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John Moore è il vincitore della foto dell’anno dell’edizione 2019 del World Press Photo con lo scatto Crying Girl on the Border che mostra la piccola Yanela Sanchez, originaria dell’Honduras, che si dispera mentre lei e la madre Sandra vengono arrestate da agenti della polizia di frontiera statunitense a McAllen, in Texas, il 12 giugno 2018.

“Si tratta di uno scatto che suscita una grande emozione, una scena straziante che diventa il simbolo della crisi dei bambini migranti separati dai genitori, situazione che il fotografo John Moore documenta da dieci anni al confine tra Messico e Stati Uniti” ha commentato Francesco Zizola, vincitore del World Press Photo of the Year nel 1996 e direttore creativo di 10b Photography.

3/3 Discover the results of the 2019 World Press Photo Contest & 2019 Digital Storytelling Contest – incl. the major award winners of the World Press Photo of the Year, Story of the Year, Interactive of the Year & Online Video of the Year: https://t.co/nDvPVb4Oto pic.twitter.com/CLVFCjhorz

— World Press Photo (@WorldPressPhoto)
11 aprile 2019

Ad aggiudicarsi invece il premio World Press Photo Story of the Year, è stato Pieter Ten Hoopen con The Migrant Caravan. L’immagine mostra un gruppo di persone che corre verso un camion che si è fermato per dare loro un passaggio, fuori Tapanatepec, in Messico, il 30 ottobre 2018, per raggiungere gli Stati Uniti.

I nomi dei vincitori della più importante manifestazione di fotogiornalismo al mondo sono stati resi noti nel corso della cerimonia di premiazione che inaugura il World Press Photo Festival di Amsterdam.

Dal 25 aprile al 26 maggio 2019 si terrà a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, la 62esima edizione del World Press Photo. La mostra, ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, ospiterà in prima mondiale le 140 foto finaliste del prestigioso contest che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo così a costruire la storia del miglior giornalismo visivo mondiale.

Quest’anno, il concorso ha visto la partecipazione di 4.783 fotografi da 129 paesi diversi che hanno presentato un totale di 78.801 immagini. I finalisti e candidati ai premi sono stati 43, provenienti da 25 differenti Paesi: Australia, Belgio, Brasile, Canada, Repubblica Ceca, Egitto, Francia, Germania, Ungheria, Iran, Italia, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Filippine, Portogallo, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Syria, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, e Venezuela. Di questi, 14 sono donne (32%), il che rappresenta un significativo aumento rispetto al concorso fotografico del 2018, quando solo il 12% dei partecipanti erano donne. 

Questi i fatti: l’ambasciatore italiano ad Ankara, Massimo Gaiani, è stato convocato l’altro giorno al ministero degli Esteri turco. Qui gli hanno espresso il “dispiacere” del governo di Recep Taypp Erdogan (la terminologia non tragga in inganno: “dispiacere” vuol dire “ci sentiamo traditi da voi”) per via di una mozione parlamentare presentata a Roma, alla Camera dei Deputati.

Nella mozione si chiede quanto segue: il governo si impegni a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale”.

L’Italia, infatti, non è tra le 29 nazioni che hanno formalmente definito un genocidio i fatti occorsi poco più di cento anni fa nell’Anatolia orientale, ad opera delle sciabole ottomane.

Il motivo è sostanzialmente uno: la Turchia è un partner essenziale della Nato; non è il caso di scavare una fossa ancor più larga tra noi e loro.

Non a caso nemmeno gli Usa hanno mai compiuto un passo del genere. Non lo ha fatto nemmeno Israele, che per anni ha guardato ad Ankara come partner regionale: per controbilanciare la focosità degli stati arabi.

Cinque dita e un pugno di ferro

Ma non è tutto facile o scontato. Certi “dispiaceri” non sono litanie che si continuano a biascicare – magari ogni volta con un tocco di stanchezza in più – tanto per appagare l’ego di settori sempre meno importanti delle rispettive opinioni pubbliche.

Semmai è il contrario: in Turchia la questione è delicata e scottante come se tutto fosse accaduto ieri, o comunque in tempi recentissimi. Più recenti dei massacri di Vukovar e Srebenica in quella che una volta era la Jugoslavia, e che pure in qualche modo di quel genocidio primigenio sono stati gli ultimi – si spera – discendenti.

Il massacro degli armeni, infatti, è progenitore di una fila di scempi che rappresentano un salto di qualità nell’eterna lotta dell’uomo per ribadire la propria bestialità.

Se la Storia, diceva Hegel, altro non è se non un banco di macellaio, gli armeni furono agnelli sacrificali nella crisi di un impero che lottava per la propria sopravvivenza, a costo anche di recidere una delle cinque dita della mano del Sultano.

Nel 1915, quando iniziò la gran carneficina, il Sultano già contava molto poco. Era di fatto ostaggio di un governo di ufficiali nazionalisti, che gestivano in suo nome le operazioni militari della Prima Guerra Mondiale.

 Quanto alle cinque dita della sua mano (turchi, arabi, greci, ebrei e per l’appunto armeni) l’indice ormai puntava verso Londra, grazie al Lawrence d’Arabia; il medio non era considerato affidabile dai tempi dell’indipendenza della Grecia; l’anulare si agitava sentendo arrivare la Dichiarazione Balfour su un focolare domestico in Palestina.

Restava il mignolo, che poi tra tutti era anche il dito in cui il Sultano portava gli anelli più preziosi.

Ricchi erano ricchi, gli armeni: gente di tradizione commerciale ed intellettuale come pochi altri in tutti i domini ottomani.

Avevano, poi, il torto di avere una spiccata coscienza nazionale: l’Armenia era stata per secoli uno stato indipendente e cristiano. Talmente antico, indipendente e cristiano da aver abbracciato ufficialmente la fede in Cristo per farne l’unica accettata già nel 301, ben dieci anni prima dell’editto con cui il Grande Costantino pose fine alle persecuzioni di Roma, per non dire dell’Editto di Teodosio.

Se gli arabi, agli inizi del Novecento, erano un insieme di tribù, gli armeni erano insomma un corpo solo ed un’anima sola. Non antitetica ai turchi, sia chiaro, ma comunque facile bersaglio per una genia di conquistatori che, dopo aver retto per secoli popoli e genti, sentiva la fine prossima del proprio predominio.

Cosa ancor più spaventevole, tutto questo poteva aver luogo per mano dei nemici storici russi. Che sì perdevano dai tedeschi sui campi di Livonia, ma sfondavano lungo il Caucaso e rischiavano di dilagare fino al Bosforo e ai Dardanelli, dove già si erano affacciati gli inglesi in uno sbarco suicida ideato avventatamente da Winston Churchill.

Subito dietro la linea del fronte caucasico risiedevano gli armeni: ricchi, cristiani, ormai non più affidabili. Ma, ancor più di questo, ostacolo all’idea di riunire tutte le tribù turcomanne sotto un’unica guida. Si chiamava panturanesimo.

Quel che restava della mano del Sultano si chiuse allora in un pugno di ferro.

Il sangue delle allodole

Da Costantinopoli partì un telegramma, a firma di Behaeddin Shakir, un ufficiale dell’esercito ora considerato il vero pianificatore dell’eccidio. Il documento, insieme a 24 scatoloni di documenti, è stato ritrovato solo nell’aprile del 2017, dopo essere transitato per Parigi, New York ed il quartiere armeno di Gerusalemme. Era il via libera ai rastrellamenti ed alle deportazioni.

Due parole, queste ultime, che spiegano tutto e dicono ben poco: dietro ci sono centinaia di migliaia di esecuzioni (gli uomini, ed anche i bambini maschi, venivano uccisi immediatamente) di stupri, di donne trascinate a morire nei deserti in vere e proprie marce della morte.

Se i numeri hanno un senso, si sappia che le vittime furono almeno un milione e duecentomila. Chi volesse avere un’idea della orribile concretezza dei fatti veda uno degli ultimi capolavori dei fratelli Taviani, “La masseria delle allodole”, e dica a se stesso se quelle scene non gli ricordano qualcosa che sarebbe successo, tempo trent’anni, anche nel cuore dell’Europa.

Sì, qualcosa di molto simile all’Olocausto, anche se mancano i forni crematori. Il fatto è che la strage degli armeni non fu l’ultima carneficina di un mondo medievale, ma l primo di una lunga catena di genocidi: sempre più sofisticati, sempre meglio organizzati.  Sempre più scientifici.

Uno storico tedesco chiamato Ernst Nolte lo colloca addirittura l’inizio di ciò che lui stesso definisce, con terribile ed efficace sintesi, “Il Secolo della Violenza”. Su una cosa è difficile dargli torto, vale a dire sul fatto che il Novecento di stermini pianificati ed eseguiti con precisione scientifica ve ne sono stati tanti. Anzi, quella dello sterminio “scientifico” è proprio una caratteristica del secolo che si è appena concluso, come se l’uomo avesse imparato dalla propria scienza ad essere non più razionale, ma più bestialmente efficace.

Prosegue, la teoria di Nolte, nel dire che il tipico genocidio novecentesco si caratterizza nell’applicazione di un principio di intolleranza precedentemente elaborato a livello teorico e culturale. Nel caso degli armeni si ha la teorizzazione dell’identificazione del “diverso” da eliminare come popolo su criteri di etnia e religione, e nel nome di una soluzione finale che avrebbe fatto trionfare l’ideologia panturanica.

A questi due requisiti Hitler affianca l’idea della razza e l’organizzazione di Himmler, e Stalin quello della classe sociale. In questo modo il primo stermina gli ebrei perché nemici del popolo ariano, Stalin i kulaki (i contadini ricchi delle pianure ucraine) perché alieni alla società socialista senza classi.

Un giorno arriverà in Cambogia Pol Pot, e toccherà agli intellettuali. Anche lui ucciderà un milione di persone.

Nolte, sia detto per inciso, venne accusato di negare l’unicità dell’Olocausto, affiancandogli gli altri genocidi su un livello paritario. I tedeschi chiamano ancora adesso quella controversia “Historikestreit”, lo “scontro tra gli storici”, come se il punto fosse quello di fare una classifica degli orrori.

La verità è che chi uccide un uomo uccide tutto il mondo. Ogni genocidio è un unico. Lo è l’Olocausto. Lo è quello degli armeni. Lo è quello dei kulaki, di cui nessuno si rammenta più. Eppure anche loro ebbero le loro marce votate allo sterminio, ed i loro due milioni di morti.

Forse un giorno saranno ricordati anche loro.

 

 

Ottant’anni fa un’Italia che ormai si sentiva sufficientemente padrona in casa propria guatava, addentava e digeriva in un sol boccone l’Albania, regno per modo di dire governato da un re per modo di dire che così finiva suo malgrado in un Impero. Un Impero per modo di dire.

Era l’aprile del 1939, vigilia dei tremendi sconvolgimenti che un’Europa alla fine della sua centralità mondiale si apprestava a imporre a un capo e all’altro del Pianeta.

Non si creda che di semplice incidente della Storia si tratti, quell’invasione, di una bazzecola folcloristica dovuta alla vanità di un genero o alla vanagloria di un suocero.

A crederlo si farebbe grave torto non tanto al suocero e al genero, che vanitosi e vanagloriosi lo furono davvero, ma a quella cosa che scorre sotto la traccia degli eventi e che, cercando di definirla, persino un genio come Hegel non trovò di meglio se non coniare il termine quasi astruso di Spirito della Storia.

Il contrabbandiere erede di due imperi

Lo Spirito della Storia che segna il destino dell’Albania di Re Zog I (un contrabbandiere che si era fatto fare un attentato in Parlamento per proclamarsi prima Presidente della Repubblica e primo ministro, poi direttamente sovrano assoluto) scaturisce non da uno, ma addirittura da due grandi eventi, tanto grandi da far tremare le vene dei polsi. La caduta di due imperi.

Il primo era l’Impero turco, il secondo quello asburgico. Il primo decompostosi dopo una lunga malattia durata oltre un secolo, il secondo vittima della sua stessa volontà di potenza che l’aveva spinto sempre più giù, nel cuore della regione balcanica. Tanto a sud da  annettersi la Bosnia-Erzegovina, salvo scoprire a Sarajevo che un Principe serbo poteva giustiziare un Arciduca austroungarico.

In questo vuoto l’Italia aveva cercato di infilarsi subito, erede di una politica che risaliva a Venezia. O anche ai tempi di Giorgio Castriota Scanderbeg, che i suoi albanesi li aveva portati a vivere al di qua del mare, tra Portella della Ginestra, la Sila e le piane pugliesi.

Personalmente era venuto a vivere, il Castriota ammirato dai suoi stessi nemici turchi, in un palazzetto a Roma, all’ombra del Quirinale. Non sapendo che proprio in quest’ultimo Palazzo avrebbe vissuto un giorno colui che all’Albania avrebbe tolto l’indipendenza da poco riacquistata.

Zog era sovrano da un pugno di mesi che già Galeazzo Ciano gli aveva messo gli occhi addosso. Il marito di Edda Mussolini sapeva come maneggiare il quattrino, e approfittò del desiderio di Zog di dare all’Albania una struttura statale per infilarsi in ogni piega delle beghe locali, fossero esse puramente politiche o, come più spesso accadeva, tribali.

Dall’Arciduca al Granducato

Nacque un partito filoitaliano, una rete di amicizie, un cumulo di interessi non tutti confessabili. La banca nazionale era di fatto controllata, l’esercito era curato amorevolmente da ufficiali italiani, la politica estera regolata da un trattato, immancabilmente di difesa e di amicizia, con l’Italia.

Che voleva fare, il genero del Duce? A Palazzo Chigi, che all’epoca ospitava il ministero degli esteri, rispondevano sornioni: “Il Granducato di Toscana”. Ovverosia un feudo personale del figliolo del Conte Costanzo, che in quegli anni si faceva addirittura erigere sul Monteburrone in territorio labronico un mausoleo per sé ed i suoi cari. Lo si può vedere ancora, percorrendo l’Aurelia all’altezza della Torre del Calafuria, alle porte di Livorno. Neanche si trattasse delle Cappelle che i Medici si erano fatti ornare da Michelangelo a San Lorenzo.

Venne il ’39, e l’occupazione nazista di Praga. Berlino non aveva avvertito Palazzo Venezia, prima di entrare nel cuore della regione danubiano-carpatica che invece teneva impegnati i sogni italiani. Roma rispose tentando la carta dell’espansione più a sud, nei Balcani.  Senza avvertire.

Il 25 marzo Re Zog ricevette un ultimatum: consegna del Paese alle armate fasciste. In cambio di denaro, naturalmente. Ma Zog si accorse a quel punto di essere un re, ed un re non accetta denaro per rinunciare al suo regno. Al massimo, può farlo un contrabbandiere.

Rispose, quindi, con un altezzoso rifiuto. Partì l’invasione.

Le cronache parlano di un 8 aprile 1939 con quattro teste di ponte lanciate sulle coste del Paese delle Aquile, per facilitare una marcia veloce verso Tirana. Parlano anche di un’avanzata con pochi intoppi e pochi morti, meno di cento in tutto: apparentemente, un blitzkrieg che la Wehrmacht non se lo sarebbe potuto nemmeno immaginare.

La realtà è meno gloriosa. Commenta in quei giorni un alto funzionario del Ministero degli Esteri: “Se gli albanesi avessero avuto una squadra di pompieri bene addestrati avrebbero potuto bloccarci benissimo”.

Come al solito: cattiva preparazione, nessuna motivazione, tanta confusione.  

Ma cosa importa? Ciano ha il suo granducato, Mussolini ha potuto rispondere a Hitler rendendogli la pariglia ed ora la partita di sposta al Quirinale, a due passi dal palazzetto di Scanderbeg.

Il 12 aprile l’annessione è proclamata. Segue un plebiscito che sancisce la volontà del popolo albanese di stare sotto l’Italia e a quel punto Vittorio Emanuele (che come al solito si è detto dubbioso ma poi ha incamerato gli onori del successo) aggiunge alla corona reale d‘Italia e a quella imperiale d’Abissina quella, ancora una volta reale, d’Albania.

Si rivelerà essere una corona appena meno fittizia di quella, che pure il Savoia può vantare, di Re di Gerusalemme. Un anno e mezzo dopo è già tutto quasi perduto: Mussolini lancia l’invasione della Grecia ed inizia il tracollo della politica imperiale, del Duce e del Genero.

Ma la Storia, per l’appunto, ha il suo Spirito, e quella settimana di ottant’anni fa lascia i suoi segni, difficilmente delebili.

L’eterno ritorno dello Spirito

Così, quando il Paese delle Aquile, che si è scrollato di dosso i turchi ed i fascisti, riesce a togliersi dal groppone anche i comunisti la prima cosa che fa è partire in massa sulla rotta di Scanderbeg. Nel 1991 sbarcano sulle coste pugliesi decine di migliaia di persone. Gente povera, che cerca “Lamerica” in Italia, e non a caso spesso parla l’italiano molto bene, perché anche sotto i comunisti le antenne delle tv erano girate verso Otranto. Paolo Bonolis ha fatto più di Galeazzo Ciano.

Nella tormentata storia delle recenti migrazioni verso la Penisola quell’invasione pacifica segna il primo di una lunga serie di duri respingimenti, singoli come di massa.

Sei anni più tardi, forse per ripulirsi la coscienza dopo il naufragio di un barcone di profughi avvenuto una notte che era Venerdì Santo (per gli amanti della casistica: anche l’invasione italiana del ’39 era iniziata un venerdì santo), sulle coste albanesi tornano le navi militari italiane.

È l’Operazione Alba, voluta dal governo Prodi per stabilizzare il paese vicino, sconquassato dal caso delle piramidi finanziarie che avevano portato alla bancarotta tutti, ma proprio tutti, gli albanesi.

In questo modo il capitalismo finanziario, che in Albania fa la sua grande prova generale di quello che saranno i mutui subprime, chiude un ciclo, e ristabilisce con il successo dell’Operazione Alba l’equilibrio tra due paesi e due sponde dello stesso mare. Dove nessuno è mai veramente padrone a casa propria, e nessuno può ignorare quello che accade dall’altra parte.

Il museo del design che Milano attendeva da anni sta per diventare realtà: l’inaugurazione alla Triennale è prevista per l’8 aprile, alla presenza del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, proprio all’inizio della settimana più “internazionale” dell’anno a Milano, quella in cui si celebra la creatività con il Salone del Mobile da un lato e le iniziative “fuori salone” dall’altro.

In una intervista all’Agi, il presidente Stefano Boeri rivendica il ruolo della Triennale, che offre con le sue mostre e, ora, anche il museo, “una bellissima immagine di Milano al mondo”. La sede principale del museo sarà al palazzo dell’Arte, la storica sede della Triennale progettata da Giovanni Muzio all’inizio degli anni Trenta e da allora punto di riferimento milanese per l’architettura e il disegno industriale. 

 

(Stefano Boeri, foto Gianluca Di Ioia)

Come sarà la partenza del museo?   

“Innanzitutto parte, e sono molto contento di poterlo confermare. Parte con un primo episodio, che copre una parte di storia del design italiano. La scelta del direttore Joseph Grima è stata quella di lavorare su un periodo, di selezionare gli oggetti più rappresentativi della storia del design italiano fra il 1948 e il 1982, quindi dal rilancio del dopoguerra fino all’anno in cui entra in scena Memphis ( il collettivo di Ettore Sottsass che rappresenta un punto di rottura della storia del design italiano e milanese, ndr), cioè una corrente totalmente nuova. Questo primo episodio, insomma, racconterà gli anni d’oro del design italiano”.

Dopo questo primo episodio, come crescerà il museo del design?

“Abbiamo già un progetto molto ambizioso e condiviso con il ministero, che ci permetterà di ampliare sia gli spazi di archiviazione, allestimento ed esposizione che la collezione, in collaborazione con altri soggetti come Adi e Confindustria. Tutto avverrà attorno alla Triennale, per ribadire che è questa la casa del design italiano, ma non c’è ancora una tempistica precisa. Dobbiamo andare avanti senza fermarci: c’è già l’ impegno economico esplicitato dal ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli (si parla di 10 milioni, ndr), e da subito pensiamo di aprire una grande consultazione di idee su come disegnare questo nuovo spazio”.

L’inaugurazione del museo avviene il giorno prima dell’inizio del Salone del Mobile: qual è il legame fra i due eventi?

“È importantissimo. C’è un dato importante: il Salone del mobile è di proprietà di Federlegno, che è da poco entrato nel cda della Triennale, come soggetto privato con una quota importante e contribuisce ormai in modo forte anche al progetto Triennale in senso lato. Questa è una bellissima notizia: da qualche mese abbiamo il Salone, attraverso Federlegno, dentro la Triennale che a questo punto diventa un ponte fra le due realtà che costituiscono il miracolo del Salone, quella della Fiera e quella del ‘fuori salone’, a loro modo così straordinariamente complementari e così tutte e due necessarie a fare del Salone di Milano un fenomeno mondiale”.  

È passato più di un mese dall’inaugurazione di Broken Nature, la Ventiduesima Triennale dedicata all’ambiente e curata da Paola Antonelli. Come sta andando?

“Benissimo: i numeri sono veramente eccellenti come visitatori e come risposta. È straordinario, e anche se non voglio fare paragoni con gli anni scorsi perché non sarebbe giusto visto che le situazioni erano diverse, mi piace veramente dire che la Triennale che si presenta ai 300 o 400 mila visitatori dei Saloni è all’altezza del ruolo che deve avere, di altissimo profilo in tutti i suoi aspetti: nella parte sul design, in quella dell’architettura, dell’urbanistica, della grafica, dell’arte. La 22/ma Triennale, con tutta la varietà di esposizioni e autori, il museo con la forza dei suoi oggetti e delle icone, be’, offrono davvero una bellissima immagine della Triennale e quindi di Milano al mondo, e ne siamo contentissimi”.  

In verità non fu affatto uno scherzo. Né un pesce quel 1 aprile del 1927, che diede i natali a uno dei grandi della letteratura mondiale, quel Milan Kundera che oggi compie 90 anni meglio conosciuto per quel suo capolavoro, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1984. Un titolo enigmatico, ma al tempo stesso riuscitissimo, che probabilmente decreto anche il successo stesso del libro. Nella sua diffusione e conoscenza, con decine e decine di adattamenti e imitazioni sulla stessa falsariga (dai titoli dei giornali a quelli delle riviste e dei settimanali).

Novant’anni sono una bella età, ma dov’è finito lo scrittore ceco? Dove vive o dove si nasconde? Personalità e personaggio per lo più schivo è scomparso dai radar da parecchi anni. La sua ultima intervista televisiva risale all’84 ed in forma scritta all’86. Prima dell’”Insostenibile leggerezza” aveva pubblicato quattro libri, il primo (“Lo scherzo”) nel 1967, e successivamente a quello altri cinque, l’ultimo nel 2013 (“La Festa dell’insignificanza, tanto per non dare nell’occhio. Molti anche i saggi, le raccolte di racconti e di poesie, drammaturgie, scritti vari e adattamenti per il cinema e la tv. Un carnet ricco di fascino, premi, riconoscimenti a cui manca forse quello più ambito pr uno scrittore: il Nobel per la letteratura che non gli è mai stato riconosciuto.

Kundera vive a Parigi, come ci racconta La Stampa, dove divide le sue giornate “con la moglie Vera, nel Quartiere Latino, e continua a pubblicare libri, ma solo in francese”. Di sicuro riservato, schivo, tuttavia non si nasconde affatto, tanto che può capitare persino di incontrarlo a passeggio per i centro di Parigi “a braccetto con Vera, l’inseparabile moglie”, intorno alla rue du Cherche-Midi, dove vivono, nel sesto arrondissement. Insieme sono anche fuggiti dall’allora comunista Cecoslovacchia e dalla sua capitale, Praga”, nel 1975, sette anni dopo la “primavera di Dubcek”, per approdare subito in Francia, a Parigi, con la conseguenza che il governo del Paese d’origine lo privò della nazionalità nel 1978.

Ma la Francia, Paese accogliente, gli diede tre anni dopo quella francese, grazie a un gesto magnanime dell’allora Presidente Francoise Mitterrand, non appena si insediò all’Eliseo. Kundera per riconoscenza ha imparato la lingua in modo esemplare cosicché “dal 1993 scrive addirittura i suoi libri” nella lingua del Paese che l’ha accolto e integrato. Mentre Praga “mise al bando in suoi libri nel 1970” e venne allontanato dalla Scuola di cinema dove insegnava sopravvivendo all’emarginazione e all’esilio “facendo oroscopi sotto pseudonimo in riviste per ragazzi”. “E, visto che sapeva suonare il pianoforte, venne ingaggiato in un’orchestra che si esibiva nelle taverne di una regione mineraria”.

Nato a Brno, il padre Ludvick fu un grande pianista allievo del compositore Janàcek. Osserva La Stampa: “Ebbene, solo nel marzo 2018 nella Repubblica Ceca è uscito per la prima volta un suo libro da quel lontano 1970. Ma Milan e Vera, che vi sono ritornati l’ultima volta 22 anni fa, hanno ricevuto a casa loro nel novembre scorso Andrej Babis, premier ceco, in visita a Parigi”. Il quale  vorrebbe tanto restituirgli la sua vera nazionalità.

La notorietà di Milan Kundera, ricorda Beniamino Placido in un articolo pubblicato da la Repubblica nel 2002, si ebbe in Italia grazie a Roberto D’Agostino, scopritore di tenedenze e stili di vita, successivamente giornalista, blogger e fondatore del sito Dagospia il 22 maggio del 2000, personaggio televisivo. Racconta Placido: “Un giorno si presentò (o riuscì a farsi presentare) a Renzo Arbore con in mano l’ ultimo libro di Milan Kundera (1984) che aveva un titolo piuttosto intrigante: ‘L’insostenibile leggerezza dell’ essere’. Era stato da poco tradotto in italiano, ma non sembrava dovesse ottenere un grande successo. Sempre con quel libro fra le mani confidò a Renzo Arbore che aspirava a recitare con lui, a teatro o nel cinema. O meglio ancora in televisione. Dovunque fosse, perché sentiva il bisogno di mettersi una cornice intorno. Giacché ‘abbiamo tutti bisogno di essere incorniciati. E’ la cornice che fa l’uomo’. ‘Per recitare che cosa?’ chiese Arbore. ‘Ma questo, naturalmente’. ‘Come, tutto questo libro?’. ‘Ma no, solo il titolo. Non ti pare geniale? Non ti pare che basti?’. Così cominciò in “Quelli della notte” il tormentone dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere” che incorniciava ogni sera la presenza di D’ Agostino. Il quale non cedette mai alla tentazione di spiegare (o di tentare di spiegare) l’insostenibile enigmaticità di quel titolo.

“Sembra passato un secolo – ha scritto Nanni Delbecchi sabato su Il Fatto – da quando, grazie a Renzo Arbore e Roberto D’Agostino, ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ di Milan Kundera godé di un lancio mediatico senza precedenti e lo scrittore ceco, sia pure sulla fiducia di Quelli della notte, divenne quasi una pop-star. Sembra passato un secolo, ma in realtà è passato un millennio; ere geologiche in cui si parlava di libri che non fossero quelli di Vespa o di Renzi, di buoni libri e autentici scrittori, in Tv, sui giornali e perfino al caffè”. Oggi Kundera compie novant’anni, “da maestro riconosciuto del romanzo-saggio e del postmoderno”.

Nel mezzo della tempesta Brexit si sta giocando un’altra partita, più silenziosa, che riguarda un pezzo fondamentale del patrimonio storico-architettonico e dell’identità britannica: Stonehenge.

Il monumento dalle origini misteriose più amato in casa e più famoso al mondo, dietro forse solo al Big Ben, è ostaggio di una battaglia tra detrattori e sostenitori di un progetto per costruire una galleria che sulla carta dovrebbe ridurre il traffico circostante causato dalla famigerata A303.

Un piano in ballo dagli anni ’80 sul quale esperti sono chiamati a pronunciarsi entro sei mesi. 

Stonehenge nel caos di ingorghi autostradali

A detta di giornalisti ed esperti, Stonehenge ha perso parte del suo splendore e del suo pathos. È finito nel mezzo di una battaglia tutta britannica, un’annosa contesa che riguarda un piano urbanistico agonizzante, con relative accuse di incompetenza del governo, due fazioni profondamente divise e una preoccupazione di fondo per la circolazione e il turismo.

Un dramma definito da alcuni media britannici “assurdo e del tutto inutile di questi tempi”, che non è altro che una battaglia lunga e amara per sotterrare o meno l’autostrada che gira intorno a Stonehenge dentro ad un tunnel.

Stonehenge (Afp)

 

La strada in questione, la A303, viene celebrata per i meravigliosi scorci che offre sui monoliti di Stonehenge. È una delle strade principali del Paese che collega l’urbanizzato sud-ovest dell’Inghilterra al selvaggio West Country, famosa anche per i suoi ingorghi, che si verificano nel punto in cui l’autostrada si restringe in una unica corsia, proprio nei pressi di Stonehenge.

Quello che dovrebbe essere un tratto percorso in 10 minuti attraverso il sito patrimonio dell’umanità Unesco di circa 2630 ettari si trasforma in un incubo di un’ora, una vera tortura per i vacanzieri diretti nel Devon e nella Cornovaglia, un peso per l’economia del sud-ovest dell’Inghilterra e una rovina per i residenti locali.

La porzione di A303 all’altezza di Stonehenge è stata proiettata per un traffico massimo di 14 mila veicoli al giorno, ma oggi in media a transitare sono 25 mila. “La A303 è un problema da 25 anni ormai e si sta dilagando come un cancro in tutta la rete stradale regionale”, ha spiegato David Bullock, responsabile del progetto di revisione del tratto autostradale in questione.

Ma risolvere il problema degli ingorghi è assai complesso. Deviare l’autostrada risulta molto difficile: a nord dell’attuale percorso ha sede una delle più importanti aree di addestramento del ministero della Difesa mentre a sud c’è una zona di campagna incontaminata. Allargare la A303 è semplicemente impensabile: il sito di Stonehenge è un paesaggio preistorico prezioso e tutelato. È dagli anni ’80 che i governi che si sono succeduti hanno provato e fallito nel tentativo di risolvere il rompicapo della A303.

Un numero vertiginoso di istituzioni e associazioni sono state coinvolte nella vicenda, in rappresentanza di ogni gruppo possibile di interesse e di opinione, dai costruttori di strada alle organizzazioni per la conservazione del patrimonio, dai dipartimenti di governi ai consigli della campagna per la tutela della Lower Till Valley, dal Gruppo di azione per il traffico a Stonehenge alla British Hord Society.  

Come è il progetto del tunnel

Nei primi anni 90′ Stonehenge era un vero casino: i turisti vi accedevano attraversando un passaggio pedonale sporco sotto la A344, la strada più vicina al monumento mentre il centro visitatori e il parcheggio erano mal tenuti. Le celebrazioni annuali per il solstizio si trasformavano in un tafferugli tra visitatori e forze dell’ordine.

Nel 1993 per primo il dipartimento dei Trasporti annunciò un piano per migliorare la A303 e per il nuovo energico capo dell’English Heritage – istituzione per la tutela dei beni storici – Jocelyn Stevens, preferito della Tatcher – sembrava fosse risolvibile in un baleno. Ma così non è stato. Ci sono voluti due decenni per chiudere la A344, ricoprire la zona di erba e aprire un nuovo centro per i visitatori. Il problema della A303 è invece rimasto irrisolto, se possibile ancora più complesso nel corso del tempo. 

Stonehenge (Afp)
 

La prima proposta – di un tunnel tagliato e ricoperto – venne respinta da una consultazione pubblica tenuta nel 1993. L’anno successivo l’English Heritage e il National Trust, proprietari di ettari di terreno attorno a Stonehenge, annunciarono che preferivano l’opzione di un tunnel sotterraneo di circa 4 km che non avrebbe disturbato il sito archeologico, ma nel 1998 il governo dichiarò la proposta dispendiosa ed economicamente insostenibile.

Nel 2002 arrivò un secondo piano per la costruzione di un tunnel di soli 2 km, sostenuto da English Heritage, ma troppo corto secondo il National Trust, presentato come una minaccia “urgente, seria e imminente” al paesaggio. Alla fine, nel 2007, venne archiviato per i suoi costi troppo elevati, ma intanto per lo studio e lo sviluppo del progetto erano già stati spesi 23 milioni di euro.

La proposta attualmente in piedi, che prevede di allargare e sotterrare la strada in un tunnel di 3,2 km, a circa 600 metri sotto i monoliti di Stonehenge, risale al 2014, anche se l’idea era già emersa negli anni ’90.  Ancora una volta la difficoltà principale risiede nei costi: il governo ha stabilito un budget di circa 1,9 miliardo di euro, non sufficiente per costruire una galleria abbastanza lunga per evitare il sito patrimonio dell’umanità, col rischio di deturpare un paesaggio unico al mondo che custodisce tracce di un insediamento del Mesolitico.

Dopo una consultazione pubblica nel 2017, un tunnel di 2,8 km è stato definito “l’opzione preferita”. Nel frattempo la Società autostradale, la Highways England, ha commissionato dozzine di studi per valutare lo stato delle falde freatiche, l’inquinamento, le rotte di volo dei pipistrelli, la popolazione della farfalla sempre più rara Euphydryas aurinia, per un costo di almeno 46 milioni di euro. Parte dei residenti si sono lamentati per i disturbi causati dai lavori preliminari, denunciando di non essere stati interpellati durante le consultazioni di esperti, pur vivendo e lavorando su quelle terre.

La valutazione dell’annoso progetto è ormai entrata nella fase finale: nei prossimi mesi un gruppo di ispettori si riunirà nella contea sud-orientale del Wiltshire e avranno sei mesi di tempo per esaminare tutti gli argomenti a favore e contrari al piano. Entro tre mesi dovranno presentare le loro raccomandazioni al segretario dei Trasporti, Chris Grayling, che a sua volta avrà tre mesi di tempo per accettarle o meno. L’eventuale costruzione del tunnel potrebbe cominciare nel 2021. Oggi più che mai la battaglia per il tunnel di Stonehenge è entrata nel vivo e le due fazioni sono sempre più agguerrite.

La galleria che divide gli inglesi

Il braccio di ferro sul tunnel sotto Stonehenge viene presentato da alcuni osservatori come un confronto tra le forze della modernità da una parte e i difensori della tradizione dall’altra. Per i media tale interpretazione è una vera pazzia: in ballo c’è semplicemente la valutazione di un importante progetto infrastrutturale su un sito patrimonio mondiale dell’umanità e una soluzione a lungo termine al problema del traffico.

E c’è chi sottolinea anche l’assurdità di una nazione che spende tre decenni per decidere o meno di costruire un tunnel sotto Stonehenge, da sempre calamita per chi vuole realizzare affari lucrativi.

Voci a favore del tunnel 

English Heritage, l’ente nazionale che tutela il sito di Stonehenge, ha più volte ribadito che non intervenire non è un’opzione da prendere in considerazione, argomentando che la A303 sarà sempre più trafficata man mano che nuove case verranno costruite nel sud-ovest. Quindi l’esistenza di un tunnel migliorerà comunque l’esperienza del visitatore che non sarà più infastidito dalla vista delle macchine che girano intorno ai monoliti, dal rumore, dalla polvere e dall’inquinamento. 

Gli esperti di English Heritage assicurano poi che tutti i piani sono stati scrupolosamente tracciati per evitare il minimo danno al sito preistorico e che i lavori da realizzare non avranno un impatto forte sulla zona grazie alla stretta collaborazione con la Società autostradale. L’archeologa Heather Sebire si dice convinta che con il tunnel il paesaggio attorno al sito di Stonehenge possa essere maggiormente capito e apprezzate dai visitatori, avendo eliminato la trafficata e pericolosa A303 che gli gira intorno. 

Gli esperti di English Heritage avrebbero certamente preferito un tunnel più lungo ma ben sapendo la mancata disponibilità del governo a sostenere i costi di una galleria più estesa hanno deciso di appoggiare il piano sul tavolo. “Se avessimo fatto pressioni per un tunnel più lungo, l’intero progetto non si realizzerebbe mai. Dobbiamo mettere sul piatto della bilancia il positivo e il negativo. Nel quadro attuale il buono – la viabilità di un tunnel della lunghezza stabilita – supera il negativo” sottolinea Kate Mavor. “Tutti sanno che il piano per il tunnel non è perfetto, ma al momento è il migliore che abbiamo”, conclude Sebire, facendo riferimento a dubbi persistenti sulle sue conseguenze a lungo termine.

Voci contrarie al tunnel 

I più strenui oppositori si sono riuniti nella eclettica Stonehenge Alliance, una coalizione di Ong, ambientalisti, archeologi, storici, contadini e druidi che considerano “ridicola” l’idea di rimuovere Stonehenge dalla vista dei viaggiatori che transitano nell’area e deplorano che il paesaggio venga modificato per sempre. “Siamo di fronte a un compromesso poco attraente e tutto britannico: un pezzetto di tunnel ma non abbastanza lungo per proteggere davvero l’archeologia del sito patrimonio dell’umanità”, ha sentenziato il professore Mike Parker Pearson, archeologo esperto di preistoria, docente a Cambridge e Southampton, autore di uno degli ultimi studi più autorevoli sul sito.

A chi denuncia i rischi di deturpamento del paesaggio Parker Pearson ricorda che effettivamente la zona di Stonehenge è già stata colpita da incursioni antiche, tra cui i campi della prima guerra mondiale, la casa di un vecchio custode e appunto la A344. “Tuttavia tutte queste cose sono state disfatte. Questa è così enorme che non potrà esserlo. Influenzerà il paesaggio per sempre”, sottolinea Pearson. Si tratterebbe dell’intervento più invasivo sul sito, con ripercussioni su 5 mila anni, mentre l’infrastruttura che verrà realizzata non avrà una durata di vita superiore al secolo.

Per un’altra archeologa, Kate Fielden, capofila della Stonehenge Alliance, sarebbe meglio non toccare nulla. “Non vedo perché dovremmo rovinare un sito patrimonio mondiale per arrivare nella città di Exeter 10 minuti prima” argomenta l’archeologa, in lotta da 30 anni contro questi progetti.

Inoltre, sempre secondo la Stonehenge Alliance, il progetto viola una serie di leggi, direttive e convenzioni, inclusa la Convenzione mondiale sul patrimonio e la Convenzione di Berna sulla conservazione della natura europea. Negli ultimi anni i suoi attivisti hanno rilanciato la propria battaglia politica anti-tunnel, scrivendo ai ministri ancora prima che il nuovo piano venisse annunciato da David Cameron a dicembre 2014.

Ad esprimere un parere negativo è stato il Consiglio internazionale dei monumenti e siti, che collabora con l’Unesco, che ad aprile 2018 ha denunciato “danni irreversibili” nel caso in cui il piano del tunnel venisse attuato. E per lo stesso fondo Onu il progetto sul tavolo avrebbe “un impatto negativo sull’integrità dell’area e il suo eccezionale valore universale”.

Alzata di scudi anche da singoli cittadini che hanno scritto lettere di protesta pubblicate sul quotidiano ‘Telegraph’, lamentandosi del fatto che “gli automobilisti non solo non vedranno più Stonehenge ma anche gli allevamenti di maiali che pascolano nei pressi del sito, una pubblicità gratuita all’agricoltura britannica”. A scrivere al ‘Telegraph’ è stato il druida Merlin, cofondatore dell’Ordine druida astronumerico, deplorando il fatto che uno dei più famosi paesaggi dell’Inghilterra non sarà più visibile da chi transita nella regione. 

Quelle pietre misteriose dalla storia travagliata

Il sito di Stonehenge, che significa pietra sospesa, è ancora avvolto dal segreto e non passa un solo giorno senza che qualcosa venga scritto sui famosi monoliti, tutt’ora oggetto di studi e scoperte. Nessuno sa ancora con certezza chi abbia costruito questa vasta disposizione di massi nella terre del Wiltshire, nel sud dell’Inghilterra, 5 mila anni fa. Sono circolate migliaia di teorie, da quelle accademiche a quelle più fantasiose. Nel corso dei secoli la sua costruzione è stata attribuita di volta in volta a giganti, fenici, maghi, micenei, romani, sassoni, danesi, druidi e alieni. 

Tra il Settecento e l’Ottocento studiosi hanno confermato che Stonehenge fosse stato costruito da druidi, una setta considerata spaventosa di preti celti, citata dai testi romani. Una teoria così assodata che ha ispirato la nascita di una religione moderna ed attuale: dal 1905 i druidi hanno cominciato ad organizzare cerimonie commemorative nel mezzo dei monoliti, una tradizione osservata ancora oggi.

Attualmente la teoria dominante sul ruolo di Stonehenge è quella proposta dall’archeologo Parker Pearson, che ha scavato nell’area per molti anni a partire dal 2003. In principio sarebbe stato il primo luogo dove venerare i morti, fondato dalla vicina comunità stabilita a Durrington Walls, che ha collocato le pietre gallesi di basalto blu, in un gesto simbolico di “unificazione politica” delle disparate popolazioni britanniche dopo un periodo di “Brexit neolitico”. Successivamente l’area ha conosciuto un periodo di recessione di sei secoli fino all’introduzione dell’agricoltura nella regione, quando i rapporti del Paese con il continente europeo erano interrotti.

Per secoli il monumento è stato una destinazione turistica. Già nell’Ottocento veniva proposto un tour classico di visita a Stonehenge e alla cattedrale di Salisbury, ad una quindicina di chilometri a sud. In epoca vittoriana era la meta di gite fuori porta della domenica, di visite di scolaresche ma anche location per concerti e partite di cricket. La passione per la geologia, disciplina nuova, faceva affluire visitatori curiosi e appassionati in cerca di schegge di pietra per arricchire la propria collezione. È allora che Stonehenge è diventata molto popolare, in parte anche grazie al boom della ferrovia, cominciando ad essere in pericolo per la troppa frequentazione. Nello stesso periodo si è fatta strada l’idea della necessità di preservare il sito per le generazioni future. 

Dopo decenni di ostruzionismo dei proprietari terrieri, che rifiutavano il principio di patrimonio nazionale che avrebbe minacciato i loro diritti sulla proprietà, nel 1882 venne approvato e firmato l’Atto per la protezione dei monumenti antichi. Stonehenge divenne il primo dei 26 monumenti inglesi e gallesi classificati e tutelati dall’Act. A quell’epoca il terreno sul quale sorge Stonehenge era di proprietà di Sir Edmund Antrobus, che costruì una recinzione attorno al sito e fece pagare l’ingresso ai visitatori, ma non riusci a venderlo alla nazione ad un prezzo inflazionato.  

Durante la prima Guerra mondiale l’area fu utilizzata dall’esercito come zona di esercitazioni, con accampamenti e hangar allestiti nei pressi dei monoliti. Alla morte di Sir Edmund e del suo erede nel 1915, un uomo del posto, un certo Cecil Chubb, che assisteva ad una vendita all’asta – secondo la leggenda per comprarsi una sala da pranzo con sedie – acquistò il sito per 6600 sterline.Tre anni dopo ha fatto donazione di Stonehenge allo Stato. 

Temendo che l’area intorno al sito venisse costruita, negli anni ’20 il National Trust ha comprato tutti i terreni grazie ad una sottoscrizione pubblica. Tra i più strenui difensori dell’Inghilterra rurale entrò di scena un gruppo di donne, di attiviste, che si facevano chiamare il Gang Ferguson.  Nel loro primo incontro, nel 1932, lanciarono lo slogan: “England is Stonehenge and not Whitehall”, “l’Inghilterra è Stonehenge, non Whitehall”, un’accusa diretta alla capitale tentacolare, alle macchinazioni dei politici e alla burocrazia mastodontica, contrapposte alla vera anima della nazione custodita nel sito antico e magico di Stonehenge.

Eppure Stonehenge è diventato così inflazionato, destinazione del turismo di massa, che molti storici e archeologi lanciarono un monito per evitare che cadesse…in rovina.

“Caffè e chewing gum, parcheggi per le macchine, escursioni organizzate, un senso di trito e ritrito generato da cartoline, calendari e guide turistiche a buon mercato hanno causato più danni a Stonehenge rispetto al saccheggio di alcune sue pietre. Gli uomini lo hanno costruito, gli uomini lo hanno distrutto”, scriveva nel 1951 Jacquetta Hawkes nel suo libro ‘A Land’ – un classico sulla preistoria britannica – quando i visitatori erano circa 200 mila.  

Nel 2015 il governo conservatore trasformò l’istituzione di tutela del patrimonio English Heritage in un ente di beneficenza indipendente, che doveva autofinanziarsi. La sua capacità a farlo dipende proprio da Stonehenge, che contribuisce al 21% delle sue entrate, grazie a 1,5 milione di visitatori l’anno, che pagano un biglietto di circa 20 euro.

Stonehenge, fonte di ispirazione artistica e brand lucrativo

Stonehenge, l’equivalente per la Gran Bretagna delle piramidi egizie e del Partenone greco, è oggetto di una vera e proprio devozione. Anche se nel Paese esistono più di 1300 siti con pietre disposte circolarmente, il sito di Stonehenge oscura tutti gli altri. È considerato dai più eminenti archeologi il primo tentativo di architettura: la disposizione circolare delle pietre ha ispirato John Wood, che nel ‘800 ha realizzato il Circus a Bath, e poi gli ideatori di Oxford Circus e Piccadilly Circus nel cuore di Londra.

Inoltre Stonehenge è l’unico monumento neolitico presente nel Paese ad avere utilizzato pietre di origine non locale: solo i massi più grandi sono del Wiltshire mentre quelle più piccole di basalto blu provenivano dalle colline di Preseli del Galles, distanti 200 km. 

Infatti i massi di Stonehenge sono tra le opere più copiate e fonte di ispirazione per artisti di ogni disciplina, diventando davvero inflazionate. A fare business sulla sua fama è, tra gli altri, il sito ‘Clonehenge’ che vende una infinità di prodotti che replicano la forma dei monoliti, dalle lampade di lava ai pan di zenzero. Anche l’artista Jeremy Deller ha fatto fortuna con la sua collezione di magliette decorate con bocche sdentate di megaliti corredate con la scritta “Denti inglesi”, una metafora della trasformazione di Stonehenge, simbolo del cambiamento dell’identità nazionale britannica. “In un’epoca in cui tutto è sempre più incerto, la gente guarda alle pietre come se fossero delle verità. La gente vuole che le pietre parlino” osserva Deller. 

Al caffè del sito archeologico è in vendita l’acqua che porta il nome di Stonehenge, in una bottiglia decorata con la sagoma delle rovine oltre a torte di successo a forma di pietre. Senza parlare di t-shirt, magnete, gioielli e palla di neve. La sua visita non ha più nulla a che vedere con una comunione solitaria con eterne verità ma è una esperienza di consumismo tipica delle nostre società occidentali.

Simbolo dell’identità nazionale in un paese al bivio

In patria Stonehenge viene considerato come uno specchio delle passioni e delle ossessioni degli inglesi. Per citarne solo alcune, negli anni ’60 l’astronomo Gerald S Hawkins argomentava che Stonehenge fosse una macchina calcolatrice astronomica in grado di predire le eclissi, una teoria ammaliante rimasta in piedi per decenni, anche se molti degli allineamenti celesti da lui scoperti erano casuali. Nel 2003 invece il ginecologo Anthony Perks vedeva in Stonehenge un simbolo di fertilità, facendo un paragone tra la forma delle sue pietre e quella della vagina, in un articolo dal titolo ‘The Vagina Monoliths’.

“Non passa una settimana senza che venga fuori una nuova storia su Stonehenge, che si tratti di scoperte o di controverse. La sua infinita mutabilità di significati ne fa l’edificio più contemporaneo d’Inghilterra” secondo Deller, artista di fama internazionale. 

Per l’archeologo e docente Parker Pearson, il sito patrimonio dell’umanità è come un’isola, ai margini della quale forme di sviluppo invadente ne minacciano l’esistenza. In questa prospettiva Stonehenge non è più tanto sinonimo e simbolo di solidità, di eternità quanto di confusione e contraddizioni interne. 

Chi possiede Stonehenge, chi avrà voce in capitolo in futuro, chi viene ascoltato e chi ignorato nel prendere queste decisioni sono le domande ricorrenti sull’esistenza del monumento e sul suo destino. Domande che in questo momento più che mai valgono per il futuro del Paese stesso. 

Dopo la fine della Grande Guerra, l’11 novembre 1918, gli italiani hanno aspettato il primo aprile 1919 per poter tornare ad inviare liberamente telegrammi, lettere, cartoline e pacchi all’interno del Regno. Una stringente censura postale era in vigore dal 23 maggio 1915, il giorno precedente l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria.

Un provvedimento restrittivo molto sentito, che ha avuto ripercussioni dirette sul quotidiano degli italiani: i telegrammi – gli sms dell’epoca – erano il principale strumento di comunicazione veloce per la gente comune così come tra gli Stati. 

La fine progressiva della censura

Con una disposizione datata venerdì 21 marzo 1919, il ministero dell’Interno dispose che “col 1° aprile sia abolita la censura sui telegrammi circolanti nell’interno del Regno, esclusi quelli diretti alla zona di guerra o provenienti da essa. In conseguenza, con tale data saranno soppressi anche gli speciali uffici di censura telegrafica interna, istituiti presso le prefetture e sottoprefetture del Regno”. Così recitava il provvedimento pubblicato successivamente sulla Gazzetta Ufficiale e sul Bollettino del Ministero delle Poste e dei Telegrafi, specificando tutte le disposizioni del servizio.

In effetti, l’Unione Postale Universale (UPU) vietava la censura in assenza di conflitti militari. Anche la convenzione di Ginevra non ammetteva la censura della corrispondenza di un paese che non fosse ufficialmente conquistato e militarmente occupato.

Tuttavia rimasse ancora in vigore la censura sui telegrammi da e per i territori dell’Italia settentrionale che continuavano ad essere definiti “zone di guerre”, precisamente nelle provincie di Udine, Belluno, Brescia, Padova, Mantova, Sondrio, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza. A queste si aggiungevano le zone confinanti del Trentino Alto Adige con l’Austria, e nei confini settentrionali e negli orientali con la nuova nazione in formazione del Regno dei Serbi – Croati – Sloveni sulla linea stabilita dalla conferenza di pace di Versailles. In parte di questi territori la censura venne soppressa dal governo Nitti nel mese di luglio 1919, nell’intento di normalizzare il clima postbellico.

Ugualmente fino al 1920 non fu possibile ricevere ed inviare liberamente telegrammi all’estero, che continuarono ad essere spediti agli uffici di censura speciali di Milano, Genova e Roma.

Cosa significava la censura su telegrammi e corrispondenza

Nel Novecento venne convenuto a livello internazionale che in tempo di guerra era possibile, in deroga alle normative postali sull’inviolabilità degli scritti e regolamentata dall’Unione Postale Universale, procedere alla censura sistematica e ufficiale della corrispondenza. Significava cancellare nomi oppure trattenere gli scritti non autorizzati che non sarebbero mai arrivati ai destinatari.

Le comunicazioni sottoposte a censura non concernevano solo gli oggetti postali ma ovviamente tutti i possibili canali che potevano trasmettere notizie, compreso pacchi, vaglia, telegrammi, telefoni, radio.

Nello specifico, i telegrammi sia civili che militari erano controllati sia alla partenza che all’arrivo; nel primo caso all’interno della trasmissione era inserito nelle indicazioni d’ufficio la parola ‘Vistato’ oppure alla stazione telegrafica d’arrivo sul modulo già compilato e prima della chiusura e la sigillatura era applicato il bollo personale del censore che firmava il modulo.

Durante la Prima Guerra mondiale lo sforzo censorio era rivolto soprattutto ad evitare diserzioni e disfattismo, o casi di resa al nemico dei combattenti, fatta nella speranza che la prigionia fosse meglio del fronte dove si rischiava la pelle. Nei documenti d’archivio della Grande Guerra si trovano anche prove di richiami ai parenti da parte dei militari a moderare le espressioni per “non passare guai”.

Proprio per salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche inconsapevolmente e danneggiare la collettività, il 23 Maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria, con Regio Decreto venne istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici statali o militari. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare. 

L’importanza del telegramma

Al livello mondiale per la prima volta venne inviato da Samuel Morse il 24 maggio 1844, coprendo la distanza da Washington a Baltimora. Il messaggio conteneva una citazione biblica dal libro dei Numeri: What hath God wrought! (“Che cosa Dio ha creato!”). 

In Italia il primo telegramma venne spedito nel 1869 da Bari a Modugno. Nel 1880 fu introdotto il modello 30, adeguandosi alle norme internazionali, sostanzialmente uguale al precedente Mod. 41: un foglio ripiegabile in modo da consentirne la chiusura, che avveniva  con sigilli ufficiali gommati di vario tipo e con timbro a secco applicato sul modulo.

Uno strumento potente che fu parte integrante di questa pagina di storia del Novecento,  che ha veicolato messaggi da spy story decifrati dai servizi segreti e d’informazione, oltre ad essere considerato un canale di propagazione di alcune ideologie. Oltre ad annunci di decessi e lieti eventi, telegrammi e corrispondenza in tempi di guerra hanno veicolato una narrazione del basso di quanto stava accadendo sul fronte e a chi era rimasto a casa.

Al lato pratico, per inviare un telegramma a quei tempi il mittente si recava in uno dei centinaia di uffici telegrafici sparsi su tutto il territorio nazionale, compilava l’apposito modulo con nome, cognome, dettagli del destinatario e testo. Il messaggio veniva trasmesso tramite telegrafo elettrico grazie a un sistema strutturato con linee adeguate e apparati ricetrasmittenti dislocati in modo capillare ai quattro angoli del Paese. 

Si poteva spedire un telegramma anche dagli uffici postali che non erano attrezzati telegraficamente, facendo inviare il testo scritto su apposito modulo all’ufficio telegrafico più vicino in busta aperta raccomandata e con etichetta rosa di servizio. Il dovuto era pagato con francobolli applicati al modulo inviato per la trasmissione e annullati dall’ufficio di partenza.

Procedura inversa era usata se il destinatario era residente in località sprovvista di telegrafo; dalla stazione telegrafica ricevente vicina al destinatario, il testo captato era inviato con una raccomandata a lui diretta; dopo qualche tempo il modulo postale fu inviato con il servizio espresso.

La trasmissione era effettuata col sistema Morse appunto tramite telegrafo elettrico. Le comunicazioni su grandi distanze erano possibili grazie ai cavi sottomarini che sin dal 1873 correvano dall’Europa all’Egitto, con un collegamento che transitava da Brindisi. Successivamente vennero posate linee che attraversarono l’Oceano Atlantico per il collegamento con le Americhe: nei primissimi anni ’20 il cavo ad opera dell’Italcable fu steso tra l’Italia e l’Argentina, partendo da Anzio (Roma) passando per Barcellona, Malaga, Le Canarie , Capo Verde, Rio de Janeiro, Montevideo e Buenos Aires. Successivamente, il 16 Marzo 1925, fu inaugurato il collegamento tra Roma e New York passando dalle isole Azzorre.

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Boschi della Maremma. Due ragazzi vengono ritrovati dopo settimane di prigionia. Ma al carabiniere semplice Fabio Meda non importa. Così come non gliene frega niente della caccia a quello che i media hanno iniziato a chiamare l’Orco di Velianova. Anzi, più a lungo l’Orco spadroneggia in quell’immenso mare verde fatto di alberi e silenzio, più lui può lucrare accompagnando turisti del macabro e facendo loro da cicerone della morte. 

Si intitola “Il Confine” (Marsilio, 303 pagg. 17 euro) il secondo romanzo dello sceneggiatore Giorgio Glaviano, uscito il 21 marzo nella collana Farfalle. 

Una storia cruda, palpitante, coinvolgente in cui si esplorano gli abissi delle ossessioni umane. Il protagonista, Fabio Meda deve ripagare un debito. Ne ha contratti decine con la vita, solo che stavolta si tratta di salvare la sua ex moglie. Deve trovare tanti soldi e subito ed è disposto a tutto, anche a varcare l’ennesimo confine. Ma sarà l’incontro con la bellissima e sfuggente bulgara Nevena a rimescolare le carte. Meda sarà costretto a indagare sull’Orco. Un’indagine non autorizzata, solitaria e pericolosa. Perché non soltanto si ritroverà contro il mostro che rapisce e uccide ragazzi, ma anche l’eroico capitano Rio e poi lo strozzino che lo tiene sotto scacco e infine la potente famiglia degli Arduino.

Se non bastasse, Meda ha anche un altro nemico: se stesso. È affetto da dipendenza sessuale, una malattia che da due anni lo costringe a umiliarsi e che lo ha precipitato in un abisso dal quale non riesce più a riemergere. Meda ha attraversato molti confini cui la maggior parte degli esseri umani non osa nemmeno avvicinarsi, ma sarà quest’ultimo quello che decreterà la sua fine. O, forse, la sua rinascita. “Il Confine”, visto il carattere così originale del suo protagonista, ha già attirato l’interesse dei produttori per farne un film o una serie. 

“La prima adunata dei fasci di combattimento, strombazzata per settimane dal Popolo d’Italia come un appuntamento fatidico, era stata fissata al Teatro dal Verme, capace di 2000 posti. Ma la vasta platea è stata disdetta”.

“Tra la grandezza del deserto e la piccola vergogna, abbiamo preferito la seconda. Abbiamo ripiegato su questa sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali. È qui che dovrei parlare”.

“Tra quattro pareti tappezzate di un triste verde lago, affacciato sul nulla di una grigia piazzetta parrocchiale… piazza del San Sepolcro”.

“Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire”.

È il 23 marzo del 1919, cent’anni fa, e la voce e le parole sono quelle di Benito Mussolini per come gliele restituisce lo scrittore Antonio Scurati nel suo romanzo storico “M, il figlio del secolo” uscito per Bompiani lo scorso settembre e oggi candidato al Premio Strega.

È anche l’incipit del libro, in cui l’ardimentoso Mussolini appare come un uomo dubbioso, combattuto sulle scelte da operare.

Per prima cosa deve subito ripiegare, e rinunciare all’ampiezza della sala per evitare la brutta figura di una scena con numerose sedie vuote. Non se lo può permettere.

Eppure “sarà un un’adunata importantissima” recita il comunicato pubblicato dallo stesso giornale il 2 marzo.

Non un partito, ma un movimento

L’invito viene replicato anche il giorno 9 e questa volta viene anche motivato l’obiettivo, che è chiaro: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno i fasci di combattimento contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”.

Due modi diversi ma al tempo stesso speculari di essere contro l’innovazione e la modernizzazione. Luddisti del presente e del futuro.

Tuttavia, l’indomani mattina di quel 23 marzo il quotidiano diretto dallo stesso Mussolini, annuncia che l’iniziativa ha riscosso un enorme successo e che le adesioni ai fasci fioccano e crescono a vista d’occhio.

In realtà, come rievocano Indro Montanelli e Mario Cervi ne “L’Italia del Novecento” (Rizzoli) e “come risulta da un rapporto della polizia, i convenuti a quella cerimonia di battesimo (…) non furono più di trecento, anche se poi l’onore di avervi partecipato fu rivendicato da parecchie migliaia di persone che in qualche modo riuscirono a farselo riconoscere”.

Un primo vezzo di trasformismo. E poi per tutti i vent’anni successivi tutta l’Italia viene costretta a festeggiare solennemente quella ricorrenza. Insomma, a dirla tutta inizialmente la vicenda dei fasci parte come un mezzo fiasco.

I fasci però non sono un partito, bensì il tentativo di dare una spinta ad un “movimento” con una chiara impronta antipartito, anche in polemica con il Partito socialista dal quale Mussolini è stato espulso cinque anni prima.

Quindi, nelle intenzioni, quello dei Fasci è per lo più uno “stato d’animo” che si prefigge di rompere gli schemi della politica tradizionale per dar vita ad una organizzazione di “ardimentosi” in grado di compiere la rivoluzione che deve portare alla nascita di una “nuova Italia”, per come la intende quel che sarà il futuro Duce del Paese.

Ma l’Italia di quel momento è una nazione appena uscita dalla guerra (novembre 1918), vincitrice ma in ginocchio, provata, con milioni di morti sulla coscienza, tanto che chi porta la divisa in quel momento viene considerato un reietto e un complice dello sfacelo del Paese. Viene evitato se non, addirittura, malmenato.

Ciò che acutizza il disagio e l’isolamento degli uomini ritornati dal fronte e che la Sinistra del tempo non sa cogliere. Acuendo la frattura tra i Paese e il suo ceto medio.

“Perché dovrei parlare a questi uomini?” dice tra sé il Mussolini cui lo scrittore Scurati restituisce la voce nelle sue pagine “stregate” e ieratiche dal forte fascino narrativo.

E lo stesso Mussolini si risponde: “È gente che prende la vita d’assalto come un commando. Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati dai colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, gli oziosi, i genialoidi, i piccolo borghesi (…), lo so, li vedo qui davanti a me, li conosco a memoria: sono gli uomini della guerra”.

In quel frangente Benito Mussolini, che il 23 marzo dà vita ai fasci di combattimento, nucleo originario e fondativo del futuro Partito Nazionale Fascista nel novembre del 21, ha dietro a sé due date uguali e al tempo stesso distanti.

La prima è il 24 novembre del ’17 – con la più grande disfatta militare di tutti i tempi che è stata Caporetto, “un esercito di un milione di soldati distrutto in una settimana”.

La seconda il 24 novembre del ’14, il giorno della sua cacciata dal Partito socialista con gli operai di cui fino al giorno prima è stato idolo e faro che si combattono a vicenda pur di prenderlo a cazzotti.

La sindrome del “piccolo borghese imbestialito”

Le elezioni politiche del 16 novembre 1919 sono per il fascismo un vero disastro. “Nella circoscrizione di Milano – ricordano Montanelli e Cervi nel loro libro – su 270 mila voti la lista capeggiata da Mussolini non ne raccolse neanche cinquemila. (…) I socialisti, che avevano riportato un clamoroso successo assicurandosi ben 156 seggi mentre 100 erano andati ai popolari di Don Sturzo, celebrarono i funerali di Mussolini portandone in giro la bara”.

Così Mussolini per allargare e rafforzare il proprio seguito apre le porte a chi più ne ha più ne metta, cioè “a tutt’altra estrazione sociale e ideologica: studenti, ex-combattenti delle ultime leve desiderosi di perpetuare ‘l’avventura’, scampoli della piccola e media borghesia benpensante e conservatrice che invece vedevano nel fascismo la ‘diga’ contro la sovversione, e una crescente falange di spostati in cerca di torbido in cui pescare”, si legge ne L’Italia del Novecento.

E nel largo quanto vago “movimento” messo su da Mussolini ognuno può starci e interpretarlo come meglio gli può convenire.

Mussolini stesso, complice e anche consapevole. Un ricambio di sangue in parte provocato e in parte accettato. Un’impalcatura che poi si fa regime.

Agli inizi del ’20, Mussolini dice di poter contare su 88 fasci e 20 mila iscritti ai suoi ordini. Una forza per lo più modesta, visto anche il tonfo elettorale dell’anno precedente. I Fasci non sono un partito né sembra desiderino diventarlo.

Si chiamano “movimento” dove ognuno si muove a modo suo “sotto la spinta propulsiva di qualche ras locale” e sotto una ferrea direzione e centralizzata popolar-populista molto buona per le adunate.

La leadership fiuta l’istinto del “piccolo borghese imbestialito” e ne fa leva contro tutto e tutti, in particolare “contro i socialisti, che di ritorno dalle trincee, lo avevano svillaneggiato e aggredito, ma anche contro i capitalisti ‘pescicani’ che avevano lucrato alle sue spalle, la Monarchia, la Chiesa, i partiti, la ‘politica’ in generale, insomma quello che oggi si chiama l’establishment”. O, se vogliamo, l’élite.

Gli italiani vengono di nuovo chiamati alle urne il 15 maggio 1921. E questa volta Mussolini registra un vistoso successo.