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"Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso": con questa frase di Nelson Mandela il Frosinone festeggia il ritorno in Serie A. E a giudicare la stagione dei "canarini" sintesi migliore non poteva esserci: lo hanno dimostrato dopo l'ultima giornata con il Foggia e ancor più nella gara di ritorno contro il Palermo. Con due reti di Maiello e Cino i gialloblu volano di nuovo in A, condannando i rosanero a un'altra stagione di purgatorio. Una vittoria accompagnata da qualche nota stonata: un pallone buttato in campo negli ultimi minuti del match e la presunta invasione anticipata dei tifosi. 

Il campionato di Serie B si chiude dopo 90 minuti giocati in un clima di grande nervosismo: nove cartellini gialli e Dawidowicz espulso dalla panchina. Il Palermo si indigna, Zamparini s'infuria. Il presidente rosanero Giammarva annuncia l'intenzione di presentare ricorso, anche se non è ancora chiaro per cosa. "Abbiamo preparato la riserva verso l’omologazione del risultato. Successivamente presenteremo ricorso". 

Ricorso per cosa?

Difficile che il Palermo possa appellarsi all’errore tecnico e chiedere la ripetizione della partita per via dell’episodio del calcio di punizione fischiato ai danni di Coronado. L’arbitro La Penna ha prima indicato la punizione dal limite e poi, ha cambiato la sua decisione concedendo il rigore. Subito dopo è tornato del suo primo avviso: punizione dal limite per il Palermo. Molto più probabile invece, – si legge su La Repubblica – che gli argomenti possano riguardare il lancio dei palloni in campo per due volte dalla curva e dalla panchina del Frosinone e per l’invasione di campo che ha determinato la fine della partita. A proposito dell’invasione di campo conterà quello che ha scritto nel rapporto il direttore di gara: se ha ritenuto la partita conclusa e il risultato acquisito è un conto, se è stato costretto a rientrare insieme alle due squadre negli spogliatoi perché non c’erano più le condizioni per portare a termine la partita è ben altro fatto. Come riporta La Gazzetta dello sport però "l'arbitro ha considerato regolarmente conclusa la gara".

Il precedente

Un episodio del genere in passato per poco non costò la sconfitta a tavolino al Bari. Parliamo di campionato primavera, sfida contro il Latina. Era il 2015 ed il giudice sportivo assegnò lo 0-3 con le seguenti motivazioni: “Rilevata la particolare gravità del comportamento dei raccattapalle, protrattosi nel tempo, che, di fatto, ha inciso sul regolare svolgimento della gara, senza alcun doveroso intervento da parte della Società ospitante. Visto l’art. 17 comma 1 CGS. delibera di sanzionare la Soc. Bari, a titolo di responsabilità oggettiva, con la punizione sportiva della perdita della gara, con assegnazione di gara vinta alla Soc. Latina con il punteggio di 0-3”. I pugliesi però presentarono ricorso e – come riporta forzapalermo.it – e riuscirono ad ottenere, sempre in tribunale, l'annullamento della sconfitta a tavolino. 

Una partita molto nervosa, entrambe le squadre sono riuscite a difficilmente a tenere sotto controllo la tensione. La posta in gioco (promozione) e il pallone scotta sempre più tra i piedi dei 22 in campo. 

Palermo infuriato

Nel post partita Giammarva attacca anche l’allenatore del Frosinone. “Ci hanno colpito – spiega – le parole dell'allenatore Moreno Longo che ha messo in dubbio i bilanci della società. Questo è un argomento che non avrebbe dovuto mai trattare, in quanto la solidità patrimoniale della società è stata certificata dalla massima autorità giudiziaria. Ognuno deve fare il proprio lavoro, senza fare altre considerazioni inopportune. Vedremo se, come società, adire alle vie legali. È un pensiero che ho adesso e che approfondirò bene. Longo ha detto delle cose che sono fuori dall'area sportiva, è stata veramente una caduta stile e faremo le nostre riflessioni. C'è la volontà di voler difendere la società da certe aggressioni”.

Il Frosinone "Bisogna saper perdere…"

Il Frosinone sceglie di replicare alle accuse del Palermo con un comunicato pubblicato sul sito ufficiale del club. “Stupisce – si legge – indigna ed offende l’intelligenza degli addetti ai lavori, degli sportivi e della gente comune, frusinati e no, che il massimo dirigente rosanero parli di incontro illegale, spettacolo indecoroso, vergognoso, di arbitro aggredito, minacciato, assediato e intimidito e di truffa subita. Non sappiamo quale partita abbia visto Zamparini, né ci interessa saperlo, la partita è stata diretta da 6 arbitri oltre alla presenza di numerosi rappresentanti della Procura Federale e degli ispettori di Lega che hanno decretato la regolarità della partita. Occorre a nostro avviso saper vincere e, anche, caro Palermo e caro Zamparini, saper perdere”.

Se qualche tifoso svizzero dopo il mirabolante pareggio col Brasile ha osato sporgersi dal finestrino sventolando la bandiera rossocrociata, ora rischia grosso. Nel vademecum su come esultare diffuso ai media in occasione dei Mondiali dalla Polizia del Canton Ticino c'è scritto che "durante i caroselli non saranno tollerate situazioni con persone che si sporgeranno oltremisura dal veicolo".

La premessa non è ottimista: "Il campionato mondiale di calcio genererà disagi di ordine pubblico che coinvolgeranno inevitabilmente la quiete pubblica e la circolazione stradale". E allora le forze dell'ordine del cantone di lingua italiana fanno capire che si deve rigare dritto. "Raduni e caroselli saranno tollerati", concedono, ma solo "a condizione che non interferiscano con il traffico. Il limite della tolleranza, così come quello dell'indulgenza (concetto non meglio precisato, ndr) sarà però ridotto in particolare per la tarda serata e per le ore notturne".

Proibito l'"uso irrazionale del motore" e non giustificabili con l'amor patrio "le infrazioni più gravi nell'ambito della circolazione stradale, quali ad esempio la messa in pericolo, il mancato rispetto degli impianti semaforici e il superamento della velocità massima consentita". Infine, l'accorato invito ai fan della Svizzera ma anche a quelli di altre squadre, numerosissimi, che vivono a Lugano e dintorni: "La Polizia invita i tifosi a volere tenere un comportamento corretto ed educato in relazione a un evento che si ricorda essere puramente sportivo".  

“Fisicamente mi ricorda Bjorn ma quando lo vedi giocare ti accorgi che no, Leo non ha lo stesso stile di gioco del papà”. Lo scorso ottobre, l’ex campione di tennis svedese Mats Wilander, rilasciò un’intervista a Expressen commentando la vittoria del figlio quattordicenne di Bjorn Borg ai master nazionali di categoria. Ne lodava l’atteggiamento in campo, la mentalità vincente, la buona tecnica per la sua età. Una buona partenza, insomma. Come il suo rovescio bimane, specialità della casa, il dritto a sventaglio e un fisico solido, anche se tutto da costruire.

Chi è Leo Borg

La cosa certa è che Leo sembra non avere nessun timore reverenziale nei confronti del padre e dei possibili paragoni a cui, inevitabilmente, andrà incontro durante tutta la sua carriera. Anzi, è stato proprio lui a volerli scacciare proponendosi come attore nel film del 2017, diretto dal regista danese Janus Metz, che raccontava la rivalità tra Borg e McEnroe. Leo, che è figlio della terza moglie del campione svedese, ha interpretato le scene in cui veniva raccontava l’adolescenza di Bjorn Borg e i suoi primi passi sui campi da tennis. Quel periodo in cui il padre non era ancora “Ice”, l’uomo di ghiaccio, e faticava a controllare le sue emozioni dentro e fuori dai campi. Una prova a cui si è sottoposto in maniera volontaria rispondendo, come altri coetanei, a una richiesta generica della produzione che cercava giovani tennisti. Dopo cinque provini, Metz decise di affidagli il ruolo convinto che avesse il talento giusto per stare di fronte a una telecamera. Sulla somiglianza fisica, com’era facile intuire, non c’era alcun dubbio.

Se sul lato cinematografico il suo è stato a tutti gli effetti un lavoro da comparsa, sul lato sportivo, Leo promette benissimo. Tra i ragazzi della sua età ha già conquistato la vetta della classifica in Svezia ed è ventesimo nel ranking europeo. Sul Corriere della Sera di oggi si legge di come abbia già firmato un contratto con uno sponsor importante come Fila, lo stesso del padre, e stia frequentando una tra le migliori squadre di tennis svedesi: “Ho cominciato a giocare a tre anni, accompagnato in campo da mia nonna. Non è facile portarsi in giro il cognome Borg ma papà ha fatto un passo indietro e mi ha messo nelle mani di un coach”.

I sogni e i desideri di Bjorn e Leo

Il desiderio del padre, per ora, è quello di essere il primo tifoso di Leo. Niente più. Dopo una vita da giramondo, infatti, Bjorn ha deciso di stare accanto alla sua terza moglie e di muoversi con grande parsimonia dalla sua casa di Värmdö, una delle tante isole della contea di Stoccolma. Allenare il figlio sarebbe come riprendere a giocare, viaggiando sempre, cosa che preferisce evitare: “Preferisco non interferire troppo. A volte giochiamo un po’ insieme in estate. Se mi chiede un consiglio, naturalmente rispondo ma non sostituisco il suo allenatore. Mi vede più come un padre che come un ex campione. E questa è la cosa più importante”.

Parlando a Le Parisien, Borg ha puntato il dito sui parenti troppo invadenti: “In tribuna vedo genitori che parlano tutto il tempo, urlano consigli e fanno pressione sui loro figli. Ammetto che a volte mi sorprende…”. Un sistema, quello sportivo, che è diventato molto più problematico per i giovani del nuovo millennio: “Alla stessa età, sicuramente mi avrebbe battuto perché oggi il tennis è diverso. La competizione è incredibile e condiziona molto più di quanto è stato per noi”.

A Leo non manca certamente l’ambizione. La volontà è quella di diventare un professionista di successo. Arrivare il più presto nella la Top Ten della classifica ATP per provare a conquistare quel torneo di Wimbledon che, in casa Borg, già scintilla grazie ai 5 trofei conquistati dal padre. Secondo Wilander, però, il difficile arriva ora: "All’eta di 14 anni la pressione non è così grande. A 16-17 sarà più difficile continuare a migliorare”. Ma sono in tanti quelli che sono pronti a scommettere sul suo futuro. A partire da papà Bjorn.

C'erano una volta le partite in tv. No, recitare il de profundis della televisione è troppo. Però le abitudini stanno cambiando: il mondiale in Russia è la prima coppa dello streaming. Non perché la tecnologia non fosse già presente quattro anni fa, ma perché gli spettatori che stanno guardando gli incontri via Internet sfioreranno quelli che sceglieranno la televisione. Lo afferma una ricerca dell'Interactive Advertising Bureau (Iab).

Usa e Cina: sorpasso

Delle 4200 persone intervistate in 21 Paesi, il 71% già si sta godendo Messi e compagni in tv e il 65% in streaming. In alcuni Paesi, come Cina, Usa e Russia, il sorpasso c'è già stato. Mentre l'Italia resta ancora tradizionalista. Negli Stati Uniti l'online attirerà il 66% degli utenti (contro il 65% della tv), in linea con Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Altrove il distacco è decisamente più netto: in Cina lo streaming è al 78% e la televisione al 72%. Percentuali simili (78% contro 71%) nel Paese che ospita la coppa del mondo, la Russia. In tre dei dieci Paesi più popolosi del mondo (Cina, Stati Uniti e Russia) lo streaming va oltre la tv.

Italiani, popolo di televisivi

La televisione regge grazie all'Europa. In Italia, il 74% degli spettatori sarà in poltrona difronte allo schermo e solo il 58% opterà per lo streaming. Un'abitudine che è ancora più solida in Germania (73% degli occhi puntati sulla tv e il 51% su Internet) e Svezia (69% contro 47%). Che stia cambiando (anche) il modo di guardare i mondiali di calcio lo confermano altri dati. Il primo: un terzo degli utenti afferma che guarderà le partite anche sullo smartphone. Nell'area Asia-Pacifico la percentuale sale al 45%, imponendo il telefono come principale supporto. Iab non dice se questo dato indichi una fruizione più spezzettata (guardo qualche minuto di partita mentre sono in metropolitana) o una sostituzione della televisione. Probabile che ci sia una miscela di entrambi gli elementi, anche perché lo stesso report conferma che lo smartphone è dominante sui contenuti inferiori ai 30 minuti. Quindi più brevi di una partita di calcio.

La riguardo sul web

C'è un'altra abitudine che sta spingendo gli spettatori della Coppa del mondo su Internet: le partite da guardare o riguardare in differita. Come si comportano gli appassionati quando non possono godersi un incontro in diretta? Al 53% capiterà di guarderà la loro registrazione in tv e al 52% in streaming. Il pareggio, a livello globale, è fatto. La “seconda visione” online prevale già in Cina (72% in streaming contro il 61%) e Russia (68 contro 65%). Gli italiani preferiscono la diretta a tutti i costi: solo il 45% riguarderà le partite in differita in tv (il quarto dato più basso tra i Paesi analizzati) e solo il 39% lo farà online (solo in Ungheria lo farà meno).

Alla fine Messi si toglie dal braccio la fascia azzurra da capitano, sconsolato. Pareggio. Con l'Islanda, 1-1 di fronte al mondo e nello stadio più grande di tutte le Russie. Non lo avrebbe mai detto, lui. Ma solo lui, perchè anche se questo è il primo Mondiale degli islandesi, gli intenditori sapevano che la sorpresa, oggi, poteva ben scapparci.

Due anni fa l’Europa si accorse, nell’anno della Brexit, di avere il suo cuore ancora più a ovest, nel bel mezzo delle acque gelide dell’Atlantico, e la voce gorgogliante di un geyser che esplode in mezzo alla natura. I feel good, e pazienza se con la Francia è finita 5-2 ai quarti. L’Islanda la storia l’aveva già scritta, in quegli Europei, umiliando l’Inghilterra, regolando l’Austria-Ungheria in due match separati e pareggiando all’esordio con il Portogallo di Cristiano Ronaldo, che alla fine avrebbe avuto il successo finale.

Non c’è vergogna a perdere, dopo tanta gloria. Il quesito, semmai, è come sia stato possibile per un’isola piccola e lontana, popolata quanto mezzo quartiere di Roma o quanto un paio di province italiane di quelle medio-piccole, tener testa ai bianchi, ai bleus, financo alle truppe addestratissime guidare da CR7.

I numeri non aiutano certo la comprensione. Questi, infatti, i crudi dati statistici.

  • Denominazione ufficiale della Federazione: Knattspyrnusamband Islands
  • Anno di fondazione: 1947
  • Prima partita: 17 luglio 1946, Islanda-Danimarca, 0-3
  • Albo d'oro: nessun titolo vinto
  • Formula del Campionato: 10 squadre, girone unico
  • Club: 127 società, 560 squadre
  • Giocatori tesserati: 4800 uomini, 700 donne
  • Arbitri: 934 uomini, 98 donne
  • Stadi principali: Laugardal, Reykjavík (14.000 spettatori).
  • Abitanti: 334.252.

Fermi tutti: 560 squadre, mille arbitri, cinquemila tesserati per un Paese che al massimo ha un solo stadio da 14.000 posti. C’è qualcosa che non torna. O che torna benissimo.

L’Islanda, ovvero la redenzione attraverso il nobile gioco del calcio

Tutto infatti inizia qualche anno fa, nel buio di una notte artica piena di depressioni e di ebrezze alcoliche. Purtroppo, anche un alto tasso di suicidi. Ma cosa stava succedendo alla gioventù islandese, tra le più ricche del Continente, garantite da un welfare scandinavo e dai proventi doverosamente redistribuiti tra tutti delle risorse economiche nazionali? Ragazzi così dovrebbero aver avuto come unica preoccupazione quella di aspettare una volta all’anno, all’equinozio d’estate, la tradizionale Notte delle Vergini, in cui tradizionalmente si festeggia la natura nel modo più scandinavo possibile.

E invece quella gioventù malata consumava alcol, tabacco e altra robaccia, presa da un vortice autodistruttivo. Nessuno sapeva come fare, per rimediare. Nessuno, fino a quando non è apparsa alla mente delle pubbliche autorità l’illuminazione del Grande Gioco del Calcio.

Il calcio tiene all’aria aperta, e non in birreria. Il calcio impegna energie, impone disciplina, dà soddisfazione per le vittorie, crea gruppo negli spogliatoi e solidarietà tra coetanei. Erano anni, esattamente dai primordi dello sport in Inghilterra, che nessuno ci rifletteva su. E invece in Islanda lo hanno fatto.

Venne scelta la strada della collaborazione tra scuole e famiglie, poi seguirono le squadre, i club, i tornei, il campionato nazionale dove in pochi anni esordì una nuova generazione di ragazzi aitanti e biondissimi che oltre a correre sapevano anche accarezzare la palla con i loro sapienti piedoni.

Poi quei ragazzi andarono in giro per il mondo a fare esperienza (non a farsi le ossa, erano già sufficientemente dolicocefali per conto loro), e finirono chi al Manchester, chi al Liverpool. Alla fine tornarono, e giocarono in nazionale. Quella che, mentre l’Inghilterra diceva no all’Europa, al centro dell’Europa ci portava l’Islanda: così piccola, così grande. Da far paura anche a Messi e Higuain nella partita di esordio al primo mondiale della storia nazionale.

E le statistiche adesso parlano chiaro: i consumi di alcol e l’abuso di stupefacenti sono ai minimi in Europa. In fondo, dietro il rigore che Halgrisson ha parato alla Pulce, c’è un grande esperimento sociale. 

Sarà un imprenditore americano o un principe malese a salvare Li Yonghong? Bocche cucite a casa Milan sul possibile ingresso di un nuovo socio nel club rossonero. Al termine del Consiglio di Amministrazione riunito venerdì in Via Aldo Rossi – velocissimo: è durato 45 minuti – il presidente del Milan ha assicurato che completerà l'aumento di capitale entro il 28 giugno, versando la prevista tranche di 32 milioni di euro. Approvati i punti all'ordine del giorno, tra cui il budget per l'iscrizione al prossimo campionato e per l'ottenimento della licenza Uefa. Ma sul tema del socio è calato un silenzio tombale. Li Yonghong sta prendendo tempo: vuole valutare l’offerta migliore per rientrare del suo investimento. 

I fatti

Il patron del Milan ha accelerato la trattativa per l’ingresso di un socio di minoranza. Che in breve tempo potrebbe prendere il controllo e diventare il nuovo proprietario della società rossonera. Siamo alla stretta finale: questione di ore o di giorni. Sul tavolo è arrivata tramite Goldman Sachs un’offerta seria: quella di un investitore americano. La tempistica della chiusura dell’operazione preoccupa i tifosi rossoneri. Se la conferma fosse arrivata dal Cda – come qualcuno sperava – il Diavolo sarebbe andato martedì a Nyon a dire “abbiamo soldi freschi”. L’obiettivo più urgente è di versare la tranche in scadenza a fine giugno. Ora pare che Li abbia dato la sua parola: i soldi arriveranno.

Del resto la somma è fondamentale per permettere al misterioso uomo d’affari di restare in sella al club rossonero almeno fino a ottobre, quando incombe l’altra scadenza: il debito con Elliott. Mr Li deve scongiurare l’ingresso anticipato del fondo americano come nuovo azionista (ha finora rispettato sempre le scadenze, anche se in ritardo; l’intervento del’hedge fund è obbligatorio per contratto in caso di rottura di alcuni covenant). A meno che nelle prossime ore tutto cambi e Mr Li ceda il posto a un nuovo azionista di maggioranza.

Il Milan ora prepara la missione Uefa

Il fiato sul collo dei giudici svizzeri è sempre più pesante. Martedì 19 giugno l’Uefa aprirà il processo contro il Milan. Il club salirà sul banco degli imputati per le violazioni al fair play finanziario nel triennio precedente all’arrivo del proprietario cinese. Ma la bocciatura è stata dettata anche dai dubbi sulla solidità patrimoniale di Li. Il ventaglio delle possibili sanzioni è ampio. A fronte di un deficit di oltre 100 milioni, tra le ipotetiche punizioni – stop al mercato, restrizioni della rosa, multe – non è esclusa la più severa: l’esclusione dalle Coppe. Cioè, addio Europe League. 

Nyon guarda con preoccupazione alla scadenza del 15 ottobre quando il patron del Milan dovrà restituire 303 milioni a Elliott con i quali fu comprato il club (740 milioni di euro a Fininvest, compresi 220 milioni di debito). Ecco che l’ingresso di fondi freschi potrebbe far materializzare le garanzie finanziarie necessarie per convincere l’Uefa.

Appare sempre più chiaro che difficilmente il nome del socio spunterà prima della prossima settimana. Come scrive la Gazzetta dello Sport, è difficile che i giudici si facciano impressionare: alla convocazione mancano ormai pochissimi giorni. Certo è che l’ingresso di un partner credibile potrebbe rafforzare la continuità aziendale tanto cara all’Uefa. Se ne riparlerà a Losanna per il TAS, dove una seconda udienza è prevista per la fine del mese. L’auspicio è che la decisione venga ribaltata in favore di sanzioni e limitazioni di mercato.

La ricerca del nuovo socio

Monta la pressione. Mr Li è pronto a passare la mano: massimo riserbo sull’identità del nuovo socio, ma secondo fonti finanziare milanesi citate da Repubblica, il nuovo azionista di controllo del club con cui la società rossonera sta chiudendo l’accordo, sarebbe una cordata di imprenditori americani.

Sono ore di grande fermento tra Londra e Milano: si stanno definendo i dettagli di un’operazione che cambierà le carte in tavola. Il nuovo socio americano – spiega il quotidiano diretto da Mario Calabresi – entrerebbe con una quota di minoranza per finanziare subito il club, per poi salire e prendere il controllo. Cosa resta a Li Yonghong? Non più di un 30-35%, proprio come è accaduto a Eric Thohir quando ha ceduto l’Inter al colosso cinese dell'elettronica Suning. Il nuovo socio si farà carico del debito sottoscritto da Li con Elliott. A quel punto, per consentire all’uomo d’affari cinese di rientrare completamente del suo investimento, si potrebbe lavorare alla possibilità di lasciargli i diritti sui proventi di Milan China: la società creata per sviluppare il merchandising del club in Asia.

Una parabola annunciata

A distanza di un anno dalla cessione del Milan alla Rossoneri di Li Yonghong, i destini della squadra sono sempre più foschi. Dopo essersi indebitato per concludere l’operazione, scontando il blocco dei capitali cinesi, e aver condotto una costosissima campagna acquisti per rilanciare la squadra, il piano di Li è andato in fumo: la società guidata dall’ad Marco Fassone puntava alla qualificazione per la Champions e ai ricavi del mercato cinese. Non solo tutto ciò non è accaduto – tra scandalose inchieste giornalistiche sull’inconsistenza patrimoniale di Li e una inchiesta della procura di Milano – ma è sopraggiunta anche la tegola dell’Uefa. (Agi aveva anticipato tutto un anno fa).

Spunta Li nelle intercettazioni di Parnasi

Come se non bastasse, il nome Li Yonghong spunta anche nelle intercettazioni telefoniche di Luca Parnasi, l'imprenditore edile al centro dell'inchiesta per le mazzette sullo stadio della Roma. In un colloquio del 23 marzo scorso con il direttore generale della Roma, Mauro Baldissoni, Parnasi – riferisce Milano Finanza – si sfoga e riferendosi a Li dice che “a questo cinese sono fallite tutte le società”. Non solo: aggiunge di averlo detto a Elliott, il quale però “qualche soldo ce l’ha”. Parnasi sembra convinto che il passaggio del club al fondo sia inevitabile “perché non credo che il cinese riesca a trovare ‘sti 400 milioni che servono, soprattutto adesso che il badwill che ormai c’è in giro è totale comunque io con loro dialogo, comunque”.

I possibili soci

Sul tavolo del club sono arrivate molte offerte. Le piste che portano al nuovo socio sono due, secondo Sky Sport.

La prima riguarda un imprenditore malese, residente a Singapore, con intermediario Jorge Mendes. Questa proposta ha pochissime possibilità di successo.  

La seconda, invece, più quotata, riguarderebbe un investitore americano. Tra i nomi circolati in queste ore: il magnate americano John Fisher, figlio dei fondatori del marchio di abbigliamento Gap e proprietario di una serie di squadre in differenti sport; e Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins.

L’americano, individuato dalla banca d’affari Goldman Sachs, entrerebbe nel club rossonero per contribuire alla copertura delle contingenze di fine stagione e al rifinanziamento, senza affrontare al momento discussioni relative ad una posizione futura, a differenza del malese. Anche se – come scrive Carlo Festa sul Sole 24 Ore –  non bisogna sottovalutare un problema di governance: arduo  che un socio di minoranza possa entrare senza chiedere condizioni certe, a cominciare dalla possibilità di avere un’opzione a crescere nel capitale.

Ed ecco che l’ipotesi dell’ingresso di un socio destinato a diventare presto il nuovo proprietario del Milan prende sempre più piede. 

È la sfida più attesa di questi primi giorni del Mondiale. Un derby molto sentito che arriva, in casa spagnola, dopo giorni di rocamboleschi cambi in panchina. Spagna e Portogallo sono anche le candidate a passare il turno nel girone B anche se Iran, e soprattutto Marocco, sono pronte a mettere i bastoni tra le ruote delle due compagini europee. Da una parte c’è la Roja, ora tra le mani di Fernando Hierro, pronta a tornare ai vertici del calcio mondiale; dall’altra, i compagni di Cristiano Ronaldo sono pronti a stupire come due anni fa, quando conquistarono lo scettro europeo del pallone. Abbiamo riassunto qui alcune curiosità che mischiano attualità e storia, rivalità e passione.

Una sola disfida mondiale

C’è un solo precedente ai mondiali di calcio. Otto anni fa, in Sudafrica, durante gli ottavi di finale, David Villa eliminò i lusitani e mise un tassello importante nel mosaico che portò le furie rosse alla vittoria finale del torneo. Se invece si allarga l’analisi alle partite giocate in tutte le competizioni troviamo ben 17 vittorie della Spagna, 13 pareggi e 8 vittorie del Portogallo.

La favorita? Il Portogallo, no?

Se si considerasse solo il ranking FIFA non ci sarebbe storia. Il Portogallo, grazie anche alla vittoria gli ultimi Europei in Francia, è salito al quarto posto dietro a Germania, Brasile e Belgio. La Spagna, che negli ultimi anni ha avuto un rendimento molto più altalenante, è scivolata fino al decimo posto, tra Cile e Perù. Ma a questa classifica non crede nessuno, soprattutto i bookmakers che indicano nettamente le Furie Rosse come favorite del match.

L’esordio dei portoghesi

Le prime quattro partite ufficiali della nazionale portoghese, amichevoli, si svolsero tutte contro la vicinissima e odiosissima Spagna. Furono quattro sonore sconfitte. Dal 18 novembre del 1921, l’esordio, a Madrid (3-1), al 17 maggio 1925, a Lisbona (0-2). La prima vittoria della storia del Portogallo arriverà poco meno di un mese dopo, il 18 giugno, contro l’Italia.

Il precedente ai gironi

Durante Euro 2004, l’europeo che il Portogallo disputò in casa, furono sorteggiate nello stesso girone. A Lisbona, durante la terza e ultima partita, la squadra di Scolari sconfisse gli spagnoli grazie a un gol dell’ex attaccante della Fiorentina, Nuno Gomes. Una vittoria di misura che portò alla clamorosa eliminazione della Roja a discapito di quella Grecia che, in finale, avrebbe tirato inaspettatamente un altro tiro mancino, molto più doloroso, al Portogallo. 

I portoghesi di Spagna

Sono solo due i calciatori convocati dall’allenatore Fernando Santos che militano in squadre spagnole. Due attaccanti. Il più forte giocatore del mondo e uno che potenzialmente potrebbe diventare molto forte. Il primo è ovviamente Cristiano Ronaldo che almeno fino alla fine del mondiale sarà ancora annoverato tra le file del Real Madrid; l’altro è Gonçalo Guedes, classe 1996, punta del Valencia ma tesserato per il Paris St. Germain. Nessun giocatore convocato dalla Spagna milita, invece, in squadre portoghesi.

I 4 mondiali di Hierro

Il neo-allenatore della Spagna, Fernando Hierro, chiamato a ricoprire il ruolo appena due giorni dall’inizio del mondiale, al posto dell’esonerato Lopetegui, ha giocato 4 mondiali con la casacca della Roja: 1990 (Italia), 1994 (USA), 1998 (Francia), 2002 (Giappone e Corea del Sud).

Lo scaramantico ricordo di Piqué

Per scacciare tutti i fantasmi spuntati fuori dopo l’esonero di Lopetegui, il difensore del Barcellona, ristabilito dall’infortunio, ha caricato l’ambiente con un tweet che raccontava una situazione analoga a quella della Furie Rosse. Nel 1989. I Michigan Wolverines, durante il campionato di basket universitario americano (NCAA) perdettero l’allenatore Bill Frieder che lasciò prima dell’inizio del campionato dopo aver accettato la corte di un’altra squadra, Arizona State. Al suo posto, all’ultimo momento, arrivò Steve Fisher che, nonostante un incarico ad interim, riuscì a portare la squadra alle Final Four e al titolo.

Chi arbitrerà la partita?

Un italiano. La sfida più delicata dei primi giorni del Mondiale in Russia è affidata a Gianluca Rocchi. Gli assistenti saranno Di Liberatore e Tonolini. L’arbitro italiano è anche uno dei papabili per arbitrare la finale ma molto dipenderà anche dalla partita di questa sera. Una designazione prestigiosa per il nostro Paese che segue quella di Massimiliano Irrati, designato come arbitro del VAR nella partita inaugurale dei Mondiali del 2018 tra Russia e Arabia Saudita finita 5-0 per i padroni di casa.

C'erano una volta le partite in tv. No, recitare il de profundis della televisione è troppo. Però le abitudini stanno cambiando: il mondiale in Russia sarà la prima coppa dello streaming. Non perché la tecnologia non fosse già presente quattro anni fa, ma perché nei prossimi giorni gli spettatori che guarderanno gli incontri via internet sfioreranno quelli che sceglieranno la televisione. Lo afferma una ricerca dell'Interactive Advertising Bureau (Iab).

Usa e Cina: sorpasso

Delle 4200 persone intervistate in 21 Paesi, il 71% si godrà Messi e compagni in tv e il 65% in streaming. In alcuni Paesi, come Cina, Usa e Russia, il sorpasso c'è già stato. Mentre l'Italia resta ancora tradizionalista. Negli Stati Uniti l'online attirerà il 66% degli utenti (contro il 65% della tv), in linea con Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Altrove il distacco è decisamente più netto: in Cina lo streaming è al 78% e la televisione al 72%. Percentuali simili (78% contro 71%) nel Paese che ospita la coppa del mondo, la Russia. In tre dei dieci Paesi più popolosi del mondo (Cina, Stati Uniti e Russia) lo streaming va oltre la tv.

Italiani, popolo di televisivi

La televisione regge grazie all'Europa. In Italia, il 74% degli spettatori sarà in poltrona difronte allo schermo e solo il 58% opterà per lo streaming. Un'abitudine che è ancora più solida in Germania (73% degli occhi puntati sulla tv e il 51% su internet) e Svezia (69% contro 47%). Che stia cambiando (anche) il modo di guardare i mondiali di calcio lo confermano altri dati. Il primo: un terzo degli utenti afferma che guarderà le partite anche sullo smartphone. Nell'area Asia-Pacifico la percentuale sale al 45%, imponendo il telefono come principale supporto. Iab non dice se questo dato indichi una fruizione più spezzettata (guardo qualche minuto di partita mentre sono in metropolitana) o una sostituzione della televisione. Probabile che ci sia una miscela di entrambi gli elementi, anche perché lo stesso report conferma che lo smartphone è dominante sui contenuti inferiori ai 30 minuti. Quindi più brevi di una partita di calcio.

La riguardo sul web

C'è un'altra abitudine che sta spingendo gli spettatori della coppa del mondo su internet: le partite da guardare o riguardare in differita. Come si comportano gli appassionati quando non possono godersi un incontro in diretta? Al 53% capiterà di guarderà la loro registrazione in tv e al 52% in streaming. Il pareggio, a livello globale, è fatto. La “seconda visione” online prevale già in Cina (72% in streaming contro il 61%) e Russia (68 contro 65%). Gli italiani preferiscono la diretta a tutti i costi: solo il 45% riguarderà le partite in differita in tv (il quarto dato più basso tra i Paesi analizzati) e solo il 39% lo farà online (solo in Ungheria lo farà meno).

Russia-Arabia Saudita oltre ad essere la partita che apre la 21esima edizione dei Mondiali di calcio rappresenta una sfida che ha tante implicazioni, soprattutto geopolitiche ed energetiche. Il match tra le squadre allenate da Stanislav Cherchesov e Juan Antonio Pizzi non ha di per sé una grande valenza sportiva ma può essere definito come il “derby del petrolio” o “El gasico”. Copyright geniale per definire quella che secondo gli osservatori sarà “una delle peggiori partite di sempre” dal punto di vista tecnico ma fondamentale per il futuro energetico del mondo. Da circa un anno e mezzo a questa parte infatti i due Paesi hanno preso le redini energetiche del mondo non solo vendendo idrocarburi ma gestendo in modo molto attivo l’andamento del prezzo del petrolio ponendosi alla guida dell’Opec (Riad) e dei Paesi non Opec (Mosca). Tanto da far arrabbiare, ripetutamente il presidente americano Donald Trump, che non ha gradito l’aumento del prezzo del petrolio manifestando il suo disappunto con lo strumento preferito, Twitter. L’ultimo irato appello nei confronti dei paesi produttori è proprio di ieri.

Arabia Saudita e Russia infatti sono i maggiori produttori ed esportatori di petrolio mondiali tampinati, al terzo posto proprio dagli Usa. Stesso discorso per il gas naturale, dove però al primo posto per produzione c’è Mosca mentre Riad è quarta dietro all’Iran e al Qatar. Basti pensare che l’Italia importa circa il 90% del gas che consuma mentre l’Europa il 70% in gran parte proveniente dalla Russia. I signori dell’energia Vladimir Putin e Mohammad bin Salman (MbS) hanno preso in mano saldamente la situazione e sono entrambi seduti in quella che viene definita la Banca centrale del petrolio mondiale.

E proprio a conferma di quanto detto, oggi, prima del match inaugurale dei mondiali si sono incontrati il presidente russo Vladimir Putin, il ministro dell'Energia Alexander Novak, il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman (MbS) e il ministro saudita dell’Energia Khalid al-Falih per stabilire un “aumento graduale della produzione di petrolio”. Cosa non da poco che avrà effetti su tutta l’economia mondiale. Il tutto al di fuori della cornice ufficiale del meeting Opec che si terrà il 22 giugno a Vienna. Proprio a rimarcare che oggi Russia e Arabia Saudita faranno, probabilmente, da comparse ai Mondiali di calcio ma sono i campioni del mondo nel settore energetico. 

Tra un mese, il prossimo 15 luglio, ad alzare la Coppa del mondo sarà il Brasile. A dirlo è Goldman Sachs, la banca d’investimento statunitense che ha utilizzato un modello predittivo basato sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale e sulla machine learning. GS ha usato “200 mila modelli statistici, prendendo in considerazione i dati individuali dei calciatori e quelli collettivi delle nazionali in cui giocano, affidando ai computer il compito di simulare l’esito del torneo per un milione di volte”, riporta Bloomberg.

 

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Un post condiviso da FIFA World Cup (@fifaworldcup) in data: Giu 13, 2018 at 1:02 PDT

 

Se non avete timore che la tecnologia vi rovini l’appetito, di calcio s’intende, e la sorpresa date un’occhiata al sito ufficiale di Goldman Sachs. Scoprirete così che ai quarti di finale la Germania eliminerà l’Inghilterra, per esempio. E che i teutonici finiranno per perdere in finale proprio contro il Brasile.

“Quattro tipi di machine learning”

Goldman Sachs spiega di aver costruito il suo modello predittivo dando in pasto ai suoi elaboratori una serie di dati relativi anche alle recenti performance delle diverse squadre, “utilizzando quattro diversi tipi di machine learning”. Sono stati presi in analisi, per esempio, tutti i risultati delle partite dei Mondiali e degli Europei dal 2005 fino a oggi. Lo scopo? Risolvere quel mistero che lega le caratteristiche di calciatori e squadre al numero di gol segnati da ogni compagine. Funzionerà? Staremo a vedere. Perlomeno noi italiani non avremo bisogno di fare gli scongiuri, dal momento che ci limiteremo ad assistere allo spettacolo calcistico più importante al mondo soltanto in tv. Spagnoli e argentini, invece, sono autorizzati a toccare ferro: niente semifinale per loro, si legge nel report intitolato “2018, The world cup and economics”. A sbarrare loro la strada saranno Francia e Portogallo. E la Russia? Niente da fare per i padroni di casa, che difficilmente riusciranno a sfruttare il fattore campo. Il loro Mondiale finirà già ai gironi.

“Agli ottavi anche l’Arabia Saudita”

Sono soltanto previsioni, e vista la proverbiale imprevedibilità del calcio il rischio smentita è dietro l’angolo. Anche perché già nel 2014 Goldman Sachs aveva scommesso sul Brasile, che però aveva perso per 7-1 in una drammatica semifinale contro la Germania. Spulciando tra gli accoppiamenti immaginati dalla banca di New York, però, spicca la gara tra Portogallo e Arabia Saudita. I “Figli del deserto”, così sono soprannominati i calciatori asiatici, arrivarono agli ottavi già nel 1994, ma il bis di quell’exploit sembra fuori dalle loro corde.

Anche il Fenomeno dice Brasile

A dire la propria su come finirà la campagna calcistica di Russia 2018 ci hanno pensato anche altre banche. Per la svizzera Ubs la Coppa finirà nella bacheca della Germania, che parte con il 24% di probabilità di vincere, mentre l’olandese Ing crede nella Spagna, forse non prendendo in considerazione il recente caos allenatore. Anche dall’altra parte del mondo occhi puntati sulle nazionali europee. La giapponese Nomura, ad esempio, si gioca la finale tra Francia-Spagna. Ma il giudizio più autorevole, forse, non si basa su dati bensì sull’esperienza. Ronaldo, il Fenomeno ex Inter e Real Madrid, ha le idee chiare. Coppa al Brasile, come sedici anni fa quando fu la sua doppietta a stendere proprio la Germania. Erano i Mondiali coreani, quelli dove secondo alcuni influì anche l’arbitraggio che avrebbe dato una mano alla squadra di Guus Hiddink. A proposito, da quest’anno in campo ci sarà anche la Var. Dal gol di mano di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 a quello fantasma di Frank Lampard contro l’Argentina, fino al morso di Suarez a Chiellini di quattro anni fa. E se a influire sul risultato finale fosse proprio la moviola in campo?

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