dei New Orleans Hornets (oggi Pelicans). Da allora sono passati cinque anni, con due apparizioni ai playoff, alcune soddisfazioni personali (Rookie dell’anno, partecipazioni all’All Star Game, elezione nel miglior quintetto dell’anno e del miglior quintetto difensivo dell’anno) ma pochissime di squadra. Ed è questo il motivo che ha spinto il nuovo agente a comunicare alla ESPN che Davis non avrebbe firmato l’estensione di contratto con New Orleans, città più devota al football e ai Saints che al basket, per cercare una squadra con cui lottare per l’anello. Questo tweet, insomma, potrebbe cambiare il futuro della NBA.

Agent Rich Paul has notified the New Orleans Pelicans that All-NBA forward Anthony Davis has no intention of signing a contract extension if and when presented and that he has requested a trade, Paul told ESPN on Monday.

— Adrian Wojnarowski (@wojespn)
28 gennaio 2019

Destinazione Lakers?

Ci sono molti indizi che portano verso la California e Los Angeles. L’agente di Davis, innanzitutto, è lo stesso di LeBron James e giocare con il nativo di Akron potrebbe convincere il lungo di Chicago a scegliere di restare nella Western Conference. I Lakers, inoltre, sono quelli che possono ingolosire di più la dirigenza di New Orleans mettendo sul piatto giovani di prospettiva come Kuzma, Hart e Ingram. Per questo proveranno a impostare uno scambio già ora, entro la scadenza del mercato fissato per il 7 febbraio. I Pelicans, però, potrebbero essere più propensi ad aspettare l’estate per valutare tutte le offerte che arriveranno sul tavolo (con il rischio però di perdere definitivamente il loro gioiello nel 2020 senza ottenere nulla in cambio).

The Lakers have “failed” if they don’t get Anthony Davis, according to Richard Jefferson. pic.twitter.com/j3rne37nKb

— Get Up (@GetUpESPN)
28 gennaio 2019

Destinazione Celtics?

Se le regole NBA (e il contratto di Kyrie Irving) impediscono a Boston di tentare l’assalto immediato a Davis, non è detto che alla fine non siano proprio i Celtics a spuntarla. L’ex compagno di vittorie di LeBron a Cleveland, insieme a una squadra di talento e alla prospettiva di dominare la Eastern Conference nei prossimi anni, potrebbe spingere il lungo ad accettare la corte del general manager Danny Ainge. Mentre i Pelicans hanno messo gli occhi su Jayson Tatum, Jaylen Brown, Marcus Smart. Giovani di grande prospettiva e talento, soprattutto il primo.

Le altre (s)trade

In questa lotta c’è sicuramente New York che, tra le contendenti a Davis, è quella che meno potrebbe garantire da subito una lotta per il titolo. Ma ha la possibilità di cedere ai Pelicans una prima scelta al draft che permetterebbe al club di decidere, in maniera autonoma, il prossimo artefice della futura ricostruzione. A dicembre c’era persino chi aveva ipotizzato l’arrivo ai Knicks di Davis e Durant la prossima estate. Scenari da fantabasket?. Molto probabile. Philadelphia, Clippers, Toronto e Denver, sono altre squadre che potrebbero fare un sondaggio per Davis ma appaiono molto lontane nelle preferenze del giocatore. L’unica cosa certa è che un terremoto sta per abbattersi sulla NBA. Bisogna solo aspettare per vedere se avverrà a febbraio o a luglio. 

“Non lavoro più con Wu Yibing, che ha sicuramente il diritto di avere un coach i cui punti di vista siano più in linea con quelli della madre”. Il tweet di Sven Groeneveld, allenatore doc di Ana Ivanovic e Maria Sharapova, e fino a l’altroieri del più promettente tennista cinese,  rilancia l’annoso dilemma dei genitori-coach, super coach, manager, sponsor, tutto, sicuramente ingombranti nella vita degli campioni di famiglia. Nello sport in generale, e ancor di più nel tennis. Dove la casistica è vastissima e con risultati alterni, ma è destinata ad ampliarsi sempre più.

Perché sport costoso, soprattutto agli inizi, che necessita dell’apporto della famiglia. A fronte di un investimento, anche di tempo, al buio, basato più su sensazioni e amore che su risultati inconvertibili, e comunque sempre in evoluzione nel tempo. Con le imprevedibili variabili di infortuni, amori, cali di passione errori di rotta tecnica.

Come raccontano anche i neo campioni Slam degli Australian Open del week-end: Naomi Osaka, con papà Francois, di Haiti, che ha trasferito la famiglia dal Giappone in Florida e, su ispirazione di papà Richard Williams, ha spinto le figlie a giocare a tennis, e Novak Djokovic, i cui genitori, Srdan e Dijana, che gestivano un fast food sulle piste di sci del monte Kopaonik , si sono fatti convincere sulle qualità tennistiche del figlio dall’ex pro jugoslava Jelena Gencic, trasferendo tutta la famiglia a Zagabria per affinar la tecnica del primogenito e investire ogni bene per pagargli la scuola di Niki Pilic a Monaco di Baviera.

Questi ragazzi sono stati aiutati, sollecitati, spinti o costretti, anche fisicamente? Il tennis è talento, certo, fisico e tecnico, ma è anche tanto lavoro, applicazione, dedizione, allenamento in campo e in palestra, e costanza, e continuità. Tutte parole indigeste, soprattutto in tenera età. Perciò, chi, meglio di un genitore, che spesso ha messo per primo la racchetta in mano ai figli a 3-4, può fargli sostenere sforzi così duri accompagnandoli nella crescita? Chi può farlo in assoluta e incontestabile buona fede?

Chi, nell’era di wikipedia, non è si sente legittimato ad accelerare e raffinare le proprie conoscenze, supportando, se non addirittura sostituendo, l’allenatore professionista? Se a questo aggiungi le legittime aspettative di genitori ex atleti che hanno già molte conoscenze ed esperienze dirette per accompagnare gli eredi nel percorso sportivo, ecco risolta l’equazione. Che ha segnato in modo positivo i più forti campioni di tennis.

Già all’alba del 900, papà Charles Lenglen ha allevato con durezza la sua Suzanne, come un maschiaccio e creando un mito indimenticabile del tennis: prima giocatrice non di lingua inglese a vincere Wimbledon, prima donna a servire dall’alto come un uomo, prima atleta imbattibile (o quasi). Senza la cieca ostinazione di Yuri Sharapov, sua figlia Masha sarebbe mai diventata la divina Maria del tennis ravvivando il sogno americano delle walkirie dell’Est europeo? S’imbarcò dalla Russia per la Nick Bollettieri Academy con 500 dollari in tasca per pura scommessa sulle qualità della figlia, soffocandola sicuramente, ad appena 7 anni, di responsabilità e doveri, ma fornendole tutte le armi per difendersi al meglio.

Certo, papà Jim Pierce, già con precedenti penali, ha ecceduto con la povera Marie, ma anche lei, abituata alle maniere forti, è riuscita a sfondare nel durissimo tennis. Così come Marion Bartoli col papà ex dentista che ha sperimentato su di lei macchine infernali, ma l’ha comunque aiutata a superare i suoi limiti psico-fisici, trasformandola in una campionessa Slam. E’ andata male alle altre figlie della disgregata Jugoslavia, Mirjana Lucic e Jelena Dokic, per via dei papà orchi, Marinko e Damir, ma era andata benissimo alle serbe Jelena Jankovic e Ana Ivanovic, sempre scortate da mammà, come alle russe Dementieva e Safina (e ancor meglio è andata al fratello, Marat).

Troppo bloccata dal tennis, Jennifer Capriati si perse nell’impatto con la vita reale, ma papà Stefano la portò a firmare tre Slam e a salire al numero 1 del mondo. Sulla scia del suo idolo, “la signora del tennis”, Chris Evert,  griffata anche lei da un super-papà, mastro Jim. Che, però, perse il derby dei genitori con mamma Gloria Connors, implacabile marcatrice del famoso mancino, Jimmy, anche lui pluridecorato Majors e re della classifica: senza di lei ci sarebbe stato il matrimonio con Chrissie, ma non ci sarebbe stato il vero Jimbo. E, comunque, se c’è stato un matrimonio fra due ex numeri 1, Steffi Graf ed Andre Agassi, c’è stato proprio perché Peter ed Emanoul sono stati estremamente intransigenti nell’allenamento. Fino al punto di farsi odiare, pur di raggiungere l’obiettivo. 

Senza la grinta e l’ostinazione di mamma Judy, Andy e Jamie Murray non sarebbero mai emersi dal loro paesino in Scozia per diventare numeri 1 del mondo, rispettivamente, di singolare e doppio. Per non parlare del geniale papà Richard Williams che ha inculcato a Venus e Serena principi tennistici, fisici ed esistenziali molto personali, ma anche straordinariamente vincenti.  

E se John Tomic non ha saputo instradare il suo Bernard, con una storia simile di immigrato in Australia,  Nicolaos Philipoussis , c’è riuscito con Mark, finché gli infortuni non ci hanno messo lo zampino. Avrà usato solo la suadente persuasione per trascinare tutti i giorni sul campo d’allenamento quel suo figlio bello come un dio greco? Sarà stato tutto rose e fiori il rapporto fra mamma Melanie e Martina Hingis, instradata da subito sulle orme della mitica Martina Navratilova, e capace di arrivare davvero nell’Olimpo del tennis?

Il povero papà Karolj faceva il vignettista, ma deve aver sollecitato parecchio la piccola Monica da quando aveva i cinque anni per farla trasformarla in quella micidiale macchina da guerra da fondocampo. Addirittura per un motivo che rimane oscuro nei dettagli ma era comunque dettato dalla eccessiva pressione, Justine Henin, ha interrotto i rapporti col padre, José, mentre la sua rivale belga, Kim Cljisters, ha avuto un rapporto idilliaco con l’ex calciatore delle Furie Rosse, Leo. Quanto sarà stata opprimente mamma Betty Chang col suo Michael, al quale confezionava i pasti solo lei, accompagnandolo dappertutto?

Insomma, la casistica è variegata. L’unico vero legame fra i campioni che sono emersi nel tennis sotto la evidente spinta di un genitore ha poi avuto un figlio d’alto livello. Ma i genitori non mollano: Piotr Wozniacki segue sempre la sua Caroline, Apostolos Tsitsipas  è la vera guida dell’ultimo fenomeno, Stepanos, Tessa Shapovalova marca sempre stretto il suo Denis (Shapovalov) anche a livello tecnico. Così come, fra le donne, Jelena Jakovleva fa con Jelena Jr Ostapenko.

Il tennis è specializzato in resurrezioni. Ma quella di Novak Djokovic passerà alla storia, con la doppia sottolineatura d’autore: settimo trionfo-record agli Australian Open (quindicesimo Major, a due tacche da Nadal, a cinque dal primatista Roger Federer), nella finale perfetta – 6-3 6-2 6-3 – contro Rafa Nadal.

Una sottolineatura che lo lancia all’assalto del Grande Slam, cioè il successo nei quattro maggiori tornei in un solo anno, a maggio, il Roland Garros  sulla terra di Parigi, a luglio, Wimbledon sull’erba di Londra, a settembre, gli Us Open sul cemento di New York.

Il campione di gomma

Come ha fatto il 31enne serbo, il campione di gomma, a risalire, a un anno dall’operazione chirurgica al gomito, quando appena sette mesi fa sembrava definitivamente svuotato del suo sacro fuoco, proprio nel torneo francese, dove nel 2016 aveva sfatato il tabù terra rossa, aggiungendo anche la gemma Roland Garros al diadema di trionfi, quand’era diventato l’ottavo della storia ad aggiudicarsi tutti i Majors, il terzo a detenere contemporaneamente tutte le corone e il primo tennista a mettersi in tasca 100 milioni di dollari di soli premi?

In realtà, per vincere finalmente anche Parigi, dopo tante delusioni, Novak aveva sacrificato molto, inclusa la vita privata, aveva tirato troppo la corda sia del fisico che della mente, e all’improvviso ne pagava il prezzo.

Perdeva già al terzo turno contro Querrey a Wimbledon, si arrendeva già all’esordio all’Olimpiade di Rio sia pur contro Del Potro, cedeva a Wawrinka nella finale degli Us Open, lasciava addirittura la corona di numero 1 del mondo nelle mani del “gemello” Andy Murray, quindi salutava il super-coach Boris Becker (che gli rimproverava qualche distrazione in allenamento). Che batteva subito, all’alba del 2017, a Doha, tanto per ribadire chi era veramente il più forte, anche se salutava gli Australian Open già nel secondo turno, sorpreso dal numero 117 del mondo, il veterano Denis Istomin, regalandogli il record di unico “over 100” dal quale sia stato eliminato negli Slam.

Una serie di scelte sbagliate

E, ad aprile, a Montecarlo, salutava ancor più clamorosamente coach Marjan Vajda, e tutto lo staff vincente, che gli avevano rimproverato la dieta alimentare troppo povera di carne rossa e quella filosofica col guru (Pepe Imaz). Con la terra rossa, e la prospettiva di difendere il titolo al Roland Garros, sembrava recuperato, con le semifinali di Madrid e la finale di Roma, e ancor di più con l’avvento del nuovo super-coach, Andre Agassi. Anche se i quarti a Parigi e quelli a Wimbledon, peraltro per ritiro quand’era sotto un set e un break contro Berdych facevano esplodere il caso-gomito. “Ne soffro da un anno e mezzo”. Con in scia il clamoroso stop per il resto della stagione.

Le delusioni di gennaio, col ko nel quarto turno degli Australian open per mano del campione delle Next Gen Finals under 21 di Milano, il coreano Chung Hyeon, lo convincevano alla fine del mese a ricorrere alla soluzione chirurgica al gomito. La scarsa fiducia in Agassi lo spingevano ad accelerare il rientro e quindi a chiudere il rapporto con l’ex punk di Las Vegas, il precedente primatista del più grande ritorno di un ex numero 1 in vetta alla classifica, e a riabbracciare il coach-mamma Vajda. Il ko con Marco Cecchinato nei quarti del Roland Garros lo inducevano a una vacanza con la moglie, da soli, passeggiate e scalate, in una destinazione emblematica: la montagna di Sainte Victoire. Una scalata personale decisiva, per Nole, dopo qualche incomprensione familiare e con due figli a casa da crescere.

Da lì in poi, Nole ha ritrovato la voglia di allenarsi e di dedicarsi come prima al tennis, ma soprattutto ha dato un calcio, magari nemmeno in modo figurato, al famoso “Pace ed amore” predicato dall’amico-guru  che gli aveva annacquato la proverbiale cattiveria agonistica. Al Queen’s, a giugno, è quindi tornato a superare un “top 5” dopo quasi diciotto mesi, Dimitrov nel secondo turno, pur cedendo in finale a Cilic dopo aver avuto match point.

Un corsa trionfale

E, da lì in poi, ha pigiato sul pedale dell’acceleratore senza più rialzare il piede, aggiudicandosi Wimbledon, Cincinnati, Us Open, Shanghai e fermandosi solo in finale a Parigi-Bercy e Masters. Una corsa trionfale, segnata fortemente dal 10-8 al quinto set in 5 ore 17 minuti contro Nadal nelle seconde più lunghe semifinali della storia di Wimbledon (dov’era partito da testa di serie numero 12), dal netto successo su Federer nella finale di Cincinnati e dal rientro al numero 1 del mondo, a Bercy, grazie alla rinuncia di Rafa per l’ennesimo infortunio.

Poi, quest’anno, dopo il ko con Bautista Agut nelle semifinali del torneo d’assaggio di Doha, Djokovic è tornato a vestire l’armatura di novello, invincibile, Achille nei grandi tornei. E, armato di senso dell’anticipo, gambe e geometrie impeccabili, ha scardinato qualsiasi sicurezza: dal qualificato Krueger all’attaccante di ritorno Tsonga, dal delizioso rovescio a una mano del rampante Shapovalov al potente Medvedev, dal sempre rotto Nishikori al recuperato Pouille, al solito Rafa. La cosa preoccupante per gli avversari è che sembra più forte e completo di prima. E ritrovare il suo punto debole sembra più complicato.