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La sirena suona e la partita finisce. Il basket italiano ha preso una decisione coraggiosa ma inevitabile: niente supplementari e stagione definitivamente chiusa. Staccare la spina per ripartire più forti dopo l’estate sperando che la pandemia, nel frattempo, si trasformi in uno spiacevole ricordo. La notizia era nell’aria da diverse settimane ma ora, con una nota ufficiale sul proprio sito, la Federazione (FIP) l’ha messa nero su bianco. Scudetto non assegnato e stop alle retrocessioni. La composizione dei nuovi campionati, Serie A e A2, sarà comunicata nelle prossime settimane. E non sarà solo una questione sportiva perché sarà l’altra crisi, quella economica, a decidere chi avrà la forza di iscriversi e continuare a proferire il verbo la pallacanestro lungo tutto lo stivale.

Quella annunciata dal massimo organo nazionale, e ribadita dalle parole del Presidente Gianni Petrucci a Sky Sport nella serata di martedì, è una decisione “severa ma giusta”. Severa perché priva gli appassionati, pochi rispetto al calcio ma pazzi d’amore per questo sport, dello spettacolo di fine stagione: dal rush finale verso la post-season al clima infuocato, in alcuni casi letteralmente infuocato, che i palazzetti italiani sanno da sempre regalare tra maggio e giugno durante i playoff. Ma anche giusta perché i punti interrogativi erano troppi e i rischi eccessivamente elevati.

Giocare a porte chiuse, l’opzione B, era affascinante solo per gli amanti dei rumori da parquet. Lo stridio delle scarpe sul legno, il suono irregolare del rimbombo del pallone, gli schemi offensivi urlati insieme ai cambi difensivi. Tutto estremamente ovattato senza le curve, i cori, le bandiere, gli applausi e i fischi. No tifo, no party. Le porte serrate, del resto, sarebbero state un incubo anche per i ragionieri delle squadre di serie A che, senza gli introiti derivanti dai biglietti strappati ogni weekend, avrebbero fatto davvero fatica a far quadrare i conti.

I giocatori, poi. Molti americani ripartiti per stare vicino alle famiglie al di là dell’oceano erano in attesa di ricevere lumi sull’eventuale ritorno. Ma c’era anche chi aveva già salutato strappando il. biglietto aereo di ritorno e chi, in fondo, iniziava già a pensare al prossimo anno e al prossimo ingaggio.

Certo, la stagione non è finita per l’Olimpia Milano visto che l’Eurolega non ha ancora deciso quando e come ripartire. E neanche per la Virtus Bologna e la Reyer Venezia che attendono novità per riprendere il loro cammino in Eurocup. Per i felsinei regalare una finale europea, e la conseguente prospettiva di salire di livello dalla prossima stagione, potrebbe essere la spinta decisiva per dimenticare di essere stati a lungo i dominatori della regular season di questa sfortunata annata italiana.

Ora la partita si giocherà fuori dal campo: quanti sponsor, dopo questa batosta, saranno disposti a continuare il loro impegno all’interno del mondo della pallacanestro? Quali risorse alternative si possono trovare per non far sparire società gloriose? Quali risorse l’intero movimento può mettere “in campo” a settembre per riempire, speriamo, i palazzetti? Come si può promuovere meglio il prodotto basket in termini di diritti televisivi e comunicazione negli anni a venire? Davanti a queste domande, molto più importanti dell’esito di una sola stagione, il semaforo rosso per il basket sembra essere la decisione più giusta. Severa, ma giusta.

La Lega Serie A, al termine dell’Assemblea ha trovato un accordo sulle linee guida in relazione alla riduzione del compenso dei tesserati dei vari club, ma anche per quanto riguarda la volontà di riprendere la stagione non appena le condizioni medico-sanitarie lo consentiranno.

Riguardo alle linee su riduzione compensi a calciatori, allenatori e tesserati federali della prima squadra, la Lega Serie A ha deliberato oggi, all’unanimità con esclusione della Juventus che ha già raggiunto un accordo con i propri giocatori, una comune linea di indirizzo per contenere l’importo rappresentato dagli stipendi di calciatori, allenatori e tesserati delle prime squadre. L’Associazione italiana calciatori ha respinto le linee guida della Lega Serie A con la proposta di un taglio di almeno due mesi di ingaggio per l’emergenza coronavirus. “Incomprensibile”, l’ha definita il presidente dell’Aic, Damiano Tommasi, perché traspare la volontà di far pagare solo ai giocatori gli eventuali danni della crisi. 

L’intervento però è ritenuto necessario per salvaguardare il futuro dell’intero sistema calcistico italiano. Prevede una riduzione pari ad un 1/3 della retribuzione totale annua lorda (ovvero 4 mensilità medie onnicomprensive) nel caso non si possa riprendere l’attività sportiva, e una riduzione di 1/6 della retribuzione totale annua lorda (ovvero 2 mensilità medie onnicomprensive) qualora si possano disputare nei prossimi mesi le restanti partite della stagione 2019/2020.

Resta inteso che i club definiranno direttamente gli accordi con i propri tesserati. Riguardo alla necessità di portare a termine il campionato, la Lega Serie A conferma la volontà di “portare a termine la stagione e di tornare a giocare, senza correre rischi, solo quando le condizioni sanitarie e le decisioni governative lo consentiranno. L’Assemblea riunita oggi ha inoltre analizzato le raccomandazioni per la ripresa di gare e allenamenti delle varie discipline sportive prescritte dalla Federazione Medico Sportiva Italiana, alla luce dell’attuale situazione di emergenza sanitaria. A tal proposito entro fine settimana la Federcalcio emanerà le relative norme medico sanitarie”.

Nel comunicato ufficiale della Lega Serie A emesso al termine dell’Assemblea andata in scena nella giornata odierna sono state rese note le linee guida in relazione alla riduzione del compenso dei tesserati dei vari club, ma anche per quanto riguarda la volontà di riprendere la stagione non appena le condizioni medico-sanitarie lo consentiranno.

Il comunicato parte da una premessa che riguarda l’impatto del Covid-19 sul sistema calcio. “Il coronavirus ha costretto il mondo intero ad affrontare una crisi senza precedenti – si legge nella nota – l’Italia e’ tra le nazioni più colpite con una drammatica caduta del Pil del Paese e milioni di lavoratori interessati dalla misura degli ammortizzatori sociali. Il settore calcio vivrà parimenti una situazione estremamente difficile, anche in caso di ripresa differita delle restanti parite di campionato e di Coppa Italia, mettendo a repentaglio la tenuta di tutto il sistema, da sempre sostenuto dalla Lega Serie A grazie al contributo mutualistico versato per le serie minori e gli altri sport”.

Quindi le linee guida approvate dalla Lega Serie A su riduzione compensi a calciatori, allenatori e tesserati federali della prima squadra. “Il contesto sopra descritto richiama tutti ad un atto di forte responsabilità, con i Club pronti a fare la propria parte sostenendo ingenti perdite per garantire il futuro del calcio italiano – si legge – perdite che necessariamente dovranno essere contenute incidendo sulla riduzione dei costi, la cui principale voce per le Società è rappresentata dal monte salari. In linea con le azioni volte a diminuire il costo lavoro adottate a livello nazionale e internazionale, la Lega Serie A ha deliberato oggi, all’unanimità con esclusione della Juventus che ha già raggiunto un accordo con i propri giocatori, una comune linea di indirizzo per contenere l’importo rappresentato dagli emolumenti di calciatori, allenatori e tesserati delle prime squadre”.

“Questo intervento, necessario per salvaguardare il futuro dell’intero sistema calcistico italiano – continua il comunicato entrando nel dettaglio – prevede una riduzione pari ad un 1/3 della retribuzione totale annua lorda (ovvero 4 mensilità medie onnicomprensive) nel caso non si possa riprendere l’attività sportiva, e una riduzione di 1/6 della retribuzione totale annua lorda (ovvero 2 mensilità medie onnicomprensive) qualora si possano disputare nei prossimi mesi le restanti partite della stagione 2019/2020. Resta inteso che i Club definiranno direttamente gli accordi con i propri tesserati”.

Riguardo la possibilità di portare a termine la stagione sportiva 2019/2020, “la Lega Serie A sta seguendo l’evoluzione dello scenario in stretto coordinamento con la UEFA, la FIGC e l’ECA. È stata confermata la volontà di portare a termine la stagione e di tornare a giocare, senza correre rischi, solo quando le condizioni sanitarie e le decisioni governative lo consentiranno. L’Assemblea riunita oggi ha inoltre analizzato le raccomandazioni per la ripresa di gare e allenamenti delle varie discipline sportive prescritte dalla Federazione Medico Sportiva Italiana – conclude la nota – alla luce dell’attuale situazione di emergenza sanitaria. A tal proposito entro fine settimana la Federcalcio emanera’ le relative norme medico sanitarie”.  

Poche nazioni al mondo sanno come dare gloria eterna ai propri eroi come gli Stati Uniti d’America. Soprattutto quando si parla di sport. Ancor di più se si tratta di sport che hanno inventato loro. Come la pallacanestro. A Springfield, nel Massachussets, c’è la Hall of Fame di basket.

Lì, dove scorre il fiume Connecticut, un professore di educazione fisica venuto dal Canada, inventò in 14 giorni un gioco per far star buone alcune classi parecchio irrequiete. Troppo irrequiete. Ci avevano provato in tanti ma nessuno era riuscito a cavare quel famoso ragno dal buco. Il suo nome era James Naismith. Quel gioco, che tra qualche anno spegnerà le 130 candeline, era la pallacanestro.

La Naismith Memorial Basketball Hall of Fame è un luogo sacro, di culto. Farne parte è il massimo riconoscimento internazionale per chi, in qualunque modo, ha avuto a che fare con la palla a spicchi. Cestisti certo. Ma non solo. Allenatori, arbitri, personaggi, persino intere squadre che hanno contribuito ad affermare questo sport a livello globale. E non per forza americani. L’Italia, ad esempio, è rappresentata in panchina da Cesare Rubini e Sandro Gamba, in campo da Dino Meneghin. Poi c’è anche Danny Biasone, italiano di nascita e naturalizzato americano. Il suo merito? Aver introdotto la regola rivoluzionaria dei 24 secondi. Un’altra storia, bellissima, ma un’altra storia.

Quella di quest’anno però non è un’edizione come tutte le altre. Di solito, in questo periodo di inizio primavera, vengono resi noti i nomi che verranno introdotti alla gloria cestistica perpetua. Verso la fine dell’estate, invece, si tiene l’evento vero e proprio. Una festa, grande, di quelle che fornicono aneddoti da ricordare per anni. Quest’anno sembra tutto ribaltato.

Nel 2020, la pandemia da coronavirus che sta devastando gli Stati Uniti, ha fatto sì che l’annuncio di questi nomi diventasse la notizia sportiva del weekend. Senza partite giocate e senza la consueta elettricità fornita dagli immentini playoff NBA, un piatto di contorno, buonissimo per carità, è diventato la portata principale dei banchetti giornalistici di tutto il mondo.

Ma c’è un altro motivo, ancora più importante. Tra gli hall of famer del 2020 c’è un nome che sarà difficile dimenticare. Quello di Kobe Bryant. L’America, nonostante siano passati quasi tre mesi dal tragico incidente che ha portato via il campione dei Lakers, è ancora vestita a lutto. Nessuno, ripeto, sa rendere gloria ai propri eroi come fanno gli Usa. E Kobe Bryant è un eroe sportivo con l’H (quella di Hero) maiuscola.

La classe del 2020

Ma non c’è solo il nome di Kobe a rendere quest’edizione così speciale. Accanto a lui ci sono altre figure che hanno scritto pagine fondamentali della pallacanestro. Tim Duncan e Kevin Garnett, ad esempio. Il primo, cresciuto alle Isole Virgini e poi a Wake Forest, North Carolina, ha contribuito a rendere grandi i San Antonio Spurs di Popovich, Robinson, Parker e Ginobili. Uno che centellinava le parole, fuori e dentro il campo, ma che compensava questo silenzio con gesti tecnici di abbacinante bellezza. Il secondo, uomo del South Carolina, passò direttamente dall’high school alla Nba, non una cosa così comune. Diventò grande al freddo di Minneapolis e riportò a Boston un titolo tanto agognato da chi, i Celtics, quella Lega l’aveva in passato già dominata. Insieme a loro l’allenatore Eddie Sutton, uno dei santoni del College Basketball, le sue fenomenali colleghe Barbara Stevens e Kim Mulkey, e l’ex dirigente Patrick Baumann, segretario Fiba e grande uomo di sport. Ma in questo elenco compare anche Rudy Tomjanovich, giocatore e allenatore, simbolo di Houston. Uno con una storia incredibile, molto americana, di assoluta tenacia. Una storia da vero hall of famer. 

I Rockets e Rudy T.  

Impossibile scindere la storia dei Rockets da quella di Rudy T. Quello infatti era il nome con cui Rudy Tomjanovich, cognome di origine croata molto complesso da scrivere e pronunciare per gli americani, veniva chiamato durante i suoi anni agli San Diego Rockets, prima, e agli Houston Rockets, poi. Nel 1967, infatti, la franchigia fondata da Robert Breitbard gioca in California.

San Diego è una città in espansione, ma il suo pubblico si dimostra più innamorato di altri sport, come il baseball. Quella è terra dei Padres. Così nel 1971 la squadra viene venduta e si trasferisce in Texas. A San Diego non andrà bene neanche con il secondo tentativo, quello dei Clippers (nella baia c’erano tanti velisti se vi state chiedendo il perché di questo soprannome). La squadra arriva da Buffalo (stato di New York), dove si chiamavano Braves, nel 1978, ma traslocano presto, appena sei anni dopo, un po’ più a nord, a Los Angeles. 

A Houston il nome “Rockets” non viene cambiato. Del resto sembra calzare a pennello. A San Diego era stato scelto perché in città venivano costruiti i razzi Atlas, quelli utilizzati della Nasa. In Texas, poi, la Nasa è di casa. La squadra inizia la sua prima stagione, quella del 1971, schierando due giocatori di primissimo livello: Elvin Hayes, hall of famer, e Rudy T. 

Ma un problema a Houston c’è: la squadra si è trasferita in una città che non ha un palazzetto adeguato per le gare casalinghe della franchigia. La palla a due viene così alzata in altri luoghi del Texas, da San Antonio ad Albuquerque e Waco. Per limitare i costi, mentre sono in trasferta nella costa occidentale, i Rockets giocano persino due partite a San Diego. 

In quella stagione, del resto, persino i Golden State Warriors che stanno a Oakland giocano sei gare casalinghe a San Diego. I proprietari, per uno scampolo brevissimo, avrebbero un’idea “statale” della loro creatura cestistica. Pensano cioè di dividerla tra due città. Dura poco ma san Diego, in quel frangente temporale eccezionale, si ritrova così ad ospitare, senza esserne proprietaria, due franchigie Nba. Un’altra storia, bellissima, ma un’altra storia (cit.).

Rudy T., l’uomo franchigia

Alla fine degli anni ’70 Rudy T. è uno dei prospetti più interessanti del basket collegiale. Gioca in Michigan, è nato in un sobborgo di Detroit, lontanissimo dalla California e dal Texas. Segna 30 punti e prende 15 rimbalzi di media nei suoi tre anni con la canotta 45 dei Wolverines e viene scelto con la seconda chiamata assoluta nel draft del 1970. Proprio da San Diego.

Ma quello non è un draft banale. Prima scelta, proprio tra le mani dei Detroit Pistons che rinnegano Rudy T., è Bob Lanier. Un fenomeno assoluto, hall of famer classe 1992. Uno talmente forte che sia la franchigia della città dell’automobile che quella dei Milwaukee Bucks, la sua seconda squadra, ne ritirano la maglia a fine carriera.

Ma dietro a Rudy T., scelto come terzo, c’è un giocatore ancora più forte, uno di quelli che cambierà per sempre la storia del gioco. Si chiama Pete Maravich, meglio noto come Pistol Pete. Come nel caso di Tomjanovich, anche nelle sue vene, scorre sangue slavo. Serbo, stavolta. Quello, insomma, è un podio di fenomeni. Si pesca bene, in ogni caso.

Rudy T. a San Diego fa fatica. Il suo anno da rookie è complicato, i numeri non sono esaltanti. Ma a Houston, dopo il trasferimento della squadra, cambia tutto. Con quella città del sud, “space city” come tanti la chiamano, il feeling scoppia fin da subito. Si trova così bene che ci passerà (quasi tutta) la sua intera vita sportiva. Ben 33 anni.

Come giocatore, dal 1970 al 1981, e in panchina, dal 1983 al 1992 come assistente e dal 1993 al 2003 come capo allenatore dei Rockets. Si trova così tanto bene che la sua autobiografia, uscita nel 1997, si intitolerà ​A Rocket at Heart: My Life and My Team. Un amore ricambiato visto che, intanto, come ha già fatto l’università di Michigan, Houston ha deciso di ritirare per sempre la sua maglia numero 45.

Tra il 1998 e il 2000, Tomjanovich è anche l’allenatore della nazionale americana che vince l’oro alle Olimpiadi di Sydney superando con facilità tutte le 8 partite della competizione. Un paragone con il dream team del 1992 che forse fu azzardato ma l’autorità di quella squadra non venne praticamente mai messa in discussione. Ah, in quella squadra c’è anche Kevin Garnett.

Nella bacheca dei trofei di Rudy T. ci sono anche 5 chiamate come All Star NBA da giocatore e due titoli vinti da allenatore nel 1994 e nel 1995. Gli unici vinti dagli Houston Rockets nella loro storia. Sono gli anni di assenza di Michael Jordan, certo, quelli tra il primo ritiro e il ritorno con i Bulls, ma quella era una squadra fortissima con giocatori come Hakeem Olajuwon, che venne scelto prima di MJ nel draft del 1984, Drexler, Thorpe, Horry, Elie e Sam Cassell.

Rudy T. chiuderà la sua carriera a metà della stagione 2004-2005, dopo una breve parentesi come coach dei Lakers. Ancora una volta, la California non è Houston, e non gli porta bene. Quella parentesi così piccola è condizionata da un male oscuro, un cancro alla vescica, che l’uomo dal Michigan sconfigge del tutto. Un’altra vittoria di uno che, da sempre, nella vita è stato abituato a lottare.

Sempre senza cattiveria, con maniacale attenzione, ma ricordandosi che quello della pallacanestro, in fondo, è sempre e solo un gioco. Una filosofia di vita, quella del peacekeeper, raccontata da John Feinstein, penna sopraffina, all’interno del libro The Punch: One Night, Two Lives e The Fight That Changed Basketball Forever. L’evento che più di tutti cambiò la vita e la carriera di Rudy T.

Il pugno, “The Puch”, del 1977

Il 9 dicembre del 1977 si gioca Lakers-Rockets. California, again. In campo il clima è teso e ad un certo punto degenera. Tomjanovich corre verso il centro del campo e prova a calmare Kareem Abdul-Jabbar, Kevin Kunnert e Kermit Washington, protagonisti dell’ennesimo diverbio. Washington, ottenebrato dalla rabbia, fa partire un pugno devastante che colpisce in pieno volto Rudy T.

Si narra che il rumore dell’impatto, nonostante un’arena così piena, si sentì a grande distanza, fin nelle ultime file. Jabbar, lo definì come quello “di un melone che viene scaraventato contro l’asfalto”. Jerry West parlò di “colpo di pistola”. Cala il silenzio, Tomjanovich crolla a terra. 

Il referto medico è devastante. Frattura del setto nasale, frattura di uno zigomo, spostamento della mandibola e commozione cerebrale. Le ossa del cranio rientrano di circa 8 millimetri con versamento di sangue e liquido spinale. Quel pugno avrebbe potuto uccidere.

Tre operazioni chirurgiche per il malcapitato giocatore dei Rockets, 53 partite saltate e un trauma molto più profondo di quello subito dal suo corpo. La Nba non sarà più la stessa. Il compianto David Stern, commissioner morto a gennaio di quest’anno, decise una volta a capo della Lega di inasprire le regole: “Preferisco squalificare un’intera panchina per essere entrata in campo piuttosto che vedere incidenti del genere”.

Il volto di Rudy T. rimase segnato per sempre. Devono passare molti anni affinché arrivi il perdono per Washington, giocatore dall’adolescenza difficile, passato di famiglia in famiglia a causa dei problemi dei genitori. Ma Tomjanovich, che è cresciuto in una zona di Detroit non proprio residenziale, alla fine passerà oltre. “Ho una cosa da dire a quelli che non credono. Non sottovalutare mai il cuore di un campione”, scriverà nel suo libro parlando di basket e di vita.

Oggi, dopo una vita passata con i Rockets e per i Rockets, Rudy Tomjanovich vive ad Austin, sempre in Texas, non lontano da Houston. Rudy T., invece, dal 4 aprile del 2020 è entrato a far parte dell’olimpo del gioco. Quell’olimpo che, nel nome di Naismith, continua a raccontare come nessun altro le storie dei suoi figli prediletti.

Il Westfalen Stadion, leggendario stadio del Borussia Dortmund, si trasforma in ospedale da campo per l’emergenza coronavirus. Dopo il Santiago Bernabeu a Madrid e il Maracanà a Rio de Janeiro, un altro tempio del calcio diventa così presidio per la lotta alla pandemia.

L’area della tribuna Nord dell’impianto è stata trasformata in un centro di assistenza per le persone colpite dal Covid-19. In collegamento con un centro diagnostico centrale, vi verranno eseguiti in tutta sicurezza i test per il coronavirus e ci sarà un centro incaricato di decidere se eventuali positivi possono essere curati in regime ambulatoriale o hanno bisogno di cure ospedaliere. La gestione è stata affidata ai medici dell’assicurazione sanitaria obbligatoria della Vestfalia.  
 

“Il nostro stadio è un simbolo della città”, ha sottolineato il presidente del Cda del Brusi,a Hans-Joachim Watzke, “e l’area circostante è il luogo ideale per aiutare attivamente le persone che lamentano malattie respiratorie e febbre. Vogliamo restituire alla gente quello che ci ha dato negli anni”. 

Ai calciatori della Premier League sarà chiesto di ridursi l’ingaggio annuale del 30% attraverso tagli o differimenti, oppure entrambi. Lo hanno concordato i 20 club della massima divisione inglese in una riunione sull’emergenza coronavirus. Il taglio sarà oggetto di una consultazione con l’associazione dei calciatori.

E’ stato anche concordato di donare 125 milioni alla English Football League (che raggruppa la Championship e la terza e quarta divisione) e alla National League dei semiprofessionisti come aiuto per far fronte alla crisi economica. Altri 20 milioni di sterline sono stati stanziati per aiutare il servizio sanitario nazionale (Nhs) e le comunità più disagiate. 

Il Belgio è il primo Paese europeo a dichiarare concluso il suo campionato di calcio per l’emergenza coronavirus con l’assegnazione del titolo al Bruges. La Jupiter Pro league era stata sospesa fino al 30 aprile quando mancava una sola giornata (su 30) per la conclusione della regular season e l’inizio dei playoff fra le prime sei, ma ora è stato deciso che non riprenderà. 

Il Bruges, che era in testa con 70 punti, conquista il titolo di campione del Belgio per la 16ma volta, e il Gent, secondo a 55 punti, approda ai playoff di Champions League. La decisione del Cda sarà sottoposta il 15 aprile all’assemblea dei 24 club professionistici, ma 17 di loro avevano già chiesto di dichiarare chiusa la stagione e l’ok è scontato.

A retrocedere dalla prima divisione sarà il Waasland-Beveren mentre per la promozione dalla seconda sono in ballo le due finaliste, OHL e Beerschot. Possibile uno spareggio, così come resta in piedi la finale di Coppa del Belgio, tra Bruges e Anversa che era in programma il 22 marzo e potrebbe ancora essere giocata prima del 30 giugno. 

In un comunicato si spiega che si è tenuto conto del parere delle autorità sanitarie e del governo secondo cui “è molto improbabile che si possa giocare con il pubblico prima del 30 giugno” e “allo stato attuale è persino difficile prevedere quando potranno riprendere gli allenamenti in gruppo”. “Anche se giocare a porte chiuse è teoricamente possibile, si creerebbero ulteriori pressioni sul sistema sanitario”, viene precisato.

“Con grande dispiacere annunciamo che i 134esimi Championships previsti nel 2020 sono stati cancellati. L’edizione si svolgerà dal 28 giugno all’11 luglio 2021. I nostri sforzi saranno ora rivolti a fronteggiare l’emergenza e supportando quanti colpiti dal coronavirus“.

Con una nota gli organizzatori del terzo Slam dell’anno, nonché l’unico su erba, annunciano la resa e rimandano lo svolgimento al 2021. Appuntamento dal 28 giugno all’11 luglio.

Si tratta della prima cancellazione dalla Seconda guerra mondiale del prestigioso torneo. La 134esima edizione del classico torneo su erba era in programma dal 29 giugno al 12 luglio di quest’anno.

Sulla scia della Juve anche i giocatori del Barcellona si sono accordati per tagliarsi gli ingaggi in questo particolare momento di crisi dovuto alla pandemia da coronavirus. Lo ha annunciato il capitano, Leo Messi, su Instagram, che dice anche di voler sgombrare il campo dalle polemiche di questi giorni. La riduzione dei compensi dei calciatori sarà del 70%.

Oltre al taglio degli stipendi, i giocatori blaugrana “forniranno anche contributi in modo che i dipendenti del club possano riscuotere il 100% del loro stipendi”. 

Potrebbe essere venerdì 23 luglio del 2021 la data di inizio delle Olimpiadi di Tokyo 2020, posticipate di un anno a seguito della pandemia di coronavirus. La nuova possibile data viene indicata dalla televisione giapponese NHK.

Il Comitato Olimpico Internazionale e gli organizzatori giapponesi hanno fissato come ultima data proprio quella del 23 luglio del prossimo anno. Se così sarà, la cerimonia di chiusura si terrà l’8 agosto.

Quest’anno le Olimpiadi erano programmate dal 24 luglio al 9 agosto. La decisione ufficiale dovrebbe essere presa nel mese di aprile. 

“In questo momento drammatico la cosa più importante è la salute, uscire da questa crisi. Il calcio interrotto simboleggia che l’Europa e il mondo si sono fermati”: lo afferma il presidente della Uefa, Aleksander Ceferin, in un’intervista a Repubblica in cui ha definito “giusta” la decisione di rinviare Euro 2020. “Sacrificare l’Europeo ha mostrato che ogni emergenza è la nostra e che ogni club è il nostro”, ha osservato il dirigente sloveno. 

“Nulla sarà più lo stesso, dopo questo anno terribile, nel mondo intero”, ha spigato Ceferin, “spero che nessuno dimentichi che cosa è successo: non solo nel calcio, ma nel mondo. E’ una lezione: in futuro dovremo comportarci diversamente”.
“Il calcio europeo è unitissimo” e solidale, ha assicurato Ceferin. “nessuno sa quando la pandemia finirà”  ma l’Uefa ha “il piano A, B o C: siamo in contatto con le leghe, con i club, c’è un gruppo di lavoro. Dobbiamo aspettare, come ogni altro settore”. “Le opzioni sono ricominciare a metà maggio, a giugno o anche a fine giugno. Se non ci riusciamo probabilmente la stagione sarà persa. C’è anche la proposta di finire questa stagione all’inizio della prossima, che comincerebbe un po’ più tardi”. “Se non ci fosse alternativa, sarebbe meglio finire comunque i campionati”, ha aggiunto, “posso dire che non penso alle finali delle coppe europee a porte chiuse”.

Sulla posssibilità di limitare il numero delle squadre nei vari tornei campionati Ceferin non si esprime, ma ribadisce il suo no ad altri tornei. “I problemi nazionali spettano alle singole leghe. A livello internazionale io penso che non siano necessarie nuove competizioni per club: le abbiamo già. Il calendario è già pieno”.