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Sette partite di serie A in programma oggi. Nell'anticipo dell'ora di pranzo la Juventus ha vinto facile in casa del Sassuolo per 3-1 con tripletta di Dybala. I bianconeri conservano la testa del campionato insieme all'Inter che ieri ha vinto per 2-0 sul campo del Crotone e al Napoli che ha giocato a tennis (6-0) col Benevento nel derby campano. Il Milan supera l'Udinese 2-1 grazie a un super Kalinic, mentre il Cagliari vince 2-0 in casa della Spal. Torino e Sampdoria danno spettacolo: all'Olimpico finisce 2-2. Alle 18 l'Atalanta, reduce dal trionfo in Europa Legue con l'Everton, non va oltre l'1-1 in casa del Chievo. Nel posticipo serale, grande spettacolo e molti gol in Genoa-Lazio, vinta dai biancocelesti 3-2 con doppietta di Ciro Immobile. Nel Genoa due gol del giovanisimo Pellegri, Negli altri anticipi di ieri la Fiorentina ha battuto il Bologna 2-1, mentre la Roma ha rifilato 3 gola al dimesso Verona (doppietta di Edin Dzeko).

La gara della Ferrari al Gran Premio di Singapore finisce dopo pochi secondi. E con essa, forse, anche la speranza di riconquistare il mondiale 10 anni dopo Michael Schumacher. Una carambola innescata da Kimi Raikkonen che tenta un sorpasso al limite del possible (e, probabilmente, anche oltre) coinvolge Max Verstappen e Sebastian Vettel. Tutti e tre fuori subito e Lewis Hamilton, quinto al via, che va a vincere la sua settima gara dell'anno (60esima in carriera) davanti all'australiano Daniel Ricciardo (Red Bull) seguito dal finlandese Valtteri Bottas sull'altra Mercedes.

Di chi è la colpa dell'incidente?
 

La parola ai piloti

  • SEBASTIAN VETTEL – "Non lo so cosa è successo. Ho visto solo negli specchietti Max Verstappen e ho visto all'improvviso Kimi Raikkonen che mi ha colpito sul fianco ma non so cosa sia successo tra di loro" dice Vettel subito dopo l'incidente, come si legge su Repubblica. "Sono brutte cose che però capitano. Non ho molto da dire, credo di aver fatto una partenza nella media poi ho visto Verstappen che si stava avvicinando un pochino, ho cercato di chiudergli un po' la porta poi, subito dopo, ho sentito un colpo sul fianco ed è finita".
  • KIMI RAIKKONEN – "Non so se Max non mi ha visto o meno: bisognerebbe chiederlo a lui. Sono cose che capitano, anche se abbiamo pagato un prezzo troppo salato però non credo che avrei potuto fare nulla di diverso per evitare l'incidente. E' un vero peccato che sia finita così, avevo fatto bene i primi 100 metri. Incidente di gara? Vediamo cosa diranno i commissari, anche se non cambierà più nulla a questo punto". Per la cronaca, a fine gara i commissari hanno assolto tutti e tre i piloti.
  • MAX VERSTAPPEN – "C'e stata un'incomprensione tra le due Ferrari", spiega il giovane pilota della Red Bull. "Probabilmente Sebastian non ha visto che c'era Kimi. Io potevo frenare, ma non potevo togliermi dal sandwich. Non capisco Sebastian, che lotta per il campionato. Io puntavo solo a vincere il Gran Premio…. C'è stato un errore da parte loro, non penso solo di Kimi. C'è stata un'incomprensione tra le due Ferrari. Sono contento comunque che ci siamo ritirati tutti e tre, non solo io".

L'analisi
 

Guardando e riguardando l'incidente ecco cosa scrive Fulvio Vanetti sul Corriere della Sera in merito ai protagonisti della carambola di Singapore.

Raikkonen da scagionare

Kimi Raikkonen è scattato benissimo e per affiancare e sopravanzare Verstappen ha cercato il varco all’interno. Probabilmente l’ha fatto pure con l’intento di proteggere il primato di Vettel. A cercare il pelo nell’uovo – si legge ancora – si può dire che il finlandese era sul filo del rasoio con quell’attacco portato non lontano dal muretto. Ma lo spazio per finalizzare al meglio la sua mossa, obiettivamente c’era.

Vettel parte male

C’è un dato di fatto indiscutibile, sul tedesco: non è partito al meglio. Allo spegnimento delle luci del semaforo, infatti, la sua Ferrari rimane indiscutibilmente 'piantata'. Poi, dopo una leggera pattinata, si mette in moto e il tedesco mantiene il primato. Ma si rende conto che all’interno lo stanno attaccando sia Verstappen (partito a suo fianco in prima fila) sia il compagno di team Kimi Raikkonen, schizzato benissimo all’interno dalla quarta posizione.

Sebastian va così in protezione della leadership e chiude verso sinistra. Manovra legittima, essendo in testa, ma l’impressione è che abbia esercitato il suo diritto troppo in anticipo e in modo molto deciso. Il risultato è che Verstappen, chiuso a cuneo, tocca Raikkonen, che a sua volta «boccia» Sebastian. Insomma, Vettel è stato sì danneggiato ma si è messo nelle condizioni di correre un serio rischio. Se fosse partito meglio, non sarebbe successo probabilmente nulla.

Verstappen non è innocente

Il pilota olandese non è del tutto innocente, nel senso che, nonostante il cuneo formatosi davanti a lui, Max non ha rinunciato a tenere giù il piede. Ci sono dei momenti in cui devi avere la lucidità di far buon viso a cattivo gioco, anche se è comprensibile che Verstappen volesse dire la sua, a maggior ragione dopo una partenza migliore di quella di Vettel (ma non superiore a quella di Raikkonen).

Hamilton in fuga, ma la Ferrari non molla
 

Il britannico Lewis Hamilton consolida la posizione in testa alla classifica piloti, dinanzi al secondo, il ferrarista, Sebastien Vettel: il distacco è ora di 28 punti. Terzo Bottas a 23 punti dal tedesco. Lewis Hamilton, scrive la Gazzetta dello Sport, ora è in fuga nel Mondiale a 6 prove dalla fine. La classifica, che prima della pausa estiva vedeva Vettel lassù in cima, dopo tre gare è tornata una difficilissima montagna da scalare. Addio al Mondiale? Chissà. Ma dopo la batosta di Monza, questa è un'altra pesante legnata. Non sarà facile metterci una pezza.

A fine gara Maurizio Arrivabene, il team principal della Ferrari, promette ai tifosi del 'cavallino rampante' che la delusione per la 'giornata nera' al Gran Premio di Singapore non gela le speranze di vittoria del Campionato di Formula 1 della squadra. "Siamo molto dispiaciuti e molto delusi", ha detto Arrivabene, pochi minuti dopo la conclusione del Gran Premio. "Quello che possiamo promettere è che non è finita. E' più difficile, ma non è finita. Ci dispiace molto, ma ci rifaremo".

Disastro Ferrari al Gran Premio di Singapore. Vettel scatta lento, Verstappen lo insidia. All'esterno del pilota Red Bull arriva di gran carriera il finlandese, che si scontra con l'olandese andando a fare strike con Vettel. L'incidente sarà sotto investigazione alla fine del Gp. La sensazione è che Verstappen abbia chiuso la porta a Raikkonen innescando il contatto. Ma le immagini non fanno al 100% luce sulla dinamica. Vettel, infatti, ha chiuso evidentemente la traiettoria di Verstappen, che a sua volta non ha alzato il piede.

La vettura del pilota della Ferrari, Kimi Raikkonen, durante l’urto con la monoposto dell’altro ferrarista Sebastian Vettel nel corso del Gran Premio di Singapore (Afp) 

Serata eccezionale in Europa League per le italiane. Dopo la delusione di Champions (due sconfitte e un pareggio interno) arrivano tre vittorie per Milan, Atalanta e Lazio.

RAPID VIENNA-MILAN 1-5 – La squadra di Montella all'Ernst-Happel-Stadion di Vienna, nella prima giornata del Gruppo D di Europa League, travolge il Rapid con un perentorio 5-1 cancellando malumori e critiche dei giorni scorsi.  I gol: 6' pt Calhanoglu, 9' pt Andrè Silva, 20' pt Andrè Silva, 2' st Borkovic, 10' st Andrè Silva, 16' st Suso. 

ATALANTA-EVERTON 3-0 – La squadra di Bergamo torna in Europa dopo 26 anni e travolge il più blasonato Everton. Primo tempo devastante dei nerazzurri che chiudono subito il conto con le reti di Masiello, Gomez e Cristante. Una vittoria che proietta i bergamaschi al comando del Gruppo E visto che Apollon e Lione hanno pareggiato 1-1.

VITESSE-LAZIO 2-3 – Prosegue anche in Europa il momento magico dei biancocelesti e del loro bomber Ciro Immobile. Contro la volitiva formazione olandese, i ragazzi di Simone Inzaghi hanno disputato una gara molto intensa ribaltando il risultato quando si sono trovati sull'1-2. I gol della Lazio di Parolo, Immobile e Murgia. Biancocelesti in testa al girone K insieme al Nizza di Mario Balotelli.

 

Dopo la Juve, Champions amara anche per il Napoli. La squadra di Sarri eè stata battuta 2-1 dallo Shakhtar Donetsk, malgrado il gol su rigore di Milik a 20 minuti dalla fine e il forcing finale alla ricerca del pari. Ucraini subito in vantaggio, al 15' del primo tempo, con Taison abile a superare la marcatura di Zielinski e a insaccare di sinistro. Poco dopo lo stesso Taison rischia di fare il bis, fermato in contropiede da un miracolo di Reina. Alla fine del tempo tre buone occasioni per il Napoli, ma al 13' della ripresa colpisce ancora lo Shakhtar con Ferreyra, che sfrutta l'uscita a vuoto di Reina per insaccare a porta vuota.

Finale pirotecnico, con il rigore al 27' per fallo in scivolata di Stepaneko su Mertens, trasformato da Milik, il palo dello Shakhtar al 38' ancora con Ferreyra e subito dopo l'occasionissima di Milik per il pari, con palla spedita alta. Non bastano al Napoli 5 minuti di recupero, finisce 2-1. 

La Serbia è una corazzata. È più alta, grossa, fisica, talentuosa, completa dell'Italia. Ma scende in campo con la pressione di essere favorita e con l'obbligo di batterci per arrivare a giocarsi, obiettivo minimo, la finale con la Spagna. Gli azzurri, invece, hanno già portato a casa il loro risultato minimo. Avevano il dovere di passare il turno nel girone e poi, di turno in turno, provare ad arrivare in fondo. Un passo dopo l'altro, un'impresa dopo l'altra. E con la voglia di stupire.  Con la consapevolezza di essere tra le prime otto squadre d'Europa e con il sogno di entrare tra le prime quattro. La palla due inizia così. Con la squadra di Messina pronta a mettere sul tavolo tutte le proprio carte per raggiungere la Russia in semifinale. 

Primo quarto, rimaniamo in scia

Pronti, via. L'Italia parte con la testa giusta. 5-0 di parziale con Datome sugli scudi. La Serbia entra sul parquet con le mani fredde e per i primi 5 minuti di partita non trova mai la via del canestro. Gli azzurri difendono forte ma commettono troppi falli. Raggiungere in fretta il bonus non è mai una buona notizia. È proprio dalla lunetta, infatti, che i serbi troveranno parte dei loro punti in questo quarto d'apertura. I due falli commessi da Cusin sono una bruttissima notizia. Il lungo italiano è l'unico, per centimetri e stazza, a poter contestare i tiri delle "montagne balcane". Biligha ci mette la grinta ma le ricezioni in area di Marjanovic sono, da subito, un problema di difficile soluzione (7-8). L'Italia risponde con i suoi tiratori. Melli, e soprattutto Datome, ci tengono avanti (16-12). Avere buone percentuali è una delle prerogative essenziali per stare attaccati alla Serbia e giocarsi, fino in fondo, la partita. Il primo tempo si chiude così 17-18.

Secondo quarto, che sofferenza

L'attacco serbo, dopo 10 minuti, entra in ritmo. Legge meglio i "miss-match", ovvero i duelli in campo in cui ha vantaggio, e trova i tiratori dietro la linea da tre punti sugli affanni della difesa azzurra. Marjanovic, servito in area con continuità, segna con regolarità e, di fronte ai raddoppi, serve assist precisi ai suoi compagni. Lucic e Macvan ci puniscono scavando la prima differenza tra le due squadre (27-38). Ma dalla panchina coach Messina trova buone risposte e giocatori pronti. Burns e Filloy ci tengono a galla fino alla tripla di Datome (9 punti per lui a metà partita) del meno cinque (33-38). Ma è l'ultimo momento di euforia azzurra del quarto. Lucic e Marjanovic spingono nuovamente avanti la Serbia sul più undici (33-44). La squadra di Djordjevic, in dieci minuti, segna 26 punti e, in generale, è perfetta dalla lunetta (16/16). È dura. Durissima. Ma ancora aperta. O almeno questo è il pensiero a cui possiamo aggrapparci mentre torniamo negli spogliatoi a riordinare le idee. 

Terzo quarto, non mollare fino alla sirena

La Serbia si dimentica di Cusin che, in apertura di ripresa, schiaccia a due mani, indisturbato, in mezzo all'area. È una scarica di adrenalina che dura poco, ma che viene avvertita anche dagli avversari. La Serbia perde i primi tre palloni ma il terzo fallo del nostro lungo titolare ci costringe, di nuovo, a soffrire. Marjanovic, arrivato a 10 punti, torna a dominare. L'Italia concede troppi rimbalzi in attacco e i possessi extra ci fanno malissimo. Ma Biligha, stavolta, è eroico. Segna 4 punti e difende forte. Con i primi punti di Aradori, il tabellone segna meno 8 (46-54). C'è di nuovo speranza e neanche il fallo tecnico fischiato alla panchina fa uscire gli azzurri dal match (48-57). Siamo lì, attaccati con i denti, ma sempre troppo distanti. Ci vuole un miracolo e un Belinelli che, pur giocando con grande generosità, raddrizzi le sue percentuali dal campo (3/12). Mancano 10 minuti e bisogna giocarli con il coltello tra i denti.

Ultimo quarto, la resa finale

Belinelli continua a tirare ma con risultati altalenanti. Datome lavora a rimbalzo ma i serbi controllano il ritmo e ci tengono a distanza (52-63). Stiamo a galla ma siamo più impegnati a non affondare che a recuperare il terreno perduto. Coach Messina chiama timeout a sette minuti dalla fine sul 52-65. È l'ultima chiamata per cercare di prolungare la presenza a Istanbul e per trovare, chissà dove, le ultime energie per provarci. Belinelli con la sua seconda tripla della serata, e Datome, in penetrazione, ci spingono ancora a meno otto (59-67). Ma la stella della Serbia si chiama Bogdan Bogdanovic. Ha tirato male per tutta la partita ma, senza scomporsi, ha messo in ritmo tutti i suoi compagni servendo assist e facendo sentire la sua guida. A quattro minuti dalla fine, nel momento di maggiore difficoltà, si carica tutto sulle proprie spalle. Mette la prima tripla dopo sette errori consecutivi e appoggia altri due punti con una giocata da campione vero (61-73). L'Italia è sulle ginocchia e in piena riserva. Mentalmente e fisicamente. Gli ultimi minuti sono un'agonia. I titoli di coda sono partiti. Resta solo da ringraziare una squadra che ha fatto quello che doveva, e che poteva fare, giocando ogni partita a testa alta. È una sconfitta (67-83), piena di rabbia, ma che è arrivata contro una squadra più forte e attrezzata per giocarsi non solo il match ma il titolo europeo. L'Italia deve ripartire dalle sue certezze. Ora arrivano le qualificazioni per i mondiali del 2019. E sarà molto importante esserci. 

Il 12 e 13 settembre, martedì e mercoledì, prende il via la Champions League 2017-18 o, come va di moda dire negli ultimi tempi, la Road to Kiev, ovvero la destinazione che cambia di anno in anno con la città che ospita la finale. La capitale ucraina tornerà palcoscenico più importante del calcio continentale sei anni dopo aver ospitato la finale degli Europei 2012 in cui la Spagna rifilò un amarissimo 4-0 all’Italia di Cesare Prandelli.

La geografia della Champions 2017-18

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La nazione più rappresentata di questa edizione è l’Inghilterra, che piazza eccezionalmente 5 squadre: 4 arrivano grazie ai posti in campionato (Chelsea, Tottenham e Manchester City diretti, Liverpool grazie ai preliminari) e la quinta, il Manchester United di José Mourinho, si qualifica per aver vinto l’edizione 2016-17 dell’Europa League. Segue la Spagna a 4 con Real Madrid campione di Spagna e d’Europa, Barcellona, Atletico Madrid e Siviglia. A quota tre squadre Germania, Portogallo e, come detto, Italia. Da segnalare il debutto dell’Azerbaigian, che vede nelle 32 il Qarabag, che sarà avversaria della Roma.

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La Spagna non è la nazione più rappresentata quest’anno ma è quella che ha vinto di più la Coppa Campioni/Champions League, 17 volte e con solamente due squadre, ovvero Real Madrid (12 titoli) e Barcellona (5). Inoltre, la Champions viene alzata da capitani di squadre spagnole da ormai quattro anni consecutivi: Real nel 2014, Barcellona nel 2015 quindi doppietta Real nel 2016 e nel 2017 che segnano un dominio iberico schiacciante, considerando che due volte su quattro quei trionfi sono avvenuti contro un’altra spagnola, l’Atletico Madrid. Se non bastasse, nel frattempo il Siviglia dominava l’Europa League vincendo per tre anni di fila dal 2014 al 2016: un dominio totale da parte del calcio spagnolo sul Vecchio Continente.

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Ultima nazione a gioire prima dell’impressionante dominazione spagnola è stata la Germania con il Bayern Monaco in una finale tutta tedesca nel 2012-13; ultima vittoria inglese nel 2011-12 con il Chelsea corsaro ai rigori nella finale dell’Allianz Arena contro i bavaresi di Jupp Heynckes; quindi ultima gioia italiana con l’Inter di Mourinho nel 2010. 

Finalmente tre squadre italiane

Il contingente italiano torna finalmente a vedere 3 squadre nella fase a gironi, ovvero Juventus, Roma (qualificate di diritto) e Napoli, vittorioso ai preliminari contro il Nizza. Dal 1999-2000 al 2011-12 il numero massimo di squadre italiane ammesse era 4, ma dal 2012-13 il peggioramento del ranking UEFA dell’Italia ha portato a ridurre le squadre italiane a 3: le prime due classificate in campionato si qualificano direttamente alla fase a gironi, la terza gioca uno spareggio. Questo sarà l’ultimo anno con questo regolamento: dal prossimo anno le italiane saranno 4 direttamente ai gironi, ovvero senza passare dal preliminare.

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Non succedeva dal 2013-14 quando Juventus, Napoli e Milan si presentarono fra le migliori 32 compagini d’Europa. Da allora solo le due qualificate direttamente dal campionato presero parte alla Champions poiché il Napoli nel 2014-15, la Lazio nel 2015-16 e la Roma nel 2016-17 – terze classificate nei precedenti campionati – furono eliminate ai preliminari, rispettivamente da Athletic Bilbao, Bayer Leverkusen e Porto. L’auspicio è che le tre italiane siano presenti anche fra le 16 degli Ottavi: come vedremo, i gironi presentano alcune insidie, soprattutto per la Roma, che dovrà eliminare almeno una big del calcio europeo per andare agli ottavi. Negli ultimi due anni le italiane ai gironi hanno passato il turno; le ultime squadre italiane eliminata ai gironi furono la Juventus di Antonio Conte e il Napoli di Rafael Benitez nel 2013-14, con il solo Milan capace di andare agli ottavi. L’ultima volta che tre squadre italiane su tre passarono indenni i gironi risale al 2011-12, quando Milan, Inter e Napoli raggiunsero gli ottavi.

I gironi delle italiane ai raggi X

Juventus, Napoli e Roma hanno pescato i seguenti gironi: i bianconeri sono nel gruppo D con Barcellona, Olympiakos e Sporting Lisbona, gli azzurri nel gruppo F con Shakthar, Manchester City e Feyenoord, i giallorossi nel C con Atletico Madrid, Chelsea e Qarabag.

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La Roma ha il compito più difficile: deve conquistare un biglietto per gli ottavi strappandolo a una tra Chelsea e Atletico Madrid, dando per scontato che il debuttante Qarabag non abbia alcuna speranza di presentarsi in campo a febbraio fra le migliori 16 d’Europa. I precedenti nella moderna Champions League (quindi dal 1992-93 in poi) dicono che la Roma abbia passato 7 volte il turno su 9 partecipazioni (78%). Ottimo lo storico del Chelsea nella fase a gironi: inglesi ai nastri di partenza in 13 occasioni e solo 1 eliminazione nel 2012-13 (93% di passaggi del turno). Negli scontri diretti coi rivali in competizioni europee ufficiali per la Roma una vittoria e una sconfitta con il Chelsea nel 2008-09 e due sconfitte in due incontri contro l’Atletico di Madrid che risalgono alla Coppa UEFA 1998-99. L’Atletico Madrid, inoltre, ha sempre chiuso in testa il suo girone nelle ultime 4 edizioni di UEFA Champions League e ha una percentuale di passaggio agli ottavi dopo i gironi dell’86%.

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I blaugrana non vengono eliminati ai gironi dal 2000-01 e, nella moderna Champions, hanno superato il primo turno nell’85% dei casi. I catalani fanno meglio della Juve, che passa per l’82% e che ha nella sconfitta sotto la neve di Istanbul contro il Galatasaray nel 2013-14 l’ultima eliminazione in questa prima fase. Male nei precedenti lo Sporting Lisbona (promosso in 1 caso su 7, 15%), fa un po’ meglio l’Olympiakos (24% di superamento del turno a gironi). Negli scontri diretti ufficiali in ambito europeo, il bilancio del Barcellona con la Juve è di perfetta parità: 3 vinte, 3 pareggiate e 3 perse. Prima volta in gare ufficiali per i bianconeri contro i portoghesi dello Sporting Lisbona, i quali però hanno giocato 3 amichevoli contro la Juve vincendo sempre. Juventus-Olympiakos è una sorta di piccolo classico: negli ultimi anni le due compagini si sono incontrare spesso, per un totale di 8 incroci, 5 vittorie della Juve, 1 pari e 2 vittorie dei greci, l’ultima nei gironi di tre anni fa (1-0 ad Atene).

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Infine il Napoli di Sarri ha sulla carta il turno più semplice fra le italiane: il Manchester City di Pep Guardiola si candida a sfidare gli azzurri per il primato nel girone, mentre Shakhtar e Feyenoord paiono leggermente sfavorite, anche guardando alle precedenti edizioni: lo Shakhtar ha passato i gironi solo 3 volte su 11 partecipazioni (72% di eliminazioni) mentre gli olandesi hanno passato la prima fase solo in un’occasione su quattro (25%). Stesse percentuali per Napoli e City, promosse nel 67% dei casi. Le due squadre si ritrovano in questa fase dopo 5 stagioni: nel 2011-12, stagione d’esordio per gli azzurri nella moderna Champions, il Napoli di Walter Mazzarri pareggiò contro il City di Mancini in Inghilterra e vinse 2-1 al San Paolo grazie a un super Cavani, autore di una doppietta. Sfide inedite, invece, con Feyenoord e Shakhtar.

Marc Marquez ha vinto il Gran Premio di San Marino e si è portato in testa al Mondiale (a 199 punti). alla pari con Andrea Dovizioso, giunto terzo. Dietro allo spagnolo secondo gradino del podio per Danilo Petrucci su una Ducati del Team Pramac. Sotto la pioggia battente di Imola e con Valentino Rossi grande assente per la frattura di tibia e perone, si è piazzato solo quarto Vinales, che partiva dalla pole, mentre Jorge Lorenzo si è ritirato dopo una caduta.

Una partita senza appello. Se si vince, si va avanti; se si perde, si torna a casa. Dopo un girone fatto di alti e bassi, ombre e luci, canestri e palle perse, l'Italia del basket entra nella fase decisiva di questi Europei. Il primo ostacolo si chiama Finlandia. Una delle sorprese del torneo. Piccola e tenace, precisa e guerriera. Tanti buoni tiratori, molti di loro visti anche nel nostro campionato, e una stellina pronta a esplodere: Lauri Markkanen, classe 1997, 2 metri e 13 centimetri di puro talento, un ballerino del parquet. Non è un caso se, nell'ultimo draft NBA, i Minnesota Timberwolves hanno speso la scelta numero 7 per prenderlo anche se saranno i Chicago Bulls a poterlo mettere in campo dopo uno scambio. Insomma, uno di quei giocatori destinati a lasciare il segno, da questa e dall'altra parte dell'oceano. A Istanbul inizia una sfida affascinante ed equilibrata con in palio il biglietto per i quarti di finale.  

Primo Quarto, che partenza!

Partire con fiducia e senza paura. Più facile a dirlo che a farlo. Ma gli azzurri rispondono presente fin dal primo possesso e infilano, dopo il primo errore di Melli, 5 tiri consecutivi. Datome inizia con due tiri in stereofonia, lo seguono Hackett dal centro dell'area e il duo Belinelli-Melli da tre (12-5). Cusin ci mette la stoppata e la fisicità. La Finlandia è costretta a chiamare timeout. Ma l'Italia non smette di tirare e segnare. Dopo 8 minuti ci sono già 27 punti a tabellone con uno stratosferico 10/11 al tiro. Quella di Messina è una squadra che quando prende fiducia, lo sappiamo, non si ferma più. Melli ha già segnato 10 punti, Datome 9, Belinelli 6. Ma la Finlandia non si arrende e resta aggrappata alla partita con Wilson (27-15). Quando però anche Baldi Rossi, appena entrato in campo, infila la tripla del trentello azzurro anche Messina dispensa applausi e complimenti. Siamo appena all'inizio. Ma che inizio (30-17).  

 

Secondo Quarto, controllo assoluto

È fisiologico che le percentuali calino. Ma l'Italia continua a lavorare benissimo in difesa e, in attacco, esegue con pulizia e generosità. Il risultato? Tanti falli subiti e tanti tiri dalla lunetta che, a differenza delle sfide del girone eliminatorio, l'Italia segna con continuità. Markkanen prova a mettersi in partita e segna un gran canestro in penetrazione. Ma è l'unico che gli azzurri gli concedono. Due punti in 9 minuti. Poco, pochissimo. Sulla tripla di Belinelli da 9 metri, e sui suoi 14 punti in 20 minuti, c'è altrettanto poco da dire e molto da applaudire (38-21). Anche Hackett e Filloy portano il loro contributo, sui due lati del campo. La lucidità offensiva è anche merito loro. La schiacciata di Biligha, poi, è capace di scaldare anche i tifosi più freddi (40-23). L'ultimo proscenio del primo tempo se lo prende Datome: stoppata spettacolare in difesa e canestro, con passo d'arretramento, di difficoltà indicibile, in attacco. Dopo venti minuti è un'Italia quasi perfetta. Ma il lavoro, anche sul + 19 (48-29) è fatto solo a metà. 

Terzo Quarto, il solito blackout

I primi 4 minuti sono il teatro di una sfida nella sfida. Quella tra Koponen e Belinelli. Segnano 7 punti a testa, aumentando sempre più la difficoltà dei loro tiri. Per l'Italia, che inizia a giocare (un po' troppo) con il cronometro, è un buon affare (56-36). L'attacco è poco efficace (eufemismo) ma gli azzurri, dopo il primo quarto, questa partita la stanno vincendo in difesa. Hackett, con mani e piedi velocissimi, costringe la Finlandia a scelte sbagliate e palle perse. Capitan Datome mette l'ennesima, incredibile, stoppata. Da Olbia con furore. Nessuno, per qualche minuto, segna più. Fino a che gli scandinavi, ancora senza Markkanen seduto in panchina, mettono due triple consecutive (56-42). Messina ferma l'emorragia. Bisogna riprendere a giocare e a segnare. Ci pensa Biligha, con un grande rimbalzo offensivo sulla sirena (58-42). 

Ultimo Quarto, si va avanti

Sul parquet si rivede Markkanen. Coach Dettmann prova ad affidarsi alla sua stella che viene, però, raddoppiata con costanza dalla difesa italiana. Ci provano allora Wilson e Koponen a provare la rimonta con un'aggressività ritrovata (58-47). L'Italia anche quilo sappiamo, è anche questa. La luce si accende e si spegne. È un'abitudine, all'interno di una partita, con cui abbiamo imparato a convivere dall'inizio del torneo. Datome e Hackett,per fortuna, ci danno un minimo di ossigeno. Markkanen, con una grande schiacciata, ci fa capire che la partita è ancora lunga, lunghissima. Ma per fortuna, oggi, tra gli azzurri, c'è un protagonista inaspettato. Paul Biligha. Altri due punti che sanno di jolly (64-53). Mancano 3 minuti e mezzo. Arriva la volata e il pallone si fa più pesante. L'attacco finlandese spreca un paio di attacchi e Hackett, in penetrazione, come con la Georgia, mette due punti che profumano di vittoria. La distanza è tornata in doppia cifra con l'appoggio al tabellone di Filloy (70-57). Sul tabellone mancano 28 secondi. Ora, sì, che è finita per davvero. L'Italia vola a i quarti e attende, a meno di sorprese, la corazzata Serbia. Siamo tra le 8 squadre più forti d'Europa. Mercoledì ci sarà bisogno di un'impresa ma forse, ora, è meglio così. 

 

L'ultima volta che quattro tenniste americane erano arrivate in semifinale in uno slam era il 1985. I campi erano quelli in erba di Wimbledon e il tennis era molto diverso da quello che si gioca oggi. Due campionesse assolute, Chris Evert e Martina Navratilova superarono due ottime giocatrici, Zina Garrison e Khaty Rinaldi. Ben 32 anni dopo la storia si è ripetuta, stavolta sul cemento newyorchese dell'ultimo slam della stagione, gli Us Open. Ma stavolta le sorprese non sono mancate. Venus Williams e CoCo Vandeweghe, favorite alla vigilia, si sono arrese alle connazionali Sloane Stephens e Madison Keys

Il "ritorno" di Sloane Stephens

In pochi avrebbero scommesso sulla sconfitta di Venus Williams, classe 1980, reduce da una delle stagioni più positive degli ultimi anni. Ma Sloane Stephens (classe 1993) ha giocato la partita perfetta (6-1, 0-6, 7-5), quella che riesce poche volte nella vita. Il talento, alla giocatrice della Florida, non è mai mancato. La salute fisica, quella sì. Negli ultimi anni gli infortuni e le operazioni chirurgiche ne avevano limitato la presenza sui campi ma ora sembra tornata a pieno regime. Se ne accorta anche Roberta Vinci battuta in uno dei primi match giocati dalla Stephens nel torneo. E rispetto ai primi anni, Sloane, ha mostrato una maturità tennistica invidiabile gestendo al meglio una partita complicatissima contro "Venere". Primo set solido, secondo set lasciato andare una volta compreso che sarebbe andato perso, terzo set  di testa e cuore. Accelerando col suo dritto e difendendosi, fino allo stremo, con la sua velocità, dalle bordate dell'avversaria. La Stephens, infatti, non è altissima ma muove i piedi come poche altre giocatrici nel circuito. E non è nuova a imprese del genere visto che nel 2013, a vent'anni, eliminò l'altra sorella Williams, Serena, nei quarti di finale di un altro slam, l'Australian Open. Insomma, un bel ritorno quello di Sloane, anche in una posizione di classifica, la n°22, più congeniale alle sue qualità. Occhio però agli insetti…

 

 

Madison Keys. Il futuro del tennis USA?

Difficile invece prevedere che, nella seconda semifinale, potesse uscire vincitrice Madison Keys (classe 1995). La sua avversaria, CoCo Vandeweghe (classe 1991), più esperta e più abituata a giocare match di altissimo livello, aveva superato nettamente quella Karolina Pliskova, ex numero WTA, candidata a contendere per molti il titolo a Venus Williams. E sorprende ancor di più il punteggio finale del match che ha visto la Keys imporsi con un netto 6-1, 6-2. La tennista di Rock Island ha subito imposto il suo ritmo agli scambi commettendo pochissimi errori, assestando colpi di assoluta precisione (25 vincenti) e facendo muovere moltissimo la sua avversaria, più potente ma anche più lenta. Aggiungete un servizio quasi perfetto e avrete i motivi per spiegare i numeri del match. Per Madison una grande soddisfazione e una piccola rivincita.

 
Qualche anno fa era stata definita da molti addetti ai lavori come l'erede naturale delle sorelle Williams. "Il nuovo prodigio del tennis americano". Una valanga di pressione da sopportare fin dai primi match. Una vittoria a Eastbourne nel 2014; una semifinale agli Australian Open e i quarti a Wimbledon l'anno successivo. Nel 2016 la vittoria a Birmingham, le finali di Roma e di Montreal ma, accanto, degli slam deludenti. Poi l'infortunio al polso che la costringe a stare fuori per cinque mesi e che fa calare i riflettori. Forse la svolta decisiva per preparare al meglio questi splendidi Us Open e conquistare, convincendo, la prima finale in carriera in uno dei quattro principali tornei del circuito. Che sia la volta buona per scrollarsi via dubbi e insicurezze? 
 

 

Una finale (quasi) inedita

Le due americane si sono affrontate una sola volta, nel 2015, sul campo veloce, in cemento, di Miami. Era il primo turno del torneo e vinse, in due set, Sloane Stephens. Un precedente importante per le statistiche ma che conta pochissimo per la finale di sabato. Rispetto a due anni fa, infatti, sono entrambe molto cambiate. Ora sono pronte per prendersi quel titolo che potrebbe lanciarle nell'olimpo del tennis femminile. Quel che è certo è il fatto che hanno già fatto la storia: negli ultimi dodici anni nessuna giocatrice americana, che non si chiamasse Williams, era stata in grado di raggiungere una finale degli Slam. Quello che è più incerto, invece, è capire chi, tra le due, possa vincere questa inedita, e bellissima, finale. 

 

 

 
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