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È italiana la donna più veloce del mondo in caduta libera nel paracadutismo sportivo: Mascia Ferri ha infatti stabilito il nuovo record mondiale femminile con 418,25 chilometri l’ora e conquista due medaglie d’argento. L’Italia si aggiudica le sue prime due medaglie FAI e il record del mondo nella disciplina Speed Skydiving, e il merito è tutto rosa. La quarta Coppa del mondo e il Campionato europeo di Speed Skydiving si sono svolti tra il 13 e il 15 agosto 2019 a Dunkeswell, in Inghilterra.

Le condizioni meteo hanno costretto a ridurre il numero di lanci previsti dal regolamento e messo a dura prova gli atleti provenienti da undici nazioni diverse. Dopo un primo lancio poco deciso, Mascia Ferri, campionessa italiana e detentrice del record nazionale, ha recuperato uno svantaggio di ben 32 kmh mostrando una grande tenacia che le ha permesso di fissare, al terzo round, il Record del mondo femminile di Speed Skydiving con 418,25 kmh di velocità in caduta libera.

Con gli altri tre lanci, Mascia ha conquistato il podio aggiudicandosi la medaglia d’argento della Coppa del mondo e la medaglia d’argento del Campionato europeo con soli 0,81 kmh di differenza dall’atleta tedesca. Stefano Celoria, Campione italiano e detentore del record nazionale, mantenendo una media di gara di 475,50 kmh si è confermato tra i primi 10 uomini più veloci del mondo.

Tutti li ha vinti Felice Gimondi, nella sua carriera: il Giro, il Tour e la Vuelta. Ma anche il Campionato del Mondo, che ai suoi tempi era appena uscito dalla minorità delle gare agonistiche per essere – finalmente – considerato per quello che era: tra le corse in linea se non la più importante, almeno alla pari con le prestigiose.

Eppure gli pesa, anche adesso, quell’eterno dualismo con Eddy Merckx che lo vuole, anche se non è sempre vero, costantemente dietro, costantemente ad un centimetro dal successo che gli sarebbe costantemente sfuggito nemmeno fosse come Bottecchia, l’inafferrabile.

Chi ne sa di ciclismo sa bene che Merckx fu il più grande della sua generazione, ma sa anche che Gimondi Felice, padano di Sendrina in provincia di Bergamo, fu altrettanto grande. Almeno quando al via non si presentava l’eterno rivale. Semmai Gimondi fu l’ultimo, ma anche il primo.

L’ultimo di un ciclismo eroico che pochi anni prima del suo esordio (1964, vittoria al Tour de l’Avenir) aveva salutato il Campionissimo di ritorno da una battuta di caccia grossa in Africa. Ma anche il primo: di una generazione in cui il professionismo su due ruote si trasformava e diveniva un poco più impersonale, un poco meno coivolgente. Insomma: il professionismo diveniva, dopo lunga gestazione durata decenni, una professione. Non a caso dopo di lui ci sarebbero stati gli Hinault, e anche il dualismo tra Moser e Saronni non avrebbe mai scaldati i cuori, né fatto esclamare alla radio “C’è un uomo solo al comando”.

Se le date hanno un senso, quel 1965 che lo vide trionfare al Tour con gran sorpresa di tutti (a partire dal suo capitano alla Salvarani, Adorni) è anche l’ultimo anno del grande boom italiano. Calava il sole sulla stagione del dopoguerra, incubava l’Autunno Caldo, e anche Gianni Brera che diciott’anni prima sprizzava metafore per descrivere Coppi primo a Parigi, per lui – stancamente, manieristicamente – non riusciva a coniar niente di meglio di un fiacco “Nuvola Rossa”.

Aveva gli occhi alla Bartali e il sorriso da gallo allobrogio, e le gambe lunghe. Non come quelle di Anquetil, l’Airone Biondo che fece appena a tempo ad assistere al suo esordio, e magari nemmeno come quelle dello stesso Coppi. Ma ad un’Italia ancora contadina in fondo al cuore, in cui i maestri di Vigevano scoprivano con fatica le gioie della produzione casalinga delle tomaie, seppe regalare gli ultimi brividi autentici della vittoria in terra di Francia, tra i giornali che svolazzano.

Peccato per quel belga, e per di più fiammingo, che venne fuori subito dopo di lui, anzi quando lui stava per esplodere come il migliore del mondo in senso assoluto, e gli rubò la scena. Ma cosa si poteva fare contro uno che venne chiamato, immediatamente, il Cannibale? Il fatto è che Merckx di benzina nel motore ne aveva davvero tanta. Di più: nel motore aveva, come diceva la pubblicità a quei tempi, un tigre.

E sì, era davvero il migliore del mondo. Ma quanto al Mondiale, Felice seppe cavarsi la sua soddisfazione.

Era il 1973. Un anno prima, allo sprint, la corsa iridata era andata a Marino Basso: ottimo talento, non un campione. Aveva buggerato tutti nello sprint che chiuse una lunga fuga a quattro: lui, Franco Bitossi (che non digerisce questa conclusione), Merckx e Guimard.

Gimondi studia per un anno intero i tre minuti finali della gara, e quando compie il 17mo giro del Mont Jiuc in quel di Barcellona si trova al fianco di Ocana, Maertes e, naturalmente, del Cannibale. Questi aspetta che lanci la volta Maertens, per partire da dietro. Ma Gimondi, che a stare alla ruota di Merckx aveva imparato bene, non si lascia attirare nella trappola.

Lascia passare un pugno di secondi, quelli in cui il rivale è costretto ad uscire allo scoperto, poi lo infilza neanche fosse un pivello e se lo lascia alle spalle. Il Cannibale, a quel punto, cede di schianto: aut Caesar aut nihil e lui si piazza, sdegnato, al quarto posto. Solo perché non poteva più arrivare quindicesimo.

Il duello tra i due durerà altri cinque anni. Quando molleranno entrambi, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 1978, il campione del mondo è già un ragazzotto dalle gambe robuste chiamato Francesco Moser. È un altro ciclismo, un’altra Italia. Lontano dal fulgore venato di tragedia di Marco Pantani, ma che ha dimenticato per sempre gli sterrati di Ginettaccio e del Campionissimo. E dove passarsi una borraccia, tra rivali, è divenuto quasi impossibile.

È terminata ai rigori con la vittoria del Liverpool sul Chelsea la finale di Supercoppa a Istanbul, primo incontro di primo livello di calcio maschile arbitrato da una donna, Stéphanie Frappart. Dopo alcuni tentativi a vuoto da entrambe le parti, i primi a segnare sono i Blues, con Giroud che insacca di sinistro al 36′ su un assist di Pulisic. I Reds pareggiano al 48′ con Manè, che trova lo specchio della porta dopo aver impegnato più volte Arrizabalaga.

Il Liverpool insiste in attacco per il resto della ripresa e si fa vedere anche Salah ma si chiude sull’1-1 e si va ai supplementari. È sempre Manè a segnare al 95′ ma Jorginho pareggia i conti sei minuti dopo. La sfida si decide ai rigori: Abraham si fa parare un tiro di destro e a festeggiare e’ il Liverpool con un 7 a 6. Il bilancio dei cartellini è di due gialli per il Liverpool e uno per il Chelsea.

La crisi del calcio italiano ormai è un luogo comune, ma ci sono dei numeri che ne danno le dimensioni e che fanno riferimento alla partecipazione del pubblico a quel rito collettivo un tempo indiscutibile che è la partita di campionato.

Di fronte alla crescita esponenziale in mercati come quello statunitense e quello polacco,  il pubblico italiano negli stadi non è praticamente mutato negli ultimi 15 anni, segno che anche gli investimenti delle squadre sia nel rinnovo degli impianti che nel potenziamento delle rose non hanno avuto gli esiti sperati o sono riusciti solo ad arginare l’esodo che invece si è registrato in Paesi come la Grecia.

I dati certificati dal Cies, l’osservatorio sul calcio internazionale, parlano di un calo dell’1% del pubblico negli stadi italiani delle partite di Serie A tra il 2003 e il 2018 a fronte di un incremento del 6% per la Premier League e dell’11% per la Bundesliga.

E anche se i numeri del campionato inglese e di quello tedesco sono lontani da quelli della Major League Soccer americana (che ha registrato un +34%) o del calcio polacco (che è cresciuto del +47%), il confronto tra i 43.302 spettatori di media negli stadi in Germania e i 22.697 in quelli della serie A fa riflettere.

Sulle ragioni della stagnazione si potrebbe discettare a lungo, ma un aiuto per riportare il pubblico italiano negli stadi potrebbe venire proprio dal 5G, la tecnologia di trasmissione dati di ultima generazione di cui si parla da un paio di anni come di una panacea per tutti i mali.

Chiunque abbia visto come gli adolescenti guardano uno show in tv (che sia un talent, una serie o una partita) sa che la fruizione è ormai multidimensionale: si guarda (anche un po’ distrattamente) sul grande schermo e si commenta sui social attraverso lo smartphone. Il problema di guardare una partita allo stadio è che non sempre questo tipo di interazione è altrettanto facile.

Per un problema di connessione, innanzitutto: uno dei limiti del 4G è che solo un certo numero di apparati (in questo caso smartphone o tablet) può agganciarsi alla rete. Ne sa qualcosa chi assiste a megaconcerti o partite evento durante le quali è frustrante cercare anche solo di mandare un messaggio via WhatsApp.

Ma, soprattutto, è l’abitudine a un certo modo di guardare le partite da casa ad avere alterato l’esperienza dello spettatore. Dal divano si guardano i replay, in alcuni casi si sceglie l’angolazione e in altri ancora (ed è un futuro quanto mai prossimo) si può accompagnare la squadra del cuore dal momento in cui scende dal pullman a quello in cui entra in campo, per poi guardare l’incontro da ogni angolazione immaginabile, come nel caso del sistema che la Liga spagnola sta mettendo a punto per offrire alle tv un’esperienza sempre più immersiva.

E agli spettatori allo stadio chi ci pensa? Chi si preoccupa di dare a chi è sugli spalti la possibilità di rivedere un’azione da un’angolazione diversa, di zoomarla sul dettaglio, di capire se il rigore c’è o no prima che sia il Var a pronunciarsi? E, mentre si fa tutto questo, di commentarlo sui social?

Zte ci ha pensato e ha messo a punto il servizio “5G Live Tv”: un modo nuovo di assistere agli eventi sportivi che, nelle ambizioni dei tecnici dell’azienda che lo hanno illustrato a margine del Mobile World Congress di Shanghai, renderà “le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 la prima grande manifestazione sportiva in 5G”.

Il sistema permetterà ai tifosi negli stadi dei Giochi – ma, probabilmente già prima del 2022, anche a quelli di una partita di  calcio – di “interagire in diretta con l’evento attraverso uno smartphone”. Come? Ci si potrà confrontare con altri utenti, cercare statistiche degli atleti, ordinare del cibo o soprattutto scegliere di guardare una certa porzione di campo selezionando una delle telecamere a disposizione.

Una possibilità che fino ad oggi era irrealizzabile a causa dell’eccessivo ritardo che le immagini trasmesse avrebbero avuto rispetto all’evento live. La bassa latenza del 5G però, permette di ridurre i tempi di ricezione a meno di un battito di ciglia (circa 10 millisecondi) e quindi, ad esempio, di inquadrare l’azione che si svolge sotto la curva opposta rispetto a quella in cui si trova lo spettatore.

E se state storcendo il naso domandandovi se tutto il clamore intorno al 5G si riduce a impieghi come questo, vi basti pensare che quando fu varato il 4G nessuno immaginava che l’impatto più rilevante che avrebbe avuto sarebbe stato quello di dare un senso agli smartphone e alle app, rendendo – ad esempio – i social realmente a portata di mano.

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Ma se è possibile portare un’esperienza come quella della 5G Live Tv negli stadi – che, è facile immaginare, saranno le prime strutture a essere connesse alla rete di nuova generazione – come fare per tutte quelle altre location in cui potrebbe servire avere una copertura particolarmente efficace?

Zte ha pensato anche a questo e ha messo a punto una tecnologia che ha chiamato ‘slicing‘. In sostanza un operatore mobile potrà mettere a disposizione di un cliente – che sia una struttura sportiva, un’amministrazione pubblica o un’azienda – una condizione di rete con latenza particolarmente bassa e affidabilità particolarmente alta, in un dato luogo e per un dato periodo di tempo. Il tutto disponibile in pochissimo tempo e attivabile con semplicità attraverso una app.

Così, in sostanza, una società calcistica potrà chiedere una particolare copertura 5G per uno stadio solo per il tempo necessario a un incontro. O a un ospedale per il tempo di un intervento di telemedicina. O agli organizzatori di una fiera per la durata dell’esposizione.

Roger Federer e Rafa Nadal entrano nel consiglio dei giocatori dell’Atp Tour. La notizia sembra marginale nell’ottica di campioni che si fronteggiano, con una racchetta in mano, dal 2004. In realtà ha un importante significato considerando che il presidente del consiglio è il numero 1 del mondo, Novak Djokovic. E, quindi, l’iniziativa, in tandem, dei due fenomeni è un po’ una risposta ai comportamenti, alle decisioni e alle dichiarazioni di Novak, e un po’ un’ennesima dichiarazione di guerra in uno dei momenti più delicati e confusi della storia del tennis.

La spaccatura umana fra i tre c’è sempre stata, netta e chiara, con da una parte Roger e Rafa, dall’altra Nole. Così, d’istinto, di pelle, al vecchio campione, Federer, è stato subito simpatico il ragazzino spagnolo un po’ selvaggio, che gli mostrava sempre tanto rispetto e anche vicinanza emotiva, ogni qual volta lo batteva. Così come non gli è piaciuto il modo di proporsi del terzo tenore del tennis, Djokovic il serbo duro, cresciuto sotto le bombe, intelligente ma troppo irriverente. Che sbeffeggiava i primi della classe e si ritirava, in campo, quando le cose andavano male (anche se poi si è capito che aveva problemi d’asma).

Così come a Nadal è sembrato più lontano il quasi coetaneo serbo del più anziano svizzero, si è sentito meno giudicato per qualche incertezza sulla lingua inglese e più simile a RogerExpress, come famiglia ed estrazione sociale La spaccatura s’è allargata con le battaglie sportive, e poi con quelle politico-economiche. Perché Federer e la sua Team8 hanno creato la Laver Cup sulla falsariga della Ryder Cup del golf, legandosi indissolubilmente a “Rocket”, il mitico campione di due Slam, e quindi al tennis classico, con l’avallo dell’Atp Tour. Ed ha allargato il rapporto manageriale con la nuova Atp Cup, l’ex coppa delle Nazioni, che è traslocata da maggio a gennaio, dalla terra tedesca di Dusseldorf al cemento d’Australia.

Intanto, Nadal, molto amico di Piqué, ha indirizzato il suo futuro verso la nuova coppa Davis, mentre la Accademy di Maiorca marcia sempre speditamente di pari passo col torneo locale, sempre con l’appoggio del circuito dei tennisti professionisti. Così, fra le mani al numero 1 del mondo Novak Djokovic, non è rimasto granché. Peraltro, lui che è l’uomo forte del tennis, deve anche accontentarsi delle, briciole di amore del pubblico. Come ha toccato con mano a Wimbledon, dov’era sul punto di una crisi isterica, anche se, da campione, ha trasformato la terribile condizione psicologica in una leva decisiva. Fino ad annullare due match point al Magnifico e a soffiargli il nono Wimbledon che sembrava ormai indirizzato verso lo svizzero.

Djokovic, sin da quando è stato eletto nel 2016 presidente dell’Atp Players Council, prendendo in mano lo scettro dopo Federer e Nadal, ha promesso che sarebbe stato più coinvolto nelle vicende politiche di uno sport frammentato fra interessi troppo diversi, con giocatori, circuito Atp che gestisce i tornei normali, comitato dei tornei del Grande Slam, federazione mondiale, manager, direttori di tornei.

Ma non è rimasto contento di come il Ceo, Chris Kermode, ha gestito le cose e l’ha spinto alle dimissioni, a fine anno. Anche pensando di lanciare così la candidatura del suo amico, l’ex pro Justin Gimelstob, bruciato però nella corsa da una doppia causa per violenze (verso l’ex moglie ed un amico) e da un insostenibile conflitto di interessi fra il ruolo politico nel Board dell’Atp e quello di commentatore e produttore tv. 

Tutto questo mentre il mondo del tennis contesta ferocemente la nuova coppa Davis voluta dal presidente della Itf, David Haggerty, ed attende un nuovo corso dalle elezioni del successore, il 27 settembre. Perché le tre coppe, Laver Cup, Davis e Atp Cup si pestano i piedi a vicenda, fra settembre e gennaio, la nuova distribuzione di punti Atp non convince e blocca ancor di più gli emergenti e i giocatori sono sempre più divisi fra i troppi “peones” che faticano a sbarcare il lunario e i pochi super-ricchi.

Djokovic, che ha più volte minacciato di dimettersi dalla presidenza del consiglio dei giocatori perché il delicato incarico lo distrae nella corsa alla storia del tennis giocato, si è schierato al fianco dei rivoluzionari che vogliono ridiscutere la divisione dei premi, con in testa gli americani, Isner e Querrey (molto legati a Ginelstob che, secondo i più, continua a lavorare dietro le quinte attraverso l’uomo che lo sostituisce ad interim, Weller Evans).

Durante Wimbledon, l’ala moderata, rappresentata dall’ex coach di Dimitrov, Daniel Vallverdu, e dai professionisti Robin Haase, Jamie Murray e Sergiy Stakhovsky, si è dimessa in blocco, criticando indirettamente proprio Djokovic, con parole tipo: “Ci sono persone che sono lì per il loro tornaconto personale e magari prendersi anche alcune rivincite. Non si parla di tennis, non voglio più perdere il mio tempo. Ci sono persone che cercano di prendersi il potere e portare avanti i loro interessi. Non voglio più aver a che fare con questa direzione”.

Sembrava che, a quel punto, Djokovic avesse fatto un decisivo passo verso i suoi obiettivi. Invece, con una rimonta esaltante, la premiata ditta Federer & Nadal ha messo a segno un colpo che rimette tutto in discussione. Anzi, che sposta decisamente gli equilibri in vista del primo scontro anche politico, che è programmato nel corso degli Us Open. Perché Rafa, eletto in rappresentanza dei “top 50”, Jurgen Melzer dei “top 100” doppisti e Federer “at large”, (in generale, dei più), sono amici e sodali.

Come andrà il loro braccio di ferro coi colleghi? Ricordiamo che nel consiglio dei giocatori ci sono oggi Isner, Querrey ed Anderson (sulla carta pro-Djokovic) in quota “top 50” di singolare, insieme a Nadal, e quindi Yen-Hsun Lu e Vasek Pospisil in quota “51-100” singolaristi, Jurgen Melzer e Bruno Soares per il doppio, e quindi Djokovic e Federer, col delicatissimo ruolo di rappresentante degli allenatori al posto di Vallverdu ancora da eleggere.

Quattordici luglio, finale di Wimbledon: Roger Federer manca due match point e s’inchina a Novak Djokovic al quinto set per 7-6 1-6  7-6  4-6  13-12, dopo 4 ore 57 minuti, il match più lungo del torneo più famoso. La festa s’interrompe sul più bello, il Magnifico, campione-record di 20 Slam, lanciato dalla trionfale semifinale sul rivale storico, Rafa Nadal, perde contro il campione di gomma serbo: addio primato di più anziano vincitore di uno Slam, era Open, a 37 anni e 340 giorni. 

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“Spero di aver dato ad altri la possibilità di credere che a quest’età non è tutto finito”, mormora lo svizzero delle meraviglie al microfono in campo. “Mi sento bene, ovviamente ci vorrà del tempo per riprendermi, anche fisicamente, certo che mi sento triste, forse anche arrabbiato. Non riesco a credere di aver mancato una possibilità così grande. Ma va bene. Non potevo dare di più, ho dato tutto, sento che è giusto così, anche se un punto ha deciso tutto, decidete voi quale dei due. Io sono ancora in piedi. Similitudini con la finale persa nel 2008 contro Rafa? La delusione. Niente Masters 1000 di Montreal, torno a quello di Cincinnati”. 

Tre settimane dopo, il più forte tennista della storia rispunta qua e là sul web, rimbalzando dalle passerelle dei munifici sponsor ai primi allenamenti in Svizzera col super-coach Ivan Ljubicic e col fido amico tuttofare Severin Luhti, fra tanti flash, gentile e disponibile, insieme a sorpresissimi tifosi/curiosi: “Ancora non ci credo, Federer ha accettato di farsi una foto con me” . Dove? In montagna a 1284 metri d’altezza, al Plattenbodeli, cantone di Appenzell Innerhoden, nelle Alpi orientali della sua Svizzera, lontano dalla pazza folla, insieme a Mirka e alla doppia coppia di gemelli. Dicono che giri in camper. Ma magari, come scorta, ce n’è un altro che lo segue, con mamma, papà e il solito codazzo di assistenti e baby-sitter.

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Eccolo con la dolce metà, con tanto di zaino, eccolo un mountain bike e occhiali da sole, eccolo col solito sfondo di montagne verdi, simbolo di pace e relax. Eccolo spesso non rasato e un po’ trasandato, ben diverso dall’elegante ballerino dei campi da tennis. Dicono che faccia tante scarpinate e nuotate, alla ricerca del silenzio e della meditazione. Dicono, in attesa che parli di nuovo lui. E racconti com’è stata questa vacanza, che cosa intravede dietro l’angolo.

La sua fama è andata oltre: tutti vogliono sapere di lui, tutti vogliono guardarlo da vicino, tutti vogliono osservarlo palleggiare. È una febbre a tempo? Per via della famosa clessidra dell’età, quella reale, all’anagrafe, e quella trascorsa nel tennis, che sta terminando la sua magica sabbia d’oro? È un mito che ha trasceso tutto e tutti, entrando nelle nostre case come un caro amico di cui non possiamo fare a meno di chiederci: “Dove sarà, con chi, che cosa farà?”.

È una scommessa vivente, quella che, come ha detto lui a Wimbledon, ci aiuta a superare i nostri umanissimi limiti? Di sicuro, il suo popolo, che è uscito a pezzi come lui dalla disfatta di Wimbledon, non è rilassato: sa, sente che Roger è motivato di testa e pronto di fisico, e monitorizza la situazione foto dietro foto, tweet dietro tweet, in attesa dei un tabellone fortunato agli Us Open del 26 agosto-8 settembre, lo Slam più maledetto del maledetto Roland Garros.

Perché, dal trionfo del 2008, il quinto consecutivo sul cemento di New York, RogerExpress ha perso le finale 2009 e 2015, ha buttato via una coppia di match point nelle semifinali contro Djokovic 2010 e 2011, ha dilapidato il match di quarto turno di dodici mesi fa contro John Millman, ha sciupato più che mai e spesso da favorito, sulla terza superficie preferita, dopo l’erba e la moquette indoor. Ma le prospettive sono più rosee che mai per il numero 3 del mondo, reduce da una scia di 38 successi in 43 partite, coi titoli a Dubai, Miami ed Halle, in appena nove tornei. Che significa freschezza fisica e mentale, batterie cariche, capacità di competere sempre al 100%.

L’età? Ancora c’è qualcuno che si pone il problema della sua età? Certamente, c’è, è tangibile, è delicata, pretende attenzioni diverse da quelle di un diciottenne, e quel numero, 38, tornerà imperiosamente d’attualità per il compleanno, la torta, gli auguri, le candeline da soffiare, e poi ancora domattina e dopodomani ancora. Finché lui avrà voglia di armarsi di racchetta e allenarsi su un campo da tennis. Ma il Magnifico è sicuramente più attento ad altri numeri: il Masters 1000 di Cincinnati, che parte domenica, dov’ha vinto sette titoli in otto finali, l’ultima, sfortunata, proprio dodici mesi fa, persa sempre per mano di Djokovic. Che ritroverà proprio lì, in Ohio, incattivito più che mai nella più che plausibile rincorsa alla storia, ma nell’impossibile rincorsa alla popolarità di Federer e Nadal.

Troppo più amati di lui dal pubblico, come ha toccato con mano nella finale di Wimbledon. Si può non amare la erculea essenzialità di Rafa, si può non apprezzare la ferrea copertura fisica del campo di Novak, ma è davvero difficile non tifare per Roger, soprattutto davanti al suo tennis diverso da quello di tutti gli altri, dalla semplicità del campione, da come addomestica con dolcezza qualsiasi bolide gli arrivi di là del net, da come faccia uno sberleffo a ogni colpo, a ogni punto, a ogni game, match dietro match.

Difficile non pensare alla scadenza dell’anno prossimo all’Olimpiade di Tokyo, a quella boa, dove poteva arrivare con il nono trionfo a Wimbledon e dove sogna di arrivare con il sesto Us Open. Lo Slam che, paradossalmente, non si aggiudica da più tempo. Dal 2008. Quando sembrava che avrebbe rivinto per chissà quanto ancora. Ma questo è anche il suo destino: i compleanni del Magnifico sono diversi da quelli di noi umani, vanno interpretati, come  i successi Majors che sembravano finiti e sono ripartiti, come i 102 titoli pro, come le passerelle sulla terra rossa del Roland Garros.

Come tutta la vita di un extra-terrestre con la racchetta magica. Che è andato oltre le consuetudini, tutte le consuetudini, inclusa quella che voleva l’eroe forte e vincente che non mostra le emozioni, non piange, non fa figli durante la carriera agonistica, non coinvolge i figli, non si mostra così com’è. Ecco perché il suo compleanno fa sorridere con affetto tutto lo sport, a cominciare dai gemelli di data, il promettentissimo aspirante stregone del tennis, Felix Auger Aliassime, e il nostro faro del basket, Danilo Gallinari. Perché Roger Federer ha messo d’accordo tutti, come pochi altri miti dello sport, diverso, unico, come pochissimi altri, dal “Più grande”, Ali, al Figlio del vento, Carl Lewis, ad Air Jordan a Saetta Bolt. Come non augurargli buon compleanno di cuore?    

“La più grande tragedia possibile che potrebbe colpire famiglia, amici e compagni di squadra di Bjorg è successa…riposa in pace Bjorg”. Così il team Lotto-Soudal del giovane ciclista Bjorg Lambrecht ha annunciato su Twitter il decesso del sportivo belga, avvenuta a seguito di una rovinosa caduta nei primi chilometri della terza tappa del Giro di Polonia. Rianimato sul posto è stato portato d’urgenza in ospedale ma per il 22enne non c’è stato nulla da fare.

The biggest tragedy possible that could happen to the family, friends and teammates of Bjorg has happened… Rest in peace Bjorg… ❤️ pic.twitter.com/9u9LZkp2Rt

— Lotto Soudal (@Lotto_Soudal)
August 5, 2019

Il calcio, certo, resta lo sport più semplice e diffuso al mondo. Il secondo con più proseliti sul pianeta terra è invece più complicato e geograficamente determinato, il cricket, si focalizza su 12 Paesi, ma è addirittura una religione in alcune fasce del Sud Asia, un evento più geopolitico che un gioco quando coinvolge vicini popolosissimi come India (1.35 miliardi di abitanti), Pakistan (212) e Bangladesh (161). 

Si pratica nell’Inghilterra del sud-est già a partire dal 1300, importato da pastori fiamminghi, ed è una delle tracce più tangibili del colonialismo dell’ex impero britannico. In Gran Bretagna è ancora sport d’èlite. Fino al non lontano 1962, l’Inghilterra divideva ancora i sudditi del “bat & bowl” fra “gentlemen, che giocavano per puro piacere”, e “lavoratori, che venivano pagati ma spesso erano trattati come servi”.

E, anche se poi, negli anni a venire, ha abbracciato sfarzo e glamour, sfruttando i grandi numeri dell’Asia meridionale e l’impressionante e inarrestabile crescita dell’India. Paesi dove, invece, il cricket è lo sport del popolo più povero. Con evidente discrepanze fra la retribuzione media di un lavoratore dipendente e un giocatore, superiore a quelle di star di altri pur renumeratissimi sportivi del resto del mondo, come i calciatori britannici e i cestisti Nba, fino ad arrivare alla mostruosa media di 361.350 dollari per ogni incontro, con il record di 210mila dollari individuali in un anno.

Vera e propria punta di diamante del nuovo capitalismo indiano. Anche se non vanno dimenticati gli altri paesi del Commonwealth interessati al cricket, quelli asiatici come Bangladesh, Sri Lanka, ma anche Galles, Australia – che s’è aggiudicata 5 delle 11 World Cup disputate dal 1975 – , Nuova Zelanda, Sudafrica, Zimbabwe e Caraibi anglofoni (Indie Occidentali Britanniche).

I numeri di questo sport sono talmente grandi da spiegare, se non giustificare, tanto interesse di massa. A cominciare da 1.96 miliardi di persone che formano la base degli appassionati di questo sport, per continuare con i 2.55 miliardi di dollari che Rupert Murdoch ha sborsato per assicurarsi i diritti tv della Premier League Indiana per il quadriennio 2018-2022: nel 2017, addirittura 313 milioni di indiani hanno guardato le partite di campionato!

È uno sport particolare che unisce tecnica ed agonismo, potenza e maestria, eleganza e furbizia. Anche troppa. È uno sport di squadra praticato con mazza, palla e guantone (del wicket keeper-ricevitore) giocato fra due gruppi di undici giocatori ciascuno, somiglia molto al baseball Usa, e come quello esalta i suoi eroi individuali fino a renderli immortali. Più di quello, predica il fair-play, va praticato secondo lo “spirito del gioco”, che va condotto dai capitani, mentre spetta agli arbitri giudicare cosa sia fair e cosa non lo sia.

Come nel baseball, la partita può durare moltissimo. Nel cricket, può prolungarsi per vari giorni, con tanti intervalli e ha una complicata terminologia che lo rende difficilmente comprensibile a molti spettatori europei. Ha due varianti, a over illimitati, quando una squadra deve eliminare tutti i battitori avversari due volte per vincere la partita, che dura quattro giorni (nelle competizioni domestiche) o cinque ( nei Test, le competizioni internazionali), e a over limitati, a 50 over (One Day International, dette ODI se giocate dalle nazionali), che dura un giorno, e quella a venti over (Twenty20), di tre-quattro ore.

Il match ufficiale più lungo, nel 1939, durò addirittura dieci giorni e fini in pareggio fra Inghilterra e Sud Africa, solo perché gli inglesi dovevano imbarcarsi e tornare a casa. Poi i test match sono stati limitati a cinque giorni.

È uno sport a parte, con 42 non “rules”, regole, bensì “laws”, vere e proprie leggi. La palla va anche a 161.3 chilometri all’ora, colpisce parti scoperte, crea danni anche pesanti ma, così come deve essere preservata la divisa bianca dei partecipanti – come il prevalentemente bianco del tennis a Wimbledon –  il rispetto verso l’avversario, verso gli umpires (arbitri) e i valori tradizionali del gioco; il divieto di indirizzare verso un umpire e verso gli avversari parole irrispettose o offensive (è addirittura vietato avanzare verso un umpire con passo aggressivo); e soprattutto la condanna assoluta di qualsiasi atto violento tra giocatori.

Il cricket va oltre lo sport puramente detto. È parte integrante della lingua inglese. Tanto che si dice: “I’ve been cricket to you”, per definire l’estrema lealtà mostrata verso una persona, viceversa, si dice: “it’s not cricket”, per lamentarne una mancanza. Già dall’800 romanzieri e poeti, da Dickens a Kipling a Grenville o Wodehouse, hanno contribuito alla mitologia di questo sport. Che però è in perenne equilibrio fra stile, comportamento e gioco, tanto da stuzzicare anche il senso dell’umorismo tipicamente britannico.

Ma è anche una cosa terribilmente seria, tanto che può innalzare anche al vertice della carriera politica, com’è avvenuto al leggendario Imran Khan, oggi primo ministro del Pakistan. O il mitico Tendulkar, il battitore e il giocatore indiano più famoso di sempre, che è entrato in Parlamento per meriti sportivi. Era anto famoso che Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, disse: “Non conosco molto il cricket, ma lo guardo per veder giocare Tendulkar”.

L’altra faccia della medaglia sono la corruzione e gli imbrogli, che passano dalla manomissione della palla alle scommesse illegali. Un business che, soltanto in India, tocca i 100 miliardi di dollari, con ovvi influssi della malavita e quindi di corruzione di giocatori e di match truccati. Come il capitano  del Sud Africa, Hansie Cronje, squalificato a vita nel 2000 che ha ammesso di aver accettato 100mila dollari di tangenti dai bookmakers indiani, inclusi quelli per un test match contro l’Inghilterra.

Nel 2011 il capitano del Pakistan, Salman Butt e due giocatori sono finiti in carcere in Inghilterra per aver orchestrato dei “no balls”, quando cioè il lanciatore rende ingiocabile la palla che arriva troppo vicina al battitore. Che è uno dei sistemi di truffa più utilizzati. Oltretutto questi accordi con gli scommettitori finiscono anche con la morte violenta di qualche protagonista, per uno sgarbo, un accordo non rispettato, un errore imprevisto. Come nel 2007, l’allora allenatore del Pakistan, Bob Woolmer, che fu trovato esanime in un albergo di Kingston, in Giamaica, qualche giorno dopo l’eliminazione della sua squadra ai Mondiali.

Un altro record del secondo sport più amato del mondo.

Chissà con che accordo finirà la clamorosa “class action” con una richiesta danni di 50 milioni di dollari a Ronaldo e alla Juventus, nata dalla protesta dei tifosi coreani inferociti, dopo l’ultima amichevole dei bianconeri a Seul. Di certo il fuoriclasse portoghese e la società torinese sono sotto inchiesta internazionale, quindi addirittura della famosa Interpol, dopo la denuncia di risarcimento danni degli appassionati di calcio della Corea del Sud agli organizzatori dell’amichevole di venerdì scorso nella capitale del paese, perché CR7 non ha disputato nemmeno un minuto della partita contro le stelle del campionato locale il Team K-League, finito 3-3.

Secondo i giornali spagnoli As e Mundo Deportivo, sarebbe partita l’azione legale della società organizzatrice, The Fasta, attraverso l’avvocato Oh Seok-hyun, fondata sui danni morali, cioè la promessa non mantenuta di uno spettacolo e la conseguente gioia dei tifosi, e materiali, il conseguente acquisto dei biglietti in funzione di un certo tipo di spettacolo previsto e non realizzato per scelta e non per causa di forza maggiore. Che però la Juventus si è affrettata a dimostra attraverso un certificato medico che comproverebbe l’impossibilità del giocatore di scendere in campo per un problema fisico.

Circostanza che permetterebbe di eludere il presunto accordo che avrebbe previsto almeno 45 minuti in campo di CR7. Come confermerebbe, secondo Eurosport, il commento che l’allenatore Sarri avrebbe concesso a un cronista: “Cristiano aveva un problema muscolare. Ho deciso, insieme al vicepresidente Nedved e a Ronaldo stesso, di tenerlo fuori e di non correre rischi”.

I media locali contestano che Ronaldo stesse davvero così male da essere costretto a disertare la prova. Ma, anche se verrà probabilmente dribblata l’accusa di frode e quindi la questione penale, rimarrebbe comunque aperta quella della giustizia civile, e quindi del cospicuo risarcimento danni chiesto dai tifosi che si sentono defraudati. E chiedono soddisfazione agli organizzatori e di rimbalzo a Ronaldo e alla Juventus.

Da parte sua, la stella portoghese dei bianconeri, che a giugno dell’anno scorso ha patteggiato col fisco spagnolo per un’evasione dalle tasse di 18,8 milioni di euro, è appena uscito assolto, con formula piena “perché le accuse non possono essere provate ogni ragionevole dubbio”, dall’accusa di stupro del 2009 che gli era stata mossa dall’ex modella statunitense Katheryn. E ora deve fronteggiare questa nuova grana giudiziaria.

Sono stati sgomberati gli uffici dello stadio Renzo Barbera a seguito del mancato adempimento della Us Città di Palermo alla ordinanza emessa nei giorni scorsi dal sindaco, Leoluca Orlando. I funzionari e i tecnici dell’amministrazione comunale palermitana stanno procedendo a inventariare tutto quanto ancora presente all’interno degli uffici e provvederanno oggi stesso alla consegna del terreno di gioco alla società Hera Hora per l’utilizzo da parte della Ssd Palermo calcio. Su disposizione del sindaco, un inventario separato e specifico si sta facendo per quanto riguarda trofei, coppe e cimeli storici.