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Ancora loro. Grazie alle portentose donne azzurre, l’Italia ottiene la decima medaglia all’Olimpiade Invernale a PeyongChang (proprio com aveva pronosticato il presidente del Coni, Giovanni Malagò). Ancora la favolosa Arianna Fontana, che firma la terza medaglia in Corea – l’ottava personale in quattro Giochi, dal 2006 – , aggancia il record assoluto dello short track del sudcoreano-russo Ahn e dello statunitense Apolo Ohno, e guarda da vicinissimo le dieci di Stefania Belmondo.

Le donne caratterizzano ancora l’Olimpiade: dalle hockeyste americane che finalmente sfatano il tabù oro olimpico. Alle dee dello sci alpino Usa, Lindsey Vonn che inforca e saluta mestamente la scena, caricandosi ancora di più l’inseguimento del record di vittorie assolute in coppa del Mondo di Ingmar Stenmark (81 contro 86). e Mikaela Shiffrin, che si vede soffiare sotto il naso l’oro di combinata.

Oro, argento e bronzo

Ancora battaglie sul ghiaccio. Stavolta, in quella trottola velocissima che è sempre lo short track, con quelle volate folli intorno a un ovale perennemente pieno di insidie, in quella ricerca spasmodica dello spiraglio migliore – o forse solo unico -, verso il traguardo, nella finale dei 1000 metri, schizzano all’improvviso fuori pista, da sole, scomposte ed eliminate, proprio le due coreane, figlie dello sport di casa e favorite per il podio. Arianna Fontana, che è rimasto indietro, saggiamente, e poi, pian pianino, s’è riportata dietro l’olandese Shutling e la canadese Boutin per la volata decisiva, prima ancora di lanciare lo sprint, vede scivolar via miracolosamente quei minacciosissimi cani da caccia che l’inseguivano mordendole le caviglie, e nemmeno scatta più, paga del bronzo. Dopo l’oro nei 500 e l’argento della staffetta, agguanta anche il terzo metallo possibile, fra le medaglie olimpiche di PyeongChang, e chiude l’Olimpiade che aveva iniziato da portabandiera come la vera regina dello sport italiano. Anche se l’oro in discesa libera di Sofia Goggia, da solo, ha un peso specifico maggiore, incommensurabile.

La rivoluzione del 2010

Anche Ary, come Sofia, ha cominciato prestissimo a vincere nello sport della vita. Di Ary c’è un filmato, a cinque anni, quando già sfrecciava sorridente e imprendibile coi pattini sul ghiaccio. La 27enne di Sondrio si è fatta meno male della 25enne di Bergamo, s’è fermata di meno ed è sicuramente molto meno in credito con la fortuna. Anzi, da quando, a 15 anni e 314 giorni, è diventata la più giovane medaglia azzurra ai Giochi olimpici, col bronzo nella staffetta di Torino, non ha mai smesso di salire, migliorare, progredire, vincere, seguendo il misterioso filo di… Arianna.

Mietendo successi fra Europei, coppa del Mondo e Mondiali. Anche se, a Vancouver 2010, dopo aver firmato nei 500 metri la prima medaglia individuale azzurra della disciplina, dopo aver dimostrato di essere sempre più capace di sgomitare contro cinesi e coreane, di abituarsi sempre più alle squalifiche che possono cambiare in extremis, a ogni gara, l’ordine di arrivo, ha dato un’altra, decisiva, sterzata al suo sport. Dopo l’eliminazione nei quarti dei 1000, accusata di diserzione alla staffetta per ripicca contro la mancata convocazione del fidanzato Roberto Serra nel terzetto dei 500, sparò a zero contro lo staff tecnico: “Da due anni, noi italiani siamo rimasti allo stesso livello mentre gli altri vanno avanti. Io e i ragazzi abbiamo detto che non andava bene, mi sono fatta avanti sperando che tutti tirassero fuori gli attributi e invece si sono nascosti…. Tutti hanno allenatori coreani, cinesi,  bisogna migliorare nella tecnica e con gli attrezzi: i nostri allenatori dicono che contano poco ma non è vero”. Bum! Altro che: “Spero di aver smosso un po' le acque”. Subito dopo, il canadese Eric Bedard prese il posto del c.t. Magarotto, e quindi entrò a far parte dello staff tecnico l’allenatore canadese Kenan Goudac. Grazie al quale, Ary decolla conquistando 5 medaglie d’oro, chiudendo al primo posto la classifica generale di Coppa 2012 nei 500 metri, e diventando la prima azzurra a conquistare la rassegna.

Primo tris olimpico

Sulla scia, all’Olimpiade di Sochi 2014, Arianna ha conquistato un argento e due bronzi. Poi, dopo un’altra stagione di successi, forse frenata dal passaggio del tecnico Bedard alla Francia e dallo stop di Martina Valcepina, per maternità, sicuramente stanca e desiderosa di vivere al meglio la storia col neo marito, il collega e poi allenatore Anthony Lobello, si è presa una pausa di riflessione. Dopo di che, l’anno scorso, è ripartita di slancio, con due medaglie in coppa del Mondo e, agli Europei, all’oro nei 1500 ha aggiunto quello nella 3000 m superfinal, sorpassando sul penultimo rettilineo la russa Konstantinova e laureandosi campionessa iridata per la sesta volta. Per poi chiudere la stagione vincendo i Mondiali militari di Sochi e i campionati italiani di Courmayeur. Il viatico giusto per la quarta Olimpiade: il 9 febbraio 2018 è la portabandiera della delegazione azzurra alla cerimonia di apertura, il 10 contribuisce in maniera determinante alla qualificazione della staffetta 3000 metri alla finale, il 13 febbraio vince il primo oro nei 500, il 20 febbraio si aggiudica l’argento nella staffetta 3000 metri (con Martina ValcepinaLucia Peretti e Cecilia Maffei), e il 22 febbraio ha intascato il bronzo dei 1000 metri. “Portare a casa un bronzo è davvero incredibile, vale tantissimo. I 1000 metri sono la distanza in cui ho sempre fatto fatica. Proseguire, ancora, fino a Pechino 2022? Quattro anni sono lunghi, sono tanti. Sinceramente, non ho ancora pensato a cosa farò, non ho avuto modo di dare spazio a questo pensiero. Anche a Sochi avevo pensato che fosse la mia ultima Olimpiade, poi per fortuna ho continuato”.

Sgambetto di donna

Doppia beffa alle dee del sci alpino a stelle e strisce. La più bella di tutte, Lindsey Vonn, inforca e, alla fine fine, dai Giochi della consacrazione, gli ultimi a 33 anni, raccoglie o soltanto il bronzo nella libera, e Mikaela Shiffrin, la più brava di tutte che doveva vincere cinque ori ai Giochi, ma è sopraffatta dai suoi 22 anni, piazza uno stupefacente recupero nella parte finale dello slalom e chiude lo slalom al comando, in 2’21”87, peperò non le basta perché Michelle Gisin le sfreccia in extremis davanti, rubandole c’oro, in 2’20”90. La 25enne, sorella dell’olimpionica di libera di Sochi 2014, Dominique (ex aequo con Tina Maze), riporta in Svizzera dopo 62 anni il titolo di combinata, da Madeleine Berthod a Cortina 1956.

Hirscher cade, è quasi… Natale!

Dopo l’oro in combinata e in gigante, il dominatore di coppa del Mondo, Marcel Hirscher, cade clamorosamente già nella prima manche di slalom mancando l’annunciato tris storico di successi nella stessa edizione dei Giochi (come le leggende Toni Sailer e Jean-Claude Killy). Nella seconda manche, cade anche il rivale diretto di Coppa, il norvegese Henrik Kristoffersen. Se ne avvantaggia, a 35 anni e 42 giorni, Andre Myhrer, già bronzo olimpico nel 2010, che riporta uno svedese sul primo gradino del podio olimpico di sci alpino 38 anni dopo il mitico Ingmar Stenmark e stabilisce anche il record di olimpionico svedese più anziano. Argento a Zenhausern (storica terza medaglia svizzera in slalom dopo l’oro di Reinalter 1948 e il bronzo di Luthy 1980), bronzo a Matt (terzo fratello medaglia ai Giochi, dopo Andreas, argento in freestyle ski cross a Vancouver 2010 e Mario, oro in slalom a Sochi 2014): nessuno dei tre aveva vinto in Coppa quest’anno nella specialità! La sorpresa più grossa è forse, addirittura, “la medaglia di legno”, il quarto posto del 20enne francese Clement Noel, grande promessa del sci mondiale. Noel, Natale, come Nadal, il dio del tennis spagnolo. “E’ più di quanto sperassi, non pensavo nemmeno di partecipare ai Giochi, non mi aspettavo di giocarmi le medaglie, posso essere fiero e contento di come è andata. Però è frustrante essere arrivati appena a quattro centesimi…”.

Uomini fuori, donne regine

Ai rigori dopo i tempi regolamentari, la Repubblica Ceca supera 3-2 gli Stati Uniti uomini (per la prima volta dal 1994 senza le star Nhl) qualificandosi per le semifinali, mentre, sempre per 3-2 e sempre ai rigori, col gol decisivo di Jocelyne Lamoureux-Davidson, le ragazze Usa conquistano il primo oro olimpico dal 1998 (dal via della disciplina ai Giochi di Nagano), interrompendo il poker consecutivo delle rivali del Canada.

Tumolero, oro della sfortuna

L’avventura dell’inseguimento azzurro della pista lunga finisce malissimo. Non solo il 5° posto in finale viene cancellato per la squalifica dell’Italia, per un’invasione di corsia di Riccardo Bugari. Lo stesso atleta, immediatamente dopo il traguardo, inciampa su Nicola Tumolero (mentre parlano fianco a fianco), e scivola con la lama di un pattino sulla caviglia del bronzo dei 10.000, ferendolo. Diagnosi: rottura del tendine tibiale della gamba destra; prognosi: 6 mesi.

Coreani arrabbiati come… cani!

Lasciando la conferenza stampa post-gara, dopo il bronzo nell’inseguimento a squadre, Jan Blokhuijsen ha pensato bene di salutare i coreani con una raccomandazione: «Per favore, trattate meglio i cani in questo Paese». Le scuse ufficiali del capo delegazione olandese non hanno placato gli offesissimi padroni di casa. Che, come noto, consumano carne di cane. Ci ha provato anche l’atleta, su Twitter: «Non era mia intenzione insultare voi e il vostro Paese. Mi sta a cuore il benessere degli animali in generale e spero che si possa fare di questo mondo un posto migliore sia per noi che per loro. Mi sto godendo le Olimpiadi e vi ringrazio per l'ospitalità». Ovviamente il popolo del web si è scatenato con mille teorie. La più  coerente recita: «Quelli che mangiamo sono cani da allevamento, voi mangiate pecore, polli, anatre, tacchini, maiali. Che differenza c’è?».

Derby russo, e staffetta biathlon

Dopo lo spettacolo stupefacente nel programma corto, al risveglio sapremo chi ha vinto il derby russo per l’oro, dopo il programma libero fra le due straordinarie stelle dell’artistico femminile la 15enne Alina Zagitova e la 19enne Evgenia Medvedeva, che si allenano insieme e gareggiano come i connazionali sotto la sigla OAR (Olympian Athletes from Russia) per i tanti casi di doping sanzionati dal Cio, con 160 atleti esclusi ai Giochi di PyeongChang. In finale anche Carolina Kostner, 6a dopo la prima parte di gara. Tanto curling, tradito dal Canada nella finale per l’oro sia maschile che femminile. La staffetta 4×7,5 km di biathlon con gli azzurri Hofer, Bormolini, Montello, Windisch. Le semifinali di hockey maschile: Repubblica Ceca-OAR e Canada-Germania. 
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Con otto medaglie olimpiche nelle ultime quattro edizioni consecutive e tre nella sola edizione di PyeongChang 2018, Arianna Fontana è nella leggenda dello sport italiano della neve e del ghiaccio.

Dopo le fondiste Stefania Belmondo e Manuela Di Centa, entrambe con due ori olimpici ma con la prima arrivata a quota dieci e la seconda fermatasi a sette, la valtellinese dello short track con il bronzo di oggi sui 1000 metri è entrata ancor di più a fondo della storia.

Ary e Sofia Goggia, oro in discesa libera, sono le due donne dell'Olimpiade coreana per i colori azzurri. Manuela Di Centa è stata l'unica delle tre a vincere ben cinque medaglie in una sola edizione. Accadde nel febbraio del 1994 a Lillehammer (2 ori, 2 argenti ed un bronzo).

Stefania Belmondo ad Albertville nel 1992 ne vinse tre. Osservando il medagliere assoluto dello sport azzurro alle Olimpiadi, comprese quelle estive, Arianna Fontana, alfiere a PyeongChang, è la quinta sportiva italiana più medagliata e con otto medaglie ha raggiunto la fiorettista Giovanna Trillini (vanta ben 4 ori). Davanti a loro due, oltre a Belmondo e Di Centa, ci sono gli schermitori Edoardo Mangiarotti con 13 (di cui 6 ori), Valentina Vezzali e Giulio Gaudini, entrambi con 9. 

A 27 anni, Arianna Fontana è la veterana di quattro Olimpiadi, già campionessa d'Europa e del mondo, con una consapevolezza e una sicurezza gigantesca. Armi indispensabili per infilarsi con perizia ed esperienza in quel solito groviglio di corpi impazziti e lottare a ogni metro, come in uno sprint per la sopravvivenza, fra lame che stridono sul ghiaccio e gente che urla di eccitazione in tribuna. 

Ary, “fuoco sul ghiaccio”, come si definisce lei, ha sposato Anthony Lobello, pattinatore italo americano che ha corso per gli Stati Uniti e poi per amore ha rappresentato l’Italia insieme col suo amore all’Olimpiade di Sochi, finché non ne è diventato anche l’allenatore. “Non è un rapporto facile, litighiamo spesso, ma non c’è giorno che non lo ringrazi per l’aiuto e il sostegno che mi dà”. Così come non è facile alternarsi fra Valtellina, Courmayeur e Florida. Il paradiso – “adoro il mare” – dove la portabandiera azzurra vede il suo futuro.

Futuro, una parola chiave: ”Gli ultimi anni non sono stati facili, dopo Sochi volevo smettere, ma è bastata una gara dalla tribuna, da spettatrice, mentre ero ferma, e la voglia è tornata subitoHo capito che avevo ancora fame di vincere, è quella che mi fa superare fatica e sacrifici, perché so che c’è un dopo, con le soddisfazioni più grandi”. Non solo gli amati 500, anche i 1000: “Per me, da sempre, la gara più difficile”.

Ma l’ha appena dominata, centrando il settimo trionfo europeo e agganciando Evgenia Radanova come più vincente di sempre a livello di vecchio continente. E poi? “Poi mi piacerebbe darmi da fare nello short, ricreare il movimento perché è uno sport ancora poco conosciuto e solo in alcune zone del nord Italia si può praticare. Bisognerebbe estendere su tutto il territorio italiano un progetto per far crescere questo sport incredibile. È qualcosa che sicuramente mi piacerebbe fare, se ci fossero le possibilità, una volta finita la mia vita da atleta”.

Lo short track è duro, lo short track è una corsa folle su un pista poco più grande del campo da hockey, lo short track è in massa e senza corsie e perciò permette i contatti fra gli atleti, lo short track nasce in Canada a Calgary nel 1988 ma diventato sport ufficiale ai Giochi solo nel 1992 ed è stato poi adottato in Asia, e a Pyeongchang sarà una giostra bianca ancor più frenetica dalla quale i padroni di casa coreani si aspettano tutte le medaglie, o quasi. Lo short track è giovane, giovanissimo ed è bello, bellissimo per Arianna Fontana: “Velocità, sorpassi al limite, cadute impreviste, in un attimo può capitare sempre di tutto. Si vive di istinto, è adrenalina pura. Come lo vedi ti affascina, ti conquista”. 

Arianna Fontana ha conquistato il bronzo nello short track 1.000 metri, la sua terza medaglia ai Giochi invernali di PyeongChang e la decima per l'Italia. Oro all'olandese Suzanne Schulting, argento alla canadese Kim Boutin. Con otto medaglie olimpiche complessive, la 27enne pattinatrice valtellinese raggiunge due leggende dello short track: il sudcoreano Ahn Hyun-Soo e lo statunitense Apolo Ohno, gli unici a vantarne altrettante.

“Chi l’avrebbe mai detto che quella bambina che, a 6 anni, sulle nevi di Foppolo, sognava, un giorno, di vincere le Olimpiadi avrebbe vinto davvero, a 25… Ho sciato come un samurai. Io che di solito invece sono una pasticciona. Sono molto contenta di quello che ho assemblato, di come ho costruito questa vittoria anche nella terza prova di martedì, quando ero annoiata e sono scesa tanto per scendere: è stata la discesa della maturità, la solidità che ho espresso con anche l’intelligenza agonistica da usare in qualche punto dove non bisogna tirare ma scalare una marcia per attaccare dopo. Non mi sono presa alcun rischio, ho usato il cervello perché qualche volta ce l’ho e lo utilizzo”.

Ci sono tanta passaggi, di vita e di sport, fra il maschiaccio Sofia Goggia, le “goggiate” (gli errori, le intemperanze, le follie) e il primo oro olimpico in discesa libera di sempre di una azzurra ai Giochi Invernali, il primo di un italiano 66 anni dopo Zeno Colò. C’è tanto lavoro sull’atleta, sulla donna e sul carattere bergamasco, spigoloso, anche “cattivo”. Perché è facile chiuderla lì: «E’ anche alla mia sciata che, tecnicamente, certo non si può dire eccelsa. Meglio: è sporca, storta, imperfetta».

E’ facile fare spallucce: “Non facciamo uno sport per signorine”. Molto più difficile è smussare quegli angoli duri e imparare dalle sconfitte. Ma, soprattutto, rialzarsi dagli infortuni. “Quando mi si è presentata, le ho detto: “Ehi, datti una calmata”. Poi ho capito che è una entusiasta, e l’ho apprezzata sempre più come atleta e come donna. Mi ha rivelato: “Anch’io ho avuto tanti infortuni come te, sai? E se sono qui è anche grazie al tuo esempio”. Questa è la soddisfazione maggiore che posso prendermi, al di là di qualsiasi medaglia”, l’applaude Lindsey Vonn, la “cannibale” di coppa del Mondo che, all’Olimpiade di PyeongChang, deve accontentarsi del bronzo.

Sofia, che a 3 anni già metteva gli sci ai piedi seguendo papà Ezio e mamma Giuliana a Foppolo, si è fatta due volte male alle ginocchia nei primi anni di attività, nell’estate del 2009, quando faceva le gare Fis, e già nella prima gara di coppa Europa 2010-2011, a Kvitfjell, saltando tutta la stagione. In quella successiva, si aggiudicava i due giganti Fis di Zinal, all’alba del 2012 centrava il primo podio di Coppa Europa, argento nel superG di Jasnà, conquistava la supercombinata di Sella Nevea;, ma il 24 febbraio già doveva schiudere ancora anticipatamente la stagione per lo stiramento dei legamenti collaterali di entrambe le ginocchia e la frattura del piatto tibiale.

Esplodeva ai Mondiali 2013 a Schladming, quando lasciava il bronzo in superG per appena quattro centesimi a Julia Mancuso e, 21enne, entrava in nazionale A, esordendo in coppa del Mondo. Ma, dopo i primi punti in superG di Beaver Creek (7a), il 7 dicembre, nella discesa di Lake Louise (Canada), si rompeva i legamenti crociati del ginocchio sinistro e quindi saltava l’Olimpiade di Sochi 2014. Doveva rinunciare anche alle prime gare della stagione successiva, e, ahilei, il 7 gennaio 2015, durante un allenamento a Santa Caterina Valfurva, avvertiva un forte dolore al solito ginocchio, ed era costretta ad operarsi ancora per rimuovere una cisti. 

 Così, nella stagione 2016-2017, Sofia Goggia è ripartita nuovamente da zero, con il quinto posto nel gigante di apertura a Soelden. E, da Killington, robusta e potente com’è (alta 1.69 per 67 chili), ha infilato il podio in quattro specialità differenti, centrando 5 secondi posti e 4 terzi. Confermando, così, le qualità di atleta polivalente, insieme a qualche decisiva sbavatura.

Che l’ha privata fino a PyeongChang di soddisfazioni maggiori e più continue costringendola su una strada lunga e tortuosa fino all’oro olimpico che la innalza ora ai livelli di Deborah Compagnoni, e la candida a più grande sciatrice italiana di sempre. Paragone che lei, fino all’altro ieri, dribblava: «Con Deborah, che ha vinto qualcosa come 19 gare di coppa del Mondo, più le medaglie ai Giochi e ai Mondiali, per ora ho in comune… le operazioni e i guai fisici».

Curioso, il 4 marzo dell’anno scorso, Sofia ha conquistato la  prima vittoria in carriera in coppa del Mondo proprio sulla pista sudcoreana di Jeongseon, quella del trionfo ai Giochi, mettendosi alle spalle Vonn e Štuhec, dopo ben nove podi in Coppa. E questo, in questo indimenticabile mercoledì 21 febbraio 2018, dev’essere stato un pensiero doppiamente positivo. “Ho sempre inseguito il limite per batterlo. Adesso però ho imparato a fermarmi un passo prima, “accarezzandolo”…”. Così come sono state importanti tutte le altre esperienze. Dal bis in superG sulla pista coreana, al terzo posto della classifica generale di Coppa, con 1197 punti (record assoluto per un'atleta italiana), con un totale di 13 podi (altro primato nazionale, migliorando quello della Compagnoni), seconda nella classifica di specialità di libera, terza in gigante, sesta in superG e ottava in combinata, con almeno un podio in ciascuna di queste tappe (ulteriore record italiano).

Tutto questo, insieme alla delusione nella libera dei Mondiali di Saint Moritz  quando ha commesso un gravissimo errore sulla parabolica finale che le è probabilmente costato la medaglia d’oro, con Lindsey Vonn bronzo ad appena 7 centesimi. Un passaggio obbligato prima di ripartire ancora e di arrivare al gradino più alto del podio di libera a coronamento di due stagioni eccezionali. Con venti podi in Coppa e quattro vittorie, e il primato di specialità in discesa. Pur transitando, ancora per un errore, nella parte centrale del superG di PyeongChang, che le è costato una medaglia sicura.

Anche se oggi Sofia può affermare: “Superata la sorpresa per la continuità che ho trovato, ho capito che è il risultato va sempre seminato. E tutt’a un tratto ho raccolto tanto, sono esplosa in senso buono, perché prima finivo spesso nelle reti”. Dev’essere stata dura per il maschiaccio che una volta scivolò giù dalla seggiovia, ma non mollò la presa e rimase appesa finché non la salvarono con una scala, davanti gli altri bambini preoccupatissimi. Il fratello maggiore, sa bene di che cosa parliamo: appena lui ebbe la prima moto, la chiese ai genitori pure lei.

Nata per lo sport, innamorata della natura, amante dei cani, Belle, il pastore australiano che l’accompagna ovunque nella sua giornata d’allenamenti e ha voluto anche sul podio di Sestriere,  Sofia anche l’hobby della fotografia e un difficile rapporto coi libri: s’è iscritta all’Università prima ad Economia, poi a Filosofia, adesso studia Scienze Politiche on line. Adora stare con gli amici, mentre ci ha messo un po’ a trovare il giusto equilibrio con le colleghe: “Mi sono affermata anche come donna. Ho una percezione di stabilità. Uso più diplomazia. Sto lavorando per ridurre al limite le goggiate. Non posso piacere a tutti: vado accettata».

 Donna ed atleta matura, grazie ai successi, agli sponsor, alla notorietà, Sofia s’è trasferita non solo metaforicamente “da un monolocale in una mega villa” era pronta per l’oro olimpico. “Io sono un’egoista, tutto quello che mi succede attorno è relativo e legato alla mia persona. Compreso questo bel rapporto con la Vonn che mi interessa, mi piace, ne vado fiera, siamo anche amiche, è un bel giochino, per carità, ma io penso a me stessa…", diceva alla vigilia della gara indimenticabile. Aggiungendoci le ultime idee psico-tattiche: «Scenderò per dare il meglio di me. Se andrà male punterò a Pechino. Senza subire le pressioni perché, come dice Nadia Comaneci, “se sei concentrato sulle tue sensazioni non senti la pressione”». Chissà se ora è pronta per l’amore, con quella giornata-maratona che ha rivelato via video: sveglia 6.32, bagno, colazione alle 7, allenamento in pista, 13.15 pranzo con papà, 14.30 allenamento in palestra, 18 mezz’orata di passeggiata col cane, 18.30 un poo’ di lettura, cena e alle 21.30 a nanna: “Non m’importa di quelli che desiderano la Goggia, cerco quelli che vedono Sofia. I miei capisaldi ce li ho: famiglia, amici, lo sci. Sono in un momento in cui va tutto bene». 

Figurarsi dopo questo trionfo, da esordiente ai Giochi, con l’1’39'22 con cui batte di 9 centesimi la norvegese Ragnhild Mowinckel e di 47 la Vonn: "Non ho ancora realizzato, ero così concentrata sulla gara che non trovo neanche le parole. Sono molto orgogliosa. La vittoria la dedico a me stessa, al mio bel paese e alle persone che vogliono bene a Sofia indipendentemente dal fatto che vinca alle Olimpiadi.

Qui non ho sentito pressione, ero molto concentrata sulle cose che dovevo fare, soprattutto oggi. Non sarò mai la sciatrice che scende con classe, quando passo io faccio rumore come se suonassero mille chitarre. Ma sono così, e questo oro non mi cambierà. Resto Sofia, con la gente che mi avrebbe continuato a voler bene, ad amarmi anche se non avessi vinto questa medaglia”.

Il successo di PyeongChang nasce anche dalla lunga, difficile, attesa, dai 2 centesimi di distacco e di rabbia dalla solita Vonna nella discesa di Garmich -, la penultima di coppa del mondo prima dei Giochi, dopo altre “goggiate” -, dopo aver creato il dream team delle bergamasche con Michela Moioli, anche lei oro olimpico, nello snowboard cross. Dopo aver trovato l’alchimia negli ultimi due anni con Matteo Artina, 33 anni, bergamasco anche lui, controllore di volo mancato, perito aeronautico, laureto in Scienze Motorie e Fisioterapia e anche osteopata, che collabora anche con le federazioni di rugby, pesi, ginnastica e una società di karatè.

E la chiama “Pachi”, proprio come pachiderma: “Mi ha dovuto sprezzare: ho fatto solo sci, con lui ho imparato a far pesi perdendo peso, ho migliorato elasticità, coordinamento, equilibrio. Allenamenti duri, ma diversi, vari, a ritmo di musica, da Fedez a Puccini. «La musica fa bene, c'è un fondamento scientifico, il cervello reagisce allo stimolo sonoro e si difende potenziando la capacità di concentrazione. Mentre lavorare nel silenzio è alienante». Musica celestiale, come l’Inno di Mameli.

 

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Social network sì, ma con moderazione. E guai a inseguire qualche follower in più aggiungendo la parola olympics al proprio nome utente online. In Corea del Sud è in vigore il “vincolo olimpico” destinato ad atleti, membri delle delegazioni e giornalisti. Un documento di tre pagine in cui il Comitato Internazionale ha tracciato le linee guide che i protagonisti dei Giochi sono tenuti a rispettare online. Una sorta di netiquette che tuteli “i valori olimpici e i diritti altrui”.

Le foto solo con macchine non professionali

Per molti, partecipare ai Giochi Olimpici rappresenta il punto più alto della carriera sportiva. Giorni indimenticabili, vissuti tra impianti di allenamento, piste di gara e villaggio olimpico, immersi nel flusso delle emozioni, tra tensione, paura, gioia, o magari attimi di serenità. È quindi normale voler staccare la spina e trovare un momento di relax online, magari comunicando con i propri fan. Complice il fuso orario improbabile per gli atleti dell’Europa occidentale, la comunicazione viaggia sempre più via social network. Ma attenzione: è vietatissimo, ad esempio, postare o diffondere immagini e video delle strutture dove, per accedere, serve un biglietto oppure un accredito.

Niente scatti delle aree non pubbliche, come quelle scattate direttamente sulle piste oppure quelle nelle aree riservate ad atleti e allenatori. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma non lo è più in un’epoca costellata di selfie sui campi da calcio o negli spogliatoi della Nba. E ovviamente sono banditi tutti i post che includano propaganda politica, religiosa o razziale di qualsiasi forma. Le attività online devono essere “dignitose” e non contenere elementi “discriminatori, diffamatori, offensivi, o portatori di odio”. Ma è curioso sapere che foto, video e audio possono essere condivisi dagli atleti, ma a patto che siano fatti con mezzi non professionali.

Rischio espulsione dai Giochi

I cinque cardini del bonton in salsa olimpica sono “non violare la privacy altrui, non infrangere diritti intellettuali, non rivelare informazioni confidenziali circa persone o l’organizzazione dell’evento, non interferire con l’organizzazione delle cerimonie e del programma, e non violare le misure di sicurezza messe a punto per i Giochi”. Le regole ci sono e vanno rispettate: la conferma arriva direttamente da PyeongChang dove è impegnato anche l’atleta italiano Francesco Costa, elbano trentaduenne di Portoferraio, che nei prossimi giorni scenderà in pista con i compagni di bob a quattro.

“A Sochi, in Russia quattro anni fa, era già così. Ma bisogna stare attenti”. Già, altrimenti il rischio è quello di vedersi ritirato il pass e dire addio all’evento tanto sognato. “Il Cio può chiedere che venga cancellato il contenuto online e, in casi particolari, ritirare l’accredito, adire vie legali o imporre altre sanzioni”. Cari atleti, occhio a cosa postate. E guai a provare a fare pubblicità via social: è proibito l’uso commerciale degli scatti coreani, e quindi abbinare qualche marchio all’immagine di PyeongChang.

Sofia Goggia ha fatto la storia dello sci italiano. Con una prova strepitosa l'atleta azzurra ha vinto la discesa libera femminile alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang. Pettorale numero cinque, ha battuto l'amica favoritissima, l'americana Lindsey Vonn, che e' arrivata solo terza. E si è lasciata alle spalle, 9 centesimi davanti, la norvegese Ragnhild Mowinckel, medaglia d'argento. E' la prima italiana nella storia a vincere un oro Olimpico nella discesa. Sofia ha detto di sentirsi come "una samurai", dopo aver tagliato il traguardo con 1 minuto e 39.22 secondi. 

Chi è Sofia Goggia

nata a Bergamo il 15 novembre 1992. Ha iniziato a sciare a Foppolo fin da giovanissima, all’età di 3 anni, e da allora non si è più fermata nonostante alcuni gravi infortuni l'abbiano frenata in più occasioni. Oggi Sofia, che fa parte del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, è una sciatrice potente e polivalente, caratteristiche che le consentono di esprimersi ad alto livello in tutte le discipline dello sci alpino. Una peculiarità che le può consentire di puntare alla vittoria della Coppa del Mondo Generale.

La quattro differenti specialità che la vedono protagonista sono: Discesa, SuperG, Gigante e Combinata. Il suo esordio in Coppa del Mondo risale al 2011, e da allora Sofia ha continuato costantemente a migliorarsi, arrivando a essere oggi una delle principali protagoniste del circo bianco. Nella stagione 2016/2017 ha conquistato la medaglia di bronzo in Gigante ai Mondiali di Saint Moritz, mentre in Coppa del Mondo ha ottenuto 13 podi battendo il record di Debora Compagnoni di 11 podi in una sola stagione. Le sue due vittorie in Coppa del Mondo le ha ottenute a Jeongseon (Korea), in Discesa e SuperG. A queste si aggiungono i 6 secondi posti e i 5 terzi posti che le hanno permesso di conquistare 1197 punti nella Classifica Generale di Coppa del Mondo, terminando così la stagione al terzo posto assoluto.

Dopo un’annata ricca di grandi risultati ad attendere Sofia c'è una stagione altrettanto importante, che culminerà con le Olimpiadi Invernali di Pyeongchang (Corea del Sud) in programma dal 9 febbraio al 25 febbraio 2018. Studentessa di Scienze Politiche, la sua famiglia è composta da mamma Giuliana, insegnante, papà Ezio e il fratello Tommaso, entrambi ingegneri, e il suo cane di nome Belle.

Le altre regine delle nevi

 

Chi sono le tre 'regine delle nevi' che hanno portato lo sci italiano in vetta? Con quello di Sofia Goggia i nomi di Federica Brignone e Nadia Fanchini  destinati a restare nella storia per l'impresa compiuta a Bad Kleinkirchheim, dove hanno dipinto di azzurro il podio della discesa libera.

Negli annali resterà il loro inno di Mameli cantato a squarciagola e stonando senza ritegno, piene di felicità e di orgoglio 

Federica Brignone

E' nata a Milano 25 anni fa ma abita, da quando ha 6 anni, a La Salle, in Valle d’Aosta. E' figlia d’arte: la madre, Ninna Quario, è stata una delle componenti della Valanga Rosa a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Specialista nello slalom gigante (nel quale è stata vice-campionessa mondiale a Garmisch-Partenkirchen nel 2011), durante la sua carriera ha avuto modo di perfezionarsi molto anche nelle discipline veloci, ottenendo ottimi risultati in discesa libera e in super gigante. 

Il 17 dicembre 2012 la sua carriera ha subito un'interruzione, poiché ha deciso di operarsi per la rimozione di una ciste al malleolo che le procurava problemi da tempo[3]. È rientrata nella stagione 2013-2014 partecipando alla gara di gigante svoltasi a Sölden il 26 ottobre 2013, classificandosi 25ª.

Ai XXII Giochi olimpici invernali di Soči 2014 si è classificata 11ª nella supercombinata e non ha concluso né lo slalom gigante né lo slalom speciale. Ai successivi Mondiali di Vail/Beaver Creek 2015 è stata 19ª nello slalom speciale e non ha completato lo slalom gigante, mentre il 24 ottobre 2015 ha conquistato la sua prima vittoria in Coppa del Mondo, aggiudicandosi lo slalom gigante di Sölden. Ai Mondiali di Sankt Moritz 2017 si è classificata 8ª nel supergigante, 4ª nello slalom gigante, 24ª nello slalom speciale e 7ª nella combinata.

Il 19 marzo 2017 si aggiudica lo slalom gigante di Aspen, davanti alle compagne Sofia Goggia e Marta Bassino, in uno storico podio tutto tricolore, il cui unico precedente risale allo slalom gigante di Narvik del 1996 (Compagnoni, Panzanini, Kostner).

Nadia Franchini

E' nata il 25 giugno 1986, abita in Provincia di Brescia a Montecampione di Artogne in Val Camonica, appartiene al gruppo sportivo delle Fiamme Gialle, fa parte della Nazionale Italiana di sci alpino dal 2003 ed ha esordito in Coppa del Mondo il 13 dicembre 2003 in Alta Badia. Proprio due giorni prima del trionfo di Bad Kleinkirchheim, la sorella Elena – campionessa di sci come Nadia e come la più piccola Sabrina – aveva annunciato uno stop alle gare e agli allenamenti per curare un tumore.

Il primo podio in Coppa del Mondo lo ha ottenuto il 1 dicembre 2006 piazzandosi al terzo posto nella discesa libera di Lake Louise; sulla stessa pista, il 6 dicembre 2008, all’81esima gara di Coppa del Mondo della sua carriera, vince per la prima vittoria in Supergigante, dopo il secondo posto nella discesa di due giorni prima. La vittoria di un’italiana in supergigante mancava dal marzo 2003 (Karen Putzer a Lillehammer). Anche la sorella Elena aveva vinto a Lake Louise nel dicembre 2005 la sua prima gara di Coppa del Mondo.

Ai Mondiali in Val d’Isère del febbraio 2009 ha ottenuto un nono posto nel supergigante vinto dalla statunitense Lindsey Vonn, mentre nella discesa libera, vinta sempre dalla Vonn, è arrivata terza conquistando la medaglia di bronzo. Alla fine della stagione ha chiuso nona nella Coppa generale di Coppa del Mondo ma seconda nella classifica di supergigante, perdendo la Coppa di specialità proprio all’ultima gara.

Durante il supergigante di St. Moritz del 31 gennaio 2010, Nadia Fanchini è stata protagonista di una rovinosa caduta; nell’impatto con una porta ha riportato la lesione di entrambi i legamenti crociati e collaterali delle ginocchia. È questo l’infortunio più grave patito dalla sciatrice in carriera, che le ha impedito di partecipare alle Olimpiadi di Vancouver 2010.

In questa triste occasione passò alla “storia” la sua telefonata per tranquillizzare la sorella che sarebbe dovuta partire dopo di lei. Ancora dolorante mentre veniva soccorsa le riferì che non si trattava di nulla di grave e le diede anche preziosi consigli su come affrontare il tracciato.

La tenacia di Nadia nella lotta contro la sfortuna è famosa in tutto il Mondo, si è allenata alacremente per convincere i tecnici azzurri a disputare il 21 gennaio 2012 a Kraniska Gora (SLO) lo Slalom Gigante di Coppa del Mondo. Nella circostanza ha gareggiato per la prima volta insieme alla sorella Sabrina, avventura che si sta poi protraendo per tutta la stagione sia in Coppa del Mondo che in Coppa Europa.

L'italiana Sofia Goggia ha vinto la discesa libera femminile alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang. L'azzurra, pettorale numero cinque, ha battuto la favorita Lindsey Vonn, statunitense arrivata terza. Alle sue spalle la norvegese Ragnhild Mowinckel, medaglia d'argento. Fuori le altre tre italiane in gara: Nadia Fanchini, Federica Brignone e Nicol Delago.

E’ sempre più l’Olimpiade delle donne. Vincono soffrono, sorridono, piangono, lottano. Ecco, soprattutto, lottano. I loro volti, sempre bellissimi e intensi, spuntano fuori ovunque, continuamente. Dalla fantastica Arianna Fontana che riapre il medagliere azzurro che languiva e lancia l’ottava medaglia della spedizione, con il velocista Windisch, a Carolina Kostner tanto attesa all’ultima Olimpiade, dalle straordinarie star della danza, così belle e leggiadre e insieme forti, dall’olandese che per prima vince una medaglia in due specialità diverse dei Giochi alla giovanissima russa che vuole farsi regina ad appena 15 anni, a dispetto dello spettro doping che attanaglia il suo grande, misterioso, paese, alla invidiatissima Lindsey Vonn che cerca invece il suo Valentino nella vita e intanto il riscatto agonistico, alla regina annunciata Shiffrin di cui si sono perse le tracce, oppressa dalla pressione, alla indimenticabile quando sfortunata sostenitrice del freestyle alle Olimpiadi, Sarah Bourke, alle bobbiste di Giamaica e Nigeria, a Non Seon-yeong, caduta in gara e poi lasciata sola dalle compagne (Kim Bo-reum e Park Ji-woo) nei quarti dell’inseguimento a squadre di pattinaggio velocità, mentre piangeva sconsolata, e subito adottata da oltre 200mila che hanno firmato una petizione chiedendo l’espulsione dalla squadra delle pattinatrici implacabili. Viva le donne, proprio in quella Corea del Sud dove la donna ha un ruolo molto ma molto difficile, ed è ancora lontana dalla libertà delle star che sta ammirando in questa incredibile vacanza dalla realtà dei Giochi Invernali di PyeongChang.

Fontana nella storia

Ancora la fantastica Ary Fontana, la pioniera italiana dello short track, col bronzo nella staffetta a Torino 2006, che cresce e cresce di Olimpiade in Olimpiade, aumentando successi, gloria e credibilità. A Vancouver 2010 aveva firmato la prima medaglia olimpica individuale della specialità (bronzo nei 500 metri). A Sochi 2014, era diventata la prima plurimedagliata della disciplina, centrando un argento e due bronzi. A PyeongChang 2018, da portabandiera dell’apertura, ha firmato anche il primo oro di tutta la spedizione italiana ai Giochi Invernali e ora ha messo l’accento sull’entusiasmante argento in staffetta.

Carambola d'argento

I cambi della staffetta di short-track sono quanto di più caotico e pericoloso si possa immaginare. Normale che, con l’avvicinarsi dell’epilogo e l’aumentare di fatica e tensione, il solito smodato traffico, con troppa gente concentrata tutta insieme in pochi metri di pista per 3000 metri, a correre e spingersi e dribblare e scivolar via, in quella trottola impazzita di giri e giri uno dietro l’altro nell’ovale di gara, provochi scontri, cadute, scorrettezze, squalifiche. “Questo è lo short-track”, ripetono i saggi. Se ne avvantaggia l’Italia che, terza al traguardo, dietro Corea e Cina e davanti al Canada, dopo l’ecatombe di atlete a cinque giri dal termine, vede eliminare dalla giuria proprio cinesi – anche a Torino 2006 la loro squalifica promosse le azzurre – e canadesi. E conquista così un argento insperato, davanti all’Olanda ripescata addirittura sul podio come vincitrice della finale B (ma col nuovo record del mondo: 4’3”471). 

“Un casino, ma chissenefrega”

Certo, l’attesa del verdetto è concitata, è drammatica, è stracolma di tensione, è emozionante, è indimenticabile. Ma alla fine, è proprio come sentenzia l’eroina dello short-track, Ary Fontana da Sondrio, alla settimana medaglia olimpica: ”Alla fine è stato un casino, ho capito solo che abbiamo portato a casa l'argento. Non abbiamo capito bene cosa fosse successo, eravamo tutte concentrate sul continuare la gara. Ma siamo seconde, il resto chissenefrega. La medaglia in staffetta è tra le più belle perché è di tutta la squadra, anche delle ragazze che sono rimaste in Italia. Stiamo scrivendo un pezzo di storia, qualcosa che terremo sempre con noi”. Onore ad Arianna Fontana, Martina Valcepina, Lucia Peretti e Cecilia Maffei che in 4’15”9001, cedono alle padrone di casa (4’07”361), campionesse di staffetta per la sesta volta in otto edizioni olimpiche.

Jorien, prima doppia medaglia

In attesa della prove di Ester Ledecka nel “suo” snowboard, dopo aver sorpreso tutti col successo coi due sci nel superG, l’olandese Jorien ter Mors è diventata la prima donna ad aggiudicarsi due medaglie in due discipline diverse alla stessa Olimpiade: dopo l’oro nel pattinaggio velocità 1000 metri, ha conquistato il bronzo nella tumultuosa staffetta 3000 metri di short track.

Windisch, volata-bis di bronzo

Anche la staffetta della 10 km sprint di fondo, quella mista, formata da Dorothea Wierer, Lisa Vittozzie Lukas Hofer e Dominik Windisch, viene decisa dalla giuria. I tedeschi contestano inutilmente la volata del 28enne di Brunico, che supera sul traguardo Arnd Peiffer, e così l’Italia conferma il terzo posto di quattro anni fa a Sochi e Windisch vince altre due volte. Fa il bis della volata di bronzo individuale nella sprint e mantiene la promessa della vigilia: “Voglio vincere anche per le nostre ragazze della squadra che finora non ce l’hanno fatta”.

Le jour de gloire est arrivé 

L’oro della Francia nella 10 km sprint (1.08.34 e 4 penalità) davanti alla Norvegia (1.08.55 e 12 penalità) è nel segno dell’ultimo staffettista. Il simbolo del biathlon mondiale, Martin Fourcade, bello, bellissimo, sicuramente amato dalle donne, con quello sguardo fiero e cupo, ma sposatissimo da dieci anni con la sua Helene e amorevolissimo papà, rimonta con una facilità impressionante i 37” di svantaggio che aveva rispetto ai tedeschi, fa 10 centri pieni al poligono, scatta via in surplace in salita, scivola imprendibile in discesa, sprinta sul rettilineo, e chiude gli ultimi metri sventolando il tricolore. Con cinque ori olimpici, s’è assicurato il miglior medagliere olimpico di Francia (Giochi estivi compresi), secondo in assoluto a quelli invernali soltanto al leggendario norvegese Ole Einar Bjoerndalen, con 8.

Doping: terzo caso, hockeista sloveno 

Il doping è davvero il cancro dello sport. Il test a sorpresa durante gli allenamenti di Alina Zagitova, la 15enne russa candidata all’oro nell’individuale di pattinaggio su ghiaccio di figura, ha provocato molte proteste in merito alla tempistica del controllo e all’ingerenza nell’immediata vigilia alla gara. Ma la delegazione russa, targata a PeyongChang OAR (Olympian Atlethes form Russia), e privata della bandiera alla cerimonia d’apertura come alle gare, proprio per i 160 atleti esclusi dal Cio all’Olimpiade perché in odor di doping, ha dovuto confermare la positività al solito Meldonium anche all’analisi B del suo atleta, Kristin Sasklien, bronzo nel Curling insieme alla moglie (Anastasia Bryzgalova). Anche se non esclude che ci sia stato un sabotaggio magari di un rivale e rilancia la tesi, tanto cara a Maria Sharapova, dell’inutilità del Meldonium.

Mentre il norvegese Magnus Nedregotten, quarto alla gara della squadra mista, ha chiesto agli organizzatori dei Giochi e al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di velocizzare il processo in modo che, nel caso, lui e Kristin Sasklien, possano “ricevere la medaglia in questa Olimpiade, sarebbe sicuramente meglio che tra un anno”. Intanto, dopo il giapponese di short-track Kei Saito, i casi di positività all’antidoping salgono a tre: l’hockeista sloveno Ziga Jeglic è stato trovato positivo al Fenoterolo. Il 29enne difensore che aveva giocato tutt’e tre le prime partite, è stato bandito dai Giochi e ha sicuramente lasciato un segno sui compagni che hanno regalato alla Norvegia il primo successo ai Giochi Olimpici addirittura da Lillehammer 1994.

Due coppie strepitose, un solo oro…

Super programma corto per i canadesi, record del mondo grazie al libero per i francesi: dopo una gara leggendaria, bellissima, a livello altissimo, l’oro della coppia di danza va a Moulin Rouge che batte Beethoven, cioé ai nordamericani Tessa Virtue e Scott Moir che battono i transalpini Gabriella Papadakis e Guillaume Cizeron per l’assoluta perfezione del loro sincronismo, che vale il minino distacco finale: 206.07 a 205.28. Così, dopo il trionfo di Vancouver 2010, firmano un clamoroso bis – solo i russi Oksana Grishuk-Evgeny Platov, tra Lillehammer 1994 e Nagano 1998, s’erano aggiudicati due titoli a cinque cerchi – e, coi due argenti di Sochi 2014, più l’oro nella gara a squadre di PyeongChang, i portabandiera canadesi dei Giochi in Corea entrano nella leggenda, dopo 20 nanni di pattinaggio insieme, come la coppia più medagliata di sempre. Anche se il futuro è dei secondi, rispettivamente 22 e 23 anni. Terzi i fratelli Usa, Maia Shibutani-Alex Shibutani,  sesti gli azzurri Cappellini-Lanotte, come a Sochi quattro anni fa: "Ci siamo scontrati con una generazione di fenomeni". 

In onore di Sarah

Cassie Sharpe vince l’oro dell’halfpipe ma vorrebbe dividerlo in tanti pezzi. Uno lo darebbe sicuramente al Canada. Un altro alla donna che l’ha spinta a far sport, Sarah Burke, la sponsor di questa disciplina all’Olimpiade. La venticinquenne di Calgary ha vinto l’ottavo oro canadese a PyeongChang lasciando l’argento a Marie Martinod, come quattro anni fa a Sochi, un’altra che non finirà mai di ringraziare la Burke. A 33 anni, la mammina francese che di giorno cambiava i pannolini e di donne lavorava in una discoteca, è rientrata alle gare solo perché la Bourke, nel 2011, ha bussato alla sua porta e l’ha spinta a riallenarsi per i Giochi. Dove il freestyle esordiva nel 2014 grazie proprio alla sua grandissima spinta. Anche se lei non ha potuto gustarsi il doppio trionfo, da atleta e da sponsor: è morta dopo un incidente in allenamento. Durante la gara di PyeongChang, la Martinod ha fermato la Sharpe prima dell’ultima run quando c’erano ancora appena 3.2 punti a separare l’oro dall’argento. ”Marie mi ha detto: “Penso che hai la capacità di portare avanti quello che Sarah stava facendo, le dobbiamo tutti dire grazie, io stessa non sarei qui a fare queste cose se lei non m’avesse spinto”. Forse, sotto sotto, voleva disorientare la rivale, di sicuro l’ha caricata a fare una super run finale. In nome di Sarah.

Vai, Carolina!

Sveglia con Carolina Kostner che, a 31 anni, cerca il podio del pattinaggio artistico per chiudere al meglio la carriera, dopo il bronzo di Sochi 2014. Due posti sembrano sicuri per le russe Medvedeva e Zagitova, e le candidate all’ultimo sono tante: da Kaetlyn Osmond a Gabrielle DAleman, a Mirai Nagasu, la terza donna di sempre ad effettuare perfettamente un triplo Axel alle Olimpiadi, la prima americana. Team sprint a tecnica libera coi compagni azzurri di sempre Dietmar “Didi” Noeckler e Federico Pellegrino per una medaglia. Lindsey Vonn è attesa alla riscossa nella libera dopo le prime gare dei Giochi e la rinuncia di Sochi 2014 per l’infortunio al ginocchio, così come la nostra Goggia. Nove battaglie nello snowboard coi canadesi McMorris e Parrot a darsi battaglia per l’oro. E il bob della Giamaica che, dopo la fuga dell’allenatrice tre giorni fa che s’era portata via anche il bob presto in affitto, hanno trovato uno sponsor finanziatore, e sperando fare meglio dei colleghi uomini. Che, ai Giochi 1988, urtarono e di fermarono prima del traguardo. A garanzia c’è il pilota, Jazmine Fenlator, che ha gareggiato per gli Usa all’Ultima Olimpiade, ma ha poi abbracciato il passaporto del padre per poter fare anche quest’altra esperienza ai Giochi. Di buon auspicio anche il settimo posto di gennaio a Innsbruck. Anche se per l’oro sono candidati Canada, Usa e Germania.

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Follia in uno dei più sentiti derby del calcio brasiliano: la sfida tra Vitoria e Bahia, valevole per il Campeonato Baiano, è stata interrotta sul punteggio di 1-1 per una mega-rissa e le successive tensioni che hanno spinto l'arbitro a estrarre nove cartellini rossi nel giro di 20 minuti. Il putiferio si è scatenato dopo il rigore trasformato dagli ospiti del Bahia a inizio ripresa, che ha ristabilito la parità: Vinicius, dopo aver segnato, si è lasciato andare a un balletto irriverente sotto la curva del Vitoria. Immediatamente il portiere Fernando Miguel e altri giocatori della squadra di casa si sono scagliati contro il centrocampista, innescando una rissa in cui Vinicius ha preso un pugno in faccia.

L'arbitro Jailson Macedo de Freitas ha impiegato 16 minuti a ristabilire la calma e ha espulso sette giocatori, quattro del Bahia (Vinicius e Lucas Fonseca più Edson Rodrigo e Becao che erano intervenuti dalla panchina) oltre a Kanu, Denilson eRhayner del Vitoria. Poi arrivano altre due espulsioni per la squadra di casa (Uillian Correa e Bruno Bispo per doppia ammonizione dopo le proteste per la cacciata del compagna) che lasciano il Vitoria in sei. A quel punto l'arbitro ha sospeso la partita come da regolamento (sette è il numero minimo per poter giocare) e ha assegnato la vittoria a tavolino al Bahia. E pensare che Vitoria-Bahia doveva essere il "derby della pace", il primo con la presenza di entrambe le tifoserie dopo sei in cui non erano stati ammesse quelle ospiti. 

Scandalo i Giochi. Non uno, ma almeno tre, forse addirittura quattro. Il mondo si interroga inutilmente sul nuovo caso doping, e ancora per Meldonium – un farmaco che copre altri farmaci – degli atleti russi.

Ma se il Cio è stato costretto ad escludere ufficialmente la Russia dai Giochi Invernali è chiaro che la cultura doping in quel Paese è talmente vasta, antica e radicata da non poter essere estirpata in quattro e quattr’otto. E non stupitevi se succede nel Curling: provateci voi a restare concentrati per ore e giorni a “scopare” e a tirar dritta e giusta, sul ghiaccio, una boccia dietro l’altra, rimanendo in equilibrio, con migliaia di matti che ti urlano attorno, dai compagni di squadra agli spettatori.

È sport anche quello, non è un gioco, anche lì si assegnano medaglie, come ben sa Alexander Krushelnitsky, bronzo con la bella mogliettina Anastasia Bryzgalova. Che, col suo comportamento, rischia però seriamente che la Russia, presente ai Giochi con 168 atleti – terzo contingente più numeroso, dopo Canada e Usa, malgrado altri 160 non siano stati ammessi – senza la propria bandiera e con la sigla come OAR (Olympian Athletes from Russia), non sfili nemmeno alla cerimonia di chiusura con la propria bandiera (fra l’altro non ha ancora pagato la multa di 13 milioni di euro per finanziare l’antidoping…).

Scandalo è anche il seno di Gabriella Papadakis che, all’improvviso, senza malizia, spunta fuori dal vestitino appuntato male, durante l’esibizione di danza a coppie. Scandalo è l’espulsione del fidanzato del fenomeno Mikaela Shiffrion, il collega francese Mathieu Faivre: ha tradito lo spirito olimpico, la squadra, lo stare insieme. E non è scandaloso che, a fine gara, i duri contendenti dell’hockey non si stringano più la mano?

Vive la France!

Il Gangneung Ice Center si riempie spesso di tutti i 24mila posti per il pattinaggio su ghiaccio, che è uno degli sport più amati e spettacolari. Figuratevi lo choc dell’esibizione della 22enne francese di chiare origini greche Gabriella Papadakis quando il suo vestitino è caduto lasciando il seno scoperto nel bel mezzo dell’esercizio insieme al partner Guillaume Cizeron. “Me ne sono accorta subito, certo, e ho potuto solo pregare, ma certo mi ha distratto molto. È il peggior incubo di un’Olimpiade. Ma mi sono detta: “Devi continuare”. L’ho fatto, e dobbiamo essere orgogliosi, io e il mio compagno, per la bella prova che abbiamo fatto – secondi nel programma corto con 81.93 – tenendo conto delle circostanze”. Non è il primo spogliarello ai Giochi di PyeongChang, aveva aperto le “danze” Yura Min. L che, grazie alle radici coreane, insieme al partner, Alexander Gamelin, americano come lei, ha preso la cittadinanza del paese ospitante che rappresenta all’Olimpiade. In attesa del programma libero che stanotte assegna le medaglie, guidano la gara le star canadesi, Tessa Virtue e Scott Moir che fissano il nuovo record mondiale con 83.67.
La coppia italiana Cappellini-Lanotte è a poco più di un punto dal podio virtuale con 76.57, nuovo record italiano ritoccato a se stessi. 

Qua la mano, no grazie!

Il comitato organizzatore dei Giochi ha annunciato altri 8 casi del norovirus, che nano portato il totale a 283, di cui 49 ancora in quarantena. Fra i più recenti, c’è il padre dell’hockeista Usa, James Wisniewski. Da cui la decisione dei dirigenti di evitare che i giocatori si stringano la mano, com’è tradizione, a fine partita, proprio evitare la trasmissione del virus. Vale solo per gli uomini, le hockeiste Usa donne continuano a stringere le mani con le avversarie, l’hanno fatto anche dopo il 5-0 alla Finlandia, che le ha portate alla finale per l’oro, mercoledì contro gli Stati Uniti, per la quinta volta in sei edizioni dell’hockey femminile olimpico.

Il gruppo è sacro: cacciato

Lo sciatore francese Mathieu Faivre, famoso come fidanzato della fenomenale collega Usa Mikaela Shiffrin, è stato rispedito in patria dal suo comitato olimpico per le aspre critiche espresse a caldo dopo il Gigante di domenica. “Rientra a casa per motivi disciplinari. Doipp la gara ha fatto delle critiche che non sono nello spirito della squadra e non sarà considerato per la gara a squadre… Sono qui per gareggiare solo per me stesso”. Commentando il sesto posto individuale alla luce del successivo impegno a squadre, il 26enne, che pure aveva contribuito all’oro coi compagni ai campionati del mondo dell’anno scorso a St Moritz, aveva detto: “Se solo sapessi che cosa penso del collettivo di gruppo…”. Poi aveva chiesto scusa, spiegando che aveva reagito così perché “disgustato del risultato individuale, ero convinto di aver sciato bene nella seconda manche e quando ho visto dov’ero finito ho avuto come uno schiaffo in faccia”. Il secondo gli è arrivato subito dopo.

Ester: no libera sci, sì snowboard

Dopo aver scritto la storia delle Olimpiadi Invernali, vincendo il superG di sci – miglior risultato personale coi due sci in 19 gare di coppa del Mondo – , la snowboardista ceca Ester Ledecka diventa anche la prima regina olimpica a disertare la successiva libera, da Diann Roffe nel 1994. Preferisce concentrarsi per il parallelo di Snowboard di giovedì, dove punta all’oro.

Due Coree, rilancio 2022

La Federhockey mondiale appoggia la proposta di un bis delle due Coree unite in un’unica nazionale di hockey donne anche all’Olimpiade del 2022. Il risultato sportivo, cioè le quattro sconfitte, realizzando appena un gol, non inficiano la virtuale medaglia d’oro in diplomazia dell’esperimento con 12 giocatrici del Nord integrate nel nucleo di 23 delle giocatrici del Sud appena due settimane prima dei Giochi.

Un bacio più che d’oro

Come digerire le brutte prove olimpiche? Il 33enne statunitense Ted Ligetydue, due ori olimpici (Torino 2006 e Sochi 2014), cinque mondiali e cinque coppe del Mondo di Gigante, mastica amaro per il 15° posto di PeyongChang, ma si rifà con “Il punto luminoso del giorno”, il figlioletto Jax, di 8 mesi, che lo bacia e lo abbraccia. Niente slalom, rientra in Europa per la coppa del Mondo.

Manuale anti-bulli

“I bulli vogliono esattamente questo: che ti difendi. E io non lo faccio, io sono sempre la stessa: sto con la schiena dritta, coi miei valori, e non ho intenzione di arrendermi. Non voglio urlare ancora una volta le mie opinioni, ma non ho cambiato idea. È dura, ma non vado sui social media, magari posto qualcosa, ma non cerco niente. Cerco sempre di ricordare che questa è gente che parla dietro un computer e non dice nulla, mentre io sto passando un bel momento, all’Olimpiade mi sto divertendo, la mia famiglia è qui e mi ama. Ovviamente, c’è qualcuno che mi odia, spera che cada da un crepaccio e muoia. Tranquilli, non lo farò. Li prendo per quello che sono, a un certo punto, ti fai una risata e chiudi dicendo che è semplicemente una cosa totalmente ridicola”. Questa è la lezione di Lindsey Vonn contro gli sciacalli del web che si stanno accanendo contro di lei, dopo le tirate contro Donald Trump. “Rappresento il popolo degli Stati Uniti, non il presidente”, aveva dichiarato a dicembre annunciando che, in caso di medaglia d’oro ai Giochi, non avrebbe fatto visita alla Casa Bianca.

Bob, secondo oro alla pari

Per la seconda volta alle Olimpiadi vengono assegnati due ori nel bob due. Il missile del Canada, Justin Kripps-Alexander Kopacz, e quello della Germania, Francesco Friedrich-Thorsten Margis, hanno infatti fissato entrambe il cronometro a 3’16”86 secondi, conquistando tutti e due il primo gradino del podio a cinque cerchi. È la terza volta che succede alle Olimpiadi: Canada e Italia avevano diviso l’oro anche nel 1998, dopo che, nel 1968, l’Italia, pur finendo alla pari con la Germania, si era vista riconoscere il gradino più alto del podio per la discesa più veloce di Monti. A PeyongChang, bronzo alla Lettonia, con Oskars Melbardis e Janis Strenga, ad appena 5/100: l’ordine d’arrivo più serrato della storia olimpica. Com’era già chiaro nelle qualificazioni, con 5 bob racchiusi in meno di 0.13 secondi. Una situazione insolita nella storia dei Giochi, ma che s’era verificata appena tre giorni fa con cinque slittini racchiusi in 0.23 secondi che si sono giocati la finali dello Skeleton donne.

In nome del fratello

All’Olimpiade ci sono storie di tutti i tipi, una delle più toccanti è quella del campione del mondo degli Aerials di Freestyle, il 23enne statunitense Jonathan Lillis, che ha gareggiato a PyeongChang con la tuta del fratello 17enne, Mikey, morto il 17 ottobre nel sonno, e a Pechino 2022 sogna di partecipare con Chris, il fratello di mezzo, atleta freestyle anche lui, al momento fermo per infortunio. Perché gareggiare alle Olimpiadi era il sogno di tutti e tre e almeno potranno viverlo in due. Il messaggio? “Devi usare i momenti positivi della vita come ispirazione e dimostrazione che puoi dare il meglio, e devi utilizzare quelli più difficili come spinta ancor più forte e come motivazione per fare il meglio che puoi”.

Medagliere, “volo” Norvegia 

Undici oro, nove argenti, otto bronzi. Il salto a squadre dal trampolino grande fa sprintare la Norvegia in testa al medagliere olimpico, davanti alla Germania (10-6-4): Daniel Tande, Andreas Stjernen, Johann Forfang e Robert Johansson arrivano al totale di 1098.5 contro 1075.7 dei tedeschi e 1072.4 dei polacchi, con Kamil Stoch. Decisvo il salto finale di 136 metri di Johansson, alla terza medaglia personale, dopo il bronzo individuale nel trampolino grande e piccolo, come solo l’austriaco Gregor Schlierenzauer nel 2010. Poco prima, la Norvegia aveva vinto anche i 500 metri di pattinaggio velocità con Havard Lorentzen in 34"41 (nuovo record olimpico), con  il coreano Min Kyu Cha ad appena 1/100 e il cinese Tingyu Gao a 24.

Staffette, riscatto azzurro?

Domattina, sveglia con le medaglie di Pattinaggio di coppie, della danza, e la chance di Cappellini-Lanotte. Short-track di fuoco con le padroni di casa che cercano il bis di Sochi nei 3000 metri. Halfpipe di freestyle con favorita la statunitense Maddie Bowman, olimpionica uscente che dal 2013 ha vinto 5 volte su 6 gli X Games superpipe, antagonista la compagna di squadra Sigourney. Italia a caccia di rivince nelle staffette, nel biathlon donne, con Wierer, Vittozzi, Windisch e Hofer, con chance di podio con la staffetta femminile dello short track, Fontana, Valpecina, Peretti, Maffei, con le qualificazioni dei 1000 con Ary Fontana.

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