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Si conobbero sul tatami quando si sfidarono per l'oro olimpico di Judo. Ripiegato il kimono nei borsoni, sarebbe nata fra le due avversarie una relazione sentimentale culminata dopo più di vent'anni nel matrimonio. La storia è stata rivelata solo oggi da una delle protagoniste alla tv Rtve: Miriam Blasco, nata a Valladolid classe '63, molto conosciuta per essere stata la prima donna spagnola a conquistare un oro olimpico, e poi per il suo impegno politico dopo il ritiro dallo sport, nel Partito Popolare nelle cui fila è stata eletta deputata e senatrice.

La prima spagnola a vincere l'oro olimpico

Il combattimento per il titolo olimpico di Judo femminile, categoria 56 chili, fu molto sofferto e le immagini di archivio di quel 31 luglio a Barcellona '92 ripropongono anche le espressioni assorte dei sovrani di Spagna, Juan Carlos e Sofia, che seguirono lo storico incontro in tribuna. La Blasco, battuta la britannica Nicola Fairbrother, si accasciò al termine fra le lacrime di gioia per la medaglia che le avrebbe cambiato la vita, malgrado non immaginasse ancora, e tampoco l'inglese, che in quei sette minuti era sbocciato anche il reciproco amore – e sarebbe durato fino a oggi.

Miriam ha raccontato la storia nel programma 'Enfoque', aggiungendo che lei e Nicola vivono assieme da due anni e hanno formalizzato la relazione con le nozze un anno e mezzo fa. Nell'occasione si scambiarono le medaglie: oro alla britannica, argento alla spagnola. "Lei è la persona più importante della mia vita", ha detto la Blasco.

Oggi Phelps sfiderà uno squalo. A nuoto. Ma non è la prima volta che un uomo sfida un animale. Specie gli atleti. Alcuni lo hanno fatto per soldi, o per cavalcare il loro momento di celebrità e potenza atletica, molti altri per lo spettacolo. Ed è già successo in tempi recenti.

Habana contro un ghepardo

Bryan Habana, uno dei giocatori di football più veloci al mondo, nel 2007 ha sfidato un ghepardo, l’anima dei fatto più veloce al mondo. Habana allora era in grado di correre 100 metri in 10,4 secondi, non quanto Bolt, ma comunque molto veloce. Aveva 23 anni. Il Ghepardo lo raggiunse in pochi metri, nonostante il vantaggio, con uno scatto che bruciò l’atleta sudafricano.

Filippo Magnini contro un delfino

Filippo Magnini è stato campione del mondo nei 100 metri stile libero. A Roma nel 2011 ha sfidato due delfini. Anche in questo caso il vantaggio dato all’atleta fu ragguardevole. Ma sia il primo che il secondo delfino lo hanno superato dopo qualche colpo con la pinna.

Jesse Owens contro un cavallo

Il corridore americano è stato uno dei più veloci di tutti i tempi. Nel 1936 alle Olimpiadi di Berlino stracciò gli atleti bianchi nell’anno in cui Hitler voleva dimostrare attraverso la competizione la superiorità della razza ariana. Per fare soldi alla fine della carriera decise di darsi alle sfide con i cavalli. La sua strategia di corsa gli permise di vincere alcune delle gare, non tutte però.

Dennis Northcutt contro uno struzzo

Un altro giocatore di football americano nel 2009 ha sfidato un altro animale, uno struzzo, anche in questo caso in una gara di velocità. Un paio di sfida, in cui la prima gli è andata pure bene, solo che l’animale non era particolarmente attivo in quel momento. La seconda molto di più. E l’effetto si è visto.

Il Tour de France richiede molta fatica. Lo sa bene il ciclista polacco Pawel Poljanski che, a dimostrazione di ciò, ha pubblicato su Instagram una foto shock delle sue gambe, con tanto di vene – a dir poco – bene in vista e pelle bruciata dal sole. "Dopo 16 tappe le mie gambe sono un po' stanche", ha scritto commentando l'immagine diventata subito virale. "Non può essere sano", ha scritto un'utente . E come lui la pensano in molti. 

" 40 litri di sangue al minuto nelle gambe di un atleta"

Nulla di strano, sostengono gli esperti. "La quantità di sangue che scorre normalmente nelle nostre gambe è di cinque litri al minuto. Un atleta non troppo allenato al massimo dello sforzo vede affluire 20 litri di sangue al minuto. Mentre quando prendiamo in esame professionisti di questo livello, parliamo di 40 litri al minuto", ha spiegato alla Abc Bradley Launikonis della Scuola di Scienze Biomediche dell'università del Queensland. Con queste quantità è normale che "le vene siano così visibil anche nella fase post- esercizio". 

Uno sforzo non ripagato

Lo sforzo notevole, tuttavia, non sembra ripagare molto il 27enne che corre con la tedesca Bora-Hansgrohe: Poljanski è al 75esimo posto, a quasi due ore dalla maglia gialla Chris Froome. Tre anni fa era stato proprio il campione britannico a sorprendere il popolo di Twitter, dopo che la sua squadra, Team Sky, aveva pubblicato una foto delle gambe fortemente vascolarizzate del ciclista. Sfortunatamente per Poljanski dovrà concludere altri cinque traguardi prima di poter riposare le sue gambe stanche. 

E così Francesco Totti torna in campo. Niente scarpini e maglia numero 10, archiviati per sempre il 28 maggio davanti a uno stadio Olimpico commosso e riconoscente. No, Totti comincia la sua nuova avventura da dirigente della Roma. Cosa farà esattamente ancora non lo sa nemmeno lui, mansioni e attività si chiariranno già in questi primi giorni. Ieri il Capitano ha sciolto pubblicamente la riserva sul suo futuro dopo l’incontro con James Pallotta di qualche giorno fa. La squadra è impegnata negli Stati Uniti in una tourneé preparatoria e al rientro troverà Totti a Trigoria pronto ad entrare nello staff che supporterà Eusebio di Francesco.

"Comincia un'altra parte della mia vita"

Scrive oggi il Messaggero, che pubblica il testo integrale dell'intervista: “Lui conta di diventare, con il tempo, il direttore tecnico del club, ma non va di fretta". Così il Capitano: "Si riparte dall'inizio per una nuova fase, una nuova avventura. Ho preso tempo per pensarci, per riflettere e altro tempo mi servirà per entrare in società, passo dopo passo. Con tranquillità, con serenità per capire il ruolo che più mi si addice. Cercherò di mettermi a disposizione a 360 gradi, dal settore giovanile fino al presidente. Ma non so se ci vorranno sei mesi, un anno, due anni per affermarmi nel ruolo che preferisco realmente. Adesso si fa sul serio? Io ho sempre fatto sul serio, sinceramente. Fare il calciatore era il mio lavoro, ora ci avviciniamo a una cosa diversa ma con la stessa testa e lo stesso spirito. Forse ancor di più, perché avendo tanta esperienza calcistica ho più possibilità di dare una grande mano. Comincia un'altra parte della mia vita sperando di fare quello che ho fatto sul campo".

"Voglio essere un personaggio importante per la Roma"

Francesco Totti torna a parlare davanti alle telecamere di Roma Channel. E a proposito del suo futuro dice: “Lo immagino roseo, bello: sceglierò un ruolo perfetto, affinché possa riuscire a far diventare la Roma una grande squadra e una grande società. Quando cambi tipo di lavoro entri sempre in punta di piedi per conoscere meglio l'ambiente con il quale ti confronterai, ma io ho la fortuna di conoscere già bene l'ambiente Roma e la città. I dubbi sono solo legati al fatto di capire bene cosa voglio fare da grande. In questo momento so che non voglio avere un ruolo. Voglio essere tutto e niente, voglio essere un personaggio importante per Roma e per la Roma e vorrei capire quello che mi piacerebbe fare. Ci sono ex calciatori che già quando giocavano pensavano cosa potesse riservargli il futuro. Io fino al 28 maggio ho pensato solamente al calcio, a divertirmi e a dare un forte contributo alla squadra. Ora cambio pagina, cambio registro e penserò a questo nuovo lavoro che mi entusiasma e che mi porterà cose nuove e belle".
Per approfondire: Il pezzo sula Stampa e quello sulla Gazzetta dello Sport

Sfuma appena nato il sogno giapponese di vedere Francesco Totti sul manto erboso dei suoi stadi. Il campione, di cui a maggio scorso Roma e la Roma hanno festeggiato, e pianto, il ritiro per limiti d’età non onorerà le fila del Tokyo Verdy, club blasonato ma che attualmente naviga nelle acque basse della J. League 2, equivalente all’italiana Serie B. Sarebbe stata la moglie del “Capitano”, Ilary Blasi, a opporre un secco no al trasferimento in Giappone, almeno stando a quanto ha raccontato il patron del club alla stampa nipponica: “Avrei desiderato davvero vedere Totti vestire la maglia del Verdy ed ero pronto a volare in Italia anche domani”, ma alla fine “non siamo riusciti a ottenere la benedizione della sua famiglia”, ha dichiarato oggi al quotidiano Nikkan Sports il presidente del club, Hideaki Hanyu, secondo il quale è stata Ilary a pesare sulla decisione: “Temo che non abbiamo altra scelta se non rinunciare” ha aggiunto Hanyu.

Il portavoce dei “condor”, Yuya Kurabayashi, aveva detto a fine giugno scorso che il campione italiano, 40 anni e 25 stagioni disputate sempre nella Roma, con 786 presenze e 307 goal, poteva essere interessato a un supplemento di carriera nella formazione giapponese, fondata nel 1969 e che ora milita nella seconda divisione dopo essere stata ai vertici del calcio nazionale con sette campionati e cinque Coppe dell’Imperatore in bacheca.

Un colpo all’estero è invece riuscito alla squadra di prima serie Vissel Kobe, che ha ingaggiato Lukas Podolski, ex attaccante di Arsenal, Inter e della Germania campione del mondo, riportando dopo anni un grande nome nel Paese dove ancora ricordano campioni come Zico e Gary Lineker, ma che ormai soffre la milionaria concorrenza del football cinese.

 

Si intitola “A scream from Lampedusa” l’esercizio di nuoto sincronizzato con cui la copia mista Flamini-Minisini hanno vinto stamattina la medaglia d’oro ai mondiali di Budapest nella categoria duo misto tecnico. La coreografia è stata curata da Michele Braga e Anastasija Ermakova. Quello conquistato da Manila Flamini e Giorgio Minisini è un oro storico, il primo nella storia italiana di questo sport e anche il primo in assoluto in questi mondiali ungheresi. “A scream from Lampedusa” racconta il dramma e la speranza delle migliaia di famiglie che ogni giorno fuggono da guerre e carestie per cercare rifugio in Europa.

Il suono della sveglia interrompe il vostro sonno ricordandovi l'appuntamento quotidiano con l'allenamento, ma voi di fare esercizi e affaticarvi non avete affatto voglia. Il vostro unico desiderio è quello di tornare a dormire. Cosa fare in questi casi? Rimandare l'allenamento a quando sarete più motivati. Il consiglio 'pigro' arriva nientepocodimenoche dal fuoriclasse Andre Agassi, ex numero uno del tennis mondiale e oggi coach di Novak Djoikovic che, in un'intervista all'Independent rilasciata a Wimbledon, ha assicurato che nel periodo d'oro della sua carriera faceva esattamente così. 
 

"Se non sei motivato rendi la metà"

L'ex tennista statunitense e autore di 'Open', 47enne, sa benissimo che il consiglio "può suonare strano". Ma la verità è che "se ti senti motivato dai il massimo. Se, al contrario, vorresti essere ovunque tranne che lì renderai la metà". Per Agassi, dunque, il segreto del successo è allenarsi quando se ne ha voglia. "Avevo un'agenda degli allenamenti, ma se non ero nello stato mentale giusto, aspettavo fino a che non ero pronto". 

Il caffè l'eccezione al regime alimentare 

Quanto all'alimentazione, la dieta di Agassi era esattamente come quella di qualsiasi altro atleta, se non fosse che l'ex campione si concedeva quotidianamente una tazzina di caffè proprio prima degli allenamenti. Agassi ha assicurato che la sua dichiarazione non ha nulla a che fare con il fatto che è uno dei testimonial della Lavazza. "Mi aiutava molto bere un caffè mezz'ora prima di iniziare gli allenamenti". E se i numeri da capogiro della sua carriera non bastassero, numerosi studi sembrano dargli ragione: una ricerca dell'università della Georgia, ad esempio, dimostra che bere due tazze di caffè (americano) un'ora prima degli allenamenti, riduce del 30% la fatica muscolare. 

“Sei un eroe”. Roger Federer continua ad aggiungere  Oscar alla propria carriera: il dio del tennis, non è mai pago, non gli basta di fissare a 8 il nuovo record di trionfi a Wimbledon (uno più di William Renshaw e di Pete Sampras), e di allungare a 19 quello già suo degli Slam, allarga a cinque fenomeni il club dei magnifici (Donald Budge nel 1938, Tony Trabert nel 1955, Chuck McKinley nel 1963 e Bjorn Borg nel 1976) che si sono aggiudicati i Championships senza perdere set. Non solo: a 35 anni 342 giorni, diventa il più anziano vincitore – era Open – del torneo più importante dello sport (il terzo degli Slam, dopo Ken Rosewall che a 36 anni vinse gli Australian Open 1971 e a 37 quelli del 1972), e stabilisce il nuovo record assoluto rivincendo Wimbledon a 14 anni dalla prima volta, nel lontano 2003. Quindi, al microfono in campo, mentre la folla sul Centre Court come nel mondo intero, forse lo definirebbe proprio l’eroe di un tennis e di uno sport che non c’è più, con la sua “noble art”, Roger ringrazia Marin Cilic per non avergli rovinato la festa, dopo il crollo di nervi sul 3-6 0-3, che poteva portarlo a un clamoroso ritiro. 

   Quel “Sei un eroe” è l’ennesimo Oscar di un campione unico, nella pulizia, nella completezza e nell’eleganza dei colpi in campo e del comportamento sempre impeccabile fuori. Un campione, che, da junior, si vedeva sfuggire gli avversari perché inscenavano improvvise fughe alla toilette o perché urlavano dal dolore per infortuni spesso recuperabili. Gli poteva succedere ancora, anche stavolta. Perché, dopo essersi vista sfuggire la prima ed unica palla break del match, sul 2-1 lui, 30-40 Federer, dopo 17 minuti, il gigante croato s’è ritrovato all’improvviso totalmente smontato dall’imbastitura tecno-mentale che gli aveva creato coach Jonas Bjorkman in due settimane perfette sull’erba di Wimbledon. Svuotato dal servizio, impossibilitato ad aprirsi il campo con le spallate da fondo, svilito dl fioretto di Roger, Cilic ha sentito all’improvviso male dappertutto, come succede a noi comuni mortali quando le cose ci vanno proprio male e vorremmo solo scappare a casa e nasconderci sotto le coperte, ha chiamato time-out medico per “delle bruttissime vesciche”, s’è nascosto la testa sotto l’asciugamani e ha pianto le sue lacrime di frustrazione e rabbia. Per poi sforzarsi a tornare in campo e perdere con dignità. “Non potevo dare il massimo, che rabbia!”.

   Cilic non era infortunato fisicamente, era vinto mentalmente, emotivamente. Sapeva che il resto del match sarebbe stato una formalità, una inutile attesa di un’oretta, solo un preludio dell’ineluttabile 6-1 6-4 ufficiale, dopo un’ora 41 minuti. Perciò Roger gli ha riconosciuto gli onori dello sconfitto, dopo averlo schiantato dodici mesi fa, sempre nel Tempio, rimontandolo da due set a zero sotto e salvando anche tre match-point, per vendicare lo sgambetto degli Us Open 2014. L’unico subito da Federer da parte del ragazzo di Medjugorje in otto sfide.

 Dal rientro alle gare dopo sei mesi di stop per guarire il ginocchio operato e ritrovare se stesso, Federer, dopo aver volato Australian Open, Indian Wells, Miami, a quasi 36 anni, si ripete anche a Wimbledon, dove non faceva festa dal 2012, ingoiando bocconi amari nelle finali contro Djokovic del 2014 e del 2015, e nella semifinale contro Raonic del 2016. “Dopo l’anno scorso, non sapevo se sarei tornato a giocare sul Centre Court”, racconta adesso, sconvolto anche lui dalle emozioni, davanti alla doppia copia di gemelli che lo guardano dalla tribuna: “I ragazzi ancora non capiscono che cosa sta succedendo”. Gli altri ragazzi, i tanti – “sempre più alti e grandi”, come scherza lui – che gli si inchinano davanti sui campi di tennis, dovrebbero meditare sul grande vecchio che 19 anni fa vinceva il titolo juniores a Wimbledon e ora vince lo Slam numero 19. Lui è fortissimo, unico, inimitabile, incredibile anche nella capacità di migliorarsi e motivarsi continuamente, per essere sempre moderno, ma gli altri dove sono? Chissà se agli Us Open dal 28 agosto ci sarà la reazione almeno del rivale classico, Rafa Nadal, chissà se gli acciacchi fisici e morali avranno abbandonato i protagonisti degli ultimi due-tre anni, Djokovic e Murray. Comunque sia, lo sport applaude l’ennesimo miracolo di uno dei suoi campioni immortali.

Vincenzo Martucci
Sportsenators.it

La lezione di Roger Federer non c’entra solo col tennis ma ci racconta una storia universale, sull’amore per se stessi e per  il proprio lavoro. Vincendo il suo ottavo Wimbledon, 19° Slam, lo svizzero ha chiuso i conti con la statistica di questo sport. È lui, senza ombra di dubbio, il più grande giocatore di tutti i tempi. Per numero di tornei importanti vinti, per longevità, classe, completezza, correttezza. Fine del discorso, si arrenda chi ancora sostiene che ogni epoca ha il suo numero uno (vero, ma se li metti tutti vicini, lui è stato, nel suo tempo, il più bravo di tutti).
No, la storia di questo Wimbledon racconta di un ragazzo trentaseienne che a un certo punto della carriera (un anno fa) ha capito di essere a un bivio. Gli scricchiolii dell’età cominciavano a farsi sentire tutti i giorni (ginocchia e, di conseguenza, schiena), la sua immensa classe lo sorreggeva ma nei match decisivi dei grandi tornei – Wimbledon New York, Parigi, Melbourne – il gap con gli altri big sembrava incolmabile. Al quinto set, vincevano sempre loro. Roger ha quattro figli, una moglie ex tennista che gli fa da manager, uno staff di dieci persone che lo segue ovunque nel mondo. Un’organizzazione perfetta per un giocatore perfetto. Ma al quinto set vincevano sempre gli altri.
 
 
Roger Federer a 35 anni ha dovuto decidere. Finirla lì e passare comunque alla storia come una leggenda oppure provare ad andare avanti, col rischio di infortuni e delusioni sempre più cocenti. Si è guardato dentro e ha capito che giocare a tennis restava la cosa che gli dava più gioia nella vita. Il suo cuore gli ha detto di non fermarsi perché stare su un campo era ancora la sua vita. La scelta è stata la più ambiziosa. Roger si è fermato, si è operato al ginocchio, ha deciso di chiudere la stagione con 4 mesi di anticipo per tornare a gennaio 2017. Ha ridotto gli impegni e ha cominciato ad allenarsi in maniera diversa, meno intensiva ma non meno intensa. Poi un programma di tornei mirato, senza terra rossa, troppo logorante per un veterano da 16 anni nel circuito. La storia è nota. Vittoria a Melbourne, Miami, Halle, Wimbledon. Federer ha saputo fare bene i conti con l’età e con la sua grande passione, sfidando ogni pronostico. L’immenso talento ha fatto il resto.
 
 
Cosa insegna questa storia a chi non sa di tennis? Che l’amore per quello che fai può farti superare barriere che sembravano insormontabili. Vale per tutti, anche se non ti chiami Roger Federer. L’età diventa una categoria fisica relativa e nel match con la passione, se non fai finta che il problema non esista, vince quasi sempre la seconda, fino a un certo punto, ovviamente. Vale anche nella sconfitta, sia chiaro. Riuscire a fare bene quello che ami è sempre una vittoria, anche se alle fine della giornata non alzi la coppa sul centrale di Wimbledon. Sono sicuro che la grande gioia per il tennista svizzero sia stata quella di essere ancora qui, forte e competitivo, sul suo campo, nel suo gioco. Sia stata quella di aver trovato il modo e la strada per continuare a fare bene la cosa che amava. “Se veramente vuoi raggiungere qualcosa di grande nella vita, fallo”, ha detto alla fine. Per questo Roger Federer è un campione universale. A modo suo e nel suo tempo un maestro di vita.

Un numero di maglia e un destino segnato? La scaramanzia dello sport vorrebbe che l'argomento fosse tratatto solo alla fine della gara, ma la leggenda del dorsale 51 indossato da Fabio Aru, il ciclista sardo grande protagonista al Tour de France, sta già facendo sognare tifosi e appassionati della Grande Boucle, soprattutto italiani. Il numero di Aru infatti, assegnato dall'organizzazione all'inizio del Tour come avviene per tutti i partecipanti, porta con sè una lunga tradizione.

Il 51 è stato il numero di vere e proprie figure mitologiche del passato a due ruote, da Eddy Merckx, a Luis Ocana, da Bernard Thevenet a Bernard Hinault, fino alla storia più recente del colombiano Nairo Quintana che non riuscì a tagliare il traguardo degli Champs Elysee in maglia gialla, ma arrivò secondo con il 51 sulla schiena. Ieri Aru ha perso la maglia gialla, tornata al britannico Chris Froome, ma la partita è ancora aperta a 6 giorni dall'arrivo a Parigi.

Ma i ciclisti di oggi credono a questa leggenda?

"Ai miei tempi il 51 era un numero fortunato. Oggi Aru porta proprio quel numero e guarda caso indossa la maglia gialla…", raccontava giorni fa alla France presse Raymond Polidor, 81 anni, tre volte secondo e cinque volte terzo al Tour negli anni sessanta. Il 'Cannibale' Eddy Merckx, forse il più forte ciclista di sempre, debuttante alla Grande Boucle, vinse il primo dei suoi cinque giri di Francia nel 1969 con il 51 nero in campo bianco attaccato alla bici.

Quattro anni più tardi, nel 1973, fu lo spagnolo Luis Ocana a vestire quel dorsale e ad arrivare a Parigi da vincitore, mentre Merckx, che nel frattempo ha vinto le quattro edizioni precedenti, decide quell'anno di non partecipare al Tour preferendo il Giro d'Italia e la Vuelta di Spagna, vincendo sempre e dovunque.

Due anni più tardi la storia si ripete: l'organizzazione assegna il 51 a Bernard Thevenet che porta quel dorsale alla vittoria, aiutato in realtà dall'incidente capitato a Merckx, quasi sul punto di vincere il suo sesto Tour, che viene aggredito da uno spettatore ed è costretto a lasciare la corsa.

Lungo anche l'elenco dei secondi e dei terzi…

"Non so se i ciclisti di oggi credono a questa leggenda – dice Thevenet rivelando di avere parlato del mito del dorsale 51 proprio ad Aru. Che però, racconta il campione francese, "non mi è parso molto ricettivo". Di certo, continua Thevenet con classe e ironia, "anche a me riferirono della leggenda del 51 qualche giorno dopo la mia vittoria. Può darsi che sia un numero fortunato, ma di sicuro non pedala al posto tuo".

La leggenda del 51 inizia a offuscarsi a partire dagli anni '80: il 24enne Bernard Hinault, già campione di Francia su strada e vincitore della Vuelta, aggiunge al Palmares il suo primo Tour nel 1981 e indossa proprio la maglia col numero della sorte. Ma dopo quell'episodio la fortunata serie si interrompe. Più tardi, il 51 sarà assegnato a due grandi campioni come Pedro Delgado nel 1987, e soprattutto Gianni Bugno nel 1991.

Ma nessuno dei due riesce a salire sul primo gradino del podio in quella edizione, entrambi arriveranno secondi rispettivamente dietro a Stephen Roche e a Miguel Indurain, dominatore incontrastato del ciclismo di quegli anni. "Io vestivo l'11 e Delgado il 51 – racconta oggi lo stesso Roche – mi dissero della leggenda del numero 51 e mi pregarono di stare attento. Se ne parlava ancora molto a quel tempo, a fine anni '80".

Che l'aura di vittoria del dorsale della leggenda si sia appannata negli anni lo dimostra il fatto che molti corridori di livello a partire dagli anni 2000 hanno indossato il 51 senza però riuscire a vincere il Tour: da Laurent Jalabert a Gilberto Simoni, da Christian Vande Velde, allo 'Squalò dello Stretto Messina Vincenzo Nibali (che vincerà in Francia nel 2014 ma con il dorsale numero 41), tanti hanno indossato quella pettorina senza chiudere la gara in testa.

Solo il colombiano Nairo Quintana, con un secondo posto, si è avvicinato ai fasti del passato. Aru ha conquistato due giorni fa la maglia gialla sui Pirenei. Tra una settimana si saprà se quasi quaranta anni dopo, gambe, buonasorte e leggenda lo avranno aiutato ad arrivare sotto l'Arco di Trionfo con le braccia levate al cielo. E con il leggendario 51 sulla schiena.

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