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AGI – è morto il cantante e attore Gianni Nazzaro, al secolo Giovanni Nazzaro. Aveva 72 anni. Era ricoverato da qualche settimana nel Policlinico Gemelli, a Roma, e da tempo lottava contro una grave malattia. A darne notizia attraverso la sua pagina social è l’amica e presentatrice Paola Delli Colli che con il suo ‘Festival Italia in Musica’ era solita ospitare il poliedrico artista napoletano autore di successi che sono rimasti nella storia della musica italiana: da “Quanto è bella lei’ a ‘Senza luce/Estate senza te’, per citare solo alcuni dei tantissimi brani.

Nazzaro lascia la compagna Nadia Ovcina, il padre Erminio e i figli Giorgia, David, Mattia e Gianni Junior. Risale a una ventina di giorni fa la sua ultima intervista. 

AGI – Sono 24 le città italiane che hanno presentato la manifestazione d’interesse al ministero della Cultura per partecipare al titolo di Capitale italiana della cultura per l’anno 2024. Quasi identica distribuzione geografica tra le diverse zone del Paese con 7 città al centro, 7 al nord e 10 tra sud e isole. Siracusa sarà l’unico capoluogo di provincia siciliano a partecipare.

“Si tratta di una precisa scelta di valorizzazione del nostro Patrimonio culturale unico e già inserito nella Whl Unesco. Adesso coinvolgeremo l’intera Città in un progetto inclusivo che avrà il suo punto di forza nel meraviglioso esempio di stratificazione storica e culturale che rappresentiamo, dal 734 a.C.. Un progetto che saprà raccontare ciò che Siracusa di grande rappresenta”, dicono il sindaco Francesco Italia e l’asssessore alla Cultura e al Patrimonio Unesco Fabio Granata, che hanno sottoscritto la manifestazione di interesse indirizzata al ministero ai Beni culturali e che dovrà essere integrata con un dossier sulla importanza storica e culturale della Città. “Coinvolgeremo i cittadini, le associazioni e le principali istituzioni della città per un traguardo ambizioso, ma non velleitario”, concludono.

Nel 2014 fu Matera

Il titolo di Capitale italiana della cultura nasce dalla vivace e partecipata competizione che culminò il 17 ottobre 2014 nella designazione di Matera Capitale europea della cultura 2019. L’impegno, la creatività e la passione che avevano portato le sei finaliste a costruire dei dossier di candidatura di elevata qualità progettuale convinsero il governo a proclamare le altre cinque concorrenti, ossia Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, capitali italiane della Cultura 2015 e a indire contestualmente una selezione per individuare, a partire dal 2016, la città meritevole di questo titolo.

La prima prescelta fu Mantova, a cui seguirono Pistoia nel 2017, Palermo nel 2018 e Parma nel 2020, titolo prorogato anche nel 2021 a causa dell’emergenza pandemica. Nel 2022 sarà Procida, mentre nel 2023 sarà il turno di Bergamo e Brescia. “La storia pluriennale di questa sfida ha dimostrato tutta la capacità della cultura di mettere in moto dei meccanismi virtuosi e percorsi di valorizzazione di tutte le città al di là della vincitrice”, afferma il ministro Dario Franceschini.

Questo l’elenco delle città che hanno presentato la domanda per il 2024: Ala (Trento); Aliano (Matera); Ascoli Piceno; Asolo (Treviso); Burgio (Agrigento); Capistrano (Vibo Valentia); Chioggia (Venezia); Cittadella (Padova); Conversano (Bari); Diamante (Cosenza); Gioia dei Marsi (L’Aquila); Grosseto; La Maddalena (Sassari); Mesagne (Brindisi); Pesaro (Pesaro e Urbino); Pordenone; Saluzzo (Cuneo); Sestri Levante (Genova); Siracusa; Unione Comuni Montani Amiata Grossetana (Grosseto); Unione Comuni Paestum-Alto Cilento (Salerno); Viareggio (Lucca); Vicenza; Vinci (Firenze). 

AGI – Sommersa nella laguna di Venezia c’è un’antica strada romana. Ne danno annuncio sulla rivista Scientific Reports gli scienziati dell’Istituto di Scienze Marine di Venezia (Ismar), che hanno rinvenuto le prove di questa via tramite rilevazioni sonar.

In epoca romana, spiegano gli autori, vaste aree della laguna oggi sommerse erano accessibili via terra. Sono stati trovati manufatti romani nelle isole e nei corsi d’acqua, ma non era chiaro il legame tra questi reperti e l’occupazione da parte del popolo di Roma.

Il team, guidato da Fantina Madricardo, ha mappato il fondale tramite sonar, scoprendo 12 strutture archeologiche allineate in direzione nord-est per 1.140 metri, in un’area nota come Canale di Treporti.

Le strutture, alte fino a 52,7 metri e lunghe fino a 134,8 metri, rappresenterebbero le evidenze più concrete della presenza di un antico corso romano percorribile.

Gli scienziati ipotizzano che la più grande di queste strutture sia stato un molo. I dati raccolti in precedenza suggeriscono che la strada si posi su un terreno sabbioso, che durante l’epoca romana si trovava al livello del mare.

Questi ritrovamenti, concludono gli autori, indicano che moltissimo tempo fa un insediamento romano stabile potrebbe aver percorso il Canale di Treponti, e la strada potrebbe essere stata collegata a una più ampia rete, utilizzata da viaggiatori e marinai per attraversare la laguna e quella che oggi è la città di Chioggia. 

“Ricostruire l’incendio di Roma è come scrivere una detective story”. Solo che l’intrigo è ipotetico ancorché veritiero, e le prove sono in fumo da duemila anni. Alberto Angela, volto più che noto della divulgazione scientifica, ripercorre i nove giorni del 64 d.C. che, a partire dal 18 luglio, hanno raso al suolo la capitale dell’Impero. L’inferno su Roma è il secondo volume della trilogia su Nerone edita da Harper&Collins: in una data speciale del festival A Tutto Volume di Ragusa, la storia del fuoco su Roma è stata presentata come un film. Agi ha incontrato l’autore.

Il 18 luglio del 64 d.C. si registra forse la prima e più grande fake news della storia: Roma brucia, e l’imperatore è ritenuto responsabile.

È avvenuto nei due sensi: Nerone ha accusato ingiustamente i cristiani, e lui stesso è stato vittima di fake news per la storia, che lo ha dipinto come un principe nero, spietato. Ma né lui né i cristiani sono stati i responsabili dell’incendio. Gli storici sono concordi nel ritenere che il più grande incendio della storia di Roma sia stato un caso, avvenuto in condizioni precise: giornate caldissime, in una città che era quasi interamente fatta di legno. E soprattutto: l’innesco è avvenuto tra i magazzini del Circo Massimo, il più grande deposito di legna di Roma, di notte. Il giorno dopo soffiò il vento, e fu la fine. Roma bruciò per nove giorni.

Lei immagina una lucerna caduta di mano a una ragazza in fuga da un’aggressione, ma potrebbe essere stata qualunque altra cosa. Che Roma era?

Una città da un milione di abitanti. Gli incendi erano facilissimi: si stima che ogni dieci/quindici anni se ne registrasse uno molto grave. Di certo sappiamo che quello del 18 luglio è avvenuto di notte, in una zona che di giorno era molto frequentata, piena di negozi, mentre di notte diventava un bassofondo di Roma, popolato da prostitute, veggenti, pieno di bettole frequentate da ubriachi. Potrebbe essere stata una rissa.

Tutto ma non Nerone, insomma.

Non Nerone. Innanzitutto perché non aveva motivo per dar fuoco a Roma, e poi perché non gli conveniva. Era la città che lui amava, aveva la forza del popolo per tenerla in suo potere perché questo, diversamente dai senatori, stava dalla sua parte. Poteva dar fuoco al popolo che gli garantiva il potere? Incendiando poi anche tante cose che amava: i suoi palazzi, le collezioni, lo stesso Circo Massimo. Le fonti ci dicono che anzi è tornato in fretta da Anzio, dove si trovava in quei giorni, per cercare di aiutare: aprì i suoi palazzi per accogliere gli sfollati. C’è poi un altro fatto cui si pensa poco: nessuno poteva immaginare che incendiando qualche palazzo avrebbe preso fuoco tutta la città.

Un evento pari solo a Pompei, nell’immaginario storico?

Con la differenza che Pompei era una piccola cittadina, mentre questa era la capitale dell’Impero. Quello che mi ha stupito è che nessuno abbia scritto una grande opera su questo evento. Ci sono studi fatti, e bene, da autori esteri, ma sono alti un dito. Credo sia perché gli scavi archeologici non sono stati come quelli di Pompei, e i dati sono pochi. Perciò abbiamo contattato non solo chi ha fatto gli scavi, ma anche vigili del fuoco, metereologi: per ricostruire tutte le circostanze e metterle a sistema.

Una ricostruzione scientifica.

Sì, lo stile è quello di un romanzo per rendere la lettura più piacevole, ma dentro è tutto vero. Anche le persone: i nomi vengono da lapidi, da epigrafi, e si riferiscono a persone che erano a Roma. È affascinante ricostruire come da quel caso sia stata scritta tutta la storia successiva: anche il Vaticano, è sorto dove lo vediamo ora perché dopo l’incendio Nerone radunò i cristiani oltre il Tevere, per punirli davanti al popolo. Su quelle tombe, su quella di Pietro, si è poi concentrata quella comunità.

Quanto ancora resta da scoprire, sotto la Roma che calpestiamo?

Tanto. Ci sono “due Rome”: una è quella che vediamo, i resti della Roma imperiale di marmo, Sotto di essi c’è la Roma che è andata a fuoco, i cui ruderi sono stati livellati e abbattuti per costruire la Roma di Traiano e di Adriano. Non ci pensiamo, ma quella che è comparsa è la Roma di Cesare e di Augusto. In questo senso Nerone ha rifatto una nuova Roma secondo un piano regolatore razionale, è stato un innovatore.

Lei sa di aver creato un fenomeno: migliaia di ragazzi si interessano ai temi della storia e dell’arte seguendo i suoi programmi. Qual è la chiave della narrazione?

Il coinvolgimento. Ci sono due aspetti: il primo è il contenuto, che deve essere nutritivo per la mente. Perché si possa divulgare deve essere appetibile. Come un bel piatto: qualcosa che ti faccia dire “ne voglio ancora”. Quello che trasmettiamo è fondamentale perché è scienza, qualcosa che di solito risulta indigesto. I trattati sembrano spesso scritti da esperti per esperti, tagliando fuori parte di pubblico. Questa è la divulgazione: un libro di archeologia, scritto come un romanzo. Come una detective story: ricerchi i dati di persone che hanno vissuto un fatto storico reale, e li leghi.

Ricerca lunga.

Non sono stato solo: su tutti mi ha aiutato Emilio Quinto. Il piacere è fare qualcosa che non è mai stato fatto. Ci si è occupati dell’incendio, di Nerone, e dei cristiani. Ma mai di ciò che li univa.

AGI – Dare una nuova veste alla cattedrale di San Lorenzo di Perugia, grazie al restauro della facciata, che consentirà di restituirle la bellezza originaria nell’arco di due anni.

E’ stato presentato il 15 luglio il progetto di restauro del duomo del capoluogo umbro, voluto dal cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e Città della Pieve e presidente della Cei, che ha preso forma grazie all’impegno economico della fondazione Brunello e Federica Cucinelli e al know how di Eni Gas e Luce, che offrirà la piattaforma tecnica e supporto per la parte finanziaria, permettendo di sfruttare il ‘bonus facciate’ al 90%, contenuto nel Decreto rilancio.

Un progetto dal valore complessivo di 7 milioni e mezzo, come è stato spiegato dall’imprenditore del cashmere, che prevede tre step. Il primo stralcio di lavori è partito già il 12 luglio e sarà completato intorno alla fine di dicembre.

La rimessa a nuovo della cattedrale, che per il cardinal Bassetti è un “simbolo spirituale e centro nevralgico della vita civile della città, che unisce tutti i perugini”, è un segnale di ripresa post pandemia.

“Mi auguro che questo sia un segno,  il percorso che non si era fatto in millenni è stato fatto in una settimana – ha spiegato il prelato, esprimendo soddisfazione per la rapida realizzazione del piano – c’è stato grande impegno da parte della fondazione di Eni, cui esprimo gratitudine”.

I fondi sono stati stanziati da Brunello Cucinelli, che da anni è mecenate in Umbria, finanziando il restauro di molti monumenti della sua regione. Quello di custodire la bellezza della cattedrale, considerata “un gioiello dell’umanità”, è per l’imprenditore “la realizzazione di un sogno. Diceva John Ruskin – ha proseguito – che la custodia dei monumenti è un atto di alta moralità e rispetto per la storia e mi affascina pensare che in questo caso quello che stiamo custodendo è simbolo altissimo di arte e della spiritualità di tutto un popolo”.

Ma proteggere i nostri beni culturali “dovrebbe animare ciascuno di noi”. Eni Gas e Luce ha messo a disposizione le proprie imprese partner per la realizzazione dei lavori, ma si occuperà anche della supervisione dei cantieri e ne acquisterà il relativo credito fiscale, per compensare gran parte degli oneri necessari per la realizzazione degli interventi, grazie alle detrazioni fiscali.

“Siamo onorati di contribuire a questa iniziativa, grazie alla lungimiranza del cardinal Bassetti e al mecenatismo di Cucinelli – ha detto l’amministratore delegato della società, Alberto Chiarini –  so quanto un monumento di questo tipo accomuna tutta la città. La nostra società è attenta all’impatto positivo sulle comunità”. Il restauro della facciata della chiesa di San Lorenzo nasce all’interno dell’iniziativa di Eni gas e Luce ‘CappottoMio’, che si occupa di efficientamento energetico e dall’avvio del superbonus ha portato ad aprire quasi 600 cantieri per 500 milioni di investimenti.

La cattedrale di Perugia è uno dei siti più antichi d’Italia

La cattedrale di Perugia fu progettata nel 1300 e finita dopo un secolo e mezzo, ma la decorazione esterna non fu mai completata. “E’ uno dei siti più antichi d’Italia, un edificio dall’aspetto rustico, grezzo – ha sottolineato il cardinale Bassetti – che richiama la precarietà dell’esistenza, il non finito rappresenta l’incompletezza umana, che in Dio raggiunge pienezza e splendore”.

I lavori in programma prevedono il restauro conservativo delle facciate frontali e laterali, della scalinata esterna e del monumento bronzeo a Giulio III. Sono previsti inoltre interventi di ripulitura delle pietre, rimozione di alcuni inserti di cemento applicati come giunti tra le pietre in vecchi restauri che verranno sostituiti con materiali e modalità compatibili con i principi del restauro conservativo e l’importanza storico-artistica del monumento.

La nuova soprintendente dell’Umbria, architetto Elvira Cajano, ha assicurato il totale sostegno al progetto. “Ho cercato di portare nella soprintendenza la voglia di mettere a disposizione di tutti, con rapidità, la nostra professionalità – ha affermato – Siamo riusciti a non fare perdere tempo, a dare immediatamente il nostro apporto e questo continuerà anche durante il cantiere”.

“E’ un lavoro di insieme che può diventare un modello per la conservazione dell’enorme patrimonio di chiese e conventi, non solo in Umbria, ma in tutta Italia”, ha aggiunto Chiarini, “l’impulso  è partito dal cardinale Gualtiero Bassetti – ha spiegato – ma il piano è stata realizzato grazie al mecenatismo di Cucinelli, alla soprintendenza e ad Eni per la parte tecnica e finanziaria. Molti sono gli stakeholders in campo, è importante esportare questo modello. Per la rinascita economica, ma anche culturale, speriamo che sempre più imprese prendano a cuore i territori per poter contribuire positivamente”. 

Dal 1 luglio, ha ricordato Chiarini, Eni Gas e Luce è ‘società benefit‘: “Non significa che non vogliamo fare profitti, anzi continueremo, ma nella nostra attività guarderemo con molta attenzione all’impatto sulle comunità e sui territori, cercando di lasciare un’impronta positiva”. 

“Da quando è attivo il superbonus – ha sottolineato l’amministratore delegato – abbiamo aperto quasi 600 cantieri per 500 milioni di investimenti”. Al di là del contributo al rilancio dell’economia, “risparmieremo anche 10mila tonnellate di Co2 – ha ricordato – il cambiamento climatico è una minaccia, migliorare la qualità della vita delle persone e riqualificare il patrimonio edilizio, risparmiando energia e Co2 è qualcosa di molto importante per lasciare alle generazioni future le stesse opportunità che abbiamo avuto noi”.

AGI – “Nel dibattito pubblico c’è un equivoco: che il secolo asiatico sia il secolo cinese. Proprio ciò che la narrativa della Cina di Xi Jinping vuole: tornare sulla scena mondiale schiacciando il resto. Ma non esiste un’unica prospettiva per guardare l’Oriente”.

Se c’è in Italia una conoscitrice dell’universo asiatico, quella è Giulia Pompili. Giornalista, segue per Il Foglio politica e varia umanità dell’Estremo Oriente.

“Temi – dice – che ho approcciato quasi per caso, diventati passione: il Giappone, i liberal d’Oriente. Poi è esplosa la Cina”. La Cina. Eppure nel suo “Sotto lo stesso cielo”, edito Mondadori, Pompili racconta politiche e storie di altri tre Paesi: Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

Mentre il mondo parla di Cina: ignoriamo l’elefante nella stanza?

Dal presupposto sinocentrico derivano conseguenze irrealistiche: ignorare l’esistenza di forti attori che hanno una loro identità e ci somigliano come modello istituzionale ed economico.

I paesi di cui tratto – due più Taiwan, che è Paese ma non si può definire tale – sono vicini a noi per via di sistemi democratici frutto di processi lunghi e complicati come quelli che hanno costruito le democrazie europee. Hanno una grossa fetta del mercato dell’Asia orientale, sono interconnessi, e insieme sono la potenza che potrebbe mettere in discussione l’egemonia cinese. 

L’egemonia cinese ha influito nel darsi dei fatti di questi due anni? Riguarda anche lei: nel 2019, in visita ufficiale al Quirinale, un funzionario le si rivolse in modo diretto. Il partito di Xi si pone come una divinità, ma la divinità viene a cercarla.

Come tutti gli stati autoritari, la Cina è ossessionata dal controllo di informazioni e crisi. È impossibile pensare che tra il 2019 e il 2020 si sia comportata nel rispetto delle regole di trasparenza e correttezza internazionale.

Si sono avuti ritardi nelle comunicazioni nel tentativo di reprimere chi denunciava una situazione in veloce peggioramento, e un tentativo di controllo delle informazioni nei confronti dell’OMS.

In tale clima si inserisce l’episodio del Quirinale, quando nel primo giorno della visita di Xi Jinping un funzionario dell’ambasciata cinese, dentro il palazzo della Presidenza della Repubblica Italiana, si è rivolto a una giornalista italiana critica verso gli accordi economici che l’Italia stava stringendo con la Cina per dirle ‘so chi sei, smetti di parlar male della Cina’.

È sintomo di un metodo impossibile da adottare fuori da sistemi autoritari. Con questa Cina ci confrontiamo: più si va avanti più sarà problematico. Dobbiamo fare accordi commerciali, possiamo però sottolinearne le storture, specie sui diritti umani.

Che mondo racconta il suo viaggio nell’altro Oriente?

Non si tratta più di posti ‘esotici’: i problemi delle democrazie asiatiche sono gli stessi che abbiamo noi. Popolazione vecchia, forti problemi demografici, un debito pubblico che in Giappone è il più alto al mondo. Da loro possiamo adottare modelli e soluzioni.

La Corea del Sud è un’alternativa tecnologica alla Cina: commercializza un 5G tutto autoctono. Taiwan è il primo produttore di microchip. Non è un caso se l’Unione Europea ha trattati di libero scambio solo con Giappone e Corea del Sud. Non è solo geopolitica: Biden promuove la via dell’Indopacifico, alternativa alla via della Seta, anche con relazioni culturali bilaterali.

Cosa rende i popoli orientali totalmente altri da noi?

La tradizione confuciana. Un rispetto estremo per la società, alla quale è subordinato l’individuo. Massimo rispetto per gli anziani e rigide regole sociali che hanno bloccato l’emancipazione femminile. Davanti alle nostre battaglie femministe dovremmo dire ‘guardiamo al Giappone’.

In Asia le donne non hanno avuto un periodo di emancipazione come i nostri anni 70: non esiste che abbiano sia famiglia che lavoro. Per contro c’è un’estrema reificazione del corpo femminile, che ha a che fare con la morbosità sessuale: la pornografia si sostituisce al sesso, con conseguenze per il governo che affronta un grave calo delle nascite. Anche in Corea dilaga il fenomeno dei giovani disinteressati alle relazioni. Taiwan, pur mantenendo un’identità molto cinese, si distingue: fu il primo paese dell’area a legalizzare i matrimoni omosessuali.

Ha anche avuto nel 2020 solo 11 morti Covid.

Come tutta l’Asia aveva dei protocolli dalla Sars del 2003. Nessuno conosce meglio la Cina: quando questa dice di non preoccuparsi, Taiwan non ci crede. Nei tre Paesi la pandemia è stata affrontata con un tecnologico sistema di chiusure, evitando il lockdown: troppo cinese.

Loro sono sotto lo stesso cielo. E noi?

Per questi Paesi il passato resta una presenza quotidiana che riemerge in ogni decisione politica, mentre noi abbiamo superato certe questioni. Specchiarci in quelle democrazie ci permettere di conoscere i problemi che abbiamo in comune e le versioni differenti di noi.

Come noi ascoltavamo i Beatles in inglese i ragazzi europei di oggi ascoltano le band coreane, e guardano serie tv con i sottotitoli, assimilando una lingua così lontana come fosse normale. La globalizzazione ha così cambiato i nostri rapporti con gli altri mondi che non è più solo una porzione di mondo a essere sotto lo stesso cielo: lo siamo tutti.

AGI – “…La natura, ineguabilmente friabile degli strati superficiali di calcare, ha prodotto nelle varie pareti, delle moli tagliate dall’antico piccone, i più bizzarri colori e disegni con sfumature sul verde e sul rosa per cui si ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad un misterioso scenario Dentro la grotta ad ogni incavo delle rocce pendono cortine di vitalbe e di altre piante rampicanti, pilastri naturali giganteschi. In fondo canta l’acqua verde smeralda che gocciola lentamente dalle pareti e dalla volta e forma nel pavimento argilloso e ricoperto di muschio un laghetto in miniatura che è un miracolo di limpidezza e che specchia e riflette le colonne, le mura e le stallattiti”. Così il giornalista Giovanni Patti descriveva “Le meraviglie della “Grotta dei cordari” di Siracusa nel Giornale d’Italia il 6 aprile 1934, e così esse apparivano a coloro che la visitarono fino al 1983, quando fu chiusa. Oggi, dopo 40 anni, riaprirà.

Poco distante dall’Orecchio di Dionisio, la Grotta si trova all’interno della “Latomia del Paradiso”, nell’area monumentale della Neapolis di Siracusa nota sin dall’età greca come cava di pietra e prigione e, secondo quanto tramandato dagli storici, trasformata successivamente in giardino, un “paradiso” di alberi di limoni e aranci tipici del paesaggio siciliano. È chiamata così perché i siracusani vi lavoravano le corde con il sistema tradizionale della ruota a mano, favoriti in questo dalla naturale umidità e dall’ampiezza del luogo che permetteva loro di stendere le fibre vegetali e trasformarle in fili.

La Grotta è un gioco di luce continuo tra muschi e capelvenere, pilastri e falsi pilastri, amplificato dalla presenza di acqua, di carattere meteorologico o proveniente da alcune falde. Insieme alla Grotta dei Cordari torna ad essere visitabile anche l’adiacente Grotta del Salnitro così chiamata perché vi veniva lavorato il salnitro, un deposito costituito da sali minerali che si trova sulle pareti umide della grotta; la monumentale imboccatura è coperta da un gigantesco masso della volta crollato sul quale sono visibili, in forma quasi di gradinata, i piani di stacco dei blocchi calcarei, segno tangibile dell’estrazione della pietra da questa cava.

 

“La riapertura della Grotta dei Cordari, dopo decenni di chiusura, testimonia la volontà del Governo regionale di restituire una ricchezza dell’umanità che è storia, ambiente, tradizione e che testimonia l’operosità delle genti di Sicilia sin dall’antichità. Grazie all’impegno del Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – sono stati effettuati in questi mesi importanti interventi di ripulitura e messa in sicurezza, necessari a garantire le migliori condizioni di visita. Restituire al mondo intero la fruizione di un luogo cosi’ potente e suggestivo è, per noi, motivo di orgoglio e grande soddisfazione. Un ulteriore tassello nella politica di recupero e riqualificazione dei parchi archeologici e dei luoghi della cultura non sempre facile e su cui stiamo orientando notevoli sforzi, nella consapevolezza che la valorizzazione del nostro immenso patrimonio culturale ci permette di guardare al futuro, consapevoli della nostra storia e della nostra identità”.

AGI – Emanuele Trevi con “Due vite” (edizioni Neri Pozza) ha vinto questa sera la 75^ edizione del Premio Strega. Lo scrittore romano, 57 anni, ha ottenuto 187 voti. La cerimonia si è tenuta nel giardino del Ninfeo del Museo Nazionale Etrusco di Valle Giulia, a Roma. Al secondo posto Donatella Di Pietrantonio con “Borgo Sud” (Einaudi), con 135 voti, e al terzo Edith Bruck con “Il pane perduto” (La nave di Teseo), con 123 voti. Quindi, al quarto posto Giulia Caminito con “L’acqua del lago non è mai dolce” (Bompiani), con 78 voti, e al quinto Andrea Bajani con “Il libro delle case” (Feltrinelli), con 66 voti.

A presiedere il seggio è stato Sandro Veronesi, vincitore della scorsa edizione del Premio Strega con “Il Colibri'” (La nave di Teseo). Hanno votato in 589 su 660 aventi diritto al voto (pari a circa ‘89%). La giuria è composta dai 400 Amici della Domenica, il gruppo storico di votanti formato da personalità del mondo della cultura, e dai 240 voti tra i lettori all’estero scelti dagli 30 Istituti italiani di cultura, quindi i cosiddetti ‘lettori forti’, scelti dalle librerie indipendenti, e i voti collettivi espressi da scuole, università e gruppi di lettura, tra cui i circoli istituiti dalle Biblioteche di Roma.

“Faccio i miei più grandi complimenti a Emanuele Trevi che ha dato vita a questo gioiello. È una testimonianza di una sensibilità e di una capacità letteraria che siamo orgogliosi abbia potuto trovare la giusta sintonia sia con il pubblico di lettori che con la giuria del premio piu’ importante d’Italia”, ha detto Laura Della Vecchia, presidente di Neri Pozza, l’editore di ‘Due Vite’. “Non facciamo i finti modesti, siamo davvero felici che una casa editrice nata in una provincia industriosa come quella di Vicenza sia riconosciuta per il suo costante e certosino lavoro, che arricchisce la cultura di questo Paese”, ha aggiunto la presidente.

“Grazie ai giurati, che hanno saputo capire e premiare un libro particolarissimo e di grande emozione. Grazie a Emanuele Trevi, autore altrettanto straordinario e non convenzionale, per averci scelto per il suo bellissimo Due Vite”, ha poi commentato Matteo Montan, Ad di Neri Pozza e del Gruppo Editoriale Athesis”. 

AGI – Non solo luoghi turistici né pregiati e ormai sparuti angoli della Penisola dove una visita è sempre consigliabile e gradevole. I Caffè italiani sono stati gli spazi in cui si è modellata la socialità urbana e si è intessuta spesso anche la storia politica e culturale negli ultimi duecent’anni e più. Si sostituirono o s’affiancarono, aprendo al pubblico, ai salotti aristocratici dove l’ingresso era possibile soltanto per elitario privilegio. Ma non solo: i Caffè s’aprirono alla frequentazione delle donne favorendo l’emancipazione femminile. Favorirono lo scambio di opinioni, il confronto delle idee, la circolazione della cultura grazie alla diffusione dei giornali, delle arti visive e della musica. Furono, quei Caffè, i santuari accessibili alla borghesia italiana, qualche volta anche al popolo, e furono santuari, come il padovano Pedrocchi, “senza porte” (perché restava aperto giorno e notte).

È una guida fruibile anche dal semplice turista, o dai curiosi di storia e storie, quella che Massimo Cerulo, docente di Sociologia nell’Università di Perugia, ha appena pubblicato: Andare per Caffè storici (152 pagine, 12 euro, ed. Il Mulino). Ma è soprattutto un excursus politico, estetico e sentimentale che si dipana lungo otto città italiane dove restano ancora attivi molti di quei Caffè: Venezia, Padova, Torino, Trieste, Firenze, Roma, Napoli e Cosenza. Se ne dovesse riassumere in una frase, o slogan, la filosofia, la più efficace sarebbe quella scelta a titolo dell’introduzione: “Entrare senza essere invitati”. 

 

 “Nei Caffè ci si poteva informare sulle novità cittadine, discutere animatamente, prendere posizioni politiche, tramare intrighi, generare gruppi o associazioni, concludere affari”, scrive Cerulo. Altro che molti bar della contemporanea quotidianità, ove tutto questo non avviene più o avviene in chiave minore e desolata per fretta, sciatteria o bruttezza salvo felicissime eccezioni. Invece in quei Caffè, aggiunge senza nascondere entusiasmo l’autore, si poteva pure “scrivere (consumando un’unica tazzina, si potevano avere a disposizione per molte ore tavolo, pennino-carta-calamaio, luce e riscaldamento gratis), leggere quotidiani e riviste (dunque veicolare e formare opinione pubblica), ascoltare musica, fumare, schiacciare un pisolino, mercanteggiare, disegnare, imbastire flirt (nel 1961 Gino Paoli cantava ‘In un Caffè / per la prima volta / noi ci siamo amati’). Ma anche praticare attività ludiche, perché carte, biliardo, scacchi non mancavano quasi mai in questi locali, poiché il tempo che vi si trascorreva era spesso di distensione e distrazione”.

Furono, quei Caffè, anche gli uffici supplementari della politica ispirata o cospirante: cliente fisso Al Bicerin di Torino, che condivide la piazza col Santuario della Consolata, fu Camillo Benso conte di Cavour, “che soleva sedere a uno degli otto tavolini in marmo e buttare giù appunti sul processo di indipendenza italiana”. O, nella stessa città, il San Carlo, riferimento a inizio Novecento di artisti, politici e scrittori da Croce a Giolitti, da Gobetti a Einaudi a Felice Casorati e Antonio Gramsci, il quale ci andava a scrivere, di sera, le critiche teatrali per l’Avanti!

E chi passa per Firenze come può ignorare il Gilli, “prototipo del Caffè letterario” già frequentato da Carducci, dove si sviluppò l’embrione dell’avanguardia futurista i cui seguaci poi si sarebbero spostati di fronte al Giubbe Rosse (purtroppo chiuso di recente), sull’attuale piazza della Repubblica.

Ma poi, quanti altri luoghi densi di bellezza, d’atmosfera. Densi di Italia. Il Florian di Venezia, il più antico del Paese fondato nel 1720, che ha visto in trecentouno anni la caduta della Serenissima, le cospirazioni contro francesi e austriaci, l’unità italiana, due guerre mondiali, tutto insomma fino alla pandemia. O il napoletano Gambrinus, cuore della Belle époque, dove D’Annunzio e Di Giacomo, Matilde Serao e Ferdinando Russo sfidarono, e vinsero anche loro, la contesa con il tempo.

I Caffè storici, “pervicacemente resistenti allo scorrere del tempo e agli stravolgimenti di mode e consumi, restano in attesa di accogliere”, conclude Cerulo, “il prossimo avventore per condurlo in un appassionante viaggio”.

 

 

 

AGI – Trentacinque lettere inedite di Mario Missiroli a Floriano Del Secolo saranno esposte dal 2 luglio nelle bacheche dell’Emeroteca Tucci di Napoli in occasione del convegno sui “Due giganti del giornalismo” italiano che avrà come relatori Emma Giammattei ed Ernesto Mazzetti.

Il prezioso carteggio, donato alla “Tucci” da un collezionista che preferisce rimanere anonimo, parte dal 1906 e termina nel 1930. La prima lettera è dunque scritta quando il mittente bolognese aveva soltanto 20 anni e non era stato ancora assunto al “Resto del Carlino” di cui diventerà direttore, mentre il lucano Del Secolo, che aveva 29 anni, al quotidiano di Bologna collaborava già da sette anni con articoli di prima pagina di critica letteraria, essendosi a vent’anni laureato con Carducci di cui era stato uno degli allievi preferiti insieme con Manara Valgimigli.

Nelle prime lettere Missiroli scrive “Caro Professore” perché Del Secolo, dopo aver insegnato nel liceo di Messina a ventun anni e a Benevento a ventidue, aveva ottenuto alla Scuola Militare della Nunziatella di Napoli la cattedra che era stata del De Sanctis. E, nel congedarsi, Missiroli usa espressioni come “Mi creda suo affezionato” o come “Mi saluti Benedetto Croce e si ricordi di me”. Quattro anni dopo, divenuto da oltre un anno redattore tuttofare del “Resto del Carlino”, essendo il braccio destro dell’avvocato Mastellari, maggiore azionista del giornale, Missiroli scriverà: “Caro Floriano, ebbene? Vedesti l’amico? Io e Mastellari attendiamo”. E comincerà, allora, a chiedere a Del Secolo di persuadere il giornalista perugino Ettore Marroni, editorialista di fama internazionale con lo pseudonimo di “Bergeret” e a quel tempo firma del “Mattino”, a lasciare Napoli per trasferirsi a Bologna.

La mostra delle lettere prosegue con l’esposizione di molte decine di giornali e riviste che raccontano la carriera di Missiroli, direttore di quattro grandi quotidiani (“il Resto del Carlino”, “Il Secolo” di Milano, “Il Messaggero” e il “Corriere della Sera”) e quella di Del Secolo caporedattore del quotidiano “Il Pungolo” fino alla chiusura del 1911 e caporedattore del “Giorno” di Matilde Serao fino al 1918, quando sarà chiamato a dirigere “Il Mezzogiorno” che, fascistizzato nel 1923, lo espellerà così come farà la “Nunziatella” con chi non si piega a chiedere la tessera del partito mussoliniano.

Seguiranno anni di autoesilio nella natìa Melfi fino a quando una jeep statunitense non andrà a prenderlo nel marzo del 1944, su suggerimento di Croce, per condurlo alla direzione del “Risorgimento”, il quotidiano nato nell’ottobre precedente sulle ceneri di “Mattino”, “Roma” e “Corriere di Napoli”, cessati perché compromessi col regime fascista.

Negli anni della sua direzione, “Il Risorgimento”, nel quale lo avevano seguito Francesco Flora, Gino Doria, Achille Geremicca e altri uomini di cultura, raggiunse, secondo Murialdi, la tiratura di duecentoquarantamila copie. Ma l’indipendenza rigida di Del Secolo nel 1947 non andava bene per il rinnovato assetto proprietario. Fu sostituito con Corrado Alvaro che si dimise dopo pochi mesi. Nel 1948 la firma del liberale Don Floriano apparve sul quotidiano socialcomunista “La Voce”. E da liberale, facendo storcere il muso al suo amico Croce, accettò la candidatura come “autonomo” nel Fronte Popolare di sinistra risultando eletto senatore. Ma al Senato, lui già malato, rimase per poco.