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Hollywood, negli ultimi anni, li ha mostrati più volte; gli Assassini ed il castello di Alamut appaiono sia nel film di fantasia “Prince of Persia, le sabbie del Tempo” e pure nella ricostruzione storica sulla vita di Avicenna nel film “Medicus”. Per raggiungere Alamut (in persiano “Nido dell’Aquila”), basta partire da Teheran la mattina presto e dopo 150 km verso nord-ovest, si raggiunge un punto dell’autostrada che dista solo 10 km da Qazvin città. Lì bisogna seguire il cartello e girare a destra in direzione delle montagne; sono solo 140 km ma sono passi di montagna difficilissimi, 4 ore per questo ultimo pezzo del tragitto.

Il culto esoterico degli ismaeliti

Dopo il villaggio di Moallem Kalayè un cartello annuncia l’ingresso nella valle degli “Assassini”. La parola è la versione latinizzata di Hashishiyun o fumatori di Hashish. Gli Ismailiti, nacquero nel nono secolo dopo Cristo proprio in Persia, in seno al mondo sciita, e credono in 7 sacri discendenti di Maometto anziché 12 (come la maggior parte degli sciiti). La loro era una vera e proprio religione esoterica, e il loro più famoso leader spiritual persiano, Hassan Sabbah (Qom 1034 circa – Alamut, 1124) era di fatto un eremita che combatteva contro il governo sunnita Selgiuchide, al potere in Persia nell’11esimo secolo. L’Agha Khan tanto famoso oggi, capo degli ismailiti indiani, è della stessa confessione di Sabbah, ovvero quella degli ismailiti nizariti (in origine tutti persiani).

La setta del vecchio della montagna (Hassan Sabbah) condusse una battaglia incredibile contro i Selgiuchidi. I suoi uomini, che si narra fossero sempre sotto l’effetto dell’Hashish prima di compiere le loro imprese, assassinarono il vizir persiano selgiuchide Nizam ol Molk, il re Maliksha, incendiarono la moschea del venerdi di Isfahan; dopo ogni operazione si ritiravano proprio in questa valle, dove avevano la bellezza di 23 fortezze; Alamut era la più irragiungibile, perché per tutti e 4 i lati, come è ben visibile ancora oggi, si affaccia su dei profondissimi burroni.

La salita al Nido dell'Aquila

Arrivati ad Alamut, si paga un biglietto di 150.000 Rials (al cambio di oggi sono poco più di 2 euro) e si inizia una salita con dei gradini che sembrano interminabili. Qui ci sono più stranieri che iraniani ed è frequente vederne qualcuno accasciato qua e la, stremato dai 300 gradini di pietra che conducono “al nido dell’aquila”. Accanto ad un’irta parete, quella sud-orientale del castello, si sviluppa la scalinata che conduce alla porta d’ingresso, dove da mille anni fa è ancora rimasta incisa la parola Allah. L’interno del castello stona decisamente con la versione di Marco Polo, che racconta di Alamut come di un luogo dove gli Assassini si accoppiavano con giovani fanciulle in splendidi giardini, sotto l’effetto dell’Hashish. È probabile che queste storie fossero state create dai Selgiuchidi per infangare il volto di questi “templari” del mondo sciita, che conducevano invece una vita da osservanti. Anche oggi i rivoluzionari dello Yemen, ismailiti anche loro, sono accusati da buona parte della comunità internazionale di essere ribelli e/o terroristi.

All’interno del castello si scorgono ruderi di saloni, s’intravede ciò che rimane di un mihrab, dove gli ismailiti pregavano, una stalla e soprattutto il pozzo d’acqua della fortezza. Un pozzo realizzato sulla “vena” di una sorgente sotterranea, che proviene da una delle montagne circostanti, che anche in primavera rimangono innevate. Più si prende acqua da questo pozzo, più esso si riempie di acqua; era proprio questa sorgente che permetteva di resistere tantissimo.

La presenza dei turisti catapulta in continuazione l’attenzione verso l’attualità. Il ritiro di Donald Trump dall’accordo nucleare è recente, e nella fortezza un gruppo di 30 pensionati francesi, 2 ragazze spagnole, 3 ragazze slovene e una coppia di olandesi, hanno tutti la stessa cosa da dire: i media occidentali mostrano un volto imbruttito dell’Iran, un paese meraviglioso e tranquillo. L’altra cosa che affermano all’unanimità è che Donald Trump non rappresenta l’Occidente e che per loro l’Iran, è un paese che vorrebbero vedere alleato.

Un'eredità raccolta dai ribelli houthi

La valle è verdeggiante e incantevole e tutti si fermano qui a riflettere un po’; gli ismailiti, in questo luogo, vennero stroncati dopo 17 anni di resistenza, solo dal condottiero mongolo Holagu Khan. Se questa fu la loro fine qui, non bisogna dimenticare che i loro correligionari, diedero vita in Egitto alla dinastia reale dei Fatimidi, ed ebbero un ruolo fortissimo soprattutto nelle Crociate. La confessione ismailita oltre al Libano (i drusi discendono da loro), la Siria, e il Pakistan, si è diffusa anche in Yemen, e lì oggi forma il principale partito rivoluzionario, quello di Ansarullah, formato dalla popolazione di etnia Houthi.

Dal 26 marzo 2015, gli houthi come il resto degli yemeniti, ribellatisi al governo sunnita e filo-saudita del presidente Mansour Hadi, sono sotto i bombardamenti di Riyadh, che può contare su armi modernissime fornite un po’ da tutto l’Occidente. L’esito è un bilancio pesantissimo: oltre 10 mila morti, decine di migliaia di feriti, 1 milione di contagiati dal colera, 15 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere. Una guerra inutile, probabilmente, perché quegli ismailiti che resisterrero ai crociati, ai selgiuchidi ed ai mongoli, difficilmente si arrenderanno, anche avendo di fronte la macchina da guerra dei sauditi ed anche se non sono più sotto l’effetto dell’hashish.

Negli ultimi mesi, infatti, hanno sviluppato sempre più missili a corto raggio, che hanno colpito basi militari saudite e una volta persino la capitale Riyadh. L’Arabia Saudita e gli Stati Uniti accusano l’Iran di armarli; passare armi a loro è fisicamente impossibile per via dell’embargo aereo e terrestre che impedisce persino il passaggio di aiuti umanitari a sufficienza, ma è possibile che l’Iran abbia passato loro il know-how per realizzare missili. La valle degli Assassini, Alamut, i loro castelli, sono una fetta importante di storia persiana che potrebbe rivivere, un domani, con la formazione di un governo sciita in Yemen.

Lo scrittore e giornalista Tom Wolfe, inventore del 'New Journalism' e uno dei padri della letteratura NonFiction, è morto oggi a New York. Aveva 87 anni. Si è spento in un ospedale di Manhattan, dov'era stato ricoverato per un’infezione. Diventò famoso in tutto il mondo, nel 1987, grazie al romanzo "Il falò delle vanità" ma aveva alle spalle una fortunata carriera come giornalista e saggista. Abbiamo riassunto qui dieci cose che lo riguardano e che raccontano  il suo ruolo di innovatore nella cultura americana del ventesimo secolo

  • Wolfe è stato uno dei principali esponenti e promotori del cosiddetto “New Journalism”, insieme a Truman Capote e Guy Talese. Un’etichetta che descrive tendenza ad utilizzare espedienti narrativi nella scrittura giornalistica. Durante le sue numerose collaborazioni, dal Washington Post all’Esquire, Wolfe ha pubblicato articoli molto lunghi che fondevano caratterizzati da uno stile brillante e letterario, ricco di aneddoti e particolari.
  • All’interno de "Il falò delle vanità", mette l’accento anche su quanto siano importanti i vestiti per raccontare il carattere e il passato di una persona. Wolfe amava l’eleganza e indossare completi bianchissimi, con scarpe scure e uno stile sempre impeccabile. Un modi di vestire così riconoscibile, un po’ dandy, da essere inserito all’interno di una lista di 50 autori iconici raccolti dal giornalista Terry Newman nel suo libro "Legendary Authors and the Clothes They Wore”.
  • Come ricorda il Guardian, Wolfe ricevette da sua madre, Louise, l’incoraggiamento decisivo per dedicarsi alla scrittura. E già allora mostrava una certa ambizione visto che, a nove anni, si cimentò con le biografie di Napoleone e Mozart.
  • All’Università, in Virginia, fondò la sua prima rivista letteraria, Shenandoah, e fu anche un giocatore di baseball di discreto livello. Volle mettere su un po’ di peso e muscoli per diventare un lanciatore ancora più forte ma divenne talmente lento che smise di giocare.
  • Più tardi, mentre lavorava per lo Springfield Union Massachussets, fu mandato a coprire un concerto all'aperto di musica classica nelle montagne del Berkshire: scrisse un lungo pezzo sul modo in cui la gente si sedeva sull'erba ad ascoltarla.
  • Per sei mesi nel 1960 è stato corrispondente dell'America Latina del Washington Post ricevendo diversi premi e riconoscimenti per i suo reportage da Cuba.
  • Nel 1970, in un articolo uscito sul New York Magazine, ha inventato un’espressione molto usata oggi, Radical Chic, dove identificava quegli individui che promuovevano idee politiche di estrema sinistra pur perseguendo uno stile di vita agiato e benestante. Persone che avevano come obiettivo quello di trarre vantaggio personale attraverso ideologie e manifesti.
  • A 85 anni ha pubblicato un libro, "The Kingdom of Speech", dove attaccava pesantemente due mostri sacri come Chomsky e Darwin. Al suo interno, ad esempio, descrive in maniera provocatoria il Big Bang “come una storiella ridicola priva di fondamento scientifico, una sorta di storia della buonanotte che l’uomo si racconta per dare un senso alla propria esistenza”.
  • Aveva una scrittura non convenzionale che Marco Belpoliti, su La Stampa, descrive così: “I suoi scritti sono fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee. Lo stile più le idee”. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato (quanto gli deve Arbasino? Molto, credo). Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso”.
  • Sull’elezione e il successo di Trump aveva le idee molto chiare: “Non siamo abituati a uno che porta nel dibattito politico cose come la dimensione del pene. Ha fatto affermazioni scandalose sugli immigrati messicani illegali e su chi crede nell’Islam, e lì ti dici: Oddio, è spacciato. E invece no, perché ci sono tantissime persone stufe del politicamente corretto”.

Un nudo dipinto da Amedeo Modigliani nel 1917 è stato venduto all'asta da Sotheby's per 157,2 milioni di dollari. È la quarta opera d'arte più cara mai venduta all'asta, anche se è rimasta comunque lontana dal record personale dell'artista: i 170,4 milioni di dollari che raggiunse un altro nudo del maestro italiano in un'asta da Christie's nel novembre 2015. "Nu couche" è la più grande opera dipinta dall'artista italiano (89,5 cm per 146,7) ed era parte di una collezione di nudi commissionati a Parigi da Leopold Zborowski, che custodì l'opera fino a quando l'acquistò nel 1926 Jonas Netter.

L'opera era stata l'attrazione maggiore della retrospettiva alla Tate Modern a Londra. Zborowski offrì a Modigliani quindici franchi al giorno per dipingere la serie e le modelle che posarono per l'artista italiano, tutte abbastanza sconosciute, ricevettero cinque franchi. "Nu couche" è l'unica tela della serie in cui il soggetto appare in orizzontale in tutta la sua lunghezza, a letto, con la schiena al pittore ma lo sguardo rivolto verso di lui. Il prezzo dell'opera è praticamente irrisorio rispetto al quello record raggiunto dal "Salvator Mundi" di Leonardo da Vinci, battuto per 450 milioni da Christie's il 15 novembre 2017. 

“La malattia mentale non esiste” è una frase che Franco Basaglia non ha mai pronunciato. A ribadirlo, con forza e un filo di stanchezza, è la figlia Alberta, ospite del Salone del Libro di Torino in un incontro dedicato ai 40 anni dall’approvazione della legge 180, che porta il nome del padre Franco, e che permise di riformare l'organizzazione dell'assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, superando il sistema dei manicomi. “Una noiosissima e ingiusta credenza” che spesso viene usata da tutti quelli che provano a screditare le parole e le teorie del neurologo e psichiatra veneziano “e che iniziano sempre dicendo: ma suo padre diceva che..”.

Sono giorni in cui si scrive tanto di quell’uomo realista e geniale che era suo padre. “Forse anche troppo e in maniera assurda. Tra qualche mese non lo farà più nessuno. Ma va bene così: è importante che si dicano e si ricordino certe cose”.

Alberta Basaglia ricorda poi l’infanzia di quegli anni, raccontata nel libro Le Nuvole di Picasso, scritto insieme a Giulia Raccanelli “perché avevo paura di non riconoscere i limiti, nel raccontare troppo o troppo poco”. Un’opera nata proprio dalle domande dei più piccoli, con cui Alberta Basaglia lavora, e dal tentativo di provare a ripercorrere fatti già noti con i loro stessi occhi: “Credo che quella storia sia servita per ricordare a tutti quelli che non lo sanno cosa c’era prima della legge 180 e quanto è stato divertente e avventuroso, da bambini, vivere la distruzione dei manicomi”.

La cartella clinica come racconto

L’incontro è iniziato con la presentazione di due libri che hanno indagato a fondo la situazione dei manicomi attraverso l’analisi delle cartelle cliniche di chi veniva internato. Il primo, Malacarne di Annamaria Valeriano, è uno studio sulle identità femminili che venivano rinchiuse in manicomio durante l’epoca fascista. Un testo in cui i comportamenti “eccessivi” delle donne in società erano giudicati come esempio di devianza. Quelle che avevano un comportamento esageratemente visibile, o rompevano codici patriarcali, venivano internate e identificate come anomale, immorali, disubbidienti e altezzose. E in gran parte dei casi gli aggettivi più usati per descriverle sono: erotica, ciarliera, loquace, mendace, incapaci di assolvere ruoli che la società gli aveva assegnato: “Se non ci fosse stata la rivoluzione Basaglia, dice l’autrice, non avemmo potuto studiare le cartelle cliniche e eleggerle a oggetto di studio. Avremmo perso un grande patrimonio”.

Il secondo, I tredici canti di Anna Marchitelli, invece è un libro “in cui ho voluto dare voce ai reclusi, riportare il loro ultimo grido di verità. La cartella clinica offre una verità che è filtrata dai medici ma non rivela qual è la situazione del paziente prima della reclusione e il contesto in cui quell’internamento è stato deciso. “Sono 13 folli con storie particolari. Architetti, inventori, anarchici, intellettuali e il mio desiderio è stato quello di liberarli dall’incubo in sono stati costretti a vivere”.

La speranza Basaglia

A ricordare la figura e il ruolo ricoperto da Franco Basaglia ci ha pensato il politico e sociologo Luigi Manconi che ha sottolineato l’importanza delle “Conversazioni brasiliane”, l’opera uscita nel 1979, un anno dopo la legge 180, ma che racchiude le chiavi per entrare nelle questioni che la legge 180 aveva sollevato. Un passaggio in particolare viene citato da Manconi: “Anche se abolissimo i manicomi, anche se rendessimo questa società accogliente, solidale e aperta,  la malattia mentale e l’angoscia ad essa collegata, non sparirebbe”. Tutto quello che, espresso in forma patologica, può dare vita a disturbi mentali è parte della natura umana e può far parte della sua vita. Non può essere superata perché è nel destino dell’uomo. Quella che l’ex senatore del Partito Democratico riconosce è una “concezione tragica dell’esistenza umana” che è propria di tutti i grandi riformatori e pensatori umani.

Manconi, infine, identifica anche una convenzione teorica e una prassi terapeutica che chiama “speranza Basaglia” e che consiste nel cercare, con pazienza infinita e attraverso un lavoro quotidiano profondo che va anche incontro a sconfitte e arretramenti, quel poco o tanto di responsabilità e autonomia che sopravvive anche nel folle. “Basaglia usa tantissimo il termine “folle”. Non amava scendere a compromessi con il linguaggio”. L’intervento del sociologo sardo si chiude con un monito: “Non pensate sia un discorso che appartiene a un lontano passato. Di quella drammatica realtà sopravvive, oggi, in Italia, una quota significativa. Basta citare i casi di Franco Mastrogiovanni e Andrea Soldi per capire che non si tratta di retaggi di epoche oscure ma di elementi del moderno"

Venerdì 11 maggio, alle 18 al Museo di Roma in Trastevere sarà presentata in anteprima l'ultima puntata di "Federico Buffa racconta 1968 – Roma" (produzione originale Sky Sport). La proiezione aprirà il ciclo di incontri ed eventi che accompagnerà per tutta l'estate, nel chiostro del museo, la mostra fotografica e multimediale "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo", realizzata da AGI Agenzia Italia e che vede Sky tra i propri partner. La puntata andrà poi in onda sabato 12 maggio alle 23:45 su Sky Sport 1. Dopo Parigi, Berkeley, Città del Messico e Praga, Buffa racconta il '68 di Roma, tra sport e contestazioni sociali, nell'anno del primo e unico titolo europeo vinto dagli azzurri del calcio nel segno di Gigi Riva in una Capitale sconvolta dai fatti di valle Giulia.

Al termine della proiezione Federico Buffa e il direttore dell'AGI Riccardo Luna dialogheranno con i ragazzi di Voicebookradio, la webradio gestita interamente da studenti, e di Scomodo, mensile d'informazione indipendente alla cui realizzazione partecipano oltre 400 ragazzi liceali e universitari, nonchè con Picchio De Sisti, uno degli storici protagonisti di quella Nazionale. Sarà l'occasione per ricordare tutti insieme il 1968 attraverso le imprese di grandi campioni dello sport, protagonisti di un anno di svolta e di cambiamento epocale. L'incontro s'inserisce all'interno della mostra realizzata da AGI in collaborazione con Roma Capitale, assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del Miur: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quell'affascinante storia che ha messo le radici dell'odierno. 

Quello che segue è il contributo scritto da Federico Buffa per il catalogo della mostra.

 

 

Il 1968, per essere un anno che ne segue un altro particolarmente turbolento, come auspica De Gaulle nel suo discorso alla nazione francese, farà anche il suo dovere di anno tranquillo. Sì, è bisestile, ma inizia di lunedì.  

Il New York Times, nella sua prima edizione dell’anno annuncia che, se Dio vuole, il ‘67 ce lo siamo lasciati alle spalle e, sempre se Dio vuole, nevica!

Papa Montini dichiara il 1° gennaio ‘68 “Giorno di Pace” e i Viet Cong, che magari Montini lo seguono relativamente, addirittura un cessate il fuoco di 72 ore.

Invece… sarà un anno che strattonerà gli animi come non succedeva da 120 anni. Un agguato continuo all’autoritarismo dei secoli precedenti, impresso, ed espresso artisticamente su quasi tutti i muri del mondo.

Segnerà ogni aspetto della vita sociale e quindi non farà eccezione anche il mondo dello sport.

La scena sportiva mondiale è dominata dai Giochi olimpici, due, quelli invernali di Grenoble e quelli estivi di Città del Messico.

I primi, a febbraio, aprono l’era dei cosiddetti controlli: sesso, antidoping e sponsor “tecnici”.

Il presidente del CIO, Brundage, vorrebbe addirittura proibire ogni brand, ma la foto di Jean-Claude Killy che imbraccia i suoi sci fa il giro del mondo ancora più del suo triplete, o di quella di Ken Rosewall, l’australiano che conquista nel tennis il primo Roland Garros aperto ai Pro.

Nei Giochi estivi, due pugni neri e uno sguardo negato, diventano il simbolo della ribellione che in quel momento sta shakerando il mondo.

Il ciclismo comincia a farsi sbranare da un Cannibale belga, non ancora 23enne, Eddy Merckx, che asfalta il pavé della Roubaix e stravince il suo primo Giro, infilandosi tutte e tre le maglie.

Nella boxe, Nino Benvenuti inaugura il quarto e ultimo Madison Square Garden, riconquistando il Mondiale dei medi. In Italia, s’incollano alla radio quasi in 18 milioni. Solo Italia-Germania 4-3 farà meglio. 

Da aprile a giugno, poi, l’Italia torna quella del calcio. Ospita e vince l’Europeo. Un rombo di tuono le regalerà l’unico trofeo continentale della sua storia nell’anno in cui se ne andrà anche un immortale: Vittorio Pozzo, il Commissario Unico dell’Italia bi-mondiale e olimpionica.

Aveva finalmente rivisto gli azzurri vincere, per lui era tempo di andare.

È stato l’anno di sensualità, consapevolezze inattese e conquistate, di studenti in movimento, di primavere di Praga, di maggi francesi, e no, non è stato affatto tranquillo, perché il 1968 è stato questo, il contrario di questo e anche di più.

Leggi anche: 'Dreamers' è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare di Riccardo Luna

 

Parlare oggi di Europa è una vera avventatezza. Javier Cercas, 56 anni, non nasconde l’onore e l’onere che Massimo Bray e Nicola Lagioia, rispettivamente presidente e curatore editoriale del Salone di Torino, gli hanno affidato per chiudere l’evento di apertura della trentunesima edizione. Lo scrittore e saggista spagnolo, frequentatore assiduo della kermesse piemontese, ha così iniziato la sua lezione citando una massima di sant’Agostino sulla natura del tempo, adattata per raccontare le contraddizioni di un’Europa che nessuno, in fondo, sa definire in maniera certa: “Se nessuno mi chiede cos’è l’Europa, so la risposta. Ma se dovessi provare a spiegarlo a chi me lo domanda, non ci riuscirei”.

E pluribus unum 

Il titolo della lectio magistralis si rifà alle caratteristiche di quella utopia che l’Europa sogna di essere: una grande pluralità di voci, tradizioni, lingue e storie differenti che si esprimono attraverso un unico e coeso Stato federale. Secondo Cercas, l’Europa si è dimenticata di alcuni fatti e alcune caratteristiche che hanno contribuito a renderla, nei secoli, un punto di riferimento per tutto il mondo. “Molte persone e molti giovani identificano l’Europa con l’Unione Europea. E l’Unione europea si identifica, nel peggiore dei casi, con un insieme sgranato e improbabile di Paesi con tanto passato e scarso futuro, e nel migliore dei casi con un ente sovranazionale freddo, astratto e distante. Come Bruxelles, una capitale fredda, astratta e distante, che non si sa bene a cosa serva”.

Ma la promessa europea di un futuro più giusto e moderno può essere trovata anche recentemente. Lo scrittore spagnolo cita prima il politologo inglese Mark Leonard, che nel 2004 pubblicava un libro dal titolo “Perché l’Europa guiderà il ventunesimo secolo”, e poi il sociologo americano Jeremy Rifkin che, nello stesso anno, affermava come “il sogno americano languiva e un nuovo sogno europeo iniziava a vedere la luce”. Cos’è cambiato da allora? “Abbiamo vissuto una crisi economica terribile, simile a quella del 1929”. Ma se quasi un secolo fa quella crisi aveva anticipato una guerra che pochi anni dopo avrebbe cambiato il volto del mondo, quella del nuovo millennio ha fatto emergere quei demoni, come il nazionalismo, capaci di diffondere “discordia e disunione”

Il pericolo del nazionalismo, carburante per la guerra

“Per me l'Europa non ha mai smesso di essere quella che vedevo da giovane, in una Spagna appena uscita dalla dittatura franchista. Come Erri De Luca sono un europeista estremista. Per me l’Europa unita è l’unica utopia politica ragionevole che noi europei siamo stati in grado di creare”. E ci sono diversi fatti che lo provano ma che spesso non sono abbastanza considerati per colpa di quella che Cerca chiama “dittatura del presente” per cui tutto ciò che è accaduto una settimana fa è già preistoria. Lo sport europeo per eccellenza, dice ancora Cercas, non è il calcio ma la guerra. Nell'ultimo millennio gli europei si sono ammazzati, in tutti i modi possibili, senza darsi neanche un mese di tregua. Tutti i nostri antenati hanno conosciuto scontri, battaglie e migliaia di morti.

“La mia è la prima generazione della Storia a non aver visto una guerra tra le grandi nazioni europee”. Ma allo stesso tempo sarebbe un’ingenuità, per Cercas, pensare che ciò non possa ricapitare nei prossimi anni perché “il nazionalismo è il carburante che ha alimentato questi scontri”. Secondo l’intellettuale spagnolo, i nazionalisti oggi giudicano l’Europa una cianfrusaglia inservibile e senza anima che li costringe a vivere con persone che hanno lingue e abitudini strane. “Loro, invece, preferirebbero vivere con quelli che pensano siano i loro simili e respirando, citando Nietszche, il vecchio odore della stalla”. Il nostro compito, dunque, è quello di costruire un futuro che sia ben conscio di quello che è avvenuto nel passato. Per non ripeterlo ma, allo stesso tempo, per non dimenticarlo. 

Una democrazia non perfetta ma perfettibile

La grande sfida dell’Europa, sottolinea ancora Cercas, consiste nel cercare di far convivere due cose che in linea di principio sembrano inconciliabili: la diversità culturale e l’unità politica. “Solo così potrà dare il meglio di sé”. L’Europa, forte e unita, rappresenta “l'unica strada per arginare il potere cieco delle multinazionali e, citando Jurgen Habermas, di un capitalismo furioso e che oltrepassa le frontiere nazionali”.  Gli europei, infine, dovrebbero comprendere che “la democrazia perfetta non esiste. Una democrazia perfetta è una dittatura, è finta. La democrazia perfetta è quella perfettibile, che può sempre migliorare ed essere migliorata”. In un futuro di stati disuniti, destinati a giocare un ruolo secondario nello scenario mondiale, gli europei rischiano infatti di perdere i loro benefici e i loro privilegi. Privilegi ottenuti grazie a quell’eroismo della ragione, termine coniato dal filosofo tedesco Edmund Husserl, che ha trasformato l’Europa, negli ultimi decenni, nella società più pacifica e libera della nostra storia.

La lezione si chiude con la citazione di un altro scrittore, Alberto Savinio, che sottolineava come, prima o poi, presto o tardi, nonostante tutto e a dispetto di tutto, un’Europa unità avrebbe visto la sua alba: “Tale è la follia degli uomini e la loro stupidità che forse ci vorrà una terza guerra, anche più disastrosa delle precedenti, per chiarire nel cervello degli europei la necessità dell’unione. Ma forse no. Certo è che nessun uomo, nessuna potenza potrà riuscirci. Solo un’idea potrà fare l’Europa, quella della comunità sociale”.

Ha scelto con cura la carta da lettere: fiori di pesco su uno sfondo bianco. Miki Nakamura è una signora giapponese che vive a Nagoya (nell’isola di Hongshu) con il marito e il loro bambino. Di lei non sappiamo molto altro, non conosciamo né l’età né il volto. Dal modo in cui scrive immaginiamo che sia una giovane donna, gentile e delicata. Abbiamo provato a cercarla su Facebook, ma niente. Perché tanto interesse? Ci ha scritto una lettera con una richiesta insolita. Non ha sbagliato destinatario: sulla busta c’è il nostro indirizzo. Sarà uno scherzo?

“Dear Editor” (Caro giornalista, ma forse intendeva 'direttore'), inizia la breve epistola scritta in inglese. “Sarai sorpreso nel ricevere questa lettera inattesa. Da molto tempo desidero avere un’amica di penna nel vostro Paese, che amo molto. Vi sarebbe possibile pubblicare un articolo segnalando che una donna di Nagoya sta cercando una compagna epistolare tra le vostre lettrici?”

Come dirle di no? Come non cedere a tanta educata schiettezza che per un attimo ci spinge indietro nel tempo? Detto, fatto.

Miki ci spiega che non ama le email: il suo hobby è la corrispondenza epistolare. Come si faceva una volta. Quando da ragazzini, per chi ha almeno 30-40 anni, si andava in cartoleria a scegliere la carta da lettera più bella. Era un dono speciale da regalare e ricevere. Oppure, semplicemente una cosa per sé, intima, dove riversare confidenze e fiumi di inchiostro (anche la scelta della penna poteva essere altrettanto sofisticata e preziosa). Un rituale dal senso dell’estetica forte.

Miki non l’ha perso (l’estetica in Giappone costituisce una visione del mondo). La grafia è elegante, rotonda, chiara. “Amo viaggiare e guardare i film. Vorrei stringere amicizia con le donne del vostro Paese. Il mio sogno è diventare una scrittrice (nel vostro Paese)”. Non nomina mai l’Italia: del resto la sua è una delle tante lettere che ha indirizzato a destinatari sparsi in tutto il mondo, come testimoniano gli articoli del canadese Cape Breton Post, dello svizzero Luzerner Zeitung che scrivono di lei.

La corrispondenza epistolare è un hobby tornato in voga di recente. O forse mai passato di moda. L’International Pen Friends esiste da ben 93 anni, ha oltre 300.000 iscritti da 8 a 80 anni in 192 nazioni. In Giappone ci sono diverse community dedicate ai “pen pal” più convinti. Per chi desidera imparare la lingua, iscriversi a questi gruppi è uno dei mezzi più comuni per trovare amici giapponesi.

Ma la nostra amica di Nagoya vuole una cosa diversa: stare lontana dal computer e dai social. Penna, carta, e fantasia.

Miki termina la lettera augurandoci una buona giornata e ringraziandoci per averle dedicato del tempo. Siamo noi a ringraziare lei perché ci ha distolti per un attimo dalla frenesia del lavoro d’agenzia, sorprendendo in ciascuno di noi un sentimento di incredula tenerezza.  

Per chi volesse scriverle, l'indirizzo è questo:

Miki Nakamura

2-1107-3 Tsurugasawa

Midori-ku. Nagoya Shi

Aichi 4580814

Japan

Ma bisogna armarsi di pazienza: la lettera che ci ha scritto ha impiegato un mese per arrivare dal Giappone. Quella epistolare non è un'arte frenetica.  

Dopo il grande successo di pubblico, che ha visto ben 1.100 visitatori nella sola giornata di domenica, arriva un altro riconoscimento per la mostra "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo", organizzata da AGI nel Museo di Roma in Trastevere sino al 2 settembre.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha ufficialmente attribuito all'esposizione il proprio premio di rappresentanza, consegnando ai vertici dell'agenzia la medaglia presidenziale, segno dell'apprezzamento del Quirinale per il valore sociale e culturale dell'iniziativa curata da Riccardo Luna, direttore responsabile AGI, e Marco Pratellesi, condirettore dell'agenzia.

La medaglia, che si aggiunge al già prestigioso patrocinio riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, esprime l'ideale partecipazione del presidente a iniziative ritenute particolarmente meritevoli, manifestando il personale apprezzamento del capo dello Stato rispetto ad eventi di rilevante interesse istituzionale, culturale e sociale.

Leggi anche: tutti i perché di questa mostra

La mostra realizzata da AGI in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del MIUR, delinea un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia che ha messo le radici dell'odierno. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, le imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda.

"Il prestigioso riconoscimento di Mattarella rappresenta per noi motivo di grande orgoglio e, soprattutto, di enorme soddisfazione" ha commentato Salvatore Ippolito, amministratore delegato AGI. "La medaglia conferma ancora una volta la valenza formativa e culturale dell'iniziativa, che vuole essere non una mostra sul passato, ma una mostra sul futuro. Su quel futuro che ci si immaginava allora e su quello che i giovani sognano oggi". 

È stato 17 anni in carcere Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese, di cui Reporter Senza Frontiere, ha presentato il libro, “Hope”, ad Accra, in Ghana, in occasione delle celebrazioni per la 25’ Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa. 

A parlare di questo rappresentante della stampa, simbolo della sofferenza inflitta ai giornalisti che tentano di fare il loro lavoro in paesi soggetti a dittature come l’Eritrea, è stato Aaron Berhane. Suo amico e collega è fondatore dell’ormai bandito quotidiano eritreo ‘Setit’.

“Isaak era un brav’uomo, un giornalista attento e umile che andava nei villaggi a far parlare la gente dei loro problemi, l’accesso all’acqua, all’educazione, al cibo, fino a che ha dato troppo fastidio e insieme ad altri 11 giornalisti è stato incarcerato”, ha ricordato Berhane alla conferenza stampa di lancio degli scritti di Isaak “Hope”, pubblicati in francese ed inglese. 

Dodici anni di silenzio

Dawit è stato incarcerato in occasione di una violenta stretta sulla stampa del governo di Isaias Afewerki, presidente-padrone del paese dal 1993, avvenuta nel 2001 in Eritrea. 

Per circa 12 anni non si sono più avute notizie di Isaak – ha spiegato alla stampa riunita ad Accra Bjorn Tunback, membro di RSF e iniziatore del progetto del libro che raccoglie gli scritti di Dawit – che non ha più potuto incontrare un avvocato o alcun membro della sua famiglia solo per aver fatto il suo lavoro di giornalista”. Dawit Isaak e gli altri 11 giornalisti arrestati con lui nel 2001 sono stati giudicati dal governo di Afewerki come “terroristi”. Isaac, malgrado questo, ha vinto diversi premi come il Guillermo Cano dell’Unesco per la libertà di stampa nel 2017. 

“Reporter Senza Frontiere per gli ultimi 17 anni è stata costantemente impegnata in campagne e petizioni per ottenere il rilascio di Dawit e dei suoi colleghi e il lancio del suo libro “Hope” oggi, nel giorno in cui si celebra nel mondo la libertà di stampa assume un significato particolarmente forte”, è stato il commento di Arnaud Froger, capo del Desk Africa di Reporter Senza Frontiere, presente oggi ad Accra per lanciare il libro del collega eritreo.

Nessuna libertà di stampa in Eritrea

In Eritrea la stampa non è libera, lo ricorda Reporter Senza Frontiere e i pochi Internet Cafè presenti vengono monitorati e le ricerche on line controllate. 

Isaias Afewerki fu eletto presidente dell'Eritrea indipendente dall'assemblea nazionale nel 1993. Era stato il leader de facto prima dell'indipendenza. L'Eritrea è oggi uno Stato a partito unico, con il Partito popolare per la democrazia e la giustizia unico ente autorizzato a operare. Afewerki è stato criticato per non aver attuato le riforme democratiche e per questo il suo governo ha bloccato i suoi critici e ha chiuso la stampa privata. 

Grande partecipazione oggi pomeriggio all'apertura di "Dreamers 1968", la mostra fotografica e audiovisiva sul futuro sognato dalla generazione che 50 anni fa in gioventù si affacciava all'impegno civile e alla politica e 'camminava' con i nuovi divi della musica rock e dello sport. L'esposizione è un'iniziativa dell'AGI ed è organizzata al Museo di Roma in Trastevere. Sarà aperta al pubblico da domani fino al 2 settembre. All'iniziativa è giunto il riconoscimento di una medaglia di adesione presidenziale dal Quirinale. 

Presenti all'inaugurazione, tra gli altri, la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli, il vice sindaco di Roma con delega alla Cultura, Luca Bergamo, e la presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello. "E' una mostra molto giornalistica, non poteva essere altrimenti, fatta con tante altre agenzie di tutto il mondo, nello spirito del 1968 di fare le cose tutti assieme", ha spiegato il direttore dell'AGI, Riccardo LunaMarco Pratellesi, condirettore dell'AGI, ha sottolineato quanto sia stata importante la comunicazione nel 1968, "perché, oggettivamente, i giornali davano molto spazio alle manifestazioni, agli scontri, alle occupazioni, ma pochissimo alle ragioni degli studenti che protestavano. Da lì nacque l'esigenza degli studenti di diffondere i propri ideali con gli strumenti che avevano".

Fedeli: "Farò di tutto per far venire le scuole qui"

"La mostra è fantastica. Voglio dire che nel 1968 la sinistra ha scoperto la persona e non solo più la comunita'. Abbiamo enormemente bisogno di quella spinta alla libertà e al futuro. Io mi iscrivo nel partito dei sognatori. Nel 1968 mi preparavo a vedere l'"allunaggio" ascoltando Penny Lane dei Beatles", ha commentato Luca Bergamo. "Farò di tutto per far venire le scuole qui, a visitare questa mostra, augurandomi che i ragazzi e le ragazze possano scoprire gli ideali e i valori del 1968, di una generazione giovane che ha cercato di cambiare il mondo", ha detto Valeria Fedeli, "il diritto allo studio, i diritti delle donne sono cose che vengono tutte da quella mobilitazione, quella fu la prima generazione che parlò in termini globali. Una generazione che ha rotto gli schemi e il cui protagonismo ha contribuito a migliorare la vita sociale ed economica del Paese. Le leggi sulla famiglia, sul divorzio, sull'interruzione volontaria della gravidanza che furono varate negli anni successivi erano il frutto di quel movimento, che si è anche mobilitato per dire no a guerre lontane come quella in Vietnam". 

Si chiude con le canzoni della 'ragazza del Piper'

L'anteprima si è chiusa con l'esibizione della 'ragazza del Piper', Patty Pravo, protagonista indiscussa delle serate musicali romane della fine degli anni Sessanta. Da 'Ragazzo triste' a 'Bambola' fino alla chiusura con 'Pensiero stupendo' e 'Pazza idea' l'artista ha proposto una carrellata dei suoi maggiori successi riportando il pubblico alla magia degli anni Sessanta con le loro sperimentazioni musicali. Il pubblico presente ha risposto cantando insieme a lei per tutta la durata del concerto.

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