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Il Napoli e l'Inter sono fuori dalla Champions. La squadra di Ancelotti ha perso ad Anfield in casa del Liverpool. Decide un gol di Salah nel primo tempo. Fuori anche l'Inter, che pareggia con il Psv Eindoven dopo essere andata in svantaggio nel primo tempo. Il gol di Icardi illude i neroazzurri che però escono dalla competizione per il pareggio tra Tottenham e Barcellona, che penalizzano la squadra di Spalletti per differenza reti. 

Se siete stanchi di vedere e sentire la parola "trap" ovunque, ora potreste fare un’eccezione. Soprattutto se amate il mondo del pallone, i grandi allenatori e i profili che hanno fatto la storia dello sport italiano. Da qualche mese sui social ha fatto irruzione IL Trap. Sì, proprio lui. Giovanni Trapattoni, lo storico mister che ha guidato alcune tra le più forti squadre italiane (Milan, Juventus e Inter) e straniere (Bayern Monaco) oltre alla nazionale azzurra (chi non ricorda la sua epica la sua sfortunata cavalcata in Giappone e Corea nel 2002?), e quella irlandese con cui ha chiuso, nel 2013, la sua lunga e vittoriosa carriera. Ora, in questa nuova fase della vita e in questo momento storico difficile, ha deciso di mettere a disposizione delle nuove generazioni la sua esperienza e la sua voglia di sognare. E per farlo ha deciso di utilizzare il loro linguaggio, quello dei social, diventando "multitasking" e provando, con il sorriso, a fare i conti con quegli arnesi infernali messi a disposizione dal progresso e dalla tecnologia.

I social network per un quasi ottantenne

Giovanni Trapattoni è nato il 17 marzo del 1939. Tra poco più di tre mesi soffierà su una torta adornata da ottanta candeline. Eppure, nonostante abbia la possibilità di godersi al sua meritata pensione, non ha alcuna intenzione di smettere di capire il mondo che lo circonda. Compreso quello dei social. Per questo si è affidato ad alcuni professionisti, i video sono estremamente curati nel girato e nella sceneggiatura, per sbarcare sulle piattaforme più famose, Twitter Instagram e Facebook, con un unico generale comandamento: non prendersi sul serio, mai. Neanche quando si vuole trasmettere messaggi positivi o si vuol ricordare pezzi storici della propria esistenza calcistica e no. Una dimostrazione? Il video "digital problems" sulle lotte infinite che ognuno di noi ha fatto davanti alla scelta di una "password".

La strategia de #IlTrap

Il repertorio a cui attingere, del resto, è vastissimo. Oltre alle vittorie sui campi di gioco di tutto il mondo, Trapattoni è diventato noto per le sue simpatiche gaffe con la lingua italiana e tedesca e per l’uso di alcuni tra i detti proverbiali popolari più famosi. Da “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” al monologo di Strunz durante una conferenza stampa che ha fatto storia, dall’aspersione dell’acqua santa davanti alla panchina al fischio, rigorosamente fatto con i due mignoli in bocca, con cui richiamava all’ordine i suoi giocatori. Ed è proprio da qui che sta partendo la sua campagna social. Gli hashtag #nondiregatto e #fischiailtrap hanno le potenzialità di diventare dei veri tormentoni. Con un'alternanza di contenuti (foto, video, aggiornamenti di stato) pubblicati con grande ordine ed eleganza. Esempio è il profilo instagram, inaugurato con la stories dal titolo "calcio d'inizio", suddiviso in te tipologie di contenuti ben distinti. Un po' la stessa strategia che abbiamo adottato con il profilo dell'Agenzia Italia a dirla tutta.

Ma cosa scrive il mitico Trap sui social?

Se da una parte c’è grande attenzione all’attualità, come dimostrato dai messaggi di vicinanza per Gianluca Vialli e il ricordo toccante dell’amico recentemente scomparso Gigi Radice, dall’altra c’è la volontà di insegnare alle nuove generazioni in valori principali dello sport. Quelli che oggi, tra violenza e soldi, sembrano sbiaditi. Trapattoni gioca con le foto di quando è ragazzo, ricorda gli oltre trenta trofei conquistati, confida che è la voglia di vincere e di farcela ad averlo guidato in tutti questi anni. Non è un caso, insomma, che il suo primo messaggio sia proprio questo: "Mai smettere due cose nella vita: imparare e sorridere!". E quella de #ILTrap, di sicuro, è una musica che mette tutti d'accordo.

Ci sono nomi, nello sport, che si pronunciano a fatica, sono troppo pesanti anche solo per metterli a paragone con quelli di grandi speranze, anche aggiungendoci il fatidico “nuovo”. Uno di questi, nel basket, è Drazen Petrovic, la mitica guardia-tiratrice di Sebenico che ha fatto grande prima l’ex Jugoslavia e poi la Croazia, per quindi trasformarsi nel geniale pioniere dell’emigrazione delle stelle europee nella Nba, dove si è esaltato fino a diventarne un eroe, spegnendosi ad appena 28 anni in un incidente d’auto nel 1993 (replicando la triste fine di quell’altro fenomeno, Radivoj Korac, nel 1969).

Ebbene, solo oggi, a distanza di venticinque anni, c’è un altro nome che si stacca perentoriamente dal selezionato gruppo di pretendenti a quell’eredità e si segnala come il nuovo fenomeno che possa replicare le imprese dell’immenso Petrovic, “il Mozart dei canestri”. Si chiama Luka Doncic, è lo sloveno di Lubiana che è transitato anche lui dal Real Madrid all’Nba, e col nomignolo di “Ragazzo dei sogni” regala gli stessi squarci di genio e la medesima, unica, facilità dei campioni immortali, sempre come immancabile e implacabile tiratore, sempre come atleta agile, creativo, non altissimo: 2.01 il biondo di 99 chili (molti messi su in estate), 1.96 Drazen di 91 chili. Misure vicinissime, considerate le epoche diverse.

Un esordio precocissimo nell'Nba

Doncic arriva all’Nba ad appena 19 anni, ancor prima di Drazen che ci riuscì a 25, e ci arriva sulla scia di una stagione trionfale con la nazionale slovena che ha portato al primo, storico, titolo europeo e alla duplice affermazione, campionato ed Euroleague col Real, peraltro come Mvp della Liga spagnola, di quella europea e anche delle final four di coppa. Terza scelta ai draft, è stato scambiato dagli Atlanta Hawks coi Dallas Mavericks in cambio della prossima prima scelta. E, dopo un’estate a far pesi in palestra, sta facendo meraviglie già da rookie, mentre Petrovic all’inizio stentò.

Sabato Luka il biondo con la faccia da putto ha deciso, da solo, il 107-104 contro Houston. Tanto che il profilo Twitter dei Mavs ha raccontato l’impresa così: “Quella volta in cui Luka Doncic ha realizzato un parziale di 11-0 da solo…”. Per raccontare i quattro canestri di fila coi quali a meno di tre minuti dalla fine l’asso sloveno ha rovesciato la partita dal -8: ha infilato una tripla dall’angolo davanti alla panchina dei Rockets, ne ha piazzata una frontale contro Clint Capela per il -2, ha inventato una tiro in galleggiamento per il pareggio, quindi ha centrato la tripla del sorpasso contro Capela, fintando la penetrazione e poi facendo un passo indietro sulla linea dei tre punti. In un crescendo strepitoso, un bolero elettrizzante, una parentesi magica che ha ricordato proprio le fiammate irrefrenabili di Drazen Petrovic.

Proprio come il croato, anche lo sloveno ha una naturale abilità nel trascinare le folle, ma Luka è più dolce nel viso e nei modi del “diavolo di Sebenico” che era proprio cattivo, in campo. Sabato, all’intervallo, dopo il brutto 3/13 dal campo e i soli 10 punti realizzati, il pubblico ha preso a intonare “Halleluka”, la canzone di Leonard Cohen personalizzata su di lui. Caricandolo al massimo. “E’ chiaro che Doncic ha una predisposizione per questi momenti: non ha paura di nulla, ha messo insieme tre-quattro minuti assolutamente unici”, ha chiosato coach Rick Carlisle. Che sta imparando a conoscere il “ragazzo dei sogni”. Avrebbe detto lo stesso di "Mozart".

Si può fare bancarotta pur avendo sul mercato il miglior prodotto possibile? Bancarotta vera, non mascherata. La Federazione ginnastica Usa c’è riuscita, malgrado possa sfoderare in vetrina la 21enne Simone Biles, unica nella storia a vincere quattro titoli mondiali, la prima a conquistarne tre consecutivi, la prima con più ori ai Mondiali (14), la più decorata degli Stati Uniti (25 tra Mondiali e Olimpiadi). Eppure, per sopravvivere al più assurdo, vergognoso e terribile scandalo che l’ha travolta, e alle 100 cause di risarcimento di oltre 350 atlete, Usa Gymnastics deve passare per il Tribunale di Indianapolis dove ha sede, ricorrendo al Chapter 11:  consegnare i libri contabili, entrare in amministrazione controllata e sperare di evitare il fallimento. Al quale, subito dopo seguirebbe la cancellazione da parte del Comitato Olimpico nazionale. Ed è davvero giusto così.

Perché nessuno aveva creduto alle accuse?

Tutto il paese si chiede come sia possibile che per decenni il medico federale, Larry Nassar, possa aver molestato ed abusato senza controllo tante ragazze che le famiglie affidavano alla federazione. E non si accontenta  di aver spedito il mostro in gattabuia per 60 anni per possesso di materiale pornografico e molestie a ragazze e donne mascherando e giustificando i suoi atti come trattamenti medici. Come mai nessuno, negli anni, ha creduto alle tante proteste delle ragazze? Come mai la dirigenza ha continuato a coprire il dottor Nasser anche negli ultimi due anni quando l’ondata delle denunce è aumentato in modo impressionante?

La situazione è insostenibile. Kathryn Carson, neo presidente del comitato dei direttori di USA Gymnastics – quando i buoi scappano si chiude la stalla, e oggi il vertice della federazione è molto più folto e selezionato – vuole assolutamente accelerare questa delicata fase dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione. Le coperture finanziarie saranno garantite dalle assicurazioni stipulate in precedenza, con l’intento di ripartire al più presto: “Non è una liquidazione, è una riorganizzazione”. Anche se il procuratore John Manly, che rappresenta decine di querelanti, accusa l’organizzazione di continuare a "infliggere dolore inimmaginabile ai sopravvissuti" ed incoraggia gli investigatori a "raddoppiare" i loro sforzi. Perché la dichiarazione di bancarotta della federazione è la più chiara ammissione di colpevolezza di chi è incapace di proteggere i suoi atleti dagli abusi di un proprio dipendente. Visto che Nasser, partendo dalla Michigan University, ha collaborato sin dal 1986 con Usa Gymnastics. 

Un crac finanziario e morale

La bancarotta morale e quindi l’assalto di circa 5000 creditori delle cause civili intentate da ogni parte del paese ha frantumato il tesoretto federale, calcolato in almeno 50 milioni di dollari. Il più tartassato è l’ex presidente e amministratore delegato Steve Penny: s’era dimesso a marzo dell’anno scorso, ma un mese fa è stato arrestato perché deve rispondere di 400 mila dollari di risarcimenti danni. E, comunque, in questo caos totale, assillati dai creditori e dalle reprimende morali, oppressi dai sensi di colpa e dai propri errori, il pericolo maggiore per la federazione è quello di essere cancellata dal Comitato olimpico Usa (Usoc). Che, per bocca del suo numero 1, Kathryn Carson, promette: “Pagheremo fino all’ultimo centesimo, abbiamo preso tutte le iniziative per curare e sostenere le ragazze, ci siamo attrezzati al meglio per difendere al meglio, in futuro, i nostri ragazzi e i nostri club”.

Saldare tutti i debiti, economici e morali, è assolutamente indispensabile per guadagnare tempo, recuperare un po’ di credibilità e di fiducia per la nuova dirigenza. Perché la straordinaria procedura di decertificazione da parte dell’Usoc è già iniziata. “Meritate di meglio. Crediamo che le sfide che l’organizzazione deve affrontare siano semplicemente più di quanto sia in grado di superare nella sua forma attuale. E questo non è giusto per le ginnaste in tutto il paese. Fino a qualche settimana fa ho sperato che ci fosse un’altra strada ma ora non lo credo più possibile”, ha scritto in una lettera aperta alla comunità della ginnastica americana il boss del comitato olimpico, Sarah Hirshland, che ha preso il posto di Scott Blackmun, rimesso proprio per il suo immobilismo nello scandalo Nassar.

Quel numero, 265, che accompagna i casi di abusi sessuali del mostro della Federginnastica sono davvero troppi. Insanabili, anche davanti ai 34 milioni di dollari di risarcimenti nella più incredibile bancarotta dello sport mondiale.

www.sportsenators.it

Il tennis fa quadrato, la federazione Usa fa quadrato, l’Atp Tour fa quadrato: il Gotha delle racchette difende Justin Gimelstob, yankee dal sorriso a 32 denti, figlio della ricca borghesia ebrea, grande speranza da junior ma dal povero pedigree in singolare una volta professionista. Due Slam in doppio misto accanto a Venus Williams, coach pittoresco, telecronista e membro del consiglio dei tennisti professionisti. Accusato, ora, di aggressione.

Il 41enne del New Jersey con residenza a Santa Monica, California, è stato arrestato a Los Angeles la sera di Halloween con l’accusa di percosse ai danni di un ex amico, suo e dell’ex moglie, e rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 50mila dollari. Comparirà il 12 dicembre davanti a una corte di tribunale. Randall Kaplan, l’ex amico, sostiene di essere stato aggredito, mentre passeggiava con moglie e figlioletta, da un uomo mascherato come Tom Cruise nel famoso film Top Gun. Ha dichiarato di aver subito graffi, contusioni in viso e forse una commozione cerebrale, e di aver riconosciuto infine nell’aggressore, estremamente alterato, proprio Gimelstob.

L’uomo, del resto, aveva denunciato di aver già ricevuto minacce in passato per la sua amicizia con la moglie ormai separata da Gimelstob e di aver chiesto a suo tempo all’avvocato divorzista di fare da intermediario perché la cosa non si ripetesse. E, nel 2016, la stessa Cary Sinnot aveva richiesto un ordine restrittivo per violenza domestica nei confronti dell’ex marito. Gimelstob però ha sempre respinto le accuse.

Un campo di Paddle a Venice Beach

Quando si scoperchia il vaso di Pandora della rispettabilità di un personaggio pubblico viene fuori di tutto. E l’ex numero 63 del mondo di singolare (zero titoli), 18 in doppio (13 titoli), oggi 41enne, si è sentito rinfacciare anche una disputa su un campo di Paddle del 2007 a Venice Beach, con tanto di aggressione verbale e minacce denunciate da un avversario, solo perché avrebbe contestato un punto all’ex professionista.

Più grave sarebbe l’accusa di un’altra aggressione, questa volta fisica, di cui Gimelstob sarebbe stato protagonista con un altro ex amico, Kris Thabit, il quale sostiene di essere stato minacciato e accusato pubblicamente di aver avuto un flirt con l’ex signora Gimelstob. Dopo le accuse e le minacce, Gimelstob sarebbe stato cacciato dal locale. Non contento, si sarebbe appostato fuori per colpire.

In piedi e pugno in alto

All’ultimo Wimbledon, Gimelstob, da coach di John Isner, era sempre platealmente all’impiedi a sventolare il pugno al cielo per motivare l’amico nella maratona dei quarti contro Kevin Anderson. Anche se il sodalizio s’è sciolto – ufficialmente per volere di Justin – Isner difende l’amico: “Chiunque è innocente fino a che non è dichiarato colpevole”.

Si fa quadrato. Ma fuori del coro arriva un attacco dall’ex n. 1 del mondo, Lleyton Hewitt, che ha chiesto ai dieci membri del consiglio Atp, di destituire Gimelstob. Il presidente del board è Novak Djokovic che dovrà affrontare una situazione molto delicata. 

Luka Modric è il primo croato a vincere il Pallone d'oro e ha preceduto Cristiano Ronaldo, secondo, e Antoine Griezmann, terzo: a confermarlo quella che era già quasi una certezza è stata la classifica di France Football diffusa sui social poco prima della cerimonia di premiazione di stasera alle 21. Il 33enne centrocampista croato del Real Madrid riceverà il premio da David Ginola, nella sede di France Football.     Modric ha ottenuto 753 voti e ha preceduto CR7 (476) e  Griezmann (414). Quarto Mbappé (347), quinto Messi (280) e sesto Salah (188).

Finsice così il duopolio Cr7-Messi che aveva dominato il decennio 2008-2017. Per il talento croato è stata una stagione indimenticabile: mante: Champions League con il Real Madrid, la terza di fila, finale ai mondiali con la Croazia, Pallone d'oro del Mondiale 2018, Best Fifa men's player, l'Uefa men's player of the year, il premio miglior costruttore di gioco dell'anno dell'Iffhs e il titolo miglior centrocampista agli Uefa Club Football Awards. 

La Uefa ha ufficializzato questa sera la creazione di un terzo torneo europeo di calcio per club a partire dal 2021. La nuova coppa europea, che si unirà alla Champions League e alla Europa League, sarà riservata a 32 squadre dei Paesi più piccoli e si giocherà di giovedì. Il vincitore sarà qualificato per la Europa League della stagione successiva. Le decisioni sono state assunte dal Consiglio della Uefa, riunito a Dublino.

Il nome della nuova coppa, il sistema di qualificazione e di ripartizione delle squadre, e la strategia commerciale saranno decisi nel corso del 2019, ha precisato la Uefa in un comunicato. Il presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, terrà domani una conferenza stampa a Dublino.

Con la terza coppa europea, il numero delle squadre del continente coinvolte in tornei Uefa salirà a 96, con 32 squadre per ogni torneo, ha sottolineato l'Associazione europea dei club (Eca), promotrice del progetto. Dunque, dovrà essere ridotto dalle attuali 48 a 32 il numero delle squadre dell'Europa League. Le finali delle tre coppe europee si giocheranno tutte la stessa settimana, il mercoledì quella della nuova coppa, il giovedì l'Europa League e il sabato la Champions League. 

Il River Plate non vuole giocare la finale di ritorno della Copa Libertadores a Madrid. E la società argentina torna all'attacco con una nota pubblicata in cui rivendica la propria estraneità agli incidenti del 24 novembre, di cui si sono assunti le colpe le autorità che dovevano preoccuparsi dell'ordine pubblico. Giocare a Madrid sarebbe una punizione "ingiustificata" per i 66.000 tifosi che erano ordinatamente allo stadio. Infine, se il River non ha responsabilità degli incidenti, sottolinea la società, non si capisce perché debba perdere il diritto a giocare nel proprio stadio come aveva fatto il Boca Juniors nella partita d'andata.

"Il club – si legge in una nota – comprende che la decisione della Federazione distorce la concorrenza, danneggia coloro che hanno acquistato il biglietto e incide sull'uguaglianza delle condizioni sportive, vista la perdita della possibilità di disputare la partita nello stadio di casa".

I tre motivi del no a Madrid

In dettaglio, ecco i tre argomenti chiave. "In primo luogo la responsabilità del fallimento delle operazioni di sicurezza relative a sabato 24 novembre è stata pubblica, apertamente assunta dalle più alte autorità dello Stato. Ciò equivale a dire che gli eventi di cui River Plate si rammarica non sono in alcun modo responsabilità del club".

Secondo: "Più di 66.000 persone presenti allo stadio hanno aspettato pazientemente per circa otto ore sabato e sono tornate allo stadio per la seconda volta domenica. A quegli stessi spettatori viene ora negata, in modo ingiustificato, la possibilità di assistere allo spettacolo, in virtù dell'evidente differenza di costi e della distanza propria del luogo prescelto".

Terzo: "È incomprensibile che il più importante match del calcio argentino non possa svilupparsi normalmente nello stesso paese, nei giorni in cui si svolge un G20. Il calcio argentino nel suo insieme e l'Associazione calcistica argentina (AFA) non possono e non devono permettere a un pugno di violenti di ostacolare lo sviluppo del Superclasico nel nostro paese". 

Il sequestro di 2,6 milioni di euro non turberà più di tanto i sonni di Massimo Ferrero, uno capace – per sua stessa ammissione – di far volare il cappello con uno scappellotto a un poliziotto e di condurre complesse operazioni finanziarie con società di ogni settore: dalla cinema all'edilizia fino alle compagnie aeree.     

L'avventura di Massimo Giovanni Mario Luca Ferrero comincia a Roma, più esattamente nel quartiere Testaccio, dove nasce nell’agosto del 195. La madre ha un banco nel mercato di Piazza Vittorio, il padre e il fratello sono conducenti di autobus, la nonna si esibisce come soubrette all’Ambra Jovinelli insieme al mitico Macario.

A 14 anni, come lui stesso racconta ospite di Barbara D’Urso, si innamora di una ragazzina figlia di una “guardia” che è contraria alla frequentazione. Un giorno lo incontra per strada mentre è in servizio e, per vendicarsi decide di fargli cascare il cappello d’ordinanza con uno “scappellotto”. Per sua sfortuna alle sue spalle è in agguato una pattuglia, il motorino sul quale viaggiava finisce la benzina e viene raggiunto, arrestato e condotto nel carcere minorile di Porta Portese dove resterà per sei mesi.

Una vita al Massimo

Come si può leggere nella sua biografia “Una vita al Massimo”, la scuola non fa per lui, infatti ad ogni occasione buona si intrufola nel pullman per Cinecittà insieme all’amico Giuliano Gemma, riuscendo così a fare le prime comparsate al cinema. La costanza premia e intorno ai diciotto anni comincia la carriera nel mondo del cinema come factotum. Nel 1974 riesce a conquistare il ruolo di direttore di produzione che ricoprirà fino al 1983, quando diventerà prima organizzatore generale e poi direttore di produzione. A quanto pare è in quegli anni che gli viene affibbiato il soprannome “Viperetta”.

Intorno alla genesi dell’appellativo aleggia un mistero quasi leggendario: lui stesso in un’occasione racconta che è stato coniato da Monica Vitti quando la difese, nonostante la bassa statura, da un aggressore; ma durante un’intervista alla Gazzetta dello Sport è lui ad autosmentirsi raccontando di un costumista omosessuale conosciuto a Cinecittà che gli aveva dato della vipera quando lui, “da ragazzo di quartiere”, aveva rifiutato con forza le avances. 

Nella biografia proposta sul sito massimoferrero.net si legge che nel 1995 su incarico del Governo Cubano, progetta e crea il Cinema di Stato a Cuba che si concretizzerà poi con la costituzione del ICAIC (Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos), che però, secondo l’enciclopedia Treccani, viene in realtà creato nel marzo del 1959, quando Ferrero ha appena 8 anni.

Dopo un primo matrimonio, dalla quale nascono le figlie Vanessa e Michela, ne arriva un secondo con Laura Sini, ereditiera dell'azienda casearia “I Buonatavola Sini” di Nepi, e da questo nasce la figlia Emma. Finito anche questo secondo, incontra al matrimonio di Luca Argentero l’attuale compagna, Manuela Ramunni, 24 anni più giovane, con la quale ha messo al mondo i figli Rocco Contento e Oscar. 

L'amore per il cinema

Nel 1998 fonda la Blu Cinematografica S.r.l., una casa di produzione indipendente, con la quale produce i primi film, tra i più noti “Libero Burro” di Sergio Castellitto, “Tra(sgre)dire” di Tinto Brass, “Commedia Sexy” con Paolo Bonolis, “Io no” della coppia Tognazzi/Izzo, “Tutte le donne della mia vita” di Simona Izzo e “Shadow – L’ombra” di Federico Zampaglione. Il botteghino però non restituisce i risultati sperati, e nel 2015, come riporta un articolo di Repubblica, finisce nel mirino del pm Mario Palazzi, secondo cui Ferrero “avrebbe evaso l'Ires, l'imposta sul reddito delle società, nel 2009 per un milione e 176 mila euro”, l’articolo ricostruisce un quadro secondo il quale sarebbe stato il padre della sua seconda moglie, patron della Sini, a finanziare le “spericolate imprese cinematografiche del genero. Peccato poi che l'unione sia finita in mille pezzi con seguito di denunce”.

Nel 2009 Massimo Ferrero riesce ad aggiudicarsi il patrimonio di sale cinematografiche appartenenti a Vittorio Cecchi Gori, un patrimonio pagato 59,5 milioni di euro, ma stimato in precedenza sui 100 milioni di euro. A ricostruire l’intricata storia dell’acquisizione Italia Oggi “La Global Media di Vittorio Ferrero (il fratello di Massimo), il 25 novembre ha versato 3 milioni di acconto, impegnandosi a versarne altri 7 milioni alla firma del preliminare che dovrebbe avvenire entro la fine di dicembre. A quel punto la società subentrerà nella proprietà degli immobili e nella gestione delle sale. Entro 180 giorni verserà il resto. Ma chi c'è dietro la Global Media? Si dà il caso che la società, di cui è amministratore unico Vittorio Ferrero, faccia capo a Cinecittà Holding, società per azioni al 100% del ministero dell'Economia. Il passaggio non è diretto, ma seguendo la trama societaria si va a finire a via XX Settembre. Tutto il capitale della Global Media, infatti, è in mano a Mediaport, spa, questa presieduta direttamente da Massimo Ferrero e integralmente controllata da Cinecittà Holding. Insomma, è in corso la vendita delle sale di Cecchi Gori ad una società che rientra nell'orbita della holding del Tesoro. Quest'ultima, tuttavia, già oggi presenta un punto di contatto con gli affari di Massimo Ferrero. L'imprenditore, infatti, controlla una società immobiliare che si chiama Farvem Re e che a sua volta detiene il 42% della Mediaport Cinema, altra società del gruppo Mediaport che come abbiamo visto è da ricondurre a Cinecittà Holding”. Insomma, tramite questo arzigogolato giro di società Ferrero riesce a mettere le mani su circa 60 sale cinematografiche.

L'affare delle case d'oro

Una di queste società, l’immobiliare Farvem Real Estate s.r.l., nel 2010, come riporta Repubblica, si ritrova al centro di uno scandalo riguardante le case popolari “d’oro” di Torre Spaccata a Roma; la società infatti nel 2005 acquista tre palazzine abitate da famiglie “senza casa” per 15 milioni di euro, che poi affitta al Comune di Roma a circa 850mila euro l’anno; l’amministrazione Alemanno decide dunque, per abbattere il caro affitti, di acquistare il complesso per la, a quanto pare spropositata, cifra di circa 50 milioni di euro.

Altra vicenda spinosa è quella che riguarda la compagnia aerea Livingston Energy Flight: “Ferrero – come ricostruisce La Stampa riprendendo passi del libro del giornalista Mario Giordano “Pescecani” vi entra con il suo inconfondibile stile nel febbraio 2009 e ne esce nell’ottobre 2010, quando la società fa crac con un buco di 40 milioni e 500 dipendenti a spasso. "Mi hanno fregato", sostiene Ferrero spiegando di aver perso 20 milioni in quell’avventura.  Ma dai documenti ufficiali emerge altro.” Infatti pare che Ferrero in pratica utilizzasse i soldi della compagnia per passare denaro ad altre sue società “Come i 9,5 milioni di euro girati alla Ellemme Group, società che si occupa di produzioni cinematografiche. E di chi è, la Ellemme Group? Dello stesso Ferrero. Come il finanziamento di 1,5 milioni concesso dalla Livingston, in piena crisi, a Farvem Real Estate, una società immobiliare anch’essa, guarda caso, dello stesso Ferrero. Tutti soldi che non saranno mai restituiti alla compagnia aerea. Due mesi prima dell’uscita di Ferrero dall’azienda la Livingston firma un contratto di 350 mila euro con una società di produzione cinematografica, la Film 9 Srl. L’oggetto del contratto è veicolare il marchio della compagnia aerea in due film, che in realtà non saranno mai prodotti. Ma almeno la Film 9 Srl non è di Ferrero, perché è di proprietà del suo autista e della sua assistente”.

Per questa vicenda, come racconta Il Secolo XIX, Ferrero viene rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta e patteggia 1 anno e 10 mesi. Ferrero non potrà però beneficiare della condizionale, avendo già una condanna risalente agli anni di gioventù, ma dovrebbe scontare solamente un periodo di affidamento nei servizi sociali”.

L'avventura di un romanista con la Sampdoria

Nel 2014 attraverso la società Vici srl, il cui amministratore unico risulterebbe essere la figlia Vanessa Ferrero, rileva dalla San Quirico S.p.A. di Edoardo Garrone, la Sampdoria, praticamente a titolo gratuito, così come spiega un articolo della Gazzetta dello Sport del 2015: “Paradossale, ma è andata proprio così: il passaggio di proprietà della Sampdoria, avvenuto nel giugno di un anno fa, è stato pagato non da chi l’ha rilevata ma da chi l’ha ceduta. Pagato profumatamente. […] Nel corso del 2014, "anche oltre la data della cessione delle quote", l’ex patron Garrone attraverso la San Quirico ha versato nelle casse blucerchiate la bellezza di 62,5 milioni. Aggiungendo i 2,9 iniettati nella squadra dalla ex controllante Sampdoria Holding prima della vendita, il totale fa 65,4 milioni. È questa la dote che il vecchio azionista ha messo a disposizione di Massimo Ferrero: 36,5 milioni direttamente nelle casse dell’Unione Calcio Sampdoria, 28,9 in conto capitale della Sport Spettacolo Holding”.

Insomma una società ripulita prima di essere ceduta, fatto davvero strano considerato, infatti, come continua l’articolo che “Cedere la Samp è stato un salasso per la famiglia Garrone. È pur vero che la squadra bruciava 30-40 milioni annui dalla cassaforte dei petrolieri, ma questi trattamenti di favore nei confronti di chi è subentrato paiono eccessivi: la Samp è una squadra di A, di certo non sull’orlo della crisi, da medio-alta classifica per blasone e bacino d’utenza”.

Ma anche con la Samp Ferrero pare applicare le stesse modalità utilizzate in vecchi affari, cioè utilizzare denaro di una società per ricoprire i buchi creati in un’altra, e l’altra è quasi sempre legata alla prima vera e sincera passione del Viperetta: il cinema. Secondo sempre lo stesso articolo della Gazzetta infatti “nella nuova holding che controlla la squadra, la Sport Spettacolo appunto, Ferrero ha inserito anche le sue società cinematografiche Eleven Finance, V Production e Do & Go. E nel bilancio al 31 dicembre 2014 un primo effetto, seppur marginale, c’è stato: la holding blucerchiata ha assorbito i 420 mila euro di svalutazione della Eleven Finance”. Ma un’inchiesta de L’Espresso svela che non tutto risulterebbe chiaro dietro questi passaggi di denaro da una società all’altra “I pm hanno scoperto altre operazioni finanziarie, che dimostrerebbero come i rapporti tra Sampdoria e il resto della galassia Ferrero siano strettissimi”.

"Tramite una serie di giri contabili infatti dal club genovese sarebbero arrivati circa 800 mila euro per l’acquisto di una casa a Firenze per la compagna e altri due bonifici sarebbero stati emessi in favore della Vici srl. Secondo la Finanza, non ci sarebbe coerenza tra l’attività svolta con l’oggetto sociale della Vici srl, la cui attività prevalente è quella di fare “proiezioni cinematografiche”. Quello della Sampdoria è “esercizio attività sportive”. Inusuale, poi, l’ingente ammontare dell’operazione. Di più: il giorno dopo aver ricevuto il bonifico dalla Samp, la Vici srl ha emesso 10 assegni circolari per un valore di mezzo milione di euro a favore della Livingstone”.

Ma Ferrero, c’è da dirlo, a fare il presidente della Sampdoria si diverte moltissimo nonostante il suo cuore resti dichiaratamente romanista, squadra che, come promette spesso, prima o poi acquisterà. I suoi dopopartita sono epici, alle volte esagerati, come quando consiglia in diretta nazionale a Massimo Moratti di “cacciare quel filippino”, riferendosi al presidente indonesiano dell'Inter Erick Thohir; battuta non gradita dal Tribunale Federale Nazionale che lo inibisce per tre mesi nonostante le scuse ufficiali, salvo poi annullare la pena in ricorso. L’affare Livingston e la condanna patteggiata lo farebbe anche fatto decadere dalla carica di Presidente, come deciso la Figc. Ma lui bon si scompone e risponde: “Io resto l’iper-presidente. Un patteggiamento non è una condanna". La scadenza dei termini della prescrizione lo salva.