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Nella storia di Nicolò Barella c’è tutta la tradizione calcistica della Sardegna e del Cagliari. Ok, è un inizio forte ma se provate a mettere insieme i puzzle della sua giovanissima carriera, i riferimenti al passato glorioso della squadra rossoblù sono tantissimi. Barella, classe 1997, è uno dei simboli della nuova leva calcistica italiana, uno di quei talenti a cui i tifosi azzurri, e il tecnico Mancini, si aggrappano per cancellare l’onta del recente passato. Nella partita con la Polonia, vinta all’ultimo respiro dopo una gara a lungo dominata, Barella è stato il migliore in campo, osannato dalla critica e dai tifosi. Una specie di consacrazione per chi ne aveva già decantato le lodi, una bella scoperta per chi, forse, lo riteneva ancora troppo acerbo per far parte della Nazionale. Ma se c’è una cosa che non manca al giovane centrocampista è proprio quel senso di maturità che ha sempre dimostrato, dentro e fuori dal campo.

I primi passi

La prima cosa da sapere è che Barella è un canterano doc. Un frutto coltivato, con pazienza e cura, all’interno del settore giovanile del Cagliari. E se un giocatore ha fatto questa trafila, oltre al talento, ha quasi sicuramente incrociato due delle leggende della storia rossoblu. Nicolò, infatti, ha iniziato fin da piccolissimo a tirare calci al pallone nella scuola calcio di Gigi Riva. Il nome più pesante per chi parla di Cagliari e del Cagliari. Lì lo ha visto e pescato Gianfranco Matteoli, uno che era capace di fare la differenza in campo e, forse, anche di più da dirigente. Ad affinare tecnica, senso tattico e attitudine ci hanno pensato altri due fuoriclasse: Franco Masia e, soprattutto, Gianluca Festa. Nomi, dicevamo. Figure che hanno indossato quella maglia con i quattro mori, conosciuto la gente di Sardegna, e capaci dunque di trasmettere l’attaccamento al pallone di un’intera isola.

L’esordio in Serie A

È proprio Festa, ex difensore, a far esordire Barella in serie A. Appena 14 giorni dopo essere stato chiamato sulla panchina del Cagliari alla ricerca disperata di una salvezza che non sarebbe diventata realtà. È il 4 maggio del 2015. Minuto 67. Il Cagliari è avanti 3-0 contro il Parma. Non è la prima volta che il centrocampista incrocia gli emiliani. Anche il suo esordio da professionista è avvenuto contro la squadra ducale, in Coppa Italia. Allora fu un’altra leggenda, una delle più grandi, a lanciarlo. Quel Gianfranco Zola a cui Barella si è sicuramente ispirato. In quei mesi anche Vittorio Pusceddu, terzino di grande livello, volle dire la sua anticipando quello che sarebbe successo qualche anno dopo: "Un predestinato per giocare ad alti livelli: offre qualità e quantità”. Non credete però al paragone che si faceva allora, “lo Steven Gerrard sardo”, perché Barella di anglosassone ha poco. Di sardo, invece, ha tantissimo.

Quel ballo sul tavolo..

In un’intervista a Gianluca Di Marzio, di poco più di un anno fa, Barella raccontò il rito d’iniziazione dello spogliatoio rossoblù. Allora lo spogliatoio aveva come leader altre due bandiere del calcio sardo. Una di lunga militanza, come Daniele Dessena (ancora oggi in campo), e uno “madrelingua” come Andrea Cossu. Il giovane cagliaritano era appena stato aggregato stabilmente alla prima squadra e durante il ritiro di Sappada, al nord, venne fatto salire su un tavolo per cantare una canzone dei Gemelli Diversi, “Tu Corri”. E di correre, in effetti, da quel giorno Barella non ha mai smesso. In quella stanza c’era anche Daniele Conti, un altro idolo, un altro nome assai importante della storia del Cagliari. Un altro che qualcosa da insegnare a “barellino” o “alfonsino” ce l’aveva di sicuro.

La parentesi Como

Il ritorno al nord coincide con il primo prestito vero e le prime aspettative di una società che non taglia il cordone ombelicale ma prova a farlo crescere lontano dal mare. Barella arriva sul lago manzoniano alla corte, ancora una volta, di Gianluca Festa che lo ha voluto con grande insistenza e che lo paragona ancora, per gioco, a Radja Nainggolan. Un altro nome che a Cagliari si è fatto le ossa. Nicolò atterra in una squadra di grandi talenti: da Scuffet a Bessa, da Pettinari a Ganz. Gioca 16 partite ma non segna. Nonostante dia rapidità e velocità al gioco della squadra lombarda. Non è una novità. La sua generosità spesso lo porta ad arrivare meno lucido sotto porta e a farsi ammonire un po’ troppo. Due difetti che quest’anno, almeno stando a questo primo scampolo di stagione, sembrano essere stati corretti. Almeno un po’.

La vita

Anche fuori dal calcio non è un giovane come gli altri. Sposato con Federica, padre di Rebecca, poco avvezzo agli eccessi, interamente concentrato sul suo futuro. Barella è un esempio da seguire anche fuori dal campo. Quando la mamma lo accompagnò, da bambino, all’interno di un campo da basket per fargli provare un altro sport, lui iniziò a palleggiare con i piedi contro il muro. Il calcio, nelle vene, ovunque. Il canestro venne ignorato come altre distrazioni. In fondo, per raggiungere un obiettivo, basta avere le idee chiare su quello che si vuole fare. Fin da piccoli.

La nazionale

Quella della nazionale maggiore non è la prima maglia azzurra che Nicolò indossa. Un altro allenatore che, fin da subito, decise di puntare su di lui fu Antonio Rocca, punto di riferimento delle squadre giovanili. Dall’Under 15 all’Under 21. Barella non ha saltato neanche un passaggio, giocando con tutte le rappresentative italiane. Non ha mai segnato, a dirla tutta, ma non è solo con i gol che si lascia una traccia. Fu lo stesso Rocca a coniare quella descrizione che oggi sembra la più calzante per descrivere il suo gioco: ”Io cerco sempre quattro aggettivi per descrivere un calciatore che alleno. Per lui avevo scelto questi quattro: determinato, intenso, vivace e intelligente. Sembra una bottiglia di champagne appena stappata”. Il modo migliore per brindare al suo futuro, augurandogli di entrare in quella lista di nomi che da sempre costellano la storia del Cagliari.

Udite, udite: la buona notizia del giorno è che esiste uno sport in Italia che dà lezione all’intera società. È uno sport fortunato, il golf, che ha trovato un numero 1 come santo Francesco Molinari da Torino e primeggia sulla disabilità, un terreno estremamente sdrucciolevole per la nostra società distratta. 

Fortuna vuole che il golf club Crema (con in testa il presidente, Fabrizio Gargioni) sia un paradiso ed accolga a braccia aperte l’Open d’Italia disabili. Fortuna vuole che Marcello Cattani, responsabile oncologico di Sanofi Genzyme ed Enrico Piccinini, direttore Generale della terza più grande compagnia di biotecnologie al mondo, abbiano sponsorizzato la 18a edizione della gara. Convinti di aiutare la sclerosi multipla proprio con la pratica del golf e di sensibilizzare sull’inclusione sociale.

Fortuna vuole che Infront, pilastro finanziario e manageriale della prima Ryder Cup italiana del 2022 al Marco Simone Roma, “abbia dimostrato sensibilità estrema in un momento così cruciale di spending review per la Ryder e non abbia preteso nulla da questa gara”, come puntualizza Gian Paolo Montali, il direttore del progetto italiano.

Fortuna vuole che Barbara Zonchello, direttore dell’Open d’Italia, sia molto sensibile sul tema e abbia promosso un progetto ad hoc, “golf ed autismo”, varando un’area parallela al massimo torneo nazionale, "GolfSuperAbili", con ragazzi con diversi problemi psichici e fisici che si cimentano con mazze e palline sul green, e poi anche nelle Pro Am, a fianco dei professionisti, “nei 97 tornei che si terranno in Italia in 12 anni”, come puntualizza sempre Montali. “Le molle sono cuore e passione, senza, non si raggiungono i risultati, dipende solo da noi. È bello quando i normodotati si rendono conto delle capacità, della destrezza, di persone disabili che hanno più abilità di loro”.

Da Crema emergono storie diverse. Spicca il nano svedese Joakim Bjorkman, un Tyrion Lannister del Trono di Spade trasposto sul green, che punta al quarto successo all’Open ma confessa candidamente: “Il mio handicap non è tanto evidente ed importante, lo so, mi penalizza solo nel gioco lungo, nel primo colpo, ma poi intorno al green sono davvero uno dei più bravi del mondo. E non ci sono tanti di bassa statura come me. Di sicuro il golf è la mia passione, la mia vita, da ragazzo restavo in campo dalle 7 del mattino alle 10 di sera, stimolato dalla continua sfida con me stesso e aiutato della mia indole: sono calmo, tranquillo, mai aggressivo, calcolo bene le cose. E ora golf e lavoro sono quasi alla pari come impegno e come introiti, sono un mezzo professionista del green, ma a 28 anni è ora di pensare a metter su famiglia”.

Spicca ancor di più il racconto di Edoardo Biagi, di Aprilia (Roma) che, nel 2008, è stato colpito da un tumore del midollo spinale a livello delle scapole. Nel 2010 si è sottoposto a una delicata operazione e quando s’è svegliato, da golfista appassionatissimo con 20 di handicap, ha chiesto subito di poter vedere i fratelli Molinari alla Ryder Cup. Grazie all’amico Carlo Crisciotti (“mi ha rimesso letteralmente in piedi, mi ha sostenuto quando ho ripreso e facevo solo “flappe””) e al maestro Rolfe Passagrilli (“una volta l’ho scoperto che praticava su una gamba sola per capire come aiutarmi a recuperare il mio golf”). Edoardo è bloccato dal petto in giù: “Nella parte destra non mi muovo e in quella sinistra non ho la sensibilità”.

Eppure riesce ad eseguire il delicatissimo swing: “La testa è molto più potente di qualsiasi farmaco e di qualsiasi esercizio di routine, mi dà una spinta ideale per muovere i muscoli come devo”. Il golf è vita, lo slogan mette ko quaquaraqua di marketing e pubblicità: “Sul campo di gioco non esiste handicap, non ci sono differenze coi normodotati, ed è uno dei pochi posti dove succede, il solo sport che offre le stesse possibilità a chi sta bene. Certo, ci spostiamo col cart, ma giochiamo alla pari e so che posso vincere anch’io. Anzi, uno dei momenti più belli è quando lo sguardo dei normodotati si posa sulle nostre disabilità: si stupiscono, ci fanno inorgoglire ancor di più e sentiamo che diamo più noi a loro”.

Edoardo deve ringrazia la banca dove lavora e che l’ha sostenuto in tutta la sua Odissea. Oggi può sognare: “Le Paralimpiadi 2024, ho tempo, vorrei tanto vestire la maglia della nazionale”. Ci vuole fortuna anche nei sogni. Intanto a Crema ha giocato alla grande le prime 9 buche e poi è crollato: “Ho pagato anche la stanchezza, quella della gara e quella prima, della guida, da Aprilia a qui”. Ma sorride, come i forti: “C’è ancora una giornata”.

Usain Bolt ha segnato due gol nella sua prima partita da titolare con i Central Coast Mariners, nell’ultima amichevole prima dell’inizio dell’A-League. La neo squadra dell'ex velocista, che milita nel massimo campionato australiano, si è imposta in amichevole (4-0) contro il Macarthur South West United. 

"Il velocista otto volte medaglia d’oro, ora in pensione, sta cercando in tutti i modi di assicurarsi un posto in squadra per questa stagione, che inizierà ufficialmente venerdì 19 ottobre (per i Mariners il 21 ottobre contro il Brisbane Roar). “Sono ansioso di essere un ‘marinaio’, di fare del mio meglio e entrare a tutti gli effetti in squadra” ha detto a fine partita, ribadendo come sia felice in Australia, e come sia voglioso di “mostrare al mondo che sta migliorando” (Gazzetta dello Sport).

“L’amichevole di venerdì è decisiva per il mio futuro in questo sport, il club deciderà cosa fare della mia carriera. Sono felice di poter avere questa possibilità e poter dare il meglio di me stesso. I miei movimenti e il tocco di palla sono molto migliorati, ho imparato come posizionarmi e dove posizionare la palla", aveva detto Bolt qualche giorno prima del match. In attesa di partite più probanti, il primo test è superato (Eurosport).

L'ex velocista, durante il match, ha anche sfiorato un terzo goal di testa, superando con uno stacco il difensore della squadra avversaria e mancando di pochissimo la porta. 

 

Si chiama Dionicio Farid Fernandes ha 19 anni, è messicano, ed è un giovane talento delle giovanili della Juventus che presto esordirà in Champions League con la maglia bianconera. O almeno questo è quello che grazie ad un abile uso di Photoshop è riuscito a far credere alla stampa sudamericana. Il ragazzo infatti non è un calciatore ma è lo stesso finito in prima pagina fingendosi non solo un tesserato del club di Torino ma anche uno che palla al piede ci sapeva fare.

Qualche colpo di tacco con Photoshop elaborando le foto di veri primavera della Juve e anche i social cominciano a volare, 16 mila followers in pochissimi giorni, e ciò che dicono i social diventa di fatto realtà. Ovviamente finché non si scontra con la realtà vera così la verità viene a galla e il giochino finisce. Account chiuso e sputtanamento globale. Peccato. Quello che ha fregato il giovane Dionicio in realtà sono proprio i social perché la sua storia ricorda quella di un altro non-calciatore, il Maradona dei non-calciatori, il leggendario Carlos Henrique Raposo, detto il Kaiser, che negli anni ’80 girò mezzo mondo messo sotto contratto da club sudamericani di prima fascia come Botafogo, Flamengo, Fluminense e Vasco Da Gama (oltre ad una breve parentesi in Corsica con l’Ajaccio), senza mai toccare un pallone. Una storia tanto leggendaria quanto totalmente vera che adesso è diventata un film prossimamente nelle sale del Regno Unito.

Vi starete chiedendo come si fa a diventare calciatore e a fare la vita del calciatore, con tanto di interviste e ospitate in tv, ma soprattutto facendosi pagare come un calciatore senza esserlo davvero. Molto semplice nel Brasile degli anni ’80. Al Kaiser è bastato il suo carisma che catturò immediatamente le simpatie di tanti campioni connazionali dell’epoca, gente come Bebeto, Romario ed Edmundo. Lui il calciatore voleva farlo davvero ma il buon Dio gli aveva negato fisico e talento, in compenso però gli ha fornito una bella faccia tosta, talmente tosta da convincere i suoi amici star del calcio ogni volta che si trasferivano da un club all’altro di inserire una clausola nel contratto per portare con loro anche questo giovane talento garantendo per lui.

Una volta firmato il contratto era tutto molto semplice, un falso infortunio con la complicità di un medico e via a casa, pronto la notte, per le mega feste buone per ricompensare i vecchi amici e farsene sempre di nuovi. A nessuno quindi veniva in mente di denunciarlo e le fake non correvano così veloci sul filo del web verso lo smascheramento, così come successo al giovane messicano.

Così il Kaiser, con questo stratagemma riuscì a costruire un’intera carriera senza mai toccare un pallone, nemmeno quando l’allenatore del Bangù, una delle sue ultime squadre, insospettito, decide di farlo scaldare per mandarlo in campo; lui non fa una piega, si toglie la tuta e si scaglia ferocemente verso un ignaro tifoso accusandolo di insulti mai realmente ricevuti. Per cui espulsione e di nuovo a casa. Pericolo scongiurato. Continuerà con questa truffa fino alla soglia dei quaranta, come un vero professionista. Altri tempi, è ovvio, ora l’attenzione mediatica non permette tutto ciò e lo scouting è decisamente più selettivo, ma se ci pensate esiste tutto un sottocalciomercato silenzioso, di giovani che cambiano continuamente casacca, promesse perpetue che non esplodono mai, e chi lo sa quanti di loro sanno davvero calciare un pallone? 

Il gol segnato domenica da Aaron Ramsey nel derby contro il Fulham è una gioia per gli occhi, puro ossigeno per ogni vero appassionato di calcio. Un’azione corale che ha portato il centrocampista gallese, che recentissimi rumors di mercato vorrebbero da gennaio al Milan, a concludere in rete con un colpo di tacco da standing ovation.

Ma i gol di Ramsey se da una parte fanno gioire i tifosi dei Gunners dall’altra fanno tremare il mondo intero, questo dovuto ad una macabra maledizione coincidente con molte reti messe a segno dal calciatore gallese. Ma partiamo dal principio.

Cosa è successo ogni volta che Ramsey ha segnato

Il 14 ottobre del 2009 Ramsey gioca Liechtenstein-Galles, il giovane centrocampista va in gol e solo due giorni dopo viene a mancare Andres Montes, mitico giornalista e commentatore sportivo spagnolo. Esattamente il mese dopo, Ramsey torna a segnare, sempre con la maglia della sua nazionale, il giorno dopo la tragedia: il suo collega messicano Antonio de Nigris muore colto da un arresto cardiaco.

È il primo maggio del 2011 invece quando Aaron va in gol contro il Manchester UTD, il giorno dopo i corpi speciali della marina militare americana in una retata uccidono Osama Bin Laden.

E fin qui si parla di coincidenza. Cinque mesi dopo Ramsey torna a segnare, stavolta contro il Tottenham, siamo a ottobre, il giorno dopo il mondo saluta la scomparsa di Steve Jobs, uno degli uomini più visionari della storia. Ma ancora nessuno fa caso alla coincidenza.

Passano solo una manciata di giorni quando il centrocampista dell’Arsenal firma un’altra rete, contro il Marsiglia, e il giorno dopo Mu'ammar Gheddafi viene catturato e ucciso dai militari americani a Sirte.

Ora qualcuno comincia a sospettare qualcosa anche perché Ramsey è un centrocampista e chiaramente i suoi gol sono un’eccezione, insomma, ci si fa più caso; non può passare inosservato infatti il fatto che il 12 febbraio, circa quattro mesi dopo, il giorno successivo alla sua rete al Sunderland, viene trovata senza vita l’immensa Whitney Houston.

È maggio invece quando Ramsey finisce nuovamente sulla lista dei marcatori, la partita è contro il Wigan e il giorno dopo il dittatore argentino Jorge Videla muore in carcere all’età di 87 anni.

Ad agosto invece il gallese gioca con la nazionale olimpica del Regno Unito le olimpiadi, va a segno contro la Korea del Sud e il giorno dopo muore la meravigliosa poetessa messicana Chavela Vargas.

Siamo a settembre quando Aaron va a segno in Champions League contro l’Olympique Marsiglia e il giorno dopo il mondo dello sport saluta Ken Norton, uno dei pugili più forti di tutti i tempi.

Arriva novembre, l’Arsenal gioca contro il Cardiff, Aaron torna a segnare e la maledizione a colpire, stavolta tocca a Paul Walker, attore diventato famosissimo per il suo ruolo nell’action movie cult “Fast and Furious”.

Degli sfortunati eventi coincidenti con i gol di Ramsey si torna a parlare nell’aprile del 2014, ed è di nuovo il mondo del pugilato a salutare una delle sue icone, muore infatti Rubin Carter, soprannominato Hurricane, cui venne dedicato anche un omonimo film e una splendida canzone di Bob Dylan; il giorno prima il centrocampista gallese andava in gol contro l’Hull City.

Un mese dopo il mondo dell’arte saluta Hans Ruedi Giger, storico  pittore, scultore e designer svizzero, morto il giorno dopo il gol di Ramsey al Norwich. È agosto invece quando il giorno dopo la sua rete al Manchester City uno degli attori più amati del mondo, Robin Williams, si toglie la vita nel suo appartamento a Paradise Cay.

Ormai le voci sulla maledizione diventano praticamente ufficiali quando nemmeno due settimane dopo, all’indomani del suo gol all’Everton, Sir Richard Samuel Attenborough, Barone di Richmond upon Thames, che per molti resterà per sempre l’inventore del Jurassik Park di Steven Spielberg, si spegne in una casa di riposo per attori di Londra.

La maledizione è riconosciuta in tutto il mondo, anche in Italia, dove qualcuno fa caso al fatto che il giorno dopo il suo gol allo Stoke siglato l’8 dicembre dello stesso anno, in casa nostra viene a mancare l’amatissimo Mango.

Ma per due anni tutto si placa finché non è la maledizione a mettere a segno una doppietta successivamente a due gol di Ramsey siglati a pochissimi giorni l’uno dall’altro nel gennaio del 2016, contro Sunderland e Liverpool, stavolta a morire sono il mito David Bowie e l’attore inglese Alan Rickman, famoso, tra le altre cose, per il suo ruolo nella saga di Harry Potter.

L’anno dopo siamo a maggio quando Ramsey segna contro l’Everton e Nicky Hayden, 35enne talentuosissimo pilota di moto viene investito a Cesena mentre gira in bicicletta.

Due mesi dopo Ramsey va di nuovo in gol, stavolta contro il Bayern di Monaco e stavolta la maledizione colpisce il mondo della musica, nella sua residenza a Palos Verdes Estates in California, viene trovato morto suicida Chester Bennington, leader dei Linkin Park.

E siamo così giunti al 2018, ad aprile Aaron segna contro il West Ham e il giorno dopo il calcio francese saluta una delle sue icone, il mister Henri Michel.  

Più che una maledizione di Ramsey, una 'correlazione spuria'

Una maledizione che non esiste davvero, intendiamoci, si scherza, trattasi invece di quella che in matematica si chiama “correlazione spuria”, una sorta di bug delle analisi statistiche, un errore che avviene quando si prendono un esame due serie che registrano due fenomeni diversi tra loro presentando caratteristiche identiche e la nostra “Maledizione di Ramsey” ne è un classico esempio: i fenomeni analizzati non hanno alcuna correlazione tra loro o meglio non hanno sicuramente tra loro una correlazione causa-effetto.

Il primo a teorizzare queste correlazioni fu lo statistico britannico George Udny Yule nel 1926, che studiò il rapporto tra tasso di matrimoni religiosi e tasso di mortalità; se ci fosse stata una correlazione effettiva si sarebbe giunti alla conclusione che numero maggiore di matrimoni religiosi avrebbe comportato una vita più breve, cosa chiaramente falsa.

Il sito Tylervigen.com ha messo insieme anni fa una serie infinita di queste correlazioni del tutto folli che ci restituirebbero, qualora fossero vere (e chiaramente non lo sono) una totalmente insospettabile geometria della realtà. Potreste mai pensare, per esempio, che esista una correlazione tra le morti per affogamenti in piscina e i film di Nicolas Cage? Eppure questo stravagante ramo della statistica lo dimostrerebbe inconfutabilmente.

O che il consumo pro capite di formaggio possa in qualche modo influire con le morti causate dall’aggrovigliamento con le lenzuola del letto? Eppure è il mondo nel quale viviamo. Per chi fosse interessato nel 2015 queste correlazioni sono state raggruppate tutte in un divertente libro reperibile su Amazon. Nessuna maledizione quindi vedrebbe protagonista il fortissimo centrocampista gallese, i Vip di tutto il mondo possono smettere di tremare, i gol di Aaron Ramsey non provocano la morte di nessuno, ma è semplicemente la bizzarra matematica dell’universo che rema contro la reputazione del talento gallese.  

Si complica la vicenda CR7, col passare dei giorni fioccano le accuse di stupro a carico dell’attaccante della Juventus.

“Ci sono altre tre donne che accusano Cristiano Ronaldo, mi sto dando da fare per verificare le informazioni" rivela ora al 'Sun' Leslie Stoval, l'avvocato che rappresenta Kathryn Mayorga, l’ex modella che per prima ha deciso di avviare un'azione civile contro il calciatore al tribunale distrettuale di Clark County, nel Nevada.

Nel frattempo tutto passa nelle mani della polizia di Las Vegas e mentre spuntano fuori le prime immagini della serata con la Mayorga in un club della città nel deserto, presumibilmente di quella sera del 2009 quando poi sarebbero finiti nella suite del Palms Casino Resort dove si sarebbe consumata la violenza, il campione parla attraverso i suoi social respingendo qualsiasi accusa: “Attendo con ansia il risultato di eventuali indagini e processi, perché nulla pesa sulla mia coscienza. Nego fermamente le accuse contro di me. Lo stupro è un crimine abominevole che va contro tutto ciò che sono e tutto ciò in cui credo”.

Ma gli avvocati dell’ex modella sembrano determinati a non rendere facile la vita al fuoriclasse della Juve: “Ci ha raccontato che dalle molestie del 2009 – ha raccontato Larissa Drohobycer, altra sua legale – ha sofferto di depressione, ha preso in considerazione il suicidio, ha avuto problemi con l’alcol, difficoltà nelle relazioni personali e nel trovare lavoro. Chiediamo giustizia”.  Una giustizia che in realtà ai tempi sarebbe già stata messa a tacere con 375mila dollari versati da CR7 per comprare il silenzio dell’ex modella e proseguire ognuno per la sua strada, contratto che ora viene impugnato e rischia di mettere nei guai il cinque volte pallone d’oro con l’accusa di coercizione e frode, abuso di persona debole, estorsione e cospirazione.

In realtà a convincere la donna a denunciare è stata la potenza mediatica del movimento #metoo, nato in occasione delle accuse di violenza ad Harvey Weinstein. Tra le ragazze che si stanno facendo avanti oggi anche Karima el Mahroug, meglio nota alle cronache italiane come Ruby Rubacuori, su cui sono stati imperniati ben 2 processi a Silvio Berlusconi. Cristiano Ronaldo avrebbe pagato 4mila euro per una notte con la marocchina quando Ruby aveva soltanto 17 anni.

Leggi anche: Che effetto hanno avuto le accuse di stupro sull'immagine social di Ronaldo

La Juventus sta a guardare, Ronaldo è già provvisto di una squadra di legali decisamente assortita, ma le accuse certamente rimbalzano anche sull’immagine della squadra sponda Borsa, che oggi apre con un meno 4%, trend negativo che non accenna a placarsi da quando sono venute a galla le accuse al campione.

La società però, ovviamente, si schiera dalla parte del calciatore e commenta tramite le parole del direttore sportivo Fabio Paratici: ”Abbiamo già preso posizione. Cristiano Ronaldo è una persona molto semplice che abbiamo conosciuto bene, un professionista eccezionale dentro e fuori dal campo. E' molto impegnato nel sociale – ha aggiunto il dirigente bianconero – Gli diamo tutto il nostro supporto e abbiamo una grandissima considerazione di lui”.

Scende in campo anche la madre di Cristiano, Katia Aveiro, che sui social posta una foto del figlio nei panni di Superman, invitando tutti i suoi followers a condividerla “Por Portugal, por ele, pelos nossos, pela uniao do povo… pela Justica” scrive, ovvero per il Portogallo, per lui, per noi e per la giustizia. 

 

È finita malissimo, con una mega rissa l'attesissima sfida di arti marziali miste per il titolo UFC dei pesi leggeri a Las Vegas. Nell'ottagono ha vinto il detentore, il russo Khabib "the eagle" Nurmagomedov, che ha costretto l'irlandese Connor McGregor alla resa con uno schiacciamento del collo. Appena decretata la fine della sfida, pero', il russo non ha mollato subito la presa, suscitando le proteste del team di Mc Gregor. A quel punto il daghestano ha saltato le corde del ring e si è avventato contro gli assistenti del rivale, scatenando una rissa interrotta a fatica dai poliziotti americani mentre i suoi secondi entravano nell'ottagono e colpivano McGregor alle spalle.

La sfida era molto sentita perché il 30enne "The Notorious" McGregor è probabilmente il più carismatico e conosciuto fighter nel panorama della UFC e non solo (resta celebre l'incontro di pugilato con Floyd Mayweather nel 2017), mentre il campione in carica Nurmagomedov vanta uno score di 26 vittorie in altrettanti incontri. Il daghestano ha confermato le sue straordinarie doti tecniche dominando l'incontro ma il finale rischia di macchiarne la carriera. Tre membri dello staff di Nurmagomedov sono stati fermati dai poliziotti e in seguito rilasciati.

L'atleta russo si è posi scusato: "Non è il mio lato migliore", ha ammesso. Il presidente della Ufc, Dana White, ha parlato di scene che "fanno male alla Uf e allo sport" e ha riferito che McGregor ha deciso di non sporgere denuncia. Per ora, comunque, a Nurmagomedov non sono stati consegnati la cintura, né il premio in denaro in attesa di un'inchiesta che potrebbe anche portare alla revoca del titolo.

Video YouTube/Flc Network Italia

Il britannico Lewis Hamilton (Mercedes), partito in pole position, ha vinto il Gp di Formula 1 del Giappone sul circuito di Suzuka. Male Sebastian Vettel con la Ferrari al sesto posto dopo una collisione con la Red Bull di Max Verstappen. E adesso il britannico si avvicina ancora di piu' al suo quinto titolo mondiale. Il leader della classifica si e' piazzato davanti al compagno, il finlandese Valtteri Bottas, e all'olandese Verstappen a completare il podio.

La località turca di Erzurum non potrà essere candidata per i Giochi olimpici invernali del 2026. Lo ha deciso l'Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) riunitosi oggi a Buenos Aires. Le candidate per i Giochi del 2026 restano quindi l'Italia con Milano e Cortina, la Svezia con Stoccolma e il Canada con Calgary. Erzurum è stata esclusa a seguito della carenza di impianti all'altezza di ospitare un'Olimpiade.

"Milano-Cortina è un progetto bellissimo e straordinario", ha dichiarato Juan Antonio Samaranch jr., vicepresidente del comitato e figlio dello storico presidente del Cio, in occasione della presentazione a Buenos Aires delle città candidate per i Giochi olimpici invernali del 2026. La votazione avverrà nel settembre del 2019, "conosco molto bene l'Italia, mia moglie e' italiana e in questa fase c'è un progetto solido e che rispecchia quanto previsto con l'Agenda 2020. La cosa più importante è che il governo di Roma supporti la candidatura, siamo molto fiduciosi che l'Italia presenterà una candidatura bellissima. Il progetto è straordinario".