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Non è un caso che l’Assemblea della federazione mondiale del tennis si tenga negli Stati Uniti e per di più ad Orlando, la sede di Disneyword, la patria del paradiso del divertimento. E’ anche la patria del presidente della Itf, David Haggerty, che, nel settembre 2015 ha preso il posto dell’italiano Francesco Ricci Bitti mettendo al primo punto del suo programma la modifica delle regole e la tradizione del tennis. Così, d’accordo con la presidentessa della fortissima federtennis Usa, Katrina Adams, al grido di “cambiare è bello e moderno”, nel nome della tv e quindi degli inserzionisti e del dio dollaro, sta dando l’ultima spallata per sradicare, il 16 agosto, il pilastro del tennis, la Coppa Davis. Cioé la sfida mondiale per nazioni che resiste gagliardamente dal 1900 e che mister Haggerty intende modificare radicalmente dall’anno prossimo. Perciò, giovedì, chiederà ai due terzi delle 147 nazioni rappresentate di varare il famigerato Progetto ITF2024, ed è fortemente probabile che alla fine si garantirà il 66,66% dei voti degli aventi diritto, cioé 306 preferenze su 456. 

I grandi del passato sono contrari

La nuova Itf se ne infischia delle opinioni della base, e anche della sdegnata protesta di tutti i grandi campioni del passato. Che, come Manuel Santana, si sono espressi dichiaratamente contro il progetto. Perché, anche se non è spinta da alcun assillo finanziario, ha in ballo un ulteriore business di 3 miliardi di dollari da spalmare nei prossimi 25 anni grazie all’accordo con Kosmos, il gruppo di investimenti legato al calciatore spagnolo Gerard Piqué. E, in cambio di questa montagna di soldi, baratta volentieri la storia del tennis, trasformando la competizione a squadre maschile più antica e prestigiosa con la promessa di spingere i migliori giocatori a parteciparvi con regolarità, grazie all’ennesimo bonus e alla lusinga di un impegno ridotto.

Il montepremi di quasi 23 milioni di euro (15,3 per le squadre e 7,6 per le federazioni) è troppo stimolante per non suggerire un compromesso al primo progetto. Che prevedeva la disputa della Coppa in un solo fine settimana, a novembre, e in sede unica, abbandonando la formula vincente di quattro week-end, spalmati su tutto l’anno e, soprattutto, nel mondo intero, offrendo anche ai più piccoli paesi di ospitare in casa le gare e di promuovere il tennis nel modo più diretto. 

Torneo in due fasi

 Con la nuova proposta, la Davis si terrebbe così in due fasi. Per salvare il criterio di selezione capillare e di globalità della competizione, ci sarebbe un turno preliminare con 24 squadre, a febbraio, con la formula tradizionale (incontri alternati, una volta in casa, la volta successiva in trasferta), con le nazioni vincitrici ammesse alle finali e quelle perdenti chiamate a competere nei Gruppi di zona, come adesso. Con, però, sfide di due giorni e non tre e con match al meglio dei tre e non dei cinque set. Si qualificherebbero ai quarti le vincenti dei sei gironi all’italiana più le due migliori seconde classificate (basandosi sui set e i game vinti), quelle che al 17esimo e 18esimo posto retrocederebbero direttamente nei Gruppi di Zona, mentre le 12 dal sedicesimo al quinto posto disputerebbero il turno preliminare di qualificazione l’anno successivo. Quindi, le Finali a 18 squadre vedrebbero la partecipazione delle dodici qualificate dal turno preliminare di febbraio, delle quattro semifinaliste dell’anno precedente più due selezioni invitate come wild card. Sarebbero divise in sei gironi da tre all’italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale, con due singolari e un doppio, da disputare in due giorni.

Ragioni esclusivamente economiche

La matrice strettamente finanziaria del progetto è talmente marchiana e talmente “made in Usa” che un affarista come Larry Ellison, fondatore del gruppo Oracle, si è appena impegnato ufficialmente a supportare i progetti di riforma della Davis con investimenti diretti, pur di garantirsi che, dopo le prime due edizioni della gara in Europa (probabilmente a Lille, in Francia), il suo torneo di Indian Wells diventi sede della fase finale. E, purtroppo, nazioni ospiti dei tornei dello Slam, come Inghilterra e Francia, si sono schierate a favore delle fantomatiche Finali di coppa Davis. A dispetto della lettera negativa di Tennis Europe (ex Eta), l’associazione delle 50 federazioni europee, guidata dal russo Vladimir Dmitriev. E del no ufficiale di Tennis Australia.

Tante perplessità

Le perplessità sono tante. Il dio denaro giustifica la modifica di una gara classica dello sport, che si differenzia da tutte le altre e caratterizza il tennis stesso? Con le wild card, cioé gli inviti degli organizzatori che andrebbero sicuramente a promuovere d’ufficio i campioni, non si intacca ulteriormente lo spirito dello sport nel segno del gigantismo e delle super-star a discapito dell’ideale olimpico della partecipazione, della qualificazione e anche della sorpresa che caratterizzano in particolare la Davis? Così facendo non si snaturano il valore e il carattere della competizione trasformandola da motivo di orgoglio in una gara come le altre? Con la Davis attuale non è detto che i migliori siano presenti alle finali, mentre con la proposta Itf molti sarebbero schierati d’ufficio: in quali condizioni ci arriverebbero, però, e con quale spirito dopo l’ingolfatissimo e durissimo ottobre, coi due Masters 1000 di Shanghai e Parigi-Bercy, sempre più caratterizzati dalle rinunce? Povero tennis, diventa roba da Micky Mouse…

Secondo l'Annuario della Siae 2017, lo sport è il comparto dello spettacolo capace di generare il maggiore volume d’affari: siamo sui 3 miliardi di euro (2.976.766.536,13 euro, per la precisione). Non è difficile immaginare quale sia lo sport trainante per tutta la categoria: stiamo parlando del calcio, che domina ognuna delle voci analizzate dalla Siae (eventi, ingressi, spesa al botteghino, spesa del pubblico e volume d’affari) eccezion fatta per le presenze, che è l’indicatore che misura l’affluenza gratuita e che, come vedremo, nel caso del calcio e dello sport in generale si dimostra quello da interpretare con maggiore prudenza.

Il dominio del calcio

“Sport” in Italia è sinonimo di “calcio”. Stando alle cifre date dalla Siae, il calcio impatta sulle voci dell’intero comparto sportivo per il 70%.

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Se escludiamo da questo conteggio le presenze – che come abbiamo detto sono meno indicative – eventi, ingressi, spese e volume d’affari del calcio valgono il 78% del totale dello sport italiano.

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La voce nella quale il calcio fa sentire maggiormente il proprio peso è il volume d’affari. Il calcio da solo genera un volume d’affari di almeno circa 2 miliardi e mezzo, ma la Siae avvisa: non tutti i contratti di sponsorizzazione, pubblicitari e di vendita di diritti televisivi sono stati contabilizzati al momento della stesura dell’Annuario, per cui la cifra è sicuramente più alta. Conferma di ciò ci arriva anche dal Rapporto Annuale sul Calcio Italiano 2016-17, nel quale la FIGC parla di più di 3 miliardi di euro per ciò che concerne il valore della produzione del calcio professionistico italiano.

In ogni caso, milione più milione meno, il calcio è lo spettacolo più influente non solo dello sport, ma di tutti gli aggregati dello spettacolo. Inoltre, se il volume d’affari totale dello spettacolo in Italia è di 6 miliardi e 836 milioni di euro, il calcio rappresenta da solo il oltre il 40% di tutto il comparto aggregato raggiungendo appunto la soglia dei 3 miliardi tra biglietti, sponsor, pubblicità, diritti radiotelevisivi, merchandising e altre voci di introito.

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Secondo l’Annuario della Siae, nello sport il calcio è fuori scala anche in termini di eventi censiti: fra partite internazionali, Serie A e Coppa Italia, Serie B, C, serie minori e giovanili, la Siae ha tenuto traccia di 108.930 eventi. Di fatto, siamo davanti a un ordine di grandezza in più rispetto agli altri sport di squadra come basket, pallavolo, rugby e baseball, che tutti insieme si fermano a 14 mila.

Sport individuali come pugilato, ciclismo, tennis, atletica leggera e altri sport quali nuoto e sci, considerati anche questi aggregati, arrivano a quota 17 mila eventi. Il calcio traina il settore anche per ciò che riguarda la spesa degli spettatori per abbonamenti e biglietti, ovvero per l’indicatore “spese al botteghino”. Nella classifica generale dell’indicatore il comparto sportivo è al secondo posto dietro al cinema, primo con poco meno di 620 milioni di euro. Lo sport si ferma a 460 milioni, ma a fronte di 3 milioni di eventi censiti in meno rispetto al cinema.

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“Normalizzando” la spesa al botteghino per il numero di eventi nei vari comparti si evince che, in media, al botteghino incassi di più un singolo spettacolo viaggiante (circa 10mila euro per uno spettacolo), quindi un concerto (circa 9 mila euro) poi, al terzo posto, una manifestazione sportiva (circa 3300 euro). In questa classifica il cinema scivola all’ultimo posto: mediamente, al botteghino una proiezione permette di incassare 200 euro.

A proposito di botteghino, dei 460 milioni di euro incassati dallo sport in fatto di biglietti e abbonamenti, 356,5 arrivano dal calcio (77,5%), mentre il restante 22,5% si divide fra sport di squadra (42 milioni), individuali (47 milioni) e altri sport (13 milioni). Il costo dei biglietti dello stadio, dalla A alle serie minori, è in aumento: la Siae ha rilevato che andare allo stadio, rispetto al 2016, costa un 10% in più, per una media di circa 15 euro a biglietto contro i 13,63 del 2016. Stazionari i prezzi per gli eventi di sport di squadra. Quelli degli individuali scendono del 2,63% e al contempo quelli degli “altri sport” (fra cui nuoto e sport invernali) aumentano del 5,73%.

Le presenze nello sport: perché alcuni eventi non rientrano nei conteggi

Unico dato non dominato dal calcio è quello delle presenze, che però, avverte la Siae, non è particolarmente significativo per dare una dimensione ai vari sport. Per esempio, le presenze registrate nel comparto degli sport individuali sono soltanto 6401 in tutto il 2017: se si considera che fra quegli sport c’è il ciclismo, rappresentato in Italia da importanti competizioni ad ingresso gratuito come il Giro d’Italia, quel numero non è stranamente basso? Abbiamo chiesto chiarimenti alla Siae.

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Per le presenze, ci ha spiegato la Siae, si intende il rilevamento di presenze accertate in locali con capienza definita: questo fa sì, ad esempio, che importanti eventi come il Giro d’Italia non rientrino nei conteggi presenti in questo Annuario. Non sorprenda perciò il numero 6401 nella casella delle presenze degli sport individuali. Da un lato – ci fa sapere la Siae – è vero che alcune fonti non ufficiali hanno parlato, nel caso dell’ultimo Giro d’Italia, di 100 mila presenze sullo Zoncolan, ma il dato aggregato dell’intero Giro è di difficile e non scientifica definizione. Quando manca un riferimento quantitativamente controllabile come la capienza di un locale o la definizione da parte delle Commissioni Provinciali di Sicurezza della capienza massima di un’area all’aperto, il dato delle presenze non viene rilevato per evitare di fornire numeri infondati.

Sabato 18 agosto, ore 18, stadio Bentegodi di Verona scatta la Serie A con Chievo-Juventus. Sarà il primo torneo dopo un Mondiale mancato dall’Italia dal 1958 a oggi, il primo torneo con Cristiano Ronaldo e pertanto il primo torneo con un Pallone d’Oro in carica sui nostri campi dopo undici anni di assenza (l’ultimo fu Kakà nel 2007-08), il secondo con il VAR. Ma sarà anche il torneo del ritorno di Carlo Ancelotti, riportato in Italia dal Napoli dopo quasi un decennio in giro nelle migliori squadre d’Europa. Ma non è tutto oro quel che luccica.

La A è stata scossa dalla questione plusvalenze che ha coinvolto il Chievo e dal processo sui messaggi prima di Parma-Spezia. Importanti squadre come Bari, Avellino, Cesena e Reggiana sono andate incontro a fallimento innescando una serie di ritardi anche nella compilazione dei campionati e dei calendari. Se ciò non bastasse, si è aggiunto anche il flop del progetto delle seconde squadre e il mancato passaggio al professionismo del calcio femminile a un anno dal Mondiale di Francia 2019. Mondiale al quale le Azzurre guidate da Milena Bertolini si sono brillantemente qualificate dopo vent’anni di assenza. Problemi economici, vicende giudiziarie e mancate riforme politiche sono l’altra faccia della medaglia del calcio italiano che si ritrova dopo diversi anni sotto i riflettori mondiali grazie a Cristiano Ronaldo.

Caccia alla Juve: missione 90 punti

Come dodici mesi fa, sul piano sportivo il tema principale è quello della caccia alla Juventus, dominatrice degli ultimi 7 anni e vera e propria cannibale del calcio italiano con 9 titoli nazionali vinti su 12 disponibili nelle ultime 4 stagioni nelle quali è stata allenata da Massimiliano Allegri. Il bottino è notevole: 8 titoli tra scudetti e coppe Italia più una Supercoppa Italiana. L’Inter di Spalletti rilanciata dal mercato, il Napoli di Ancelotti e l’ambiziosa Roma semifinalista di Champions si candidano a guidare l’inseguimento alla Vecchia Signora. Attenzione anche alla Lazio di Simone Inzaghi, per un soffio fuori dalla Champions lo scorso anno, e al nuovo Milan di Elliott rilanciato dall'acquisto di Gonzalo Higuain e dall’arrivo in società della coppia Leonardo-Paolo Maldini.

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Spesso si sottolinea il dominio della Juve confrontando il bottino di punti dei bianconeri nel loro settennato tricolore con quello decisamente più magro delle inseguitrici. Al di là del totale dei punti, la media degli ultimi sette campionati ci dà un’indicazione precisa: la Juve ha vinto i suoi sette titoli portando a casa mediamente 91 punti, una media che sul settennato distacca nettamente Napoli e Roma (ferme a 77 e 74).

Solo il Napoli ha oltrepassato quota 90 nei sette anni di dominio juventino e lo ha fatto lo scorso anno, chiudendo a quota 91, il secondo posto più alto di sempre nell’era dei 3 punti e 20 squadre. Il grande exploit dell’anno scorso ha fatto sì che il Napoli 2017-18 sia stato di 14 punti sopra la sua media degli ultimi sette anni. Nel campionato 2017-18 hanno chiuso in positivo anche l’Inter (+11), la Lazio (+9), la Juve (+4) e la Roma (+3), mentre il Milan ha impattato a quota 64.

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Il grafico sopra mostra come negli ultimi anni la “quota scudetto” si sia decisamente alzata rispetto alla seconda parte degli anni Zero e la prima dei Dieci, se escludiamo i picchi rappresentati dal Milan 2005-06 e la Roma 2013-14 che fecero rispettivamente 88 e 85 punti. Questo può voler dire due cose, non necessariamente in contraddizione fra loro: uno, che la diretta concorrenza alla Juventus sia migliorata e due, che mediamente le altre squadre si sono leggermente indebolite, concedendo più punti alle squadre di testa. Una sensazione che può trovare parziale conferma nei numeri delle squadre che lottano per non retrocedere e che vedremo di seguito.

Non è nemmeno una questione di come si inizia il campionato: la Juventus 2015-16, la seconda di Allegri, partì malissimo incamerando 12 punti in 10 giornate. Chiuderà a quota 91, mettendo a referto 79 punti su 84 totali disponibili nelle successive 28 partite. Quota 90 punti significa quasi l’80% dei punti totali disponibili. Tradotta in termini di partite vuol dire che bisogna ottenere un bottino di circa 28-29 vittorie e una manciata di pareggi.

Neopromosse e quota salvezza

La Serie A 2018-19 non vedrà ai nastri di partenza nessuna squadra debuttante e ciò accade per la prima volta dopo tre campionati consecutivi con almeno una rookie. Sono Empoli, Parma e Frosinone le tre squadre neopromosse dalla B: i toscani sono risaliti dopo solo un anno di cadetteria, il Parma ha compiuto un triplo salto dalla D alla A in tre anni dopo il fallimento del 2015 mentre i ciociari ritornano in A con un nuovo stadio e molte ambizioni di far meglio rispetto a tre stagioni fa.

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Nell’era della A a 20 squadre, solo due volte le tre neopromosse si sono salvate tutte e tre. Accadde in due tornei consecutivi. Nel 2006-07, quando le neopromosse erano Atalanta, Catania e Torino, e nel 2007-08. Quell’anno le tre neopromosse erano squadre d’eccezione: la Juventus che risaliva dalla B dopo la penalizzazione, il Napoli di De Laurentiis e il Genoa. Negli ultimi anni, le neopromosse faticano maggiormente rispetto al passato. Nel 2017-18 due delle tre neopromosse (Verona e Benevento) sono retrocesse, per altro con diversi turni di anticipo e ottenendo insieme un magro bottino di 46 punti. Due retrocesse anche nel 2015-16: il salto dalla B alla A fu fatale a Carpi e Frosinone, che per altro erano anche debuttanti assolute.

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Recentemente, chi sale dalla B ha mostrato un maggior affanno nel fare punti. Negli ultimi due anni infatti le neopromosse hanno fatto registrare il bottino più basso degli ultimi quattordici tornei: 99 punti il totale di Crotone, Cagliari e Pescara nel 2016-17; 15 punti in meno di loro, cioè 84, è il netto di Spal – unica a salvarsi – Verona e Benevento, che insieme hanno fatto meno di 50 punti nel 17-18.

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La lotta salvezza si caratterizzerà per la solita rincorsa ai tanto sospirati quaranta punti, dichiarato obiettivo stagionale delle squadre che lottano per restare in A. In realtà la soglia di punti necessari per rimanere nella massima serie è leggermente più bassa e si attesta mediamente a quota 35,1 punti. Il dato è calcolato facendo la media dei punti delle squadre che si sono classificate al diciottesimo posto dal 2004-05 al 2017-18, cioè le squadre terzultime nelle stagioni di Serie A a 20 squadre.

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Curiosamente, confrontando la quota salvezza tra il 1994-95 e il 2003-04, anni nei quali la A era a 18 squadre e assegnava ugualmente tre punti a vittoria (fino al 1993-94 i punti per chi vinceva erano 2) la quota salvezza era leggermente più alta: la media di quegli anni risulta infatti 36,4. Con 18 squadre il campionato prevedeva 34 partite per ciascuna squadra: il totale dei punti disponibili era pertanto di 102 contro i 114 attuali: per salvarsi, occorreva in quel decennio fare almeno il 35% dei punti disponibili contro il 30,7% del periodo 2005-2018. Detta altrimenti, oggi per salvarsi è spesso sufficiente fare meno di un punto a partita. Ciò significa che negli ultimi tornei squadre meno performanti riescono comunque a rimanere in A, mentre tra fine anni Novanta e inizio Duemila restare tra i grandi era più difficile.

La geografia della A: riscossa del Centro, arretra il Sud

La Serie A 2018-19 vede come da tradizione il Nord come zona più rappresentata della penisola, in virtù delle 13 squadre iscritte provenienti dalle regioni settentrionali. Nelle ultime 6 stagioni è successo 5 volte che il Nord fosse rappresentato da così tante compagini.

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La regione più rappresentata sarà l’Emilia-Romagna con 4 squadre iscritte: Sassuolo, Bologna, Parma e Spal. Staccata la Lombardia a quota 3 con Milan, Inter e Atalanta e il Lazio, sempre a quota 3, con le due romane e il Frosinone risalito dopo due anni di Purgatorio.

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Dopo aver sfiorato l’ultimo titolo, il Napoli proverà a riportare uno scudetto al Sud che manca dal 1990, mentre sono più recenti i “fasti” del Centro con la doppietta Lazio-Roma tra 2000 e 2001, ultimi passaggi a vuoto delle big del Nord. Dal 2002 compreso in poi, infatti, lo scudetto è stata una questione piemontese e lombarda: 9 titoli per la Juve, 5 per l’Inter e 2 per il Milan. In totale, su 114 titoli di Campioni d’Italia riconosciuti, 104 sono del Nord, 7 del Centro e 3 del Sud.

Il futuro del basket italiano ha i capelli color carota, un mucchio di lentiggini, due mani molto educate e uno sguardo che sembra non avere paura di niente. Niccolò Mannion è nato nel 2001, a Siena, ma è dall’altra parte dell’oceano, l’eldorado della pallacanestro, che il suo nome sta iniziando a circolare sempre più frequentemente. E non solo tra gli addetti ai lavori. Pochi giorni fa, ad esempio, “Nico”, così viene ormai chiamato da tutti, ha avuto l’onore di partecipare al SC30 Select Camp. Non è un evento qualsiasi. L’invito è riservato solo ai migliori talenti che militano nelle squadre delle High School americane. Giovani prospetti che hanno avuto la possibilità di allenarsi con Stephen Curry, una delle stelle della NBA, e di mettersi in mostra davanti a scout ed emissari di varie franchigie. Nico si è aggiudicato il torneo di 1 vs 1 superando giocatori più grossi e quotati di lui. Con giocate come queste.

Buon sangue non mente

Nelle vene di Niccolò scorre sangue americano. Il papà, Pace Mannion, ha fatto le fortune di Cantù che anche grazie alle sue prodezze, 35 punti in finale contro il Real Madrid, conquista nel 1991 la coppa Korac, una delle più importanti manifestazioni europee di allora. Pace arriva in Brianza dopo una discreta carriera al college, a Utah, e 6 anni, piuttosto altalenanti, nella NBA. Ma è calcando i nostri parquet, giocherà anche con le maglie di Treviso, Caserta, Reggio Emilia, Fabriano, Roseto, Siena e Cefalù, che trova la sua dimensione come giocatore di pallacanestro.

Nella sua annata senese conosce poi una ragazza, Gaia Bianchi, quattordici anni più giovane di lui. È una giocatrice di pallavolo professionista con un passato nella nazionale juniores. Un grande talento, anche lei. Un’eredità che Nico ha anche pensato di inseguire prima della decisione di dedicarsi interamente al basket: “All’high school c’era la possibilità di provare anche lo sport materno, ma io mi sento un cestista”.

Del resto anche la mamma di Stephen Curry era una pallavolista. Le doti fisiche per poter dedicarsi a più sport non mancano. L’altezza, di poco superiore al metro e novanta, non è certo un problema; l’elevazione e la capacità di galleggiare in aria, neanche. Ma è la capacità di leggere cosa succede su un capo da basket che, al momento, impressiona più di tutto. Fare la cosa giusta, al momento giusto.

Il ritorno negli USA

Dopo l’ultima stagione in Sicilia, Pace, che ha 42 anni, decide di appendere le scarpette al chiodo. La famiglia Mannion fa ritorno negli Stati Uniti d’America quando Nico ha appena due anni. Ma l’Italia rimane presente nella sua vita con le estati da passare a casa. Il papà, nel frattempo, ha accettato di diventare analista televisivo per la squadra di Utah, i Jazz, che segue anche durante i playoff. Nel 2010, durante la serie con i Los Angeles Lakers, il dodicenne Nico incontra Kobe Bryant, il suo idolo che, inaspettatamente, gli parla in italiano.

Anche le loro storie hanno dei punti in comune. Il papà di Kobe, Joe, venne a giocare nel nostro campionato, a Reggio Emilia. Anche quella fu una storia di andate e ritorni. E così, visto che Bryant in quel momento era già soprannominato “Black Mamba” per il suo essere letale con il pallone in mano, qualcuno inizia a chiamare il giovane Nico “Red Mamba”, sempre per quei capelli un po’ strani. Un nomignolo, come racconta La Giornata Tipo, non tanto apprezzato. Almeno se messo in confronto con “Ginja Ninja”, scelto dai suoi amici.

Uno abituato a bruciare le tappe

Nel 2017, la popolarità di Nico crebbe anche per un articolo molto dettagliato che Sport Illustrated gli dedica. L’autore, Chris Ballard, inizia il suo racconto con una schiacciata e due parole, “basketball prodigy”. Un prodigio. Un predestinato, insomma. Un’etichetta pesante per chi ha quasi 16 anni e già diverse offerte dai migliori college americani. In quel momento Nico ha già centomila follower su instagram (ora sono 175 mila), mangia una quantità enorme di biscotti Oreo, un’altra grande passione, e cerca di gestire la prima botta d’adrenalina che la notorietà sta dispensando. Nell’articolo, infatti, si racconta come la prima chiamata da un college sia arrivata quando Nico frequentava l’equivalente della nostra terza media. Prima, cioè, che iniziasse l’High School. Un’offerta, quella della California State University, e dell’allenatore ex NBA Reggie Theus, che avrebbe fatto girare la testa a qualunque altro tredicenne d’America.

Un tredicenne, dall’accento italo-americano molto marcato, che aveva ancora tanta strada da fare prima di pensare alla NBA. La prova? La sconfitta, 1 contro 1, con il papà Pace durante il suo 56esimo compleanno. Nel frattempo, i Mannion si sono trasferiti in Arizona, vicino a Phoenix. Nico continua a giocare nonostante quei capelli arancioni che non sarebbero proprio il tratto principale del campione di basket ma che, almeno per papà Pace sono un’arma da sfruttare: “Ogni avversario ti concederà cinque minuti. Cinque minuti che gli servono per superare ogni suo pre-concetto”.

Il primo assaggio di notorietà, Nico, lo ha dopo questa schiacciata, la sua prima in una partita. Un’azione, pubblicata su Vine, che viene rilanciata da un giornalista di Mashable su Twitter, da Brandon Jennings, giocatore NBA passato anche lui dall’Italia, e da Ezekiel Elliott, stella dei Dallas Cowboys. Le conseguenze sono immediate. I suoi follower sui social crescono di migliaia nel tempo di una cena.

Poco tempo dopo, Dan Majerle, ex stella dei Suns, gli propone una borsa di studio e un posto fisso alla Grand Canyon University, a due passi da casa. Poi si fanno vivi anche Arizona, San Francisco, Utah State e Utah, il college del padre. Nico ha sei offerte da Università prestigiose ancora prima di entrare a far parte della squadra della Pinnacle High School, con cui inizia a giocare nel 2016. Lo scorso giugno, a conclusione del suo secondo anno (23,4 punti, 5,8 assist e 4,7 rimbalzi a partita), e con la conquista del titolo di miglior giocatore del campionato statale, Nico decide di rendersi eleggibile per il college e, in un tweet, elenca quali sono quelle università a cui direbbe sì. Una top ten che comprende le migliori realtà “cestistiche” d’America come Duke, Oregon, Villanova, Marquette, UCLA, Kansas. Eppure, secondo 247sports, che in queste previsioni spesso ci azzecca, la favorita resta Arizona.

La chiamata della Nazionale

Nella vita come sappiamo ci sono scelte che sono delle vere “Sliding Doors”. Scelte che spesso non prendiamo direttamente ma che condizionano il nostro futuro. C’è stato un momento in cui la nazionale italiana avrebbe potuto perdere definitivamente la possibilità di convocare Nico Mannion. Nel giugno del 2017, il ragazzo italo-americano viene incluso nella lista dei 32 possibili giocatori che andranno a comporre il team della nazionale USA ai campionati U-16 che vedono coinvolte tutte le squadre delle Americhe. Dall’Argentina, padrona di casa, a Porto Rico, dal Messico al Canada.

Nico, per nostra fortuna, viene tagliato nell’ultima selezione. Appena due mesi dopo, Pino Sacripanti, assistente della nazionale, e Antonio Bocchino, selezionatore della squadra Under 16, non perdono tempo e lo convocano per l’Italia. È agosto, manca pochissimo all’inizio del campionato europeo di categoria. Nico viene aggregato alla squadra a una settimana dall’esordio. L’Italia. alla fine, arriva nona nonostante le sue prestazioni (20 punti, 6 assist e 4 rimbalzi a partita). Ma è dopo aver segnato 42 punti alla Russia che il suo nome trova spazio nei giornali e nei siti. 

Eppure non basta. Per non rischiare di perderlo c’è bisogno di una convocazione da parte della nazionale maggiore che arriva nell’estate del 2017.  Sacchetti lo include nel team impegnato nelle qualificazioni al prossimo Mondiale. A 17 anni e 3 mesi è il quarto più giovane della nostra storia a esordire con la maglia dell’Italia. Prima di lui solo Nesti, Riminucci e un certo Dino Meneghin. E la sua mano non trema neanche in questo caso, come dimostra la partita con l'Olanda

Nel suo futuro, come tutti i predestinati, c’è di sicuro la NBA. Molti dicono dal 2020, altri propendono per un’attesa un po’ più lunga. Molto dipenderà dalla sua prima stagione al College e da come gestirà l’impatto con un basket diverso, più fisico, e le pressioni che avrà addosso. L’unica cosa certa, a oggi, è che continuerà a indossare la maglia azzurra. E di questo possiamo già essere molto felici. 

Seconda medaglia per l'Italia ai Campionati europei di Berlino e ancora una volta una di bronzo. A conquistarla è stato l'azzurro Yohannes Chiappinelli, terzo (8'35"81) sui 3000 siepi vinti dal francese Mahiedine Mekhissi-Benabbad (8'31"66) davanti allo spagnolo Fernando Carro (8'34"16). Chiappinelli, classe 1997 nato ad Addis Abeba in Etiopia, portacolori dei Carabinieri, è stato adottato quando aveva sette anni da una famiglia senese.

Rod Laver è una delle persone più schive che possiate immaginare. Eppure è l’unico tennista che ha chiuso due volte il Grande Slam, nel ‘62 e nel ’69, peraltro allontanandosi volutamente nel frattempo dai Majors per passare professionista. La sua Australia gli ha intitolato il campo centrale dello Slam di casa, Roger Federer ha suggellato la loro amicizia coinvolgendolo nella Laver Cup, la sfida Europa-Resto del mondo. Lui, dalla sua casa di Carlsbad in California, risponde sereno agli auguri per gli 80 anni.

Rod, che compleanno è questo per lei?

“Il numero non conta, l’importante è festeggiarlo con le persone più care, mio figlio, mia nuora, gli amici. È un altro momento di felicità della mia vita fortunata, senza rimpianti, anche se tutti mi chiedono sempre dei famosi sette anni lontano dai Majors per l’assurda divisione pro-dilettanti e si domandano: quanto altro ancora avresti potuto vincere senza quell’ingiustizia? Io dico che ho fatto comunque esperienze fantastiche in giro per il mondo, contro gli avversari più forti, grazie a una racchetta da tennis. E poi nel ’68, quando ho ripreso a giocare gli Slam, ero sicuramente un tennista migliore del ‘62”.

Qual è stata la sua più grande fortuna?

“Ho avuto il talento per fare uno sport straordinario come il tennis, coordinazione e colpo d’occhio, mi è sempre piaciuto tantissimo allenarmi anche dalla mattina alle 9 a mezzanotte, se non mi toglievano dal campo la mattina dopo mi trovavano ancora lì per la voglia che avevo di migliorarmi continuamente e di tenere di nervi quando il match si decideva. E così ho vissuto emozioni fortissime contro alcuni grandissimi campioni: Rosewall, Newcombe, Emerson. Non male, per uno che viene da un piccolo paese come Rockhampton e non si è mai considerato il più grande”.

Il tennis non è lo sport inventato dal diavolo?

“No, è la situazione sempre nuova, sempre inattesa, dalla quale uscire con quello che hai in quel giorno specifico, coi colpi che riesci a fare contro quel determinato avversario e in quelle diverse situazioni. Non si va in campo coi numeri e le classifiche, con la storia e i precedenti, si riparte sempre daccapo, e si vince se stessi”.

Si dice che si impara di più dalle sconfitte che dalle vittorie.

“È fondamentale uscire bene dal campo, nella sconfitta, per te stesso e per gli altri”.

Questa è una delle caratteristiche che la unisce a Federer?

“Roger ed io andiamo d’accordo, quando ci ritroviamo, ci viene subito di parlare di tennis, ci ritroviamo su tante cose. Sono felice di come vive le situazioni: si vede che ama il tennis come me – perciò lo gioca ancora e se non ha infortuni lo farà ancora per due-tre anni – ed accetta che l’avversario sia più forte di lui, quando perde. Anch’io ho giocato fino a 37 anni… Perché lasciare qualcosa che ti piace tanto?”.


Rod Laver /AFP

Qual è stata la parola magica che ha guidato Rod Laver?

“Goditi la situazione, anche quella brutta, ti deve piacere anche quando insegui una palla che ti dà fastidio, quando sei sotto nel punteggio e non ti vanno i colpi ed è un po’ che non vinci una partita. Devi accettare tutto dal tennis, a cominciare dall’allenamento, altrimenti non ti piacerà mai davvero e non riuscirai a far girare ancora la ruota dalla tua parte”.

Lei giocava con una piccola racchetta di legno e su campi in erba, cos’è rimasto del suo tennis?

“Le situazioni, la voglia di vincere, il servizio-volée, l’adrenalina del punto: il tennis è lo sport più bello che ci sia. Anche se oggi i tennisti sono due volte più atleti di quanto lo eravamo noi, che pure eravamo fortissimi”.

Oggi, la trasposizione di Laver potrebbe essere Shapovalov?

“È mancino come me, sicuramente cerca soluzioni come le cercavo io e non ha paura di giocare i colpi in diverse posizioni del campo. Mi piace. Sono certo che vincerà presto uno Slam, ma questo tennis sul cemento da fondo campo è troppo diverso dal mio, quando cercavamo di giocare il più possibile al volo per evitare gli imprevedibili rimbalzi sull’erba”.


 Rod Laver-Ken Rosewall /AFP

Oggi c’è anche molto più equilibrio che ai suoi tempi.

“Tutti i primi 30 del mondo possono battere i primissimi: guarda al Roland Garros, Djokovic ha giocato un buon match ma il suo avversario, Marco Cecchinato, che gioca bene sulla terra rossa e valeva più del numero 70 del ranking, l’ha battuto. Succede continuamente, l’incertezza è uno dei motivi di maggior richiamo del tennis moderno”.

È certo invece che i suoi due Slam non saranno più battuti.

“Vincere quattro Wimbledon è l’orgoglio della mia carriera, chiudere l’anno vincendo tutti e quattro gli Slam dell’anno solare – l’Everest del tennis -, e riuscirci due volte, è un record che resiste da 50 anni e fa pensare che sia impossibile. Eppure, se non ci fosse stato Nadal, che è il migliore sulla terra rossa, chi avrebbe battuto Federer, chi gli avrebbe negato di chiudere il Grande Slam come me?”.

Ciao, “Rocket”, buon compleanno.

È il colpo dell’estate, la trattativa più bella, una rincorsa lunga giunta a buon fine e che esalta i tifosi del Milan e non solo, anche gli amanti del calcio, quelli che si ricordano di aver gioito per lui quando indossava la maglia rossonera e quella della Nazionale.

Perché Paolo Maldini è di tutti, e il presidente Paolo Scaroni lo sa – “Non ci sono parole per descrivere ciò che Paolo rappresenta per il Milan, è stato un privilegio vederlo giocare e vincere innumerevoli trofei in campo. Sono felice e onorato– ha aggiunto Scaroni – di lavorare con lui in questo suo nuovo ruolo. La Leadership e l’esperienza di Paolo saranno di grande beneficio per il club, così come la sua passione e la sua energia”.

La gestione Elliot ha le idee chiare e fino a questo momento non ha sbagliato nulla. Riportare il Milan ai grandi livelli del passato è la priorità, lo stesso obbiettivo di Paolo Maldini, che quasi due anni fa, ha rifiutato il ruolo da direttore tecnico perché non vedeva possibilità di cambiamenti o le premesse per un team vincente con la gestione cinese. Anche Barbara Berlusconi e Adriano Galliani avevano provato a riportarlo in società, ma non c’è stata mai un’offerta vera e soprattutto a Maldini sarebbe piaciuto un ruolo operativo e non solo di facciata.

Spesso si torna indietro per malinconia, per la voglia di sentirsi nuovamente importante, per continuare ad appartenere ad un mondo che conta e che si conosce, ma Paolo non ha voluto né cercato tutto questo anzi, il suo amore per una maglia indossata per 25 anni lo ha spinto a rifiutare incarichi decorativi.  Nel 2009, dopo il doloroso addio al Milan (con la contestazione da parte di un esiguo gruppo di tifosi facinorosi che lui sempre ha combattuto) e il suo ritiro, ci provò anche l’amico Carlo Ancelotti ad affidargli un ruolo da dirigente nella squadra londinese del Chelsea. La risposta fu sempre negativa.

Ora Paolo Maldini può coronare il suo sogno: continuare a lavorare per un club al quale ha dato tutto se stesso per anni, senza mai cambiare maglia, quella con il numero 3, poi ritirata dalla società. E’ il  direttore sviluppo strategico area sport e insieme al compagno Leonardo (direttore sportivo) potrà farlo. Avrà una responsabilità enorme sulle spalle e cercherà di sfatare un tabù: in passato i grandi campioni del Milan, che hanno poi ricoperto posizioni in società, non sono mai riusciti a dimostrarsi vincenti anche dietro a una scrivania. E’ il caso di Gianni Rivera che non entrò mai in sintonia con Silvio Berlusconi.

​Da qualche anno a questa parte, quando si guarda un telegiornale sportivo, o si cercano notizie sul mercato della propria squadra del cuore, è diventato sempre più comune imbattersi nella parola “plusvalenza”. La plusvalenza è un concetto economico che si è imposto nel dibattito calcistico a tutti i livelli, sia tra gli addetti ai lavori sia tra i tifosi. Non a caso nei giorni in cui si parla del clamoroso scambio sull’asse Juventus-Milan con protagonisti Gonzalo Higuain, Leonardo Bonucci e Mattia Caldara, giornalisti e appassionati provano a capire in anticipo gli scenari del mercato anche tenendo conto dei prezzi di acquisto degli anni passati, delle possibili plus o minusvalenze, delle cifre che servono alle squadre per far quadrare i bilanci nell’epoca del fair play finanziario. Ma che cos’è una plusvalenza? Per la definizione ci affidiamo all’articolo di Diego Tarì su Ultimo Uomo dedicato alle plusvalenze: “Tecnicamente – scrive Tarì – con il termine “plusvalenza” si intendono i ricavi derivati dalla differenza fra il valore di vendita di un calciatore e quello a cui lo stesso è registrato in quel momento nel bilancio, dopo aver scontato gli ammortamenti del periodo in cui è stato di proprietà di una squadra”.

L’affare Juventus-Milan: il costo di Higuain

L’incrocio Juventus-Milan di queste settimane ha sicuramente tenuto conto di motivazioni tecniche, flussi di cassa, ragionamenti sugli stipendi e certamente anche plusvalenze. Per esempio, cerchiamo di capire perché per Gonzalo Higuain le società abbiano individuato a 55 milioni di euro la cifra intorno alla quale accordarsi per il cartellino del giocatore. Dobbiamo innanzitutto rifarci alla cifra alla quale la Juventus ha acquistato Higuain dal Napoli nell’estate 2016: 90 milioni (fonte Transfermarkt). Altro dato che dobbiamo conoscere è la durata del contratto: nel caso del Pipita, 5 anni. Infine, ci serve sapere il piano di ammortamento legato al calciatore.

Nel caso di Higuain, secondo il sito specializzato Calcio e Finanza, l’ammortamento di Higuain è stato di circa 18 milioni all’anno (20% annuale dei 90 milioni pagati al Napoli). Questo fa sì che il valore di carico di Higuain in bilancio sia oggi di poco meno di 55 milioni: questa cifra è ottenuta dalla differenza fra la cifra di acquisto meno gli ammortamenti. Al fine di ricavare una plusvalenza e non incappare in una minusvalenza, la Juventus ha cercato un accordo che portasse la cifra della cessione sopra quella del valore di carico del calciatore (54 quest’anno, 36 il prossimo).

In ogni caso, una società può legittimamente decidere di non far registrare una plusvalenza pur di liberarsi dall’onere di un ingaggio molto pesante. La formula scelta dalla Juventus (prestito di Higuain al Milan per 18 milioni e riscatto l’anno prossimo a circa 36) sembra andare in questa direzione. Il prestito fa sì che l’ammortamento del calciatore sia nel bilancio della Juve anche l’anno prossimo. Di fatto, se il Milan pagherà 18 milioni per il prestito di Higuain per la stagione 2018-19 la Juventus rientrerà esattamente della cifra che dovrà mettere a bilancio, aggiungendo anche liquidità. Se poi il Milan riscattasse l’attaccante argentino nel 2019 a 36 milioni, allora la Juve eviterà una minusvalenza realizzando una piccola plusvalenza (+0,4 milioni), visto che tra 12 mesi Higuain avrà un valore di carico di esattamente 36,4 milioni sulle casse della Juve.

Le plusvalenze nello scambio Bonucci-Caldara​

Le plusvalenze riguardano anche lo scambio tra Bonucci e Caldara. Essendo entrambi valutati 35 milioni nello scambio secco, le due squadre potranno generare una plusvalenza pur senza di fatto muovere un euro dalle loro casse.

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La Juventus spese circa 19 milioni per acquistare Caldara dall’Atalanta, perciò lo scambio con un calciatore quotato 35 milioni (Bonucci) genera una plusvalenza per la Juve sui 22 milioni. Perché? Anche qui, dobbiamo conoscere la durata del contratto e il seguente piano di ammortamento. Caldara è stato acquistato nel gennaio 2017, e poi lasciato in prestito all’Atalanta. Perciò Caldara è stato formalmente un calciatore della Juve – pur non essendo in rosa – dal gennaio 2017.

Secondo Calcio e Finanza, al momento Caldara ha un valore di carico di 12,76 milioni sul bilancio bianconero 2019, pertanto con i 35 milioni rappresentati dall’acquisto di Bonucci per Caldara la Juventus genera una plusvalenza di circa 22 milioni. Stesso ragionamento per Bonucci, sponda Milan: acquistato a 42 milioni nel 2017 con contratto quinquennale, ora Bonucci ha un valore di carico di 33,6 milioni. Lo scambio per un calciatore quotato 35 milioni genera quindi una plusvalenza per il Milan di 1,4 milioni.

Le plusvalenze non sono certo l’unico criterio al quale Juventus e Milan si sono tenute per definire uno scambio di questa portata – i flussi di cassa e il fair play finanziario, per esempio, sono un’altra storia – ma è altrettanto vero che dal punto di vista delle plusvalenze sia la società torinese sia quella di via Aldo Rossi escono entrambe vincitrici: come a dire che generare plusvalenze non è un gioco a somma zero.

Come si calcola il valore di una plusvalenza?

Detto che per calcolare una plusvalenza non basta fare la differenza fra la cifra ottenuta per cedere un calciatore e la cifra spesa per acquistarlo, a volte non basta neppure rifarsi agli ammortamenti e occorre tenere conto anche del ruolo dei procuratori. Prendiamo l’esempio di Paul Pogba. Il neo campione del mondo francese arrivò alla Juventus nell’estate del 2012 dal Manchester United a parametro zero (si parla anche di un conguaglio simbolico di 500 mila euro). I bianconeri hanno poi ceduto Pogba ai Red Devils nel 2016 per 105 milioni di euro rendendo possibile il clamoroso “Pogback”.

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Plusvalenza di 105 milioni? No, di 72,6. Lo spiega molto chiaramente il sito Calcio e Finanza: i 105 milioni usciti dalle casse del Manchester United non sono entrati tutti in quelle juventine. Ai 105 vanno sottratti 4,7 milioni di costo residuo di Pogba inseriti nel bilancio bianconero, quindi 25 milioni che la Juventus ha riconosciuto al procuratore del calciatore Mino Raiola, e infine 2,7 milioni di “contributo di solidarietà” che sono stati girati proporzionalmente alle società nelle quali Pogba è cresciuto, Manchester United escluso. Per cui, dei 105 milioni ne restano appunto 72,6, che è la plusvalenza fatta registrare dalla Juventus e dichiarata anche ufficialmente dalla società torinese.

L’impatto delle plusvalenze nel calcio italiano

Secondo il report annuale della FIGC sullo stato del calcio italiano, nella stagione 2016-17 le plusvalenze sono arrivate a rappresentare il 22% del valore della produzione del calcio professionistico, che ammonta in totale a 3350 milioni di euro. Solo i ricavi da diritti radio-televisivi (36%) incidono maggiormente sui quei 3 miliardi abbondanti. Limitandosi alla sola Serie A, il valore della produzione si attesta a 2900 milioni circa.

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Sempre per la sola Serie A, nella stagione 2016-17 le plusvalenze hanno generato ricavi per 693,4 milioni, in aumento rispetto all’anno precedente dell’84,4%. Mediamente, ogni squadra di A nella stagione 2016-17 ha fatto registrare quasi 35 milioni di plusvalenze. Se invece caratterizziamo un po’ meglio la distribuzione media delle plusvalenze, notiamo che le prime tre squadre (squadre in Champions) hanno fatto registrare mediamente 113,3 milioni di plusvalenze; dal quarto al settimo posto (squadre in Europa League) mediamente 24,9 milioni; dall’ottavo al diciassettesimo posto (squadre fuori dall’Europa e salve) mediamente 21,8 milioni; ultime tre (retrocesse) mediamente 12 milioni.

Esempi di plusvalenze delle squadre italiane

Fra le squadre che negli ultimi anni hanno fatto registrare plusvalenze, valorizzando i calciatori e rivendendoli a prezzi molto alti, vediamo tra gli altri i casi di Udinese, Napoli, Juventus e Roma. L’Udinese è una delle squadre che ha fatto registrare importanti plusvalenze sin dagli anni Novanta, quando la cessione dell’attaccante Marcio Amoroso al Parma fruttò nel bilancio 1999-2000 una plusvalenza di circa 37 milioni di euro. Nel corso degli anni, poi, altri nomi che hanno assicurato plusvalenze alla squadra friulana sono stati Alexis Sanchez (26 milioni dopo la cessione al Barcellona), Giuliano Giannichedda (22 milioni, alla Lazio), Juan Cuadrado (20 milioni, alla Fiorentina), Samir Handanovic (19,4 milioni, all’Inter), Gokhan Inler (18 milioni, al Napoli), Kwadwo Asamoah (17 milioni, alla Juventus).

Dal 1992 al 2015 l’Udinese ha fatto registrare quasi 650 milioni di plusvalenze. Per la Juventus spicca la clamorosa operazione Pogba, ma plusvalenze importanti sono arrivate anche grazie a Arturo Vidal (36,7 milioni), Mattia Caldara (22) e Alvaro Morata (15,9). Negli ultimi anni anche il Napoli di Aurelio De Laurentiis ha fatto registrare plusvalenze notevoli, coniugandole con una crescita sportiva di alto livello.

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Su tutte, spicca la plusvalenza di circa 86,3 milioni fatta registrare in occasione della cessione di Higuain alla Juventus nel 2016-17, di 14 milioni più alta di quella di Pogba. Altra importante plusvalenza quella legata alla cessione di Edinson Cavani al PSG (+64,4 milioni), con i francesi che avevano già permesso agli Azzurri di godere di un più 31,6 milioni con la cessione di Ezequiel Lavezzi. Altra clamorosa plusvalenza fu quella fatta registrare dal Milan quando cedette Kakà al Real (+63), di poco superiore a quella che quest’anno ha messo a segno la Roma cedendo Alisson al Liverpool (intorno ai 60 milioni, e potrebbe aumentare per via dei bonus). Roma che negli ultimi anni ha messo a bilancio sistematicamente delle ottime plusvalenze: 28,2 milioni per Pjanic, 27,9 per Salah, 27,4 per Marquinhos, 25,4 per Rudiger, 23,8 per Romagnoli.

Alcuni casi critici

Visto che le plusvalenze sono la seconda fonte di ricavi per le squadre italiane non dobbiamo concludere frettolosamente che siano di per sé sempre un bene, né che siano sempre utilizzate in senso virtuoso. Proprio intorno a plusvalenze fittizie, basate cioè su un indebito “ricalcolo” del reale valore di alcuni calciatori, si è giocata la battaglia legale che ha visto la Procura Federale contro Chievo Verona e Cesena, con i romagnoli che nel frattempo sono andati incontro a fallimento.

La Procura ha deferito le due società in quanto accusate di “aver sottoscritto le variazioni di tesseramento di alcuni calciatori indicando un corrispettivo superiore al reale e per aver contabilizzato nei bilanci plusvalenze fittizie e immobilizzazioni immateriali di valore superiore al massimo dalle norme che regolano i bilanci delle società di capitali, condotte finalizzate a far apparire un patrimonio netto superiore a quello esistente alla fine di ciascun esercizio e ciascun semestre così da ottenere la Licenza Nazionale e l’iscrizione al campionato delle stagioni 2015/2016, 2016/2017, 2017/2018 in assenza dei requisiti previsti dalla normativa federale”.

La sentenza del Tribunale Federale Nazionale ha dichiarato improcedibile il deferimento nei confronti del Chievo Verona mentre ha inflitto 15 punti di penalità ai romagnoli nella prossima stagione da scontare nella categoria nella quale riuscirà a iscriversi il Cesena dopo il fallimento. Inoltre, secondo Calcio e Finanza un frenetico ricorso a plusvalenze virtuali fu tra le ragioni del fallimento del Parma al termine della stagione 2014-15: i crociati mettevano a bilancio numerose plusvalenze facendo quadrare i conti solo da un punto di vista contabile, ma al contempo non avevano i flussi di cassa necessari per coprire concretamente le spese. Nel settennato 2007-2014 il Parma ha fatto registrare 227 milioni di plusvalenze contabili ma allo stesso tempo dal 2008-09 in poi il saldo monetario fra entrate e uscite è stato costantemente in rosso.

Emblematico di quel periodo in casa Parma fu l’acquisto di Ishak Belfodil da parte dell’Inter che permise alla società ducale di far registrare una corposa plusvalenza (circa 9 milioni, secondo Calcio e Finanza) a fronte di un quasi inesistente movimento di cassa facilitato anche da scambi e contro scambi realizzati attraverso la valutazione (molto alta) di alcuni giovani. Questo significa che di per sé generare plusvalenze non garantisce di avere sufficiente liquidità, vista anche questa sorta di immaterialità legata a queste operazioni.

Plusvalenze e settori giovanili

Inoltre, il carattere “immateriale” di certi scambi e la variabilità delle valutazioni dei calciatori fanno sì che ci sia un massiccio ricorso alle plusvalenze coinvolgendo non solo giocatori affermati, ma anche ragazzi dei settori giovanili o di squadre cosiddette “minori”. Alcuni calciatori vengono valutati e scambiati a cifre molto alte pur essendo ragazzi con poca esperienza o con poche presenze in campionato, il tutto in operazioni di mercato non sempre mirate a obiettivi tecnico-sportivi. Queste operazioni servono invece allo scopo di generare plusvalenze sia per la società che vende sia per quella che compra. Questo sistema tendenzialmente si verifica maggiormente con squadre di serie minori, ma non solo: un articolo, tratto sempre da Ultimo Uomo, riporta come anche i club più importanti tendano ad utilizzare le plusvalenze legate ai settori giovanili.

Cauto ottimismo dei medici sulle condizioni dell'ex pilota di Formula 1, Niki Lauda, dopo il delicato trapianto di polmoni."Siamo molto soddisfatti del decorso operatorio. Prima dell'intervento le condizioni del signor Lauda erano estremamente critiche, i polmoni erano fortemente danneggiati e ricordiamoci che negli ultimi sette giorni era tenuto in vita da un pompa cuore-polmoni", ha detto il professor Walter Klepetko, capo del dipartimento clinico di chirurgia toracica dell'Allgemeinen Krankenhaus (AKH) di Vienna, all'emittente austriaca oe24.TV. "Ci vorrà del tempo, resterà ricoverato alcune settimane e siamo ottimisti", ha aggiunto Klepetko.