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 “Finalmente un programma che aiuta la divulgazione di carattere economico”. Per niente turbato dalle critiche che si sono abbattute sull’esordio di ‘Povera Patria’, con l’editoriale di Alessandro Giuli sul signoraggio, il direttore di Raidue, Carlo Freccero, trionfante per il 5,9 di share ottenuto dalla puntata d’esordio, le legge invece in chiave positiva: “Abbiamo affrontato un tema così complesso in una scheda di due minuti, evidentemente di grande interesse. Verrà sviscerato ancora nella prossima puntata”. È stato il neodirettore di Raidue a rimettere le mani su ‘Night tabloid’ (così si chiamava il programma di Annalisa Bruchi lo scorso anno) e a ribattezzarlo ‘Povera Patria’. Sua anche l’idea dell’editoriale affidato a Giuli. 

Per approfondirePerché il servizio di Povera patria sul signoraggio ha fatto tanto rumore

Il comico Lino Banfi, pseudonimo di Pasquale Zagaria, futuro ambasciatore del nostro Paese nella commissione Italiana per l’Unesco, è uno degli attori più popolari in Italia, con una carriera di oltre 65 anni spesa tra teatro, televisione e cinema.

Nato ad Andria, in Puglia, il 9 luglio 1936, ha recitato sia in ruoli comici che drammatici, lavorando con alcuni dei più importanti registi del cinema italiano, tra cui Nanni Loy, Steno e Dino Risi. Negli anni Settanta e Ottanta è diventato uno dei volti più noti della Commedia Sexy all’italiana, per poi dedicarsi, a partire dagli anni Novanta, a fiction televisive come ‘Un medico in famiglia’, in cui tra il 1998 e il 2016 ha interpretato il ruolo di Nonno Libero.

Cresciuto a Canosa di Puglia, dove vive fino ai 18 anni, Zagaria era destinato alla carriera ecclesiastica, avendo frequentato il seminario. Il giovane preferisce però lo spettacolo ed esordisce come cantante nelle feste musicali di paese. Nel 1954 si trasferisce a Milano, dove viene scritturato nella compagnia di Arturo Vetrani, che si esibisce nel teatro di varietà.

Il primo personaggio: Lino Zaga

Inizialmente, l’attore si esibisce con lo pseudonimo Lino Zaga, abbandonato su consiglio di Totò, secondo cui in scena portava fortuna accorciare i nomi, ma non i cognomi. Lino Banfi nacque allora su consiglio del maestro elementare, impresario e marito della soubrette Maresa Horn, che scelse il nuovo cognome dal registro di registro di classe dei suoi alunni, il cui primo nome apparteneva ad Aureliano Banfi.

Lino Banfi divenne così un professionista dell’avanspettacolo, la cui notorietà era legata ai tratti tipici della Puglia portati in palcoscenico, come modi di dire, giochi di parole e doppi sensi maliziosi. Negli anni Sessanta si trasferisce a Roma, dove si esibisce presso il locale ‘Puff’ di Lando Fiorini.

Al 1960 risale il suo esordio al cinema con una breve comparsa nel film ‘Urlatori alla sbarra’ di Lucio Fulci con la partecipazione di Adriano Celentano, Mina e Chet Baker. Nel 1962, dopo 10 anni di fidanzamento, sposa la moglie Lucia, da cui ha due figli, Walter e Rosanna, anch’ella attrice.

Il debutto in televisione 

Nel 1964 debutta anche in televisione nella trasmissione della Rai ‘Biblioteca di Studio Uno’, dove interpreta un valletto dallo spiccato accento pugliese. Nel 1969 appare nel programma Rai ‘Speciale per voì, presentato da Renzo Arbore. Dal 1964 recita piccole parti in film prodotti dal duo comico Franco e Ciccio come ‘I due evasi di Sing Sing’ (1964), ’00-2 Operazione Luna’ (1965), ‘Due marines e un generale’ (1965), ‘I due pompieri’ (1968), ‘Franco, Ciccio sul sentiero di guerra’ (1970), ‘Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione’ (1970), ‘Riuscirà l’avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio De Ingras?’ (1971) e nei film di Alighiero Noschese ed Enrico Montesano, ‘Il furto è l’anima del commercio!?’ (1971), ‘Io non spezzo, rompò (1971) e ‘Boccacciò (1972).

Negli anni Settanta ottiene un discreto successo grazie ai suoi spettacoli al teatro Sancarlino di Roma, dove nel 1972 si esibisce in un cabaret insieme a Carletto Sposito e Anna Mazzamauro e poi con Enrico Montesano e Lando Fiorini. Nel 1973, arriva il suo primo ruolo da protagonista al cinema con il film ‘Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia’. Nel 1975 arriva anche il debutto da protagonista in televisione con il programma di varietà della Rai, ‘Senza rete’, con Alberto Lupo, seguito da ‘Arrivano i mostri’, di Ugo Gregoretti, nel 1977.

L’esorciccio, poi le commedie sexy degli anni ’70-’80

Nel 1975 partecipa poi al film cult ‘L’esorciccio’ con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Banfi si afferma come uno dei volti simbolo della Commedia Sexy all’italiana, recitando con Alvaro Vitali, Edwige Fenech e Gloria Guida. Dal 1976 al 1983 partecipa così ai maggiori classici di questo genere, come ‘L’affittacamere’ (1976), ‘L’insegnate viene a casa’ (1978), ‘La liceale seduce i professori’ (1979), ‘L’infermiera di notte’ (1979), ‘La poliziotta della squadra del buon costume’ (1979), ‘La moglie in bianco, l’amante al pepe’ (1980), ‘La dottoressa ci sta col colonnello’ (1980), ‘L’onorevole con l’amante sotto il lettò (1981), ‘L’onorevole con l’amante sotto il letto’ (1981), ‘Cornetti alla crema’ (1981), ‘Vieni avanti cretino’ (1982), ‘Al bar dello sport’ (1983), e ‘Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio’ (1983).

Oronzo Canà, I pompieri e il Commissario Lo Gatto

Nel 1984, Banfi interpreta uno dei suoi più famosi personaggi, l’allenatore di calcio Oronzo Canà nel film di Sergio Martino ‘L’allenatore nel pallonè, seguito da ‘I pompieri’ con Paolo Villaggio e Massimo Boldi nel 1985 e dalla pellicola cult ‘Il commissario Lo Gatto’, realizzato da Dino Risi nel 1986. Nel 1984 e nel 1985 conduce e partecipa a Risatissima e alla 500esima puntata de ‘Il pranzo è servito’ prodotti da Canale 5. Nel 1987 ritorna però in Rai dove gli venne affidata la conduzione di ‘Domenica in’ per due stagioni, ‘Aspettando Sanremò, ‘Un inviato molto specialè (1992) e ‘Stasera Linò (1989).

Nel 1990, torna protagonista insieme a Renzo Arbore e Michele Mirabella de ‘Il caso Sanremo’, prima di tornare a Mediaset l’anno successivo per condurre ‘Una sera c’incontrammo’, lo special di San Valentino di Canale 5. Nel 1991, Banfi pubblica la sua autobiografia dal titolo ‘Alla grande’.

Nel 1997 arriva il primo ruolo da protagonista in un film drammatico con la pellicola per la tv ‘Nuda proprietà vendesì, andato in onda su Rai 1. Dal 1998 partecipa poi alla fiction ‘Un medico in famiglià, in cui interpreta il ruolo di Libero Martini per oltre 10 stagioni. Negli anni 2000, Banfi interpreta diversi ruoli drammatici in film tv come ‘Vola Sciusciù’ (2000) e in serie come ‘Raccontami una storià, ‘Un difetto di famiglia’ (2003), ‘Un posto tranquillo’ (2003) e ‘Il padre delle spose’ (2006).

Il Telegatto alla carriera, la malattia della moglie

Nel 2003 ottiene il Telegatto alla carriera, mentre nel 2001 è nominato ambasciatore dell’Unicef. Nel 2008, a distanza di 24 anni dall’uscita al cinema de ‘L’allenatore nel pallonè, e dopo 20 anni dal suo ultimo film cinematografico, torna nei panni di Oronzo Canà nel sequel del famoso film.

Nel 2011 ritorna a lavorare per Mediaset, riprendendo il ruolo del commissario Zagaria nell’omonima miniserie di Canale 5. L’anno successivo torna al cinema con il film di Carlo Vanzina ‘Buona giornata’. Nel 2016 partecipa invece al successo di Checco Zalone ‘Quo vado?’, diretto da Gennaro Nunziante.

Negli ultimi anni, l’attore si è speso per la moglie Lucia, affetta dal morbo di Alzheimer, per la quale ha rifiutato un ruolo che lo avrebbe portato in Germania “Adesso che potremmo non ci muoviamo per via della sua malattia, l’Alzheimer. Altri miei colleghi se la spassavano tra sesso e festini, ma io no. Sono sempre stato a casa, accanto alla mia famiglia”, ha detto di recente l’attore ospite di Domenica In. “Ho lavorato con le più belle attrici europee, ma nei miei pensieri c’è sempre stata solo lei”. 

Sono state annunciate oggi le materie della seconda prova scritta dell’esame di maturitàè 2019 che inizierà il prossimo 20 giugno.

La grande novità è che da quest’anno la seconda prova non riguarderà solo una materia caratterizzante l’indirizzo di studi, ma due.

In particolare, ci saranno latino e greco per il liceo classico, matematica e fisica allo scientifico, scienze umane e diritto ed economia politica per il liceo delle scienze umane – opzione economico sociale, discipline turistiche e aziendali e inglese per l’istituto tecnico per il turismo, informatica e sistemi e reti per l’istituto tecnico indirizzo informatica, scienze degli alimenti e laboratorio di servizi enogastronomici per l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia. L’elenco completo delle discipline oggetto della prova è disponibile da oggi sul sito del ministero.

I ragazzi per affrontare la nuova prova potranno esercitarsi con delle simulazioni che si svolgeranno a livello nazionale il 19 febbraio e il 26 marzo per la prima prova scritta e il 28 febbraio e il 2 aprile per la seconda.

E’ la prima volta che il Miur organizza simulazioni di questo tipo. La volontà è quella di sostenere il più possibile ragazzi e docenti nella preparazione del nuovo esame di Stato. Con un’apposita circolare saranno fornite alle scuole tutte le indicazioni operative. Intanto il ministero ha già pubblicato, nel mese di dicembre, alcuni esempi di traccia, sia per la prima che per le seconde prove.

Per illustrare a studenti e docenti le nuove regole sono stati effettuati anche specifici incontri sul territorio. Lo stesso ministro dell’Istruzione Bussetti si è confrontato con oltre 300 studenti a Milano. Nuovi momenti di incontro saranno organizzati con i ragazzi a febbraio e marzo.

Il decreto con le materie, pubblicato oggi, illustra anche le modalità di svolgimento del colloquio orale che sarà, come sempre, pluridisciplinare. La commissione partirà proponendo agli studenti di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi che saranno lo spunto per sviluppare il colloquio.

I materiali di partenza saranno predisposti dalle stesse commissioni, nei giorni che precedono l’orale, tenendo conto del percorso didattico effettivamente svolto dagli studenti descritto nel documento che i Consigli di classe consegneranno come ogni anno in vista degli Esami. Il giorno della prova, per garantire la massima trasparenza e pari opportunità ai candidati, saranno gli stessi studenti a sorteggiare i materiali sulla base dei quali sarà condotto il colloquio.

Durante l’orale i candidati esporranno anche le esperienze di alternanza scuola-lavoro svolte. Una parte del colloquio riguarderà, poi, le attività fatte nell’ambito di ‘Cittadinanza e Costituzione’, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dal Consiglio di classe sui percorsi effettivamente svolti. Sia la prima che la seconda prova scritta, da quest’anno, saranno corrette secondo griglie nazionali di valutazione che sono state diffuse nel mese di novembre. Nel decreto con le materie pubblicato oggi sono individuate anche le discipline affidate a commissari esterni.

Enrico Mentana, 64 anni compiuti oggi e non sentirli. Il direttore del Tg di La7 non ha bisogno di presentazioni, ma da qualche tempo ha voluto vedere il mondo anche da un’altra angolazione: quella dell’editore. Il 18 gennaio la sua creatura Open, affidata alle cure di un giornalista esperto, Massimo Corcione, e a una squadra di venti giovani giornalisti, compie un mese.

Enrico, cosa hai imparato nel tuo primo mese da editore?

Ho imparato ad avere pazienza con i giovani che non sono come noi e non sono ancora formati professionalmente. Ma io avevo in mente un giornale online che li facesse lavorare, che desse loro una opportunità, come il primo giorno di scuola. Se gli spieghi le cose come le vorresti tu, rischi di farli diventare come i bambini che nelle manifestazioni canore imitano i grandi. Io credo che invece debbano trovare la strada loro, senza pretendere che facciano le cose come le avremmo fatte noi.

Come è cambiata la copertura della politica nell’era dei social media? Siete alla rincorsa dell’ultimo tweet?

Open non ha bisogno di questo. Uno dei motivi per i quali l’informazione in Italia non ha acquirenti tra i giovani è proprio questo: se vuoi sapere cosa dicono Salvini o Di Maio basta seguirli sui social media, piattaforme naturali per le nuove generazioni. E questa è un’altra lezione che abbiamo imparato: è inutile e dannoso fare il pastone politico, uno degli ingredienti, del veleno che ha ucciso l’informazione agli occhi delle nuove generazioni.

Giornalismo di desk o da marciapiede?

Con il tempo faremo un giornalismo il più possibile misto. Ma andare in strada è come una maratona olimpica, non come la mia – ride. Per fare giornalismo di strada ti devi preparare, allenare, non si improvvisa, ci devi arrivare. Nel giornalismo sul campo rischi di venire investito se ci arrivi impreparato.

In Europa ci sono buoni esempi di giornalismo sostenuto dagli abbonamenti dei lettori, penso a Mediapart in Francia, perché hai scelto la formula dell’informazione free sostenuta dalla pubblicità?

Questo è un mio vizio: non ho mai cercato di copiare, che poi è anche uno dei problemi dell’informazione. Per come la vedo io, non bisogna avere modelli perché se fai qualcosa che è già stato fatto, se copi, vuol dire che hai già perso.

Ad Open lavorano venti giovani giornalisti, puoi fare un primo bilancio?

Siamo partiti da un mese e loro lavorano al progetto da un mese e mezzo, per carità, aspettiamo e diamo loro il tempo di crescere, che è poi la cosa più importante. Noi siamo nati professionalmente in un’epoca dove entravamo in redazioni dove le regole, i flussi di lavoro erano codificati e seguiti da tutti: poteva capitare che qualcuno imparasse in fretta. Oggi lo scenario è totalmente cambiato e in continua evoluzione: in questo contesto le regole, le procedure e i flussi te li devi inventare di volta in volta. E’ molto più complicato e difficile di prima.

Tuo figlio Stefano lavora per Tpi, una testata concorrente. Ti rivolgi a lui per i consigli?

Certo che mi dà consigli. Così come io li darei a lui se me li chiedesse. Non ho difficoltà ad ammettere che all’inizio certe cose non le capivo, come ad esempio il Seo (l’ottimizzazione per essere trovati dai motori di ricerca) o i Tag (che marcano le parole chiave di un articolo), e tante altre cose tecniche per capire le quali mi sono rivolto a lui, che pure è un mio competitor.

Perché hai scelto di fare un sito che fosse ottimizzato prima di tutto per gli smartphone, anche a costo di penalizzare gli utenti da postazione fissa?

Ti faccio un esempio: è chiaro che se uno dice: facciamo cibi adatti solo per la cena e non servi a pranzo sai che poi questo lo perdi. Però scegli di concentrati su quello che pensi di saper fare meglio. La maggior parte delle persone si informa attraverso lo smartphone e, se guardo avanti, penso che questo sarà sempre di più lo strumento unico per informarsi, guardare film e fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Certo, almeno finché non saremo superati da qualcosa di nuovo, come è già accaduto in passato. Ma adesso dallo smartphone passa tutto, per i giovani soprattutto. Mi pareva che questa fosse la scelta migliore per coniugare una informazione fatta dai giovani per i giovani, per dare un futuro a chi ci lavora, ai lettori e al giornalismo.

Open è molto attento al fact-checking. Quanto è importante la verifica dei fatti?

Moltissimo. Ciò che identifica le modalità per combattere le bufale e persegue una certificazione continua di quello che scriviamo mette in sintonia con chi cerca una informazione certificata e attendibile, contro gli avvelenatori dei pozzi.

La cosa che non rifaresti?

Francamente? Non per autoindulgenza, ma non c’è niente che non rifarei, compreso non accettare contributi economici da nessuno. Ho cercato di avere delle Colonne d’Ercole ben precise, anche nella scelta della pubblicità, tipo il poker online. Poi magari tra due anni te lo dico cosa non rifarei più. La cosa più probabile è che in questa operazione ci perda, anche tanto, certamente non ci guadagnerò, ma quello che mi ero riproposto: fare qualcosa per i giovani e per il giornalismo che mi ha dato tanto.

E di cosa sei più fiero?

Di aver fatto al meglio il mio lavoro di direttore e conduttore di telegiornale: non ho tolto una stilla di fatica, di lavoro al mestiere che faccio al Tg, che, come sai, non è una passeggiata. Ma anche di non aver lesinato nulla per dare a questi giovani giornalisti tutti gli strumenti necessari per fare al meglio questo lavoro, comprese le agenzie, cosa che non tutti i grandi editori fanno ancora.

Pimpi, il cane di Susanna Tamaro, è stata uccisa con una polpetta avvelenata. La scrittrice, che l'aveva adottata sei mesi fa dal canile di Orvieto, dove ora vive, l'ha ricordata con uno struggente post su Facebook, un ultimo saluto carico di amore per un essere in compagnia del quale avrebbe voluto vivere per anni.

L'epitaffio per Pimpi

"Ti ho cercata a lungo e, alla fine, ti ho trovata dietro le sbarre di un canile – scrive Susanna Tamaro – per un mese, come la Volpe con il Piccolo Principe, sono venuta a trovarti con regolarità perché volevo essere certa che la gioia che provavo io nel vederti la provassi anche tu. E alla fine, quando ti ho portato a casa, è stato subito un grandissimo amore. Eri intrepida, ma mai fanatica, allegra e ubbidiente, amavi i cani, i gatti, i bambini. Amavi il mondo intero e i tuoi occhi osservavano il mondo con inesausta curiosità".

"Avresti dovuto essere il cane della mia vecchiaia, piano piano, con gli anni, avremmo rallentato il passo insieme – scrive ancora – e poi, un giorno ci saremmo seduti sulla panca davanti casa e avremmo visto il sole tramontare, consapevoli che, oltre il tramonto del giorno, quello sarebbe stato anche il tramonto della nostra vita. Nei lunghi anni di compagnia, con la tua gioiosa felicità saresti stata l'antidoto naturale all'inevitabile malinconia del passare degli anni. Ma purtroppo non è stato così. Pimpi è morta ieri, uccisa da un boccone avvelenato. Era con me da appena sei mesi".

"Addio, piccolo raggio di luce, meraviglioso arcobaleno che hai allietato un tempo purtroppo così breve", conclude. 

Come viene punito chi avvelena gli animali

Riccardo Manca, vicepresidente di 'Animalisti Italiani onlus', fa un appello al governo dopo "questo ennesimo crimine a danno di un essere indifeso" affinché siano inasprite "le pene verso chi maltratta o uccide gli animali. Il Parlamento deve trasformare in legge le previsioni dell'ordinanza ministeriale (n.161 del 13-07-2018) contro i bocconi avvelenati – aggiunge – e soprattutto adottare delle misure restrittive sulla vendita delle sostanze velenose facilmente reperibili in commercio. Questi prodotti tossici rappresentato tra l'altro una minaccia per l'ambiente, avvelenando la catena alimentare, si inquina il suolo e le sue falde acquifere".

"La nostra associazione si costituirà parte civile – aggiunge Manca – chi ha visto qualcosa denunci l'accaduto, anche in modo anonimo. Chiediamo all'amministrazione comunale, come previsto dalla legislazione nazionale vigente, di intensificare immediatamente i controlli nelle zone in cui vengono segnalate queste problematiche, e bonificare l'area in cui è stato rinvenuto il boccone avvelenato. A Susanna esprimiamo il nostro cordoglio per la perdita di un fido compagno di vita".

"Solidarietà e vicinanza all'amica Susanna Tamaro per la morte della sua cagnetta, uccisa dal 'solito' boccone avvelenato" viene dall'onorevoe Michela Vittoria Brambilla. "E' sorprendente, in materia, l'inerzia del governo e dello stesso Parlamento – aggiunge l'ex ministro – eppure non dovrebbe essere cosi' difficile trasformare in legge l'ordinanza ministeriale, che viene reiterata ogni anno, e rafforzarla, come prevede una proposta di legge che ho firmato e depositato il primo giorno di questa legislatura, introducendo nel codice penale un articolo specifico che punisca chi 'prepara, miscela, detiene, utilizza, colloca o abbandona esche o bocconi avvelenati o contenenti sostanze nocive o tossiche, compresi vetri, plastiche e metalli o materiale esplodente, che possono causare intossicazioni o lesioni o la morte di una persona o di un animale'". 

L'addio a Trudy

Ad agosto 2017 la scrittrice aveva perso un altro cane cui era molto affezionata, Trudy, e aveva raccontato sempre su Facebook del momento in cui si era sentita pronta ad accogliere un altro animale. "Comincio a sentire quella vaga inquietudine a cui ormai ho imparato a dare un nome" scriveva nel giugno 2018, "Desiderio di un altro cane. Ci sono alcune persone che, dopo aver perso un fedele amico a quattro zampe, si rifiutano di prenderne un altro perché non sono in grado di superare il dolore del distacco. Io non sono tra quelle. I cani fanno troppo parte della mia vita perché possa pensare di farne a meno. In questo momento sono al minimo storico, ne ho solo due. Certo, non intendo tornare ai fasti di un tempo quando di cani ne avevo addirittura sette perché non sono più così giovane, tuttavia penso di avere spazio nel mio cuore e nella mia casa per un paio di amici pelosi. E così ho iniziato ad andare in giro per i canili alla ricerca di uno o più colpi di fulmine. 

 

La morte di Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso a 79 anni, lascia un vuoto importante non solo nella letteratura, ma anche nell'impegno pacifista degli artisti che come lui, David Grossman, Abraham Yehoshua e Etgar Keret, hanno apertamente criticato il loro Paese, Israele, pur rimanendo fedeli alle proprie radici. L'impegno politico di questi autori è sempre stato aperto e chiaro: un impegno contro la violenza e per una soluzione pacifica e negoziata del conflitto infinito tra israeliani e palestinesi. 

Tutti hanno vissuto da vicino questa battaglia (Grossman ha perso suo figlio Uri, 20, durante la guerra del Libano), sono stati criticati e minacciati per aver mantenuto, da posizioni di sinistra, un confronto aperto con le autorità israeliane, e lo hanno fatto senza mai lasciare il territorio di un Paese che difendono al di là delle loro politiche. Oz era da sempre molto critico con l'occupazione israeliana dei Territori palestinesi, durante la Guerra dei sei Giorni, nel 1967. E ultimamente era stato molto critico anche con la politica del premier Benjamin Netanyahu e il "crescente estremismo della sua azione di governo.

"Amo Israele anche quando ho voglia di seppellirlo"

Era stato il co-fondatore del movimento "Peace Now", creato nel 1978 da un gruppo di 348 tra soldati e riservisti israeliani che scrissero una lettera aperta al primo ministro Menahem Begin chiedendo di firmare la pace con l'Egitto, raggiunta poi nel 1979. Uno dei momenti chiave di questo attivismo fu quando nell'agosto 2006 "Peace Now" esortò il governo israeliano, allora guidato da Ehud Olmert, ad accettare il cessate il fuoco nella guerra in Libano; e appena due giorni dopo quell'appello, Uri, il figlio di Grossman, morì in un'operazione militare. Lungi dall'abbandonare il loro impegno, questi intellettuali continuarono nella loro contestazione e un anno più tardi chiesero a Olmert, ancora una volta, in un manifesto, di negoziare la tregua con Hamas. Il documento definiva "intollerabili" i "continui attacchi" con razzi artigianali sparati da Gaza verso Israele da parte dei miliziani palestinesi, ma ricordava anche che lo Stato ebraico "in passato ha negoziato con i suoi peggiori nemici".

"Amo Israele, anche quando non mi piace, anche quando ho voglia di seppellirlo", raccontò piu' tardi Oz. "Credo nella letteratura come un ponte tra i popoli. Credo che la curiosità abbia infatti una dimensione morale. Credo che la capacità di immaginare il prossimo sia un modo di immunizzarsi contro il fanatismo. La capacità di immaginare il vostro vicino non solo rende l'uomo più efficace e un amante migliore, ma lo rende anche una persona umana. Parte della tragedia arabo-ebraica è nell'incapacità di molti di noi, ebrei e arabi, di immaginare l'altro. Di immaginare davvero gli amori, le terribili paure, la rabbia, la passione. Tra di noi regna troppa ostilità e troppo poca curiosità"

Passione, informazione, curiosità. Questi alcuni degli ingredienti indispensabili per una comunicazione efficace, secondo il giornalista e presentatore tv che ha collezionato negli anni 10 lauree honoris causa, 39 libri pubblicati, 7 telegatti di cui uno alla carriera… e che ha persino un disco al pianoforte in cantiere.

“La noia è il peggior nemico della cultura”, ha confidato in una intervista a Eniday.

Bizzarro, per un uomo – classe 1928 – che non si è mai adeguato ad abbassare il livello e il taglio degli argomenti trattati, in un’epoca che sembrerebbe disincentivare l’abitudine dell’approfondimento.

È possibile intrattenere e coinvolgere il grande pubblico in quella che lo stesso Angela definisce come “il piacere più grande che ci sia”: la conoscenza? I numeri (e l’affetto di chi lo incontra e lo segue) direbbero di sì.

La firma è la sua. Non che ci fossero dubbi – lo stile è inconfondibile anche se imitato a ogni latitudine – ma è stato lo stesso Banksy a voler certificare che il murale comparso sul muro di una rimessa nella città siderurgica di Port Talbot, del sud del Galles, è opera sua.

Un'opera particolare, che acquisisce il proprio significato solo se osservata da una particolare angolazione. Il murale è stato realizzato a un incrocio, su due pareti perpendicolari: su un angolo, mostra un bambino con berretto e slitta che in apparenza di gode una nevicata cercando di catturare i fiocchi sulla lingua. Ma dall'altro diventa chiaro che ciò che sta realmente cadendo sul bambino è cenere che fluttua da un bidone in fiamme.

Foto dell'opera sono sul sito di Banksy e sul suo account Instagram dove sono accompagnate dalla canzone di Natale 'Little Snowflake'.

Una preziosa edizione di Leon Battista Alberti, 'De re aedificatoria', pubblicata grazie a Lorenzo il Magnifico, le Vite del Vasari, diversi libri rari pubblicati nel Cinquecento, ma anche l’intera edizione della rivista di riferimento del Liberty italiano: sono tutti i volumi che prenderanno il posto delle stanze private dei dirigenti del Quirinale nell’esclusivo attico con vista sul Torrino a due passi da Fontana di Trevi.

Sergio Mattarella ha infatti deciso di ‘donare’ il palazzo di San Felice, in via della Dataria nel pieno centro di Roma, alla cittadinanza. Tramite una convenzione con il ministero dei Beni culturali, la Presidenza della Repubblica ha ceduto l’uso dei 6000 metri quadri del palazzo ottocentesco per ospitare la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’arte che ora occupa palazzo Venezia.

Cinque piani, una terrazza con vista mozzafiato sul centro della Città eterna, due cortili interni: fino all’anno scorso il palazzo ospitava 35 alloggi per il personale del Quirinale, ma Mattarella, appena insediato, aveva deciso di tagliare i benefit a dirigenti e consiglieri, dalle auto blu agli alloggi di servizio e dunque nessuno dei dirigenti nominati nel suo settennato aveva mai preso possesso di queste stanze. Palazzo San Felice si è dunque velocemente svuotato e il capo dello Stato ha deciso di offrirlo per ospitare i 400.000 volumi della biblioteca di Palazzo Venezia.

Il progetto di Mario Botta

Il progetto di riconversione è stato disegnato a titolo gratuito da Mario Botta, architetto famoso per le sue linee essenziali, che ha presentato i suoi disegni a Mattarella e al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli. Sarà infatti il ministero a finanziare le opere di trasformazione delle sale di palazzo San Felice, che dopo la ristrutturazione e il trasferimento della biblioteca sarà aperto al pubblico. “Il progetto è affascinante, non soltanto perché ha ricondotto a unità un complesso disarticolato di elementi che erano lì, casualmente messi insieme, ma perché rende perfettamente funzionale, rispetto all'obiettivo che si persegue, la soluzione”, ha detto Sergio Mattarella al termine della presentazione del progetto dell'architetto Botta.

Nei cinque piani del Palazzo saranno ricavati: sale di lettura, uffici, depositi, locali tecnici, zone espositive, spazio esterno per eventi e accoglienza. È prevista una distribuzione per deposito libri pari a circa 14 Km di sviluppo di scaffali che consentirà una sistemazione di circa 400 mila volumi, un quantitativo che soddisfa le attuali esigenze e anche quelle per i prossimi anni. Sorgerà un nuovo auditorium di circa 350 posti. La convenzione affida la concessione del Complesso di San Felice, che rimane nella dotazione del Quirinale, al Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per 25 anni.

Cosa conterrà la biblioteca

L'edizione voluta nel 1485 da Lorenzo il Magnifico del libro simbolo dell'Umanesimo, il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, ma anche la rivista di riferimento del Liberty italiano, Novissima. La Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte del Polo museale del Lazio, è uno dei più importanti patrimoni documentari di archeologia e storia dell'arte in Italia. Si tratta di circa 500.000 documenti, tra libri, incisioni, fotografie e periodici; ma contiene anche dieci fondi, una sezione musicale e una sezione di rarità.

La Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte contiene opere che aiutano la ricerca nel campo dell'archeologia del bacino del Mediterraneo, dalla preistoria al medioevo, e della storia dell'arte occidentale. È valutabile intorno ai 380.000 volumi (in gran parte collocati nella sede di Palazzo Venezia e nella sede del Salone della Crociera al Collegio Romano), 3.500 testate di periodici, 20.700 unità di materiale grafico (incisioni, disegni, fotografie), circa 2000 manifesti teatrali, 66.000 microfiches 400 cd-rom.

Tra i volumi si contano incunaboli, cinquecentine e seicentine, collocati nella Sezione Rari; la Biblioteca possiede inoltre circa 1.600 opere manoscritte e fondi archivistici la cui consistenza supera le 100.000 carte. Due i principali filoni. Nel campo dell'archeologia si trovano bibliografie e repertori specializzati, monografie di arte antica, atti di convegno, relazioni di campagne di scavo e missioni archeologiche, guide archeologiche, etruscologia, topografia, epigrafia, numismatica.

Nel campo della storia dell'arte si trovano bibliografie e studi, critica d'arte, monografie su artisti e monumenti, guide, fonti e trattati (XVI-XIX sec.) arti decorative, grafica, cataloghi di mostra (opere relative a esposizioni tenutesi in Italia e nel mondo dall'ottocento ad oggi), cataloghi di collezioni di musei italiani e stranieri, cataloghi di vendita, atti di convegno.

Le varie sezioni

Accanto a queste raccolte svolge un ruolo fondamentale per gli studi in questo settore la Sezione romana, che contiene una vastissima documentazione sull'archeologia e lo sviluppo delle arti a Roma dalle origini ad oggi. E ancora: le preziose raccolte di libri di viaggio e di guide di città italiane e straniere, entrambe ricche di edizioni dei secoli XVI-XIX.

Una parte cospicua del patrimonio librario della Biblioteca (circa 100.000 volumi), è costituita da fondi chiusi, giunti da lasciti e donazioni di studiosi e collezionisti o costituiti dalla Biblioteca: Fondo Pagliara, Fondo Ruffo, Fondo Castellani, Fondo Vessella, Fondo Dusmet , Dono Rossi, Dono Rusconi, Dono Ricci, Dono Monneret, Dono Giglioli , Dono Venturoli , Dono Belli Barsali, Dono Sestieri, Sezione musicale, Sezione teatrale.

In particolare il Fondo Lanciani è uno strumento fondamentale per lo studio dell'archeologia e della topografia romana. Un piccolo gioiello di curiosita' è il Fondo Kanzler, che raccoglie manifesti e locandine teatrali di rappresentazioni romane dalla fine del XVIII all'inizio del XX secolo.

Nella Sezione Rari sono conservate circa 2000 opere, volumi a stampa dal XV al XX, rari per edizione o data. In questa sezione sono conservati i 19 incunaboli, in 15 volumi, ma anche il trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti stampato in Firenze nel 1485 per volere di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano e un prezioso e raro esemplare delle Mirabilia Romae in otto carte. Sono inoltre collocate nella Sezione Rari, gran parte (275) delle cinquecentine possedute.

Tra i volumi più importanti la preziosa edizione del 1568 delle Vite del Vasari, i trattati di architettura del manierista Sebastiano Serlio, di Palladio e del Vignola, regole e manuali di prospettiva come quelle di Lorenzo Sirigatti, di Andrea Pozzo, dei Bibbiena, illustrati da rami o xilografie.

La sezione rara dei periodici conserva anche pubblicazioni seriali dei secoli XVIII-XX, di difficile reperibilità; tra queste la intera serie di "Novissima", la rivista più importante e significativa del Liberty italiano.

Linguista, psicanalista, filosofa, semiologa e femminista: Julia Kristeva, classe 194, è nata in Bulgaria ma è francese d’adozione, per aver vissuto a Parigi da quando aveva poco più di vent’anni. È stata molto attiva nella vita culturale di quella città nel periodo post sessantottino, ed è stata una delle prime teoriche del concetto di “intertestualità”. Ha collaborato con importanti personalità francesi e internazionali come Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Philippe Sollers, suo marito, e anche Umberto Eco. È la fondatrice del premio dedicato a Simone de Beauvoir, assegnato negli anni fra l’altro quest’anno alla giovane pakistana Malala Yousafzai e all’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

L’Università Iulm di Milano le ha conferito la laurea honoris causa in Traduzione e interpretariato; in questa occasione, ha risposto alle domande di alcuni giornalisti.

Lei è francese da più di cinquant’anni: come considera la protesta dei gilet gialli e che cosa pensa dell’attentato a Strasburgo?

“Mi ha colpito una frase che ho sentito pronunciare da un esponente dei gilet gialli: ha detto che la nazione vuole un padre che la capisca. È una richiesta di complicità nel bisogno e nel progetto di vita. Le richieste non sono chiare, ma è invece chiaro che si vuole vivere e dare un senso alla propria vita. Non serve provvedere solo alle esigenze materiali, ma anche affrontare le angosce della gente, le esigenze psicologiche. La sofferenza economica ha portato anche a una sofferenza psicologica. Quanto a Strasburgo, la situazione non è chiara per ora: qualcuno dice che è stata la reazione di un delinquente, altri che ha agito su ispirazione del radicalismo islamico perché si è convertito in prigione, ma c’è probabilmente un po’ di tutte e due, e parte da una miseria sociale che conduce a rivincita, odio e distruzione. Un’esplosione di angoscia che in psicanalisi chiamiamo dissociazione di se’: qualcuno che, invaso dalla propria aggressività, rompe e distrugge tutto quanto gli sta attorno. Molti giovani fragilizzati da diverse ragioni psicosociali credono di trovare una soluzione indossando ideologie radicali e gli ideali religiosi servono loro da bombe, con un uso politico distruttivo dell’odio che provano. Espressioni religiose in realtà lontane dalla complessità del linguaggio religioso”.

Nella sua lezione magistrale ha parlato di federalismo europeo: pensa ancora che sia possibile? Le elezioni europee dell’anno prossimo non sembrano andare in quella direzione

“È il minimo che si possa dire! Per questo ho parlato di ‘avviso di burrasca’ sull’Europa, e non parlo solo del federalismo. L’Europa federale è ancora molto lontana. Le nazioni e gli uomini, scriveva Giraudoux, muoiono di impercettibili maleducazioni: un malinteso universalismo e il senso di colpa coloniale hanno condotto attori politici e ideologici a commettere, spesso nascosti dietro al cosmopolitismo, tali impercettibili maleducazioni, esprimendo disprezzo e arroganza per le nazioni: hanno contribuito ad aggravare la depressione nazionale spingendola verso l’esaltazione maniaca, nazionalista e xenofoba. Da psicanalista posso testimoniare che i depressi non si rendono conto di esserlo, ma quando lo fanno si possono curare”.

Il titolo della sua lezione magistrale è ‘La cultura europea esiste’. È ottimista sulla possibilità di ripartire da questo per ricostruire l’Europa?

“Sono troppo ottimista? Mi definisco piuttosto una pessimista energica, che punta ad iniziative concrete. Per evidenziare i caratteri, la storia, le difficoltà e le potenzialità della cultura europea, possiamo immaginare di organizzare un forum a Parigi e Milano sul tema ‘Una cultura europea esiste’ con la partecipazione di intellettuali, scrittori e artisti eminenti dei 28 paesi europei in rappresentanza di questo caleidoscopio linguistico, culturale e religioso. Purtroppo l’Unione europea non ha una politica culturale, tanto che la parola cultura non appare nei trattati. Viene intesa solo come celebrazione dei rispettivi patrimoni. Dovrebbe invece basarsi sui tre pilastri della nostra tradizione culturale: la nozione di individuo, non in quanto narciso onnipotente ma come singolarità problematica; la nazione in quanto comunità in evoluzione e non chiusa; gli ideali religiosi che creano la dualità fra bisogno di credere e desiderio di sapere. Anche se la nostra cultura e quella americana sono compatibili e complementari, sono diverse: oltreoceano prevale l’individualismo imprenditoriale, da noi l’incontro e il dialogo. Ma entrambi i concetti sono in crisi, per ragioni politiche: la crisi della democrazia. Ora l’Europa si trova davanti a una sfida storica, deve soddisfare quel ‘bisogno di credere’ espresso dai cittadini”.

Lei è considerata una femminista, l’erede di Simone De Beauvoir in Francia. Che ruolo possono avere le donne in questa crisi dell’Europa?

“La nostra cultura europea è una cultura dei diritti delle donne. Dal secolo dei Lumi, alle suffragette inglesi, passando da Marie Curie, Rosa Luxembourg, Simone de Beauvoir e Simone Veil, l’emancipazione delle donne attraverso la creatività e la lotta per i diritti politici, economici e sociali, che continua oggi, offre un terreno comune alle diversità nazionali, religiose e politiche delle cittadine europee. Questo tratto distintivo della cultura europea è anche un’ispirazione e un sostegno alle donne del mondo intero, nella loro aspirazione alla cultura e all’emancipazione. Recentemente, il premio Simone de Beauvoir per la libertà delle donne è stato assegnato alla giovane pakistana Malala Yousafzai, gravemente ferita dai talibani perché rivendicava dal suo blog il diritto delle giovani all’educazione”.