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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Gino Castaldo, giornalista di Repubblica e scrittore.

 

Si potrebbe partire da un paradosso, dicendo che le più rappresentative canzoni italiane del 1968 sono quelle degli anni successivi, perché per la musica quell’anno fu soprattutto un’incredibile semina, che germogliò col tempo, a meno che non pensiamo a quel furore di lotta che generò slogan pronti e già fatti per essere cantati a squarciagola nelle strade dei cortei: 'Contessa' per intenderci.

In realtà c’erano già all’opera Guccini e De André. Guccini aveva inventato le prime canzoni di “coscienza” vagamente politica, 'Dio è morto' sopra ogni altra, e poi 'Auschwitz', mentre De Andrè declinava il suo lessico antiborghese dal suo eremo intellettuale, al riparo da piazze e concerti.

Di segni però ce n’erano tanti, perfino a Sanremo, dove per la prima volta, anche per espiare il senso di colpa dovuto al suicidio di Tenco dell’anno precedente, vinse un cantautore, l’elegante e rigoroso Sergio Endrigo. Ma in realtà ci sono almeno due canzoni esemplari, apparentemente lontane da tutto quello che suonava sessantottino, e che invece dicono tanto di quell’anno, di quel periodo, delle trasformazioni profonde e irreversibili che stavano scuotendo la trama storica e sociale del nostro paese.

Roma, Adriano Celentano si reca alla conferenza stampa per film Serafino con la moglie Claudia Mori, primo ottobre 1968. Agi

La prima si intitola 'Vengo anch’io', uscì a marzo e la cantava il più stralunato e irriverente dei cantanti, il milanese Enzo Jannacci, che di solito parlava di emarginati, poveracci, barboni e squilibrati. Ma per l’appunto si era nel 1968, e anche quello spiritoso “vengo anch’io, no tu no”, sembrava alludere a desideri di partecipazione, ironici e dissacranti, anche se il testo fu in realtà censurato, con l’accordo dell’autore, perché in origine molto ma molto più violento, estremo, eppure, grazie anche a quel minimo di cautela, l’esito fu clamoroso.

Il pezzo andò in classifica, e anche questa novità portava la firma del 1968. A maggio uscì l’altra prodezza, un colpo di genio firmato da Paolo Conte e Vito Pallavicini, intitolato 'Azzurro', e a portarlo dritto nel cuore e nell’immaginario collettivo degli italiani fu Adriano Celentano. La canzone non parlava del 1968 eppure sembra catturarne l’essenza, così come a volte fanno le canzoni, con quello che non dicono, ovvero con un gigantesco sottotesto. Dietro le strofe di Azzurro, dietro lo spaesato e malinconico marito rimasto in città in piena estate, che rimpiange esotismi e storie mai cominciate, c’è tutto un mondo di cambiamenti, c’è una società in cammino, “che all’incontrario va” esattamente come il treno dei desideri, tutto ribaltato, vecchio e nuovo, passato e presente, famiglia e solitudini. Ovviamente sotto un cielo completamente azzurro.

 

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Palazzo dei Papi, poi dei Savoia e poi del presidente della Repubblica, il Quirinale resta, mentre tutto passa, cambiano epoche, cadono regimi. E ogni momento, nelle stanze in cui è passata la storia, è stato misurato dallo scorrere delle lancette di più di duecento pendole e orologi.

Si tratta della più importante collezione italiana di questi veri e propri gioielli di meccanica ed ebanisteria, costruiti dal 1600 al secolo scorso e raccolti prevalentemente dalla casa regnante sabauda. Tutti gli esemplari custoditi al Quirinale, in prevalenza di manifattura francese, sono perfettamente funzionanti, mantenuti ancora oggi da ricercatissimi artigiani, che non solo conservano, ma aggiustano ricreando ingranaggi usurati che sono impossibili da trovare sul mercato.

Grazie a loro è nata una vera e propria 'diplomazia degli orologi'. Più di una volta, infatti, i capi di Stato ospiti del presidente della Repubblica hanno avuto modo di ammirare i preziosi soprammobili e di spiegare che anche loro, nei loro palazzi, ne avevano di simili ma… Irrimediabilmente rotti. E purtroppo, a dispetto dell'estetica, non c'è nulla di più proverbialmente inutile di un orologio rotto.

Guarda qui la gallery degli orologi

Sergio Mattarella si è allora offerto di inviare, come novelli agenti speciali, gli orologiai e gli ebanisti del Colle, per restituire il ticchettio alle sale presidenziali dei paesi alleati. Piccoli gesti, sicuramente, ma molto apprezzati dai Presidenti amici, e vetrina dell'eccellenza degli artigiani italiani.

Da venerdì 4, quarantotto degli esemplari più rari e curiosi saranno esposti al pubblico, in una mostra che resterà aperta fino al 1 luglio. “Il Quirinale ”Casa degli italiani“, ha spiegato Mattarella inaugurando la mostra, accoglie il pubblico conducendolo alla scoperta di un inestimabile patrimonio artistico e svela la maestria di chi presta la sua opera nella sede della Presidenza della Repubblica”.

Tra i più pregiati  orologi, per lo più raccolti dalla casa Sabauda dalle regge preunitarie, la cassa della Manifattura Granducale fiorentina, creata nel 1692 per Cosimo III de Medici. Ma anche la pendola a torre dell'inglese Robert Higgs, presente fin dall'epoca dei Papi. Si passa dallo stile rocaille al gusto per le chinoiserie tipico della metà del Settecento francese. Spicca poi lo stile Impero, i molti esemplari figurativi del periodo del Congresso di Vienna e infine lo stile ottocentesco borghese. Complice il restauro, è esposto anche un pregiato orologio firmato da Gilles Martinot, l'orologiaio di Luigi XIV,  'esploso' e cioè aperto per poter ammirare i delicatissimi meccanismi. Un video racconta l'arte del restauro, per un piccolo tesoro, noto ai collezionisti di tutto il mondo ma sconosciuto al pubblico, almeno fino a ora.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Paolo Pombeni, storico e politologo.

Quando una data diventa simbolica e viene interpretata come un tornante in qualche modo storico significa ovviamente che ha lasciato qualcosa. Certo non si può ridurre tutto alla nostalgia dei vent’anni o giù di lì dei protagonisti che ora hanno sulle spalle cinquant’anni in più e che non possono dimenticare una stagione che li aveva visti protagonisti e, come si suole dire, sbattuti in prima pagina su giornali e telegiornali.

Il fatto è che il ’68 non può essere considerato un evento unitario. Ce ne sono stati molti, a seconda dei diversi contesti geografici, culturali, sociali, economici. Li ha uniti la concentrazione temporale più o meno in quell’anno e il fatto che ognuno di essi non poteva fare a meno di riferirsi agli altri.

Essendoci stati molti ’68, molte sono le cose rimaste, anche se non è sempre semplice cogliere le continuità. Allora, tanto per dire, non esistevano né Internet, né i telefoni cellulari, cioè due fenomeni che oggi sono intimamente connessi con il fatto di essere giovani. Eppure allora come oggi esisteva quello che si chiama il disagio giovanile, il senso che una generazione avverte di essere sulle soglie di un mondo diverso da quello in cui avrebbero voluto educarla a vivere.

Roma, la scalinata della facoltà di Giurisprudenza della Sapienza prima della carica della Polizia, 16 marzo. Carlo Riccardi/Archivio Riccardi

Così tornano le grandi domande, che a ben vedere possono anche essere quelle che ciclicamente si ripetono nella storia, ma che diventano un problema collettivo, persino angosciante, nei momenti in cui si avverte il tramonto definitivo del mondo di ieri.

Ecco dunque cosa è rimasto del ’68: le grandi domande che in modo confuso si è posta una generazione e a cui ha dato delle prime risposte confuse.

Ci si è chiesto se aveva un senso l’autoritarismo con cui si governa una società chiedendole di non farsi domande perché chi di dovere aveva già a disposizione un prontuario di risposte. Ma se quello non serviva a niente, non è che con ciò cessasse il bisogno di avere l’autorità delle guide, che adesso chiamiamo leader perché l’inglese è la lingua della nuova koiné.

Ci si è domandato se essere uomo o donna lo si potesse inquadrare nei ruoli trasmessi dalla tradizione, ma poi si è scoperto che la loro semplice cancellazione finiva per lasciare senza ruoli. E così è stato per il problema del significato da dare al lavoro, alla partecipazione politica, alla fede religiosa, ai rapporti tra i popoli, alle capacità dei singoli e a quelle delle comunità. Tante domande che hanno avuto come risposta molte volte l’utopia, molte altre il regresso in un passato appena riverniciato con i colori fasulli del nuovo di moda.

Il fatto è che ciò che resta del ’68 è stata l’intuizione che si stava entrando in una nuova grande transizione storica che avrebbe cambiato i connotati di tutti i sistemi in cui le persone si trovano a vivere. Quell’intuizione è stata validata da quanto è accaduto nel mezzo secolo che ci separa dal quel mitico anno, ma le domande che allora scuotevano le menti delle giovani generazioni sono rimaste drammaticamente in campo, sia pure con qualche inevitabile mutamento ed evoluzione.

Quel che rimane del ’68 è la necessità e il dovere di dare finalmente una risposta stabilizzatrice e capace di progresso alle domande che furono poste allora.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, AGI Agenzia Italia ricostruisce l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando questa affascinante mostra fotografica e multimediale che sarà allestita presso il Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018.

La mostra a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è resa possibile dalle numerose fotografie provenienti dall’archivio storico di AGI e completata con gli altrettanto numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Getty Images, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

L’iniziativa, che nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quell’affascinante storia che ha messo le radici dell’odierno.

Da qui, AGI ha ricreato un archivio storico quanto più completo del ’68 attraverso le immagini simbolo dell’epoca. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda.

Lavorando a questo progetto ci siamo resi conto che questo archivio potrà essere completato soltanto attraverso il vostro aiuto e con le foto nascoste nelle vostre case.

Proprio per questo abbiamo deciso di lanciare il CONTEST #ILMIO68, un momento per  le famiglie per riunirsi, riaprire gli album dei ricordi e condividere con noi il più significativo; che darà così vita ad un rarissimo mosaico di immagini che unito al percorso dell’evento potrà rendere il racconto dell’Italia di quell’anno ancora più intimo, autentico e ricco di emozioni.

Partecipa anche tu!

Basta condividere su Facebook, Twitter o Instagram la foto più significativa del tuo '68 usando l’hashtag #ILMIO68 o inviare una e-mail  all'indirizzo dir@agi.it indicando nell'oggetto #ILMIO68. Inoltre è necessario specificare luogo, data e una piccola descrizione di un massimo di 80 caratteri.

La tua foto avrà la possibilità di essere selezionata, inserita in un monitor in modalità slideshow all’interno di una parete espositiva della mostra e contribuire alla storia di questo racconto straordinario.

Il contest durerà fino a venerdì 3 agosto  e le foto verranno aggiornate sul monitor della mostra  con cadenza mensile.

Tutte le immagini selezionate verranno anche inserite in una gallery dedicata sul nostro sito web.

Le tre foto più significative scelte  dalla giuria, composta rispettivamente  da  Riccardo Luna (direttore AGI) e Marco Pratellesi, (condirettore AGI)  vinceranno il catalogo della mostra curato da Agi Agenzia Italia in collaborazione con Treccani.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Xavier Baron e Jaques Flopp, giornalisti dell'Afp, L'Agence France-Presse, prima agenzia di stampa francese e una delle più importanti del mondo.

Il “Maggio ‘68” ha rappresentato il più grande movimento di contestazione sociale, politica e culturale del XX secolo in Francia, assumendo dei tratti di una rivoluzione. La sua nascita coincide con lo sviluppo di altri movimenti libertari in tutto il mondo e segna un punto di rottura fondamentale nella storia della società francese, tradizionalmente organizzata attorno all’autorità dello Stato, alla famiglia e alla Chiesa. Partito dagli studenti che reclamavano una liberalizzazione dei costumi, il moto di protesta conquista rapidamente altri strati della società, e in particolare gli operai, che per due mesi mettono in atto “la più grande ondata di scioperi della storia francese”, come afferma Xavier Vigna, docente di Storia presso l’Università della Borgogna.

Gli scioperi generali nelle fabbriche e le manifestazioni di massa nelle strade si moltiplicano. Il potere fa intervenire le forze dell’ordine e gli scontri, talvolta estremamente violenti, provocano numerosi morti e centinaia di feriti gravi in entrambi gli schieramenti. Il movimento scuote il potere del presidente Charles De Gaulle, che scioglie l’Assemblea nazionale e successivamente indice nuove elezioni, in occasione delle quali si assisterà a un trionfo dei candidati gollisti. Le negoziazioni che conducono agli accordi di Grenelle riescono a ottenere un aumento del 35% del salario minimo garantito e del 10% in media dei salari reali.

Pur senza sfociare in una rivoluzione, gli avvenimenti del maggio 1968 hanno lasciato un segno profondo nella società francese, rimettendone in discussione i valori tradizionali e provocando uno spostamento, per il meglio e per il peggio, verso la modernità. Cinquant’anni dopo le barricate del Quartiere latino di Parigi e l’occupazione degli stabilimenti Renault, l’eredità del Maggio francese resta ancora controversa, ma secondo un sondaggio comparso all’inizio di febbraio, il 79% dei francesi ritiene che il movimento abbia avuto delle ricadute positive.

Forbach, Il leader studentesco francese Daniel Cohn-Bendit e manifestanti tedeschi tengono una protesta al confine franco-tedesco, 25 maggio.

Come è stato raccontato

Ognuno di noi vive in diretta l’attualità del Mondo. L’eruzione di un vulcano che distrugge una città intera, il colpo di Stato che cambierà il destino di un paese, il campione sportivo che batte un nuovo record, tutti entrano immediatamente nelle nostre case attraverso la Radio, la Televisione, la Stampa, i Social Medias, senza considerare ne distanze ne luoghi ne tempo.

Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza le agenzie di stampa. “Giornali dei giornali”, “grossisti” dell’informazione. Le agenzie vegliano permanentemente tutti i luoghi del Mondo e si impegnano a raccogliere, a distribuire ovunque e a chiunque un Informazione affidabile della quale siamo diventati bulimici.

Nel Maggio 1968, come abbiamo visto, un clima di contestazione si è abbattuto su tutta la Francia. Mentre tutto il paese era paralizzato dalle manifestazioni e dagli scioperi, il lavoro dell’AFP* continuava.

La gran parte del personale de l’Agence ritenne che, viste le circostanze che il paese stava attraversando, la missione de l’AFP fosse più che mai di continuare ad informare il Mondo. I servizi di produzione erano sovraccarichi di lavoro, in particolare il Servizio Politico dove arrivavano migliaia di dichiarazioni e comunicati stampa che intasavano le linee e sommergevano le scrivanie. Arrivavano anche giornalisti volontari che aiutavano i redattori del servizio Informazioni Generali, tanti  passarono le notti in strada nel quartiere Latino (a Parigi) oppure davanti alle fabbriche in sciopero.

 

*Nel ristretto club delle agenzie mondiali, l’Agence France-Presse occupa una posizione speciale. La più vecchia agenzia di stampa fondata nel 1835 è anche la sola a non essere anglosassone. L’Agence France-Presse è un’agenzia di stampa mondiale che fornisce un’informazione tempestiva, affidabile e completa su tutti gli avvenimenti di attualità internazionale, con contenuti fotografici, video, testo, multimedia e infografici.

Dai teatri di guerra alla politica, dallo sport allo spettacolo fino ai grandi sviluppi in materia di sanità, scienza e tecnologia. I suoi 2.400 giornalisti di 80 diverse nazionalità distribuiti in 151 Paesi documentano tutti i giorni l’attualità da tutto il Mondo in 6 lingue, 24 ore su 24.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis.
 

Il lavoro del Censis d’interpretazione della società italiana ha come riferimento culturale un’idea di sviluppo il cui architrave è la continuità della nostra evoluzione sociale, con fenomeni non occasionali ma di lunga durata, con la progressiva affermazione di nuovi soggetti e della società reale lungo un processo senza rotture epocali, avanzando fuori da ogni rimozione o distorsione del primato della cronaca.

Gli anni intorno al ’68 sembrerebbero smentire questo primato della continuità, anzi sono stati vissuti da molti come una grande discontinuità, la prima vera discontinuità (o ambizione di discontinuità) dopo il fervido continuismo della ricostruzione postbellica, della rinascita dell’Italia, del miracolo economico e della crescita dei redditi e dei consumi. In realtà essi non creano nuove dinamiche sociali, provvedono piuttosto a segnare la fine di una società semplice, di pochi soggetti, chiusa; e l’inizio di una società complessa, caratterizzata dalla molteplicità e variabilità di spinte allo sviluppo e alla mobilità sociale. Alla fine, quasi per paradosso quegli anni rendono tutti consapevoli che l’Italia è un sistema silenziosamente e profondamente continuista, il frutto del carattere adattativo del nostro sistema sociale.

Nel rileggere i testi dei Rapporti Censis sulla situazione sociale del Paese degli anni tra il 1967 e il 1969 ritroviamo la presa d’atto dei prodromi, ma anche la decifrazione degli esiti, di quei vigorosi processi di affermazione a cui tutti, appartenenti a ogni ceto sociale e a ogni realtà locale, eravamo chiamati per migliorare le nostre condizioni economiche e sociali. Processi la cui spontanea vitalità ha portato la nostra società ad affidarsi, ancora oggi, alla sua vitale sicurezza e alla continuata riappropriazione della sua identità collettiva.

In quel periodo sono andate maturando tensioni che covavano nelle pieghe di un decennale processo di sviluppo, ma la loro più intensa capacità di pressione,  nei confronti dell’opinione pubblica e del potere politico, le fa avvertire come nuove rispetto alle discussioni fino ad allora abituali.

Dal dopoguerra in avanti la dinamica sociale e i relativi contrasti e conflitti, anche violenti, seguivano uno schema semplificato (battaglie contadine, lotte sindacali, rivendicazioni salariali), poi, a fine anni ’60 i fenomeni si accavallano tra loro, i processi di evoluzione diventano interdipendenti, i meccanismi spontanei sono spesso più incisivi degli interventi che dovrebbero controllarli, il bisogno di specificità tecnica mette in crisi le grandi intuizioni politiche e le linee di riforma semplici e suggestive.

La nostra vita inizia ad assumere caratteristiche tali da garantire meccanismi di mobilità e di promozione sociale sempre più ampi e specifici. Sussistono ancora notevoli chiusure nei processi di avanzamento economico e sociale, ma prende vigore la progressiva liberazione dalle rigidità sociali e dalle incrostazioni culturali accumulate con i secoli, dove i problemi non sono riducibili a schemi tradizionali di pensiero e di azione.

Roma, famiglie senza casa occupano un gruppo di palazzi nel quartiere popolare di Val Melaina, giugno/luglio. Mimmo Frassineti/AGF

La congiuntura sociale, che l’Italia inizia ad attraversare, si presenta in termini oscuri, talvolta ambigui o ambivalenti, e richiede un bagaglio e una forza culturale e politica che non tutti i soggetti della vita sociale (gruppi, istituzioni, individui) sembrano possedere. I fenomeni sociali, che sembrano allora di tipo congiunturale, avranno effetti più profondi in mancanza di un’azione che li risolva guardando al futuro.

Le principali tensioni sociali, ormai profondamente strutturali, di quegli anni possono riassumersi in quattro gruppi: tensioni allo sviluppo economico-sociale di tipo individuale (mobilità professionale e sociale, aumento dei consumi, miglioramento delle condizioni di vita); tensioni connesse alla crescente esigenza di partecipazione a tutti i livelli; tensioni derivanti dalla crescente marginalizzazione di alcuni gruppi sociali; tensioni legate a problemi di efficienza e di razionalizzazione degli interventi sociali.

Ricordiamo tutti che negli anni precedenti il ’68 vi era stata una grande intensificazione dei meccanismi individuali di promozione: lo sviluppo del reddito, l’aumento dei livelli d’istruzione, la crescente possibilità di progredire nella professione, la crescita dei consumi. Ma ampie quote di popolazione, che invece avvertono spinte crescenti all’avanzamento individuale, ne restano ancora escluse. I livelli di remunerazione di numerosi gruppi sociali sono ancora molto bassi; malgrado l’elevato tasso di aumento della scolarità, gli studi universitari sono quasi proibiti ai giovani degli strati sociali meno abbienti; i processi di promozione sociale comportano a volte troppo rilevanti costi individuali (si pensi ai tanti problemi personali e familiari che accompagnano i processi migratori interni) e tante frustrazioni legate alla rigidità delle formule e delle tecniche di organizzazione aziendale. Maturano allora e si manifestano, a volte con violenza, profonde insoddisfazioni individuali.

Certo dalla metà degli anni cinquanta in avanti, il nostro contraddittorio sviluppo ha prodotto e potenziato diversi canali di promozione sociale e ha creato ampi spazi di impegno e crescita individuale; ma è fin troppo noto che la promozione individuale mette in moto la tensione a individuare obiettivi e valori comuni, azioni collettive a cui partecipare. È quindi da rilevare che il ‘68 ha visto maturare la coscienza dei limiti dei processi individuali ed ha affermato l’istanza a una maggiore partecipazione, a tutti i livelli. Dalla cosiddetta protesta giovanile parte la domanda di partecipazione alle decisioni sulla vita universitaria; i fermenti nella scuola traggono forza dall’affermarsi dei diritti e dell’importanza nei rapporti dell’istituzione scolastica con le famiglie ed il corpo insegnante; l’attenzione sindacale si estende dai temi salariali a quelli di politica economica, agli interventi di settore, alla disciplina del lavoro; la crisi del governo locale si esprime al suo interno, dove sono obsoleti gli strumenti politici, e nella domanda di maggior peso nelle sedi centrali di decisione.

Spinte e tensioni alla partecipazione che tendono ad acquistare un andamento sussultorio e potenzialmente eversivo, nella misura in cui non trovano un interlocutore pubblico in grado di costituire la controparte di un rapporto dialettico, e quindi rinserrato in una logica o di assenso o di rifiuto.

Il problema della partecipazione s’intreccia con un altro grave problema la cui maturazione è andata di pari passo con il progetto di sviluppo economico degli anni intorno al 1968: la crescente marginalizzazione di alcuni gruppi sociali. I giovani di estrazione borghese, per il troppo lungo percorso universitario come per la difficoltà a trovare un lavoro, si scoprono in una posizione fragile e rispondono con atteggiamenti culturali che esaltano questa loro marginalità; nel settore terziario e in quello industriale la popolazione femminile è spinta ai margini dalla più bassa dinamica di occupazione rispetto a quella maschile; le zone di esodo degli emigranti o la marginalità geografica di molte province tagliano fuori aree e popolazioni dai processi di modernizzazione e di sviluppo in favore della concentrazione nelle periferie metropolitane.

La crescente tensione dovuta alla marginalizzazione e l’impegno politico volto ad evitare che essa divenga nel tempo insostenibile mostrano l’ulteriore tensione che, intorno al ‘68,  è andata accumulandosi: il malcontento sull’efficienza e sui limiti dell’azione sociale dello Stato. Nonostante lo sforzo fatto dalla metà degli anni cinquanta per colmare lacune di fondo e per dare efficienza tecnica alla quota, rapidamente ascendente, di risorse pubbliche rimane una larga fascia di bisogni ancora scoperti o non adeguatamente soddisfatti. Qualificare e razionalizzare i percorsi educativi della scuola e dell’università; rivedere trattamenti salariali, previdenziali e assistenziali; negoziare le condizioni di lavoro; contrastare l’espulsione tecnologica e sostenere la disoccupazione sono solo alcuni esempi dei vuoti da coprire con un non eccelso intervento pubblico.

Su questi quattro gruppi di tensione la dinamica sociale, volutamente discontinua degli anni intorno al ‘61 impone una riflessione unitaria su tematiche che sono a cavallo tra più ambiti di intervento, un approccio globale allo sviluppo sociale di fronte a tensioni e situazioni ambivalenti, piene di vecchi e nuovi squilibri e di prospettive diverse. E in questa domanda di visione generale e sistemica sta la presa d’atto dei prodromi della società in trasformazione, dopo anni di società semplice e di congiuntura economica. Tensioni nuove, a volte violente altre silenziose, sbriciolano le incrostazioni precedenti e chiedono un più complesso modo di affrontare i problemi.

Un’organica sintesi della realtà e dello sviluppo sociale è, oggi come allora, tutt’altro che agevole. L’Italia del ’68 e dei primi mesi del ’69 dimostra che, alla congiuntura sociale, la politica e l’intervento pubblico sono impreparati. Laddove il sistema ha trovato una propria interna forza e solidità, la dispersione degli assi di tensione sociale  ha reso più forti i meccanismi automatici di sviluppo, come l’ansia individuale di miglioramento o come il ripensamento strutturale dei rapporti di potere tra le diverse componenti sociali. Non bastano più l’intervento dall’alto o la messa in moto delle cinghie interne di trasmissione: il ’68 dimostra che la ricchezza della nostra società e il suo ulteriore arricchimento dipendono, in misura quasi esclusiva, dalla capacità di aumentare pluralismo e vitalità dei soggetti sociali. Con la conseguente crescente frantumazione delle solidarietà di tipo collettivo e con tensioni che diventano somme di egoismi, problemi, mali oscuri di tipo soggettivo.

Resta, dopo il ’68, una domanda di cambiamento senza proposte e offerte, senza linee di mediazione, una società complessa nella quale tutto ha continuato a cambiare, in un complessivo e complesso arricchimento. E le tensioni del ’68 apriranno allo spontaneismo degli anni Settanta, alla proliferazione delle imprese e del localismo economico, alla conquista di nuovi diritti e nuove libertà individuali, alla voglia individuale e molecolare di fare lo sviluppo; tutti fenomeni di importanza storica, ma che gli anni successivi non riuscirono a saldare in una lunga deriva di condensazione del potere e della dialettica sociopolitica.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Giuseppe Patota, linguista, professore ordinario di Storia della lingua italiana presso l'Università degli Studi di Siena.

 

La fitta lista delle voci generate o rigenerate da ciò che accadde nel ‘68 riguarda in primo luogo – come ha segnalato Leonardo Rossi in un suo bel libro – la politica, territorio variegato in cui trovarono spazio non solo forme d’incontro e militanza paragonabili a quelle tradizionali, come il sit-in, la manifestazione (termine già attestato nell’Ottocento) e l’assemblea di fabbrica, ma anche esperienze inedite come il collettivo (un sovietismo), la comune (una parola ottocentesca tornata in auge in seguito all’esperienza delle comuni maoiste), l’occupazione, l’autogestione e, ahimé, la lotta armata.

Nacquero anche nuove forme di comunicazione politica: non solo il comizio (o il discorso parlamentare), ma anche il volantino, il tazebao (o dazebao: parola cinese che indicava il ‘manifesto murale’) e soprattutto lo slogan, in cui a lungo si esercitò “la fantasia al potere”. Caratteristica comune a tutte queste forme di comunicazione fu il desiderio di differenziarsi da quello che di lì a qualche anno sarebbe stato qualificato come l’oscuro “politichese”. Come è noto, le nuove galassie politiche contrapposte alle rappresentanze ufficiali della sinistra furono genericamente indicate come sinistra extraparlamentare. Richiamandoci a questa espressione, potremmo qualificare la lingua di queste esperienze come un italiano extraparlamentare, varietà che influenzò molto anche il linguaggio politico tradizionale, prima di tutto con l’ampliamento dei suoi più tipici procedimenti di composizione e derivazione: spuntarono come funghi verbi terminanti in -izzare (da ghettizzare a gambizzare) e nomi e aggettivi terminanti in -ismo e in -ista: assemblearismo, movimentista, neocapitalista e, ahimé, brigatista.

Roma, occupazione facoltà di Magistero, 12 febbraio. Carlo Riccardi/ Archivio Riccardi

Un grande impulso ebbero poi i suffissati in -aro e -arolo, di provenienza romana: gruppettaro, rockettaro, bombarolo e così via. Proliferarono le sigle di partiti, movimenti e sindacati: a sinistra e a destra della CGIL, della FIOM e del PCI nacquero LC (cioè Lotta Continua), Potop (Potere operaio) e CL, cioè “Comunione e Liberazione”, il contrario di LC, linguisticamente e politicamente. Da queste sigle ebbero origine decine di derivati: ricorderemo il figicciotto (il ragazzo iscritto alla FGCI) e il ciellino (il militante di CL), affiancandovi, doverosamente, i derivati dalla data fatidica: sessantottino, sessantottesco, sessantottismo e sessantottista.

Fiorirono locuzioni che in seguito avrebbero popolato quello che Ornella Castellani Pollidori definì “l’italiano di plastica”: i vari a monte, a valle, al limite, oggettivo e oggettivamente, fare chiarezza, portare avanti, contraddizioni e così via. Eppure, agli inizi dell’esperienza sessantottina, queste parole avevano suscitato una sana reazione di ripulsa da parte degli studenti, capaci di scrivere su una lavagna della facoltà di Architettura occupata a Roma: “I signori oratori si astengano dal pronunciare le seguenti parole: a livello, strumentalizzazione, al limite, demistificazione, documento, sensibilizzazione, discorso, momento, nelle strutture, non a caso, nella misura in cui”.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è un contributo di Openpolis, osservatorio civico della politica italiana che si occupa di accesso ai dati pubblici.

1968: gli anni del centrosinistra

Le elezioni del 19 e 20 maggio del 1968 sono il banco di prova per i partiti che nei precedenti 5 anni hanno governato il Paese, DC – PSI – PSDI – PRI. Il sistema elettorale è il proporzionale puro, pertanto ognuno fa la propria campagna elettorale e le alleanze si trasformano in coalizioni direttamente in parlamento.  Complessivamente i partiti del centrosinistra ottengono una solida maggioranza, oltre il 55% dei voti si traducono nel 58% di seggi parlamentari. I consensi persi dal PSI e dal PSDI – che si presentano unificati – sono recuperati da PRI e DC, primo partito con il 39%.


Roma, Pertini davanti alla Camera dei Deputati il giorno della sua elezione a presidente, 5 giugno

Le opposizioni di sinistra si rafforzano, alla Camera al PCI (quasi 27%) si aggiunge il buon risultato del PSIUP (4,4%). Al Senato le liste uniche dei due partiti raggiungono il 30%. Calano invece i partiti di destra, con i liberali intorno al 6% e i missini al 4,5%. Per l’ultima volta sono eletti in Parlamento esponenti monarchici, 6 alla Camera e 2 al Senato.

2018: tre poli contrapposti

Con il voto del 4 marzo 2018 le scelte dei cittadini si distribuiscono fra tre poli contrapposti, non consegnando a nessuno una maggioranza parlamentare per governare. Viene adottato un sistema elettorale misto – il 37% dei seggi è assegnato con il maggioritario e il 63% con il proporzionale – che prevede la possibilità di presentare singole liste e coalizioni. Se la prima coalizione è con il 37% dei voti il centro-destra – dove brilla il risultato della Lega con oltre il 17% -, il primo partito è il M5S con oltre il 32%.

Molto distante il centro-sinistra che organizzato intorno al PD arriva al 22%. Fuori dalla coalizione delude anche la lista di sinistra, LEU che supera di poco il 3%.

Verso la terza repubblica

Prosegue la lunga fase di transizione verso un nuovo sistema politico in Italia, periodo iniziato nel 2011 con la caduta del IV governo Berlusconi. Le attese di rinnovamento da parte dei cittadini sono riposte nel Parlamento più giovane, con più donne e con più ricambio della storia repubblicana. 

Attenzione però a non confondere la forma con la sostanza. Per i nuovi protagonisti della politica italiana la sfida è innovare metodo e pratica politica.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Giulia Morini, direttrice di Radioimmaginaria.

Quando sento parlare del ’68, mi accorgo di non saperne abbastanza. Penso che faccia parte di quella lunga serie di argomenti che non si affrontano mai nel programma di storia, a scuola, ma che effettivamente sarebbero quelli più importanti da sapere, che ci aiuterebbero a capire molto di più del mondo in cui viviamo oggi.

Un’immagine che mi viene in mente sempre quando si parla del Sessantotto è la folla di persone, studenti, operai e altre fasce della società, riempire le strade. Persone che stavano in piedi e protestavano per qualcosa che non andava bene, che volevano cambiare. Molto spesso a noi adolescenti viene proprio fatto notare questo: che se anche una cosa non ci piace, se una legge non è giusta, se siamo contro un’idea o un partito politico, l’idea di trovarci per far casino, per protestare, non ci viene in mente. Sembra che non ce ne importi nulla. In realtà non è così.


Washington, la folla della “March for our lives” contro l’uso delle armi negli Stati Uniti, 24 marzo 2018. 

Io faccio parte da tanti anni di Radioimmaginaria, un network europeo che mette davanti a tutto la parola di noi adolescenti. E non scendiamo in piazza a protestare, non aspettatevi che mai lo faremo, perché non è nelle nostre corde, non è una modalità che ci appartiene. Ma la nostra voce la facciamo sentire, attraverso la radio, attraverso il nostro pensiero non intrappolato nelle immagini, nei video e nei social. Sembrerà assurdo, ma ci siamo presi il compito di fare una piccola rivoluzione, come tanti hanno fatto nel ‘68, e far capire a tutti che un mondo senza adolescenti non deve più esistere, che per costruire un futuro migliore è importante ascoltare anche noi, perché vorremmo essere influenti sulle questioni che ci riguardano.

Perché, anche se non possiamo ancora votare, siamo noi quelli che abiteranno il futuro. In questi giorni in America tantissimi ragazzi di ogni scuola stanno protestando contro l’uso non regolamentato delle armi. Stanno creando un movimento potentissimo e lottano per la vita. Ho letto articoli, mi sono informata e mi è dispiaciuto non essere stata lì con loro a condividere e far sentire la mia voce. E forse quello che ci accumuna, noi e quelli che nel 68 c’erano, è proprio questo sentimento di unione sotto un unico obiettivo: far valere le nostre idee, anche se a volte sembra difficile avere la sensazione di diventare influenti.

"Quelli che hanno fatto il 68” come dice mio nonno, hanno cambiato il mondo in cui viviamo, e finché anche noi continueremo a combattere per i nostri sogni, un legame con noi io ce lo vedo. Questo è la sensazione che mi rimane del Sessantotto. Nel mio piccolo, spero di portare un po’ di rivoluzione anche nella mia vita.

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Vincenzo Vita, giornalista e politico.

 

Il Sessantotto non è una ricorrenza o un anniversario. Se è per questo, infatti, lo è già stato, almeno quattro volte. E’ vero che cinquant’anni fanno una cifra tonda, ma l’occasione che celebriamo ha in sé qualcosa di più e di diverso.

Se da un lato, infatti, il generale clima culturale sembra collocarsi all’opposto della temperie di quella stagione, neppure si può escludere che qualcosa di simile stia incubando. Il cielo grigio del pensiero omologato o del mainstream  dominante sembra non reggere: gli squarci si intravvedono, eccome.

Già la politica ha avuto i suoi sconvolgimenti, ma si avverte – sotto la superficie dei segni – una traccia di complessiva e profonda metamorfosi. Del resto, la storia procede per salti e quando meno te l’aspetti la rottura si appalesa. La disaffezione verso la sfera pubblica e l’amarezza diffusa di cui ci parla il Rapporto del Censis evocano cambiamenti radicali.

Parigi, giovani donne sfilano durante la manifestazione del Labour Day organizzata dalla CGT e dal Partito Comunista, 1 maggio. (foto AFP)

In fondo, il ’68 nacque proprio come contestazione dell’ordine culturale costituito, prima ancora che come movimento della e nella politica. Lunga fu l’incubazione lungo un decennio ricco di presagi e di contenuti “eversivi”: i mitici anni Sessanta. E poi, dal ’66 (e sì, il ’68 iniziò almeno due anni prima) presero il via le sequenze di lotte, occupazioni, iniziative che cambiarono il corso delle cose.

Nulla rimase come prima. Ecco il punto essenziale. Nella seconda metà dei ’70 già la parabola fu discendente e tuttavia lo spirito del periodo “caldo” permeò per vari lustri usi, modelli, consumi di una società che cominciò a laicizzarsi, a riscoprire l’intelletto generale. Statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, decreti delegati nella scuola, equo canone, abolizione dei manicomi con Basaglia, legge Gozzini sulle carceri, riforma della Rai non ci sarebbero stati senza quella rivoluzione un po’ operaia e un po’ borghese. Solo il femminismo, e non a caso, ha avuto sempre specificità e autonomia.

Il ’68, dunque, è una metafora del sogno che si avvera, dell’utopia che fa capolino nella realtà, del gusto di riappropriarsi di teorie che oltrepassino la quotidianità. Non c’è “retrotopia” in queste considerazioni, bensì l’esigenza di riabilitare un passaggio glorioso: non una scadenza rituale; o persino agiografica, ora che il ricordo è sbiadito dal tempo e non mette paura all’eterno benpensante.

E’ importante raccontare la cronaca che diviene storia – come vuole la mostra – attraverso le immagini. La fotografia e i documenti audiovisivi ci costringono alla verità, che le parole scritte possono eludere, aggirare o addolcire. Un momento tanto cruciale si coglie non solo per tabulas, ma pure attraverso le espressioni del volto, i vestiti, le capigliature, la gestualità dei corpi. E si vede qualcosa in profonda trasformazione, determinato a sovvertire un vecchio ordine. Un mutante. In Italia e nel mondo, perché quello fu il primo caso di effettiva globalizzazione. Le pantere nere e Martin Luther King insegnavano ai bianchi che l’aria serena dell’Ovest era scossa e attraversata da fiumi carsici. Belli e possibili.

 

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