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Il mondo dei videogiochi sta cambiando. Non solo grazie alle tecnologie, sempre più innovative e immersive, ma anche a causa di nuove forme di narrazione e di interazione tra personaggio e giocatore, tra dimensione ludica e mondo fisico. Keith Stewart, giornalista del Guardian, ha incontrato al Festival Celsius 232 alcuni tra i principali sceneggiatori di storie per videogiochi.

Insieme agli autori di storie di grande successo, come Faster Than Line e Witcher 3, ha provato a immaginare quali saranno le novità che andranno a comporre lo storytelling di questo universo in continua evoluzione. “Dieci anni fa, con GTA o Assassin’s Creed, i narratori diedero spazio e importanza a quelle trame secondarie che permettevano di uscire, liberamente, dal tracciato originario per abbandonarsi a nuove possibilità”. Oggi, secondo Stewart, ci sono 5 ragioni per credere che siamo di fronte a una svolta simile.

Interfacce e joystick, addio

I controller di gioco, con la loro moltitudine di pulsanti e leve, rappresentano uno degli ostacoli più grandi da superare. Secondo Tom Jubert, creatore di Bungie, gli sceneggiatori si devono impegnare a immaginare soluzioni alternative che mettano al centro il linguaggio naturale e le sue elaborazioni. Il gioco del futuro dipenderà moltissimo da una comunicazione diretta tra giocatori e personaggi dove saranno i comandi vocali a determinare quello che succede.

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Jubert, ad esempio, immagina di poter trasformare quello che viene detto in sentimenti, argomenti e azioni: “In una partita di mezz’ora si potrebbe fare un interrogatorio nei confronti di un sospetto senza sapere quanto si è riusciti ad avanzare nello sviluppo della storia. E scegliere di essere diplomatici o aggressivi, a seconda dell’obiettivo e di come ci si sente”. Quello che è certo è il desiderio di superare mouse e joypad, tastiere e altri componenti hardware che limitano tutto ciò.

Non si vive di sole parole

All’interno di queste narrazioni c’è un unico re: il dialogo. Secondo Jakub Szamalek, invece, presto tutto cambierà. Le nuove tecnologie permetteranno a chi scrive di dare maggior risalto a elementi fino ad ora tenuti in disparte e che sono legati alla sfera del “body language”: “Sarà più semplice anche per noi rappresentare le interazioni tra i personaggi lavorando principalmente sulle espressioni facciali o su alcuni movimenti del corpo”. Personalità meno logorroiche e noiose favoriranno la velocità di fruizione dell’intero gioco.

Meno cinema e più soluzioni alternative

Spesso, per raccontare gli elementi fondanti di una trama complessa, i grandi videogiochi propinano ai giocatori lunghe scene cinematografiche dove vengono narrati gli antefatti o vengono presentati particolari utili alla connotazione dei vari protagonisti. Poi, accanto a queste proiezioni, si ricorre a espedienti per fornire altre informazioni. Oggetti come pergamene o mappe. Pop-up di mail, messaggi privati o video olografici.

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L’intelligenza artificiale darà la possibilità di studiare nuovi modi per far emergere i dettagli di quello che si sta raccontando eliminando tutto ciò. Secondo Nick Abnett non si riceveranno più banali ordini come questo: “se vai nella stanza X, dentro il cassetto in basso troverai una pergamena..”. Sarà il gioco stesso a imparare attraverso l’esperienza di gioco e scegliendo il momento e il modo più adatto per far fare quella scoperta.

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Storie lunghe, lunghissime

Il mondo delle serie televisive, soprattutto quelle che prevedono una trama che si dilunga in molte stagioni, influenzeranno anche questa tipologia di storytelling. Gli autori dovranno dedicarsi a storie che non si perdono nell’immediato ma che avranno un respiro di mesi e anni. Per Abnett è il fumetto a dover essere preso come modello per potersi dedicare efficacemente questa tipologia di scrittura: “Nei fumetti puoi tornare indietro e riprendere fili che sono rimasti incompiuti. Così puoi rendere le tue storie facilmente componibili, collegandole insieme in una maniera che non sembra mai forzata. I videogiochi possono imparare molto da questo meccanismo”.

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Connettere persone che vivono in posti lontanissimi

La violenza è un elemento centrale dei giochi moderni. Una delle sfide del futuro sarà quella di costruire nuove storie che siano portatrici di altri sentimenti volti a unire persone che abitano in luoghi molto distanti. L’obiettivo sarà quello di far sì che si sentano sempre più parte di qualcosa di grande e di esclusivo. Margaret Stohl è convinta che Netflix possa rappresentare un altro modello da seguire per “riuscire a rivolgersi a un pubblico sempre più globale. Che aspetto ha un eroe in Cina? E in India? Quali sono le linee narrative veramente importanti e universali?”. Ed è rispondendo a queste domande che, secondo l’autrice, cambierà il modo di scrivere sceneggiature: “Per questo il nuovo Harry Potter verrà proprio dal mondo dei videogiochi”. C’è solo da attendere per capire come sarà.

 

Dice Natalia Aspesi: “A pensarla oggi che sappiamo di non incontrarla più, a parte nelle meravigliose interviste concesse a Simonetta Fiori, Inge non ha mai parlato davvero di sé, si è sempre difesa come in una fortezza impenetrabile però con bandiere e luminarie festose e colorate, chiacchierando di tutto. Alla fine sappiamo le storie della sua vita, ma è di lei che sappiamo molto poco”.

Le fotografie

Inge Feltrinelli si è spenta il 20 settembre 2018 all’età di 88 anni. Era nata a Essen, in Germania, il 24 novembre del 1930, figlia di un ebreo tedesco e di una luterana. Per sopravvivere alle privazioni del dopoguerra, si inventò il mestiere di fotoreporter in giro per il mondo, e divenne presto una fotografa affermata.  Quasi tutti i quotidiani hanno pubblicato oggi il celebre autoscatto in bianco e nero con Ernest Hemingway del 1953, che campeggia nelle librerie Feltrinelli.  Un anno prima, il suo primo scoop fu uno scatto rubato e Greta Garbo (immortalò poi Picasso, Hemingway, Kazan, Kennedy). 

Era da poco arrivata a New York, imbarcandosi da Amburgo, come un “misto di Audrey Hepburn e Leslie Caron”, ricorderà il figlio Carlo nello struggente libro scritto in memoria del padre “Senior Service”, dal nome delle sigarette che Giangiacomo Feltrinelli, editore comunista e miliardario, fumava quando la incontrò la prima volta a un party dell’editore Rohwolt, di ritorno ad Amburgo. Aveva 28 anni ed era bellissima. 

Si sposarono in Messico nel 1959 e cominciò la sua avventura italiana, letteraria e politica, per “cambiare il mondo” a caccia di autori, che in molti divennero suoi amici (tra questi, Garcia Marquez, Doris Lessing, Nadine Gordimer). Dopo la tragica scomparsa del marito, trovato morto ai piedi di un traliccio di Segrate nel 1972, salvò la casa editrice nel clima cupo degli anni di piombo, circondandosi delle persone giuste, lasciando poi le redini della società nelle mani di Carlo, che era nato nel 1962.  

Gli scrittori

Si è battuta per mantenere una continuità con il filone tradizionale della casa editrice, che aveva pubblicato i principali autori contemporanei, alla ricerca di filoni narrativi nuovi, come gli scrittori dell’America Latina, e poi sviluppando la catena della libreria. 

Amica di scrittori e intellettuali, amava le feste ma non per una mondanità sterile, sempre lontana dall’alta borghesia milanese; la sua casa brulicava di persone svariate purché “simpatiche”, stimolava i suoi autori parlando con il suo italiano che non aveva perso l’accento tedesco, coccolandoli; li accoglieva indossando abiti dai colori sgargianti e fantasiosi orecchini di bigiotteria. 

Inge, che alla Fiera di Francoforte si infilava in un turbinio di incontri, ma che non era mai spericolata al lavoro se non quando correva in bicicletta per le strade di Milano, è diventata una icona della cultura italiana più internazionale. 

Scrive Mario Baudino sul quotidiano torinese che quando, tre anni fa, la casa editrice celebrò i sessant’anni di vita al Salone del Libro, “la regina dell’editoria italiana trovò una definizione che riassumeva tutto quanto le era accaduto nel tempo: la “febbre frenetica” di un gruppo di giovani intellettuali cosmopoliti che si cercava e annusava tra Europa e America. «Idealisti e antifascisti, in un momento in cui tutti i giovani intellettuali erano come noi, e infatti tutti lavoravano per noi, in un incredibile via vai. Giovani briganti e frenetici come Enrico Filippini, Valerio Riva, Nanni Balestrini, tutti maschi. E poi Bourgois in Francia, Jonathan Cape in America, Michael Kruger in Germania e tanti altri… Io ero la sola donna»”

Dice ancora Baudino che “Inge Feltrinelli, l’amica degli scrittori e degli intellettuali, la donna che sapeva far lavorare insieme le personalità più disparate, o far da levatrice a grandi libri che magari non aveva neppure letto, amava l’aneddoto riferito a Ernst Rowolt, fondatore dell’omonima Casa editrice, che “annusava i libri e solo dopo tre pagine sapeva se andava bene”. Un po’ come Giulio Einaudi, del resto, che annoverava tra i “fari” cui guardavano, almeno i primi tempi della Feltrinelli, lei e Giangiacomo”.

“Nel clima rovente del 1968”, ricorda Baudino, “venne cacciata da un lussuoso hotel di Francoforte, dove risiedeva per la Buchmesse, la fiera internazionale del libro perché aveva nascosto in camera Daniel Cohn-Bendit ricercato dalla polizia. Quando nel 1962 pubblicarono Il Tropico del Cancro, libro allora scandaloso di Henry Miller, fingendo di averlo stampato in Francia, solo per il mercato estero, e per cinque anni, ci raccontò, «lo vendemmo, in Italia, diciamo così di contrabbando. Fu una cosa molto misteriosa»”.

 

Le conversazioni

Nel 1964 la coppia era all’Avana per lavorare con Fidel Castro sulla sua biografia. La Feltrinelli era diventata famosa per con Il Dottor Zivago di Pasternak, che era stato pubblicato nel ’57 dopo essere stato trafugato clandestinamente dall’Unione Sovietica. Pochi mesi dopo era uscito il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

“Era una conversatrice affascinante nel suo italiano forse volutamente, – e caoticamente – straniero, a partire dall’accentro un po’ tedesco e un po’ americano, per arrivare agli improvvisi neologismi o ad altrettanto subiteanei terremoti sintattici”, ricorda Baudino.

L’amica Eva Cantarella “faceva parte di quel mix internazionale d’intellettuali che la vulcanica editrice ha ricevuto per anni nella sua casa di Milano oltre che nella villa in Monferrato”, scrive Chiara Beria di Argentine, che raccoglie il ricordo della nota grecista: “Inge non era per niente snob. Certo, da lei s’incontravano i suoi amici e autori spesso stranieri ma anche tanti giovani. Il suo era l’anti-salotto alla romana”. E ancora: “Coraggiosa, vitale, colorata, anticonformista. Fin da giovane e in tutta la sua vita ha affrontato anche dolori e difficoltà riuscendo a tenere tutti insieme […] lei era irripetibile”.

Superati gli anni di piombo, quando anche a Milano arrivano tempi più sereni, “al 6 di via Andegari, nell’antico palazzo di famiglia e sede della casa editrice, Inge Feltrinelli offre pranzi e cene ad altro tasso di affettuosità anche se di lavoro”, scrive ancora Beria di Argentine. “Una grande passione per il ballo («Voglio ricordare con quale gioia ballava a Venezia negli anni più felici del premio Campiello», dice il finanziere Francesco Micheli), una predilezione per abiti e accessori dai colori vivaci, tanto che ai tempo delle più rigorose sfilate di Armani spesso era la sola ai bordi della passerella vestita di rosso o arancione”. 

I posti a tavola

Gianni Riotta rievoca le sue missioni oltreoceano, “quelle impossibili giornate newyorkesi” tra lavoro, cultura e party. “L’appuntamento era da Wolf’s, sulla Sesta Strada, uno degli ultimi ristoranti “deli” che servisse a New York carne pastrami all’antica. Inge Feltrinelli arrivava di corsa, in un abito multicolore, ordinava parlando in varie lingue ai camerieri veterani, poi interrogava: “Chi pubblica la New York Review of Books? Chi è il graffitista del giorno, Haring, Basquiat o Scharf? Che dice Vanni Sartori alla Columbia di politica italiana? Possiamo comprare uno dei primi computerini da Radio Shack?”.

Nel ricordare che non c’era libro, Banana Yoshimoto o Cheever, piatto, salsicce o sushi, che non la appassionasse, Riotta, citando alcuni passaggi del libro dell’amatissimo figlio Carlo, scrive che “alle cene numerose Inge proponeva “cambiatevi di posto ad ogni portata, così conosciamo persone nuove se no moriamo di noia”, e gli ospiti seguivano obbedienti la sua contraddanza sociale”,

Inge ascoltava tutti. Riotta ricorda che un giorno “arrivai, come sempre trafelato, a un appuntamento con lei a Villa Deati, suo ritiro in campagna. Un grammofono suonava in giardino, tra i tanti ospiti illustri, Inge si accorse che l’autista de La Stampa, che mi aveva accompagnato, era rimasto in disparte, imbarazzato. Lo invitò a un valzer, facendolo volteggiare sul pronto, «Fateci una foto e che sia bellissima»”.

Fu grazie a Inge che Maurizio Maggiani ha capito “di non essere un vuoto a perdere sepolto nella sterminata discarica dell’editoria letteraria”. Era la primavera del 1995 ed era da poco uscito il Coraggio del Pettirosso. Ricorda Maggiani: “Mentre mi aggiravo con circospezione per via Andegari 6 alla ricerca di qualcuno che, senza offesa, mi confermasse se quello che avevo appena pubblicato era senz’altro il mio quarto, vasto, insuccesso, mi venne incontro questa signora Inge, fino ad allora solo fuggevolmente e rarissimamente intravista, e mi prese e mi abbracciò ordinando all’universo intorno: uno sciampagnino per Maggiani, uno sciampagnino per il nostro autore!”

Un'idea di sé

Cosa diceva Inge di Inge medesima? Lo scrive Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera. Quando, dopo la fuga del padre, direttore ebreo di una grande industria tessile, costretto a nascondersi in Olanda, si trasferisce da Essen a Gottingen, grazie alla coraggiosa madre che la mette sotto la protezione di un ufficiale della cavallerie tedesca che le fece da patrigno, prima che la caduta di Hitler le aprisse gli occhi sul nazismo, spingendola ad allontanarsi dalla famiglia e dalla tragedia storica che aveva vissuto inconsapevolmente, “Si descrisse come una ragazza senza particolari talenti ma “vivace, allegra, incredibilmente curiosa e dotata di una buona dose di faccia tosta” […] In realtà il talento l’aveva ed era, oltre alla curiosità, la capacità di fiutare e trattare le persone. Un talento umano più che intellettuale”.

Paolo di Stefano racconta la sera in cui Inge incontrò il futuro marito la sera del 14 ottobre 1958, ad Amburgo, di ritorno dal Ghana, in un party negli uffici dell’editore Rowohlt.  Giangiacomo Feltrinelli era un editore miliardario e rivoluzionario, e aveva da poco diffuso nel mondo occidentale il romanzo di Pasternak. “Li presentai, simpatizzarono, direi che si intesero subito e quando lasciarono la festa, credo non avessero bisogno di nessun altro”, raccontò Rowolht. Inge si trasferisce a Milano proprio nei mesi in cui Feltrinelli sta pubblicando il Gattopardo.

“Con la sua pronuncia tedesca che non aveva mai stemperato, con i suoi accenti spesso sbagliati, Inge Feltrinelli era una straordinaria narratrice orale: raccontava con entusiasmo l’incontro a Cuba con Hemingway in preda all’alcol, le feste a Francoforte con Wagenbach e Fischer, le scorribande con Vázquez Montalbán, al mercato del pesce di Barcellona,  la conquista ardua di Marguerite Duras con i suoi capricci (L’amante nel 1985 servì a dare respiro alla casa editrice), la prossimità sororale con Nadine Gordimer e Doris Lessing, la severità di Max Frisch, l’angoscia di Isabel Allende dopo la morta della figlia. E l’amicizia quasi cameratesca con Antonio Tabucchi, la visita al vecchio “sporcaccione” Charles Bukowski nella casa di Sam Pedro, i selvaggi moustaches di Günter Grass e le sue famose zuppe di pesce, l’allure di Gabo al divo di Hollywood dopo il Nobel”.

Il figlio Carlo

Sempre al fianco del figlio Carlo, “lui la mente, io l’anima, ma spesso ci scambiamo i ruoli”, diceva. Richard Ford, grandissimo amico, la conobbe quando aveva già 45 anni, “non ero uno scrittore giovane da far crescere, ma mi adottò. Lo sa che nessun editore italiano mi aveva voluto?”, dice nell’intervista a Matteo Persivale. Parla di Inge quasi sempre al presente quando la descrive come “una di quelle persone che quando non ci sono più, ti fanno sentire sperduto nel presente. Come il giorno in cui è mancato Umberto Eco”. Fu proprio Inge a presentargli Eco. “Amava presentare altri scrittori ai suoi amici scrittori: sapeva che ne sarebbero uscite cose interessanti […] ma tutto avveniva nella massima serenità […] il più delle volte a tavola si discuteva di cibo o di vini. Inge dice sempre di essere rimasta la tedesca che veniva da un villaggio. Inge è allergica agli snob, li irride. Non l’ho mai vista frequentarne uno”.

I salotti, la Scala

“Credo che la parola vip le sarebbe apparsa una parolaccia, se qualcuno avesse osato dirlo a lei”, scrive Natalia Aspesi, che ricorda anche come del suo lavoro “gli amici non la sentivano parlare, anche quello era come un impegno privato, che non doveva interessare, o annoiare, gli altri: qualcosa di cui non si sarebbe mai vantata perché quelli che lo facevano le parevamo “mezzecalze””.

Non si assoggettava agli obblighi dell’alta borghesia lombarda. Per esempio, scrive ancora Aspesi, “non aveva un cosiddetto salotto, ma un grande spazio grondante di libri, con stupendi quadri antichi e molti divani, che si apriva su una sala da pranzo col tavolo straripante delle celebri ricette milanesi di casa: sempre le stesse, una tradizione famigliare ma anche culturale: risotto, insalata russa, cotolettine, cotechino col purè, creme caramelle, ecc. […] Inge era molto libera: per esempio, non amando particolarmente la musica, non appariva come tante altre alle inaugurazioni della Scala giusto per esserci. Invece sola sola, al primo spettacolo del pomeriggio, sgattaiolava nei cinema a godersi in solitudine i film”. 

Gli orecchini

Amava la moda, sì, e di sicuro aveva bei gioielli, “ma la si è sempre vista fin quando li ha portati, con enormi orecchini finti; mai con abiti di sartoria, non incline alle mode, era molto appassionata di un fitto guardaroba qualsiasi, purché sufficientemente sgargiante, con la predilezione dell’arancione, il giallo, i fiori, orrore per i colori dell’eleganza milanese, nero, grigio, beige”.

Non amava i pettegolezzi. “Simpatico” era l’aggettivo massimo che usava per le persone e le situazioni che apprezzava. Le piacevano le feste e naturalmente era invitata ovunque “ma non ovunque andava”, continua Natalia Aspesi. “Agganciata da tutti, accettava al volo un paio di drink e poi frettolosamente scompariva. L’aspettavano i suoi amatissimi libri e non solo i Feltrinelli: e ne regalava”.

Inge amava fare regali agli amici. E così “ogni tanto alle persone che le volevano bene”, scrive ancora Aspesi, arrivava un suo sacchettino, un libro, dei cioccolatini, la cartolina di una mostra su cui si cercava di indovinare quel che voleva dire con una scrittura del tutto incomprensibile”.

Le feste (e come uscirne)

Negli ultimi tempi non era stato possibile non notare la sua assenza a inaugurazioni e cene. L’ultima festa l’aveva data ad aprile a Villadeati per il compleanno del suo compagno, Tomas Maldonato. “Inge si stava spegnendo, già lontana dal dolore e della rinuncia. Solo i suoi lo sapevano, il figlio Carlo, la nuora Francesca, i nipoti, Tomas, le persone molto amate che non esibiva mai, come non fosse il caso di essere, per gli altri, anche una mamma, una nonna, una compagna. Cose sue, solo sue”, conclude Aspesi.

“Inge sapeva sempre come fare, anche lasciare una festa senza che gli altri se ne accorgessero. Quasi di nascosto, con leggerezza, senza i noiosi rituali dei saluti e dei commiati. Dov'è Inge? Inge se n'è andata. Inge non c'è più. Così ha fatto anche nella sua ultima uscita, quella più difficile”, scrive Simonetta Fiori.

“Non c’è stato niente di luttuoso nel suo commiato, nessuna cerimonia d’addio”, continua Fiori. “Prima ha scelto di ritirarsi tra i suoi ricordi […] Poi ha voluto proteggere il suo professore, Tomas Maldonado, l’amore della seconda vita, nascondendogli la sua immagine ammaccata, resa opaca dalla malattia. E poi Inge s'è congedata da tutto, dalla sua bella casa di via Andegari, la stessa da sessant'anni, proprio davanti alla casa editrice. E poi da Carlo, il figlio molto amato. E dai nipoti. Ma senza drammi, senza troppi rituali. Come ha sempre fatto nei suoi ottantasette anni di vita, abituata non a rimuovere il tragico ma a sconfiggerlo con una prepotente vitalità. E se le forze vengono meno, meglio rincantucciarsi nella propria stanza, nel sonno e nel silenzio”.

“In casa editrice la chiamavano If, dalle iniziali del nome. E per una curiosa coincidenza if nella lingua inglese indica un'ipotesi, un'eventualità, una condizione possibile ma non certa, come niente appariva prevedibile nella sua scalpitante impazienza. A cominciare dalla sua vera indole, che non si finiva di scoprire. Perché non bisognava fermarsi alla sinfonia di colori aranciati né all'attitudine ballerina sfoggiata nelle bookfairs di tutto il mondo né alla parlata cosmopolita con cui poteva dire di tutto, anche dare dell'imbecille all'osannato bestsellerista del momento senza che lui se ne accorgesse”.

La madre Trudl

Anche Simonetta Fiori ripercorre gli anni della giovinezza, ricordando come nella Germania di Hitler sfiorò la deportazione perché figlia di padre ebreo. Si salvò grazie all'energica madre Trudl che indusse il marito Siegfried a scappare in America, sostituendolo ben presto con un ufficiale della cavalleria tedesca garante della loro sopravvivenza. Il dopoguerra significò miseria nera e disavventure famigliari – il patrigno Otto prima sottoposto a processo, poi morto di crepacuore – alla ricerca d'un padre lontano che però la respinge”.

Casa Feltrinelli

Inge, bellissima, è troppo curiosa del mondo. Quando incontra Giangiacomo ad Amburgo “aveva degli zigomi fantastici, e uno zaino pieno di mondo”. Si piacciono subito, “e finita la festa da Rowohlt aspettano l'alba insieme, seduti su una panchina davanti al lago. Comincia così una storia d'amore e di editoria destinata a non finire mai”.

“Due anni dopo li ritroviamo vicini nel clima selvatico di via Andegari, caotico laboratorio di utopie e rivoluzioni. È la Milano elettrica degli anni Sessanta, la città degli Strehler e dei Paolo Grassi, la sera si mangia la cassoeula dai Vittorini insieme a Montale e la Duras”

“Casa Feltrinelli diventa il simbolo di una élite culturale mondiale che annovera Bellow e Camus, Bukowski e Arbasino, Ginsberg e Baldwin, Günter Grass e Ingeborg Bachmann. È Inge ad accogliere tutti, importando a Milano il modello berlinese dell'editore Fischer prima della guerra: la sera a cena con Thomas Mann, l'indomani a colazione con Einstein […] Aveva la capacità di annusare da lontano la fuffa, sapendo distinguere in modo fulmineo l'oro vero dalla paccottiglia”. 

Quando il 14 marzo del 1972 nella campagna di Segrate, “Giangiacomo salta per aria mentre tenta di mettere una bomba su un traliccio dell'Enel, "He is gone", aveva annotato Inge sul diario dopo il loro ultimo tristissimo incontro. È andato, non è più lui, non torna in sé. Una follia per la quale non riuscirà mai a trovare un senso. Se la casa editrice è sopravvissuta al suo fondatore, lo si deve esclusivamente a Inge”.

Il suo dovere

“Ma, per una forma di pudore, non si sarebbe mai impancata a salvatrice dell'impresa. "Ho fatto solo il mio dovere", liquidava lei ogni tentativo di monumentalizzarla. "Un misto di assennatezza ed estasi", la ritrasse Jorge Herralde, altro gigante dell'editoria affascinato dalla sua forza teutonica”.

Quando, insieme a Luca Scarzella, Simonetta Fiori girò un film sulla sua vita, “nessuno avrebbe scommesso di tenerla inchiodata nella sua stanza per quattordici ore di intervista, distribuite in soli quattro giorni. La sua irrequietezza era leggendaria. Ma lei riuscì a sorprendere perfino la sua più stretta collaboratrice – Giulia Maldifassi, ideatrice del lavoro – presentandosi all'appuntamento mezz'ora prima del ciak”

Durante le riprese, Fiori conosce “Inge disadorna del colore e dei lustrini”. Ad esempio, “quando parlava di suo figlio Carlo bambino, era soltanto una mamma che si preoccupava di farlo crescere insieme agli altri bambini, evitandogli i traumi del padre, allevato nella solitudine di una famiglia miliardaria. Una madre e basta”.

“Vorrei dire una cosa minore, di Inge”, scrive Concita de Gregorio. “Una cosa piccola, quella che penso quando la penso. Era felice di provare ammirazione per qualcuno, e di dirglielo. Di più, credo: era proprio abitata dal desiderio di essere stupita dal talento altrui. Come se si svegliasse ogni mattina dicendo: speriamo di incontrare oggi qualcosa o qualcuno che io possa applaudire”.

L’ultima volta che l’ho vista era vestita di arancio, tutte le sfumature dal sottabito alle scarpe. Mi aveva detto, una volta: «Non mi piace parlare del mio corpo, né dell’amore. Mi annoiano. L’unico grande amore è stato Giangiacomo, ho viaggiato con lui, poi ho vissuto per i libri. Però Carlo è diventato, malgrado me, un magnifico figlio». Aveva sorriso orgogliosa”.

 “Del fotografo aveva l’occhio fulminante che sa isolare il momento giusto e il dettaglio che conta, che sa arrivare all’anima del personaggio che ritrae”, ha scritto Ernesto Ferrero. 

Un’idea di cultura

Francesco M. Cataluccio ha lavorato con Inge, dalla caduta del Muro di Berlino ala metà degli anni Novanta, e la ricorda “come una donna appassionata ed esuberante. Proverbiali erano le sue sfuriate e alcuni suoi capricci espressi in una buffa lingua e che non è mai stata del tutto l’italiano. Aveva occhi piccolissimi, quasi due tagli orientali, e un sorriso sempre grandissimo. A una prima impressione sembrava sempre ‘sopra le righe’ ma, conoscendola, si capiva che la sua era una carica vitale al servizio di un’idea di cultura e editoria”.

“Era una persona appassionata e molto più intelligente di quanto il suo comportamento spesso bizzarro, e il suo abbigliamento eccessivamente sgargiante, lasciassero trapelare. Nel lavoro non era una persona spericolata: soltanto nel suo modo di sfrecciare in bicicletta per le strade del centro di Milano costituiva un pericolo per sé e per i pedoni. Penso che le cose che le facevano più paura fossero la noia e la monotonia”.

“Alla fiera di Francoforte, ad esempio, si muoveva come una vera padrona di casa, era difficile starle dietro: si ficcava in un turbinio di incontri, feste, presentazioni, dei quali sembrava non stancarsi mai. L’editoria per lei erano anche contatti personali, sussurri durante una cena, soffiate durante una festa. Ma non era una mondanità fine a sé stessa. La sua casa era sempre aperta alle persone più svariate: i suoi autori venivano coccolati coccolati e stimolati dal suo entusiasmo e della sua energia”.

I libri

“L’idea della casa editrice e delle librerie non era solo commerciale, ma una sfida: quella di portare i libri ovunque. Entrambi credevano che fossero necessari al benessere”, scrive Ginevra Bompiani.

“Nel 1983, mio padre, Valentino Bompiani, ebbe l’idea di una Scuola per Librai, che suo nipote Luciano Mauri, capo delle Messaggerie italiane, fondò, insieme a Inge Feltrinelli e Ulrico Hoepli, che ne furono da allora i più assidui promotori e collaboratori.

“Era lei che invitava gli ospiti stranieri alla settimana finale della Scuola, che si teneva a Venezia alla Fondazione Cini. Era la sua ambasciatrice nel mondo. Quando gli allievi arrivavano all’isola di San Giorgio e la vedevano, ammutolivano di emozione. Perché Inge era anche, nell’animo e di fatto, libraia.
Ricordo che quando, con la mia amica Roberta Einaudi, fondammo la casa editrice nottetempo, e scegliemmo la sala dell’Arci Bellezza di Milano per il primo incontro con i librai, se ne presentarono quattro. Una dei quattro era lei. E fu lei ad accoglierci alla Scuola per Librai l’anno dopo, novizie attempate com’eravamo, e a festeggiare la nascita di una nuova casa editrice”.

“L’ho sentita in un video dire una cosa a difesa del libro di carta che non avevo mai sentito o pensato prima: non si può leggere a un bambino sulla spiaggia una fiaba di Grimm su Kindle”

"Veniva in libreria due volte al giorno, una al mattino e una al pomeriggio, e riusciva a trovare sempre qualcosa da migliorare. E se doveva rimproverarti, aveva un modo terribile per farlo, senza mezze misure. Ma in quello che diceva aveva sempre ragione, non potevi far altro che riconoscerlo". E' il ricordo che 'la Inge'  ha lasciato in un "ex ragazzo", come quelli che anche oggi, con la divisa rossa e la F rovesciata sul petto, curano i 110 negozi in Italia. Un libraio di quelli che, pur lavorando in una grande catena, consigliano i libri lasciando sulle copertine un piccolo foglietto scritto a mano.

La Signora delle librerie

"La signora" la chiama invece Lia Vicari, una delle libraie storiche di Palermo, 33 anni in azienda e una "passione" che non smette e "che deve andare oltre il lavoro": "Da questo osservatorio particolare e meraviglioso, che abbiamo per conoscere il mondo, cioé le librerie, lei ci ha insegnato a curare le relazioni" ad "amare i rapporti umani", ha spiegato all'Agi. Quelli, ad esempio, che sapeva tenere "con tutti gli autori", senza far trasparire preferenze, ma appassionandosi ad ogni nuovo titolo da pubblicare. 

I ricordi di Lia, ora direttrice delle librerie siciliane, risalgono al 1985, quando Inge Feltrinelli "venne in Sicilia perché la casa editrice per ampliarsi aveva deciso un piano di investimenti che partiva dal sud". E si doveva cominciare da 150 metri quadri di fronte al Teatro Massimo: "Ora sono diventati 1500". Quel giorno di 33 anni fa – ricorda – Inge "volle che andassi io a prenderla all'aeroporto. Io, 'la ragazza' appena uscita dal liceo. La vidi, con quei suoi abiti colorati. Mi disse 'voglio andare a mangiare un arancione'". Sorride: "Naturalmente era un'arancina", che pronunciava con quel suo accento ancora un po' tedesco. Da quell'arancina sarebbe nata un'amicizia lunghissima, le colazioni "per raccontarsi" in via Andegari a Milano: perché da quell'inaugurazione del 1985, nel giorno del suo compleanno, il filo diretto tra "la signora" e la libraia non si è mai interrotto. 

Il mito, il dolore

Della sua vita straordinaria, delle interviste a Ernest Hemingway a Pablo Picasso, a Simone de Bauvoir non parlava spesso, e nemmeno del marito Giangiacomo, soprattutto quando era al lavoro. Perché se lei era una donna "dalla vitalità straordinaria", anche del grande disegno culturale che aveva in mente non aveva ancora tirato le somme: "Era qualcosa di continuamente in divenire, come la sua energia che non si esauriva mai". "Non era una donna ancorata al passato, ma proiettata sempre al futuro". 

Quello delle librerie era uno dei progetti più importanti di Inge Feltrinelli. Gli avamposti della cultura, anche sotto un grande marchio, non dovevano essere solo grandi, ma anche familiari, intimi, solidali, sosteneva. E tanti, almeno cento e più, anche nei centri più piccoli.

Da 13 librerie, oggi, quei negozi in legno chiaro con loghi rossi sono moltiplicati e sono collocati nel cuore delle città più belle d'Italia. La chiamavano la regina dell'editoria, ma una casa editrice per lei non era soltanto un marchio sotto il quale stampare libri: era una "missione culturale, coerente con il disegno di Giangiacomo: convincere il mondo che la cultura è un valore contro l'intolleranza, l'incomprensione".

Una certa idea di cultura

La cultura è "cooperazione tra le persone". Lo insegnava anche ai suoi librai e ai suoi manager, anche nelle occasioni più informali, perché lei "di lavorare non smetteva mai". "Una volta a un aperitivo rimproverò due colleghi perché parlavano tra loro: avrebbero dovuto invece confrontarsi con altri, fare anche di quel momento un'occasione per tessere rapporti, relazioni", spiega un manager della Feltrinelli. Ammettendo che quella figura così vibrante e colorata, anche se ormai anziana, che ha continuato fino agli ultimi giorni ad andare in ufficio, lascerà un grande vuoto nel grande mondo della casa editrice.

C'è anche un Premio Strega perso fra gli episodi più significativi che qualcuno dei suoi collaboratori racconta: "Si sapeva già che il libro vincitore non sarebbe stato il nostro, eppure a cena senza neanche salutarci disse: 'Allora, che cosa abbiamo fatto per vincere?". Perché per lei c'era sempre qualcosa che si poteva ancora fare, "per lei non esisteva il fallimento". All'Hotel delle Palme di Palermo, quando nel 1985 si festeggiò la nuova libreria siciliana, "si decise che la sala giusta era quella dove fu girato 'Il Gattopardo'" ricorda ancora Lia; il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo diventato esso stesso marchio di fabbrica della casa editrice.

I suoi librai continuava a chiamarli "ragazzi", anche se lavorano in Feltrinelli da una vita e per loro voleva sempre "organizzare qualcosa". Una festa colorata, come i suoi vestiti e i suoi orecchini. "Quando andava ad una presentazione di un libro, anche fosse della concorrenza, alla fine la più fotografata era sempre lei".

È morta questa notte a Milano all'età di 87 anni Inge Feltrinelli, moglie di Giangiacomo, fondatore dell’omonima casa editrice, nella quale lei ha continuato a lavorare a lungo anche dopo la scomparsa del marito. Figlia di ebrei tedeschi immigrati dalla Spagna, aveva sposato Giangiacomo nel 1960. Era stata soprannominata la "regina dell'editoria". “I libri sono tutto, i libri sono la vita, ed è stata una vita circondata da libri, librai, editori, scrittori e lettori quella di Inge Schönthal Feltrinelli, Presidente della Casa editrice Giangiacomo Feltrinelli e icona della cultura del ‘900, che ci ha lasciati oggi all’età di 87 anni”, ha comunicato la casa editrice. Che la ricorda come “fonte quotidiana di ispirazione per le attività dell’intero Gruppo, Inge Feltrinelli è stata la guida più esigente e lo sguardo più innovativo, l’entusiasta promotrice di nuove attività come la diga più invalicabile a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della cultura".

"Musei a due euro per gli under 25 e 20 domeniche gratis all'anno, in bassa stagione": è l'idea annunciata dal ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli, in un'intervista al Corriere della Sera in cui ha anticipato corposi cambiamenti nella politica tariffaria per gli ingressi ai musei statali italiani. "Le prime domeniche, soprattutto nell’alta stagione turistica, si risolvono in resse spesso ingovernabili nei grandi attrattori: Colosseo, Uffizi, Pompei…", ha spiegato, allora ecco l’itinerario, messo a punto dopo i confronti con chi dirige i musei. Le giornate gratuite annuali diventeranno 20. Rimarranno gratuite le prime domeniche del mese nella bassa stagione turistica, diciamo da ottobre a marzo, quando minore è la pressione dei turisti stranieri. Poi ci sarà una intera settimana gratuita che servirà come lancio ideale della nuova stagione turistica: quest’anno sarà nel mese di marzo. 

Bonisoli nega così di voler abolire le giornate di ingresso gratuito nei musei. "Non solo non le aboliremo, ma le aumenteremo", ha assicurato, "ma vorrei cominciare dalla novità piu' rilevante che riguarda i giovani. Dal 2019 tutti gli under 25, italiani e stranieri, pagheranno solo 2 euro di ingresso. Le nuove generazioni dovranno ereditare il nostro patrimonio culturale ed è doveroso metterle nelle condizioni di conoscerlo, amarlo, ritenerlo 'proprio'". "Un ingresso semplicemente gratuito sottrarrebbe una doverosa quota di responsabilità nella scelta", ha sottolineato il ministro, "ma questo strumento ci mette nelle condizioni di non impoverire gli introiti e di non sottrarre risorse ai nostri bilanci".

E l'ingresso gratuito a chi ha più di 65 anni? "In questo momento, la fascia sociale che in Italia ha bisogno di maggior sostegno è rappresentata dai giovani", ha spiegato Bonisoli, "infatti stiamo studiando ulteriori misure di tariffe agevolate per gli under 25 sia per il teatro che per il cinema, proprio per favorire la conoscenza di questi mondi da parte dei ragazzi. Ma, come vedremo adesso con gli ingressi gratuiti, ci saranno numerose opportunità gratuite anche per gli anziani, per gli interi nuclei familiari".

 

Il Leone d'oro della 75esima Mostra del Cinema di Venezia è andato al film 'Roma' del registra messicano Alfonso Cuaron. Il Leone d'argento va a Jacques Audiard, regista di "The sisters brothers" .Leone d'argento – gran premio della giuria della 75. Mostra del Cinema di Venezia – e' stato assegnato a Yorgos Lanthimos per "The Favourite" (Gran Bretagna, Irlanda, Usa).  Premio per la miglior sceneggiatura della 75. Mostra del Cinema di Venezia e' andato a Joel e Ethan Coen per "The ballad of buster scruggs" (Usa)

"Di comune accordo con Asia Argento, Sky Italia e FremantleMedia Italia hanno deciso di interrompere la collaborazione con l'artista per tutelare i concorrenti rispetto a una vicenda che è estranea a loro e al programma e che distoglierebbe l'attenzione dal vero fulcro di X Factor, la musica e il talento". E' ufficiale, dopo le audizioni, Asia Argento non sara' piu' fra i giudici di X Factor: questo il testo della nota distribuita oggi ai cronisti alla conferenza stampa di presentazione dell'edizione 2018 di X Factor, negli studi di Sky a Milano. In particolare l'artista rimarrà nelle puntate delle audizioni ma non ci sarà al live.

L'incendio è domato, ma "duecento anni di lavoro, ricerca e conoscenze sono andati perduti". Il presidente brasiliano, Michel Temer, è lapidario: l'incendio divampato ieri nel Museo nazionale di Rio de Janeiro, il più antico del Brasile e che ospita circa 20 milioni di pezzi risalenti a diversi periodi storici, non ha lasciato nulla di intatto, e porta via con sè, duecento anni dopo la sua nascita, un pezzo di identità culturale del gigante latinoamericano.

I vigili del fuoco hanno lavorato sei ore, riuscendo a spegnere l'incendio, ma restano ancora piccoli focolai che bruciano all'interno dell'edificio storico, inaugurato dal re Juan VI del Portogallo il 6 giugno 1818 e considerato il quinto più grande museo al mondo per collezione esposta. I danni causati dal rogo, ha spiegato Temer, sono troppo grandi per essere calcolati. Il ministro della Cultura, Sergio Sa' Leitao, ha denunciato che il disastro è il risultato di "anni di negligenza", in uno Stato – quello di Rio de Janeiro – colpito da crisi economica e da diversi scandali di corruzione che hanno eroso i conti pubblici di Rio de Janeiro. 

L'8 Luglio 1978, un altro terribile incendio, questa volta al museo d'arte moderna di Rio de Janeiro, distrusse importanti dipinti di artisti come Pablo Picasso, Salvador Dalì e Joaquin Torres-Garcia, che erano esposti in una mostra temporanea. Negli ultimi anni, diversi musei in Brasile hanno subito incendi: nel 2015, il museo lingua portoghese e nel 2013, il Latin America Memorial, progettato dall'archistar brasiliana Oscar Niemeyer, entrambi a San Paolo. 

"È finita, non ci sarà più niente"

Il museo nazionale di Rio ospitava, tra pezzi di importanza straordinaria, il meteorite Bendegò, il piu' grande mai trovato nel Paese, una collezione di mummie egizie e il teschio del cranio di Luzia "la più antica donna in America", morta oltre 11 mila anni fa. L'ex direttore del Museo Nazionale di Rio de Janeiro, José Perez Pombal, che si è recato sul posto, ha dichiarato che "non resterà nulla". "Non ci sarà più niente, le fiamme sono così alte e il fuoco è ovunque, il palazzo brucerà tutto e anche le collezioni, le mummie, tutto", ha affermato. "È finita, non so se l'istituzione continuerà ad esistere dopo", ha aggiunto. Il vice direttore dell'istituto, Luis Fernando Duarte, ha accusato lo Stato di "mancanza di sostegno" che ha portato alla "tragica situazione". "È un giorno triste per tutti i brasiliani", ha sottolineato Temer. Proprio la direzione del museo, però, era finita nel mirino di una polemica per aver rifiutato la proposta di una iniziativa di microfinanza pubblica destinata a rendere costante la manutenzione e a far aprire una delle sale più importanti, quella destinata alla ricostruzione in copia di un dinosauro le cui ossa, risalenti a 80 milioni di anni fa, furono trovate nell'area della città di Prata.

La Procura di Parigi ha aperto un'indagine preliminare su Gerard Depardieu per "stupro e violenza sessuale". Lo riferiscono fonti giudiziarie dopo una denuncia presentata lunedì contro la star del cinema francese, mentre il suo avvocato, Hervé Temime, nega categoricamente "ogni aggressione, ogni stupro". Secondo quanto riferito da BfmTv, la denuncia sarebbe stata presentata da una giovane attrice e ballerina di una ventina d'anni.

La denuncia contro il 69enne attore è stata presentata lunedì nella giurisdizione del procuratore di Aix-en-Provence (nel sud del Paese), che si è dichiarato incompetente e ha trasmesso gli atti alla procura di Parigi, ha specificato la fonte giudiziaria. "Deploro la pubblicità di questa procedura, che reca un grave danno a Gerard Depardieu, del quale sono convinto che sarà riconosciuta l'innocenza", ha affermato Temime, chiedendo "massima moderazione e rispetto della legge". 

Quarantatré pali dell'illuminazione, tante quante sono le vittime del crollo del vecchio Morandi, su una linea semplice e pulita, priva di "strallatura", ovvero di strutture che sovrastino la carreggiata, con il peso sostenuto interamente dai piloni.

E' questa, secondo quanto anticipato dal Secolo XIX, l'idea del nuovo ponte Morandi, offerta da Renzo Piano e consegnata al commissario per l'emergenza e governatore ligure Giovanni Toti.

I pali dell'illuminazione sono l'elemento "memoriale" del progetto dell'archistar: renderebbero omaggio alle 43 persone che hanno perso la vita il 14 agosto scorso e sarebbero visibili in tutta la vallata. Il progetto di Piano è diverso rispetto a quello parzialmente annunciato da Autostrade per l'Italia, al momento società designata per demolire e ricostruire il ponte: un viadotto in acciaio con una struttura strallata. Entro il 31 agosto si conosceranno anche ulteriori dettagli di questo piano.

Non solo il ponte per Genova

Per Genova "serve un progetto di rinascita, di riscatto per tutta l'area colpita. Non c'è solo un ponte da ricostruire, ma un pezzo di città in trasformazione da ridisegnare" dice l'architetto che è anche senatore a vita a 'Repubblica'. "Questo – spiega Piano – è il classico caso in cui serve un concorso aperto a tutti: architetti, paesaggisti, ingegneri. Quello del ponte è un tema che tocca tutti e tutte le corde: da quella tecnologica a quella poetica. Ho fatto qualche schizzo, ma è soltanto l'inizio. La parte di città colpita dal crollo è fatta di aree industriali e ferroviarie parzialmente dismesse e comunque in trasformazione. Urbanisticamente è molto interessante. Dobbiamo cogliere l'opportunità per riscattare questo pezzo di Genova e quindi tutta la città".

"Le città – prosegue Piano – fanno questo, crescono costruendo sul costruito. E' un grande tema che non è associato soltanto al ponte crollato. Il paradosso è che per questa periferia c'era un progetto finanziato, ma il Parlamento con il Milleproroghe ha rinviato al 2020 i fondi stanziati per il piano nazionale delle periferie".