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AGI – È finita 2-2 all’Allianz Stadium di Torino tra Juventus e Lazio: un gol negli ultimi secondi ha dato ai biancocelesti la matematica certezza di prendere parte alla prossima Europa League.

Una gara arrivata per la Juve dopo la delusione per la sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter, ma archiviata per lasciar spazio al tributo a Giorgio Chiellini e Paulo Dybala, oggi per motivi diversi all’ultima con la maglia bianconera davanti ai propri tifosi. Chiellini ha giocato stasera la partita 560 mentre Dybala è arrivato a quota 292.

Il club ha preparato per il suo capitano una coreografia con una grossa scritta “Chi3llo” nel settore est in uno stadio dipinto tutto di bianconero e per la prima volta tutto esaurito da quando è tornata la capienza del 100% nel dopo Codiv-19.

La Juventus, che stasera vestiva le nuove casacche in uso nella prossima stagione, ha voluto celebrare il suo numero tre anche con una maglia dedicata che presentava sul petto la scritta “The Gr3at Chiello”.

Tra tanti tributi, prima della gara, anche quello per la squadra femminile bianconera che ha potuto alzare all’interno dello Stadium lo scudetto numero cinque appena conquistato.

Accoglienza decisamente meno festosa per Maurizio Sarri, l’ultimo a vincere lo scudetto da queste parti, ma mai amato per i suoi trascorsi al Napoli nè perdonato per le dichiarazioni pungenti arrivate dopo la separazione dalla Vecchia Signora.

Sul campo la prima occasione della serata è capitata sui piedi del laziale Cataldi che con una conclusione di destro ha colpito la traversa, ma a sbloccare la sfida è stato Vlahovic al 10′, bravo a sorprendere Marusic in marcatura e a colpire di testa su cross dalla sinistra di Morata.

Al 18′ cambio programmato con Chiellini che è uscito lasciando la fascia di capitano a Dybala ed è stato accolto da un’autentica ovazione dello Stadium.

Al 36′ raddoppio di Alvaro Morata che, servito da Cuadrado, ha fintato un paio di volte portandosi la palla sul destro e calciando la sfera sul palo lontano dove Strakosha non è arrivato. Pronti-via e al ritorno in campo la Lazio ha accorciato le distanze quando, da un corner di Cataldi, è stato Patric a colpire di testa con pallone toccato sotto porta in modo determinante da Alex Sandro.

Al 33′ altro boato dello Stadium, stavolta per l’uscita dal campo di Dybala sostituito dal giovane Palumbo.

Il dieci bianconero, chiamato dai tifosi a concedersi per il commiato, non si è sottratto al calore di chi non voleva che il rapporto terminasse così bruscamente ed è stato letteralmente travolto a più riprese dall’abbraccio dei suoi sostenitori.

Ma le emozioni non erano finite perché in pieno recupero, al 51′, da una palla persa da Cuadrado sulla trequarti laziale è arrivato il pari di Milinkovic-Savic, lesto a concludere nel sette una corta respinta di Perin su conclusione di potenza dalla distanza di Basic.

Un gol decisivo, che ha consegnato alla Lazio la matematica certezza di partecipare alla prossima Europa League. 

AGI – L’Inter vince a Cagliari e si concede un’ultima speranza per la corsa allo scudetto. All’Unipol Domus finisce 3-1 grazie al gol di Darmian e la doppietta di Lautaro, inutile invece il sigillo di Lykogiannis: la squadra di Inzaghi torna a -2 dal Milan capolista, a cui però basterà anche solo un pareggio, nell’ultima giornata di campionato contro il Sassuolo, per cucirsi il tricolore addosso.

Si complica tantissimo invece la strada verso la salvezza per gli uomini di Agostini, che scivolano a -2 dalla Salernitana ed ora devono pensare a battere il Venezia sperando che i campani non vincano con l’Udinese. Nel frattempo la città di Genova ha i suoi verdetti ufficiali: il Genoa retrocede in Serie B, la Sampdoria invece è salva indipendentemente dal risultato di domani con la Fiorentina.

Nelle primissime battute di gara sono Perisic e Lykogiannis, da una parte e dall’altra, a cercare fortuna con due conclusioni da fuori respinte attentamente in corner dai due portieri. All’11’ i nerazzurri trovano il possibile vantaggio con Skriniar, che mette dentro grazie ad una carambola dopo aver colpito un palo di testa su punizione di Calhanoglu, ma sulla respinta del legno lo slovacco tocca di braccio venendo punito dal Var.

Vantaggio interista rimandato giusto di un quarto d’ora, perché al 25′ ci pensa Darmian, con uno stacco perentorio su cross di Perisic, a firmare l’1-0 ospite. Nel finale di primo tempo clamorosa doppia opportunità targata Lautaro per il raddoppio dell’Inter, con l’argentino che prima colpisce un palo di mancino, poi con il destro chiama Cragno ad un super riflesso. Il ‘toro’ avrà di tempo di rifarsi ad inizio ripresa, quando su un lancio dalle retrovie di Barella, si porta avanti di forza il pallone e fulmina il portiere per il 2-0.

Passano pero’ pochi istanti e un mancino dalla distanza di Lykogiannis, leggermente deviato da Skriniar, beffa Handanovic rimettendo subito in corsa il Cagliari. Nonostante il botta e risposta in un paio di minuti, i ritmi della gara comunque non si alzano e la squadra di Inzaghi sembra poter gestire il vantaggio senza troppi problemi, trovando anche il tris nel finale ancora con Lautaro, che riceve da Gagliardini e con uno scavetto supera Cragno per la doppietta personale e definitivo 3-1. Prima del triplice fischio Dumfries va anche vicino al poker nerazzurro colpendo un palo. 

AGI – Nel giorno del ritorno da titolare di Leonardo Spinazzola, la Roma non va oltre l’1-1 contro un Venezia in 10 uomini per un’ora di gioco e gia’ certo della retrocessione prima di scendere in campo. Sono cinque le gare di fila senza vittoria di una Roma che frena ancora nella corsa europea. L’avvio dell’Olimpico per i giallorossi è da horror come quello del Franchi.
Dopo 1′ il Venezia gela i 60mila dell’Olimpico: cross di Aramu e colpo di testa vincente di Okereke.

La Roma fa la partita ma costruisce la prima occasione da gol al 19′ con Lorenzo Pellegrini che da calcio di punizione colpisce l’incrocio dei pali. Al 24′ sempre il capitano giallorosso protagonista: imbuca per Abraham che tarda la conclusione e favorisce il rientro di Caldara che gli sporca il pallone.

L’episodio che cambia la partita si ha al 30′. Kiyine a palla lontana colpisce Pellegrini, Sozza è richiamato al Var e non può far altro che espellere il giocatore del Venezia. Nella ripresa Mourinho si sbilancia: fuori Maitland Niles, Kumbulla e Spinazzola, dentro Karsdorp, El Shaarawy e Zalewski con passaggio alla difesa a quattro.

Una Roma super offensiva nei primi 10′ di ripresa colpisce altre due traverse, portando a 18 il numero di legni complessivi in stagione: prima con una botta di Cristante dai venticinque metri, poi con una punizione di Pellegrini da posizione invitante. Al 61′ non e’ la traversa ma Maenpaa a negare l’1-1 al destro a giro di El Shaarawy. L’estremo difensore dei lagunari si supera anche al 76′ sul tu per tu con Pellegrini ma sulla respinta è Shomurodov a ribadire in rete con un gran destro sotto la traversa. Nel finale c’e’ spazio anche per Volpato che prende il posto di uno spento Carles Perez.

Al 90′ ecco la quarta traversa della serata: l’ha colpita Zalewski con la sporcatura decisiva di Maenpaa, che si supera ancora nel recupero sul tocco da due passi di El Shaarawy. Poi il Var non accorda un rigore ai giallorossi per un fallo di mano nell’area veneta. Le statistiche sono eloquenti: 46 tiri della Roma contro i 4 del Venezia. Ma i gol sono solo uno a testa e i punti pure.

AGI – Storica promozione nella serie B del calcio italiano non senza polemiche per l’Fc Sudtirol. Nella conca di Bolzano cresce il malcontento per la denominazione solo in lingua tedesca della società che nella stagione appena conclusa ha compiuto un’incredibile impresa sportiva con 27 vittorie su 38 partite (solo 2 sconfitte). A farsi sentire sono i tifosi uniti nel nome di ‘Gradinata Nord Bolzano’ che affermano, “il nome Sudtirol non ci rappresenta”.

Il malumore della tifoseria trova appoggio da Fratelli d’Italia. “I tifosi sono molto più avanti dei vertici della società che usa il calcio per imporre un marchio monolingue voluto dalla politica”, sostiene il consigliere provinciale di FdI, Alessandro Urzì, “eroica la gradinata nord, ma il Sudtirol solo per il nome non scalda i cuori di tutti. Politicamente scorretto dirlo? Diciamo solo quello che pensano tantissimi amanti del calcio che nonostante i successi della squadra sui campi non ci sono a tifare allo stadio. Molti non hanno il coraggio di dire quello che diciamo noi. Ora lo scatto di orgoglio: la società torni con il nome bilingue“.

La storia del club

L’attuale Fc Sudtirol nasce a metà degli anni ’90. Alcuni imprenditori altoatesini avevano lanciato il guanto di sfida al calcio semi-professionistico del Trentino Alto Adige rilevando l’Sv Milland, club di quello che è una sorta di quartiere della città di Bressanone. La nuova società diventò ‘Fc Sudtirol-Alto Adige’ con i colori societari che rispecchiavano quelli della Provincia Autonoma, ovvero bianco e rosso.

Come ricorda la società, la squadra “non rappresenta una singola città, bensì fa da ambasciatore per un’intera provincia” per una sorta di “modello di integrazione per i tre gruppi linguistici presenti in Alto Adige” precisando che “lo stadio è un punto d’incontro per tifosi di madrelingua italiana, tedesca e ladina con un solo obiettivo: incitare la propria squadra”. Con la promozione in serie C, nel 2000, la squadra ha trovato casa allo stadio ‘Druso’ di Bolzano lasciando il campo di Bressanone.

Con il trascorrere delle stagioni la parola ‘Alto Adige’ veniva usta sempre meno fino a quando la dirigenza ha deciso di registrare il nome della squadra solo con la dicitura ‘Fc Sudtirol’. Nel logo è riportato bilingue il nome della città capoluogo Bolzano- Bozen.

AGI – Colpo di scena agli Internazionali Bnl di tennis: Rafael Nadal, 10 volte vincitore a Roma e campione uscente è stato sconfitto in tre set dal giovane canadese Denis Shapovalov col punteggio di 1-6 7-5 6-2. 

AGI – Al termine di una partita dalle mille emozioni, l’Inter batte la Juventus per 4-2 dopo i tempi supplementari alzando al cielo la Coppa Italia.

Dopo soli 7 minuti, alla prima occasione, sono gli uomini di Inzaghi a passare in vantaggio. Barella rientra al limite dell’area dalla sinistra, con la difesa avversaria che esce tardi, e conclude a giro sul secondo palo firmando un gran gol che vale l’1-0.

I bianconeri rispondono al 24′, quando Handanovic compie un miracolo deviando in corner una conclusione ravvicinata di Vlahovic dopo un assist di Dybala. Alla mezz’ora è De Ligt a provarci di testa da corner, ma Handanovic e’ ancora attento ad alzare sopra la traversa.

Dall’angolo seguente, Dybala va al tiro da ottima posizione dopo un rimpallo ma la sfera esce di un soffio. L’assalto di Chiellini e compagni meriterebbe miglior sorte, ma le due squadre vanno al riposo sull’1-0. 

Il meritato pareggio arriva al 5′ della ripresa. Alex Sandro calcia con il sinistro dal limite trovando prima una deviazione di Morata e poi un intervento goffo di Handanovic, con la palla che rotola in fondo al sacco.

La gara si infiamma e due minuti dopo i piemontesi la ribaltano. Dybala avvia un contropiede e serve Morata che apre il campo per Vlahovic, che si invola verso la porta calciando prima addosso ad Handanovic e superandolo poi in seconda battuta sulla respinta. I campioni d’Italia in carica però non ci stanno e tornano a premere.

Al 32′ Dumfries crossa dalla destra, con Perisic che rimette in mezzo di testa per Martinez che finisce a terra dopo un tocco prima di Ligt e poi di Bonucci. L’arbitro assegna il rigore. Dal dischetto si presenta Calhanoglu che calcia alla perfezione sotto l’incrocio dei pali, siglando così il 2-2.

I 90 minuti terminano in parità: si va ai supplementari. Al 6′, De Ligt commette la seconda ingenuità della sua gara facendo fallo in area su De Vrij.

L’arbitro, dopo la revisione al Var, assegna un nuovo penalty. Questa volta è Perisic a presentarsi dagli 11 metri e a spiazzare Perin, firmando il 3-2.

È lo stesso croato a chiudere definitivamente la contesa al 12′ quando, a chiusura di un rapido contropiede, il suo pregevole mancino dal limite si infila sotto l’incrocio lontano per il 4-2. Nel secondo tempo non accade più nulla e l’Inter può così festeggiare il secondo titolo stagionale dopo la Supercoppa italiana conquistata lo scorso gennaio, sempre ai danni della Juventus. 

Jannik Sinner nel suo primo turno agli Internazionali Bnl d’Italia si è ‘sbarazzato’ dello spagnolo Pedro Martinez, numero 40 del ranking mondiale in un’ora e 24, due set (6-4, 6-3) e con il tifo del campo centrale by night. 

Lo scontro con Fognini

Ne resterà uno solo. Perché domani il derby Fognini-Sinner del secondo turno deciderà chi sarà l’unico azzurro che dopo la disfatta collettiva, maschile e femminile, nei primi turni, terrà alta la bandiera italiana negli ottavi del tabellone. Ma l’importanza del match in scena sul Centrale, alle 19, non si deve solo a una questione di rappresentanza italica nel Master 1000 della Capitale, privato, già prima di cominciare, del romano Matteo Berrettini e dell’altro infortunato Lorenzo Musetti.

Fogna contro the fox, come si fa chiamare Jannik, derby italico e anche calcistico (Fabio tifa Inter, Sinner è pazzo per il Milan) che dividerà il pubblico del Foro, è una primizia assoluta: tra i due, che sono diventati coppia a sorpresa nel doppio di Davis (ma qui a Roma Fognini è tornato con il compagno storico Simone Bolelli) non ci sono precedenti.

Da una parte il 34enne ligure, alla sua 17esima partecipazione agli Internazionali, oggi sceso al 57esimo posto del ranking ma tre anni fa al nono posto, 17 milioni di dollari incassati in carriera in montepremi che dopo la vittoria contro Thiem ha dichiarato che continuerà a giocare finché conserverà la capacità di arrabbiarsi (speriamo un po’ meno di quanto ha fatto finora).

Dall’altra il ventenne Sinner, alla sua quarta partecipazione agli Internazionali (nel 2019 approdò per la prima volta nel tabellone principale di un Master 1000 dalle prequalificazioni), numero 13 del ranking mondiale (già 9, il suo best ranking lo scorso anno) un percorso da tennista prodigio che ha avuto la sfortuna di essere offuscata da uno che è più giovane di lui, il diciannovenne Alcaraz.

La sfida Fognini-Sinner in fondo, riveduta e corretta, è una riedizione di quella che a Madrid, pochi giorni fa, ha segnato il rito di passaggio generazionale Nadal-Alcaraz con la prima vittoria del ragazzino.

Le similitudini (da una parte la Spagna, dall’altra l’Italia, ‘veterano’ contro giovane rampante) sono evidenti, ma i contenuti dello scontro sono ben diversi. Il derby spagnolo ha messo di fronte il totem recordman degli Slam (21) con il ragazzino oggi numero 6 delle classifiche che si prepara a diventare il più forte del mondo (Pietrangeli scherzando ha detto che per vincere un set con lui servirebbe dargli una coltellata).

Sulla terra rossa di Roma andrà in scena uno ‘scontro di speranze’. Quelle che hanno accompagnato la carriera di Fognini, ricca sì di risultati (nove titoli tra cui un Master 1000, quello di Montecarlo 2019) ma che con un braccio come il suo avrebbe potuto dargli maggiori soddisfazioni se madre natura gli avesse regalato qualche centimetro in più (è alto 1,78 in un mondo di giganti, Schwartzman escluso) ma soprattutto se non fosse stata autosabotata da rabbia e intemperanze varie, prima ancora che dagli infortuni.

Dall’altra parte della rete c’è il prodigio di San Candido, alto 1,88, cinque titoli vinti in carriera che, vuoi per le vesciche ai piedi, vuoi per ostacoli agonistici (vedi Alcaraz) vuoi per crisi di crescita, qualche rallentamento di troppo lo ha avuto: i tre game appena rimediati contro Auger Aliassime a Madrid ancora bruciano. Domani, ranking, età e risultati alla mano, il favorito è lui, ma Fognini, si sa, può essere imprevedibile. E per il futuro di Jannik, Simone Vagnozzi, che ha preso il posto di Riccardo Piatti, il coach che l’ha cresciuto, sostiene che può diventare più forte di Alcaraz. E se cominciasse la salita vincendo gli Internazionali?

 

AGI – A diciannove anni, il tennista che sbarazzandosi, in fila, di Nadal, Djokovic e Zverev, ha appena messo la firma sul torneo di Madrid, si prepara da numero sei del mondo, a sedersi sul trono del tennis mondiale. Ecco, in venti punti, tutto sullo spagnolo dal rovescio bimane, diventato professionista nel 2018.

1) Iniziazione

Nato a El Palmar (Murcia) Ha cominciato a giocare a tre anni nella scuola di tennis del padre ispirandosi a Nadal. A dieci anni è già campione regionale under 10.  Ora dopo le vittorie a Miami, Barcellona e Madrid, è il numero sei del mondo.

2) I tre Carlos di famiglia

Il padre di Carlos, Carlos Alcaraz senior, era il responsabile della scuola tennis del Club de Campo di El Palmar, Murcia. Località cui Carlos jr ha dedicato la vittoria di Madrid. Si chiama Carlos pure il nonno, uno dei soci più anziani del club di Campo El Palmar

Papà Alcaraz è stato un tennista pro di livello non eccezionale e ha lasciato la carriera per mancanza di mezzi economici. E’ stato n. 42 di Spagna e racconta Sergi Bruguera, lo prendeva sempre a  pallate. Quello stesso Bruguera che domenica guardava il figlio della sua vittima preferita travolgere in 50 minuti il suo assistito Alex Zverev. Carlos sr ha deciso come comportarsi col figlio guardando proprio Bruguera: “Lui e suo padre Lluis si scontravano di continuo: ho capito che con mio figlio invece avrei dovuto andare d’accordo. Per questo non sono mai stato il suo coach”.

3) Mecenate

Il suo primo sponsor  è stato Alfonso Lope Rueda, amministratore delegato di “Postres Reina”, azienda murciana di dolci derivati dal latte. E’ stato grazie allo sponsor pasticcere a lui che Carlos Jr ha potuto a 10 anni, andare a Pola giocare un Master under 10.

4) Jaime, l’erede

Uno dei tre fratelli di Carlos, Jaime, a 12 anni sta già bruciando le tappe. Carlos si è esibito recentemente in doppio con lui in un torneo in Grecia.

5) Juan Carlos Ferrero

L’ex numero uno del mondo che ha vinto il Roland Garros quando Carlos emetteva il suo primo vagito,   lo segue da quando aveva 15 anni, nella sua accademia Equelite di Villena.  “Mi ha cambiato la vita, con lui mi sono evoluto: ho messo su muscoli, sono cresciuto, sono diventato più duro sul campo” ha dichiarato Carlos.

6) Bungalow

La sua abitazione è un prefabbricato di 25 metri quadri (due camere e un bagno) nell’area dell’Accademia Equelite de Villena ad Alicante, dove vive e si allena sei ore al giorno. Al suo fianco abitano altri membri del team di Juan Carlos Ferrero

7) Staff

È seguito da uno staff di dieci persone tra sparring partner, fisoterapista, mental coach e, tra gli altri, il nutrizionista.

8) Sabbia

Ama allenare il proprio fisico con esercizi  a piedi nudi sulla sabbia. Ma non tralascia neanche l’ arrampicata sulla fune.

9) Plasma

Uno dei suoi segreti è il traumatologo: si chiama  Juanio Lopez e ha guarito il tendine del braccio che tanti problemi gli ha dato l’anno scorso con plasma arricchito di piastrine.

10) Mindfulness

Ha una psicologa che incontra periodicamente e che si occupa della sua mindfulness: si chiama Isabelle Balaguer. Fino a due anni fa lo seguiva Josefina Cutillas. Il suo segreto  è che non si ferma troppo a pensare a vittorie e sconfitte, non permette alle emozioni di durare più a lungo di quello che serve.

11) Golf

Carlos è grande appassionato di golf. Passione che condivide con il coach Juan Carlos Ferrero.

12) Dieta

La sera prima di un match mangia riso e pesce. Un’ora e mezzo prima di scendere in campo mette energie in corpo con una crema di cacao. Nella sua dieta anche datteri e olio d’oliva. Pesa 72 chili ed è alto 1,85.

13) Piatto preferito

Il suo piatto preferito è lo stufato preparato da mamma Virginia accompagnato dalla pringà: mangiare la carne schiacciando il pane nel sugo. Una “scarpetta” alla spagnola, insomma.

14) Scaramanzie

Niente tic simil-Nadal ma una serie di scaramanzie: sceglie una doccia a inizio torneo e poi cerca di lavarsi sempre in quella. Così come con la borsa, lasciata sempre nella stessa posizione e l’outfit: “Se comincio un torneo con un completo lo finisco con quello”.

15) Puzzle

Durante la pandemia il giovane Carlo ha fatto passare il tempo mettendo assieme un puzzle da 5000 pezzi.

16) Scacchi

Altra grande passione, gli scacchi: sostiene che la pratica scacchistica lo aiuta ad allenare la concentrazione e creare strategie vincenti sul campo da tennis: “Negli scacchi come nel tennis, se ti perdi per un attimo rischi di andare in confusione”.

17) Real Madrid

Carlos, che ha giocato a calcio a cinque , è un tifoso sfegatato del Real Madrid.

18) Soldi

A tutt’oggi ha guadagnato dai soli tornei 5 milioni e mezzo di dollari. Li amministrano i suoi genitori, Carlos e Virginia.

19) Nadal

Tutti lo avvicinano, se non altro per la nazionalità, a Rafa Nadal: ma lui, da appassionato, preferisce il gioco di Roger Federer.

20) Social

Carlos ha 1,1 milioni d follower su Instagram, all’account Carlitosalcarazz e 184.000 su Twitter.

AGI – Max Verstappen vince la prima edizione del Gran Premio di Miami, piazzando la sua Red Bull davanti alla Ferrari di Charles Leclerc.

Gara praticamente dominata dal pilota olandese (comprensiva di giro migliore e punto aggiuntivo), capace di prendersi la testa della corsa già nei primi giri, salvo poi sudare soltanto nel finale a causa dell’entrata in pista della Safety Car, con il monegasco che comunque non è riuscito a restituire il sorpasso.

Chiude il podio l’altra rossa di Carlos Sainz, davanti alla seconda Red Bull di Sergio Perez. Quinta e sesta la Mercedes con George Russell e Lewis Hamilton.

Il pilota olandese campione del mondo in carica accorcia così a -19 da Leclerc leader del mondiale.

In partenza del Gran Premio degli Stati Uniti, Leclerc mantiene senza problemi il primo posto, mentre Sainz si lascia sorprendere da Verstappen che si mette subito alle spalle del monegasco.

La Red Bull sembra averne di più e, infatti, all’inizio del nono giro l’olandese balza in testa, compiendo un sorpasso pulito e senza troppi problemi ai danni del rivale, guadagnando presto un vantaggio che arriva fino a 7 secondi dopo il primo valzer di pit stop.

Sainz e Perez seguono a distanza, mentre dietro Bottas tiene la sua Alfa Romeo in un’ottima quinta posizione.

Hamilton stabile al sesto posto, l’altra Mercedes di Russell invece guadagna diverse posizione salendo settima.

Fila tutto liscio e senza particolari emozioni fino al giro numero 41, quando un contatto tra Norris e Gasly forza l’entrata in pista della Safety Car annullando tutti i distacchi.

Gli ultimi dieci giri sono da fiato sospeso, con Leclerc che le prova tutte per riprendersi la posizione su Verstappen, ma l’olandese dimostra di averne più e riallunga fino a prendersi il successo. 

AGI – La sfida di accelerazione vinta con la sua Ferrari contro un caccia F-104, il duello ruota a ruota con René Arnoux, le pazzie di continuare le gare su tre ruote e con un alettone piegato a pochi centrimetri dal casco. Quarant’anni fa moriva in un incidente sulla pista belga di Zolder, durante le prove del GP di Formula 1, Gilles Villeneuve: un pilota unico, che era impossibile non amare. Trascinatore di folle, audace fino all’imprudenza, generoso, carismatico, era scritto che Gilles dovesse fare innamorare i tifosi della rossa.

Il pilota canadese, figlio di un accordatore di pianoforti, ha la passione della velocità fin da ragazzo. Corre con le motoslitte assieme al fratello e nel 1974, a 24 anni, vince il campionato del mondo. Già quando gareggia con le motoslitte, l’obiettivo di Villeneuve è di correre con le auto, ma servono i soldi e la sua non è una famiglia ricca. Decide allora di vendere la sua casa, trasferendosi con la moglie Johanna in un piccolo appartamento. Con quei soldi partecipa al campionato regionale di Formula Ford e vince sette gare. L’anno dopo passa alla Formula Atlantic e trova uno sponsors che lo sostiene, grazie alla vittoria del campionato di motoslitta. Può così garantirsi altre stagioni in Formula Atlantic, vincendo il campionato canadese sia nel 1976 che l’anno successivo. 

Il 1977 è l’anno che cambia la vita a Gilles. Partecipa al Gran Premio Trois Rivieres e vince davanti a James Hunt, campione del mondo in carica di F1, James Hunt. Quest’ultimo, impressionato dalla velocità di Gilles, lo propone al direttore sportivo della McLaren. Villeneuve fa degli ottimi test ed esordisce nel Gran Premio di Gran Bretagna del 1977. La stabilità precaria e la scarsa visibilità delle corse con le motoslitte, gli tornano utili in F1. Nelle pre-qualifiche fa registrare il miglior tempo, ma poi deve accontentarsi del nono posto in griglia e dell’undicesimo in gara, complice una spia dell’acqua malfunzionante che lo costringe a una prolungata sosta ai box. Viene comunque insignito del riconoscimento di ‘drive of the day’. La McLaren però non gli consente di disputare altri gran premi.

Dopo qualche mese, alla fine dell’estate, la Ferrari lo chiama a sostituire una leggenda: Niki Lauda. Per la successione all’austriaco erano stati fatti nomi di piloti affermati come Emerson Fittipaldi, Mario Andretti e Jody Scheckter. Invece Enzo Ferrari sceglie il canadese, che esordisce nel penultimo appuntamento della stagione, nel GP di casa. Al Motorsport Park, in Ontario, Gilles è diciassettesimo sulla griglia di partenza e in gara è costretto al ritiro per un problema alla trasmissione della sua vettura. La gara che chiude la stagione è il GP del Giappone. Villeneuve, partito ventesimo, nei primi giri è protagonista di una furiosa rimonta. Nel corso della sesta tornata, mentre cerca di sorpassare Ronnie Peterson, le due auto si scontrano: la Ferrari spicca il volo, si cappotta un paio di volte e cade al di là del guard-rail. La zona è interdetta al pubblico, ma contravvenendo alle regole, alcune spettatori si sono assiepati proprio lì. L’incidente causa due morti, Gilles esce dall’auto illeso ma sotto shock. Villeneuve non fa calcoli, va sempre all’attacco ed è per questo che è un idolo dei tifosi ed è stato il pilota preferito di Enzo Ferrari. Lo dimostra dasubito e la conferma definitiva arriva al GP degli Usa del 1978: in partenza Gilles brucia il compagno di squadra, Carlos Reutemann, e fa il vuoto. Qualche giro dopo, potrebbe affrontare un doppiaggio con assoluta calma, invece azzarda un sorpasso impossibile e rovina la sua gara. In quella stagione, con poche soddisfazioni, Villeneuve coglie la sua prima vittoria e lo fa proprio al GP del Canada, ultimo appuntamento della stagione. 

Nel 1979 la Ferrari ha la vettura migliore del circus e Villeneuve, e il suo compagno di scuderia Jody Scheckter, volano. Villeneuve coglie tre vittorie ed è secondo nella classifica finale, dietro proprio a Scheckter. Di quell’anno restano nella storia della Formula 1 due immagini di Gilles: in Olanda, un pneumatico della sua vettura si afflosciò fino a staccarsi, Gilles compie un giro intero su tre ruote, ma poi si stacca anche il cerchio di metallo ed è costretto al ritiro; al GP di Francia è protagonista di una strepitosa lotta per il secondo posto con René Arnoux, la Ferrari e la Renault si sorpassano e controsorpassano per diversi giri, compiendo diverse curve addirittura appaiate. Il 1980 pare essere l’anno buono per la conquista del titolo, ma il Cavallino rampante non riesce a schierare una monoposto all’altezza delle aspettative. Villeneuve chiude la stagione con soli 6 punti.

 

L’anno dopo arriva un nuovo compagno di squadra in Ferrari, Didier Pironi. Nonostante una vettura non sempre all’altezza delle prime, Villeneuve coglie due successi di fila: a Monaco e in Spagna. In quest’ultima occasione è autore di un miracolo: negli ultimi giri la sua posizione è minacciata da ben tre inseguitori, molto più veloci. Lui, però, riesce a tenere tutti dietro fino al traguardo. Quell’anno in Canada, Gilles regala un’altro momento che passerà alla storia: partito undicesimo, sotto il diluvio, risale fino al terzo posto. Un contatto, però, piega verso l’alto l’alettone anteriore della sua Ferrari, che danza pericolosamente a pochi centimetri dal suo casco. Dai box lo invitano a rientrare a sostituire il pezzo danneggiato, ma lui continua finché l’alettone non si stacca del tutto. Riesce a portare la sua Ferrari al traguardo, mantenendo il terzo posto. Gilles dirà che, non avendo visuale con l’alettone piegato, aveva guidato basandosi sulle tracce degli pneumatici lasciati dalle altre vetture. 

Il 1982 si apre per Villeneuve con due ritiri e una squalifica a causa di un alettone ritenuto irregolare. Le Ferrari arrivano al GP di Imola con un grande bisogno di punti. In gara le rosse fanno il vuoto con il canadese primo e Pironi secondo.

Dal box viene esposto il cartello “Slow”, che invita a congelare le posizioni per non compromettere la doppietta. Pironi, però, sorpassa Gilles e va a vincere. Il rapporto tra i due si rompe, Villeneuve è furioso anche con la Ferrari. Iniziano a girare voci che voglia cambiare scuderia.

Con questo clima teso si arriva al GP del Belgio, a Zolder. Mancano pochi minuti al termine delle qualifiche, Villeneuve ha l’ottavo tempo, Pironi il sesto. Gilles sta spingendo l’auto al limite per cercare di migliorarsi, quando davanti a lui appare una March, che invece procede lentamente e che si sposta verso l’esterno per farlo passare all’interno. Villeneuve, però, compie la stessa manovra, spostandosi anche lui all’esterno. La collisione è inevitabile: la ruota anteriore della Ferrari decolla su quella posteriore della March. La vettura rimbalza per diverse volte sulla pista, Villeneuve viene scaraventato fuori con tutto il sedile. Perde anche il casco, che viene ritrovato a circa cento metri.

Gilles respira ancora, ma le sue condizioni appaiono subito disperate. Il suo decesso viene dichiarato in ospedale qualche ora dopo. Enzo Ferrari dirà: “Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene”.

Quindici anni dopo la morte di Gilles, nel 1997, il figlio Jacques si laureò campione del mondo di F1 con la Williams, centrando l’alloro che era sempre mancato al padre.