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Il Pro Piacenza è stato escluso dal campionato di Lega Pro in seguito alla partita persa per 20-0 contro il Cuneo in cui era sceso in campo con appena sette giocatori e tutti Under 19. Il giudice sportivo della Lega Pro ha anche inflitto al club emiliano “la punizione sportiva della perdita della gara con il punteggio di 0-3”. La decisione segue di poche ore quella del Tribunale Federale Nazionale che aveva comminato 8 punti di penalizzazione al Pro Piacenza e a tutte le altre società di Lega Pro che non hanno regolarizzato la propria posizione riguardo le fideiussioni presentate per iscriversi al campionato.

“Al di là delle consapevoli, plurime e fraudolente violazioni regolamentari messe in atto dalla società Pro Piacenza”, il giudice sportivo Pasquale Marino ha spiegato che è stato punito “l’inaccettabile comportamento della medesima società la quale, mortificando l’essenza stessa della competizione sportiva, ha costretto sia i soggetti inseriti nella propria distinta che i calciatori della squadra avversaria a disputare una gara ‘farsesca’ dal punto di vista tecnico (nonché pericolosa per l’incolumità fisica di soggetti non adeguatamente preparati dal punto di vista agonistico), abusando dei diritti formali certamente concessi dal regolamento, ma basati su principi di lealtà e correttezza che nella fattispecie sono stati sovvertiti, stravolti e letteralmente calpestati”.

Sulla vicenda era intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato di “vergogna inaudita” per “l’umiliazione dei sette giovanissimi della Pro Piacenza” e ha promesso che vedrà il presidente della Figc, Gabriele Gravina, e le altre parti coinvolte per “trovare una soluzione che tuteli prima di tutto i giovani e la loro passione per lo sport”.

“È una cosa che non voglio più vedere”, ha detto Giorgetti, “bisogna garantire il divieto della partecipazione ai campionati per i club che non sono in regola”. Il calvario della Pro Piacenza è stato raccontato da un ex, Dario Polverini, difensore 31enne passato a gennaio alla Virtus Verona. “A luglio venne allestita una squadra molto forte, partiamo per il ritiro con tante belle speranze”, ha rievocato alla Gazzetta, “a fine agosto viene cacciato il direttore sportivo perché il presidente vuole alzare l’asticella e puntare alla B. Arrivano 10 giocatori negli ultimi giorni di mercato, una rosa di 33, budget altissimo per la categoria”. 

Accordo siglato, e annunciato con una nota intorno alla mezzanotte, tra l’Unione sportiva Città di Palermo e la Damir srl, società leader in Sicilia nella pubblicità esterna. Un’intesa “grazie alla quale sarà possibile proseguire con rinnovato entusiasmo il cammino verso la promozione”. Si apre così, con la partecipazione di un imprenditore locale, una fase nuova del Palermo, dopo il ritiro degli inglesi, con l’obiettivo dichiarato di “ portare all’altezza della città e della tifoseria”. Il neo presidente del Palermo, Rino Foschi, ringrazia la famiglia Mirri “per lo sforzo e la disponibilità dimostrati in questi giorni, a testimonianza del grande attaccamento ai colori rosanero e alla città di Palermo”. 

Il coach della squadra di football arriva al bar della scuola, indossando t-shirt bianca e cappellino dei San Francisco 49ers. Tutti lo salutano, fino a quando non arriva al bancone del sushi e chiede a qualcuno vicino, mi passeresti un piatto? E lì resti per un attimo confuso. Rob Mendez, 30 anni, coach della squadra di football della Prospect High School, California, pesa meno di venticinque chili, è privo di braccia e gambe, il torso è allacciato a una sedia elettronica a rotelle.

Mendez sta diventando un’icona dello sport americano: nato senza arti per una rara malattia genetica, ha sempre sognato di allenare. Dopo dodici anni di sforzi, è arrivato il suo momento: nella scorsa stagione ha guidato con successo la squadra junior, seduto sulla poltrona elettronica mobile che Mendez controlla con il movimento della testa. Nella prossima stagione vuole portare la squadra a vincere il Super Bowl giovanile.

Espn gli ha dedicato un docufilm. Il giovane coach è una delle sette persone al mondo con questa sindrome, ma lui non ci crede: “Garantisco che sono molti di più, solo che sono meno attivi di me, per quello non appaiono”, racconta nel documentario.

La madre scoprì la sindrome all’ottavo mese di gravidanza, troppo tardi per pensare all’aborto. Una volta nato, Rob ha portato in famiglia un’energia nuova. Ha cominciato a studiare da coach fin da bambino, giocando con la playstation con la sorella, pigiando i pulsanti con il mento. A scuola, organizzarono un torneo di football virtuale con trentadue squadre: lui arrivò secondo. Quando gli amici entrarono nella squadra dell’high school, lui venne preso come team manager.

Con l’aiuto della tecnologia, scia, nuota, gioca a hockey come portiere, disegna e scrive usando il mento. Gli hanno offerto 25 mila dollari per parlare a uno di quegli incontri motivazionali che in America vanno molto, ma ha detto no. “Voglio fare il coach di football”. Ha lavorato come assistente in cinque scuole, in attesa che qualcuno gli affidasse il ruolo di capo allenatore. La chiamata è arrivata ad aprile dell’anno scorso.

La Prospect High School cercava qualcuno che aiutasse a fare un cambio culturale. Su Internet avevano trovato il nome di Mendez e l’avevano contattato. Quando i giocatori lo vedono per la prima volta, rimangono in silenzio. Uno va via, gli altri pero’, con il passare del tempo, cominciano a seguire le sue indicazioni. Dopo la prima sconfitta, arrivano sette vittorie consecutive. Adesso, quando detta le istruzioni, lo ascoltano tutti convinti. “C’è una parola che mio padre non ha mai amato – racconta Mendez – la parola è speciale. Siamo tutti speciali, gli altri ragazzi sono speciali. Mio padre mi direbbe, tu non sei speciale, sei diverso. Ed essere differente non è così male, perché spingi i tuoi limiti”. 

Torino dice addio ai campioni del tennis. Lo stop della candidatura ad ospitare il Master ATP di fine anno, attualmente in mano a Londra, è ormai prossimo all’ufficialità. Quello ricevuto dalla città della Mole è un secondo, potente, schiaffo che riporta in luce i segni lasciati dalla prima sberla, quella relativa all’esclusione dalla corsa alle Olimpiadi invernali del 2026 dove rimangono in corsa Milano e Cortina.

La storia, dall’inizio

Non parliamo di un piccolo evento ma del quinto appuntamento più importante dell’anno per il mondo del tennis, subito dopo i quattro tornei dello Slam. Una settimana da passare in compagnia dei primi otto giocatori della classifica e di sfide incrociate. Un girone all’italiana, due semifinali, una finale. E l’attenzione intera del mondo addosso.

L’annuncio era stato dato due mesi fa: Torino era entrata a far parte della rosa delle candidate per il quadriennio 2021-2025 con Londra (dove il torneo si svolge da ormai dieci anni), Singapore, Tokyo e Manchester. Cinque finaliste sopravvissute a una prima cernita di quaranta manifestazioni d’interesse.  Quella del Master è una storia lunga, iniziata nel 1970, ricca di pagine storiche dello sport e di luoghi come New York, Francoforte, Sydney, Shanghai. Fino ad arrivare alla 02 Arena di Londra. Ancora una volta, quindi, l’Italia resta fuori da questo giro nonostante Chris Kermode, presidente dell’ATP, avesse confermato la solidità della proposta: “È stato un processo molto competitivo e le città della shortlist meritano credito per la passione che hanno mostrato nell’esporre i loro progetti”. 

Un po’ di numeri

L’evento costa quasi 70 milioni di euro ma, dal 2009, ha visto la partecipazione di oltre 2 milioni e mezzo di persone. L’ultima edizione, che ha registrato numeri leggermente inferiori alla media (poco più di 243 mila che salgono però a 358 mila se si considerano anche ristoranti, bar e negozi) si è distinta per il coinvolgimento della rete visto che, le piattaforme dell’ATP hanno fatto registrare più di 202 milioni di impressions con circa 5 milioni di interazioni social.

I soldi e la politica

Tutta una questione di garanzie e di scelte politiche. Il governo, secondo quanto scrive la Gazzetta dello Sport, avrebbe dovuto assicurare all’ATP le coperture per almeno due anni, con tanto di lettera scritta da inviare entro oggi. Ma, come successo in altri frangenti, l’accordo non è stato trovato e il tempo ormai stringe. Stavolta è la LEGA, con le parole del sottosegretario Giorgetti a esprimere lo scetticismo per un’operazione comunque onerosa e difficile: “Ci vogliono 100 milioni di euro”.

Evelina Christillin, organizzatrice delle Olimpiadi del 2006, ricorda come non ci sia più tempo per tergiversare: “Lo dico chiaramente: non ci saranno proroghe perché queste organizzazioni hanno scadenze rigide. O il 15 ci sono le garanzie o siamo fuori”. Anche perché le rivali, Londra in testa, non hanno certamente intenzione di aspettare le decisioni dell’Italia. I costi ci sono, certo, ma i ricavi generati dall’evento sarebbero importanti per una città, e per un Paese, dove è il calcio ormai a dominare ogni scenario.

Fu lo stesso presidente della Federazione, Angelo Binaghi, infatti, a raccontare le ragioni della candidatura: “Sarebbe l’evento agonistico più importante del nostro paese almeno per cinque anni e ottenerlo sarebbe una vittoria di tutti, un volano eccezionale pure per il turismo e l’indotto”.  

Resterà solo Cristiano Ronaldo?

È inutile girarci intorno. A Torino sono ormai lontani i tempi delle Olimpiadi del 2006 che ridiedero lustro alla città. Quasi nessuno, ormai, ricorda più il 2015 quando il capoluogo piemontese venne designato come “Capitale europea dello sport”. Quello a cui ci si può aggrappare, oggi, è solo la capacità della Juventus di diventare punto di riferimento a livello mondiale: dalla striscia ininterrotta di scudetti alle finali di Champions League, dall’ingaggio del più forte giocatore al mondo, Cristiano Ronaldo, al successo economico portato dallo stadio e da tutto quello che ne è derivato. Fino al lancio, riuscitissimo, del bond (ammontare 175 milioni di euro) quotato alla borsa di Dublino di questi giorni. Tutto lustro per la città, innegabile, ma forse troppo poco per una platea che si era abituata a sognare di poter ospitare, di nuovo, eventi di caratura internazionale e che invece dovrà leccarsi ancora le ferite.

Solo pochi campioni sanno andare oltre i record, che pure nel suo caso sono tanti, da unico nella storia del Motomondiale ad aggiudicarsi il titolo iridato in quattro classi differenti, 125, 250, 500 e MotoGP. A

ncor meno sono quelli che vincono, anche se non vincono più tanto, concretamente, come prima, perché sono ormai intimamente radicati nel loro sport e nell’immaginario popolare da marchiare qualsiasi gara con un semplice gesto, una parola, un ricordo, ancor più di chi la conquista davvero. Questo è Valentino Rossi, uno dei campioni più forti e carismatici che non appartengono a proprio Paese, ma sono presto i campioni di tutti, per sempre.

Grazie a una parola magica, naturale, riconoscibile proprio perché unica: la fantasia. Al di là delle innate qualità di pilota che sa interpretare il mezzo, metterlo a punto, adattarsi ai tempi e quindi al modo di correre, all’evoluzione delle moto, delle gomme e degli avversari, al progresso che lo vuole sempre più atleta, lui 40enne (è nato il 16 febbraio del 1979) contro ragazzi che hanno la metà dei suoi anni.

Ecco, la fantasia, la capacità di trovare soluzioni insolite ed imprevedibili, di aprire nuove strade, è stata la parola che ha marchiato il pilota di Tavullia, rendendolo unico ed immortale. Più ancora di piloti forse anche più forti, come Mike Haywood e Kenny Roberts.

Simpatico e insieme spietato, intelligente e furbo, Valentino ha preso tanto da papà Graziano, anche lui pilota di moto, che l’ha subito fatto vivere in simbiosi coi motori. Ed è rimasto ancorato alla piccola realtà in provincia di Pesaro e Urbino, ricreando con l’Academy l’evoluzione della Cava, cioè la palestra dei primi passi in moto, ormai troppo rischiosa per le sue evoluzioni. Abbeverandosi della linfa vitale della gioventù degli allievi, da Bagnaia a Morbidelli, rimanendo così sempre pronto per afferrare, all’ocsasione, quel decimo titolo mondiale. Che, da motivazione si è trasformata in ansia e, oggi, molto probabilmente, è diventata un’ossessione.

Soprattutto per chi ha la fissazione dei numeri: a cominciare dal 46 che ha sempre portato in gara – come il padre e come un pilota giapponese di cui era appassionato – anche quando era il numero 1 del mondo. Con quello ha siglato la sua iniziativa manageriale, la scuderia Sky Racing Team VR46, pensando per tempo al dopo corse. Il numero che forse lo accompagnerà in sella a una moto fino ai fatidici 46 anni. Chissà.

Di sicuro, anche nel business è affiancato dagli amici/angeli custodi di sempre, “Uccio”, Alessio Salucci, il factotum, il pesce pilota, onnipresente tuttofare, simile a quello di tutti i campioni di tutti gli sport,  ed Albi, Alberto Tebaldi, responsabile del ranch. Dove “Vale” passa la maggior parte del tempo, sottraendolo anche alle sempre bellissime fidanzate. Che lo amano meno dei seguaci del famoso Fan Club, guidato da Rino (Salucci, il papà di Uccio) con un’impronta imprenditoriale. Visto che, con l’ok della Dorna, organizza le tribune nei circuiti di tutto il mondo. Di sicuro, da manager, incrocerà ancora una volta la strada del rivale più classico della carriera, Max Biaggi, oggi anche lui titolare di scuderia di Moto2 e Moto3.

Anche se l’avversario più forte, in questo Motomondiale sempre più difficile e competitivo, rimane Marquez, l’erede, il numero 1 designato, che gli ha tenuto testa anche come personalità e col quale si è scornato più volte. Con sorpassi azzardati e piccole-grandi scorrettezze che proprio non confermano l’idea che, negli anni, sia davvero cresciuto. Abbandonando le ragazzate e gli eccessi. Perché, in effetti, pur con l’oculatezza negli affari, Valentino è rimasto Peter Pan. Con il quasi proverbiale eloquio davanti ai microfoni, la prontezza di riflessi con gli avversari, in pista come fuori, e il tocco magico del fuoriclasse di rendere possibili le imprese impossibili. E quel sorrisetto sornione che scioglie qualsiasi rimbrotto. Ma davvero compie 40 anni?

Mauro Icardi e l’Inter sempre più ai ferri corti. Dopo l’annuncio della fascia di capitano passata al portiere Handanovic, l’attaccante argentino non è stato convocato per la partita di Europa League contro l’Austria Vienna, in programma domani all’Allianz Stadion. Su Twitter l’Inter scrive i nomi dei 19 giocatori convocati, fra cui non figura Icardi. Ecco l’elenco completo. Portieri: Handanovic, Padelli, Berni. Difensori: De Vrij, Ranocchia, Asamoah, Cedric Soares, Miranda, D’Ambrosio, Nolan. Centrocampisti: Vecino, Nainggolan, Borja Valero, Perisic, Schirò, Roric. Attaccanti: Lautaro Martinez, Politano, Candreva.

Oltre ai sogni di gloria, per Roma e Juventus ci sono anche più di 11 milioni di motivi per superare gli ottavi di Champions League che scattano il 12 febbraio. Se le due squadre dovessero passare ai quarti, infatti, metterebbero nelle proprie casse una cifra che oscilla tra gli 11 e i 12 milioni di euro, tutti derivanti dai premi previsti dall’UEFA. Curiosamente, questa cifra assomiglia molto a quella in ballo per la Roma in occasione dello scontro contro il Liverpool nella stagione scorsa. Con una differenza: in quel caso si parlava di accesso alla finale, qui “soltanto” dei quarti. Questo sottolinea il netto incremento dei premi economici nel triennio 2018-2021 voluto dall’UEFA. Il solo giocare i quarti mette in palio 10,5 milioni (lo scorso anno erano 6,5), in più ci sono le quote del market pool variabile.

Quanto incassato finora

In attesa di affrontare Atletico Madrid e Porto, bianconeri e giallorossi sono sicuri di incassare due assegni di circa 75,45 e 50,05 milioni di euro.

Rispetto alla cifra che avevamo calcolato a settembre, le due squadre hanno incrementato i loro assegni di poco meno di 20 milioni, di cui 9,5 milioni sono il premio previsto per il superamento dei gironi. In più ci sono i risultati sul campo, legati a vittorie e pareggi. Con 4 vittorie e 2 sconfitte, la Juve ha incassato 10,8 milioni; la Roma, con una vittoria in meno e una sconfitta in più, ha diritto a 8,1 milioni.

Per decretare la cifra totale, però, serve includere anche una serie di calcoli legati al market pool (cioè il mercato dei diritti televisivi). Il market pool è l’unica voce che ha subito un drastico ridimensionamento rispetto alle stagioni precedenti: dai 110 milioni delle stagioni 2015-2018 si è scesi ai 50 attuali. Questi 50 si dividono in 25 milioni legati alla Serie A 2017-18 – e nel grafico sopra sono catalogati sotto la voce “market pool fisso” – mentre gli altri 25 sono connessi alla Champions in corso.

Questi ultimi vengono suddivisi secondo delle quote percentuali che cambiano nel corso della competizione a seconda delle partite giocate da tutte le squadre appartenenti a una medesima federazione nazionale. Vediamo quindi una serie di scenari legati ai possibili esiti di Juventus-Atletico e Roma-Porto.

Cosa succede se…

Juventus e Roma guadagnerebbero qualche centinaio di migliaia di euro in più se solo una delle due si qualificasse e contemporaneamente l’altra uscisse.

Il grafico mostra il perché: se solo una avanzasse ai quarti, il bottino di partite totali salirebbe a 30, e quella squadra fra le 8 migliori d’Europa giocherebbe più di un terzo dei match “italiani” totali, assottigliando la fetta di tutte le altre tre. Ma cosa succede se le due squadre saranno entrambe eliminate?

In questo caso Inter e Napoli incasserebbero 360 mila euro in più, con le altre due appaiate a quota 7 milioni abbondanti. Infine, vediamo come cambierebbe il market pool nello scenario sportivamente più auspicabile per il calcio italiano, ovvero quello che vede entrambe le squadre promosse.

Juve e Roma approderebbero ai quarti con una dote di 7,81 milioni ciascuna, mentre Inter e Napoli scenderebbero sotto i 5 milioni.

Ecco quindi che, se sommiamo market pool variabile e quota di iscrizione ai quarti, superare spagnoli e portoghesi può valere per le due squadre italiane, un minimo di 11,2 e un massimo di 11,7 milioni di euro, a seconda della combinazione ottenuta con il risultato della connazionale.

 Una sciarpa con la scritta “Drughi” ben visibile. La sventola un ragazzo, barba incolta e capellino bianco, con un viso definito sul monitor. E’ stato ripreso frontalmente a 130 metri di distanza: 20 milioni di pixel per identificare le persone e 30 frame al secondo per determinarne le azioni. Sono le super-telecamere, una sessantina in totale, manovrate dalla polizia scientifica dentro la sala del Gruppo operativo sicurezza (Gos) che, sopra alla tribuna centrale, ‘domina’ il Mapei Stadium di Reggio Emilia. Una domenica di super lavoro con oltre 21mila spettatori, il pienone per la partita tra Sassuolo e Juventus.

La ‘cabina’ di regia, già dalle 15,  è in piena attività. Un tavolo al centro con attorno i poliziotti della Questura reggiana, agenti della municipale, vigili urbani, personale del 118 e il responsabile degli steward. Poi un software innovativo, unico in Italia in continua evoluzione per integrare la video analisi, il controllo perimetrale e gestire gli allarmi in caso di comportamenti sospetti.

Nella centrale operativa ci sono una decina di monitor e la radio sempre accesa: “il pullman del Sassuolo è in arrivo in questo momento”; “La Juve è uscita adesso dal casello dell’autostrada”; “Aprite i cancelli dei tifosi juventini”; “alcuni bagarini si stanno picchiando vicino al chiosco, mandate una pattuglia”.

Lo stadio di proprietà  (dal dicembre 2013) della Mapei, azienda guidata da Giorgio Squinzi (ex presidente di Confindustria), è un esempio unico in Italia. Solo otto metri di distanza tra spettatori e campo da gioco, sul modello all’inglese, aperto e senza barriere ma con standard massimi di sicurezza. Tutti i settori (curve, tribune) sono ‘isolati’: blocchi a sé stanti (separati dal vuoto) e percorsi ‘dedicati’ anche all’esterno per l’arrivo e il deflusso della tifoseria ospite e di casa. 

Nessuna rete dietro le porte (come in passato) ma solo un piccolo fossato che divide il manto erboso dagli spalti. Il progetto di un impianto aperto dove tecnologia e sicurezza sono un binomio indissolubile, ha consentito un ‘risparmio’ del 30 per cento di poliziotti  con casco e manganello (i cosiddetti reparti inquadrati). Tutti agenti ‘sottratti’ alla prima linea poi utilizzati  per prevenire altri reati (come rapine, furti, scippi) negli spazi prossimi all’impianto sportivo.

Una struttura ‘salotto’ perché immersa in un centro commerciale (“i Petali”) e quindi con ristoranti, negozi di ogni genere, un centro fitness,  e persino un cinema (il secondo più frequentato d’Italia). E una massa che raggiunge le 40mila persone presenti nell’area stadio (tra tifosi e clienti del centro commerciale) gestita da soli 560 uomini tra steward (285), forze dell’ordine, vigili del fuoco e personale sanitario.

Numeri di gran lunga inferiori a quelli di altri stadi italiani. “Qui abbiamo un sistema di video sorveglianza all’avanguardia – ha spiegato all’Agi il questore di Reggio Emilia, Antonio Sbordone, pochi minuti prima dell’inizio della partita – che effettivamente ci fa stare tranquilli e ci consente di evitare di prestare troppa attenzione a quanto succede sugli spalti. Questo perché grazie a questa tecnologia riusciamo ad individuare perfettamente ogni cosa. Tutto questo aiuta molto anche a risparmiare risorse”. Il sistema messo a punto a Reggio Emilia consente anche di effettuare il riconoscimento facciale ai tornelli e di identificare e tracciare le persone durante l’evento. All’interno e all’esterno dello stadio.

“E’ stato fondamentale  – ha spiegato Andrea Fabris, segretario del Sassuolo Calcio – il confronto quotidiano con la Questura che ha portato il nostro ad essere uno degli stadi più sicuri d’Europa. Rappresenta un giusto mix che ha creato le condizioni ideali per andare allo stadio dove all’interno è presente un centro commerciale sempre aperto”.

Un modello promosso in passato  anche da tifoserie impegnative: il Mapei, ad esempio,  ha ospitato le partite casalinghe dell’Europa League dell’Atalanta oltre a  supporter caldi come gli ultrà della Stella Rossa Belgrado. Giocati anche diversi match della nazionale. E sempre a Reggio Emilia, poi,  sono in programma le gare del girone dell’Italia degli Europei under 21 di calcio (semifinale inclusa).

Un ‘gioiellino’ di tecnologia ma anche un esempio virtuoso di collaborazione tra una società calcistica, il Sassuolo Calcio, la Questura e tutti gli attori del territorio coinvolti, ad esempio, per la gestione dei parcheggi. Commercianti inclusi che hanno, infatti, partecipato alle riunioni del gos, presieduto dal capo gabinetto della Questura, Domenico De Iesu, per la preparazione della partita con la Juve.

Un’area deserta fino a qualche anno fa si è così trasformata in una terra ‘fertile’ dove sono nati nuovi negozi, alberghi o ristoranti. Intanto nella ‘sala operativa’ scorrono le immagini di tifosi e giocatori che si scaldano in campo.  Ore 18, l’arbitro fischia  il calcio di avvio tra Sassuolo e Juventus sotto l’occhio attento delle super telecamere.

Tennis contro tennis. Le troppe anime dello sport delle racchetta sono sempre in guerra perché difendono interessi molto diversi, e sempre con tanti soldi in ballo. Il neo presidente Itf (la Federtennis mondiale che gestisce i tornei dello Slam e le grandi prove a squadre per nazioni), lo statunitense David Haggerty, ne sta combinando una dietro l’altra. Ha varato la rivoluzione della Coppa Davis, finanziata con 2,5 miliardi di euro dal calciatore-imprenditore Gerard Piqué, scontentando tutti e scatenando l’immediata reazione dell’Atp (che invece gestisce i tornei stagionali maschili). Così la vecchia Coppa delle Nazioni e la Hopman Cup si sono fuse nella nuova Coppa del Mondo, ai primi di gennaio, in tre città australiane, come prologo degli Australian Open.

E la protesta delle star di ieri e di oggi e di moltissimi paesi più piccoli sono aumentate: non piace la formula e non piace la data delle finali a 18 nazioni in sede unica della Davis, il 18-24 novembre a Madrid, perché non danno lustro ai paesi ospitanti e spezzano la preparazione invernale nell’imminenza della ancor più ricca manifestazione Atp. Che, all’alba del 2020, appena quaranta giorni dopo, vedrà in campo 24 nazioni e sarà ideale per preparare la prima prova stagionale degli Slam a Melbourne. Peraltro, nell’estate australiana che si contrappone e si fa preferire all’inverno europeo.

Non contento, Haggerty ha messo mano anche alla riforma dei professionisti per favorire l’ascesa dei giovani giocatori che, negli anni, risulta sempre più difficile, mentre al vertice l’età dei partecipanti è sempre più elevata. L’obiettivo è quindi la drastica riduzione dei giocatori “pro”, gli uomini da 2000 a 750, le donne da 1250 a 850, con la creazione del Transition Tour, già attivato quest’anno. Il numero 1 Itf non ha deciso tutto ciò dal giorno alla notte, ha analizzato una lunga e documentata inchiesta interna del 2001-2013 dalla quale si desume che, a fronte di troppi giocatori (circa 14 mila) che concorrono nei vari livelli del circuito professionistico,  troppo pochi riescono a finire almeno a non perderci economicamente, e quasi la metà non percepisce alcun prize money.

Il Transition Tour sostituirà l’attuale livello dei tornei da 15 mila dollari, che era il primo scalino dei neo-pro, promossi dalla categoria juniores. Non darà più punti per la classifica Atp ma per quella Itf. Tagliando così un gran numero di giocatori e permettendo una maggiore distribuzione degli attuali premi.

Il primo a contestare la riforma è il vicepresidente della Federtennis tedesca, Dirk Hordorff: “In pratica, così, si chiede alle singole federazioni di produrre sempre meno giocatori, mentre dovrebbe, chiaramente, essere il contrario”. Da cui è stata aperta una petizione che punta a raccogliere almeno 10 mila voti: “Tutti i migliori giocatori hanno cominciato ad aggiudicarsi punti Atp in questi tornei, questa tappa iniziale è molto importante nella carriera di chi vuole intraprendere questa strada che, invece, così rischia di fermarsi subito”.

Intanto, c’è il ricorso della Polonia al CAS (il tribunale arbitrale dello sport) contro la riforma della Davis, c’è una protesta ufficiale del Lussemburgo, c’è un’insolita levata di scudi di Montecarlo: “Questo nuovo formato è inaccettabile sotto il profilo sportivo” e c’è la posizione “indispettita” di Kenya e Zambia. Sembrano realtà risibili, ma sono anche le basi del movimento tennistico che, con la formula tradizionale, dava lustro, importanza  (e quattrini) alle piccole realtà.

Giorgio Chiellini e Dries Mertens, Lorenzo De Silvestri e Angelo Ogbonna, Yuto Nagatomo e Robert Lewandowski: ad accomunare questi campioni non sono caratteristiche tecniche o trofei vinti, ma un grande successo conseguito fuori dal campo e poco sbandierato sui media.

Sono infatti tutti laureati, hanno scelto cioè di sottrarre centinaia di ore al loro tempo libero tra una partita e un allenamento, per chinarsi sui libri e sostenere esami di economia o di giurisprudenza. Mentre i loro compagni si rilassavano alla play station o si scatenavano in discoteca, loro hanno deciso che il futuro non passava solo dai piedi ma anche dalla testa, soprattutto quando gli scarpini finiranno attaccati ad un chiodo.

In Italia in cattedra comanda la difesa

Tra i ‘dottori’ del calcio italiano spiccano tre difensori che hanno vestito l’azzurro: Giorgio Chiellini, Lorenzo De Silvestri e Angelo Ogbonna. Per il colosso della Juventus un bel 110 con lode in Business Administration all’Università di Torino, grazie ad un lavoro basato sul “modello di business della Juventus in un benchmark internazionale”.

Una sorta di riconoscenza sportiva nei confronti della squadra in cui milita ormai da quasi 15 anni, ma anche un modo di spiegare la crescita esponenziale del brand bianconero in tutto il mondo. Curiosità vuole che, qualche giorno dopo aver conseguito la laurea, Chiellini vada a segno nel 3-0 rifilato al Barcellona nel quarto di finale d’andata di Champions League. Una bella e significativa coincidenza.

Senza cambiare città ma semplicemente colore di maglia e passando così al granata, è un gran traguardo quello raggiunto dal terzino del Torino De Silvestri con la laurea in Economia e Management dello Sport. Dottorato in Giurisprudenza, invece, per Angelo Ogbonna, dal 2015 in forza al West Ham. Stesso titolo di studio conseguito dall’ex difensore di Lazio e Atalanta, Guglielmo Stendardo, diventato successivamente avvocato nel 2014 superando l’esame presso la Corte d’Appello di Salerno, dopo un primo tentativo fallito nel 2013.

Spagnoli campioni anche nello studio

Campioni di Spagna, campioni d’Europa, campioni del Mondo e campioni di studio. Nella nazionale delle Furie Rosse ci sono dottori che sono riusciti ad alternare il calcio, peraltro giocato a livelli internazionali e di fronte a palcoscenici prestigiosi, ad una buona dose di studio. Andres Iniesta, Gerard Piqué, Cesc Fabregas, Xabi Alonso, Juan Mata: fenomeni laureati in campo. Tutti compagni in nazionale (qualcuno ha lasciato), con i primi tre che hanno condiviso gli innumerevoli successi anche con la maglia del Barcellona.

Don Andres è riuscito a fare magie pure in Scienze Motorie, scherzando un po’ su quei corsi di anatomia affrontati a suo dire abbastanza facilmente a causa di alcuni infortuni subiti nel corso della carriera; il difensore blaugrana ha conseguito un master in Business, Media, Sports and Entertainment ad Harvard, mentre l’attuale centrocampista del Monaco ha scelto Economia e Commercio, la stessa strada per cui ha optato Xabi Alonso. Due titoli addirittura, invece, per Mata: Scienze dello Sport e Marketing. Dries Mertens, Robert Lewandowski, Yuto Nagatomo, Nigel de Jong e Glen Johnson, sono invece le altre nostre conoscenze straniere che hanno conseguito la laurea.

Scienze Motorie per il folletto del Napoli che qualche anno fa rivelò che se non avesse studiato avrebbe potuto scordarsi il pallone, alloro accademico polacco in Educazione Fisica per il bomber del Bayern Monaco con una tesi dal titolo “RL9, il cammino verso la gloria”. Un discorso autoreferenziale, in cui il polacco ha raccontato la sua carriera da bambino fino ai giorni d’oggi. Gli è stato assegnato il massimo dei voti dalla commissione, che ha presenziato alla discussione con la maglietta della Polonia per festeggiare la qualificazione ai Mondiali di Russia. A sfondi economici, invece, i titoli di studio per Nagatomo e de Jong, mentre l’inglese Johnson ha scelto matematica.

Un tuffo nel passato e sulle panchine

Se negli ultimi tempi la lista dei calciatori laureati si è allungata sempre di più, in passato forse bastavano le dita di una mano per contarli. Uno dei primi casi più famosi fu quello di Lamberto Boranga, portiere che ha giocato in squadre come Fiorentina, Parma, Cesena, Perugia e Reggiana. Il classe 1942 (ultima apparizione su un campo da calcio di Terza Categoria nel 2018), oltre ad essere campione del mondo di salto in alto nella categoria over 70, ha conseguito ben due lauree in Biologia e Medicina.

Altro medico, molto più famoso come calciatore, fu il brasiliano Socrates, ex Fiorentina e rivale degli Azzurri ai Mondiali del 1982 che però non esercitò mai la professione. Come non segnalare tra i campioni laureati del passato Oliver Bierhoff e Lionello Manfredonia: l’indimenticato bomber di Udinese e Milan si è laureato in Economia e Commercio, mentre l’ex di Lazio, Roma e Juventus in Giurisprudenza.

Una delle imprese più difficili in termini di conciliazione calcio e studio, è stata forse quella di Jean-Alain Boumsong, transitato anche nella Juventus postcalciopoli, che è riuscito a laurearsi con lode in Matematica. E poi Erjon Bogdani (Economia e Commercio), Edwin Van der Sar (Sport Management), e Adrian Mutu (Giurisprudenza) sono alcuni degli altri dottori del passato.

Anche tra gli allenatori qualcuno ha deciso di intraprendere, insieme al calcio, la strada dello studio. Nomi illustri come quelli di Arsene Wenger e Manuel Pellegrini annoverano la laurea in ingegneria. In particolare, il francese ex storico dell’Arsenal, vanta la conoscenza di sei lingue e una consulenza diretta per la costruzione dell’Emirates, lo stadio dei Gunners. Tra gli italiani, invece, figurano i nomi degli ex calciatori ed ora allenatori Massimo Oddo, che ha scelto Scienze Giuridiche e Manageriali applicate allo Sport, e Fabio Pecchia, laureato in Legge.