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Domenica Bechy Lynch la rossa sarà l’attrazione del Wrestlemania, uno dei Big Four, i quattro tornei più importanti del suo sport, come i Majors del tennis. Lo sanno tutti, e glielo ricorda lei già dal nomignolo, “The Man”, di cui s’è appropriata, forte dell’appoggio dei fans. Ha la faccia, le movenze e i capelli (tinti) di un diavolo, e recita al meglio da personaggio forte del suo sport, il WWE. Cioé la World Wrestling Federation, un’azienda dello spettacolo col fatturato superiore agli 800 milioni di dollari l’anno.

Vera, finta? Chissà. Anche “The Man”, soprattutto lei/lui, è in bilico fra realtà e finzione, pioniere della fulgida era al femminile di questo sport dell’eccesso, alla continua rincorsa di amicizie, litigi, tradimenti, vendette, per ammantare di umanità un irrefrenabile uragano di muscoli e violenza.

Prima di vincere, prima di diventare il campione arrogante che tutte le donne oppresse dagli uomini vorrebbero essere, e che forse tutti gli uomini vorrebbero avere (forse), Bechy Lynch ha scalato la hit parade della popolarità sui social ravvivando il ring con oggetti e parole, tante parole, tante storie, tanti racconti. Fino a diventare reale, per la gente, più di tanti colleghi, ed allineare 1.48 milioni di followers su Twitter e 3.4 su Instagram. Dopo due anni di clamorosi su e giù, fra sistematiche esclusioni nei match pay-per-view e sconfitte nella sua specialità, lo SmackDown, dove vanta il record di prima campionessa mondiale.

 

 

Oggi, è “The Man”, il personaggio forte, che gira il mondo da wrestler professionista esibendosi davanti a milioni di persone ululanti che chiedono di sfogarsi per interposta persona con calci, pugni, manate, salti addosso a piedi uniti, trascinamenti, strattonamenti, sradicamenti dal ring, e qualsiasi altra brutalità che provochi dolore, ferite, sangue. Ieri, “la rossa” è stata per due anni hostess di volo della Air Lingus, (ereditando il lavoro da mammà) e si è arrangiata come clown e personal trainer. Oggi, urla: “Tutti parlano ad alta voce, finché non arriva “The Man””, dopo aver steso qualcuno.

Lei e lo SmackDown hanno cancellato la lotta, anche se capita di rompersi la faccia, di stare con la testa eretta per non far colare il sangue e di dover saltare qualche puntata perché i medici proprio non se la sentono di dare il nulla osta. Ieri, quindicenne, viveva in Irlanda, e mentiva sull’età per poter imparare l’arte della sopravvivenza alla Balor Academy, insieme al fratello maggiore, che sarebbe diventato “Gonzo de Monzo”. La sua prima evoluzione è transitata per NXT, la tv del wrestling, dove il suo visino ha bucato lo schermo. E, da Rebecca Quin, ha abbracciato il nome d’arte di Becky Lynch, ha cominciato a viaggiare per il mondo, più di tutti gli altri girovaghi del wrestling, contribuendo alla popolarità e ai successi del suo sport, anche nel Regno Unito.

Al curriculum ha aggiunto l’attività di stunt woman e di attrice, con qualche puntatina anche ad Hollywood – avete presente il film The marine 6- Close Quarters e la serie tv “Vikings”? -, una laura in recitazione al Dublin Institute of Technology e un periodo al Columbia College di Chicago, gli studi in Giurisprudenza, la fuga in Canada. Anche perché per sette anni, dal settembre 2006, non è salita sul ring per un brutto infortunio che sembrava averle danneggiato l’ottavo nervo cranico.

Ma, nel 2015, ha rilanciato la sfida a uno sport così maschilista con l’esibizione Bella Twins on Raw che s’è trasformato nell’hashtag #DiveDivasAChanche e in un massiccio rilancio su NXT. Con vistoso aumento di sceneggiate ideali per il business, e quindi faide, scuse, finte scuse, assalti scorretti, colpi mirati per acuire gli infortuni, vittorie e sconfitte che si susseguono come le sigle e le categorie.

Fino all’acme, il 28 ottobre, con la difesa del titolo contro Charlotte Flair nell’enfatizzato “Last Women Standing Match” che è stato giudicato dalla critica il miglior match femminile della storia della WWE. E quindi l’occasione giusta per diventare “The Man. Non male per la ragazzotta di Limerick, alta appena 1.68 per 61 chili, che viaggia a una media di 700mila dollari l’anno, un fidanzato ufficiale, Luka Sanders, un artista, non certo un wrestler, che la vezzeggia regalandole i suoi fiori preferiti. Ovviamente, rose.

Dica 33. Trentatré tornei pro diversi e altrettanti vincitori in questo tennis sempre più globale e difficile. La numero 33 fa ancor più scalpore: è aborigena, figlia di quella etnia oppressa, condannata e sofferta dall’Australia. Ashley Barty, Ash per tutti, piccola, paffutella, allegra ragazza dal braccio d’oro che firma il torneo di Miami stroncando col fioretto la picchiatrice Karolina Pliskova, ha fatto quindi due volte più fatica per emergere. E aggiungere un’altra pietra miliare alla storia nella storia dopo la pioniera Evonne Goolagong, ex numero 1 del mondo anni 70 con 7 Slam di singolare, 6 di doppio e uno di misto. Che è la sua mentore, l’idolo, la stella cometa. Come atleta e come aborigena: 
“La mia eredità è molto importante per me. Ho sempre avuto la carnagione olivastra e il naso schiacciato, e penso che sia importante fare il meglio che posso per essere un buon modello per tutti, in particolare per i giovani e ancor di più per i tanti ragazzi aborigeni che hanno enormi potenziali atletiche”.  

Non sono tanti gli aborigeni, parliamo di 650,000 persone, quanto gli abitanti di Macao, dispersi ai margini delle città, senza infrastrutture, coi più giovani che inseguono al massimo un pallone.

Ash, 23 anni il 24 aprile, alta appena 1.66 in un tennis sempre più dominato da virago, ha dalla sua il talento naturale, sia fisico che tecnico, il famoso rapporto ideale occhio-palla, ma in meno ha talmente tanti fattori che tutti le vogliono bene e le riconoscono i miracolosi risultati. Papà Robert – l’unico ex atleta di famiglia, da ex golfista – le ha trasmesso qualche problemino psichico: “Sono ossessivo compulsivo. Sono maniaco depresso. Sono bipolare. Sono in terapia e sarò in cura per tutta la vita, ma vivo una vita meravigliosa”.

Per allontanare “la nuvola pesante” che aleggia sulla sua testa, Ash l’introiversa ha lavorato tanto con una zia, medico, ha fatto tanta meditazione, si è guardata tanto dentro: “Ricordo che la maggior parte delle sedute finiva in lacrime, e poi uscivo sentendomi un milione di volte meglio”.

Ha assunto farmaci per la depressione per quasi due anni, ha imparato a sopportare il grande successo, per lei così piccola e inesperta, sin dal titolo juniores a Wimbledon ad appena 15 anni. Brava, molto brava, non riusciva però ad esprimersi compiutamente in singolare, legandosi al gioco di squadra, al doppio con l’adorata Casey Dellacqua con la quale, nel 2013, ha raggiunto la finale di Australian Open e Wimbledon. Ma, frustrata dai tanti sforzi che non portavano a risultati commisurati, delusa dalla classifica di singolare che la relegava fra le top 200 (n. 184). Ha lasciato il tennis per rifugiarsi nel cricket, la sua prima grande passione sportiva.

Ma, dopo 18 mesi di oblìo, pur distinguendosi nei Brisbane Heat della Bash League e sfiorando la convocazione in nazionale, è tornata al tennis. Con le sue manie: non usa mai un asciugamano nel primo gioco, non beve un sorso d’acqua al primo cambio-campo, usa sempre un’altra racchetta con le palle nuove, la sua borsa da tennis è sempre imballata e disfatta nello stesso ordine, e nessuno può metterci dentro il naso. Ma, stavolta, ha cominciato a correre anche da pro, a modo suo.

Non ha chiesto la classifica protetta che spetta a chi rientra da infortunio. “Avevo solo in testa il mio processo mentale, ero uscita dal tennis perché dovevo, perché mi sentivo finita ma non avevo buttato via, perché sentivo che il tennis avrebbe sempre fatto parte della mia vita, ma dovevo separarmene totalmente per riprendere ad amarlo”. Tornando, a maggio del 2016, senza classifica, nel 50 mila dollari di Eastbourne, Aegon, ha scelto di ripartire dal basso, giocando anche undici partite in nove giorni, ma convincendosi sempre di più, dentro di sé, che davvero voleva vivere quella avventura: “Sentivo che lottavo per ogni punto della classifica, senza aiutarmi con le wild-card, perché credo che la classifica rifletta quello che vali veramente. E così, guadagnandomi i miei progressi, ho creduto sempre più in me stessa”. 

Così, nel 2017 ha aggiunto la finale del Roland Garros al suo curriculum di gran doppista e l’anno scorso ha interrotto il tabù conquistando il primo Slam, agli Us Open, e firmando i primi due titoli di singolare. A gennaio, poi, si è  aggiudicata il primo titolo importante, a Sydney, dominando la numero 1, Halep, e a Melbourne, è diventata la prima australiana ad arrivare nei quarti da Jelena Dokic nello Slam di casa, sostenendo sulle spalle tutte le aspettative possibili moltiplicate al quadrato per la sua storia, il tormentato addio, il rientro e l’essere aborigena.

“Ho cominciato a capire meglio le cose fuori dal campo, come posso godermi di più tutto, come posso convivere con la sconfitta dopo essermi data totalmente come faccio io in allenamento come in partita”. La ripartenza per lei è: “Tennis 2.0”. Con tre titoli, la scalata al numero 15 del mondo: “Sono una persona migliore, posso solo ringraziare questo break che mi sono presa. E’ stato vitale. Sapevo che quella era la strada per essere felice, e comunque mi ero tenuta la porta aperta”.

Come premio ecco il successo di Miami, battendo Pliskova e coronando il sogno delle top “ten”, da numero 9 del mondo. Coi complimenti di tutti, a cominciare da Rod Laver, il mito del tennis mondiale e ancor più australiano. Con quel servizio magico, mille soluzioni di dritto, mille cambi di ritmo e la capacità di far gioco che possono solo far innamorare di un tennis diverso, classico, e insieme moderno. Alla ricerca del tempo perduto, quello di 60 mila anni fa, in un’isola che si sarebbe chiamata Australia.  

Lo avevamo detto in occasione dell’addio di Giuseppe Marotta: la rotta della Juventus di Andrea Agnelli è tracciata. Il club vuole ottenere una dimensione internazionale a livello di brand al fine di colmare definitivamente il gap economico con colossi quali Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Manchester City, Bayern Monaco. Detto altrimenti, la Juve punta ad aumentare i ricavi per vincere in Champions e contemporaneamente punta a vincere in Champions per aumentare i ricavi, ricreando in grande quel circolo virtuoso già sperimentato in occasione dello scudetto 2012.

Segnale forte di questa strategia è stato l’ingaggio di Cristiano Ronaldo, l’uomo a cui Agnelli si è affidato per allargare il valore del marchio Juventus sia a livello economico sia sportivo. Sul campo Ronaldo ha trascinato con una tripletta la Juve ai quarti di Champions, ma il percorso di crescita del marchio non necessita solo dei risultati sportivi.

Ricavi e Borsa

Il bilancio bianconero del primo semestre 2018-19 è stato pubblicato il 28 febbraio 2019, a cavallo tra la gara d’andata degli ottavi di UEFA Champions League persa al Wanda Metropolitano e quella di ritorno vinta a Torino. Il bilancio annuale di giugno 2019 si prevede in perdita e la portata della perdita verrà sostanzialmente decisa dal cammino in Champions della squadra di Allegri. A febbraio 2019, comunque, il bilancio della Juve è leggermente in attivo di 7,5 milioni: dodici mesi fa era in attivo di 43,3 (-83%).

In ogni caso, rispetto a dodici mesi fa ad aumentare sono i ricavi, +13,6% rispetto a febbraio 2018. Andando a vedere le varie voci, si notano percentuali di aumento quasi ovunque. Legittimo pensare che l’aumento di introiti derivanti da prodotti di merchandising e licenze, sponsorizzazioni, biglietti e abbonamenti e valori dei diritti tv siano diretta conseguenza dell’investimento legato a Cristiano Ronaldo.

 

 

Ronaldo non ha trascinato la Juventus soltanto sul campo e in queste voci di bilancio. Se andiamo a vedere lo storico delle azioni di Juventus FC S.p.A. nell’ultimo mese tra andata e ritorno degli ottavi, notiamo come la tripletta di CR7 contro i Colchoneros abbia riportato le azioni bianconere sui valori che possedevano prima della disfatta di Madrid del 20 febbraio.

 

 

Una Champions da più di 100 milioni

Inoltre, la vittoria sull’Atletico Madrid ha garantito alla Juventus un introito europeo – incassi da stadio esclusi – di 94,28 milioni di euro tra premi e bonus.

 

 

Se a questa cifra aggiungiamo i soldi derivanti dalle quattro partite casalinghe tra girone e quarti possiamo affermare che finora l’UCL ha fruttato ai bianconeri ben più di 100 milioni di euro. Un tesoretto reso ancora più rotondo dalle eliminazioni di Inter, Napoli e Roma che hanno consentito alla Juve si allargare la fetta di incasso derivante dal market pool variabile.

Ora la doppia sfida con l’Ajax vale ancora di più: 12 milioni di solo approdo alla fase successiva, più circa 5 milioni di incasso derivante dai biglietti dello Stadium per l’eventuale semifinale in casa di maggio e un milione in più per via di una fetta sempre più ampia di market pool variabile. Totale 18 milioni: ecco quanto vale per i bianconeri battere i Lancieri di Amsterdam. Un gruzzolo che, sommato ai 120 già sicuri, porterebbe a circa 140 milioni il valore della campagna europea 2018-19. 

Sponsorizzazioni e plusvalenze

La corsa di Juventus FC verso una dimensione internazionale non passa solo dai risultati – che sono conditio sine qua non – ma necessita di una crescita del brand. Come abbiamo visto nel grafico sui ricavi, incrementi determinanti arrivano dalle partnership e dai marchi che si legano alla squadra. Lo sponsor tecnico Adidas ha riconosciuto alla Juve un bonus di 15 milioni incassati dalla squadra torinese a dicembre 2018. Inoltre, il colosso tedesco ha prolungato il legame in essere con Juventus FC garantendo ai bianconeri un introito di 51 milioni a stagione da giugno 2019 al giugno 2027, di fatto raddoppiando l’accordo oggi in vigore che è di 23,25 milioni a stagione.

 

 

Un aumento sostanziale, che testimonia la crescita di appeal del marchio, ma che ancora è ben lontano dagli accordi ben più remunerativi che Adidas ha, per esempio, con Real Madrid e Manchester United. Gli spagnoli incassano dal marchio delle Tre Strisce 110 milioni annui, gli inglesi addirittura 128. Anche il Bayern Monaco incassa ben di più dei bianconeri: 90 i milioni annui che Adidas versa nelle casse dei bavaresi. Il grafico sopra mostra come la squadra bianconera, leader indiscussa in Italia, sia ancora piuttosto indietro rispetto alle big d’Europa. Il Barcellona, per esempio, incassa all’anno cento milioni in più.

Un’altra strategia attuata da Juventus per cercare di contenere il probabile debito di fine esercizio 2018-19 è legata alle plusvalenze. Nel calciomercato 2018-19, diviso in due fasi – estiva e invernale – la Juve riporta plusvalenze per 43,7 milioni riferiti all’estate e 36,8 riferiti al mercato di gennaio, nel quale i bianconeri hanno ceduto ad alte cifre i calciatori Emil Audero (alla Sampdoria), Alberto Cerri (al Cagliari) e Stefano Sturaro (al Genoa). 

L’indebitamento finanziario e il bond

Spessore internazionale e vittorie europee hanno un prezzo da pagare in termini di investimenti. La Juventus ha scelto di farne – Ronaldo, ma prima anche lo Stadium e le infrastrutture della Continassa – ma ovviamente sui conti queste spese si fanno sentire. Il bilancio 2018 era in rosso e, come detto, in rosso sarà anche il prossimo. Di quanto lo deciderà solo il campo.

L’indebitamento finanziario netto, tra giugno 2017 e giugno 2018 (quindi prima dell’acquisto di Ronaldo), è quasi raddoppiato. In base all’ultimo bilancio semestrale, a oggi questo valore si attesta a 384 milioni: in sei mesi è aumentato di 74 milioni. Il dato non è di per sé allarmante, se si considera che secondo le regole UEFA del Fair Play Finanziario è consentito un indebitamento finanziario netto in rapporto uno a uno con il fatturato: per cui, la Juventus dovrebbe ancora rientrare tranquillamente in questo parametro, visto che il club torinese si aspetta per giugno 2019 un fatturato superiore al mezzo miliardo di euro.

Inoltre, a febbraio la Juventus ha ufficializzato l’emissione di un prestito obbligazionario di 175 milioni, con cedola fissa annua pari a 3,375%, con scadenza al 19 febbraio 2024 e riservato a investitori qualificati. In un comunicato stampa, Juventus precisa che “l’emissione ha lo scopo di dotare la Società di risorse finanziarie per la propria attività ottimizzando la struttura e la scadenza del debito”.

La strategia quindi appare abbastanza chiara su questo versante: la Juventus non ha paura del debito poiché nell’immediato cerca di ripianare il debito attraverso un altro tipo di debito. Allo stesso tempo, Juventus spera che a risolvere in maniera più strutturale i problemi di bilancio ci pensi nel medio termine un aumento corposo del fatturato (atteso sui 6-700 milioni nei prossimi anni). In questo senso, i risultati del campo mantengono un’importanza cruciale per Juventus: da un lato per i lauti premi in denaro, dall’altro per l’aumento di appeal del marchio capace di renderlo club riconosciuto a livello internazionale, vera e propria sfida per Juventus FC negli anni a venire.

L’esecutivo del Comitato olimpico internazionale ha accettato la proposta della commissione del programma olimpico per i Giochi di Parigi 2024 e ha così ammesso “provvisoriamente” 4 nuove discipline sportive, tra le quali spicca il breakdancing (danza sportiva in Italia definita col termine improprio di ‘breakdance‘, ma ormai di accezione comune anche grazie al film del 1984 di Joel Silberg, con Lucinda Dickey e Adolfo Quinones).

“La decisione finale dovrebbe essere presa solo alla fine del 2020”, ha precisato il presidente del Cio Thomas Bach. E così il Toprock, il Powermove, il Freeze o il Suicide, tecniche che hanno reso celebre questo tipo di danza, identificativa della cultura hip hop, presto potrebbero diventare termini noti a tutti.

La breakdance è una danza di strada creata dai teenager afro e latino-americani del Bronx di New York che prendevano parte alle feste organizzate nel 1972 dal dj giamaicano Kool Herc, il quale definì per la prima volta le persone che ballavano durante gli assoli di percussione come b-boy e b-girl (ovvero “breaks boy/breaks girl”).

Sette ragazzi negli Anni ‘70

La nascita della breakdance, le cui origini sono incerte, si fanno risalire però alla fine degli anni Settanta, quando i giovani del South Bronx cominciarono ad includere nella danza movimenti “in piedi” e “a terra” senza seguire alcuna struttura, ispirandosi alla musica funk e ad artisti come James Brown.

Il docu-film del 2001 ‘The Freshest Kids‘ identifica i primi b-boy della storia in Klark Kent, The Amazing Bobo, James Bonf, Sau Sau, Tricksy, El Dorado Mike e The Nigga Twins.

I sette giovani coniugarono al proprio modo di ballare la rabbia e la violenza tipica del Bronx di quegli anni, flagellato da guerriglie tra gang che causavano centinaia di morti, soprattutto tra i giovani e le minoranze. All’inizio questo tipo di danza era considerato una “cosa da neri”, soprattutto perché la maggior parte degli ispiratori erano di colore, ma fu la trasmissione televisiva Soul Brain a continuare ad influenzare la breakdance, dando visibilità a moltissimi artisti e ballerini.

Tra le personalità che più hanno contribuito alla nascita dei b-boy spiccano James Brown, Sammy Davis Jr., Michael Jackson, Nicholas Brothers e il pugile Muhammad Ali. Gli stili di ballo della fancy dance e della salsa, i film di kung fu anni Settanta e la ginnastica artistica sono altri elementi che hanno contribuito alla nascita della breakdance.

Nel 1975, il dj portoricano Charlie Chase portò alla ribalta lo stile latino che influenzò la danza di strada con mosse tipiche della salsa e della capoeira, da cui derivano passi tipici quali il six step ed il track.

Negli anni Ottanta il gruppo di breakdancer Rock Steady Crew, composta dai b-boy Jimmy Lee e Jimmy Dee cominciò a reclutare nuovi ballerini dalla zona di Manhattan, come Ken Swift, Mr. Freeze e Lil Crazy Legs, e questo stimolò la nascita di nuovi gruppi, come i Dynamic Rockers. Questi ultimi furono i protagonisti della sfida contro i Rock Steady al Lincoln Center di New York nel 1981: si tratta della prima sfida di breakdance ad essere trasmessa via etere dalla ABC.

Un’altra città importante per la cultura di questa disciplina è Los Angeles, la quale non solo sviluppò la pratica delle powermove, che prevedono la rotazione attorno a una parte del corpo o la ripetizione veloce di una mossa, ma fu anche scenario di due film iconici, ‘Breakin‘ (1984) e ‘Breakin 2: Electric Boogaloo‘ (1985).

Flashdance sul Tevere

Dopo un periodo di calma negli anni Novanta, nel nuovo millennio le danze hip hop sono tornate alla ribalta in tutto il mondo e per gli appassionati di breakdance il punto di riferimento internazionale è il sito web Bboyworld.com.

Questo tipo di danza è cresciuto a dismisura anche fuori dai confini statunitensi, come in Germania, Francia, Sud Corea e Russia. In Italia la breakdance divenne popolare soprattutto grazie a ‘Flashdance’, il film del 1983 diretto da Adrian Lyne, ma fondamentale fu il sostegno di centri sociali come i romani Snia e Forte Prenestino e i bolognesi Livello 54 e Isola nel Kantiere.

I nomi principali della “vecchia scuola” italiana sono Crash Kid (Massimo Colonna) di Roma, Maurizio “The NextOne” Cannavò di Torino, Carlo “DC Ace” di Pesaro, Scacio di Mantova, Luca “Led” Miniati di Firenze, Emilio e Marcella di Genova, Davide “Kid Head” di La Spezia, Roberto “PapaB” di La Spezia, Marco Sala di Ortona, Andrea “Tim” Di Antonio e Simone “Serio” Festelli di Roma e Snorky di Savona.

Gli Street Elite Genova, composti da Bboy Emilio, Bboy Giorgio, Corrado, Falcon e Roby Fastbreak, furono tra i primi gruppi italiani di spicco di breakdance verso la fine degli anni Ottanta. Negli anni Novanta, invece, nacque Battle of the Year (Boty), ovvero il contest di breakdance più famoso al mondo, vinto nel 1991 da Maurizio ed Emilio (crew Battle Squad) e nel 1995 da Kid Head e Crash Kid (crew The Family).

Dal 2003 esiste anche un contest italiano (Battle of the Year Italia) disputatosi sempre a Roma fino al 2014, quando si è spostato a Milano.

Tra i contest più famosi, che prevedono premi di portata internazionale, i più importanti sono Redbull BC One, Battle of the Year, UK B-Boy Championship, Circle Kingz, Freestyle session, The Notorious IBE, R-16, Born to the Floor, Chelles Pro Battle, Fluido Jam (Italia), International Bboy Games (Italia) e Hip Hop Connection (Italia).

In questi anni, luoghi pubblici come il Teatro Regio di Torino, il muretto a Milano, i portici di fronte al Longines in Piazza Piccapietra a Genova e la Galleria Colonna di Roma sono diventati punti di ritrovo per allenamenti e battaglie di b-boy italiani.

Nella Capitale, altri luoghi sono diventati centrali nella scena della breakdance, come il sottopassaggio di viale Regina Margherita, i portici di piazza San Giovanni Bosco, L’Air Terminal di Garbatella e il Foro dello Stadio Olimpico. Nel nuovo millennio, la scena italiana è stata animata da diversi festival organizzati autonomamente, come come B-boy Event, Hip Hop Connection e il già citato Battle of the Year Italia.

Le crew italiane

Tra le crew italiane in attività più rappresentative a livello nazionale e internazionale spicca la Break The Funk, quarta al Battle Of The Year International del 2004, l’Urban Force, primo gruppo italiano ad essere invitato ad un contest internazionale (l’Evolution ad Atlanta), Last Alive, Passo Sul Tempo, Todabeat, Funkobotz, Free Stepz, Raw Muzzles, The Fameja, Gunslingerz, Funk Warriorz, Bari Got Flava, De Klan, Urban Force, Wired Monkeys,Break Fast Team, Bandits, Ormus Force, Fusion, Natural Force, License To Chill, Know How Crew e Prisoners.

Le crew della “nuova scuola” che stanno dominando la scena negli ultimi anni sono Gamblers (Corea del Sud), Style Elements (Stati Uniti), Pokémon (Francia), Killafornia (Stati Uniti) e Rivers (Corea del sud).

Tra i b-boy più famosi del momento ricordiamo Adam Sevani, Phisicx, Cico, Taisuke, Lilou, Kid david, Hong 10, Keyz, Wing, Menno, Vicious Victor e Lilzoo. Tra gli italiani, invece, i nomi più importanti sono quelli di Mowgly, Kacyo, Noccio, Movycube, Boogie, Ibra, Paco, Imad Bk, Naz, Kaneki, Cibils, Elia, Kenjy, Lele, Goodcat, Snap, Bad Matty e Lexy.

Originariamente la breakdance si svolgeva solamente nei cosiddetti ‘cypher‘, ovvero cerchi di persone dove i b-boy si alternano per eseguire una sessione di ballo: all’interno del ‘cypher’ può nascere una sfida individuale o di gruppo (in gergo “battle”). Elementi essenziali per la buona riuscita di una performance sono poi il flow, ovvero il livello di padronanza nell’esecuzione dei passi in relazione al fattore espressivo, e l’attitude, ovvero l’atteggiamento e la fiducia di sé che indicano come un b-boy stia vivendo personalmente la propria sessione.

Per molti appassionati, la breakdance è un vero e proprio stile di vita e anche l’abbigliamento gioca la sua parte: capi con loghi e scritte simboleggianti la crew di appartenenza, cappelli a visiera o cuffie, magliette sportive, scarpe da ginnastica e tute di nylon.

Oltre a marchi quali Ecko Unlimited, Dickies, Tribal, Rocawear e Enyce, anche Adidas, Nike e Puma hanno segnato la storia della breakdance fornendo capi d’abbigliamento utilizzati dai b-boy di tutto il mondo.

Recentemente gli appassionati di questo tipo di danza hanno cominciato a reinterpretare il proprio stile, sfoggiandone anche altri più personali.

La breakdance è una disciplina a metà strada tra il ballo, in quanto strumento di relazioni sociali, e la danza, poiché implica in ogni caso molto studio e un duro allenamento.

Sulla proposta di edificare un nuovo stadio di calcio a Milano demolendo San Siro, la cui ristrutturazione costerebbe più della costruzione di una struttura ex novo “è importante che le due società” sportive della città Inter e Milan, che “stanno lavorando assieme, arrivino presto con una proposta concreta”. A dirlo è il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Possibilista dunque il primo cittadino rispetto alla demolizione dello storico stadio italiano: “Tutte le proposte sono legittime, a me la cosa che interessa è che sia chiara la posizione mia e dell’amministrazione: io preferirei che lavorassero sull’esistente, però se, nel rispetto delle regole, le società proponessero un nuovo stadio, non potremmo che esaminarlo, lasciando da parte la fede calcistica e le emozioni che ognuno di noi può avere”.

Sui lavori di demolizione il Comune non può “perderci soldi” ha però precisato.

Le condizioni di Sala

Quanto alla proprietà dell’eventuale nuovo edificio “bisogna trovare una formula perché sia di proprietà del Comune, con una concessione a lunghissimo termine”: Palazzo Marino, ad avviso del sindaco, non può “non avere uno nuovo stadio di proprietà”.

Come spiega Sala, se saranno le squadre a costruire il nuovo stadio, bisognerà trovare una formula per la quale sarebbe poi come il Comune a mantenere la proprietà della struttura.

“Se si ripristina San Siro saremmo disponibilissimi ad una concessione di lungo termine – ha precisato il sindaco – se invece si fa un nuovo stadio il punto è che bisogna trovare una formula per assegnarlo alla proprietà del Comune. Sono cose risolvibili ma alla base c’è la sostenibilità dell’operazione”.

Secondo il primo cittadino milanese bisogna poi rispettare le regole stabilite dal piano di governo del territorio: “È anche evidente che l’operazione stadio in sé se non è supportata da uno sviluppo usando le cubature che il Pgt insegna non sta in piedi”.

Rispetto a queste regole dovranno poi elaborare le loro proposte al Comune le due squadre, sebbene “non c’è ancora un appuntamento” per l’incontro. Quello su cui però insiste il sindaco è la velocità con cui avere sul tavolo le proposte: “Chiedo appena possibile di sapere, perché la cosa peggiore è scatenare un dibattito cittadino senza che anche noi abbiamo gli elementi per capire che cosa si vuole fare”. La “valutazione economico-finanziaria” che Inter e Milan stanno facendo per la costruzione del nuovo edificio, secondo Sala, potrebbe raggiungere la cifra “di 500 o 600 milioni”, bisogna invece “capire quanto costa il ripristino” del Meazza “e come gestire la preoccupazione” dei team, ovvero “giocare uno o due campionati con i lavori in corso”.

Dal punto di vista affettivo il sindaco ammette: “Ho espresso sempre la mia preferenza per lavorare su San Siro, però se nel rispetto delle regole urbanistiche decideranno di proporre un nuovo stadio, noi non potremmo non considerarlo”. Passata ormai l’ipotesi dei due grandi centri sportivi: “L’ipotesi di due stadi è giustamente tramontata – ha concluso -. Se c’è un caso positivo come questo di due società che trovano il consenso per lavorare assieme penso che sia meglio”. 

Intanto l’Italia pare rimasta indietro, anche nelle infrastrutture sportive, anche nel ricco calcio.

Non solo a Russia, Inghilterra, Francia, Spagna e Germania ma anche alla Polonia e alla Turchia.

Chi ha già costruito

Fra le nazioni europee che investono sul futuro del calcio, e quindi sugli stadi, l’Italia non compare nelle prime dieci della classifica: rispondono all’appello soltanto tre impianti nuovi, l’Allianz Stadium della Juventus (costato 155 milioni di euro nel 2011), la Dacia Arena dell’Udinese (ricreato sull’ex Friuli con un investimento di 30 milioni) e il Benito Stirpe di Frosinone (20 milioni).

Così, i mancati ricavi che si accumulano e, parallelamente, la nostra immagine scema, davanti ai 159 stadi nati invece nel resto d’Europa.

Con un’età media degli impianti di 63 anni, con appena otto di Serie A con copertura totale degli spalti, e quindi un calo di presenze – legato anche alla super-offerta tv e al caro prezzi – che secondo la Figc è pari al 54%, contro il 90% dei due campionati guida, inglese e tedesco.

Le altre realtà? Sassuolo ed Atalanta si sono comprate lo stadio, lo hanno migliorato, ma non lo hanno rifatto nuovo.

La Roma e, soprattutto Roma, si dibattono nelle nuove disavventure giudiziarie, dopo i sei anni che erano stati necessari per portare avanti il progetto, a Tor di Valle, di un impianto da 53 mila posti (17 mila in meno rispetto all’Olimpico) ma all’avanguardia.

Milano sta gettando nello sconcerto gran parte della tifoseria di Inter e Milan: un investimento di 600 milioni per uno stadio tutto nuovo, al posto dell’attuale San Siro, varato nel 1926 dal presidente dell’epoca Piero Pirelli, che verrebbe demolito a spese delle due società, in concessione per 99 anni dell’impianto.

Verrebbe edificato in 4/5 anni sull’area comunale degli attuali parcheggi, avrebbe 60 mila posti, meno degli attuali 80 mila, ma con visuale migliore. Prato e primo anello verrebbero interrati. M

a la gente, davanti alla proposta lanciata dal Milan, si chiede: perché non ristrutturare il mitico Meazza, la Scala del calcio, se non per una nuova, mastodontica, speculazione edilizia?

Chi sta costruendo

Cagliari è vicina alla costruzione del nuovo stadio, al posto del vecchio Sant’Elia, in demolizione.

La conferenza di servizi ha dato il via libera alla modifica del progetto preliminare, superando le riserve sollevate a dicembre dai Vigili del fuoco, la capienza complessiva dell’impianto sale a 25 mila 200 spettatori (con la possibilità di estendere a 30 mila il numero di posti disponibili).

L’investimento è di 60 milioni di euro (divisi Regione, Comune, Cagliari Calcio, impresa di costruzione, finanziamenti bancari), la super firma è di David Manica (progettista del Nou Camp di Barcellona), la struttura conterrà spazi commerciali e un albergo di lusso con 72 camere con vista mare, campo da gioco e città vecchia, trasformabili in uffici, e una passerella che colleghi lo stadio col Parco degli Anelli, appena realizzato.

A dicembre è stata consegnata la documentazione completa insieme alla Pessina Costruzioni, e l’amministrazione del comune di Empoli ha inizia l’esame delle carte.

La sindaca Brenda Barnini ha dichiarato: “Ora c’è la certezza che la società azzurra voglia proporre alla città questa sfida non solo sportiva”. L’accordo tra l’Empoli Football Club e la Pessina Costruzioni prevede la riqualificazione dello stadio “Carlo Castellani, per primo stadio realizzato in project financing (partenariato pubblico-privato.

Sorgeranno attività commerciali, la capienza complessiva dell’impianto sarebbe di 20.000 posti, per un costo di 30 milioni.

Il sogno dei Della Valle

Sul progetto nuovo-stadio, la Fiorentina è partita addirittura nel settembre 2008. I Della Valle si impegnavano a finanziarlo, sognando in tre anni uno stadio bellissimo e polifunzionale, con tanto di “Cittadella viola”, cioè un centro commerciale, un hotel ed un parco a tema calcistico. Ma ci si è arenati sull’area destinata all’impresa, 70-90 ettari nell’area di Castello (a nord della città). Ora, il Comune ha approvato la delibera per spostare la Mercafir nell’area di Castello, liberando quindi l’area dei Mercati Generali, non prima del 2023. Ma, da parte della Fiorentina, sono appena sorte nuove perplessità sulla capienza dell’impianto. E si vorrebbe scendere dai 40 mila posti sotto i 35 mila.

Proposta che non trova d’accordo il sindaco Dario Nardella: «Sarebbe un errore». Ma conferma forse la minor attenzione dei Della Valle verso il calcio e la squadra e quindi la tendenza a un taglio dell’investimento, da 140 a 110 milioni di euro (il progetto complessivo è intorno ai 500).

Infine il Venezia promette l’inizio dei lavori all’alba del 2012 per dar vita per la stagione 1923-24 al nuovo stadio, in terraferma, dietro l’aeroporto di Tessera, così nessuno più dovrà ripescare qualche pallone in canale, come succedeva col Pier Luigi Penzo, datato 1913. Ultramoderno, dal costo di 185 milioni, grazie alla visione del presidente Joe Tacopina, che ha portato la squadra dalla serie D alla B, avrà 18 mila posti, ampliabili a 25 mila, sarà in pieno rispetto delle norme UEFA, con spazi verdi, parcheggi pubblici e privati. Avrà negozi, bar, servizi di ristorazione, un hotel a 4 stelle e darà lavoro costantemente a circa 1500 persone.

E le altre, tutte le altre società di serie A? Attendiamo che rispondano presto all’appello dei nuovi impianti. Intanto si parla solo di restyling da Bergamo a Bologna a Genova.

Italia a valanga contro il Liechtenstein nelle qualificazioni per Euro 2020. Gli azzurri di Roberto Mancini hanno battuto per 6 a 0 un avversario piuttosto modesto ma non per questo affrontato con poco impegno. In gol sono andati Stefano Sensi al 17′, Marco Verratti al 32′. Fabio Quagliarella con una doppietta al 35′ e 45′, Moise Kean al 69′ e Leonardo Pavoletti al 76′. 

Il biglietto era gratis, non c’era altro calcio disponibile, né Formula 1 e Moto GP. Ma, domenica, i 39mila spettatori che hanno festeggiato l’1-0 della Juventus sulla Fiorentina e il quasi bis-scudetto della società bianconera (+ 4 punti sulla seconda a 3 giornate dal termine) sono comunque una pietra miliare nella storia del calcio femminile italiano.

Pur ancora lontanissima dai 60.739, paganti, di Atletico Madrid-Barcellona, la folla dello Stadium ha comunque stracciato il precedente record nazionale di 14mila biglietti per Verona-Francoforte di Uefa del 2008. E unito all’audience tv-record, 342.628 spettatori medi, con il 2,68% di share e 1.033.546 spettatori unici, rappresenta un ulteriore, eclatante, passo avanti, dopo le qualificazioni ai Mondiali di giugno in Francia. Che invece i colleghi azzurri, tanto più ricchi, famosi e viziati, hanno clamorosamente mancato.

“E’ un inizio, solo qualche mese fa non si sarebbe mai pensato di poter coinvolgere tanta gente”, suggerisce il ct della nazionale donne, Milena Bertolini. “Bisogna ripetere l’esperienza e ricreare le condizioni ottimali. Bisogna costruire degli eventi, e incastrarli col calendario maschile”.

Bisogna soprattutto evadere definitivamente dallo stereotipo del calcio ultimo feudo maschile e dalle definizioni strampalate udite ultimamente alla tv dai cosidetti “addetti ai lavori”. Bisogna ancora aprire le porte al professionismo (fra un paio d’anni?), bisogna aumentare la base che pure, dal 2013, è cresciuta del 7% (23.903 tesserate), bisogna rinsaldare la posizione in seno alla Figc (che dal 7 settembre ha inglobato serie A e B donne dalla Lega nazionale dilettanti), bisogna coinvolgere sempre più grandi società, come l‘Inter, neo promossa in A con 17 vittorie su 17 partite, che si aggregherà alle più illuminate Juventus, Fiorentina, Roma e Milan.

Intanto, però, bisogna anche ringraziare la nazionale, non solo quella che torna ai Mondiali dopo 20 anni (cercando anche la qualificazione olimpica), ma anche quella del 2008 che ha vinto l’Europeo under 19. E un grandissimo grazie va all’emittente privata Sky, che ha acquistato i diritti del campionato e ha dato un’insperata visibilità alla Cenerentola del calcio italiano.

Il futuro è roseo nel verso senso della parola. Perché le nuove generazioni non fanno distinzioni e le ragazze fra gli 11 e i 12 anni vantano la maggior percentuale fra le 23.903 tesserate, con 2.664. Quelle del calcio a 11 sono 7.796, del calcio a cinque 4.504, dell’attività mista 1.966, del settore giovanile scolastico 9.637. I club in tutto sono 45, quelli di serie A sono 12. Gli arbitri sono 1.595, con 601 fra i 15 e 19 anni.

Soprattutto, il mercato guarda con estrema attenzione e speranza alla nuova frontiera delle donne, non solo come nuovi numeri, ma come possibilità di mitigare il comportamento sempre più insofferente, isterico, litigioso e violento del calcio maschile. Per riconciliarsi con le famiglie e risolvere decisivi temi di integrazione sociale. Perché nel calcio donne, il Kean e il Balottelli risponde al nome di Sara Gama: madre triestina, papà congolese, nata 30 anni fa nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia, integratissima nel sistema, capitana della Juventus e della nazionale, consigliere federale, presidente della commissione sviluppo del calcio femminile. Che commenta: “Con questa partita Juve-Fiorentina si può dire che il calcio italiano femminile si è avvicinato a quello spagnolo. L’apertura dello stadio segna un giorno spartiacque”. E rilancia: “Nel calcio maschile l’aspetto fisico ha superato quello tecnico. Da noi, di possono apprezzare certi gesti, è un po’ come negli anni 60 con Gianni Rivera”.

Vuoi vedere che le donne salveranno il calcio?

L’antica, reiterata, crociata di Rafa Nadal contro le superfici dure è giusta oppure è strumentale? Il tennis dovrebbe interrogarsi sul tema tanto caro a uno dei suoi protagonisti più famosi, importanti e vincenti, peraltro il simbolo dell’agonista ideale. Che però, ultimamente, con le ginocchia scricchiolanti, sta dribblando sempre più i campi più frequentati dal tennis moderno. Il mancino di Maiorca, campione di 11 Roland Garros, ma anche di due Wimbledon (su erba) un Australian Open e tre Us Open (sul duro), ha ragione, perfettamente ragione Ahinoi, lo show business, spinto dalla praticità yankee, ha preso decisamente il sopravvento, dagli Us Open del 1978. Quando lo Slam a stelle e strisce, dopo essere transitato dall’erba (1881-1974) alla terra (1975-1977), ha sposato decisamente il cemento.

Seguito, una decina di anni dopo, nel 1986, dagli Australian Open. Perché il cemento che non è vivo come le superfici storiche di racchette e palline, e rimanda rimbalzi sempre uguali, ma non pretende una tecnica particolare come terra ed erba, va bene per tutti gli stili, decide il punto, in media, entro quattro scambi, e, soprattutto, vanta il miglior rapporto costo-rendimento per gli organizzatori. È facile da impiantare, facilissimo come gestione e manutenzione, ed è anche il più versatile dei campi da tennis, perché aiuta la pratica di altri sport.

Fascite plantare, lesioni del tendine peroneo, fratture e micro-fratture, tendinite di Achille, distorsioni di ginocchia e caviglie e, un malanno specifico: la “gamba” da tennis: la rottura del muscolo gastrocnemio (i “gemelli” che insieme al soleo fanno piegare il piede), esattamente dove si congiungono muscolo e tendine, derivante da contrazioni forzate dei muscoli del polpaccio, per i frequenti, rapidi, stop e movimenti di partenza.

Come tutti gli sport, anche il tennis, salendo di livello, esaspera le situazioni fisiche, le forza, le disequilibra. E ginocchia e caviglie sono decisamente le parti anatomiche più a rischio sulle superfici che non consentono uno scivolamento naturale, come il cemento. Novak Djokovic non illuda: solo lui rulla sul duro come sulla terra rossa. Gli altri subiscono l’attrito col terreno e sollecitano estremamente le caviglie.

Perciò, ha ragione Rafa. Che, dopo il ritiro da Indian Wells per il ginocchio destro disastrato, ha detto le stesse identiche cose che diceva nel 2013: “L’Atp si preoccupa troppo poco dei giocatori. Per le future generazioni sarebbe meglio vedere una vita tennistica meno aggressiva, non solo per quello che succede durante la carriera pro con la racchetta, ma anche dopo. Per come è messo il fisico quando il tennis è finito.

Sarebbe bello, poi, giocare a tennis o a calcio con gli amici, ma non credo che sarà possibile perché i campi duri sono troppo duri per i nostri corpi e ci rendono difficile evitare gli infortuni. Il tennis è l’unico dei grandi sport dove bisogna giocare sul cemento, e non è un argomento per i giocatori, ma per i dottori. L’Atp dovrebbe cominciare a pensare a come allungare la carriera dei suoi atleti. Non riesco a pensare al calciatori che giocano sul cemento, non posso immaginare alcun altro sport con movimenti così aggressivi come il tennis che si giochi su superfici aggressive come le nostre. Siamo l’unico sport al mondo che fa questo errore, e non cambierà”. 

Rafa ha anche fatto riferimento a vecchi campioni che vanno in giro per i tornei dello Slam “camminando a fatica”. Come Boris Becker. Come tanti altri.

Già trentun anni fa uno studio specifico del professor Benno Nigg dell’università di Calgary, analizzando mille giocatori di tennis, aveva dimostrato che gli infortuni più gravi risultano da 5 a 8 volte superiori su superfici che hanno un alto attrito come l’asfalto e le superfici sintetiche, rispetto a quelle che permettono lo scivolamento. Se corri veloce e vuoi fermarti in fretta, devi far forza sul terreno e il terreno restituisce questa forza attraverso il tuo corpo, secondo la terza legge di Newton.

C’è poi il problema dei repentini e continui cambi di direzione. Che, su superfici con maggior attrito col terreno, sempre secondo quello studio particolareggiato, costringe l’atleta a bloccare il ginocchio in una posizione diversa, mantenendo più dritto, mettendo a rischio il legamento crociato anteriore. Nel 1979, la ricercatrice tedesca Von Salis-Soglio ha confermato che i giocatori di tennis hanno più infortuni alle gambe e alla schiena dopo aver giocato su campi duri piuttosto che su terra battuta. Nel 2005, gli studiosi sloveni Kristijan Breznik e Vladimir Batagelj, lo hanno confermato. Ma, come dice Rafa, “la storia non cambierà”. Quanto costerebbe ricreare e mantenere i campi di tennis in terra ed erba?

Due a zero. Nella prima partita delle qualificazioni agli Europei, l’Italia merita il successo ampio, ma non schiacciante contro la Finlandia.

Può fare sicuramente meglio, deve crescere, ma vince soprattutto nella filosofia del nuovo commissario tecnico, Roberto Mancini. Che viene premiato dai gol dei giovanissimi Barella (classe ’97) e Kean (2000), e lancia anche Zaniolo (’99) .

Ma soprattutto rilancia l’Italia del calcio di qualità, quello che ha sempre caratterizzato lo sport più seguito ed amato del paese. Riallacciando quel legame d’amore e di passione che, dallo stadio Friuli di Udine, si allarga a tutti gli appassionati e sicuramente darà molti frutti.

Quella del primo tempo è un’Italia bella ma non bellissima, che passa già al 7′ con un bel tiro da fuori di Barella deviato da Vaisanen che spiazza il portiere Hradecky.

Qualche sofferenza di troppo

E’ il primo gol in azzurro del centrocampista del Cagliari, il nono centro diverso dei nove marcatori italiani della gestione Mancini. E’ un gol che suggella un’ottima prestazione, la migliore della squadra di casa che esalta il Friuli di Udine .

Anche se gli azzurri, finalmente ricchi di quelle individualità che sono mancate nelle qualificazioni ai Mondiali, soffrono moltissimo la difesa a cinque della Finlandia, non trovano velocità di fraseggi a centrocampo e fluidità sulle fasce.

Qua Piccini è molto più intraprendente di Binaghi ed è il migliore della squadra di Mancini, insieme al sorprendente, velocissimo, Kean, che impressiona per personalità e intraprendenza a dispetto della sua classe 2000.

Bravo anche Bernardeschi, che deve illuminare il gioco sotto porta, sostenuto alle spalle della coppia Verratti-Jorginho.

Non riesce ad attivare Immobile, intrappolato in mezzo all’area dalla maginot finlandese, ma meriterebbe il rigore per il dribbling a rientrare su Vaisanen al 40′ . Forse l’unico errore che commette è quello di non cadere subito, ma sullo slancio. Per cui non  convince l’arbitro Grinfeld. Né può trovare conforto dal Var, che in queste qualificazioni agli Europei non c’è.

Il secondo tempo è molto più vivo e ricco di occasioni da parte dell’Italia, che alza di molto mentre la Finlandia rimane soprattutto attenta a contrastare e non prendere gol. E si fa notare solo con Lod.

Già al 2′ Immobile – insistentemente richiamato dal c.t. Mancini – centra le testa di Vaisanen su cross di Bernardeschi, poi non riesce a sfruttare una illuminazione di Verratti, anche se è molto più attivo del primo tempo. Mentre Kean, che ha invertito posizione con Berbardeschi, per due volte, da destra, non riesce a finalizzare i suoi scatti brucianti da alla vecchia maniera, sbagliando l’ultimo passaggio e poi smarrendo, sulla fascia destra l’esaltante elettricità iniziale che aveva mostrato a sinistra.

Ancora prima di Rivera

Tanta, maggiore, intensità e velocità offensiva azzurra, non porta frutti.

Mentre un clamoroso errore di Jorginho a centrocampo trova fortunatamente un salvataggio di Piccini su Pirinen  nel solido apparato difensivo italiano Donnarumma-Bonucci-Chiellini.

E, al 65′, Pukki, su cross di Lod, si mangia la più clamorosa occasione da gol degli ospiti. Mancini è scontento, fa riscaldare Quagliarella e Zaniolo, ma poi, come spesso succede nel calcio, dopo un po’ di confusione e qualche errore di troppo, proprio da una fase di stanca, nasce  il 2-0 dell’Italia.

Proprio grazie a Immobile, il giocatore più in difficoltà tecnica – troppo lontano dall’altra punta Kean – che al 74′  lancia con un assist delizioso il velocissimo attaccante della Juventus. E il 19enne Moise Bioty – il predestinato, secondo Mancini – infila di sinistro il portiere finlandese in uscita, diventando il secondo più giovane marcatore della storia azzurra, dopo Bruno Nicolé (a 18 anni e 258 giorni), ma prima di Gianni Rivera.

Dopo l’assist, Immobile, sempre generosissimo, lascia il posto a Fabio Quagliarella, un giovane di 36 anni nell’Italia dei giovanissimi di Mancini, che, all’81’, colpisce benissimo di testa ma si vede parare il gol  da Hradecky e all’85’, con un tiro da fuori, ancora su passaggio di Bernardeschi, scheggia la traversa. 

Peccato davvero per il centravanti napoletano che sta facendo faville in serie A, capocannoniere con 21 gol, e ha lasciato grandissimi ricordi a Udine. Peccato che non sia premiato dal gol. Ma sembra la chioccia ideale per talenti di purissima classe come Zaniolo, cui Mancini regala qualche attimo di felicità nell’esordio azzurro.

 

Sabato 23 marzo Silvia La Notte salirà sul ring di Enfusion Roma per aggiungere la cintura del titolo mondiale femminile Enfusion , categoria -50 kg, alla sua già ricchissima collezione di titoli. “Mi aspetto di potermi esprimere al meglio, nella migliore delle mie performance, per il pubblico di Enfusion, e potermi conquistare questo grandioso mondiale a Roma”.

Quello di sabato sarà l’incontro numero 100 per Silvia: la forte atleta del team Thunder-Gym Milano si presenta, infatti, con 99 incontri, 79 dei quali vinti, 16 persi, 4 pareggiati. Una serie di risultati che giustifica il suo soprannome “Little Devil”.

Sul ring incontrerà la giovane atleta scozzese Amy Pirnie, da 5 anni al primo posto nel Regno Unito, detentrice del titolo WBC internazionale e nazionale e del titolo mondiale ISKA. Con 20 vittorie da professionista, su 24 incontri, più della metà delle quali prima del limite, ha le idee ben chiare anche per il match del 23 marzo: “Sono in una forma splendida, ho battuto le migliori atlete inglesi ed europee. Sono più forte che mai e vengo per una sola cosa, la vittoria!”

L’incontro tra Amy Pirnie e Silvia La Notte, valido per il titolo mondiale femminile , è l’ultimo dei 14 incontri in programma il prossimo 23 marzo nell’ambito dell’ Enfusion Roma , l’evento che per la prima volta porta in Italia i campioni di K1 e Muay Thai del circuito olandese “Enfusion”, uno dei più prestigiosi a livello mondiale. Tra gli altri match segnaliamo quello tra Davide Armanini e Regilio van den Ent , rispettivamente 5° e 7° nel ranking mondiale Enfusion categoria -75kg, e quello tra Mattia Faraoni e Boubaker El Bakouri nella categoria -90kg.