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Tash Aw, scrittore sino-malese, 45 anni, nato a Taipei, cresciuto a Kuala Lumpur. La sua è una famiglia di cinesi immigrati: parla sei tra lingue e dialetti, ha studiato a Cambridge e vive a Londra. Oggi fa i conti con il passato della sua gente. Vuole ricostruire le loro – le sue – radici. Il primo capitolo di un romanzo di vita. Spiegare come un cinese immigrato si adatti pur restando sé stesso. Forse i nonni che fuggono dalla Cina, negli anni ’20 del secolo scorso, verso Singapore per approdare in Malesia – sono loro gli “Stranieri su un molo” che hanno dato il titolo all’ultimo libro tradotto in Italia (Addeditore, 2017) – portano con sé quel mondo oggi perduto, cancellato e poi ricucito. Quando tutto ancora deve accadere. Prima del comunismo. Prima della rivoluzione. Prima che la Cina diventasse il gigante di oggi. “In Paesi come Singapore e la Malesia, dove le vecchie comunità prerivoluzionarie non sono state sottoposte all’omogeneizzazione del comunismo, queste sofferenze sono più marcate e addirittura celebrate”. 

Cosa significa sentirsi straniero ovunque, anche di fronte ai tuoi genitori

Raccontare l’identità della Cina. Un cinese di Pechino parla un dialetto diverso da uno di Shanghai. Senza l’utilizzo della lingua ufficiale, il mandarino, e la scrittura ideografica, tra i due non c’è possibilità di comprensione. Eppure sono entrambi cinesi e probabilmente convinti di conoscere tutto l’uno dell’altro. Appartengono alla medesima cultura, ma provengono da storie diverse. Se sei migrato in Asia trovare una sintesi è più complicato. Narrare questa diversità identitaria è alla base della ricerca letteraria di Tash. Ovunque in giro per il mondo gli chiedono “da dove vieni?”. A furia di rispondere a questa domanda e di sentirsi ovunque diverso, straniero, ha deciso di trasformare la risposta in un piccolo ma intenso romanzo. Eppure ancora oggi gli capita di rinunciare a spiegare. Perché se sei malesiano con genitori cinesi e sei cresciuto con due nonni che parlano dialetti diversi perché nati in province diverse della Cina, e oltre al malay parli anche cantonese e mandarino, perché nella diaspora funziona così (gran parte dei cinesi arrivano dal sud della Cina), ecco: spiegare da dove arrivi non è semplicissimo.

Oggi un'immigrazione brutale e violenta

Un giorno un tassista di Shanghai lo sente parlare mandarino con accento straniero e gli chiede “da dove vieni?”, Tash inizia a spiegare una storia che per l’interlocutore è difficile da seguire: “Suan le (算了), lascia stare, sei comunque cinese”. Straniero. Ma cinese. Sintesi pratica. E in quel momento arriva la pace: un sentimento di conforto: eccomi, sono io. Ecco: il punto di questo libro. La cultura cinese è ricca di dialetti e di tradizioni. Non esiste quell’unica Cina propinata sia a Oriente che a Occidente. Lettore avvertito: “Un rapido appunto: hokkien, hainanese; aggiungi cantonese, hakka, teochew. Le diversi radici regionali degli immigrati cinesi nel Sud Est Asiatico. Tienile a mente; sono importanti per questa storia”. Tash racconta tutto. Spiega ad esempio il senso di colpa che accompagna il tuo riscatto quando l’istruzione ti rende diverso da un cugino che non ha potuto studiare, e ti allontana da un padre che a un tratto parla una lingua diversa dalla tua. E arriva la resa dei conti. Tash la descrive con dolcezza. In questa intervista spiega come sia brutale l’immigrazione di oggi, che sfrutta i corpi senza dare futuro agli stranieri, e quanto invece al tempo dei suoi nonni migrare fosse l’inizio di una storia meravigliosa. In un mondo che non esiste più. 

“Internazionale a Ferrara” è il festival di giornalismo organizzato dal settimanale “Internazionale” e dal comune di Ferrara. L'undicesima edizione si tiene dal 29 settembre al primo ottobre e sarà dedicata al tema della prospettiva intesa come opportunità e lungimiranza. Sabato 30 alle 12:00 Tash Aw dialogherà con Goffredo Fofi presso il Cortile del Castello.

Da dove viene…
Ride. "Dalla Malesia…Ma ho viaggiato molto, volevo scrivere la mia storia. Quella cinese è la più forte tra le comunità di immigrati. In un Paese dove le distinzioni di razza contano molto, la provenienza territoriale diventa molto importante. Si creano legami tra chi proviene dallo stesso territorio. Le identità sono essenziali per i nuovi migranti arrivati dalla Cina. Nascono famiglie adottive. Si creano i clan. Crescere così ti fa capire quanto sia importante conoscere queste diversità. Saperle riconoscere".  

Oggi la Cina ha un problema di identità. Cosa significa per chi se ne è andato?
"Bisogna tornare alla storia per capire perché abbiamo un grande problema nel capire la Cina. Immaginate se si provasse a racchiudere l’Europa all’interno di una singola cultura. Questo genere di semplificazione è esattamente ciò che sta attuando il governo cinese. Creare una sola Cina è un sgarbo nei confronti della profondità della cultura da cui provengo. E’ un processo che purtroppo si sta intensificando. Tutto è iniziato nel 1949 quando i comunisti di Mao fondarono la Repubblica Popolare Cinese.  Le diversità furono livellate. I miei nonni lasciarono la Cina prima che la rivoluzione annientasse la consapevolezza delle diversità culturali e regionali, dei numerosi dialetti. In Cina vi sono enormi differenze linguistiche: un pechinese e uno shanghaiese non parlano lo stesso dialetto, non mangiano lo stesso cibo. Pensiamo a quanto possa essere diverso un siciliano da un piemontese. Infatti in Italia un siciliano viene identificato in quanto tale. L’identità è una cosa importante e in Cina rischiamo di perderla. Gli immigrati cinesi nel Sud Est Asiatico provengono in maggioranza dal sud della Cina, soprattutto dal Guangdong e dal Fujian (province sudorientali). Parlano cantonese (dialetto del Guangdong), il dialetto del Fujian (hokkien) e il mandarino. Dei miei nonni uno veniva dal Fujian, era hokkien e parlava la lingua minnan, l’altro veniva dall’isola tropicale di Hainan nell’estremo sud cinese, vicino al Vietnam e a pochi giorni di navigazione dalla Malesia attraversando il Mare Cinese Meridionale. Quando ero piccolo mia mamma parlava il dialetto hokkien e mio padre quello di Hainan".   

Che rapporto hanno gli immigrati cinesi in Asia con la Cina e con il proprio passato?
"Una relazione complicata. I miei nonni lasciarono la Cina prima del boom economico. Non immaginavano che il proprio Paese avrebbe presto intrapreso il cammino che lo avrebbe portato a diventare la seconda economia del mondo. Volevano sottrarsi da una schiacciante povertà. L’Oceano meridionale, Nanyang, era un’area di grandi promesse, con al centro i porti di Singapore e Malacca. Gli imperatori cinesi avevano costruito laggiù una rete di rotte commerciali e rapporti tributari. Gli immigrati hanno generalmente conservato una visione antica della Cina, mantenendo un forte legame con la storia e le tradizioni. Questo rapporto si nutre della nostalgia per un Paese che non esiste più. Quando nel 1920 si generò una enorme ondata migratoria, la Cina mutava profondamente e chi andava via restava ancorato all’idea di un tempo ormai perduto. Ma è un rapporto duro. Che non ammette sentimentalismi. Oggi in Asia siamo ricchi (anche se vi sono ancora sacche di povertà), non vogliamo parlare del passato. Esiste solo il futuro. Una volta dissi a mio padre che forse è proprio così che i cinesi che hanno vissuto la Rivoluzione Culturale fanno i conti con la loro storia: rimuovendo la memoria. Una questione di praticità. Mio padre mi gelò: “No, non è praticità. E’ vergogna”.

“Lo sforzo di adattare consuetudini asiatiche come la discrezione e il silenzio a un’esistenza da classe media contemporanea è ciò che fa di noi dei cittadini dell’Asia insieme tradizionali e perfettamente moderni”. Un processo doloroso.
"La mia generazione è cresciuta sognando quella Cina. Oggi i cinesi e gli asiatici arricchiti sono snob con i più poveri. I cinesi che hanno fatto i soldi hanno perso la cultura. Non hanno memoria delle radici. Paesi come Malesia e Thailanda sono affascinati dall’impetuosa crescita economica cinese. Pensano che fare affari in Cina sia facilissimo. Sta avvenendo anche un riallineamento linguistico quasi come un pegno di fedeltà: in Malesia abbiamo sempre usato il sistema di scrittura complesso, come ad Hong Kong, mentre negli ultimi cinque-dieci anni abbiamo iniziato ad adottare il cinese semplificato (la scrittura cinese fu semplificata a metà del secolo scorso per promuovere l’alfabetizzazione, il cinese tradizionale continua a essere usato a Hong Kong, Macao e Taiwan, ndr). È così più facile fare business. Ma comunque ci sentiamo diversi.

Quando va in Cina si sente straniero?
"Ho vissuto per la prima volta nella mia vita in Cina dal 2005 al 2009. A Shanghai, dove ho scritto il mio primo romanzo (The Harmony Silk Factory). Finalmente vivevo in un Paese dove somigliavo a tutti gli altri e nessuno mi scambiava per un thailandese, come mi accade spesso in Malesia. Ma anche in Cina è complicato spiegare da dove vengo. Un giorno salgo sul taxi e l’autista mi parla in cantonese. Quando mi sente parlare anche mandarino nota il mio accento malese e mi domanda: da dove vieni? Spiego: sono nato a Taiwan, i miei genitori sono malesiani di origine cinese, oggi vivo a Londra…“Suan le suan le (lascia stare)” mi interrompe il tassista.  Poi aggiunge: “Sei comunque cinese”.  Basta questa frase per dare un senso alla mia vita e restituirmi un senso di appartenenza. Anche se per due generazioni la mia famiglia non ha avuto contatti con la Cina realizzo di appartenere a questa cultura, ed è un sentimento confortante.La Cina è un oceano. Sentire di appartenere alla stessa cultura pur in mezzo a tante diversità è bellissimo". 

Nel suo libro ha scritto che studiare l’ha portata a sviluppare un senso di colpa nei confronti della sua famiglia.
"La mia generazione è nata in una epoca di riscatto. Siamo nati in Asia in una fase di grande evoluzione. Uscivamo da condizioni di povertà estrema per trasformarci in economie emergenti. Noi siamo stati i primi a ricevere una educazione scolastica. E io ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia che mi ha dato l’opportunità di studiare in ottime scuole. Non tutti hanno avuto la mia stessa fortuna, i miei genitori mi hanno dato un’opportunità d’oro a loro negata. Ma cosa vuole dire diventare colti? A un certo punto siamo diventati estranei. Cosa succede quando inizi a parlare una lingua diversa? Mio cugino non ha mai lasciato il suo villaggio. I suoi non hanno potuto farlo studiare.  Lavora in fabbrica e quando ci incontriamo parliamo lingue diverse. L’istruzione ha scavato una profonda distanza tra di noi. Avevo sei anni quando capii che il mio destino mi avrebbe diviso da loro. L’ambizione che ti porta a essere curioso, a scoprire mille cose, a parlare tante lingue. A Londra ho conosciuto molti scrittori che provengono da famiglie di letterati. Io no, ma non sono diverso da mio cugino: anche lui è brillante ma è cresciuto senza libri. E così mi sento in colpa".   

Cosa significa essere oggi un immigrato in Asia?
"L’immigrazione oggi è completamente diversa da quella dei miei nonni o dei miei genitori. Loro si spostavano alla ricerca di opportunità.  Oggi il livello di depravazione con il quale si accompagnano i flussi migratori nel Sud Est Asiatico cancella ogni traccia dei passati sogni di riscatto. Zero dignità. Ai tempi dei nonni emigrare in un altro Paese poteva cambiarti la vita. Pensiamo agli italiani sbarcati in America. O ai cinesi in viaggio verso Singapore o la Malesia. I paesi di approdo erano luoghi dove costruivi il tuo futuro. Dove creavi la tua famiglia, mettevi radici. Oggi invece i migranti lavoravo a contratto. Devono dare il 30% dello stipendio al loro agente. Dopo tre anni sono costretti ad andarsene. Il Paese ti caccia via. Oggi l’immigrazione è sfruttamento.  A farne le spese sono soprattutto donne e giovani. Vengono dal Bagladesh o dal Myanmar, tra i Paesi più poveri al mondo, sono in gran parte musulmani. I flussi si mescolano spesso ai trafficanti d’organi. Migliaia di persone che finiscono perseguitate. Le organizzazioni per i diritti umani non hanno sufficienti risorse per garantire loro sicurezza.  Vengono lasciati in una sorta di limbo, trattati come schiavi, senza protezione. Un destino crudele che potrebbe essere evitato semplicemente riconoscendo la provenienza di ciascuno di loro. Invece vogliamo solo i loro corpi.  Non capisco perché ci siamo ridotti a sfruttare così altri esseri umani, a farli lavorare senza dare loro la possibilità di costruirsi un futuro. Abbiamo costruito i nostri Paesi sull’immigrazione; Singapore è stata costruita sugli ottant’anni di immigrazione cinese seguiti all’insediamento britannico e sull’utilizzo delle risorse naturali da parte del governo coloniale. Senza il lavoro degli immigrati non esisteremmo. E oggi li trattiamo così. Anche il clima che si respira in Gran Bretagna mi spaventa. Sono confuso. Provo una rabbia profonda. Questo è il punto centrale del mio libro.  Perché noi immigrati vogliamo essere tali e quali agli altri. “Vogliamo che lo straniero sia uno di noi, qualcuno che possiamo capire”. 

Come vede la Cina di oggi?
"I cinesi hanno sofferto la fame. Essere ricchi e godere di libertà economica è un diritto conquistato a fatica. Per molti cinesi i diritti umani sono case, macchine, lavoro. Cibo: l’ossessione per il mangiare. Il Partito Comunista Cinese è molto abile nell’adattarsi e nell’anticipare le esigenze della società civile. Non so se questo patto possa durare a lungo. Quando sono tornato per un breve periodo nel 2015, ho notato che qualcosa era profondamente cambiato. Prima i miei amici erano euforici di andare a cena fuori ogni sera e fare shopping. Oggi quella gioia sfrenata è svanita. Non so cosa questo significhi".

 

 

 

 

Compie novant'anni il maestro Boris Porena. Nato a Roma il 27 settembre 1927, è uno degli ultimi allievi di Goffredo Petrassi ed è noto per le sue "indagini metaculturali" e per un metodo di didattica musicale per le scuole, giudicato all'altezza di quello del compositore tedesco Carl Orff. Porena ha esplorato la funzione dei compositori nel rispettivo contesto sociale dopo la crisi dei linguaggi musicali, trasferendo l'esperienza ad altri linguaggi, logici, verbali e non verbali, sui quali ha sviluppato i presupposti per una riflessione sul pensiero umano.

Vasta la produzione di Porena, che sarà pubblicata in coincidenza del compleanno, nei 24 libri più signficativi di una produzione molto più vasta. Ma "le Indagini Metaculturali non sono l'edizione celebrativa di Boris Porena. Al contrario, si tratta del tentativo di mettere a disposizione di tutti metodologie e strumenti preziosi, ampiamente collaudati nella palestra della formazione di base, per la convivenza pacifica nella diversità, a scuola, nella società, tra le culture", ha commentato Fernando Sánchez Amillategui, curatore della collana delle Indagini Metaculturali – Pratica e pensiero.

I testi, reperibili online, riuniscono opere dal contenuto variegato ma organico, dalla didattica alla filosofia della cultura, dalla musicologia alla narrativa, campi in cui Porena ha operato e sperimentato durante oltre quarant'anni di attività. Della didattica di Porena ha parlato anche Ennio Morricone, che fu allievo con lui di Petrassi, ricordando il suo e quello di Orff come "due metodi diversi tra loro, ma che sono i migliori per l’insegnamento della musica nella scuola“.

La Fondazione Nobel ha aumentato del 12% la dotazione economica dei premi di quest'anno, che saranno assegnati nei prossimi giorni. L'importo era fermo dal 2012 a otto milioni di corone svedesi (pari a 838.919 euro o 999.682 dollari). I vincitori di ognuna delle sei categorie del Nobel riceveranno quindi, con l'adeguamento, una somma equivalente a 943.784 euro ciascuno, pari a un milione e 100 mila dollari, che sarà naturalmente ripartita qualora il premio sia assegnato a più di una persona.

CInque anni fa, la Fondazione aveva tagliato la dotazione di ogni premio per un importo pari a due milioni di corone (210 mila euro o 250mila dollari), per evitare una diminuzione del proprio capitale e per beneficiare di rendimenti adeguati all'inflazione.

"Nonostante siano necessarie azioni continuative per rafforzare le finanze della Fondazione a lungo termine, riteniamo che la situazione si sia stabilizzata", ha informato adesso la Fondazione, la cui ambizione è che la dotazione del premio "segua l'andamento delle entrate reali nella società".

Nel suo testamento, lo scienziato svedese Alfredo Nobel (1833-1896), creatore del premio, dispose che la sua fortuna fosse investita in valori mobiliari sicuri e che gli interessi fossero divisi in cinque parti uguali per i cinque premi (quello per l'Economia fu istituito successivamente).

La "settimana dei Nobel" comincerà il 2 ottobre prossimo con quello della Medicina; nei giorni successivi seguiranno gli annunci per quelli della Fisica e della Chimica; il premio per la Pace sarà assegnato il 6 ottobre; il premio per l'Economia lunedì 9 ottobre. Come di consueto, non è ancora fissata la data del Nobel della Letteratura, che sarà assegnato per tradizione un giovedì.

Dov'è (e, soprattutto, chi è) Banksy, lo street artist inglese più famoso del mondo, che in quasi 20 anni di ‘carriera’ ha portato la sua graffiante ironia sui muri di tutto il mondo? Se un libro ci svela dove sono o dove erano le opere più conosciute dell’artista, nessuno ancora sa rispondere alla domanda ‘chi è Mr Banksy?’.  Chi si nasconde dietro il cappuccio della felpa che Banksy indossa sempre mentre crea le sue opere per le strade delle città?

Nel corso degli anni si sono succedute ipotesi di vario genere, da Damien Hirst con il quale ha più volte collaborato, al writer francese Thierry Guetta, passando per l’artista di strada Robin Gunnigham fino all’ipotesi che Banksy possa essere anche una donna. Ma una gaffe del dj Goldie, mentre disquisiva con il conduttore della trasmissione sulla facilità con sui si vendono le opere di Banksy, ha fatto ricadere i sospetti su Robert Del Naja, frontman della band trip-hop Massive Attack.

Un libro per raccontare Mr Banksy

Il libro, dal titolo ‘Ma dov’è Banksy?’ ed edito da L’ippocampo, cerca di ripercorrere tutta la carriera di Banksy nel mondo della street art, dagli esordi nel 1999 a Dismaland (2015) e fino alle creazioni più recenti realizzate nel 2016 e nel 2017 come ‘The Walled Off Hotel’ a Betlemme.

Un’immagine fotografica e un’analisi approfondita presentano in modo cronologico ogni opera, la sua genesi e i molteplici livelli di significato. Una serie di mappe con le coordinate geografico e gli anni dei suoi lavori documenta l’evolversi di questo fenomeno planetario, dagli interventi nei musei alle aste memorabili di alcuni suoi pezzi. Seppur la sua identità rimane un mistero, Banksy spesso si diverte a monopolizzare le prime pagine di cronaca spiazzando tutti con un concentrato di genialità. Il libro, inoltre, cerca di far capire come nelle opere dell’artista di Bristol si fondino la critica sociale con la denuncia dell’autorità costituita, la lotta al pregiudizio con la mera satira. Un modo per accompagnare il lettore a scoprire da vicino i luoghi dove Banksy, maestro di camaleontismo, ha messo in luce attraverso le proprie opere: verità nascoste o ignorate, o semplicemente troppo reali per essere affrontate apertamente.

Il mistero sulla sua identità svelato? 

“Dammi una scritta da graffiti, mettila su una maglietta e scrivici ‘Banksy’ e siamo a posto. Possiamo venderla subito (…) Non voglio mancare di rispetto a Rob, penso che sia un artista brillante. Penso che abbia ribaltato il mondo dell’arte”. Sono queste le parole di Dj Goldie che hanno fatto il giro del mondo e hanno convinto sempre più fan che il Rob di cui si parla è Robert Del Naja. Il legame, quello tra Banksy e Del Naja, è rivendicato già da tempo: entrambi di Bristol, entrambi graffitari e lo stesso Banksy ha confessato più volte di aver subito l’influsso artistico di Del Naja, che in alcuni casi ha con lui anche collaborato.

I primi anni di Banksy

Un estratto del libro parla proprio dei primi anni di Banksy, di quando ancora viveva a Bristol prima di trasferirsi a Londra e delle sue influenze artistiche: “Dei primi anni si sa pochissimo. Banksy frequenta diversi writer di Bristol come Inkie e Robert Del Naja. I primi tempi usa lo stencil solo per la  firma. Poi comincia a usarlo per il disegno del graffito, introduce l’elemento della satira e dello humour, e Bristol si innamora di The Mild, Mild West. Quando va a Londra, si mette in moto una valanga inarrestabile. Là, Banksy per la prima volta si serve della street art per veicolare messaggi politici”.

Il 2002, l’anno della sua opera più famosa

“La tentazione – si legge nel libro – di considerare il 2002 un anno fondamentale nella formazione di Banksy è forte: è l’anno in cui amplia in modo prepotente la sua gamma artistica, introducendo un gran numero di temi sui quali tornerà negli anni a venire. Questo pezzo, ancora oggi uno dei più conosciuti (si fa riferimento all’opera della bambina con il palloncino a forma di cuore ndr), se vogliamo usare come metro di misura le vendite di tele e di t-shirt, denota una forte sensibilità e un uso di grande effetto della  figura infantile. I bambini, con la loro capacità di suscitare un forte impatto emotivo, sarebbero diventati una vena molto ricca nella produzione banksiana. Il pezzo è molto ben costruito. Guardando i capelli della bambina si intuisce che il forte vento le ha strappato di mano il palloncino. Lei lo vede volare via incredula: Banksy cattura magnificamente l’innocenza con cui la piccola si affida alla speranza che il palloncino torni indietro. Noi invece sappiamo che non lo riavrà. Oppure è stata proprio la bambina a lasciar andare il palloncino, e gli sta augurando buona fortuna…".

La forma a cuore del palloncino è più difficile da spiegare. Sicuramente aumenta il pathos dell’immagine. Qui Banksy non intende comunicare nulla di eccessivamente specifico o esplicito: si limita a catturare un’emozione. Tocca allo spettatore interpretarla. A noi piace pensare che si riferisca alla dolcezza dell’infanzia che il tempo fa volare via, ma che in un modo o nell’altro è destinata a restare, un ricordo da amare. Banksy è bravissimo a ricreare l’atmosfera idilliaca dell’infanzia inglese, con la sua tipica ambientazione anni ’50, le bambine con lo scamiciato e i bambini vestiti da monelli".

"È un Banksy in modalità vintage – si legge ancora nel libro – con un’eco degli illustrati Ladybird, delle scarpe Start-rite e della serie di racconti per bambini Janet and John. Segno di quant’è originale il suo talento, indifferente alle mode”. 

Giornali, riviste e strenne sconosciuti ai biografi di Matilde Serao saranno esposti da mercoledì  20 settembre nelle sale dell’Emeroteca-Biblioteca Tucci, al secondo piano del Palazzo delle Poste di Napoli.

Titolo della mostra: “Viaggio alla scoperta della Serao giornalista attraverso 70 rare testate italiane e francesi”. All’inaugurazione seguirà la proiezione di un filmato e un dibattito sulla grande napoletana di Patrasso nel novantesimo anniversario della morte.

Leggi anche: La prima direttrice di un quotidiano italiano parlava di fake news, 125 anni fa

Finora gli studiosi della Serao avevano citato e preso in esame, al più, una trentina di testate su cui era apparsa la firma della scrittrice e giornalista, ma la ricerca intensificata soprattutto nel 2017 dalla "Tucci" (che pure festeggia il centodecimo anno di vita), animata dal presidente Salvatore Maffei, allarga l'orizzonte in misura significativa. Da qui in avanti, chi si occuperà di Matilde Serao sarà obbligato a muoversi su un territorio ben più ampio di quello, ancorché vasto, ritenuto esplorato.

Da "Le Monde moderne" a "Les Annales"

Tra le pubblicazioni esposte ve ne sono diverse che mancano a tutte le biblioteche italiane, come  “Il Pungolo della domenica” del 1883,  “Le Monde moderne” del 1898, “Mon dimanche” e  “Le Gaulois du Dimanche”  del 1908, ma anche in quelle non esclusive sono stati trovati scritti della Serao di cui s’ignorava l’esistenza, come in “Rivista Nuova di Scienze Lettere e Arti” e  “Il Convegno” del 1880, “La Tavola Rotonda” del 1892,  “La Tribuna Illustrata” del 1893,  “La piccola antologia” del 1894,  “Capitan Cortese” del 1896, “Corriere d’Arte”  del 1898, “Illustrazione Meridionale” del 1900,  “Mater Suavissima” del 1901, “Rinascimento” del 1905, “Per la Calabria” e “Pro Calabria” del 1906,  “La Gioventù” del 1907,  “Les Annales Politiques et Litteraires”  del 1908, “Les Heures Litteraires” del 1909, “L’Arte Muta e il “Nuovo Convito” del 1916 e molte altre ancora.

Dell’enorme materiale rintracciato dalla “Tucci” nei propri scaffali e nelle librerie delle province italiane e francesi resterà traccia in un ampio catalogo illustrato.

La mostra completa con nuove sfumature di colore il ritratto di una donna che profuse – senza dissiparlo – inesausto talento fino alla sera del 25 luglio 1927, quando reclinò per sempre il capo sul tavolo da lavoro nel suo appartamento di piazza Vittoria, proprio mentre scriveva l'ultimo pezzo. Aveva settantun anni.
 

Il genio dell'impressionismo Claude Monet custodiva un tesoro segreto di opere d'arte, che solo da oggi – nuovamente riunito – sarà visibile a tutti nella sua totalità.

Per la prima volta si potranno ammirare assieme capolavori di Renoir, Cézanne, Boudin, Delacroix che l'artista collezionò nel corso della vita. Sono i quadri che comprava per se stesso: "Sono un egoista. La mia collezione è solo per me e per qualche amico" dichiarò ad alcuni giornalisti in visita al suo casolare normanno di Giverny. Alcuni tra loro ebbero il privilegio di ammirare le opere raccolte e di apprendere da Monet stesso le circostanze della loro acquisizione.

L'ìnventario distrutto nella guerra

Eppure, malgrado tali testimonianze, "molto poco si sapeva di questa collezione", ha raccontato Marianne Mathieu, che assieme a Dominique Lobstein ha curato la mostra che si inaugura oggi al Museo Marmottan Monet di Parigi, dove resterà aperta fino al 14 gennaio 2018.

Quando Monet morì, nel dicembre 1926, i periti ne inventariarono i beni ma la documentazione andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Si è dovuto ricominciare da zero. Per ricostruire la collezione artistica di Monet, Mathieu e Lobstein hanno fatto appello a tutte le fonti documentarie accessibili: cataloghi, verbali di vendita, inventari, corrispondenze, libri mastri delle gallerie. Un lavoro da formiche che ha portato a ricostruire una lista di 120 opere, e una cronologia che "mette in prospettiva la formazione della collezione con la vita di Monet", spiega ancora la Mathieu.

Regali, scambi e acquisti

Al principio della carriera, Monet non aveva i mezzi per acquistare i quadri, e quelli che acquisì gli venivano regalati da artisti amici. A questa fase seguì quella degli scambi. Nel 1884, per esempio, Monet dona alla pittrice Berthe Morisot un bel paesaggio italiano di Bordighera per la casa che lei sta mettendo su. Nel 1895, alla morte di Berthe, la figlia Julie Manet in accordo alle volontà della madre offre a Monet la scelta di un quadro fra i 300 di una retrospettiva. E lui prenderà "Julie Manet et sa Levrette Laërte".

Più complessa la storia dell'acquisizione di un quadro da Camille Pissarro. Monet gli aveva prestato 15 mila franchi per l'acquisto di una casa, ma in cambio volle il quadro "Paysannes plantant de rames", già assai apprezzato dalla critica dell'epoca. Però c'era un problema: Pissarro lo aveva regalato alla compagna Julie, che si rifiutava di cederlo. Ostinato, alla fine Monet la spuntò. Particolare significativo è che il quadro richiama fortemente artisti come Seurat e Signac e s'ispira al neoimpressionismo, movimento con cui Monet si rifiutava di esporre: è la testimonianza del differente approccio fra il suo io artistico e quello collezionistico.

Arriva, poi, la fase in cui Monet dispone dei mezzi per permettersi di comprare bene. E prenderà quegli artisti che finalmente riconosce come "suoi maestri". Compra presso gallerie o alle vendite all'asta: Eugène Boudin, paesaggi di Delacroix e Corot (per "Ariccia, Palazzo Chigi" sborsa la somma consistente di 5 mila franchi).

Ma dal 1890 si orienta verso i suoi contemporanei e ricerca i Renoir e i Cézanne. Del primo predilige i nudi, genere in cui lui non si è cimentato, ma anche tele di gusto orientalista come "La Moschea. Festa araba" del 1881, che non esita a pagare 10 mila franchi. Di Cézanne acquisterà complessivamente dodici opere, spendendo 6.750 franchi per la sola "Neve sciolta a Fontainebleau" (oggi al MoMA). E in camera da letto appese l'olio "Il negro Scipione", che da San Paolo del Brasile ha fatto momentaneo ritorno a Parigi per la mostra: "Monet collectionneur".

 

Tre americani e tre britannici di cui uno per metà pakistano: sono le ‘bandiere’ della sestina finalista del Man Booker Prize 2017, il prestigioso premio britannico e tra i più importanti al mondo assegnato ogni anno dal 1969 al miglior romanzo pubblicato in lingua inglese. Una sorta di premio Oscar della letteratura in lingua inglese. A contendersi il titolo (e il premio da 50mila sterline) saranno il prossimo 17 ottobre a Londra gli statunitensi Paul Auster, Emily Fridlund e George Saunders e gli inglesi Ali Smith, Mohsin Hamid e Fiona Mozley. Tra i sei big ci sono anche due esordienti, entrambe donne, entrambe giovani: Mozley, 29enne che lavora part-time in una libreria di York, e Emily Fridlund nata a e cresciuta in Minnesota con un PhD in Scrittura creativa e letteratura all’università della Southern California.

Secondo Lola Young, che fa parte della commissione, i sei romanzi sono “unici e intrepidi” e rompono “le barriere delle convenzioni”. Il favorito assoluto per gli scommettitori è “Lincoln in the bardo” di George Saunders. 

Ecco i sei libri in gara

“4 3 2 1”

di Paul Auster (uscirà a metà ottobre per Einaudi): L’autore di Trilogia di New York immagine 4 vite alternative per il suo protagonista. Il romanzo è ambientato in New Jersey tra gli anni ’50 e ’60.

“Exit West”

di Mohsin Hamid (Einaudi) : L’attenzione è tutta per i popoli in movimento nel mondo alla ricerca di libertà e di una nuova vita

“Lincoln nel Bardo”

di  George Saunders (Feltrinelli): Il protagonista è il presidente statunitense Abramo Lincoln alle prese con la morte del figlio undicenne Willie

“Autumn”

di Ali Smith (Hamish Hamilton): Un uomo di 101 anni in punto di morte è assistito dal suo più caro e intimo amico.

“History of Wolves”

di  Emily Fridlund (Weidenfeld & Nicolson): La protagonista è una 14enne che si prende cura di un ragazzino nel Minnesota più selvaggio.

“Elmet”

di Fiona Mozley (JM Originals): Un ragazzo ricorda la sua vita nella casa che suo padre costruì a mani nude in un bosco 

Sono passati più di duemila anni da quando l’eruzione del Vesuvio, nel 79 a.C., condannò l’anfiteatro di Pompei a sparire sotto la lava e la cenere. E fu silenzio fino al 1971, anno in cui i Pink Floyd si esibirono in un ‘concerto senza pubblico’, la cui testimonianza video ha consacrato il monumento alla storia del rock. Nel luglio del 2016 David Gilmour, ex chitarrista e co-leader della band britannica, è tornato nell’arena per un ultimo omaggio: un concerto storico – questa volta con pubblico – che è finalmente possibile vedere anche nei cinema il 13, 14 e 15 settembre.

David Gilmour: Live at Pompeii

Il concerto è la testimonianza della mente visionaria di uno dei chitarristi più influenti di tutti i tempi, e la testimonianza di una sensibilità particolare per le bellezze dell’Italia. Già nel 1989, poco dopo la fuoriuscita del co-fondatore della band Roger Waters, i Pink Floyd si esibirono in un’altra storica data italiana, con un palco galleggiante nella laguna di Venezia. Non stupisce quindi che il musicista abbia voluto tornare in Italia e in particolare in uno dei luoghi chiave della sua carriera. “I fantasmi del passato, recente e antico, sono qui” spiega al pubblico subito dopo The Great Gig in the Sky, brano celebre dell’album The Dark Side of the Moon, scritto dal tastierista Richard Wright,  scomparso otto anni prima.

L’esibizione, registrata durante il Rattle That Lock Tour, ha visto il gruppo impegnato sia nei brani dell’ultimo e omonimo sforzo creativo di Gilmour che in quelli dei Pink Floyd. Così, affianco a brani come 5 A.M. e In Any Tongue, scorrono canzoni da The Division Bell e The Wall. Della già citata The Great Gig in the Sky è impossibile non sottolineare l’assolo dei cantanti, di cui è possibile palpare la tensione degli accordi e dei respiri.

Un salto indietro di duemila anni
 

Ma è Guy Pratt, musicista che ha suonato con decine di giganti tra cui David Bowie, Madonna e Iggy Pop, a rompere l’atmosfera lisergica con le note di basso di One Of These Days. I bracieri che si accendono su tutto il perimetro dell’arena e la violenza del brano, tratto dall’album Meddle, sembrano far ritornare l’anfiteatro ai tempi dei gladiatori. Segue Shine On You Crazy Diamond, immancabile dedica al fondatore dei Pink Floyd Syd Barrett, la cui storia di ascesa e declino è parafrasata nelle immagini proiettate sullo schermo circolare, che accompagna i concerti del gruppo da ormai più di quarant’anni.

David Gilmour: Live at Pompeii è un’occasione per vivere sul grande schermo un’esperienza che solo pochi fortunati hanno potuto conoscere dal vivo. “Quello che amo è suonare in posti bellissimi dove la gente ha il senso della grandezza della struttura che li sta ospitando” spiega Gilmour. E la grandezza dell’anfiteatro di Pompei è tale da poter catturare anche attraverso uno schermo. 

Sembrava tutto finito, sembrava che l’identità dell’autore italiano più amato nel mondo che si cela dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante fosse stata finalmente rivelata dopo un’inchiesta giornalistica di Claudio Gatti (leggi articolo sul Sole 24 Ore). Si tratta di Anita Raja, traduttrice dal tedesco di Christa Wolf e moglie dello scrittore Domenico Stardone, aveva rivelato il giornalista che era giunto a lei “seguendo i soldi”, come in un’inchiesta giudiziaria. Sembrava tutto finito, dunque.

Un 'dream team' a caccia della Ferrante

E invece non è così. Almeno stando ai risultati del lavoro di un gruppo di professori universitari provenienti da tutto il mondo che hanno fatto un’opera investigativa collettiva basata sulla comparazione di 150 romanzi e 40 autori contemporanei attraverso il metodo dell’analisi quantitativa degli elementi lessicali e stilistici ricorrenti. Di questa nuova ‘caccia’ alla Ferrante ne dà notizia Raffaella De Santis nelle pagine di cultura di Repubblica in edicola.

Chi è davvero Elena Ferrante

I clamorosi risultati dello studio

Il gruppo di ricercatori si sono incontrati giovedì all’università di Padova nel workshop “Drawing Elena Ferrante’s profile” per discutere insieme i risultati del loro lavoro di ricerca. E l’esito è stato clamoroso quanto imprevedibile: Elena Ferrante non è la moglie di Domenico Starnone. E’ proprio Domenico Starnone.

E’ questo, infatti, il nome uscito alla fine del summit, organizzato nell’ambito della scuola estiva Quantitative Analysis of Textual Data. “I risultati non lasciano spazio a dubbi, in Elena Ferrante c’è la mano Domenico Starnone”, dice a Repubblica il linguista Michele Cortelazzo, promotore insieme alla statistica Arjuna Tuzzi di quest’opera investigativa collettiva. Tra gli autori inseriti dentro il loro database, molti autori napoletani e campani (oltre a Starnone anche Francesco Piccolo, Fabrizia Ramondino, Erri De Luca, Giuseppe Montesano, Michele Prisco, ma anche Gianrico Carofiglio, Paolo Giordano, Susanna Tamaro, Giorgio Faletti e Alessandro Baricco. Ci sono anche Michela Murgia, Melania Mazzucco e quel Nicola Lagioia che sconfisse Elena Ferrante al Premio Strega nel 2015.

I metodi di ricerca utilizzati
 

Le 4 tecniche per il 'profiling'

I tanti studiosi hanno usato diverse tecniche per arrivare a tracciare il profilo di Elena Ferrante. Poi, unendo e intrecciando i dati, è arrivato il risultato più clamoroso.

  1. DISTANT READING – Cortelazzo e Tuzzi hanno scelto la tecnica del “distant reading”, cioè la metodologia di analisi dei testi “da lontano”: ad un lavoro fatto dal computer attraverso analisi automatiche dei testi, ha fatto seguito uno qualitativo di selezione dei risultati.
  2. CORRISPONDENZE – Gli studiosi internazionali hanno studiato le opere con altre metodologie, a partire dall’analisi delle corrispondenze stilistiche e lessical.i
  3. STILOMETRIA – Poi è stata usata una procedura analitica che “misura” le somiglianze stilistiche tra testi chiamata stilometria.
  4. PROFILING – Sono state usate tecniche analoghe a quelle che si vedono nelle serie tv ‘Criminal Minds’ per scoprire l’assassino.

Il risultato è stato ‘inequivocabilmente’ Domenico Starnone.

La corrispondenza delle parole
 

I termini che legano Ferrante e Starnone

Che la vera identità di Elena Ferrante sia quella di Domenico Starnone è avvalorata anche da una serie di parole che accomuna i testi dello scrittore napoletano con quelli dell'autrice di 'L'amica geniale'. Ecco quali:

  • I due improperi  “càntaro” e “mamozio”
  • Le espressioni“risatella”, “ruscellare”, “smanacciato”, “spetazzare”
  • Le sequenze molto particolari, tra cui “collo filettato”, “tottò sulle manine”, “sguardo valutativo” o “di scempio e di sangue”
  • Altre più comuni come “foglio di compensato” o “a una passo dalla scuola elementare”
  • Molte parole particolari come “chiavare”, “fiaccamente”, “sfottente”.

I limiti della ricerca
 

Perché non è stata considerara Anita Raja?

Lo studio però, sottolinea Raffaella De Santis, ha trascurato proprio gli scritti della maggiore indiziata, Anita Raja. Perché? E’ lo stesso Cortelazzo a spiegare alla giornalista che il problema è metodologico perché di solito i traduttori si adattano agli autori che traducono e le loro “caratteristiche individuali fanno fatica ad emergere. Il traduttore tende a nascondersi, ad occultare il suo stile”. 

Il prossimo passo

Il prossimo passo del team padovano, conclude l’articolo di Repubblica, sarà di confrontare il linguaggio di Elena Ferrante negli scritti non narrativi, come quelli raccolti nella ‘Frantumaglia’, con quello di Anjta Raja saggista.

Cosa emerge dalla ricerca
 

Al di là della verità sull’identità di Elena Ferrante, la ricerca ‘scientifica’ del team guidato da Cortelazzo e Tuzzi sembra avvalorare  l’ipotesi che circola da un po’, cioè che marito e moglie lavorino insieme e Elena Ferrante sia in effetti Starnone-Raja.

Il Louvre Abu Dhabi aprirà le porte al pubblico l’11 novembre. È il primo museo del suo genere nel mondo arabo: un’esposizione universale che si concentra su storie umane condivise attraverso civiltà e culture. La cerimonia di apertura includerà un'ampia gamma di programmi e iniziative.

Situato  nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, il Louvre Abu Dhabi è stato progettato come una città-museo (medina araba) sotto una vasta cupola argentata dall’architetto francese Jean Nouvel, vincitore del premio Pritzker. I visitatori potranno passeggiare attraverso le promenade che si affacciano sul mare sotto la cupola che misura 180 metri, composta da quasi 8.000 singole stelle metalliche incastonate in un complesso disegno geometrico. Quando filtrano i raggi del sole creano una "pioggia di luce" in movimento sotto la cupola, che ricorda le foglie degli alberi di palma che si sovrappongono nelle oasi.

Una nuova generazione di leader culturali

Sarà in mostra una importante raccolta di opere d'arte e reperti, oltre ai prestiti provenienti da selezionati musei francesi. Questi capolavori coprono la totalità dell'esistenza umana: dagli oggetti preistorici alle opere d'arte contemporanee commissionate, evidenziando temi e idee universali e segnando un nuovo inizio rispetto alla museografia tradizionale che spesso separa le esperienze artistiche in base all’'origine. Oltre alle gallerie, il museo offrirà mostre temporanee, un museo per bambini, un auditorium, un ristorante, una boutique e una caffetteria.

Per Mohamed Khalifa Al Mubarak, presidente di Abu Dhabi Tourism & Culture Authority e Tourism Development & Investment Company (TDIC), “il Louvre Abu Dhabi incarna la nostra convinzione che le nazioni crescano sulla diversità e l'accettazione, con una testimonianza curatoriale che sottolinea come il mondo sia sempre stato interconnesso. Il museo rappresenta l'ultima innovazione in una lunga tradizione di conservazione culturale promossa dai leader fondatori degli Emirati Arabi Uniti. Il Louvre Abu Dhabi ispirerà una nuova generazione di leader culturali e di pensatori creativi nel dare il proprio contributo alla nostra nazione tollerante e in rapida evoluzione”.

La storia del Louvre Abu Dhabi inizia nel "Grande Atrio" dove i visitatori vengono introdotti a importanti temi, tra cui maternità e riti funerari. Il dialogo tra opere provenienti da diversi territori geografici, a volte lontani, mette in evidenza somiglianze tra i canoni, nonostante ciascuno abbia una propria modalità di espressione. Le gallerie saranno sia cronologiche che tematiche, e suddivise in 12 capitoli. L’esposizione includerà opere dei primi imperi, incluse le prime rappresentazioni figurative, come la Principessa Battriana, realizzata in Asia Centrale alla fine del III millennio a.C., pratiche funerarie dell'antico Egitto con opere come il complesso di sarcofaghi della principessa Henuttaui e la creazione di nuove economie con la Decadramma di Siracusa, una moneta realizzata dall'artista Eveneto.

Dal 'Corano Blu'  agli impressionisti

Una galleria dedicata alle religioni universali mostra testi sacri: un Foglio del "Corano Blu", una Bibbia Gotica, un Pentateuco e testi del Buddismo e Taoismo. Gli scambi artistici sui percorsi commerciali durante i periodi medievali e moderni vengono messi in evidenza attraverso l'esposizione di un importante numero di opere in ceramica. Tra Asia e Mediterraneo e poi tra Europa e America, i visitatori apprezzeranno come l'orizzonte del mondo si sia ampliato gradualmente.

Un gruppo di pannelli provenienti da Nanban in Giappone dimostra il dialogo tra Estremo Oriente e Europa. Dall'immagine del Principe in tutto il mondo, illustrata da un importante Turban Helmet ottomano fino a una visione più intima di una nuova arte del vivere, il museo espone un’eccezionale cassettiera in lacca rossa cinese creata da Bernard II Van Risenburgh, realizzata in Francia. In una sezione sulla Modernità, si trovano la Zingara di Edouard Manet (1832-1883), Lotta tra bambini di Paul Gauguin (1848-1903), e Composizione con Blu, Rosso, Giallo e Nero di Piet Mondrian (1872-1944). L’esposizione comprenderà un’installazione monumentale dell'artista Ai Weiwei (1957) e il suo interrogativo della globalizzazione.
L'artista italiano Giuseppe Penone (1947) ha realizzato diverse opere specificamente per il Louvre Abu Dhabi. Leaves of Light (2017) è un vasto albero di bronzo con specchi disposti sui rami che riflettono la "pioggia della luce" (rain of light). Propagation è un muro di piastrelle in porcellana che raffigurano cerchi concentrici disegnati a mano, provenienti dall'impronta digitale di Sheikh Zayed, il padre fondatore dell'EAU. L’opera è stata realizzata in collaborazione con i laboratori di Sèvres – Cité de la céramique in Francia.

Per Françoise Nyssen, ministro della Cultura Francese, “l’apertura del Louvre Abu Dhabi rappresenta una pietra miliare nello sviluppo della cooperazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Francia, dieci anni dopo la firma dell'accordo intergovernativo. Questo museo è uno dei progetti culturali più ambiziosi del mondo, coronato dal capolavoro architettonico di Jean Nouvel". L’accordo intergovernativo include il prestito del nome del Musée du Louvre per 30 anni e 6 mesi, mostre temporanee per 15 anni e un prestito di opere per 10 anni.

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