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Se vi capita di passare per l'Orto Botanico di Brera, in questi giorni, vi capiterà di osservare 700 mini case di luce, tutte diverse tra loro, che punteggiano il giardino. È l'installazione creata dall'architetto Mario Cucinella per il fuorisalone di quest'anno, un progetto creato insieme alla SOS School (school of sustainability), una scuola post-laurea con base a Bologna, impegnata nella formazione di figure professionali nel campo della sostenibilità.

Un'idea fortemente voluta da Eni Gas e Luce, in partnership con Hive, per raccontare come "il rapporto tra energia e design, grazie alla contaminazione portata dalla tecnologia, serva a migliorare la vita degli italiani all'interno delle loro case". A sostenerlo, durante la conferenza stampa di presentazione all'Università statale di Milano, è Alberto Chiarini, amministratore delegato di Eni Gas e Luce che ha anche sottolineato come l'azienda "abbia il dovere di portare avanti un discorso sul risparmio energetico, soprattutto dal punto di vista comportamentale". Un risparmio garantito anche dalla piattaforma Genius che con le sue soluzioni ha permesso di risparmiare, nell’ultimo anno, fino a 3,5 milioni di kWh.

Il tema di quest’anno: HOUSE IN MOTION

In occasione del FuoriSalone 2018, la rivista INTERNI presenta la ventesima edizione della Mostra Evento più attesa per la Design Week, incontro fra progettisti affermati, grandi aziende e istituzioni.Il rapporto fra uomo e spazio è la base del concetto di "abitare": una connessione fra qualità di vita, e innovazione. In una città che per usare le parole del suo sindaco, Beppe Sala, è nel suo "momentum", la Design Week di quest'anno non poteva che parlare di dinamicità, un evento che è il motore della Milano di domani e che oggi ospita 300.000-400 000 visitatori. Del resto è proprio il connubio tra antico e moderno, tra azienda e progettisti, imprese e design, secondo Gianluca Vago, Rettore dell’Università Statale, "a rendere grande il capoluogo lombardo e l’Italia tutta”.

Un nuovo rapporto, paritario, tra uomo e natura

Per Mario Cucinella l'installazione, che fa parte della mostra "House in Motion", "rappresenta innovazione e tradizione che si incontrano". Le casette si stagliano sullo skyline di una città immaginaria per diventare le protagoniste di uno spazio interattivo dove la smart home dialoga con l'intero sistema urbano. Il rapporto tra la casa, elemento fondamentale della città, e il mondo digitale permette di esprimere al meglio il connubio tra l'energia e la sua gestione consapevole da parte dei cittadini. "L'uomo non può più sopraffare la natura". Quello che Cucinella auspica è una nuova collaborazione tra la componente artificiale e quella naturale. Una simbiosi paritaria espressa perfettamente dall'installazione all'Orto Botanico dove sì, sono presenti molte casette, ma dove è la natura a controllare e dominare l'ambiente.

L'accordo tra Eni Gas e Luce e Hive

Si tratta di una partnership quinquiennale che, al fuorisalone, punta a illustrare come la tecnologia 'smart' per la casa possa migliorare la vita di tutti i giorni e l'efficienza energetica per le famiglie italiane. I due partner proveranno a spiegare ai visitatori della smarTown un nuovo modo di sperimentare l'energia cercando di guidarli verso una scelta di prodotti smart per la casa che siano interconnessi, innovativi e facili da usare. Accanto a questo primo spazio di conoscenza e condivisione si inserisce il primo Experience Store di Eni gas e luce, aperto in Corso Buenos Aires, nel cuore di Milano. Sviluppato su due piani, è stato immaginato e creato per far sentire le persone come se fossero all'interno di una vera "smart home". Le persone potranno rilassarsi, lavorare o incontarsi, e sperimentare cosa significa vivere in una casa intelligente provando di persona le tecnologie Hive. 

In occasione della prossima Giornata Internazionale dei Monumenti, che si celebra mercoledì 18 aprile, Google lancia il progetto "Open Heritage": un'iniziativa mondiale per mappare e creare modelli 3D di aree archeologiche a rischio. L’idea non è nuova, nemmeno per la stessa Google che negli ultimi 7 anni, ha avviato collaborazioni con 1.500 musei di oltre 70 Paesi per portare online le loro collezioni e mettere il patrimonio culturale dell’umanità a portata di clic. Ma è la prima volta che alcune delle meraviglie più a rischio si scoprono “digitali” e “condivisibili” sui social. E tra quelle da visitare senza lasciare il divano di casa ci sono anche tre italiane: Piazza del Duomo di Pisa, Pompei e Stabia. In tutto sono oltre 25 i luoghi iconici di tutto il mondo mappati dal colosso, tra cui il Palazzo di Al Azem a Damasco, in Siria, Bagan in Thailandia e l’antica Metropoli Maya di Chichen Itza in Messico.

L’idea nata da una distruzione

Quando, nel 2001, Ben Kacyra vide in TV che i Talebani stavano distruggendo le statue buddiste a Bamiyan, in Afghanistan, risalenti a 1.500 anni prima, sentì il dovere di fare qualcosa. Kacyra, uno degli inventori del primo sistema di scansione laser tridimensionale, realizzò che questa tecnologia poteva essere usata per registrare i monumenti a rischio di danneggiamenti, per via di disastri naturali, distruzione dovuta alle guerre o ai danni legati all’attività turistica e all’espansione delle città così da preservarli per le generazioni future.

L’intesa tra Google e CyArk

Kacyra ha fondato CyArk, un’organizzazione non profit che ha sviluppato l’archivio digitale in 3D più grande e più dettagliato al mondo delle meraviglie attualmente a rischio: una lista di monumenti che potrebbero scomparire. Google Arts & Culture ha avviato una collaborazione con CyArk grazie alla quale, ora è possibile accedere a queste meraviglie, in versione digitale, e di condividerne la storia con chiunque.

Visitare un sito non è mai stato così semplice

“Con la tecnologia moderna – si legge in una nota diffusa da Google – possiamo catturare questi monumenti nei minimi dettagli: il colore, la trama delle superfici e la geometria che viene catturata dagli scanner a laser con precisione millimetrica in 3D. Queste scansioni dettagliate possono anche essere utilizzate per identificare le aree danneggiate e supportare le fasi di restauro”. Al visitatore sedentario basta “semplicemente utilizzare un computer, uno smartphone o un visore per la realtà virtuale come Daydream.

Le tre italiane: chi e come le ha mappate

Piazza del Duomo, Pisa 
“Questo ristretto spazio ospita 4 capolavori di architettura medievale: la cattedrale, il battistero, il campanile e il cimitero”, si legge nel comunicato stampa. La piazza e il Duomo sono visitati da un altissimo numero di turisti, motivo per cui richiede molta manutenzione e una grande attenzione alla conservazione. Sorprendentemente, le strutture non hanno subito danni causati dai secoli o dagli agenti atmosferici. Tuttavia il campanile poggia su fondamenta inadeguate al tipo di suolo”.  

Nel febbraio 2005 e nel luglio 2006 diverse squadre di esperti da ogni parte dell’Italia hanno condotto uno “studio ad alta definizione” per documentare lo stato del sito e valutare i possibili interventi.

Pompei
"È la più complete città antica al mondo, ma ha di fronte a sé molte sfide. Al di là della ovvia minaccia rappresentata dalla possibile eruzione del Vesuvio, il turismo ha il più forte impatto sul sito. Maggiore di quello dei fenomeni atmosferici. Nel 2003, studenti e staff del Centro ricerca per lo sviluppo dei processi automatici e integrati nel restauro dei monumenti (DIAPReM ) dell’università di Ferrara. Research Center for the Development of Integrated Automatic Procedures for Restoration of Monuments (DIAPReM) and the Faculty of Architecture of the University of Ferrara hanno mappato e documentato digitalmente il Forum: centro politico ed economico di Pompei.

Stabia
Non lontano da Pompei, Stabia, un tempo frequentato dall’elite romana, scomparve anch’egli nel 79 D.C. sotto 7 metri di ceneri vulcaniche. Una delle sfide più complesse è rappresentata dal grande numero di reperti da conservare. Nel giugno del 2013, l’organizzazione no-Profit “Restoring Ancient Stabiae (RAS)” , partner di CyArk, ha avviato un programma di catalogazione e digitalizzazione delle aree delle ville da proteggere con urgenza. 

Spesso parla in prima persona identificandosi con gli Amici della Scala, associazione che ha fondato su invito della figlia di Toscanini, Wally, 40 anni fa. Ha occhi castani bellissimi e una risata allegra e frequente. Anna Crespi Morbio, fondatrice e presidente degli Amici della Scala, è ancora molto graziosa ed elegante e vive in un bellissimo palazzo del centro di Milano assieme ai ricordi suoi e dell'associazione, che ha sede nello stesso edificio.

tgEsprime un entusiasmo che la fa apparire giovane e allegra e mostra volentieri ai visitatori le foto dei suoi incontri più importanti, i direttori d’orchestra Georges Pretre e Claudio Abbado, entrambi recentemente scomparsi. Un’ombra di intenso dolore le appanna lo sguardo nel mostrare l’immagine della figlia, anch’essa scomparsa pochi anni fa. Gli ultimi 40 anni della sua vita si confondono con quelli della fondazione, così come i suoi mobili, i libri, le foto autografate e i molti ricordi di incontri con gli artisti e i soci, ma anche di rapporti burrascosi con alcuni dei sovrintendenti (con Carlo Fontana il più difficile).

“Ho vissuto 40 anni in mezzo alla bellezza”, dice con gratitudine. Ha molti progetti per il futuro, in particolare un libro sui suoi incontri che uscirà il prossimo autunno, nel quadro delle celebrazioni per i 40 anni degli Amici. Guarda il suo pc Apple sottilissimo e dice “quante cose faccio! Anche se ogni tanto sparisce tutto dallo schermo!”.  È particolarmente orgogliosa di “un posto speciale”, che invita a visitare alla fine della conversazione in una delle sale dell'Associazione: un piccolo bagno rivestito di specchi, che riflettono all'infinito la sua immagine ridente.

Come è nata l’associazione Amici della Scala?

“Dopo la Guerra, Arturo Toscanini ha unito la società civile illuminata per ricostruire la Scala che era stata bombardata fondando gli Amici della Scala. Li scioglie una volta terminato il lavoro, nel 1946. Trent’anni dopo, sua figlia Wally mi ha regalato in un momento importante la foto del padre con la sua dedica a nome del padre e ha detto ‘tu sei l’unica a poter ricreare gli Amici della Scala’. Un’investitura che non mi aspettavo, ma è stato il mio futuro. Eravamo molto amiche. Con gli Amici della Scala, ho ricostruito la società civile anche con persone che alla Scala lavoravano, come il direttore George Pretre, ma anche l’allora sindaco Carlo Tognoli. In ogni caso, a noi Amici della Scala va sempre tutto talmente bene, che sono sicura che Toscanini ci protegge”

Come è stato il rapporto con il Teatro alla Scala in questi decenni?

“I problemi sono come i libri, o come gli incontri: aiutano a crescere, a diventare più intelligenti. In 40 anni di Amici della Scala il teatro ha cambiato 5 soprintendenti, completamente diversi l’uno dall’altro. I progetti che abbiamo presentato in questi anni potevano essere o no accettati: ma in ogni caso noi li portavamo avanti, anche se ho dovuto affrontare e risolvere problemi diversi con ciascuno di loro. Il primo era Carlo Maria Badini, che ha ottenuto dal sindaco la prima sede, una stanza a palazzo Marino. Badini voleva ‘la stampa’ e fra i soci fondatori c’erano diversi giornalisti fra cui Gaspare Barbiellini Amidei, Piero Ottone, Indro Montanelli. Il suo successore Carlo Fontana ha istituito una sua fondazione e non avevamo un buon rapporto, ma riuscivo comunque a fare quello che volevo. Con Stéphane Lissner è andata meglio, ha riportato i grandi nomi alla Scala, ma ha lasciato un teatro pieno di debiti. L’attuale sovrintendente Alexander Pereira ha soprattutto la funzione di cercare soldi per il teatro. Quanto ai politici, con il sindaco Pisapia andavamo d’accordo anche se con idee politiche molto diverse. Non sono comunista ma i comunisti mi hanno amata. In ogni caso, anche se mi è stato chiesto non ho mai voluto fare politica. Ma ora sono molto preoccupata dalla attuale situazione politica, anche se ho una grande fiducia nel presidente Mattarella ”.

Qual è stato il ruolo dell’Associazione nella realizzazione di una Orchestra Filarmonica della Scala?

“Era il 1982 quando Claudio Abbado la inaugurava dirigendo la Terza di Mahler.  Al teatro non volevano saperne di una seconda orchestra, e Abbado ci ha chiesto sostegno. Siamo riusciti a liberare il processo dalle chiacchiere di teatro, a trovare finanziamenti e rendere possibile la creazione di un'orchestra per il presente e il futuro. Sono orgogliosa di dire che, senza di noi, la Filarmonica non esisterebbe”

Com’è nata l’attività editoriale dell’associazione?

“Negli anni '80 non c'erano i Pc. Abbiamo creato una collana di libri. 124 di cui 56 monografie, di piccole dimensioni, illustrate, sugli artisti che per la Scala sono stati registi, scenografi, costumisti. E  poi edizioni pregiate e cataloghi. Un grande lavoro l’abbiamo fatto sui bozzetti delle scene e i figurini dei costumi: ci siamo accorti che non erano inventariati perché erano considerati ancora materiale di lavoro per i laboratori. Abbiamo trovato originali firmati da De Chirico, Savinio, Casorati, Carrà  e molti altri, ammucchiati ovunque, anche nei camerini.  Abbiamo fatto un blitz ritirando bozzetti e figurini per salvarli: ne abbiamo inventariati e in parte catalogati 23 mila. E’ un patrimonio ora valutato 26 milioni 314 mila euro. Li abbiamo messi in un furgone della Scala con la collaborazione dell’Opificio delle pietre dure di Firenze,  il cui soprintendente era Antonio Paolucci, in seguito direttore dei Musei Vaticani e custoditi in carta di Fabriano dentro gli armadi. Dopo averli restaurati, ci sono serviti per allestire 12 mostre. La più recente, sui costumi dagli anni Trenta ad oggi, è stata realizzata al Palazzo reale ed ha inaugurato le celebrazioni dei 40 anni dell’Associazione”

Gli Amici della scala sono noti soprattutto per gli incontri sugli spettacoli in scena alla Scala. Come sono cambiati?

“Inizialmente, l’associazione ha organizzato gli incontri ‘Prima delle prime’ nel Ridotto dei palchi del teatro. Poi sono stati anche al vicino teatro dei Filodrammatici e in altri luoghi. Abbiamo cominciato con Franco Fornari e i suoi studenti. Abbiamo avuto personaggi come Anthony Burgess e Giovanni Raboni. Adesso c'è un solo oratore che parla solo di musica mentre prima si affrontava la complessità dell’opera. Fra i nostri invitati abbiamo avuto Fedele D’Amico, Marcel Detienne, Anthony Burgess, Guido Lopez, Giulio Carlo Argan e Giovanni Raboni”

Tutti personaggi che saranno presenti nel suo libro Oltre il Foyer, che sarà pubblicato il prossimo autunno, assieme a tanti artisti. Che cosa racconta di loro?

“Non voglio rivelare niente per non rovinare la sorpresa. Ma contiene aneddoti ed episodi che riguardano tutti i grandi personaggi che ho conosciuto in questi 40 anni. Claudio Abbado, Jacques Pretre, Francio Fornari, Anthony Burgess, Umberto Eco, Gillo Dorfles. Sono Epifanie letterarie. La grande attrice Valentina Cortese mi invitò a trascorrere la notte nella sua camera di albergo a Venezia, perché non c’erano stanze libere, in una confusione di ritratti, ventagli, turbanti: un principe russo preparava i suoi bauli. Ci demmo appuntamento per la settimana successiva in una villa di campagna vicino a Milano: ‘Ci raggiungerà Gregory Peck’, mi disse”.

Che cosa pensa del momento attuale e come vede il futuro?

“Bisogna vivere la propria epoca, le qualità e i difetti che comporta, solo con la costanza si riesce a costruire. Il presente deve unirsi con il passato, e con il futuro. Dobbiamo accompagnare i giovani alle prese con tanta velocità: loro possono aiutare noi ad affrontarla. La velocità va benissimo se si sa sfruttarla, ci vuole un punto di riferimento. Non dobbiamo mai fermarci, ma andare avanti, proseguire il nostro lavoro. È vero che un tempo il mondo non era terribile da infarto, mozzafiato, come ora, anche per chi fa l’indifferente: basta guardare questa gente, questi ragazzi che arrivano dalla Siria…”. 

 

Il '68 raccontato per immagini: è l'obiettivo che si pone la mostra "Dreamers 1968: come eravamo, come saremo" che si terrà dal 5 maggio al 2 settembre al museo di Roma in Trastevere. Si tratta di un percorso fotografico e multimediale che racconta un anno di snodo per la vita politica e istituzionale insieme ad aspetti della società e del costume, dalla dolce vita alle imprese sportive, senza dimenticare la vita quotidiana, la tecnologia, il cinema e la musica.

La mostra, nata da un'idea del direttore dell'Agi, Riccardo Luna, e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell'Agenzia, verrà presentata lunedi' 16 aprile alle 12 all'Associazione Stampa Estera. La mostra disegna un vero e proprio percorso nell'Italia e nel mondo del 1968: un racconto per immagini e video degli avvenimenti di quell'anno per rivivere, ricordare e ristudiare quell'affascinante storia che ha messo le radici dell'oggi.

Viene così ricreato, grazie alla collaborazione con i numerosi soggetti coinvolti nell'iniziativa, un archivio storico quanto piu' completo del 1968 attraverso le immagini simbolo dell'epoca. Non solo occupazioni e studenti ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia, la moda.

Tutti questi temi vengono raccontati attraverso la cronaca, gli usi, i costumi e le tradizioni in diverse sezioni tematiche, dando vita e facendo immergere il pubblico in questo lungo e intenso racconto, nell'Italia e nel mondo, di un tempo in cui una nuova generazione, in forme analoghe in tutti i continenti, si e' mobilitata per rimettere in discussione il mondo che aveva ereditato.

Ma cosa resta oggi del Sessantotto? Questa mostra è stata promossa perché a rispondere all'interrogativo siano soprattutto i giovani di oggi, non solo chi ne è stato protagonista. Perché, oggi come allora, il futuro è di chi lo sa immaginare.

L'iniziativa verrà presentata il 16 aprile alle ore 12 presso la Sala Conferenze dell'Associazione della Stampa Estera in Italia, alla presenza di Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale, Laura Baldassarre, assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale di Roma Capitale, Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Maria Pia Ammirati, direttrice Rai Teche, Giuseppe De Rita, presidente Censis, Vincenzo Vita, presidente Aamod-Archivio Audiovisivo del Movimento operaio e democratico, Massimo Bray, direttore generale Treccani, e Riccardo Luna, direttore Agi. Insieme a Massimo Sebastiani, caporedattore centrale e responsabile dell'Area Immagini dell'Ansa, ci saranno Vittorio Alvino, presidente Openpolis, Olivier Baube, direttore Afp Italia, Gaetano Blandini, direttore generale SIAE, Andrea Dezzi, confondatore Marcello Geppetti Media Company, Claudio Granata, chief services and stakeholder Relation Officer di Eni, Maurizio Riccardi, direttore Archivio Riccardi, Francesca Sanzone, vice direttore Generale Figc, Carlotta Valitutti, speaker VoiceBookRadio. Sara' possibile seguire la diretta della conferenza stampa di presentazione sul sito www.agi.it 

 

Erano giorni terribili quelli. I 55 giorni che vanno dal sequestro di Aldo Moro al ritrovamento del suo corpo: giorni in cui un Paese attonito si interrogava su fino a che punto si sarebbe spinta la barbarie terrorista.

Giorni in cui era difficile nascondere ai bambini la tensione che attraversava il Paese, che entrava nelle case attraverso i tg, le facce scure dei conduttori durante la lettura dei complessi comunicati delle Brigate Rosse.

Dal 7 febbraio, poco dopo pranzo, su Rai1 andava in onda Heidi e il secondo canale della Rai aveva bisogno di qualcosa che lo distinguesse e spianasse la strada al Tg2 della sera. E forse anche che servisse a distrarre i più piccoli. 

Così il 4 aprile 1978, mentre le Br tentavano una rivoluzione che sarebbe fallita, sul piccolo schermo nelle case italiane ne andava in onda una destinata a cambiare per sempre le abitudini e la cultura. Alle 19 viene trasmessa la prima puntata di un’innovativa serie animata giapponese che in Italia viene intitolata Atlas Ufo Robot ma che per tutti diventa immediatamente Goldrake dal nome del suo protagonista, uno straordinario e portentoso robot che difende il pianeta Terra a colpi di maglio perforante e alabarda spaziale dai malvagi alieni venuti da Vega.

La Ufo rivoluzione 

Per i bambini di allora è amore a prima vista e per i palinsesti televisivi è una rivoluzione. Di lì a qualche mese, complici anche i cambiamenti legislativi in materia di trasmissioni via etere, in tutta Italia è un proliferare di emittenti private che per riempire il maggior numero possibile di ore di programmazione si rivolgono al mercato giapponese acquistando decine e decine di cartoni animati. Sulla scia di Goldrake arrivano così numerosi altri robot ed eroi spaziali che fanno da apripista a una vera e propria invasione dei teleschermi.

"Goldrake però è il primo, il più amato, il più imitato" dice all'Agi Massimo Nicora, autore di 'C’era una volta Goldrake' (Società Editrice La Torre,  664 pp.,  24,50 euro) "Entra prepotentemente nella case dei bambini italiani ammaliandoli con le sue avventure, i suoi protagonisti, i suoi colori sfavillanti per chi ha la fortuna di possedere già una televisione a colori. Nei salotti i bambini discutono animatamente con i loro genitori per non perdersi una puntata del loro robot preferito, i negozi vengono invasi da giocattoli con la sua effige, a scuola diventa l’argomento preferito (se non l’unico) di disegni e componimenti. Anche i giochi cambiano. I cowboy e gli indiani cedono il passo al nuovo eroe della fantascienza e il linguaggio stesso dei bambini si arricchisce di neologismi ed espressioni mutuati direttamente dal cartone animato".
 
"È in atto una vera e propria trasformazione che all’inizio desta sorpresa, incuriosisce, ma che in un secondo momento suscita preoccupazione in genitori, insegnanti, psicologi e addirittura politici. Goldrake diventa così il bersaglio preferito di ogni tipo di critica. Contro di esso si scagliano anatemi, si invoca un’azione censoria da parte della Commissione di Vigilanza della rai, nascono vere e proprie crociate e sui quotidiani è un profluvio di articoli, lettere, commenti, editoriali ed elzeviri" continua Nicora che nel suo libro ricostruisce la storia di Goldrake intraprendendo un lungo viaggio che dagli Stati Uniti porta in Giappone, e da qui in Francia e poi in Italia, approfondendo aspetti poco noti se non addirittura ignorati per restituire un quadro il più possibile esaustivo delle vicende che hanno portato alla nascita e alla diffusione di questa serie animata, nonché analizzare il contraccolpo culturale e sociale causato dalla sua trasmissione. 

Il lungo viaggio di Goldrake

​Il viaggio inizia negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Siamo nell’epoca d’oro dei film di fantascienza che si alimentano delle suggestioni della Guerra Fredda e che sono caratterizzati da due elementi fondamentali, alieni e ufo, che avranno una profonda influenza sulle successive produzioni giapponesi riconducibili a quella che viene comunemente definita space opera. Una miscela di idee in parte mutuate dalle pellicole americane e in parte originali che a loro volta rappresentano l’humus di cui si alimentano le produzioni robotiche firmate da Gō Nagai, il creatore di Mazinger z (che in Italia diventerà Mazinga z, 1972), Great Mazinger (Il Grande Mazinger, 1974) e ufo Robot Grendizer (Atlas Ufo Robot, 1975).
 
Il boom degli ufo nel Giappone degli anni Settanta rappresenta la spinta, la molla per creare una nuova serie animata il cui protagonista e i cui avversari fossero gli Ufo Robot. Prima di arrivare a ufo Robot Grendizer, però, il percorso è stato lungo e articolato. Dalla creazione di un film cinematografico da cui la serie trae ispirazione, fino alla definizione di tutti i personaggi, Nagai è riuscito a creare un prodotto atipico in cui alla classica battaglia tra robot giganti si affiancano toni da tragedia shakespeariana, introspezione, psicologia dei personaggi.

Dalla Francia, dove ufo Robot Grendizer diventa Goldorak e conquista milioni di bambini francesi e destando la perplessità degli adulti che si trovano a fronteggiare quella che viene definita, in maniera appropriata, la 'folie Goldorak'.
Dalla Francia all’Italia, passando per l’anonimo padiglione di una mostra dedicata a film e a telefilm presso la Fiera di Milano, Goldorak si trasforma in Goldrake e la serie assume il titolo di Atlas Ufo Robot. Merito dell’intuito di una funzionaria rai, Nicoletta Artom, che resta così affascinata da questo cartone animato da proporlo per l’acquisto ai suoi dirigenti.

Da allora è storia: la caparbietà dell’allora direttore di Rete Due, Massimo Fichera, che osa superare i rigidi schemi imposti della televisione pubblica italiana, le reazioni di genitori, giornalisti, psicologi, pedagogisti, insegnanti e politici di fronte a una serie animata considerata pericolosa e violenta e le prese di posizioni di personaggi del calibro di LucaGoldoni, Alberto Bevilacqua, Dario Fo in un susseguirsi di pro e contro che alimenta un dibattito che dura diversi anni e il cui apice è rappresentato dalla cosiddetta Crociata di Imola contro i cartoni animati giapponesi che porta alla ribalta mediatica una querelle che infiamma le pagine dei giornali fino ad approdare in televisione nella trasmissione L’altra campana (1980) di Enzo Tortora.

“Di tutti i segni di punteggiatura, è quello che mi piace di meno. Suggerisce il bastone di un comandante, un obelisco pretenzioso, un'esposizione fallica. Un'esclamazione dovrebbe essere facilmente compresa leggendo; non c'è bisogno di insistere con quel marchio anche alla fine. Ma devo dire che non è semplice in questi giorni”.

Lo dice Elena Ferrante nella sua rubrica settimana le sul Guardian. La scrittrice napoletana, inserita da time tra le 100 persone più influenti del mondo (sebbene non si sia mai risolto il giallo della sua vera identità), scrive sul quotidiano inglese: “Gli scrittori sono generosi con punti esclamativi. Nei messaggi di testo, nelle chat di WhatsApp, nelle e-mail, ho contato fino a cinque di fila. Quanto esclamano gli innovatori fasulli della comunicazione politica, gli irriducibili al potere, giovani e vecchi, che twittano senza sosta ogni giorno. A volte penso che i punti esclamativi siano un segno non di esuberanza emotiva ma di aridità, di mancanza di fiducia nella comunicazione scritta. Sto attento a non ricorrere ai punti esclamativi nei miei libri, ma ho scoperto in alcune traduzioni una profusione inaspettata, come se il traduttore avesse trovato la mia pagina sentimentalmente spoglia e si fosse dedicata al compito di riforestazione”.

Ancora: È probabile che le mie frasi suonino distaccate; Non lo escludo. Ed è probabile che, dove il tono per qualche motivo è appassionato, il lettore si senta più felice se arriva alla fine di una frase e trova il segnale che lo autorizza ad essere appassionato. Ma continuo a pensare che "Ti odio" abbia un potere, un'onestà emotiva, che "Ti odio !!!" non lo sia. (…) Almeno per iscritto dovremmo evitare di comportarci come i fanatici leader mondiali che minacciano, negoziano, fanno affari e poi esultano quando vincono, fortificando i loro discorsi con il profilo di un missile nucleare alla fine di ogni infelice condanna. Leggi qui il testo integrale sul Guardian.

Perduta per circa 300 anni, una messa del compositore italiano Giovanni Battista Pergolesi sta diventando popolare tra il pubblico di tutta Europa dopo essere stata riscoperta dai ricercatori. Pergolesi, che è morto di tubercolosi all'età di 26 anni, è meglio conosciuto per la sua musica sacra solenne come "Stabat Mater", ma il direttore italiano Giulio Prandi ha detto alla Reuters (qui l'intervista integrale e la sua esecuzione) che la "Messa in solenne in re maggiore" mostra un nuovo lato del compositore del 18° secolo.

 

"Non conoscevamo il carattere gioioso e leggero del lavoro di Pergolesi", ha detto Prandi a Reuters a margine di un concerto tenuto a Bruxelles lo scorso 25 marzo. "La reazione del pubblico è stata travolgente." Prandi ha già suonato questa messa in concerti in Belgio, Olanda e Italia e questo mese ha pubblicato la sua prima registrazione su CD. La messa, che si credeva fosse stata composta intorno al 1731, fu ricomposta due anni fa da alcuni musicologi italiani attraverso l'attento studio di diverse biblioteche. "Le fonti erano un disastro totale, sparse in tutta Europa, ed era molto difficile trovare una versione attuale", ha detto Prandi. "Il concetto di musica perduta non è immediato. Ma la musica può essere persa magari solo perché è sullo scaffale sbagliato di una biblioteca e rimane lì per secoli ", ha aggiunto.

E' il femminismo la nuova inquisizione per la letteratura? Il premio Nobel Mario Vargas Llosa toglie il punto interrogativo e ne è convinto. Sdegnato da un "decalogo" per la scuola di genere, compilato dalla storica confederazione sindacale spagnola CCOO, l'autore di Conversazione nella Cattedrale ha sparato a palle incatenate contro chi ancora pretende di censurare gli scrittori, come una volta si faceva in nome della religione e della morale.

Risultato: proprio grazie all'ira di Vargas Llosa del "decalogo" si è parlato molto di più, sulla stampa ispanoamericana, anche se pubblicato in forma edulcorata rispetto alla stesura originaria (redatta da due attiviste), che chiedeva il divieto del calcio nei cortili scolastici, la femminizzazione delle discipline storiche, scientifiche, letterarie e chiede tuttora l'abolizione dalle letture obbligatorie di autori "maschilisti e misogini". (Praticamente, una cospicua fetta delle biblioteche universali).

Anche Neruda in black list

Mentre qualcuno, anche in Italia, vorrebbe riscrivere i libretti di certe opere liriche (anzi, "correggerli"), Vargas Llosa non ci vede più e si sfoga su El País: "Attualmente il più risoluto nemico della letteratura, che pretende di depurarla dal maschilismo, da molteplici pregiudizi e immoralità, è il femminismo. Non tutte le femministe, naturalmente, ma le più radicali, e con loro ampi settori che, paralizzati dal timore di essere considerati reazionari, intolleranti e fallocrati, appoggiano apertamente questa offensiva antiletteraria e anticulturale. Perciò quasi nessuno si è azzardato a protestare qui in Spagna contro il 'decalogo femminista' delle sindacaliste, che chiede di eliminare dalle aule scolastiche autori smaccatamente maschilisti come Pablo Neruda, Javier Marías e Arturo Pérez-Reverte". (I loro nomi sono stati espunti nella versione rielaborata).

Per il Nobel, le ragioni che agitano le femministe "sono tanto buoniste e arcangeliche quanto i manifesti che firmavano contro Vargas Vila le signore del Novecento, chiedendo che si proibissero i suoi 'libri pornografici'", o quanto la recente analisi della scrittrice Laura Freixas della Lolita di Nabokov, in cui "ha spiegato che il protagonista era un pedofilo incestuoso stupratore di una bambina, per colmo sua figlia e sua sposa. (Dimenticò di dire che è, per inciso, uno dei migliori romanzi del ventesimo secolo)". Replica (via Twitter) della Freixas: "Ciò che lui definisce 'buonismo', io lo definisco responsabilità etica. La sua affermazione che il femminismo è il nemico mi conferma quel che dice Griselda Pollock: il femminismo è la grande rivoluzione intellettuale del nostro tempo".

"E’ ovvio che, con questo tipo di approccio a un’opera letteraria, non ci sia romanzo della letteratura occidentale che scampi all’incinerimento", constata Vargas Llosa. "Santuario, per esempio, in cui il degenerato Popeye svergina la pura Temple con una pannocchia non avrebbe dovuto essere proibito, e William Faulkner, il suo autore, spedito all’ergastolo?".

Céline e i suoi capolavori 

Per tutti, Vargas Llosa auspica analogo metro di valutazione, artistico e non etico o peggio moralista sull'opera o l'autore: "In Francia, l’editore Gallimard annunciò che avrebbe pubblicato in un volume i saggi di Louis Ferdinand Céline, che fu un collaboratore entusiasta dei nazisti negli anni dell’occupazione ed era un antisemita sfegatato. Non avrei mai stretto la mano a questo personaggio, ma confesso che ho letto con infatuazione due dei suoi romanzi – Viaggio al termine della notte e Morte a credito – che, ritengo, siano due capolavori assoluti, senza dubbio i migliori della letteratura francese dopo quelli di Proust. Le proteste contro l’idea che si pubblicassero i pamphlet di Céline portarono Gallimard a insabbiare il progetto".

Per Vargas Llosa, i censori si rassegnino: è vero che concedere diritto di cittadinanza alla letteratura "potrebbe significare qualcosa di simile ad aprire le gabbie dei giardini zoologici e lasciare che le strade si riempiano di bestie feroci e parassiti". Eppure, aggiunge citando Georges Bataille (e il suo La letteratura e il male), la letteratura reintegra gli istinti distruttivi ed "è il veicolo mediante cui tutto quel fondo contorto e malvagio dell’umano torna alla vita e ci permette di comprenderla in modo più profondo, e anche, in qualche misura, di viverla nella sua pienezza, recuperando tutto ciò che siamo stati costretti a eliminare affinché la società non fosse un manicomio né una ecatombe permanente, come dovette esserlo nella preistoria degli antentati, quando ancora l’umano era in embrione". Insomma, "ne consegue che grazie agli incendi e alle crudeltà dei libri, la vita è meno truculenta e terribile, più tranquilla, e gli umani vi convivano con meno traumi e con più libertà. Quelli che s'impegnano perché la letteratura divenga inoffensiva, lavorano in realtà per rendere la vita invivibile".

La trasformazione in un museo moderno della Pinacoteca di Brera sta per completarsi: entro la metà di giugno, meno di tre anni dopo la sua nomina, avvenuta nel luglio 2015, il direttore James Bradburne avrà portato a termine il suo impegno a ridisegnare i percorsi, rendendoli più coerenti e piacevoli per i visitatori e rinnovando le 38 sale del palazzo di via Brera. “Il valore di un museo – ha detto in un’intervista all’Agi – non deve essere solo quello di attrarre i turisti, ma quello di avere un ruolo nella città. La sua identità, legata alla città in cui si trova, comprende la valorizzazione delle opere, la loro tutela e la possibilità per tutti di goderne”.

Bradburne, 62 anni ben portati, parla un italiano molto buono anche se con un forte accento britannico e indossa uno dei suoi “famosi” panciotti damascati. Si prepara a una giornata intensa: in questo lunedì della settimana di Pasqua presenta alla stampa il penultimo passaggio del riallestimento complessivo della Pinacoteca, quello dei grandi “saloni napoleonici”, dove sono custoditi i capolavori del rinascimento lombardo e veneto, di autori come come Veronese, i fratelli Bellini, Tintoretto, Foppa, Bergognone. E inaugura il il “sesto dialogo” della serie di confronti fra capolavori della Pinacoteca e opere in prestito che il direttore Bradburne ha inaugurato due anni fa, quando ha deciso che Brera non avrebbe più realizzato grandi mostre ma valorizzato la collezione permanente con prestiti mirati.

Si tratta questa volta del manierista Camillo Boccaccino: il dipinto di Brera, Madonna col bambino in gloria, “dialoga” con Venere e Amore, della collezione Geo Poletti, e Amore che si specchia nello scudo da una collezione privata e con la tavola Venere e Amore di Giulio Cesare Procaccini. Anche se il quadro più famoso, a giudicare dalle cartoline acquistate nel negozio del museo, è sempre il romantico “Bacio” dell’ottocentesco Hayez, ora si punta soprattutto sul ‘500.

Che cosa sono i “dialoghi”?

“Non sono mostre, ma un modo di riportare l’attenzione sulla collezione permanente. Fin dall’inizio abbiamo deciso di non fare mostre: sono un modo opportunistico di fare venire persone con opere non legate alla collezione permanente, che secondo me è il cuore dell’esperienza. Abbiamo deciso di tutelare, valorizzare e riallestire le 38 sale, senza mai chiudere il museo ma rinnovando un pezzo per volta. Ogni volta che abbiamo riaperto le sale ristrutturate, ne abbiamo approfittato per organizzare un ‘dialogo’.  Per le sale napoleoniche, che sono le più importanti della Pinacoteca, abbiamo scelto il Boccaccino, con un dialogo sugli Amori, il sacro e il profano”

In che cosa consiste il rinnovamento delle sale?

“Ogni volta riallestiamo le sale con nuove luci, colori di fondo e didascalie, ma anche una nuova organizzazione della visita. Per noi è tutto chiaro, ma per i visitatori il museo è un mistero. Il nostro obiettivo è rimettere il visitatore al centro dell’esperienza. Deve capire perché le opere sono disposte in un certo modo. Abbiamo riordinato un percorso cronologico e geografico, che ora si legge come un circuito coerente. La collezione moderna è destinata a Palazzo Citterio (un vicino edificio storico che prossimamente esporrà una parte della collezione braidense, ndr): sono quadri importanti, al livello di un Moma, ma erano dissonanti rispetto alle collezioni del ‘500 e per questo le abbiamo tolte per il momento. Abbiamo invece reinserito nel percorso il ciclo degli affreschi, uno dei tesori del ‘500, e anche i leonardeschi”.

Che cosa troverà il visitatore a partire da giugno?

“Entrerà in un museo completamente riproposto, le opere sono le stesse ma saranno disposte in una relazione diversa fra loro, proposte diversamente. Anche i depositi saranno visibili. Il museo non deve solo mostrare. Deve studiare, restaurare, conservare. Il pubblico deve sapere che il museo non è solo un’attrazione per i turisti, ma fa parte della identità cittadina e ha il compito di conservare le tracce del nostro passato, tutelandole e valorizzandole”.

Oltre alle 297 nuove didascalie, ce ne sono 21 “di autore”, (l’ultima è firmata Orhan Pamuk) e 39 per famiglie e quelle speciali: è un modo di attirare un pubblico diverso?

“La valorizzazione e la tutela prevedono anche programmi per famiglie e bambini, per ipovedenti e per malati di Alzheimer. Siamo un laboratorio, stiamo facendo esperimenti con didascalie che possano essere utili anche a persone con problemi di vista, per esempio. Ma abbiamo anche sviluppato una profonda connessione con la musica: Milano è una città di musica, siamo a due passi dalla Scala e il nostro programma prevede anche concerti nelle sale, e poi c’è un concerto scritto da Franz Liszt nel 1837 e ispirato proprio da Brera: lo porteremo in giro per il mondo, sarà a Tokyo in aprile e Hong Kong a novembre”.

I primi cinque “dialoghi” sono stati visitati da oltre 700 mila persone fra il 2016 e il 2017, e il sito di Brera ha avuto in due anni 3,8 milioni di visitatori online. E’ soddisfatto di questi risultati?

“Io non credo nei numeri, stranamente. Penso che non siano merito nostro. Se c’è un attentato terroristico a Bruxelles, o a Parigi, le persone decidono di venire in Italia, io non posso prendere il merito di un aumento dei turisti e se c’è un calo non ne ho colpa. Se mi chiede, abbiamo un +15% di visitatori l’anno scorso, ma non è importante. I numeri non dicono nulla sulla qualità del museo. Ci sono altri numeri più interessanti: posso constatare che abbiamo più giovani, più famiglie, ci sono milanesi che tornano più spesso e io guardo con molta attenzione a questo. La qualità della visita è aumentata. Il numero assoluto se la città ha forte componente di turisti non è merito nostro. C’è un buon riscontro sulla stampa internazionale, e questo aumenta il numero dei turisti. Sarebbe interessante fare uno studio serio mettendo a confronto il numero di turisti a Milano in un certo periodo con i visitatori di Brera: questa percentuale sarebbe interessante. Un altro dato utile lo raccoglieremo in futuro: c’è il progetto di mettere un contatore per vedere delle migliaia di persone che si affacciano nel cortile napoleonico, quanti entrano nella pinacoteca”.

Com’è la vostra politica dei prezzi? Come giudica la contestata iniziativa del direttore del Museo Egizio di offire riduzione alle persone provenienti dal mondo arabo?

“I prezzi sono ragionevoli, 10 euro il biglietto intero, 7 e 5 i ridotti. Ma il 50% delle entrate è gratuito: una domenica al mese e altre possibilità per giovani, anziani e studenti. Sono circa 60 mila visitatori che entrano ogni anno per le domeniche gratuite. Ma a tutti offriamo la possibilità di diventare amici di Brera: per tre mesi gratuitamente, e poi devono decidere. E’ un modo per incoraggiare una frequentazione continuativa: si può tornare più volte. Punto sulla fruizione del museo, la visita non deve essere una volta all’anno o nella vita: non è abbastanza. Devono tornare con i parenti, con gli amici, per vedere meglio le opere. Io sono cittadino inglese (ma è nato in Canada, ndr) e la politica dei musei gratuiti è molto radicata: ma per questo serve un sostegno più importante da parte dello stato. E poi c’è un difetto: la gratuità dà l’idea che non ci sia valore.
Quanto al museo Egizio, è la solita tempesta in un bicchier d’acqua: io stesso a Francoforte ho fatto le didascalie anche in arabo e turco per le collezioni islamiche. Ci vuole rispetto per le persone a cui in un certo senso questa arte appartiene. Forse non sarebbe stata la mia strada, ma lo sostengo al 100%: come direttore ha voluto mirare al suo pubblico. Sono a favore delle didascalie in diverse lingue”.

Come vede la situazione politica italiana?

“Io non la vedo: non abbiamo ancora un ministro. Ma l’autonomia (stabilita con la riforma del ministro Franceschini nel 2014, ndr) ci permette di andare avanti anche se non c’è un ministro per 6 mesi. Una delle grandi debolezze del sistema di gestione culturale italiano è che è  ancora troppo gestito da Roma. In 30 anni di esperienza nella gestione dei musei mi sono convinto dell’importanza dell’autonomia. In Italia non è completa: siamo autonomi sul bilancio e non sulle risorse umane. È una situazione anomala che rende difficile la gestione. Il grande vantaggio del ministro Franceschini è che non è intervenuto. Mi chiedono ‘che cosa ha fatto per me’? Io rispondo ‘niente’, e questo è stato il suo grande dono: il rispetto della mia autonomia e responsabilità. Nessuno ha ora nessuna idea su chi sarà il prossimo ministro, e se sarà un interventista cambierà la mia vita, dovremo avere incontri e riunioni. Ma credo che lo spirito dell’autonomia sia quello di lasciare le persone con esperienza gestire i loro istituti nell’interesse della città in cui si trovano. Io ho il compito di rimettere Brera nel cuore di Milano, e questo non si può fare gestendola da Roma”. 

Ottanta anni fa l’Italia, fino ad allora abituata a dividersi su casi da rotocalco come quello dello Smemorato di Collegno, avvertiva che i tempi erano mutati, e che questi tempi esigevano nuovi, più clamorosi e complicati misteri. Scompariva così, a ricordare che il Novecento si preparava a vivere la sua stagione più fosca, Ettore Majorana, genio assoluto della fisica e figura forse resa disperata da ciò che solo una mente come la sua poteva intuire, con molti anni di anticipo sugli altri.

Majorana, all’epoca della scomparsa, insegnava fisica a Napoli, dove lo avevano nominato titolare di cattedra a soli 31 anni “per chiara fama”. Per gli standard accademici di ora, e soprattutto di allora, una cosa straordinaria. Veniva da quell’esperienza unica nel suo genere dei cosiddetti Ragazzi di Via Panisperna, quel gruppo di giovani studiosi di fisica che ebbero la rara fortuna di trovare chi credesse in loro, avendo a sua volta ebbe la fortuna di trovare i fondi per metterli a studiare tutti insieme. Via Panisperna è una strada secondaria nel cuore di Roma. Il gruppo era diretto da un fisico chiamato Enrico Fermi, che recente biografia uscita negli Stati Uniti definisce L’Ultimo Uomo a sapere tutto. Nel palazzo che li ospitava quei ragazzi studiavano e, soprattutto, giocavano con quello che studiavano: la migliore e la più antica delle tecniche di apprendimento. Soprattutto, non si rendevano conto che gli obiettivi che si prefiggevano erano troppo ambiziosi, quindi li raggiunsero.

Tra loro Majorana, attenendoci noi alla fredda elencazione dei fatti appurati, era il titolare della ricerca a livello teorico. Elaborò quindi una teoria, quella per cui esiste un neutrino (che da lui prende il nome) che inevitabilmente non si può che definire fantasma, nel senso che c’è ma non si vede, appare e scompare perché, in fondo, è una particella dell’atomo che corrisponde perfettamente alla sua controparticella, e pertanto quando la incontra vi si annulla, vi si nasconde; vi trova riparo come, avrebbe detto Leonardo da Vinci che spiegava la scienza con la poesia, “fa l’amante quando muove alla cosa amata”. E miglior spiegazione non si può trovare, perché se esiste cosa profonda ed inspiegabile se non con l’intuito e il sentimento, questa è la tagliente, fredda e misteriosa fisica. In particolare la fisica  atomica, di cui i ragazzi di via Panisperna non poterono che occuparsi, con un portato di conseguenze di peso enorme, tanto che Fermi finì anni dopo per essere il padre dell’Atomica americana.

Majorana era un genio, e come spesso capita ai geni era un creativo ed un introverso, Cresciuto in una famiglia siciliana dove essere di intelligenza superiore alla media era quasi un obbligo, è facile immaginarselo per chi ha un’intelligenza ordinaria come dalle difficili capacità di relazione con i suoi simili (ma attenzione: Fermi ad esempio era noto per saper essere di conversazione, e sul treno amava fare le parole crociate). Majorana, sull’autobus, appuntava sulle sue intuizioni fulminanti sul pacchetto delle sigarette, e se ne avessimo conservati un paio magari oggi il corso delle cose sarebbe diverso. Ma lui, come tutti i geni, conservava poco di suo. Oppure, e qui si entra nell’altra parte della storia, era talmente colpito da quello che vedeva con la mente da restarne profondamente colpito.

Colpito, oppure sconvolto. Non si sa bene, perché la teoria per cui l’uomo decise di sparire perché convinto che stava per essere inventata un’arma mostruosa è stata sostenuta solo molto tempo dopo da una ricostruzione di Leonardo Sciasca (peraltro contestata dai ragazzi di via Panisperna ormai divenuti autorevoli senatori). Quel che è certo è che una sera – era il 25 marzo 1938 – prese da Napoli il traghetto per Palermo, scrivendo prima un paio di lettere il cui testo farebbe immaginare a chiunque un imminente suicidio. Ma non si buttò in mare, perché scrisse da Palermo una nuova lettera, in cui annunciava l’abbandono della cattedra. E poi svanì, svanì nel nulla come se non fosse mai nemmeno venuto al mondo. Era la notte tra il 26 ed il 27 marzo 1938.

Che fine aveva fatto, Ettore Majorana? Sono passati ottant’anni, e nessuno ancora lo sa. Le ipotesi sono state mille, come per ogni mistero che si rispetti. La prima è quella del suicidio: si sarebbe ucciso subito dopo riuscendo a rendere il cadavere introvabile (lo stesso Fermi un giorno ebbe a dire: ma ti pare che con la sua intelligenza non sarebbe stato in grado di farlo?”). Anzi, si sarebbe suicidato sul traghetto che lo portava a Palermo, perché la polizia fascista che lo sorvegliava non lo vide sbarcare. E qui mistero nel mistero: chi scrisse la sua ultima lettera? Altra ipotesi: si sarebbe ritirato in convento in Calabria. Tesi suffragata dall’esistenza di un monaco morto negli anni ’70 nel monastero di Rossano, del cui passato nessuno sapeva dire una parola.

Poi ancora: fuga in Venezuela, a condurre vita felice e ritirata. No: in Germania, dove era stato poco prima di sparire e aveva avuto sentore dei progetti hitleriani in materia di bomba atomica. Sì, perché qualcuno sostiene che sotto sotto Majorana fosse diventato nazista, tanto è vero che esiste chi sostiene di riconoscerlo in un paio di foto fatte in Argentina nel dopoguerra. Argentina: terra d’adozione di Priebke, Mahler e tanti gerarchi del Reich, da cui passarono Bohrmann e Mengele. O ancora: in realtà sarebbe morto pochi mesi dopo, tenendosi in contatto con la famiglia che a quel punto avrebbe istituito una borsa di studio a suo nome. Dove come ed esattamente quando non è chiaro. Alcuni anni fa poi un tribunale italiano lo ha dato ufficialmente pere vivo ancora a metà degli anni ’50.

In questo coacervo di verità scientifiche e verosimiglianze cospirative, ad ogni modo, spicca una data: martedì 6 dicembre 1938, XVI Era fascista. Quel giorno, con fare tra il seccato ed il burocratico, il ministro per l’Educazione Nazionale Bruno Bottai firma il decreto che fa decadere Majorana dall’insegnamento perché “allontanatosi senza motivi giustificabili dal lavoro pere più di dieci giorni”, Nello stesso istante il Consiglio della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma dichiara decaduti dall’insegnamento i matematici Tullio Levi-Civita e Federigo Enriques: ebrei in un paese che ha varato le leggi razziali. Sempre il 6 dicembre 1938 Enrico Fermi parte per Stoccolma, a ritirare il Nobel. Con lui la moglie, ebrea: non lo hanno fatto sapere, ma da Stoccolma si imbarcheranno per gli Usa, ad iniziare una nuova vita.

Quello è il giorno in cui morì Majorana, e non perché lo privassero dell’insegnamento. Ma perché nemmeno la scienza più gaia e più pura, come quella dei ragazzi di via Panisperna, può fare niente contro la stupida ottusità di un regime. 

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