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La prima donna pugile iraniana, Sadaf Khadem, non è rientrata in patria dopo aver vinto il suo match in Francia, perché Teheran ha emesso nei suoi confronti un mandato di arresto per aver violato la legge sull’abbigliamento delle donne. Lo ha reso noto il suo addetto stampa. La stessa sorte è toccata anche all’allenatore della 24enne, Mahyar Monshipour, accusato di “complicità”.

I due avrebbero dovuto prendere il volo di ritorno martedì, ma sono rimasti in Francia e attualmente soggiornano a Poitiers. Sadaf Khadem, insegnante di fitness a Teheran, ha vinto il suo primo incontro di boxe contro Anne Chauvin, la prima nella storia per una donna iraniana: nella Repubblica islamica è vietato per le donne allenarsi con uomini e partecipare a gare di pugilato. La giovane pugile, che si è battuta in pantaloncini corti e canotta, è accusato di aver infranto la legge iraniana che impone alle donne di indossare l’hijab.

L’allenatore ha dichiarato di aver saputo del mandato di arresto tramite un Sms arrivato dall’Iran, senza fornire dettagli sulle generalità del mittente. Il ministero dello Sport, sempre secondo l’addetto stampa dei due, è “informato sul caso”.

“Voglio migliorare al massimo, andare il più lontano possibile e mostrare la strada ad altre donne iraniane affinché possano provare anche loro questo sport”, aveva dichiarato la giovane pugile alcuni giorni prima dell’incontro.

La sconfitta in Champions League affossa il titolo Juventus a Piazza Affari. Nelle prime battute di contrattazione le azioni della società bianconera stanno facendo segnare un calo del 24,68%, tagliando, di fatto, un quarto della capitalizzazione borsistica del gruppo, che comunque nell’ultimo anno aveva fatto segnare un +172% sui mercati di Borsa Italiana. 

Gli olandesi dell’Ajax hanno arginato i bianconeri nel primo tempo (finito 1-1 con col di Cristiano Ronaldo e van de Beek, al 28′ e 34′), e hanno imposto ritmo e gioco nel secondo. All’Allianz di Torino è finita 2-1 per i lanceri di Amsterdam, squadra brillante e solida, vera rivelazione di questa edizione della Champions.

La Juve ha subìto la pressione e la velocità degli avversari e non è stata capace, dopo il secondo gol avversario (di de Ligt al 67′), di reagire con la necessaria forza. Senza Manzukic dal primo minuto e costretta a rinunciare anche a Dybala a inizio secondo tempo per un infortunitio (dentro Ken), nella seconda parte della gara non è mai stata veramente incisiva.

Merito degli olandesi, sempre in partita, capaci di non disunirsi dopo l’1-0 firmato da CR7, nel momento in cui è sembrato a tutti che la Juve fosse in serata magica, una di quelle serate dove lo Stadium diventa inespugnabile per chiunque. La manovra bianconera è sembrata ben conosciuta e prevista dai ragazzi terribili (età media 24 anni) di Ten Hag, che dopo il Real Madrid fanno fuori un’altra delle favorite di questa edizione della Champions League e approdano in semifinale (incontrerà Tottenham o Manchester City).

“L’Ajax ha ampiamente meritato di passare il turno, ha dimostrato di poter far male alle grandi del calcio europeo come Bayern Monaco, Real Madrid e Juventus”ha detto Andrea Agnelli, presidente della Juventus, al termine della sfida. “La delusione da tifoso c’è, ma vanno fatte anche delle valutazioni complessive, perché la Juventus da diversi anni è stabilmente tra le migliori otto d’Europa. Questo è motivo di orgoglio per noi e dobbiamo portare avanti questo percorso. Questo è il mio mestiere, essere presente in determinati momenti e dire ciò che è giusto. All’Ajax vanno fatti solamente tanti complimenti, se lo sono meritato. Hanno giovani spavaldi e forti, sarà curioso vedere se rimarranno in questa squadra per continuare a far crescere la tradizione importante di questo club. Avevamo i favori del pronostico e maggior personalità in campo, ma il calcio è anche questo”, ha concluso Agnelli. 

La volata è lanciata. Milano-Cortina ha preso d’anticipo Stoccolma anche sulle garanzie finanziarie del governo. E, anche se gli svedesi hanno recuperato, il nostro Paese ha ancora qualche piccolo vantaggio nella corsa alla candidatura dei Giochi Invernali 2026. Intanto, per una volta – udite, udite – tutte le parti interessate, dalla politica allo sport dalle regioni agli enti locali non accusano defezioni, cioè remano tutte a favore, anche se magari con diversa intensità.

Forte della grande bellezza del paese, da Cortina alle piste di Bormio, da Tesero ad Anterselva, allo stadio Meazza di Milano (teatro della cerimonia di apertura) all’Arena di Verona (per la chiusura), l’Italia si presenta con credenziali serie, risparmiose, sostenibili sotto tutti i profili e quindi credibili, nel dossier di 127 pagine con grafici e foto, che è stato appena verificato sul campo dal Cio, coi 14 siti divisi in quattro gangli, Milano, Valtellina, Cortina e Val di Fiemme. Nella più europea delle città italiane si terranno hockey, pattinaggio artistico e short track.

In Valtellina, ci sarà lo sci alpino maschile, a Bormio e allo Stelvio, mentre a Livigno si disputeranno snowboard e freestyle. In Val di Fiemme, a  Baselga di Pinè, si svolgerà il pattinaggio di velocità (pista lunga), a Tesero il fondo, a Predazzo, il salto con gli si. A Cortina, in città, ci saranno le gare di curling, alle Tofane, quelle di sci alpino donne, al centro “Eugenio Monti” bob, slittino e skeleton. In Alto Adige, ad Anterselva, si daranno battaglia nel biathlon.

Parliamo di località sportive e turistiche ben note, già testate più volte, in tempi recenti, da continui afflussi di gente e da gare internazionali. Così come Milano non fa temere per la costruzione del nuovo palasport di Santa Giulia e le migliorie da apportare all’ex PalaSharp di Lampugnano (per l’arena da 7.000 spettatori dell’hockey) e ad Assago (destinato al pattinaggio), la cui pianificazione è già completata, su carta.

Né per gli investimenti, i più ingenti dei Giochi invernali 2026, con un impegno con oltre 200 milioni: fra i  113.213mila del villaggio olimpico a Scalo Romana (vicino l’aeroporto di Linate, alla stazione di Rogoredo e alle autostrade), 79.310 di Santa Giulia (15 mila posti), più Palasharp e Assago…. La metà dei quasi 449 milioni di euro degli investimenti olimpici definiti fra pubblico (264.215mila euro) e privati (184.434mila). Il capoluogo lombardo vanta ampia credibilità imprenditoriale, oltre a una rete di trasporti all’avanguardia, dagli aeroporti alla metropolitana, la più estesa del paese (all’epoca dei Giochi sarà ultimata anche la linea blu, con capolinea Linate).

Così com’è sereno il discorso alberghi, in tutti i quattro gangli dei Giochi, con la capacità di ospitare complessivamente 85 mila persone (32 mila Milano, 31 mila Cortina, 11 mila ciascuno la Valtellina e la Val di Fiemme). Senza necessità di nuove strutture, e quindi di spese extra. Rimanendo nel budget, mentre l’Olimpiade della sola Torino sarebbe costata 648 milioni, quella di Milano 384 e quella di Cortina 380.  Così com’è assodato e concreto l’avallo della gente, curiosa ed orgogliosa di essere parte integrante di un teatro così importante.

Le criticità dell’Olimpiade “Made in Italy” sono le stesse di quella “Made in Sweden”, con più siti di gare, anche lontani fra loro, e tre diversi villaggi degli atleti. Ma con una caratterizzazione che Stoccolma – coi suoi due mega-palasport – non può vantare, rispetto al nostro paese-bonsai. Come il palazzetto di Cortina, da 3.000 posti, destinato alle prova di curling, che fotografa al meglio la nuova filosofia del governo dello sport mondiale in quest’epoca di forte penuria di candidature olimpiche: esempio positivo che può fare da volano per altri Paesi. Senza preoccupazioni di salti nel buio, utilizzando gli ottimi impianti già esistenti. E rispettando il pareggio a quota 1.533milioni di euro, fra spese e introiti.

L’unico, vero, punto interrogativo è forse legato alle politiche estere del governo, certamente non popolarissimo di questi tempi.

Lewis Hamilton ha vinto su Mercedes il Gp di Cina sul circuito di Shanghai, con il secondo successo consecuto nel campionato mondiale F.1. Secondo il compagno di scuderia Valtteri Bottas, che era partito in pole,  e ha preceduto sul traguardo la Ferrari di Sebastian Vettel. 

 

“Strumento musicale tradizionale dell’Italia meridionale, conosciuto nell’area di Napoli, formato da tre martelletti in legno intelaiati fra loro”. Bisogna partire dal dizionario e dalla sua definizione dello strumento che risale addirittura al XVI secolo e ha dato il nome a uno dei razzi cult dei capodanni partenopei, per capire il caso/processo che sta monopolizzando il mondo del calcio e del giornalismo sportivo. Imputata: Ilaria D’Amico. Arma del (presunto) delitto: il triccheballacche appunto, strumento principe dei Carnevali e delle feste folkloristiche campane. 

E’ successo che il 10 aprile nello studio di Sky, durante il prepartita di Ajax-Juve, avvolta nel suo bel vestitino rosso, la D’Amico dicesse: “Amsterdam ha raccontato fin qui una vigilia di partita con un approccio quasi partenopeo, con “triccheballacche” e fuochi d’artificio per disturbare il sonno degli avversari”, riferendosi ai fuochi d’artificio esplosi fuori dell’hotel nel quale alloggiavano calciatori e dirigenti della Juventus ad Amsterdam.

Entrano in campo anche le istituzioni

Apriti cielo: quel riferimento all’approccio partenopeo della conduttrice partner dell’ex portiere della Juventus Gianluigi Buffon (tre anni fa sono diventati anche genitori del piccolo Leopoldo Mattia ), tacciata spesso di una propensione pro-Juve a causa della liason, non è sfuggito dalle parti di Napoli. Sui social si è scatenato l’inferno, con raffiche di tweet che avevano la forza di triccheballacche verbali e tifosi che annunciavano la disdetta dell’abbonamento a Sky (Giovanni Simioli, conduttore della locale “La radiazza” l’ha subito fatto e postato le motivazioni anti-D’Amico spedite a Sky). 

Tra i vari post sono due quelli che hanno lasciato i segni più evidenti: quello dell’assessore allo sport del Comune di Napoli, Ciro Borriello, che sul suo profilo Facebook ha scritto “Credo che la redazione di Sky debba chiedere scusa, per quanto dice quella sottospecie di giornalista della D’Amico, a tutti i napoletani…” e  quello della penna calcistica di Repubblica Maurizio Crosetti, che ha così sferzato lady Buffon e SkySport: “ Arriva il momento in cui è importante che un amico, un parente, un congiunto, al limite un portiere ti dica “senti, davvero, forse è meglio basta così”. Chissà se Ilaria D’Amico ha quell’amico”.

Lo sfogo della conduttrice

E a un certo punto, un giorno dopo la frase incriminata, la D’Amico basta lo ha detto davvero. Ma agli attacchi. La conduttrice è uscita allo scoperto dicendosi “stupita e senza parole” di fronte agli attacchi “strumentali” ricevuti. Ha spiegato di essersi andata a rivedere la registrazione per sincerarsi dell’assenza di riferimenti negativi delle sue dichiarazioni.

“Il mio riferimento all’ “atteggiamento quasi partenopeo” era esclusivamente relativo ai fuochi d’artificio che alcuni tifosi dell’Ajax hanno sparato di notte davanti all’albergo della Juventus. In riferimento a quello, e solo a quello, ho pensato alla notte di Capodanno, all’immagine che abbiamo della festa con i fuochi nella città partenopea. Poi, solo successivamente, ho stigmatizzato gli episodi di altro tipo con scontri e fermati. Com’è possibile strumentalizzare tutto ciò?”, si è sfogata, dicendosi amareggiata con chi, “per sfogo o per trovare piccoli spazi di pubblicità, si cimenta con il tiro al bersaglio a professionisti e personaggi pubblici. Mi lascia profonda amarezza. Quando poi a insultare sono esponenti politici locali l’amarezza si trasforma in indignazione”. 

Sarebbe in arrivo pure la querela

Il suo sfogo è stato supportato da Giuseppe Cruciani che dalla sua “Zanzara” così si è rivolto ai tifosi anti-D’Amico e Sky: “È vero che a Napoli va di moda il “pezzotto” (il decoder tarocco ndr), anzi è stato proprio creato a Napoli, ma minacciare di disdire l’abbonamento Sky… Il problema è Napoli in rivolta contro la frase di una conduttrice, in quale città le istituzioni si smuovono per una cosa del genere? Qual è il problema, vi ha dato dei cornuti? Dei poveracci? Dei criminali?”.

Parole, le sue e quelle di lady Buffon, che non hanno certo fermato l’avvocato napoletano Angelo Pisani, che incaricato da un gruppo di tifosi ha annunciato una querela per la D’Amico e, in solido, per Sky Sport, né il comico di “Made in Sud” Peppe Iodice. Ha ironicamente ringraziato la conduttrice “dicendosi mortificato per il fatto che a Napoli non ci siano più i negozi di triccheballacche” e proponendo di riaprirli “per consentirci di andare sotto gli alberghi degli avversari, come piace a noi”.

Appena Naomi Osaka è diventata la prima regina giapponese dello Slam, il 9 settembre a New York, il dio dollaro ha cominciato a soffiare il suo piffero magico per strapparla al Paese del sol levante. E ora che la ragazza d’oro si avvicina al ventiduesimo compleanno, il 16 ottobre, aumenta il pressing, per farle abbracciare soltanto il passaporto yankee.

L’aiutino decisivo può arrivare dalla legge giapponese che, al compimento dei 22 anni, impone a chi ha doppio passaporto di fare la scelta decisiva. Senza se e senza ma, senza rinvii e deroghe. Ancor di più, nel caso di un personaggio così noto, come la numero 1 del tennis pro e campionessa di due Slam (dopo gli Us Open, anche gli Australian Open), peraltro già protagonista di una doppia disputa dalle radici della sua esistenza.

Naomi è nata infatti ad Osaka, in Giappone, da mamma giapponese (Tamaki) e papà haitiano (Leonard Francois). Dai tre anni è cresciuta in America, a Long Island (New York), sia pure con una educazione haitiana, da nonna e nonno paterni. A 8 anni, s’è trasferita in Florida perché papà voleva emulare Richard Williams e portare anche l’altra figlia, Mari, al vertice del tennis. Proprio papà, irritato dalla scarsa attenzione della Usta, la Federtennis Usa, ha poi fatto abbracciare a Naomi la bandiera giapponese, pur garantendole il passaporto Usa.

Perché la ragazza, come gioco, come parlata e come stile di vita è più propriamente figlia della cultura yankee. Lei stessa ha candidamente confessato di non sentirsi libera di parlare un giapponese perfetto davanti ai media e di dover spesso spiegare alla sua gente come mai una giapponese abbia la pelle ambrata (del papà haitiano). Situazione ignota negli Stati Uniti, che abbraccia tutte le razze e le religioni.

Sulla via dell’Olimpiade estiva di Tokyo 2020, il mercato giapponese ha arricchito la Osaka con le sponsorizzazioni Yonex (racchetta), Sisheido (cosmetici), Nippon Airways (linea aerea) e Wowow (emittente satellitare). Ma non è riuscita a vestirla Uniqlo (come Federer e Nishikori), perché la ragazza d’oro ha rifiutato gli 8.5 milioni di dollari l’anno che le proponeva Adidas per allungare il contratto, ed ha per sposato l’americanissima Nike per una cifra imprecisata, ma che dev’essere di almeno 10 milioni l’anno. Pluriennale e garantita.

È questo un ulteriore segnale della conversione di Naomi alla bandiera dello zio Sam? Lei, ancora a ottobre al torneo di Pechino, dribblava la domanda rimandando la questione al governo del suo Paese: “Io sono sicura, visto che gioco per il Giappone. Non voglio mancare di rispetto a qualcuno, o altro, ma non capisco perché si possa pensare, ma non capisco da dove salti fuori la conclusione che per me sia difficile scegliere”.  

Gli esperti legali sostengono che il governo giapponese raramente imponga il rispetto della legge di scegliere tra due nazionalità, soprattutto a fronte di ben 890 mila persone con doppio passaporto. E, finora, il governo di Tokyo non ha mai revocato una cittadinanza giapponese a chi, come la Osaka, ce l’ha per nascita. Mentre chi sceglie la naturalizzazione in un altro paese la perde automaticamente.

Ma la notorietà di Naomi potrebbe creare qualche problema politico, facendola diventare un simbolo, e quindi un dibattito sulla credibilità delle leggi giapponesi. Soprattutto in considerazione del fatto che le sue particolari radici multiculturali già hanno sfidato le nozioni sull’identità nazionale, facendola diventare la più prominente figura multirazziale e multinazionale del paese. Dove, ogni anno, soltanto un bambino su cinquanta ha genitori stranieri. E così il piffero del dio dollaro suona sempre più acuto.

Nel 1975, sul ring di Cleveland, Chuck Wepner era convinto di aver messo al tappeto il grande Muhammad Alì. “Tornai all’angolo e dissi ai miei, accendete i motori, si cambia vita, siamo milionari”. Il suo manager gli rispose: “Farai meglio a girarti, perché si è rialzato”.

Wepner, naturalmente, perse per knockout tecnico poco prima della fine, ma aveva dimostrato che anche un semisconosciuto poteva combattere con il più grande pugile di tutti i tempi. Alla sua storia si ispirò Rocky, una delle saghe cinematografiche più importanti sulla storia della boxe. Da allora, però, tutti pensarono solo a Sylvester Stallone e dimenticarono Chuck.

Al Rocky cinematografico dedicarono, nel 1980, una statua a Philadelphia, vicino alla scalinata del Museo d’arte resa famosa dalla scena del film Rocky III in cui il pugile si allena.

Ora, quarantaquattro anni dopo quell’incontro, anche il vero Rocky avrà il suo monumento: verrà posto all’ingresso del parco di Bayonne, nel New Jersey, dove è nato e vive tuttora Wepner, 84 anni.

Merito di un amico, Bruce Dillin, titolare di un’officina, che ha raccolto i soldi per pagare uno scultore. All’inizio Dillin aveva pensato di chiederlo direttamente all’artista che aveva fatto il famoso monumento dedicato a Rocky, ma la richiesta, 500 mila dollari, aveva fatto tramontare subito l’ipotesi.

Così l’amico di Wepner si è rivolto a un artista che ha la bottega accanto all’officina, Wu Zhen. La statua verrà messa accanto alla scalinata, quella su cui il vero Rocky si allenava e che ha ispirato la scena di Stallone.

L’annuncio ha riportato alla luce la vita di quest’uomo sconosciuto a molti: cresciuto per strada, facendo a pugni con i ragazzi più grandi di lui e diventato pugile professionista nel 1964, Wepner aveva conquistato il pubblico per il coraggio con cui andava ogni volta sul ring.

Aveva affrontato George Foreman, combattuto con un orso e sfidato il gigante del wrestler, Andrè The Giant. Tra gli incontri che ispirarono Rocky, oltre all’incontro con Alì del ’75 ci fu quello con Sonny Liston, che aveva distrutto Wepner, provocandogli ferite sul volto che avevano richiesto settantuno punti di sutura.

La maschera di sangue con cui il pugile di Bayonne aveva combattuto gli valse il soprannome di Bayonne Bleeder: quel volto insanguinato ispirò un’altra delle scene che avrebbero reso immortale il Rocky cinematografico.

 

Ma quanto particolare è Josip Ilicic, il protagonista del 4-1 dell’Atalanta contro il Bologna? Intanto, è alto 1.90 e pesa 80 chili, ma non è un difensore centrale e nemmeno un centravanti di peso. Sembra indolente, ma in realtà è per via dell’andatura ciondolante di molte persone alte che deve anche dribblare il terreno minato dei difensori. E’ un trequartista che ogni estate entra nel mirino di una big, ma poi a fine mercato resta a Bergamo. Come dice coach Gasperini: “Mica è un fenomeno. Non lo vuole nessuno, anche perché non è sempre così. Rimarrà a lungo all’Atalanta”.

I compagni lo chiamano “la nonna”, perché, a parole, per quell’aspetto non propriamente esuberante, è sempre distrutto. “Ormai non gli rivolgo più il classico: “Come stai?”. So che mi risponderebbe in maniere negativa”, puntualizza ancora l’allenatore della dea (per chi non lo sapesse, Atalanta era una ninfa cacciatrice e velocissima, da cui lo stemma della società con una testa coi capelli al vento).

Breve storia di Josip Ilicic

E’ nato in Bosnia ed Erzegovina e, da profugo di guerra, ha il passaporto croato. E’ mancino naturale, è un centrocampista dai piedi dolci, ma si esalta dalla posizione di ala destra, così da poter rientrare al centro e tirare o crossare. E, anomalo com’è, nello show personale del posticipo di A, ha segnato con diagonale di destro.

E’ arrivato in Italia, a Palermo, il giorno dopo essere stato eliminato dai siciliani in Europa League col suo Maribor. Dal 2013 è passato alla Fiorentina, dal 2017 gioca nell’Atalanta. Anzi, è la scintilla, l’improvvisazione, il genio, il jolly dell’organizzatissimo sistema creato da Gasperini, con tutto quel frenetico via vai sulle fasce e quello scalare di posizioni, che esalta gli inserimenti anche dei centrali difensivi. Infatti, l’Atalanta vola soprattutto quando brilla la sua luce.

Lo sanno bene i tifosi che temevano il peggio quando l’attacco influenzale di luglio s’è rivelato un’infezione batterica in bocca. Con ascesso dentale, ingrossamento dei linfonodi, ricovero in ospedale, e dieci giorni di buio, ad agosto, al Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Che vuole dire: le prime tre giornate fuori squadra, tante preoccupazioni, tanti dubbi, tanti punti interrogativi sul rientro che si accavallano e quindi, tanti piccoli passettini avanti e qualche spezzone di partita. Fino alla prima da titolare il 21 ottobre contro il Chievo, siglata da una tripletta in 60 minuti che ha lanciato il poker di successi consecutivi e quindi la svolta stagionale della squadra. Sugellata da un altro tris di gol, il 29 dicembre, contro il Sassuolo, pur essendo entrato in campo solo al 63° minuto. “Sarebbe stata la terza partita da titolare in una settimana, lui, fisicamente è irregolare, e so che quando entra dalla panchina è determinante”, ha spiegato sempre coach Gasperini. 

I gol segnati in stagione, e la paura, superata, di “non svegliarsi più”

In questa stagione, solo Aguero e Messi hanno segnato due triplette come Ilicic. Che poi ci ha aggiunto un gol contro Spal, Fiorentina e Chievo, e due contro il Bologna questa settimana, arrivando a quota 11 in 24 partite, esattamente in 1621 minuti, che gli vale il decimo posto nella classifica dei marcatori.

Primo dei centrocampisti, col secondo, Defrel della Samp, appena 19° (con 89 realizzazioni). Josip è anche al quarto posto nella graduatoria degli assist, con 7 passaggi decisivi ai compagni, tre meno del Papu Gomez, della stessa Atalanta. Che sorride con più primati. Quello dei gol in serie A: 64, alla media di 2.13 a partita, meglio della dominatrice della stagione, Juventus, con 62. Quello degli assist, 48, dieci più del Napoli, a 38. E quello dei gol di testa, 13, uno più di Cagliari e Juventus. 

Lui, Ilicic, con quella faccia un po’ così, che alterna pause snervanti a guizzi imprevedibili a bizze disciplinari (espulso, contro l’Empoli, ha ingiuriato l’arbitro e così si è beccato due giornate di squalifica) si sente più forte che mai, a 31 anni. Potenza dei miracolati:

“La cosa più importante è che sto bene, è stato un episodio molto brutto e grave. Ma sono uscito vincitore. Ci sono stati tanti momenti in cui ho pensato di non farcela, perché questa cosa non passava mai. Anzi, più passava il tempo e più peggioravo. A un certo punto ho pensato solo a salvarmi e non al lavoro. Per fortuna sono ancora qua e posso giocare a calcio”.

Della serie, la prima cosa è la salute: “Avevo paura anche di andare a dormire. Pensavo di non svegliarmi più la mattina e di non rivedere la mia famiglia. Sono le cose più brutte che capitano nella vita. È stato duro riprendersi, parti da sotto zero e bisogna riabituarsi a muoversi e a correre, come se fossi un bambino. Ero sempre molto stanco… “.

 Lui, “la nonna”, il talento intermittente dal fisico che inganna, quello che fa tutto un po’ al contrario. A cominciare dalla maglia, numero 72. Perché? “Perché, quand’ero al Palermo, Pastore si rifiutò di cedermi la mia amata 27. Così ho invertito i numeri”. Oltre al corso del destino che tentava di sgambettarlo.

Domenica Bechy Lynch la rossa sarà l’attrazione del Wrestlemania, uno dei Big Four, i quattro tornei più importanti del suo sport, come i Majors del tennis. Lo sanno tutti, e glielo ricorda lei già dal nomignolo, “The Man”, di cui s’è appropriata, forte dell’appoggio dei fans. Ha la faccia, le movenze e i capelli (tinti) di un diavolo, e recita al meglio da personaggio forte del suo sport, il WWE. Cioé la World Wrestling Federation, un’azienda dello spettacolo col fatturato superiore agli 800 milioni di dollari l’anno.

Vera, finta? Chissà. Anche “The Man”, soprattutto lei/lui, è in bilico fra realtà e finzione, pioniere della fulgida era al femminile di questo sport dell’eccesso, alla continua rincorsa di amicizie, litigi, tradimenti, vendette, per ammantare di umanità un irrefrenabile uragano di muscoli e violenza.

Prima di vincere, prima di diventare il campione arrogante che tutte le donne oppresse dagli uomini vorrebbero essere, e che forse tutti gli uomini vorrebbero avere (forse), Bechy Lynch ha scalato la hit parade della popolarità sui social ravvivando il ring con oggetti e parole, tante parole, tante storie, tanti racconti. Fino a diventare reale, per la gente, più di tanti colleghi, ed allineare 1.48 milioni di followers su Twitter e 3.4 su Instagram. Dopo due anni di clamorosi su e giù, fra sistematiche esclusioni nei match pay-per-view e sconfitte nella sua specialità, lo SmackDown, dove vanta il record di prima campionessa mondiale.

 

 

Oggi, è “The Man”, il personaggio forte, che gira il mondo da wrestler professionista esibendosi davanti a milioni di persone ululanti che chiedono di sfogarsi per interposta persona con calci, pugni, manate, salti addosso a piedi uniti, trascinamenti, strattonamenti, sradicamenti dal ring, e qualsiasi altra brutalità che provochi dolore, ferite, sangue. Ieri, “la rossa” è stata per due anni hostess di volo della Air Lingus, (ereditando il lavoro da mammà) e si è arrangiata come clown e personal trainer. Oggi, urla: “Tutti parlano ad alta voce, finché non arriva “The Man””, dopo aver steso qualcuno.

Lei e lo SmackDown hanno cancellato la lotta, anche se capita di rompersi la faccia, di stare con la testa eretta per non far colare il sangue e di dover saltare qualche puntata perché i medici proprio non se la sentono di dare il nulla osta. Ieri, quindicenne, viveva in Irlanda, e mentiva sull’età per poter imparare l’arte della sopravvivenza alla Balor Academy, insieme al fratello maggiore, che sarebbe diventato “Gonzo de Monzo”. La sua prima evoluzione è transitata per NXT, la tv del wrestling, dove il suo visino ha bucato lo schermo. E, da Rebecca Quin, ha abbracciato il nome d’arte di Becky Lynch, ha cominciato a viaggiare per il mondo, più di tutti gli altri girovaghi del wrestling, contribuendo alla popolarità e ai successi del suo sport, anche nel Regno Unito.

Al curriculum ha aggiunto l’attività di stunt woman e di attrice, con qualche puntatina anche ad Hollywood – avete presente il film The marine 6- Close Quarters e la serie tv “Vikings”? -, una laura in recitazione al Dublin Institute of Technology e un periodo al Columbia College di Chicago, gli studi in Giurisprudenza, la fuga in Canada. Anche perché per sette anni, dal settembre 2006, non è salita sul ring per un brutto infortunio che sembrava averle danneggiato l’ottavo nervo cranico.

Ma, nel 2015, ha rilanciato la sfida a uno sport così maschilista con l’esibizione Bella Twins on Raw che s’è trasformato nell’hashtag #DiveDivasAChanche e in un massiccio rilancio su NXT. Con vistoso aumento di sceneggiate ideali per il business, e quindi faide, scuse, finte scuse, assalti scorretti, colpi mirati per acuire gli infortuni, vittorie e sconfitte che si susseguono come le sigle e le categorie.

Fino all’acme, il 28 ottobre, con la difesa del titolo contro Charlotte Flair nell’enfatizzato “Last Women Standing Match” che è stato giudicato dalla critica il miglior match femminile della storia della WWE. E quindi l’occasione giusta per diventare “The Man. Non male per la ragazzotta di Limerick, alta appena 1.68 per 61 chili, che viaggia a una media di 700mila dollari l’anno, un fidanzato ufficiale, Luka Sanders, un artista, non certo un wrestler, che la vezzeggia regalandole i suoi fiori preferiti. Ovviamente, rose.

Dica 33. Trentatré tornei pro diversi e altrettanti vincitori in questo tennis sempre più globale e difficile. La numero 33 fa ancor più scalpore: è aborigena, figlia di quella etnia oppressa, condannata e sofferta dall’Australia. Ashley Barty, Ash per tutti, piccola, paffutella, allegra ragazza dal braccio d’oro che firma il torneo di Miami stroncando col fioretto la picchiatrice Karolina Pliskova, ha fatto quindi due volte più fatica per emergere. E aggiungere un’altra pietra miliare alla storia nella storia dopo la pioniera Evonne Goolagong, ex numero 1 del mondo anni 70 con 7 Slam di singolare, 6 di doppio e uno di misto. Che è la sua mentore, l’idolo, la stella cometa. Come atleta e come aborigena: 
“La mia eredità è molto importante per me. Ho sempre avuto la carnagione olivastra e il naso schiacciato, e penso che sia importante fare il meglio che posso per essere un buon modello per tutti, in particolare per i giovani e ancor di più per i tanti ragazzi aborigeni che hanno enormi potenziali atletiche”.  

Non sono tanti gli aborigeni, parliamo di 650,000 persone, quanto gli abitanti di Macao, dispersi ai margini delle città, senza infrastrutture, coi più giovani che inseguono al massimo un pallone.

Ash, 23 anni il 24 aprile, alta appena 1.66 in un tennis sempre più dominato da virago, ha dalla sua il talento naturale, sia fisico che tecnico, il famoso rapporto ideale occhio-palla, ma in meno ha talmente tanti fattori che tutti le vogliono bene e le riconoscono i miracolosi risultati. Papà Robert – l’unico ex atleta di famiglia, da ex golfista – le ha trasmesso qualche problemino psichico: “Sono ossessivo compulsivo. Sono maniaco depresso. Sono bipolare. Sono in terapia e sarò in cura per tutta la vita, ma vivo una vita meravigliosa”.

Per allontanare “la nuvola pesante” che aleggia sulla sua testa, Ash l’introiversa ha lavorato tanto con una zia, medico, ha fatto tanta meditazione, si è guardata tanto dentro: “Ricordo che la maggior parte delle sedute finiva in lacrime, e poi uscivo sentendomi un milione di volte meglio”.

Ha assunto farmaci per la depressione per quasi due anni, ha imparato a sopportare il grande successo, per lei così piccola e inesperta, sin dal titolo juniores a Wimbledon ad appena 15 anni. Brava, molto brava, non riusciva però ad esprimersi compiutamente in singolare, legandosi al gioco di squadra, al doppio con l’adorata Casey Dellacqua con la quale, nel 2013, ha raggiunto la finale di Australian Open e Wimbledon. Ma, frustrata dai tanti sforzi che non portavano a risultati commisurati, delusa dalla classifica di singolare che la relegava fra le top 200 (n. 184). Ha lasciato il tennis per rifugiarsi nel cricket, la sua prima grande passione sportiva.

Ma, dopo 18 mesi di oblìo, pur distinguendosi nei Brisbane Heat della Bash League e sfiorando la convocazione in nazionale, è tornata al tennis. Con le sue manie: non usa mai un asciugamano nel primo gioco, non beve un sorso d’acqua al primo cambio-campo, usa sempre un’altra racchetta con le palle nuove, la sua borsa da tennis è sempre imballata e disfatta nello stesso ordine, e nessuno può metterci dentro il naso. Ma, stavolta, ha cominciato a correre anche da pro, a modo suo.

Non ha chiesto la classifica protetta che spetta a chi rientra da infortunio. “Avevo solo in testa il mio processo mentale, ero uscita dal tennis perché dovevo, perché mi sentivo finita ma non avevo buttato via, perché sentivo che il tennis avrebbe sempre fatto parte della mia vita, ma dovevo separarmene totalmente per riprendere ad amarlo”. Tornando, a maggio del 2016, senza classifica, nel 50 mila dollari di Eastbourne, Aegon, ha scelto di ripartire dal basso, giocando anche undici partite in nove giorni, ma convincendosi sempre di più, dentro di sé, che davvero voleva vivere quella avventura: “Sentivo che lottavo per ogni punto della classifica, senza aiutarmi con le wild-card, perché credo che la classifica rifletta quello che vali veramente. E così, guadagnandomi i miei progressi, ho creduto sempre più in me stessa”. 

Così, nel 2017 ha aggiunto la finale del Roland Garros al suo curriculum di gran doppista e l’anno scorso ha interrotto il tabù conquistando il primo Slam, agli Us Open, e firmando i primi due titoli di singolare. A gennaio, poi, si è  aggiudicata il primo titolo importante, a Sydney, dominando la numero 1, Halep, e a Melbourne, è diventata la prima australiana ad arrivare nei quarti da Jelena Dokic nello Slam di casa, sostenendo sulle spalle tutte le aspettative possibili moltiplicate al quadrato per la sua storia, il tormentato addio, il rientro e l’essere aborigena.

“Ho cominciato a capire meglio le cose fuori dal campo, come posso godermi di più tutto, come posso convivere con la sconfitta dopo essermi data totalmente come faccio io in allenamento come in partita”. La ripartenza per lei è: “Tennis 2.0”. Con tre titoli, la scalata al numero 15 del mondo: “Sono una persona migliore, posso solo ringraziare questo break che mi sono presa. E’ stato vitale. Sapevo che quella era la strada per essere felice, e comunque mi ero tenuta la porta aperta”.

Come premio ecco il successo di Miami, battendo Pliskova e coronando il sogno delle top “ten”, da numero 9 del mondo. Coi complimenti di tutti, a cominciare da Rod Laver, il mito del tennis mondiale e ancor più australiano. Con quel servizio magico, mille soluzioni di dritto, mille cambi di ritmo e la capacità di far gioco che possono solo far innamorare di un tennis diverso, classico, e insieme moderno. Alla ricerca del tempo perduto, quello di 60 mila anni fa, in un’isola che si sarebbe chiamata Australia.