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È morto il disegnatore che, insieme allo sceneggiatore Stan Lee, diede vita all'Uomo Ragno. Se ne è andato all'età di 90 anni Stephen Ditko, l'uomo che con un tratto di matita inventò alcuni supereroi amati da diverse generazioni di americani, e non solo, da Doctor Strange a quella che resterà la sua ultima creatura, Squirrel Girl. La polizia di New York ha trovato il corpo privo di vita del fumettista nel suo appartamento il 29 giugno scorso. Non sono note le ragioni del decesso.

Nato nel 1927 a Johnstown, in Pennsylvania, Ditko è stato una delle colonne della Marvel, e lavorò fianco a fianco con il suo direttore generale, Stan Lee a partire dall'inizio degli anni Sessanta. "La famiglia Marvel – si legge in una nota della casa editrice di fumetti – piange la perdita di Steve Ditko. Steve trasformò l'industria e l'universo Marvel, e il suo lavoro non sarà dimenticato"

Di indole schiva (non concedeva mai interviste e non esistono sue foto recenti), Ditko non si è mai sposato. La storia d'amore la ebbe con Marvel: litigò con Lee e nel 1966 se ne andò dalla casa editrice per approdare alla rivale Dc. Sarebbe tornato nel 1979 per creare altre avventure sulla punta della matita.

Helena Janeczek con 'La ragazza con la Leica' (Guanda) vince il Premio Strega 2018 battendo Marco Balzano con 'Resto qui' (Einaudi). Era dal 2003, quando vinse Melania Mazzucco con 'Vita', che una donna non si aggiudicava il più ambito premio letterario italiano organizzato da 72 anni dalla Fondazione Bellonci.

Una vittoria molto significativa anche perché sono state solo 10 le donne ad aver vinto, contro ben 61 uomini nelle precedenti edizioni. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato nella serata finale al Ninfeo di Villa Giulia.

In corsa per la vittoria del più ambito premio letterario italiano c'erano anche Carlo D'Amicis con 'Il gioco' (Mondadori), Sandra Petrignani con 'La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg' (Neri Pozza) e Lia Levi con 'Questa sera è gia domani' (Edizioni e/o).

Grande era l'attesa e numerosi i motivi d'interesse per questa edizione a partire dal fatto che da 20 anni non c'era una maggioranza di donne in gara e che l'ultimo successo di una scrittrice al premio Strega risaliva al lontano 2003. Poi c'era la componente dello strapotere del gruppo Mondadori che ha trionfato in moltissime edizioni dello Strega. Per contro, l'ascesa prepotente di Einaudi – sempre del gruppo di Segrate – che aveva vinto tre delle ultime quattro edizioni.

Alla fine ha vinto una donna, l'undicesima nella storia del premio, mentre i giganti Einaudi e Mondadori hanno ceduto il passo alla 'piccola' Guanda. Helena Janeczek, 54enne scrittrice tedesca naturalizzata italiana, ambienta il suo libro nella Spagna degli anni '30 e parla di Gerda Taro Pohorylle, una fotografa tedesca nota per i suoi reportage di guerra e conosciuta per essere stata la compagna di Robert Capa con cui ha stabilito un forte sodalizio professionale.

"Il libro si apre con fotografia scattata quasi contemporaneamente – ha spiegato la scrittrice a Eva Giovannini – dalla protagonista, Gerda Taro, e dal suo compagno Robert Capa. E' romanzo che cerca di riportare in vita la prima fotografa di guerra morta a neanche 27 anni durante la guerra civile spagnola. Volevo farla rivivere come sono vive le persone a cui abbiamo voluto bene. Era una donna indipendente e affascinante e Hemingway la defiì una puttana – ha aggiunto – ma la moglie replicò dicendo che lui non capiva molto di donne".

Helena Janeczek ha affidato a tre personaggi il racconto di Gerda Taro. "Volevo fare romanzo di una generazione – ha spiegato – di cui lei diventa cuore pulsante. I personaggi del libro sono i piu' vicini a lei, una donna che racchiude lo spirito del tempo e resta nel cuore di queste persone: un cardiochirurgo innamorato di lei, un'amica del cuore e il suo fidanzato prima di Robert Capa". Sin dalla nascita, nel 1947, i libri premiati hanno raccontato l'Italia e i suoi umori e il premio ha consacrato i grandi nomi della letteratura italiana contemporanea, dal primo vincitore Ennio Flaiano, ad Alberto Moravia, Elsa Morante, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Umberto Eco, Dacia Maraini. 

E’ la città di Ivrea il 54esimo sito Unesco italiano, mentre sono rimandate al 2019 le colline del Prosecco della Valdobbiadene e di Conegliano.

Per il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, Ivrea rappresenta “la città ideale della rivoluzione industriale del Novecento. Un riconoscimento che va a una concezione umanistica del lavoro propria di Adriano Olivetti, nata e sviluppata dal movimento Comunità e qui pienamente portata a compimento, in cui il benessere economico, sociale e culturale dei collaboratori è considerato parte integrante del processo produttivo”.

Ma cosa rende la città piemontese così particolare? Ecco 10 cose da sapere sull’ex Silicon Valley italiana

1 – Olivetti, il padre ‘fondatore’: La maggior parte dello sviluppo di Ivrea avvenne nel periodo degli anni ’30 e ’60 sotto la direzione di Adriano Olivetti, periodo in cui l’azienda Olivetti produceva macchine da scrivere, calcolatrici meccaniche e computer.

2 – Il gotha dell’architettura per costruire Ivrea: La forma della città e gli edifici urbani di Ivrea sono stati progettati da alcuni dei più noti architetti e urbanisti italiani di quel periodo. La città è composta per il 70% da edifici per produzione, amministrazione, servizi sociali e usi residenziali, che riflettono le idee del Movimento Comunità.

3 – Sorta su un ghiacciaio: Bagnata dal fiume Dora Baltea, un affluente del Po, è collocata in un'area formatasi da un grande ghiacciaio del Pleistocene, il quale trasportò nel tempo numerosi detriti che andarono a formare una serie di rilievi morenici, tra cui la cosiddetta Serra Morenica, considerata la collina più lunga, massiccia e dritta d'Europa, circa 25 km.

4 – Il carnevale: Lo storico carnevale di Ivrea, si legge su Wikipedia, conosciuto per la celebre "battaglia delle arance" risale al 1808, anno in cui l'Impero Napoleonico ordinò di unificare i carnevali rionali in un'unica festa. La leggenda su cui si costruisce gran parte del carnevale narra che Violetta, la figlia di un mugnaio promessa sposa a Toniotto, si ribellò alle pretese del feudatario che reclamava il diritto allo jus primae noctis. Fingendo di accettare l'invito dopo essersi recata nel castello di San Maurizio uccise il tiranno con un pugnale che aveva nascosto tra i capelli e diede il segnale al popolo che si sollevò contro i nobili. La spada con l'arancia posta nella sua sommità vuole rievocare la testa del tiranno ucciso. Lo Storico Carnevale di Ivrea è un evento unico, riconosciuto come manifestazione italiana di rilevanza internazionale, fin dal 1956.

5 – Il palazzo che ‘scrive’: A Ivrea c’è un palazzo a forma di macchina da scrivere. Si chiana La Serra e, inizialmente conteneva al suo interno un caratteristico albergo, dove ogni "tasto da scrivere" rappresentava una camera dell’hotel. Nell'edificio erano presenti anche una sala conferenze e una piscina, ma nel tempo l'albergo è stato trasformato in miniappartamenti e la sala conferenze in cinema.

6 – Il cinema antico: Costruito nel 1910, il cinema Giuseppe Boaro è uno dei primi in assoluto in Italia. È situato quasi all'entrata di Via Palestro, la via principale del centro storico. Il cinema, ampiamente ristrutturato e ammodernato, è tuttora attivo ed ospita l'unica sala per proiezioni 3D della città.

7 – La comunità ebraica: Ivrea è dal XV secolo sede di una piccola ma significativa comunità ebraica. A testimonianza della sua storia rimangono la sinagoga ottocentesca e il cimitero ebraico di via Mulini.

8 – L’Università per la terza età: Su iniziativa di alcuni cittadini è nata l'"Università popolare della terza età e dell'educazione permanente (UNI3Ivrea)". Sorta da oltre 30 anni, ha una notevole offerta di corsi e conta al momento circa 1500 iscritti e propone circa 80 corsi articolati su più livelli.

9 – I cittadini si muovono con Jungo: Oltre al car-sharing  al bikesharing, Ivrea propone il Jungo, già diffuso a Rimini, Trento e in provincia di Bergamo L’idea che sta alla base di Jungo è incoraggiare e incentivare gli automobilisti in movimento ad imbarcare le persone che vanno nella stessa direzione, garantendo massima sicurezza, economicità e una precisa regolamentazione nell'utilizzo del servizio; ogni aderente al sistema è munito di una "card" personale da esibire al posto del "classico" pollice alzato di autostop: l'esibizione della card, rilasciata dopo apposita registrazione e previa verifica da parte dell'organizzazione dei requisiti richiesti, permette all'automobilista (non necessariamente iscritto al sistema) di riconoscere lo "jongonauta" e di accostare volentieri perché garantito in termini di sicurezza.

10 – Vicina agli immigrati: Il Comune di Ivrea svolge da anni un servizio di orientamento, informazione, accoglienza, e sostegno all'integrazione a favore di immigrati comunitari ed extracomunitari. In particolare, la gamma di servizi pensati e realizzati per i cittadini immigrati (comunitari ed extra UE) e per le loro famiglie, si pone la finalità di favorire il godimento dei diritti civili, di rimuovere gli ostacoli di natura sociale e culturale che impediscono il pieno inserimento di questi cittadini nel territorio comunale.

 

Ieri i due principali rami della famiglia Rothschild hanno raggiunto un importante accordo sul nome delle rispettive ditte. Dietro questa intesa c'è una storia di soldi e potere lunga quasi tre secoli, un intricato, leggendario e spesso segreto racconto, che è tutt'uno con la storia della finanza europea e mondiale. 

Lo storico logo, uno scudo rosso con l'aquila romana

Nel 1743, cinquant'anni dopo che la Banca d'Inghilterra ha aperto i battenti, un mercante e cambiavalute di nome Amschel Moses Bauer, un ebreo tedesco con la passione per i prestiti, fonda nella Jugengasse, la via che raccoglie il ghetto ebraico di Francoforte, una ditta di contabilità. Sull'entrata del negozio colloca un'insegna con un'aquila romana su uno scudo rosso, che diventa l'emblema, oggi diremmo il logo, dei Bauer, una famiglia che è tutt'uno con la sua attività: la ditta dallo Scudo Rosso, in tedesco Rothschild. Nasce così il nome della dinastia di banchieri più famosa e potente del mondo.

I banchieri che fomentano guerre

Il motto di famiglia lo conia il figlio maggiore del capostipite, Mayer Amschel (1744-1812), che non si chiama più Bauer ma di cognome fa Rothschild: "La nostra politica è quella di fomentare le guerre, dirigendole in modo che tutte le Nazioni coinvolte sprofondino sempre più nel loro debito e quindi sempre più in nostro potere". Mayer Amschel eredita la ditta nel 1755, alla morte del padre. È lui il vero fondatore dell'impero, esce dal ghetto, crea una banca ad Hannover, il cui principale cliente è il principe ereditario dell'Assia, che diventerà degli uomini più ricchi del Vecchio Continente. 

Cinque fratelli alla conquista dell'Europa

Mayer Amschel è un collezionista di monete rare, sposa una ricca ereditiera, da cui ha 10 figli, di cui 5 maschi. Il maggiore, Amschel, rimane a Francoforte. Gli altri quattro vengono inviati come emissari nelle principali capitali d'Europa, per conquistarle finanziariamente, fondando gli altri rami dell'impresa: Nathan, il più famoso (1777-1836), è inviato a Londra nel 1798, Solomon (1774-1855) va a Vienna, Carlmann (1788-1855) a Napoli e Jakob (1792-1868), il più giovane, va a Parigi nel 1811. I fratelli Rothschild si scambiano favori e informazioni e, nell'arco di meno di mezzo secolo, a partire dagli inizi dell'800, si espandono su scala internazionale e moltiplicano il capitale, passando dai 3 milioni di franchi del 1812 agli oltre 100 milioni del 1825. La loro specialità è quella di muovere il denaro, non necessariamente il loro, soprattutto quello delle principali case regnanti, verso le attività più redditizie, che poi sono essenzialmente due: i prestiti a tasso elevato diretti alle nazioni che intendono entrare in guerra e i titoli del debito pubblico ad alto rendimento acquistati dai Paesi che, usciti dalla guerra, si apprestano alla ricostruzione.

Per l'alta finanza è dunque essenziale sapere, prima degli altri, chi vuole la guerra e poi, ripristinata la pace, quando si comincerà a ricostruire. A questo servono i legami familiari dei Rothschild, che si scambiano informazioni e stringono saldi rapporti con le grandi case reali che governano le sorti dell'Europa. In tal modo riescono a prevenire e influenzare gli eventi, giocando sullo scacchiere politico e intascando profitti stratosferici.

Nathan, il creditore di Napoleone e Wellington

Nel 1823 diventano Guardiatesori del Vaticano, ma il posto chiave per le sorti della dinastia è quello che ricopre Nathan a Londra durante le guerre napoleoniche. A soli 21 anni, Nathan è inviato dal padre a Manchester, che è il cuore della rivoluzione industriale britannica. Nathan dispone di un cospicuo capitale, che presta ai magnati dell'industria tessile. A 27 anni si sposta a Londra, dove fonda una banca e investe nella City, specializzandosi in prestiti di guerra e in titoli di Stato. Presta soldi a tutti, compresa la Francia di Napoleone, anche se il suo 'core business' è il finanziamento dell'Inghilterra e dei suoi Stati satelliti. Nathan diventa l'uomo di fiducia del duca di Wellington, l'artefice della vittoria su Napoleone e Waterloo.

La leggenda del banchiere che speculò su Waterloo

Per conto di Londra, Nathan dirige gli aiuti agli Stati alleati, cioè controlla spedizionieri, corrieri e diligenze che trasportano in gran segreto per l'Europa i traffici d'oro che servono a finanziare gli eserciti. Può contare sulla rete di informazione di famiglia, che funziona meglio di un servizio segreto. A questo proposito gira una storia, che forse non corrisponde del tutto a verità, oppure è vera, o semplicemente è stata esagerata, non si sa, ma che merita di essere raccontata per dare l'idea dell'alone leggendario che circonda i Rothschild. Si narra che nel 1815 Nathan avrebbe assistito personalmente alla vittoria di Wellington a Waterloo. Per sfruttarla economicamente, avrebbe intrapreso un viaggio pazzesco, via nave, facendosi trasportare da un peschereccio sul mare in tempesta. Così sarebbe riuscito a tornare a Londra il 21 giugno, 24 ore prima che la notizia diventasse di dominio pubblico e, diabolicamente, l'avrebbe trasformata in oro colato. In che modo?

Si racconta che l'avrebbe fatto con un'operazione a cavallo tra insider trading e 'fake news', cioè diffondendo la voce che a Waterloo avesse vinto Napoleone e iniziando lui stesso a vendere i titoli del debito pubblico inglese in suo possesso, per provocarne il crollo in Borsa. Nel frattempo, in gran segreto, avrebbe ordinato ai suoi agenti di ricomprarli a prezzi stracciati, prima che la notizia della vittoria di Wellington si diffondesse e che il valore di quei titoli andasse alle stelle. Vero, falso? Impossibile dirlo, sicuramente Nathan non era a Waterloo quel giorno, anche se poteva avvalersi di una formidabile rete di corrieri e delle confidenze degli agenti di Wellington, cioè di un servizio informazioni senza pari per l'epoca. Sta di fatto che la speculazione sui titoli inglesi è avvenuta e ha ulteriormente arricchito i Rothschild, anche se nessuno ha mai potuto consultare i loro archivi e le operazioni finanziarie di questa dinastia sono sempre rimaste avvolte nel mistero, contribuendo ad alimentare il mito dei banchieri ebrei, plutocrati, padroni del mondo, geni del male e cosmopoliti affamatori di Nazioni e di popoli. Nel 1825 Nathan Rothschild è riuscito ad aumentare di 2.500 volte la somma iniziale affidatagli dal padre e ha abbastanza soldi da finanziare la Banca d'Inghilterra, evitando che scoppi una crisi di liquidità.

Le fortune degli altri rami di famiglia

Il ramo austriaco della famiglia è quello creato da Salomon, che diventa il braccio finanziario di Metternich, ottiene nel 1820 un titolo nobiliare, cioè il diritto di usare il 'von' prima del cognome e fa un sacco di soldi investendo in miniere e ferrovie. A Napoli Carlmann, ovvero Carl, diventa il finanziatore dei Borbone, dei Granduchi di Toscana e del Papa, poi si trasferisce in Spagna, dove questo ramo della famiglia ben presto si eclissa. In compenso ci pensa Jacob, da Parigi, a tenere alte le sorti della famiglia, fondando la Rothschild Frére, con gli altri tre fratelli maggiori come partner e Re Leopoldo del Belgio e Re Luigi Filippo di Francia come principali clienti. Nel 1850 Jacob dispone di un patrimonio di 600 milioni di franchi, cioè 150 milioni in più di tutti gli altri banchieri francesi messi insieme.

I primi finanziatori degli Stati Uniti d'America

L'ammontare strepitoso della fortuna dei Rothschild si presta a far lievitare leggende e teorie cospiratorie sul loro conto. Si dice che Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, ministro del Tesoro di George Washington e fondatore della prima banca federale Usa, sia stato un loro agente. Impossibile dimostrarlo, sta di fatto che la First Bank of the United States, fondata nel 1791, fortemente avversata da Thomas Jefferson e dotata di un mandato ventennale, era effettivamente un'emanazione della finanza internazionale. Non è escluso che tra i finanziatori della First Bank ci fossero anche i Rothschild, i quali contribuirono così alla creazione del debito pubblico Usa, schierandosi tra le banche che prestarono alla neonata banca centrale statunitense i soldi che le servivano per garantire le prime emissioni di bond governativi Usa, cioè i titoli del debito pubblico coi quali finanziare le attività del nuovo Stato federale, creare un esercito nazionale e ripagare i debiti dei singoli Stati.

"Datemi una moneta e me ne infischio delle leggi"

La banca centrale Usa aveva anche il potere di stampare moneta e questo spiegherebbe la famosa frase del vecchio, Mayer Amschel Rothschild, il quale disse: "Datemi il controllo sulla valuta di una Nazione e me ne infischio di chi fa le leggi". Per circa un secolo i Rothschild sono la famiglia più ricca e più potente del mondo e per la comunità ebraica internazionale rappresentano quanto di più simile ci possa essere a una famiglia reale. Come tutti i reali tendono a sposarsi tra di loro, hanno residenze sontuose, si circondano di preziose quadrerie, di oggetti rari e preziosi, frequentano principi e capi di Stato, sono filantropi. La famiglia tocca l'apogeo intorno al 1850, quando la seconda generazione è ancora in vita.

Con il telegrafo inizia la decadenza

Tuttavia, già nel 1851 Jacob Rothschild si lamenta che con l'invenzione del telegrafo "chiunque ha accesso alle notizie", una merce che fino a quel momento la sua famiglia aveva quasi completamente monopolizzato. Con la terza generazione inizia la decadenza, che con la quarta si accentua. I cinque rami della ditta ormai non marciano più all'unisono, mentre sui membri della famiglia piovono riconoscimenti. Lionel Rothschild (1808-79), figlio di Nathan, è il primo ebreo praticante a sedersi come membro del Parlamento britannico, mentre suo figlio Nathaniel (1840- 1915), detto Natty, è il primo ebreo a sedere alla Camera dei Lord. Entrambi sono pari del Regno, frequentano la corte, Natty è amico intimo del principe di Galles, il futuro Edoardo IV, figlio della regina Vittoria. I Rothschild sono ricchissimi, mondani, sfavillanti ma il loro prestigio sulla scena finanziaria si va indebolendo. Nel 1914 il grande banchiere americano John Pierpoint Morgan ha ormai eclissato il primato dei Rothschild, che si defilano, perdono la ribalta. Insomma, diventa una storia minore. L'ultimo capitolo è quello scritto ieri dai due rami della dinastia, rappresentanti dalla Edmond Rothschild e dalla Rothschild & Co, a capo della quale si è da poco insediato Alexandre de Rothschild, il primo banchiere della settima generazione. 

Al museo PALP di Pontedera, dal primo al 31 luglio 2018, il calcio diventa una mostra pop. 'Tutte le Maglie del Mondo' esporrà le 211 divise ufficiali delle nazionali del pallone, tutte realmente indossate in partite ufficiali. Un allestimento ideato dall'architetto Luca Doveri, che cura l'intera operazione con la media partnership del quotidiano Il Tirreno.

"Tutte le maglie del mondo" è la collezione speciale di Simone Panizzi, livornese di 35 anni. Una raccolta completa, realizzata in 5 anni e riconosciuta dalla Fifa. Le maglie e le loro storie, maxi foto d'autore, video originali e tecniche modernissime di realtà aumentata, che faranno "vivere" le divise sui telefonini dei visitatori, con rotazioni sorprendenti e schede approfondite, grazie al lavoro del Visual Lab del gruppo Gedi. Nell'ambito della rassegna, ci saranno tutte le protagoniste di Russia 2018 ma anche maglie di altri mondi: isole-stato caraibiche, minuscole terre sull'Himalaya, partite che non vedrete mai in tv.

Fuori dal palazzo, un monumentale "vortice del calcio" ideato da Luca Doveri rappresenterà la passione planetaria. All'interno le maglie saranno indossate da manichini giganti. La mostra vivrà anche in altri ambienti. A Peccioli, nello scenario emozionante dell'Anfiteatro Fonte Mazzola, Federico Buffa il 4 luglio racconterà "Il rigore che non c'era"; Carolina Morace il 9 luglio sarà ospite di un talk-show. Ingresso libero per entrambi gli appuntamenti. Il Palp avrà ospiti illustri come Totò Di Natale e tanti altri personaggi; ma sarà anche la casa dei bambini, dei rappresentanti delle comunità straniere e degli appassionati di Subbuteo che organizzeranno tornei e dimostrazioni.

"L'idea nasce dalla visione del calcio come passione che unisce i popoli. Una forza centripeta che fa in modo che le persone ruotino intorno a questo sport, come in un vortice. Da qui l'idea di usare come simbolo il vortice e rappresentarlo come una scultura alta cinque metri fatta con dei tubi in pvc", spiega Doberi, "Con gli stessi tubi in pvc abbiamo creato una serie di silouette umane che rappresentano delle scene calcistiche e che indossano le 211 maglie". "Quando ho ricevuto anche l'ultima maglia mi sono chiesto: e adesso come posso condividere con gli altri la mia passione?", racconta Panizzi, "per questo sono contento di questa opportunità, è la prima volta che potrò vedere tutte le maglie esposte. Per di più in un museo. Ogni maglia, poi, racconta una storia speciale. Il racconto di come sono riuscito, entrando in contatto con dirigenti, allenatori, calciatori e collezionisti di tutto il mondo a portare a termine qualcosa di unico".

 

L’edizione 2018 del RomAfrica Film Festival (Raff) verrà inaugurata il 18 luglio con una giornata dedicata all’eroe della lotta all’apartheid in Sudafrica, Nelson Mandela, proprio nel giorno in cui ricorrerà il centenario della sua nascita, il 18 luglio 1918. Un altro omaggio andrà al regista del Burkina Faso, Idrissa Ouédraogo, deceduto lo scorso febbraio, figura emblematica dell’arte e la creatività del continente ricco di risorse, non solo minerarie.

“L’obiettivo del Raff è quello di presentare il continente africano attraverso la produzione cinematografica del continente e della sua diaspora. Il cinema come strumento per raccontare gli aspetti meno conosciuti dell’Africa, le sue potenzialità, le sue contraddizioni anche. Non solo storie di crisi, conflitti, fame e malattie, ma storie di un’Africa che si sta sviluppando, sta crescendo e offre opportunità interessanti di affari e collaborazione anche per l’Italia. Un’altra narrazione che qui stenta ancora a venire fuori” dicono all’Agi Gianfranco Belgrano e Massimo Zaurrini, responsabili della direzione editoriale del festival.

Pura energia

La quarta edizione del Raff si articolerà in una serie di appuntamenti istituzionali e quattro giornate di proiezioni pomeridiane e serali alla Casa del Cinema di Villa Borghese, con accesso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Una ricca programmazione di film firmati da registi africani e ampio spazio ai giovani africani della diaspora.

“Non è un caso che il tema scelto per questa edizione sia ‘Pura energia’, nella sua accezione più ampia” sottolineano gli altri organizzatori del festival, il direttore generale Domenico Petrolo, il direttore artistico Antonio Flamini e il presidente del Raff, Cléophas Adrien Dioma dell’associazione culturale partner ‘Le Réseau’. Un’energia che verrà fuori sia attraverso una selezione di corti, lungometraggi e documentari realizzati da giovani africani sia attraverso una vetrina dedicata a giovani italiani appartenenti alla seconda generazione di origine africana (G2), con un concorso a loro dedicato.

Origini africane, identità italiana

“Mostrare una realtà ancora oggi poco conosciuta attraverso gli occhi di coloro che hanno un legame di sangue con l’Africa, ma che allo stesso tempo sono e si sentono italiani” è un’altra delle sfide che il RomAfrica Film Festival si pone quest’anno. “Scopo dell’iniziativa – sottolineano i promotori del Raff – è individuare giovani film maker di origine africana e dare visibilità alle seconde generazioni di origine africana e a un concetto di cittadinanza e di appartenenza all’Italia che stia veramente al passo con i tempi”. 

Una giuria sceglierà le opere migliori tra cortometraggi e documentari, da inviare agli organizzatori entro il 30 giugno. Le prime tre opere giudicate migliori saranno proiettate nella giornata conclusiva del Festival e per gli autori ci sarà un riconoscimento speciale messo a disposizione dalla Rai.

La Radio Televisione Italiana, che anche quest’anno sosterrà il Raff, darà l’opportunità di trascorrere alcune giornate a diretto contatto con tutta la realtà produttiva e creativa dell’azienda, nell’ambito dell’iniziativa Rai Porte Aperte; anche grazie alla disponibilità della struttura Direzione Creativa/Promozione e Immagine, i vincitori potranno partecipare al ‘Making of’ di uno spot tv.

Il Raff è un progetto di Internationalia, Itale20, Le Reseau, Nina International ed è promosso da Eni; gode del Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, della Regione Lazio e del Comune di Roma – Assessorato alla Crescita Culturale; i media partner sono RAI – Radio Televisione Italiana e Agi – Agenzia Italia. 

 

 

Con la sua Osteria Francescana, Massimo Bottura siede per la seconda volta sul tetto del mondo della ristorazione internazionale. Il suo ristorante di soli 12 coperti al centro di Modena è il più buono al mondo, tanto da piazzarsi di nuovo al primo posto – dopo due anni dal primo riconoscimento – nella lista The World's 50 Best Restaurans. La cerimonia per la consegna degli Oscar della cucina si è tenuta al Palacio Euskalduna di Bilbao. "Il mio ringraziamento va a tutta la mia squadra, ma il primo pensiero va ai Refettori, al progetto che stiamo portando avanti, alla lotta per una cucina più solidale”. Il riferimento è alla fondazione Food for Soul per 'mense comunitarie' che servono pasti a senzatetto e a persone in condizioni di vulnerabilità. Poi Bottura ha continuato: “È una delle emozioni più grandi della mia vita perché vincere una seconda volta è più difficile della prima. Questo riconoscimento non è solo mio ma è una vittoria di tutti. Dieci anni fa non avrei mai immaginato tutto questo: oggi siamo una comunità incredibile di chef e abbiamo a disposizione una gran voce per dimostrare di essere molto più della somma delle nostre ricette. Siamo tutti parte della stessa rivoluzione e insieme possiamo guidare il cambiamento e costruire un mondo migliore. La cultura sarà il più importante ingrediente del futuro”.

Nascita di un sogno

Quello tra Bottura e Modena è un legame a doppio filo che arricchisce l’uno e l’altra. Lo stesso chef ama presentarsi in questo modo: “Sono uno chef italiano nato a Modena. Sono cresciuto sotto al tavolo dove mia nonna Ancella tirava la sfoglia. Il mio sogno è cominciato lì. L’ispirazione viene dal mondo che mi circonda: dall’arte alla musica, dal cibo buono alle macchine veloci”. Ed è per questo che nel menù dello chef stellato non mancano mai i prodotti tipici della sua terra, come il prosciutto, il parmigiano. Ma sotto forma di spuma. Dal canto suo Modena è ben consapevole del fatto che Bottura è uno dei migliori ambasciatori della città nel mondo. Nel 2011, in occasione del premio miglior chef assegnato da Gran Prix de l'Art de la Cuisine dall'Académie Internationale de la Gastronomie, l’allora sindaco della città Giorgio Pighi disse: “Massimo Bottura è interprete straordinario dello spirito modenese, ricercatore appassionato, sintesi di tradizione e innovazione, ma soprattutto creatore ispirato di suggestioni e di emozioni. Risultato raggiungibile solo a una condizione, che appartiene storicamente alle donne ed agli uomini di questa città, e che Bottura ha saputo testimoniare mirabilmente: l'amore per il proprio lavoro”. Poi continuò: “Possiamo considerarlo, con riconoscenza, tra i grandi ambasciatori di Modena nel mondo, profondamente legato al territorio di cui interpreta i saperi della cucina in chiave creativa e artistica, contribuendo in modo ineguagliabile a dare notorietà alla nostra città e a consolidare la felice associazione tra Modena ed i simboli dell’eccellenza”. Della stessa opinione è anche l’attuale sindaco, Gian Carlo Muzzarelli, che ieri, subito dopo il riconoscimento ha scritto un post su Facebook per complimentarsi.

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Quanto costa mangiare all’Osteria

Quanto ai prezzi, non sono ovviamente da osteria. Se volete essere ospiti di Bottura (e del suo braccio destro: la moglie Lara Gilmore) considerate di spendere sui 400 euro a testa: il menù con 10 degustazioni – un pranzo dura in media tre ore – costa 250 euro, cui va aggiunta la selezione di vini da 140 euro. Ma se pensate che il prezzo scoraggi il cliente dal palato curioso, sbagliate di grosso. La lista delle prenotazioni è molto lunga e per poter bloccare un tavolo bisogna riuscire a prendere la linea all’apertura delle prenotazioni che avviene alle ore 10:00 di ogni primo giorno del mese per il terzo mese successivo.

Ma quanto vale?

Il ristorante di Modena, insieme ad altri sette italiani, è un tre stelle Michelin. Quanto vale non è dato saperlo, ma è noto l’equivalente in termini di fatturato del massimo riconoscimento gastronomico. La società di ricerca Jfc – riporta il Sole24Ore – ha stimato che nel 2017 il giro d’affari complessivo 2017 dei ristoranti stellati è di circa 400 milioni di euro, cifra in aumento rispetto all’anno precedente +10,3%. La stessa società di analisi ha calcolato anche che ottenere una stella Michelin significa per un ristorante raddoppiare il fatturato (+53,2%). “L’ottenimento della prima stella – spiega l’analista Massimo Ferruzzi – vale mediamente 212mila euro; per i ristoranti che invece fanno il salto alla seconda stella l’incremento del giro d'affari è circa +18,7%. Mentre quando si passa da due a tre stelle il fatturato dell'impresa ristorativa sale del 25,6%”. Ogni chef stellato ha in media oltre 6.300 clienti in un anno e genera sul territorio circostante la sede del ristorante, meta di turisti del gusto, 2.770 pernottamenti annui.

E’ ancora il Massachusetts Institute of Technology (MIT) la migliore università al mondo. L’ateneo conferma per il settimo anno consecutivo il suo primato nella classifica stilata dal QS World University Ranking. Secondo QS Quacquarelli Symonds, società globale di consulenza specializzata nell’analisi del settore universitario, le prime quattro posizioni sono tutte a stelle strisce. Al quinto posto si piazza la britannica Oxford che supera per la prima volta Cambridge. Ma fanno bene anche le italiane: 21 università su 30 hanno guadagnato terreno rispetto allo scorso anno. Tuttavia il migliore ateneo, il Politecnico di Milano, si piazza solo al 156mo posto, nonostante una scalata di 14 posizioni.

Milano, Sant’Anna e Normale sul podio italiano

Tra le trenta università Italiane incluse nella classifica, 21 guadagnano terreno e nove lo perdono.Il Politecnico di Milano scala quattordici posizioni e raggiunge il 156mo posto, riconfermandosi la migliore università Italiana per il quarto anno consecutivo e ottenendo il proprio più alto posizionamento nei quindici anni dalla creazione del ranking. L’argento italiano va alla Scuola Superiore Sant’Anna Pisa (167esima), che balza in avanti di venticinque posizioni. Chiude il podio la Scuola Normale Superiore di Pisa che ne guadagna diciassette, piazzandosi al 175mo posto.

Anche l’Università degli Studi di Bologna sale di otto posizioni, e si classifica 180ma. Nella fascia Top 600, l’università italiana che cresce più significativamente rispetto allo scorso anno è l’ Università degli Studi di Padova (249ma) che, con un salto di 47 posizioni, è tra migliori 250 al mondo. Una nota particolare merita il Politecnico di Torino (387mo), che perde ottanta posizioni per un declino in cinque dei sei indicatori. In realtà, la discesa è stata in gran parte determinata dall’avere incluso per la prima volta, nel conto del personale docente, gli Assegnisti di Ricerca, adeguandosi alla definizione di QS del “full-time equivalent staff”. “Quest’anno – ha commentato Ben Sowter, Direttore del Dipartimento di Ricerca di QS – 24 Università italiane su 30 migliorano nella considerazione della comunità accademica internazionale. E 25 migliorano nel criterio che misura l’impatto della ricerca. Sono trend positivi, specialmente considerando la competitività globale che cresce incessantemente. Se si considerano i singoli indicatori, le vostre università compaiono tra le prime cento in otto occasioni”.

Italia quarta tra le europee

Forse a livello mondiale non primeggerà, ma tra le europee l’Italia è quarta per numero totale di università incluse nella classifica. Per numero di università tra le prime 200 al mondo, l’Italia è settima, a pari merito con il Belgio, tra le nazioni Europee, dopo Regno Unito, Germania, Olanda, Svizzera, Francia e Svezia. In assoluto è la Gran Bretagna a vantare più atenei in classifica, con due tra i primi 5 posti e 8 nella top 50. Seguono la Germania con 45 e la Francia con 30. Dopo l’Italia si piazza la Russia a chiudere la cinquina con 27 atenei in graduatoria.

Bologna e Sapienza le più apprezzate dagli accademici stranieri

Lo studio tiene conto di 4 diversi indicatori:

  • ·Academic Reputation
  • Employer Reputation
  • Faculty/Student Ratio
  • Citations per Faculty

L’indicatore “Academic Reputation”: si basa sulle opinioni di 83.877 accademici e ricercatori universitari internazionali ai quali è stato chiesto di indicare le migliori università, escluse quella per la quale lavorano. Questo criterio contribuisce per il 40% al punteggio globale. In base a questi criteri, l’Università di Bologna è l’ateneo italiano preferito dalla comunità accademica internazionale, ottenendo il 77mo posto al mondo, seguita da Sapienza – Università di Roma all’82mo posto. Altre quattro università si posizionano tra le prime duecento in questo importante indicatore (Politecnico di Milano 121mo, Università degli Studi di Padova 141mo, Università degli Studi di Milano 171mo, Università degli Studi di Pisa 195mo) .

L’indicatore “Employer Reputation”: si basa sulle opinioni di 42.862 datori di lavoro, responsabili delle risorse umane e manager ai quali è stato chiesto di indicare le università che producono i migliori laureati, secondo la propria esperienza. Questo criterio contribuisce per il 10% al punteggio globale. In questo contesto emerge l’Università Bocconi, la preferita dai recruiter internazionali, ottenendo il 52° posto in questo indicatore. Bocconi è considerata una Università specialistica e in quanto tale, compare in alcuni indicatori ma non nella classifica globale, che include solo università attive in almeno due macro-aree di studio e ricerca. Segue il Politecnico di Milano al 55mo posto. Distanziati, troviamo il Politecnico di Torino al 153° posto, L’Università Cattolica del Sacro Cuore al 163° e L’Università di Bologna al 169°. In questo indicatore, solo L’ Università degli Studi di Padova (260^) cresce rispetto allo scorso anno mentre tutte le altre perdono terreno.

L’indicatore “Faculty/Student Ratio”: misura la quantità di docenti rispetto al numero di studenti. L’Italia è tra i Paesi con la peggiore performance in questo criterio, che determina il 20% del punteggio totale. A parte due notevoli eccezioni, la Scuola Normale Superiore di Pisa, 34^ al mondo, e la Scuola Superiore Sant’Anna Pisa, 68ma, tutte le altre si posizionano nella fascia 600 e oltre. In questo indicatore, l’Italia è fortemente penalizzata.

L’indicatore “Citations per Faculty”: misura la quantità di citazioni nelle pubblicazioni scientifiche indicizzate dalla banca dati bibliometrica Scopus/Elsevier rispetto al numero di docenti e ricercatori, per il periodo 2012-2017. Questo criterio determina il 20% del punteggio totale. In questo criterio, la Scuola Superiore Sant’Anna Pisa (18ma) si posiziona tra le prime venti al mondo seguita dalla la Scuola Normale Superiore di Pisa al 59mo posto. Il bronzo tra le Italiane v all’Università degli Studi di Ferrara, 178ma, seguono Politecnico di Milano al 190° posto, e all’Università degli Studi Milano-Bicocca al 193ma. L’Università degli Studi di Brescia si colloca appena fuori le Top 200, posizionandosi 203ma.

Un progetto innovativo di valorizzazione del territorio e di integrazione sociale e lavorativa per creare una nuova linea di prodotti d’abbigliamento e accessori legata al viaggio, nata dall’incontro tra le giovani donne vittime di violenza e sfruttamento e il mondo della scuola, con il supporto di artisti, professionisti della moda e della comunicazione è stato presentato da Beawarenow e dall'Ambasciata degli Stati Uniti.

'Journey with new hope', creato in collaborazione con il Centro d'accoglienza "Casa Rut", è stato realizzato a Caserta ed è un progetto di empowerment femminile realizzato grazie al contributo di Gucci attraverso l’iniziativa “Gucci Up” un programma virtuoso che attraverso il recupero e valorizzazione degli scarti di produzione supporta progetti sociali, rivolti alla formazione e al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate sul territorio.

'Journey with new hope' è stato illustrato durtante un dibattito con la senatrice Valeria Fedeli, Tiziana Bartolini, direttrice di "Noi Donne", Blessing Okeidon, testimone e autrice del libro “Il coraggio della libertà”, Suor Rita Giarretta, responsabile del Centro di Accoglienza “Casa Rut” e Gloria Berbena, Ministro Consigliere per gli Affari Pubblici dell'Ambasciata degli Stati Uniti.

L’Angelo Azzurro Onlus apre le porte della sua sede romana per una nuova tappa del progetto A-Head, ospitando la mostra personale dell’artista cosentino Gianfranco Grosso, “Poeta in Pittura” come lo ha definito il cronista d’arte e poeta americano Alan Jones.

L’opening della mostra è il 7 giugno alle ore 19 nella sede dell’Associazione in Piazzale delle Provincie 19 e con questa occasione la Onlus vuole riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la lotta contro lo stigma della malattia mentale, e quindi l’innovativa Legge 180, o Legge Basaglia, della quale quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario.

Emblematico il titolo della mostra di Grosso: “Vero/falso… Eros è la Vita… Metafisico è il viaggio”.

“Vero o Falso? Poiché non godiamo di certezze circa il mondo esterno alla mente. Lo spettatore viene così invitato a impegnarsi con tutte le sue forze nel superamento della visione parziale, il punto di vista di puro istinto, per guadagnare una prospettiva più meditativa e per niente superficiale. Partendo da questo presupposto l’artista inizia il suo viaggio metafisico”.

Con il progetto A-Head – il quale prevede altri eventi che si svolgeranno tra settembre e ottobre – l’associazione “Angelo Azzurro” mira a sviluppare un percorso ermeneutico e conoscitivo delle malattie mentali attraverso l’arte, un mezzo privilegiato per meglio interpretare la fragilità e la complessità umana.

Nell’ambito del progetto A-Head la Onlus “Angelo Azzurro” espone anche altre opere in collezione permanente realizzate da artisti partner, sostenitori dell’associazione, come Luca Guatelli, Barbara Salvucci e Giovanni Calemma. L’Associazione ospita inoltre una selezione di lavori tratti dal progetto “Uno sguardo nuovo”, realizzati dai pazienti, in collaborazione con gli artisti, durante i laboratori che la Onlus porta avanti dal 2009 accanto ai percorsi di psicoterapia tradizionali. In ognuna di queste occasioni le emozioni si trasformano in opere d’arte restituendo una diversa consapevolezza di sé ai pazienti che assumono per l’appunto “Uno sguardo nuovo”.