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Nella mandria foltissima delle bufale ce n'è qualcuna di lusso. Sia perché illustre è la vittima – il prestigioso quotidiano francese ‘Le Figaro’ – sia perché illustre fu l’artefice: parliamo di Roberto Bracco, drammaturgo e giornalista che sarà candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Se poi consideriamo che il terreno su cui galoppò la bufala è quello scivoloso del paranormale, i margini dell’inganno si fanno più impalpabili. La data è il 1886, perché nulla di nuovo è sotto il sole, nemmeno le fake news.

Roberto Bracco

Il 30 settembre 1886 ‘Le Figaro’ pubblica una notizia, titolata “Un duel en Italie”, che riferisce della morte di Baby (l’alias letterario con cui Bracco usava firmare gli articoli) per mano del signor Venanzio Morello, il quale gli aveva sparato in un duello avvenuto a Napoli il 24 settembre precedente, ore 6 di mattina. Il quotidiano francese riferisce di avere attinto il fatto da un giornale partenopeo che riportava anche i verbali del duello controfirmati dai relativi quattro padrini (due a testa).

Sciabole e tavolini

E’ forse superfluo dire, ma va ricordato, che se oggi i duelli dei giornalisti sono consegnati alla televisione e ai social network, a quell’epoca avevano spesso luogo sul terreno, alla pistola o all’arma bianca, con esiti più pesanti anche se la legge li proibiva. Basti pensare che due anni dopo il duello ‘fake’ di Bracco, il parlamentare Felice Cavallotti fu ucciso in uno scontro alla sciabola col direttore della ‘Gazzetta di Venezia’, Ferruccio Macola. Qui nuovamente trattasi di bufale, perché Macola aveva dato la notizia di una querela ricevuta da Cavallotti senza verificarne la fondatezza. Poiché era falsa, il deputato accusò il direttore di essere bugiardo e lo sfidò a duello, in cui malgrado la lunga esperienza ebbe la peggio e trovò morte atroce con la lama nella gola.

Ma come nacque la bufala di ‘Le Figaro’, che accorciava di ben 57 anni la vita al povero Bracco? (Venticinquenne nell’86, morirà il 20 aprile 1943). La vicenda è ricostruita con esaustiva documentazione nel libro dell’antropologa Alexandra Rendhell dedicato a una celeberrima sensitiva di allora: “Eusapia Palladino – La medium star disperazione della scienza”.

Un nuovo passo indietro a quel 1886. Impazza a Napoli, come nelle maggiori città italiane ed europee, la febbre dei “tavolini danzanti”, che solo moda borghese non fu, piuttosto sfida che intrigava brillanti intelligenze delle lettere, delle arti e soprattutto della scienza (fra gli insigni, i medici Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Enrico Morselli e Charles Richet, Premio Nobel per la Medicina nel 1913 per le scoperte sull’anafilassi a cui si deve il conio del termine “metapsichica”). L’attenzione è tutta su una giovane medium, la ricamatrice analfabeta Eusapia Palladino. Per assistere alle sue sedute c’è chi si mette in fila ma poi la fila si divide immancabilmente in due schiere: chi ci crede e chi no, chi plaude e chi irride. Bracco, dopo tre sedute, sceglie il secondo gruppo pubblicando un volumetto, “Lo Spiritismo a Napoli nel 1886”, che lo farà anche ridere, perché ne vende in pochi giorni 150 mila copie (prezzo di copertina 50 centesimi).

Spirito contro spirito

C’è chi la prende a male, per cui gli spiritisti (in prima linea il giornalista Federigo Verdinois, autore della longeva traduzione dal polacco in italiano di "Quo Vadis?" di Henryk Sienkiewicz) si beccano con gli antispiritisti a mezzo stampa. Le polemiche danno spunto a tre amici, un contrabbassista, un violinista e un russo stabilito a Napoli, per una burla. S’inventano l’esistenza di uno spirito guida battezzato Chicot, al quale con sedute truccate fanno compiere paranormali prodigi pari a quelli attribuiti allo spirito guida della medium Eusapia, che si chiama John King. Chi sarà più potente? Mentre il mondo spiritista si divide tra l’uno e l’altro, evocati addirittura in sedute comuni, i musicisti burloni decidono di mettere doppia stanghetta alla partitura e rivelano, in una lettera aperta a ‘Il Pungolo’, che è tutta una messa in scena ma, come non esiste Chicot, neanche esisterà John King. Ovvia l’ira degli spiritisti, di cui il volume di Alexandra Rendhell fa il resoconto, specie quando intuiscono dietro la beffa la mente di Bracco, il quale insiste a ‘sfruculiarli’ sui giornali.

 Eusapia Palladino

Si traguarda – finalmente – l’epilogo dopo l’ennesimo botta e risposta tra Bracco e lo spiritista Venanzio Morello, che firma due interventi sul ‘Corriere del Mattino’. Il futuro candidato al Nobel, forse per stanchezza, vuol concludere ma sempre in aria di scherzo. Così usa ‘Il Piccolo’ come molti anni dopo il capocronista Perozzi, in "Amici miei", avrebbe utilizzato per sé 'La Nazione'. Fa annunciare il duello all’ultimo sangue tra Morello (che ha per padrini gli spiriti King e Chicot) e l’insolente Baby, con la morte di questi terminato.

Il giornalista di ‘Le Figaro’, poco avvezzo a ironie napoletane o troppo pigro per un'autonoma verifica, legge la bufala e abbocca. Informando l’Europa circa l’esito di una tragica tenzone.

Femminismo è la parola dell’anno per il dizionario americano più noto e famoso, il Merriam-Webster. È una scelta importante che sottolinea come, durante tutto il 2017, le battaglie combattute dalle donne abbiano contrassegnato la cronaca e l’attualità, diversi reportage e molti eventi. Dalla marcia delle donne di Washington alla campagna #MeToo contro le molestie, dall’uscita di film incentrati su eroine come Wonder Woman alla serie tv, The Handmaid's Tale, ispirata al romanzo del 1985 scritto dalla femminista Margaret Atwood.

Chi è una femminista oggi?

Il dizionario, in un post sul sito, ha ricordato come ci sia stato moltissimo interesse intorno a questa parola e ai significati che la accompagnano. Un interesse incentrato su cosa volesse realmente dire essere femminista oggi, dibattito scatenato anche dalla famosa intervista rilasciata da Kellyanne Conway che, pur agendo in favore delle donne, non si considerava tale. Sul Merriam-Webster si leggono due definizioni diverse di femminismo, una più teorica e una più pratica:

  • “La teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi"
  • "L'attività organizzata a favore dei diritti e degli interessi delle donne”

Le altre parole

Il dizionario ha pubblicato anche la consueta lista delle 10 parole che hanno contraddistinto questo 2017 che si avvia alla sua conclusione. Dietro femminismo ci sono:

2) Complicity. Nel senso di aiutare qualcuno a commettere un crimine o qualcosa di sbagliato. L’amministrazione Trump ha contribuito fortemente alla diffusione di questa parola.

3) Recuse. Rinunciare autonomamente a giudicare o a partecipare a eventi specifici a causa di manifesti conflitti di interesse. Il caso Jeff Sessions è un esempio.

4) Emphaty. La capacità di capire ciò che provano gli altri e condividerne gli stati d’animo. Anche grazie a campagne come #MeToo

5) Dotard. Il significato qui è più complesso. Identifica una determinata persona attraverso l’interpretazione del suo personaggio. Indovinate? L’esempio è ancora Trump.

6) Syzygy. Deriva dal greco e significa, più o meno, "la configurazione quasi rettilinea di tre corpi celesti (come il sole, la luna e la terra durante un'eclissi solare o lunare) in un sistema gravitazionale”.

7) Gyro. C’entra il cibo. “È un panino di agnello e manzo, pomodoro, cipolla e salsa allo yogurt su pane pita”. Molto greco. Ha avuto fortuna grazie a show televisivi come The Tonight Show.

8) Federalism. Ovvero ”la distribuzione del potere in un'organizzazione (in politica, ad esempio, un governo) con un'autorità centrale e diverse altre unità costituenti”.

9) Hurricane. Qui non c’è bisogno di spiegare nulla se non ricordare la stagione, particolarmente drammatica, vissuta dai paesi dei Caraibi, il Messico e gli Usa.

10) Gaffe. Esattamente con il significato con cui la usiamo in Italia. Un errore, una brutta figura, evidente e spesso deprecabile. 

 

 

 

 

 

C‘è anche un’italiana in corsa per il Global Teacher Prize, il premio Nobel per l'insegnamento che si assegna ormai da quattro anni nel mese di marzo a Dubai. Lei, Lorella Carimali, 55 anni, docente al liceo scientifico 'Vittorio Veneto' di Milano, è tra i 50 migliori docenti al mondo, scelti tra più di 40mila candidati di 173 Paesi. Se convincerà la giuria, si aggiudicherà il premio in palio: un milione di dollari da spendere in progetti scolastici.

Segreti del mestier

Ma cosa fa di lei l’insegnate che tutti vorrebbero? Per iniziare riesce a rendere creativa la matematica. E per riuscirci si serve anche del teatro. Poi motiva chiunque, convinta che “non esistono persone negate per la matematica. E’ solo questione di allenamento e di metodo”. I risultati sembrano darle ragione. E pensare che “appena laureata ho ricevuto in una settimana 14 offerte da grandi imprese, e ben pagata, visto che erano i primi anni dell’informatica”, racconta in un’intervista a 'Repubblica'. “Ma ho fatto una scelta sociale, stare in classe, è questo il mio modo di far politica. I giovani sono la cosa più importante per costruire il futuro del paese, anche se ammetto che a vivere a Milano con 1500 euro al mese si fatica".

“Non si vince da soli”

Se c’è una cosa di cui la professoressa Carimali è profondamente convinta è che “il futuro lo si costruisce assieme, non da soli”. Per lei è stato così, sin dalla sua infanzia trascorsa in una casa modesta nel quartiere popolare Stadera: “il bagno stava sul ballatoio e lo dividevamo con altre famiglie. Ci si conosceva tutti. Ecco, ho capito lì che non si vince da soli, che il futuro lo si costruisce assieme. Perché quando dividi qualcosa di cosi intimo come il bagno con qualcuno, l’estraneo non è più una persona di cui aver paura ma un amico, una risorsa. Ed è questo il mio atteggiamento verso il mondo". Poi continua: "I miei genitori avevano la quinta elementare e non potevano certo aiutarmi a studiare. Per loro la mia laurea è stato un riscatto”. E non solo per mamma e papà. “La passione per la matematica è sempre stata dentro di me”, ha raccontato a 'La Stampa'. “Fin da piccola ho sempre desiderato fare l’insegnante. Aver preso la laurea in matematica prima e diventare poco dopo insegnante di ruolo è stato per me un grande riscatto sociale oltre a rappresentare una grande spinta motivazionale sul mio ruolo e nella mia disciplina”. 

I numeri a teatro

Il suo metodo di insegnamento riflette la sua filosofia di vita. "Io spiego, poi faccio esercitare subito i ragazzi. Lavorano a gruppi perché si aiutino a vicenda, si correggano i compiti l’uno con l’altro. Se capiscono l’argomento sale la loro autostima ed è questo l’importante. Non devono ripetermi la lezione, solo i concetti astratti, ma imparare ad applicarli nella vita non è solo questione di insegnamento, ma di apprendimento. Si cambia la prospettiva". E poi ci sono i metodi alternativi: “Per aiutare gli studenti in crisi abbiamo messo in piedi un progetto multidisciplinare con alunni di classi diverse e con carenze di gravità differente. Abbiamo scritto un testo teatrale sulla matematica. Ha funzionato, alla fine sono stati tutti promossi: in fondo il teatro è progettare, pensare in astratto, mettere in relazione. Parole come numeri e concetti per capire e costruire".

La prof non si è mai pentita della sua scelta. "E’ impagabile ritrovarsi alunni che ti scrivono: grazie per avermi fatto vedere nuove terre, avermi insegnato a vivere. Sono frasi che ti aspetteresti scritte ad un insegnante di filosofia. Ma la matematica è proprio anche questo: imparare a ragionare, a conoscere,  a vivere nel mondo e poter scegliere in modo cosciente. Per questo dico che è una competenza di cittadinanza. Di tutti: alunni e adulti”.

Prende forma il "museo del Fascismo" che sorgerà a Predappio, città natale di Benito Mussolini. Con una mostra allestita nella Casa Natale Mussolini, è stato inaugurato nel primo pomeriggio di venerdì a Predappio il progetto per l'allestimento museografico nella Ex Casa del Fascio e dell'Ospitalità. Nessuna contestazione all'evento, seguito da un incontro al Teatro Comunale nel corso del quale è toccato a Marcello Flores – coordinatore del Comitato Scientifico – illustrare le linee culturali e le caratteristiche del progetto. Presente tra gli altri Giorgio Frassineti, sindaco Pd del Comune di Predappio e presidente dell'Unione dei Comuni Romagna Forlivese.

Negli ultimi anni a Predappio – città integralmente ricostruita negli anni '30 e pensata, anche dal punto di vista architettonico, per celebrare il mito fascista – è maturata l'idea di costruire, in un edificio monumentale di notevole valore simbolico come l'Ex Casa del Fascio, un grande centro internazionale di ricerca storica, spiega il comune, rivolto allo studio ed alla diffusione della conoscenza sulle dittature e sui totalitarismi che hanno caratterizzato il 900, all'interno del quale troverà spazio anche un'esposizione storica sul fascismo, destinata a svolgere una significativa opera di informazione culturale sul periodo fra le due guerre in Italia. 

La punta di diamante di un progetto europeo

Il Museo del Fascismo è destinato a diventare il fiore all'occhiello del progetto Atrium, dedicato alla valorizzazione dei lasciti architettonici dei regimi dittatoriali europei, sia "rossi" che "neri". Hanno aderito all'iniziativa(Italia, Slovenia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Romania, Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Grecia. Presidente del progetto è Elisa Giovannetti, assessore alla Cultura del comune di Forlì. "Il messaggio che vogliamo che passi è che il patrimonio artistico del '900 ha lo stesso valore di quello di altre epoche, ma viene sottovalutato", aveva spiegato all'Agi Giovannetti, "è importante iniziare a pensarci e a tutelarlo, ora che sono passati più di 70 anni". "La nostra è una condanna assoluta al fascismo", aveva invece sottolineato ai nostri microfoni Frassineti, ai tempi della polemica innescata dal New Yorker, "chi pensa che il paese di nascita di Benito Mussolini sia preso d'assalto dai nostalgici del duce sbaglia di grosso. La nostra città è visitata da scuole, da appassionati di storia. Ci sono anche i fanatici del regime ma sono la minoranza", assicura il primo cittadino che sulla legge Fiano aveva mostrato perplessità perché "un conto è vietare i gadget e un conto è vietare la storia".

Il progetto di questo percorso museografico viene presentato nella mostra allestita fino al 5 novembre 2018 nella Casa Natale Mussolini di via Varano Costa: fino al 24 dicembre sarà aperta nelle giornate di sabato, domenica e festivi (tutti i giorni dal 26 dicembre al 7 gennaio, escluso il 1 ), dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00. Dopo la chiusura invernale (dall'8 gennaio al 23 marzo 2018) riaprirà i battenti il 24 marzo, fino al 5 novembre.

Non è la ricetta della pizza napoletana, rigorosamente disciplinata dall'attestazione di specificità Stg che definisce le materie prime e le modalità di cottura, ma sono bensì la cultura e l'identità di chi ci lavora a essere tutelati dal riconoscimento dell'Unesco​. Dal 'masto pizzaiuolo', che insegna e tramanda la tradizione e sceglie i materiali per la lavorazione, al 'guaglione' che apprende e realizza le pizze, fino al 'masto fornaio', che sceglie la legna, controlla la temperatura del forno e gestisce le cotture con le diverse pale a disposizione, di legno e di ferro.

'Ammaccatura' e 'volo': le fasi della preparazione

Si trasmettono da generazioni le figure del rigoroso codice della preparazione della pizza. Una serie di passaggi a mano che comprendono lo 'staglio' (i panetti di pasta lievitata pronta a essere stesa), l''ammaccatura' (la prima spianata della pizza), il 'cornicione' (la creazione del bordo della pizza che delimita pizza e condimento) e lo 'schiaffo' (la seconda spianata con la pizza presa a schiaffi sul banco di lavoro, di marmo cosparso di farina). A questo si aggiunge per i pizzaioli piu' esperti il 'volo', che, facendo roteare la pizza in aria, permette di acquisire una maggiore ossigenazione e consistenza e che ha dato vita anche a gare di pizza acrobatica. Le fasi successive sono la distribuzione del condimento, partendo dal centro del disco di pasta secondo il caratteristico movimento a spirale, prima di posizionare la pizza nel forno a legna tradizionale con la fiamma fatta riavvampare grazie a trucioli e farla ruotare su se stessa per una cottura omogenea.

Lievito madre e mozzarella di bufala per ottenere l'Stg

La composizione della pasta, l'uso di lievito madre, la lenta e lunga lievitazione, l'impiego di olio evo e pomodoro di alcune varietà, sovrana tra tutte quella del San Marzano, e mozzarella di bufala o fior di latte di Agerola, nonché le attrezzature erano parte fondamentale del disciplinare per ottenere l'Stg (articoli 2 e 3), oltre alla storia antica del piatto, riconoscimento ottenuto dall'Ue il 5 febbraio 2010. 

Una tradizione che risale al XVI secolo

Secondo stime di Coldiretti, che, insieme all'Associazione pizzaiuoli napoletani e la Fondazione Univerde guidata dall'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, ha concorso alla raccolta di oltre 2 milioni di firme per la candidatura dell'arte dei pizzaiuoli nella lista Unesco, solo a Napoli sono circa 3mila coloro che portano avanti una tradizione artigianale risale al 16esimo secolo. Il sito web di Coldiretti, tra l'altro, indica che per il 39% degli italiani la pizza è il simbolo culinario dell'Italia; pizza del resto è la parola italiana più conosciuta all'estero (8% del campione), rispetto a cappuccino e spaghetti (7%) ed espresso (6%), in un sondaggio on line della Società Dante Alighieri.

Un business da 12 miliardi di euro e 5 milioni di pizze al giorno

La pizza genera un business di 12 miliardi di euro in Italia, dove sono almeno 100 mila i lavoratori fissi nel settore, ai quali se ne aggiungono altri 50 mila nel fine settimana, secondo i dati dell'Accademia Pizzaioli. Ogni giorno solo in Italia si sfornano circa 5 milioni di pizze nelle circa 63mila pizzerie e locali per l'asporto, taglio e trasporto a domicilio, dove si lavorano in termini di ingredienti durante tutto l'anno 200 milioni di chili di farina, 225 milioni di chili di mozzarella, 30 milioni di chili di olio di oliva e 260 milioni di chili di salsa di pomodoro. La passione per la pizza nel mondo vede in testa alla classifica, secondo Coldiretti, gli americani che sono i maggiori consumatori con 13 chili a testa mentre gli italiani guidano la classifica in Europa con 7,6 chili all'anno, e staccano spagnoli (4,3), francesi e tedeschi (4,2), britannici (4), belgi (3,8), portoghesi (3,6) e austriaci che, con 3,3 chili di pizza pro capite annui, chiudono questa classifica. 

Solo il pane sfornato entro le 24 ore potrà essere definito "fresco". Di conseguenza, la denominazione di "forno di qualità" sarà riservata esclusivamente al panificio che produce e commercializza pane fresco. Infine, il pane fresco italiano è definito "patrimonio culturale nazionale". Sono alcune delle novità introdotte dalla proposta di legge approvata dalla Camera e che ora dovrà essere esaminata dal Senato. Ma il rischio che finisca su un binario morto è elevato, visti i tempi ristretti e l'approssimarsi della fine della legislatura. Obiettivo del provvedimento è garantire il diritto all'informazione dei consumatori:

Pane fresco: è il prodotto, spiega il dossier tecnico realizzato dalla Camera che accompagna la proposta di legge, ottenuto dalla cottura totale o parziale di una pasta convenientemente lievitata, preparata con sfarinati di grano o di altri cereali, acqua e lievito, con o senza aggiunta di cloruro di sodio o sale comune, spezie o erbe aromatiche. La legge precisa che il pane fresco è esclusivamente quel pane preparato entro le 24 ore dalla messa in vendita secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione di impasti, e ad altri trattamenti con effetto conservante, ad eccezione delle tecniche mirate al solo rallentamento del processo di lievitazione senza additivi conservanti.

È previsto, inoltre, il divieto di utilizzare denominazioni quali "pane di giornata" e "pane appena sfornato", "pane caldo" nonché qualsiasi altra denominazione che possa indurre in inganno il consumatore. Per la vendita, il pane fresco deve essere posto in scaffali distinti e separati rispetto al pane ottenuto dal prodotto intermedio di panificazione e al pane ottenuto mediante completamento di cottura di pane parzialmente cotto, surgelato o non, previo confezionamento ed etichettatura riportanti le indicazioni previste dalla normativa vigente in materia di prodotti alimentari e con le necessarie indicazioni per informare il consumatore sulla natura del prodotto. 

Patrimonio culturale nazionale: il pane fresco italiano, quale frutto del lavoro e dell'insieme delle competenze, delle conoscenze, delle pratiche e delle tradizioni, costituisce un patrimonio culturale nazionale da tutelare e valorizzare negli aspetti di sostenibilità sociale, economica, produttiva, ambientale e culturale. 

Sanzioni: viene disposto il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria di una somma da 500 a 3.000 euro in caso di particolare gravità o recidiva, e la sospensione dell'attività per un periodo non superiore a venti giorni.

Prodotto intermedio: viene prevista la definizione di "prodotto intermedio di panificazione" come l'impasto, preformato o no, lievitato o no, destinato alla conservazione prolungata e alla successiva cottura per l'ottenimento del prodotto finale pane. È tale l'impasto congelato, surgelato o conservato con metodi che mantengono inalterate le caratteristiche del prodotto intermedio per prolungati periodi di tempo, determinando un'effettiva interruzione del ciclo produttivo. Questi prodotti devono essere messi in vendita in scaffali distinti e separati.

Panificio: viene definito come l'impianto di produzione del pane, degli impasti da pane e dei prodotti da forno assimilati, dolci e salati, che svolge l'intero ciclo di produzione a partire dalla lavorazione delle materie prime sino alla cottura finale. L'avvio di un nuovo panificio e il trasferimento o la trasformazione 2 di panifici esistenti sono subordinati alla segnalazione certificata di inizio attivita' (SCIA).

Forno di qualità: la denominazione è riservata esclusivamente al panificio che produce e commercializza pane fresco. La figura del responsabile dell'attività produttiva deve essere individuata per ogni panificio e per ogni unità locale di un impianto di produzione presso il quale è installato un laboratorio di panificazione. In tema di formazione, il responsabile è tenuto a frequentare un corso di formazione professionale, accreditato dalla regione o della provincia autonoma competente per territorio, il cui contenuto e la cui durata sono deliberati dalla giunta regionale o della provincia autonoma con apposito provvedimento (la proposta di legge prevede alcune eccezioni a tale obbligo).

E' un principe saudita, poco conosciuto nel mondo dei grandi collezionisti d'arte, il misterioso acquirente del 'Salvator Mundi', l'ultima opera di Leonardo da Vinci in mani private comprata all'asta da Christie's il mese scorso per la cifra record di 450,3 milioni di dollari. Lo rivela il New York Times, precisando che si tratta del principe Bader bin Abdullah Mohammed bin Farhan al-Saud, "amico", scrive, del nuovo erede al trono 32enne dell'Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, autore delle "purghe" anti-corruzione. 

Sessant'anni fa Sotheby's aveva battuto il Salvator Mundi per 45 dollari, ignorandone il vero autore. Quando fu riconosciuto come l'unico quadro di Leonardo da Vinci ancora in mani private, Christie's prevedeva di ricavarne 75 milioni di sterline, ovvero circa 100 milioni di dollari. Il 'Salvator Mundi', dipinto intorno all'inizio del '500 dal genio del Rinascimento, è andato all'asta sei anni dopo l'attribuzione e la clamorosa esposizione alla National Gallery, ultimo capitolo della storia rocambolesca e secolare del dipinto. 

Dalle corti reali alla vendita da Sotheby's

Commissionato dal re di Francia Luigi XII, il 'Salvator Mundi' figurò all'inizio del diciassettesimo secolo nella straordinaria collezione privata di Carlo I d'Inghilterra. Il dipinto sopravvisse allo smembramento della raccolta avvenuta dopo la decapitazione del sovrano, nel 1649, e fu ereditato dal figlio, Carlo II.

Non è noto come il quadro finisca, il secolo successivo, nella galleria privata dei duchi di Buckingham, che lo venderanno all'asta nel 1763 insieme a tutte le altre opere conservate nel Buckingham Palace, appena ceduto alla famiglia reale.

Del 'Salvator Mundi' non si seppe più nulla fino al 1900, quando – spiega il sito della casa d'aste – fu acquistato da Sir Charles Robinson per la Cook Collection. Il volto e i capelli del Cristo erano stati nel frattempo ridipinti e l'autore fu identificato in Bernardino Luini, un allievo di Leonardo.

La Cook Collection venne poi dispersa e il capolavoro, scambiato per una crosta qualsiasi, riapparve nel 1958 a un'asta di Sotheby's, dove viene aggiudicato per 45 dollari per poi scomparire di nuovo fino al 2005, quando viene rilevato da un consorzio di uomini d'affari statunitensi.

Anche in questo caso l'autore viene ritenuto un allievo di Leonardo, non il Luini ma Giovanni Antonio Boltraffio.Questa volta, però, viene sollevato il dubbio che l'autore potesse essere il maestro stesso. Gli specialisti si mettono al lavoro. Dopo sei anni di complesse ricerche, il 'Salvator Mundi' viene autenticato quale opera di Leonardo e nel 2011 diventa la sorpresa che fa entrare nella storia la mostra della National Gallery dedicata al da Vinci.

In Giappone, dove trascorse l'infanzia con la mamma, le sorelle e un padre speciale, Dacia Maraini tesaurizzò paesaggi grandi e piccoli che le sarebbero rimasti in animo e avrebbe più volte riversato sulla pagina. Fino a oggi, quando la scrittrice – sul suolo giapponese nella residenza dell'ambasciatore in Italia – ha ricevuto l'Ordine del Sol Levante, Raggi in Oro con Rosetta.

L'alta onorificenza, il cui diploma fu firmato dall'imperatore, è stata concessa "per il suo contributo all'approfondimento della conoscenza reciproca fra Giappone e Italia, attraverso la valorizzazione delle esperienze maturate soprattutto durante il soggiorno in Giappone insieme al padre Fosco Maraini, prima e durante la seconda guerra mondiale". Così recita la motivazione, scandita dall'ambasciatore Keiichi Katakami, che ha presentato le credenziali a Roma meno di tre mesi fa.

"In numerosi romanzi, saggi e opere teatrali, tra cui La nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre o La seduzione dell'altrove, Dacia Maraini – precisa la motivazione – ha ispirato nei lettori il fascino del Giappone e della sua cultura, rievocando le sue esperienze di vita e trasmettendole non solo nelle sue opere letterarie ma anche su quotidiani, riviste, spettacoli e dibattiti televisivi in Italia".

Antropologo, e molto di più

Eccezionali ardui momenti, spesso rievocati, visse Dacia con le sorelle minori Yuki e Toni, la madre Topazia e il padre Fosco, il quale a 27 anni s'era trasferito in Giappone per studiare la minoranza aborigena Ainu. L'8 settembre '43, rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale, i Maraini furono rinchiusi in un campo di concentramento a Nagoya dove restarono due anni. Fosco, rivendicando un migliore trattamento per sé e famiglia, si mozzò il mignolo della mano sinistra: "Era anche un antropologo – avrebbe ricordato Dacia nel giorno della sua morte, l'8 giugno 2004 – e dunque si è appellato a un'usanza, a un rito, ha agito dall'interno di una cultura che lui conosceva e che amava". Fu animato nelle sue ricerche, come ha osservato Giorgio Amitrano (traduttore in italiano di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami), da "un rigore privo di tensione" e fece parte di quella magnifica schiera di studiosi che si muovevano tra le culture orientali con "competenza e disinvoltura" – un genere quasi estinto in tempi di "specialismo esasperato".

La concessione dell'onorificenza a Dacia Maraini sommuove anche i ricordi di Adolfo Tamburello, che fu con Fosco fondatore dell'Aistugia (Associazione Italiana per gli studi giapponesi), decano dell'Università L'Orientale di Napoli e direttore di Il Giappone: "Penso solo alla fierezza che deve avere provato per il padre Dacia bambina, quando – dice Tamburello all'AGI – divideva con lui e gli altri familiari la prigionia in Giappone e poi da giovane donna viveva il successo, l'acclamazione di Fosco e il carisma che lui esercitava sul pubblico, che rimaneva incantato ad ascoltarlo. Bisognerebbe sempre sottolineare che era
un ricercatore sul terreno, non solo uno studioso da tavolino. Non dunque il 'classico' orientalista, ma una tempra di esploratore, che parlava correntemente varie lingue e in quelle che non possedeva a pieno (delle orientali) si avventurava per 'esplorare' anche l'interlocutore e fare oggetto di conoscenza dal vivo del suo mondo".

I ricordi belli o mesti del Giappone, per la famiglia, non si sono mai sbiaditi e sono stati ultimamente travasati nel documentario “Haiku on a Plum Tree” di Mujah Maraini-Melehi, nipote di Dacia, proiettato a primavera scorsa. Né mai sbiadì l'amore di Fosco per il Sol Levante (fissato specialmente nei testi e nelle fotografie di "Ore Giapponesi", edito per la prima volta nel '56).

"Il riso, i morti, la bellezza"

Dacia Maraini, cos'è per lei il Giappone in tre suggestioni?

La prima suggestione è che il Giappone fu una parte della mia infanzia, quindi mi rimane sempre dentro. La seconda è il senso della responsabilità come virtù civile. E penso che loro ne abbiano persino troppo. C'è gente che muore per la responsabilità. E' un senso assoluto, per cui se uno deve fare una cosa ci si impegna fino in fondo.

Lo ha assorbito?

Sì, e spero di rimanere fedele a questa pratica, che ho vissuto e mi è rimasta.

Terza immagine?

Il senso della bellezza. Per gli oggetti, i vasi, le stoffe… Insomma, la bellezza tradizionale. E' cosa straordinaria.

Tra i suoi cinque sensi quale è più giapponese?

Ogni tanto vado ancora cercando riso… Direi il senso del gusto. Che mi richiama, per converso, anche la fame quando fu patita. 

Ha detto che i giapponesi hanno un rapporto esemplare con i morti.

Sì, più sereno, a differenza nostra i morti non li intimidiscono.

Lei suo padre Fosco lo sente?

E' molto presente.

Oggi era qui?

Sì… Sarebbe stato contentissimo.

Se dovesse scegliere un autore giapponese, uno soltanto?

Murasaki Shikibu: il suo "Genji monogatari" è il grande classico da cui viene tutta la letteratura giapponese.

“Leggere è il mio modo preferito per soddisfare ogni curiosità”. Bill Gates non ha dubbi. Nonostante abbia la fortuna di incontrare persone nuove ogni giorno e di viaggiare moltissimo, si rifugia sempre nelle pagine di saggi e romanzi per comprendere il mondo: "Penso che i libri restino il modo migliore per esplorare nuovi argomenti che ti interessano”. Il fondatore di Microsoft ha così creato un lungo “book trailer” dove consiglia 5 letture per le prossime vacanze di Natale.

I 5 libri del 2017 di Bill Gates 

The Best We Could Do di Thi Bui.

Si tratta di una graphic novel, un libro di memorie profondamente personale che esplora cosa significa essere, oggi, sia genitore che rifugiato. La famiglia dell'autrice è fuggita dal Vietnam nel 1978.

Evicted: Poverty and Profit in the American Citydi Matthew Desmond

 L’autore racconta il fenomeno, sempre più diffuso, degli sfratti in una città come Milwaukee profondamente colpita dalla crisi degli ultimi anni. “Desmond mi ha mostrato nel modo migliore cosa significhi essere poveri in questo paese. Più di qualsiasi altra cosa abbia mai letto” ha scritto il capo di Microsoft.

Believe Me: A Memoir of Love, Death, and Jazz Chickens, di Eddie Izzard.

“La storia personale di Izzard è affascinante: è sopravvissuto a un'infanzia difficile e ha lavorato incessantemente per superare la sua mancanza di talento naturale e diventare una star internazionale”. Bill Gates ha confessato di essere un suo fan e di essersi molto divertito nella lettura di queste pagine.

The Sympathizer, di Viet Thanh Nguyen.

Solitamente i libri e i film che trattano la guerra del Vietnam lo fanno attraverso uno sguardo e una prospettiva americana. Secondo Gates “Il pluripremiato romanzo di Nguyen offre l'intuizione necessaria per capire cosa significhi essere vietnamiti, invasi e catturati, durante quegli anni”.

Energy and Civilization: A History, di Vaclav Smil

“È uno dei miei autori preferiti, e questo è il suo capolavoro”. Basterebbe solo questo per procedere alla lettura ma Gates va oltre: "Descrive il modo in cui il nostro bisogno di energia ha plasmato la storia umana, dall'era dei mulini azionati dagli asini alla ricerca di oggi di fonti rinnovabili”.  

Altri consigli di lettura

Oltre a questa breve classifica, Gates ha segnalato altri libri che ha incrociato negli ultimi mesi e che meritano di essere letti: da Black Flags: The Rise of ISIS di Joby Warrick per capire come lo stato islamico sia riuscito a conquistare il potere in Iraq  a Turtles All the Way Down di John Green che racconta la storia di una giovane donna che rintraccia un miliardario scomparso. L’ultima segnalazione riguarda The Colour of Law di Richard Rothstein che racconta tutte le forme di segregazione razziale nelle città americane mostrando come siano state un freno per la crescita di intere comunità. 

In quasi 13 mesi, dal 3 novembre 2016 al 30 novembre 2017, circa 600mila ragazzi nati nel 1998 e nel 1999 hanno speso oltre 163milioni di euro per acquistare libri, musica e biglietti per l’ingresso a concerti, cinema, teatro, eventi culturali e musei utilizzando il buono da 500 euro messo a disposizione con App18.

Gli acquisti, secondo i dati diffusi dal ministero dei Beni culturali sono avvenuti nel 54% dei casi sulle piattaforme online e per il 46% direttamente nei circa 4.000 esercizi commerciali accreditati.

Come sono stati spesi 

Interessante il riparto della spesa nelle diverse categorie di consumo. La lettura si dimostra di gran lunga il prodotto culturale più apprezzato dai neo maggiorenni: oltre l’80% del valore della spesa complessiva nei due anni del bonus cultura ha riguardato i libri (98% libri cartacei; 2% ebook). Seguono concerti e musica, che insieme raccolgono oltre il 10% della spesa, e cinema con oltre il 7% del valore degli acquisti.

La misura introdotta dal governo Renzi nel 2016 per i ragazzi nati nel 1998, è stata successivamente confermata anche per ragazzi del 1999. Nella seconda edizione sono aumentati gli ambiti di spesa che ora includono anche l’acquisto di musica e i corsi di formazione. Ma la prima edizione non era stata un successo.

Come è cambiata la seconda edizione 

Il confronto tra le prime 10 settimane delle due edizioni evidenzia una maggiore dimestichezza dei ragazzi e degli esercenti con lo strumento: aumentano dell’8% le registrazioni, con 16.878 neo maggiorenni in più a completare le procedure di accreditamento, e si raddoppia la spesa, che cresce del +97% con un incremento di oltre 15,4 milioni di euro.

Per il ministro Franceschini si tratta di “ottimi risultati che giustificano la conferma della misura nella legge di bilancio 2018 all’esame del Parlamento”. 

Una buona notizia infine è il completamento delle procedure di registrazione al programma 18app per gli oltre novemila ragazzi nati nel 1998: risolti i problemi tecnici riscontrati e adesso anche loro hanno tempo fino al prossimo 31 dicembre per spendere il bonus di 500 euro in musei, libri, cinema, teatro e concerti. Al 30 novembre 2016 sono 584.663 i diciottenni registrati che stanno utilizzando 18app.

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