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Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che riguarda le fondazioni lirico sinfoniche. Secondo le prime informazioni, il decreto destina 19,4 milioni di euro provenienti dal gioco del Lotto alla tutela del patrimonio culturale e sblocca 15 milioni stanziati dalla Legge di stabilità 2019 per supportare le attività del Mibac.  

Il testo, si legge nel comunicato ufficiale, “mira, in particolare, ad assicurare il rilancio delle fondazioni lirico sinfoniche in termini di programmazione e di sviluppo, la prosecuzione delle loro attività istituzionali e il conseguente accrescimento dei settori economici connessi, adeguando il sistema legislativo nazionale relativo al lavoro a tempo determinato nelle fondazioni lirico sinfoniche, garantendo la tutela dei lavoratori del settore secondo il diritto dell’Unione europea”.

Accanto a tutto ciò, vengono anche introdotte alcune misure urgenti di semplificazione e sostegno per il settore cinema e audiovisivo. L’obiettivo è quello di rendere “più funzionali le modalità con cui i fornitori di servizi di media devono promuovere le opere europee e italiane e prorogando al 1 gennaio 2020 l’entrata in vigore dei nuovi obblighi”. In particolare, le modifiche riguardano la “definizione delle nuove aliquote degli obblighi di programmazione e di investimento in produzioni italiane relative alle emittenti televisive, in una misura compatibile con le prospettive economiche degli operatori”.

Tutto con un occhio al Made in Italy: “Si rafforzano le misure a sostegno delle opere di espressione originale italiana (che nel previgente sistema erano limitate alle sole opere cinematografiche) e a sostegno delle opere recenti, si rivedono gli obblighi in capo agli operatori on demand, con un maggior allineamento rispetto alle emittenti televisive “tradizionali” e si rafforza un sistema di flessibilità, senza rivedere, tuttavia, il nuovo e piu’ efficace sistema sanzionatorio”.

Il ministro Alberto Bonisoli ha poi voluto rimarcare le iniziative prese sulla questione contratti a termine a cui spesso viene fatto ricorso in maniera illimitata: “Abbiamo deciso di mettere ordine, estendendo anche a loro diritti e tutele in caso di assunzione a tempo determinato, prevedendo limiti precisi alla loro applicazione, per prevenire abusi ed evitare un ricorso ingiustificato a questo genere di contratti. In passato pure la Corte di Giustizia europea è intervenuta su questo tema con una sentenza definendo ‘il ricorso a questi contratti senza un termine massimo un abuso ai danni dei lavoratori’ proprio perché creava discriminazione rispetto all’uso consentito in altri settori di attività. Questa sera in Consiglio dei ministri abbiamo messo la parola fine a questa ingiustizia”

“Grazie all’approvazione del decreto Lirica, proposto dal Mibac – ha aggiunto il ministro – si impone per la prima volta un tetto massimo alla durata dei contratti a tempo determinato per il personale degli enti lirico-sinfonici. D’ora in avanti potranno essere stipulati per un massimo di 48 mesi, anche non continuativi. Si tratta – spiega ancora il ministro – di una deroga al decreto Dignità possibile per la peculiarità del lavoro svolto da violinisti, orchestrali, ballerini o fonici”. 

Il titolare del dicastero di via del Collegio Romano conclude con un “ringraziamento speciale a Luigi Di Maio e allo staff del ministero del Lavoro, ai consiglieri e allo staff del Mibac. È un risultato importante che rende giustizia ai lavoratori dimenticati per anni e che disciplina in modo omogeneo il ricorso ai contratti a tempo per la categoria, che dovrebbero essere un’eccezione non la regola o l’unica forma contrattuale con cui assumere il personale”.

Anche quest’anno, il sedicesimo consecutivo, è stata pubblicata dagli analisti di Quacquarelli Symonds la classifica delle migliori università del mondo. Per le italiane un risultato migliore rispetto ai precedenti rapporti. Come scrive Il Sole24 Ore, il Politecnico di Milano si posiziona per la prima volta tra i primi 150 atenei al mondo (149° posto, 7 posizioni in più rispetto allo scorso anno), confermandosi per il quinto anno consecutivo anche prima Università italiana e ottenendo in assoluto il proprio risultato migliore.  

Grande risultato anche per la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che è “la decima università al mondo per Citations per Faculty, l’indicatore che misura l’impatto della ricerca prodotta rispetto al numero di ricercatori”.

Per quanto riguarda l’estero il Massachusetts Institute of Technology (Mit) è nominato la migliore università del mondo per l’ottavo anno consecutivo e l’intero podio è occupato da realtà a stelle e strisce: in seconda posizione c’è la Stanford University e al terzo posto l’Università di Harvard. C’è da dire, comunque, che solo il 16% delle università americane hanno migliorato il loro status, è il minimo storico e la situazione crea qualche perplessità.

Effetto Brexit sulle università inglesi?

Grande rumore sta provocando nel Regno Unito la conferma di un trend negativo cominciato ormai tre anni fa da parte dell’università di Cambridge, stretta, come scrive The Guardian, nella morsa della Brexit. Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, ha detto al quotidiano inglese che la performance più debole del Regno Unito quest’anno non è stata una sorpresa: “Per decenni, l’istruzione superiore nel Regno Unito è stata una delle migliori esportazioni del paese nel mondo. Il settore ha prodotto una ricerca eccezionale, ha promosso l’insegnamento di livello mondiale, ha forgiato legami di trasformazione con l’industria e ha accolto milioni di giovani di talento”.

“Per garantire la continuità di questa situazione privilegiata è essenziale – prosegue Sowter –  che coloro che hanno il potere di farlo raddoppino gli sforzi per migliorare la capacità di insegnamento, raggiungere una chiara conclusione sullo status delle tasse degli studenti dell’UE post-Brexit e fare tutto il possibile per garantire che il Regno Unito resti parte dei quadri di collaborazione di ricerca dell’UE nel futuro”.  

Aminetou Ely, nominata Donna dell’anno, è nata in Mauritania, a Wad-Naga, il 31 dicembre 1956. Seppur costretta a sposarsi a soli 13 anni, fin dalla tenera età ha sempre lottato contro il matrimonio precoce e forzato, per i diritti delle donne e per la loro emancipazione. Le difficoltà l’hanno resa più forte e le hanno dato l’energia per ribellarsi, dapprima alla sua importante famiglia nobiliare che proviene da un “clan guerriero” con una visione feudale del ruolo della donna. Successivamente ha anche sfidato gli atteggiamenti patriarcali e le norme religiose e culturali che vedono le donne sottomesse, discriminate e trattate in modo inumano e degradante.

Nel 1999, in un momento di grande violenza, discriminazione, maltrattamento e schiavitù delle donne, Aminetou ha fondato l’Associazione delle Donne Capi Famiglia (AFCF), oggi attiva in tutto il territorio mauritano. Al centro della sua attività la lotta contro le violenze domestiche e sessuali, il lavoro delle minorenni, la schiavitù, il razzismo, l’esclusione, la tratta e il matrimonio precoce.

Oltre a tutelare diritti spesso negati, negli anni AFCF ha anche fondato cooperative e unioni di cooperative per combattere la povertà, assistere legalmente le donne vittime di abusi e di violenze e operare per l’alfabetizzazione, reinserendo le donne a scuola. In Mauritania la scolarizzazione femminile raggiunge l’80%, ma a causa dei matrimoni precoci e delle condizioni economiche catastrofiche delle famiglie le ragazze sono costrette a lasciare presto i banchi di scuole. Le donne rappresentano il 53% della popolazione, ma solo il 27% arriva alla scuola secondaria.

Attenta alla propria formazione culturale, sociale e legale, Aminetou ha invece conseguito numerosi titoli – di cui buona parte ottenuti negli ultimi anni –  che riguardano la schiavitù e l’accoglienza di donne e bambini migranti, consentendole di portare avanti con consapevolezza e determinazione la sua lotta per i diritti.

Ora punta ad un altro traguardo: favorire l’accesso delle donne al livello decisionale del suo Paese. In Mauritania ci sono stati progressi a livello di partecipazione alla politica, ma la situazione femminile continua a essere critica e priva dei diritti basilari per una vita dignitosa e rispettata.

La vita stessa di Aminetou è stata una continua denuncia della mancanza di emancipazione delle donne e delle minoranze, di cui ha pagato il prezzo sulla propria pelle. L’attivista è stata più volte arbitrariamente arrestata, detenuta ed esiliata. Nel 2014 è stata condannata per aver difeso il blogger Mohamed Cheikh Ould Mkheïtir, processato per apostasia e condannato a morte.

Le sue battaglie sono già stata premiate in diversi paesi e contesti. Nel 2006 Aminetou ha ricevuto il Premio dei diritti dell’Uomo della Repubblica francese; nel  2009 la Medaglia di Cavaliere della legione d’onore della Repubblica francese e il Premio Eroe dei diritti umani delle Nazioni Unite. Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio della Fondazione per le pari opportunità in Africa e nel 2016 il Premio “Terres des Hommes Espagne” per i diritti dei bambini.

L’ultimo riconoscimento l’attivista mauritana lo ha ottenuto a fine maggio in Italia, ad Aosta, dove ha vinto la XXI edizione del Premio internazionale “La Donna dell’Anno”, con un contributo economico di 20 mila euro che dovrà utilizzare per completare il progetto per cui è stata selezionata.

«Una bambina di dieci anni ha fatto una scelta, che non rinnegherà mai. Nessuno può fermare la sua lotta: né la sua famiglia, né i governi, né l’oscurantismo religioso. La resilienza di Aminetou è incisa nel suo codice genetico e si rinnova ad ogni suo respiro. Aminetou non ascolta l’eco delle tradizioni ataviche che consentono la schiavitù e le spose-bambine, ma soltanto i valori a cui dedica ogni istante della sua vita. Tanto che oggi quella bambina è diventata uno dei punti di riferimento per le donne della sua amata Mauritania». Questa la motivazione della giuria del premio promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con il Soroptimist International Club Valle d’Aosta, con il brand Donna Moderna in qualità di media partner e con il contributo della Fondazione CRT.

Nel cinquantesimo anniversario della missione spaziale Apollo 11, che il 20 luglio 1969 portò per la prima volta gli uomini sulla Luna, sugli scaffali delle librerie atterrano numerosi volumi contenenti storie a tematica lunare. Libri scientifici, saggi, romanzi, raccolte di racconti e fumetti, ce n’è per tutti i gusti e tutte le fasce di età per celebrare un momento storico della storia dell’umanità. Per gli appassionati e i curiosi sulle tracce di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins una selezione di opere da inserire nella vostra biblioteca personale e portare con voi in vacanza.

Libri di divulgazione scientifica

Tra le nuove proposte più stimolanti per un viaggio sulla Luna, “Conquistati dalla Luna. Storia di un’attrazione senza tempo” di Patrizia Caraveo, nella collana Scienza e Idee della Raffaello Cortina Editore. “Sulla Luna ci siamo stati, poi l’abbiamo abbandonata, ma il suo fascino non ha mai smesso di stregarci. Questo 2019, che segna il cinquantenario della “conquista” del nostro satellite, registra un vero rinascimento lunare e ci trova, ancora, tutti pazzi per la Luna. Ma è proprio vero che siamo stati noi umani a conquistare la Luna? Oppure è lei ad avere conquistato noi?” si interroga la Caraveo, astrofisica di fama mondiale (e collaboratrice di Agi.it), nella premessa del suo libro di divulgazione scientifica.

 Dopo avere toccato l’astronomia, la storia, l’arte e le esplorazioni fantastiche, l’autrice analizza il passo che 50 anni fa trasformò in realtà un sogno lungo secoli e con il quale la luna è diventata un perno del nostro immaginario collettivo.

Mezzo secolo dopo, cosa resta da quella conquista ma, soprattutto, perché non siamo mai più tornati sulla luna? La risposta è di disarmante semplicità. Per riuscire in grandi imprese spaziali occorrono fondi e supporto politico su tempi scala più lunghi di un ciclo presidenziale. Durante il progetto Apollo la molla era stata la gara con l’Unione Sovietica, che aveva iniziato alla grande la conquista dello spazio. Adesso è entrata in campo la Cina e si delinea una nuova sfida per quello che l’autrice chiama il rinascimento lunare.

Ma alla Luna guardano anche gli imprenditori alla ricerca del profitto spaziale. Nascerà un nuovo modello di business?  Intanto godiamoci i frutti delle tecnologie che sono figlie della corsa alla Luna. Lo sviluppo delle telecomunicazioni, la miniaturizzazione dell’elettronica, il potenziamento dei computer, il posizionamento globale derivano tutti da quel grande investimento in tecnologia che ha migliorato la qualità della nostra vita e ha dato impulso innovatore alle nostre economie

Dieci anni fa Piero Bianucci e Mario Di Martino hanno dedicato un titolo al nostro satellite: “Destinazione Luna. Dal primo sbarco dell’uomo alle future colonie” della Gruppo B edizioni, nella collana Anno Internazionale dell’Astronomia. Il 20 luglio 1969, Neil Armstrong e Edwin Aldrin sbarcavano sulla Luna. Altri dieci astronauti li hanno seguiti. Fino a quando, nel dicembre 1972, le missioni “Apollo” si sono concluse.

Ora sono i cinesi a puntare sul nostro satellite, e gli Stati Uniti hanno un piano che prevede la nascita di colonie lunari con fini scientifici nel 2020. Intanto, per preparare il ritorno, alcune sonde spaziali hanno approfondito lo studio geologico della Luna e forse hanno individuato una riserva di acqua ghiacciata. Passato e futuro dell’esplorazione del nostro satellite sono raccontati con particolari inediti da un giornalista che fu testimone del primo sbarco e da un astronomo specializzato nello studio dei pianetini. Aveva senso rischiare vite umane e spendere l’equivalente di 100 miliardi di dollari attuali per portare sulla Terra 380 chilogrammi di sassi lunari? Che cosa abbiamo imparato da quei viaggi sulla natura del nostro satellite e sulle origini del Sistema Solare? Perché una base lunare può essere utile alla scienza e servire da trampolino verso Marte? Sono alcuni degli interrogativi ai quali gli autori rispondo in questo libro. 

Qualche anno fa nel suo “Mai stati sulla luna?”, Umberto Visani indaga sui “Misteri e anomalie delle missioni Apollo”, edito da Rivoluzione (2012). Un saggio che analizza in maniera accurata e dettagliata i punti oscuri connessi alla recente storia del nostro satellite, esaminando le anomalie riscontrabili nelle fotografie dell’epoca e valutando i possibili scenari alternativi, da una ricostruzione in un set cinematografico al possibile ritocco di alcune fotografie al fine di nascondere qualcosa che non andava mostrato al pubblico.

Raccolte di racconti dedicati alla Luna 

Al capitolo delle novità editoriali non può mancare “Moon”, 11 racconti dell’antologia celebrativa della casa editrice Lisciani, curata da Divier Nelli (in libreria dal 17 giugno), autore di una delle storie spaziali. Un caleidoscopio narrativo in cui ciascun autore estrapola un dettaglio dell’evento, declinando in modo personalissimo e inimitabile. Racconti di fantascienza e fantasy, rivisitazioni più o meno fedeli della conquista del satellite, si alternano con incursioni nell’altra faccia della storia, quella che afferma non essere mai realmente avvenuto l’allunaggio, ma simulata in una ripresa cinematografica.

Il viaggio ha inizio con la prefazione di Tito Stagno, testimone e telecronista dello sbarco sul mare della Tranquillità, con parole brillanti e appassionanti. Il volume contiene ritagli di giornali dell’epoca e immagini fotografiche da repertorio, spulciate, previa ulteriore verifica, da album spesso taroccati. Tra invenzione e rigorosa attinenza alle fonti documentarie, il primo racconto firmato da Giulio Leoni torna sull’ostinazione di Neil Armstrong nel portare materialmente a compimento la missione che il governo Usa preferirebbe, per andare sul sicuro, affidare al grande Stanley Kubrick.

In questo viaggio tra sogno e fantascienza, ricordi e aspettative si susseguono le narrazioni di Monica Campolo, Stefano Fazzi, Leonardo Gori, Fabiana Catani, Giada Trebeschi, Paolo Miniussi, Vittorio Simonelli, Mariano Sabatini e Manuela Bertuccelli. Chiude l’antologia il racconta di Divier Nelli, riprendendo e congetture sottese da Leoni, con una seconda incursione nel cono d’ombra del sospetto, ormai leggenda metropolitana, che le riprese tv dell’allunaggio fossero un fake.

Un’altra raccolta di autori classici, invece, è quella pubblicata dalla Racconti Edizioni, “Viaggi sulla luna”, introdotta da una deliziosa copertina dal gusto vintage di disegnata da Andrea Bozzo. Fabrizio Farina – già curatore per Einaudi di “Viaggi nel tempo” e “Viaggi nello spazio” – ha messo insieme celebri storie brevi e piccole chicche per celebrare degnamente e letterariamente i 50 anni dall’allunaggio. “Viaggi sulla luna” propone un’antologia di grandi voci della fantascienza internazionale, tra cui J.G. Ballard, Arthur C. Clarke e Robert A. Heinlein, accanto ad autori italiani di grande letterarietà come Buzzati, Landolfi e Malerba. Scrittori così diversi si sono ritrovati in modi e tempi differenti a condividere un’unica fantasia e speranza: quella di atterrare, camminare e vivere sulla superficie lunare.

La Fallaci e la Luna

Fin da bambina lettrice appassionata dei capolavori di Jules Verne ed estimatrice da adulta dell’opera di un maestro della fantascienza come Ray Bradbury, di questa avventura letteraria sulla luna fa parte anche la giornalista-scrittrice Oriana Fallaci. Per comprendere a fondo l’esplorazione dell’universo, lo sbarco del primo uomo sulla Luna, la vita nel cosmo, negli anni ’60 non esitò a partire per gli Stati Uniti, inviata da “L’Europeo”, e a trascorrere lunghi periodi nel centro della Nasa a Houston e nella base di Cape Kennedy.

“Quel giorno sulla Luna” (BUR Biblioteca Univ. Rizzoli) racconta la sua esperienza: Oriana incontra gli astronauti, condivide la loro preparazione, segue i dettagli tecnici, discute con gli scienziati e i medici, espone i propri dubbi, sottolinea i rischi e rivela, anche con spirito critico, le difficoltà. Il materiale che raccoglie è sorprendente per ricchezza e completezza documentativa, per varietà di voci e punti di vista. Nel momento in cui il missile Saturno V si solleva, prevale l’emozione di poter vivere in diretta un avvenimento straordinario. 

Sempre sullo stesso tema lo scorso anno è uscito “La Luna di Oriana” (Ed. Rizzoli). Una raccolta di articoli in cui la Fallaci non racconta solo la Luna, ma quegli eroi dello spazio che furono suoi amici, le missioni indimenticabili, la speranza di trovare vita su Marte, così come avevano immaginato scrittori visionari prima che lo spazio, l’ultima frontiera, diventasse realmente raggiungibile. Una testimonianza sull’avventura più grande del secolo, narrata dalla viva voce di una donna che ne fu parte, e non solo come spettatrice.

Opere di fantascienza

In questa rassegna non poteva mancare “Luna nuova” (“New Moon”), la trilogia firmata dall’autore britannico Ian Mc Donald (Mondadori). Tre romanzi di fantascienza i cui diritti sono subito stati acquistati da Shane Brennan e dalla CBS Television Studios per produrre  la possibile serie. Ambientato sul satellite terrestre nel 2110, 60 anni dopo la colonizzazione e l’industrializzazione, racconta lo scontro tra cinque famiglie potenti e competitive, conosciute come i Cinque Draghi, che gestiscono le loro imprese commerciali con il pugno di ferro in una società quasi feudale.

La Luna, sotto il controllo dei Cinque Draghi, è una fonte importante di risorse preziose come l’elio-3, il carbonio, il ghiaccio e metalli rari che vengono esportati sulla Terra con grande profitto. Quaranta anni prima Adriana ha strappato il controllo del lucroso elio-3 dalle mani della Mackenzie Metal Corporation. Ora, sul finire della sua vita, Adriana trova la sua società, la Corta Helio, assediata dai nemici che si è fatta durante la sua ascesa. La famiglia Corta dovrà sopravvivere e i cinque figli di Adriana dovranno difendere l’impero creato dalla madre da tutti i nemici… e non solo.

Libri fotografici

Interessante connubio tra testo e fotografie è “Moonfire” (Taschen, collana Jumbo, 2010) di Norman Mailer, che fu testimone in diretta della storica missione sulla Luna. Dieci anni di test e di allenamenti, uno staff di oltre 400 persone fra ingegneri e scienziati, un budget di 24 mila miliardi di dollari e il razzo più potente mai lanciato. Norman Mailer ritrasse i mezzi, gli uomini e le atmosfere. Fu ingaggiato da Life per fare la cronaca dell’evento. La sua presentazione divisa in tre parti è stato il pezzo più lungo mai pubblicato dalla rivista.

Nel volume “Of a fire on the Moon” lo scrittore ha ampliato e arricchito il testo originario e Taschen ne presenta per la prima volta un estratto. Le fotografie invece sono le migliori dell’archivio della Nasa di varie riviste e di privati. Molte vengono pubblicate per la prima volta e documentano la vita all’interno del modulo spaziale, la scesa sulla Luna la reazione di gioia del mondo e il successo della missione. Le didascalie redatte da esperti dell’Apollo 11 spiegano la storia e i fatti scientifici dietro le immagini.

Se invece volete effettuare un viaggio solo fotografico esistono diversi volumi di pregio. Tra questi “Il nuovo atlante fotografico della luna”, a cura di Walter Ferreri, edizioni Gruppo B (2012). Tutta la superficie visibile della Luna in 44 tavole fotografiche di grande formato, più una tavola per il lato nascosto, tutte realizzate grazie alle riprese ad altissima risoluzione della sonda Lro della Nasa. Le riprese sono state elaborate per ottenere un’immagine completa della Luna come appare dalla Terra, ma con un’inclinazione dei raggi del Sole simile su tutta la superficie lunare per una visione ottimale. Le tavole sono accompagnate da mappe che mostrano le disposizioni delle formazioni più interessanti (crateri, mari, monti, solchi) e dalle descrizioni di oltre 330 formazioni.

Ci sono anche “I crateri della Luna – Foto, dati, mappe, consigli per osservarli” di Albino Carbognani, editore Sirio (2006).  Dopo il primo capitolo, un’introduzione alla Luna e alla sua geologia, seguono 100 schede, una per cratere, in cui vengono descritti quelli più interessanti. Ogni scheda è correlata da una mappa del globo lunare e da un’immagine dettagliata oltre ad una tabella in cui sono riportati i dati fisici del cratere, lo strumento minimo di osservazione necessario e il periodo di migliore osservabilità.

La Luna raccontata ai ragazzi, tra scienza e sogni 

Per i più piccoli e i ragazzi le proposte sono tante, dai libri classici a quelli usciti per celebrare l’importante ricorrenza del cinquantenario. Si può partire con “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne: un romanzo di fantascienza in cui il celebre autore anticipa le prime fasi dello storico allunaggio avvenuto realmente oltre 100 anni dopo. 

Christian Hill ha firmato per la Einaudi Ragazzi “1969 sbarco sulla luna – 50 anni dalla conquista”, con illustrazioni di Giovanni Pota, per i bambini dai 7 anni in su. In realtà si tratta di una edizione aggiornata di un primo libro intitolato “1969: il primo uomo sulla luna”, che narra i momenti più emozionanti della missione – dal suo febbrile sviluppo allo storico allunaggio, per finire sul pericoloso rientro sulla Terra – con la voce in diretta di uno dei tre astronauti dell’Apollo 11. 

“Voglio la luna” (Editoriale Scienza, 2019) è invece un libro di astronomia per bambini scritto a quattro mani dall’astronauta Umberto Guidoni e dal premio Andersen Andrea Valente, illustrato da Susy Zanella

L’astronauta canadese Chris Hadfield, che ha sognato di andare nello spazio dopo aver vista Amstrong mettere piede sulla luna, ha scritto un libro per bambini “Il giorno della luna” (ed. Il Castoro), con illustrazioni dei Fan Brothers. Una grande pagina della storia dell’umanità che Hadfield racconta attraverso la sua storia personale, quella di un bambino che sognava di diventare astronauta, lanciando messaggi positivi a tutti i lettori: il potere dei sogni quando sono perseguiti con costanza e passione e la possibilità di sconfiggere anche le paure più grandi. Le illustrazioni di Eric e Terry Fan mostrano invece il buio nelle sue diverse sfaccettature, che possono essere fonte di angoscia e di paure soprattutto per i piccoli, ma che possono anche rivelare diverse possibilità di esplorazione, come dimostrato appunto dagli astronauti dell’Apollo 11.

Il tribunale di Rimini ha dichiarato fallita la società Gruppo Cocoricò srl, non ammettendo la richiesta di concordato preventivo con riserva di inizio anno. Si spegne definitivamente, almeno per il momento, la storica piramide sulla collina di Riccione che da un trentennio era il simbolo della più famosa discoteca in Italia e tra le più note al mondo. Tra i motivi del fallimento i forti debiti che la società aveva nei confronti dell’erario. Anche il comune di Riccione, che ha preferito non commentare la situazione, vantava decine di migliaia di euro di Tari non versata. Il tribunale ha nominato curatore fallimentare il commercialista Francesco Bugli. Gli storici marchi del locale ora finiranno all’asta. 

L’inaugurazione della piramide e del Cocoricò, ricorda Il Sole24Ore, avvenne la sera del Ferragosto del 1989, “ma il locale prende il volo (si può dire, per un club che ha rubato il nome al verso del pappagallo) solo l’anno dopo. Alla piramide negli anni si aggiungono altre sale, battezzate in maniera decisamente evocativa: il privé Titilla, l’ambient room Morphine, la Ciao Sex (definita piccolo spazio per chi non si prende molto sul serio), la Strix, all’interno del bagno delle signore. Musica, performance teatrali, reading, sperimentazioni, allestimenti sempre in mutamento secondo le tendenze. Anzi, anticipandole. Si esibiscono, anzi, come si suol dire “suonano” tutti i dj del momento, da tutto il mondo”. 

Con gli inizi degli anni 2000 però cambia tutto e il locale inizia un periodo di decandenza, complice la morte di un ragazzo avvenuta nel 2015 per abuso di sostanze stupefacenti.

“I guai della discoteca”, scrive Il Fatto Quotidiano, “sono iniziate con tasse non pagate, sia all’Erario sia al Comune di Riccione. Poi si sono aggiunte indagini penali condotte dalla Guardia di Finanza, fin dal 2012 per evasione d’Iva, e per finire i più recenti problemi legati ai mancati pagamenti di artisti, tra cui il dj Graby Ponte che ha chiesto il sequestro dei marchi Titilla e Memorabilia. A gennaio la Guardia di Finanza aveva disposto un sequestro preventivo per oltre 800mila euro nei confronti della nota discoteca riccionese: la somma corrispondeva all’importo delle imposte risultate evase da alcuni accertamenti fiscali eseguiti nel 2018, come riferito dalla Guardia di Finanza”.

 

E’ in libreria “Il Brigatista” di Antonio Iovane (Minimum fax, 402 pagine, euro 17), la storia romanzata delle Brigate Rosse in cui le vicende dei protagonisti della lotta armata si intrecciano con quelle di chi diede loro la caccia e dei giornalisti che raccontarono quegli anni.

E’ il luglio del ’79 e sulla spiaggia di Castelporziano è in corso il Festival dei poeti. Due militanti delle Br vengono arrestati in una sparatoria, uno dei due, Jacopo Varega riesce a scappare dall’ospedale in cui è stato ricoverato, e a Roma si apre la più grande caccia all’uomo dai tempi del rapimento Moro. Pochi giorni dopo la giornalista televisiva Ornella Gianca riceve una telefonata: dal suo nascondiglio in un appartamento disabitato della periferia romana, Varega ha deciso di rivelare il nome di chi lo ha tradito e di raccontare, davanti a una telecamera, il decennio dell’odio, iniziato il 12 dicembre del 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano.

Alla fine dell’intervista, Ornella avrà in mano il suo scoop. Ma è andata davvero così?

“Volevo che fossero le storie a muovere la ruota della Storia” dice Iovane “Che il racconto privato fosse il pretesto per raccontare quegli anni terribili”. Così, nel romanzo, le storie di Renato Curcio, Carlo Alberto dalla Chiesa, Aldo Moro, Indro Montanelli, Luigi Calabresi, Mario Moretti, Gian Maria Volonté, si intrecciano con quelle personali di Ornella, Salvatore e Marina. E’ la storia eversiva delle stragi e della strategia della tensione. L’Italia della cacciata di Lama dall’università, dei poliziotteschi, dell’epidemia di colera a Napoli e della diffusione dell’eroina. 

“Abbiamo in mente un grande piano di investimenti per consentire anche a chi ha problemi di poter accedere ai luoghi della cultura. Credo sia una battaglia di civiltà. La prossima campagna, riguarderà le diverse disabilità”. A prometterlo il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli che con l’AGI ha fatto un bilancio dell’attività svolta nel primo anno di governo.

In realtà, precisa il ministro, “abbiamo appena cominciato. Voglio dire due cose: prima di tutto che questo governo è molto attento alla cultura, alla tutela, alla valorizzazione dei beni culturali, e poi che i risultati del lavoro di qualsiasi ministero non si vedono quasi mai immediatamente”.

“I tempi per gli investimenti sono generalmente molto lunghi. Faccio un esempio: poche settimane fa abbiamo definito la distribuzione di quasi un miliardo di investimenti nei siti per un periodo lunghissimo che arriva fino al 2033”.

“Quei fondi erano stati stanziati dal precedente governo. Io sono riuscito ad aumentare quei fondi, a portarli oltre il miliardo e 600 milioni. Ma i primi frutti si raccoglieranno tra un paio di anni”.

La riorganizzazione del ministero

Pensando una delle iniziative più “sofferte”, in termini di risultato, Bonisoli ha sottolineato che  “non ce ne è una sofferta. Abbiamo portato a casa molti risultati e nessuno potrei definire sofferto. Vado fiero dell’aumento delle gratuità nei musei”.

“Uno di quegli interventi di cui si vedono i risultati subito. E’ mia intenzione aumentare ulteriormente le gratuità. Le abbiamo portate da 12 a 20 giornate, saranno di più nel 2020”. 

Guardando “in casa”, Bonisoli ha detto che sulla riorganizzazione del ministero, “siamo a buon punto. La riforma del mio predecessore aveva bisogno di un tagliando. Abbiamo studiato, insieme alla base, a chi lavora dentro i beni culturali, alle associazioni, ai sindacati, al terzo settore, le cose che funzionano e quelle che hanno qualche criticità”.

“La prima cosa che mi viene in mente è che c’è la necessità di accentrare alcuni meccanismi. Gli appalti, ad esempio, devono essere gestiti in maniera omogenea in tutta Italia. E poi va ridotta l’autonomia dei musei e siti autonomi”.

Quello a cui partecipa Bonisoli viene spesso definito il governo del “cambiamento”. Bonisoli è il ministro che ascolta e poi decide?  “Durante una delle prime volte in cui ho partecipato ad un incontro pubblico in qualità di ministro – ha spiegato –  mi sono definito un ‘lavoratore della cultura’. Una definizione che, adesso più che mai, sento mia”.

“Fin dall’inizio del mio mandato ho cercato di impostare l’attività ministeriale basandomi sul principio della massima condivisione delle scelte di Governo. Il lavoro di un buon amministratore è quello di fare sintesi tra le varie richieste che gli pervengono, le esigenze dell’amministrazione e i limiti della macchina burocratica”.

“Aver trascorso i mesi iniziali a fare incontri su incontri, dai direttori generali ai soprintendenti, dai sindacati al terzo settore, mi ha permesso di avere un’idea chiara della situazione e da lì sono partito per riportare la Cultura al centro delle dinamiche socio-economiche e politiche”.

Invitato poi a darsi un voto a proposito del lavoro fatto fino da oggi, Bonisoli precisa: “E’ una domanda a cui non è semplice rispondere, e lo dico con l’esperienza di tanti anni di insegnamento. Non è semplice valutare se stessi, ed in fondo saranno i cittadini a valutare l’operato mio e di questo Governo”. “Col senno di poi alcune cose potevano essere comunicate meglio, per evitare polemiche quali quelle – false – della riduzione delle giornate di entrata gratuita nei musei. Quel che però posso sicuramente affermare è che stiamo riuscendo, un passo alla volta, ad avvicinare la cultura ai cittadini, facendo capire quanto la cultura può contribuire notevolmente allo sviluppo del Paese e trasformare il tessuto economico e sociale dei territori”.

E riferendosi alle polemiche per la sostituzione delle prime domeniche del mese gratuite con altri giorni con accesso gratuito, il ministro afferma di essere  “molto soddisfatto” per il risultato ottenuto:  “Abbiamo fatto partire la campagna di gratuità ‘Io Vado Al Museo’ che ha portato da 12 a 20 le giornate ad accesso libero nei siti e musei statali, e togliendo l’obbligo della gratuità nelle prime domeniche di ‘alta stagione’, già in questi primi mesi abbiamo evitato diverse situazioni di disagio con le code ‘chilometriche ed il sovraffollamento degli scorsi anni”.

“La prima settimana di marzo, completamente gratuita, ha visto un aumento dei visitatori di molti musei statali di due o tre volte rispetto all’anno scorso, e abbiamo stabilito che, nei giorni a pagamento, i giovani da 18 a 25 anni possano entrare con un biglietto ridotto 2 euro”.

Code ai musei

L’Italia è il paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo, ma ci sono problemi di manutenzione e valorizzazione. “Siamo consapevoli del fatto che ci siano delle difficoltà nel mantenimento di un così vasto patrimonio culturale quale è quello italiano – ha spiegato il Ministro –  ed è per questo motivo che, per prima cosa abbiamo deciso di stanziare oltre 100 milioni di euro per la sicurezza dei nostri siti e musei, abbiamo reso operativa l’Unità Nazionale per la Sicurezza del Patrimonio e abbiamo stanziato i fondi e chiesto e ottenuto di poter assumere 3.500 nuove unità di personale al Ministero con concorsi pubblici che partiranno entro il 2019, e tra qualche settimana sarà pubblicato il primo bando”.

“Ovviamente non ci fermeremo qui e stiamo già puntando ai sistemi integrati tra luoghi della cultura, istituzioni e servizi territoriali e realtà economiche locali così da moltiplicare esponenzialmente il valore dei nostri siti e musei in tutta Italia”. 

Visitatori in aumento nei luoghi della cultura?  “I visitatori sono aumentati moltissimo nella ‘settimana dei musei’ – sottolinea Bonisoli –  che quest’anno si è tenuta dal 5 al 10 marzo. I visitatori sono in aumento ovunque ma non posso ancora avere un dato completo. Il mio primo anno di lavoro intero è il 2019. Solo alla fine dell’anno solare potremo stilare un primo bilancio”.

E per quanto riguarda lo spettacolo, Bonisoli ricorda di aver “voluto aumentare nel 2019 il Fondo Unico per lo Spettacolo dal Vivo e sono molto soddisfatto di questo perché lo Stato deve finanziare il teatro, la lirica, la danza, le orchestre, i circhi e lo spettacolo viaggiante. Nell’anno 2018, rispetto alla iniziale legge annuale di bilancio, l’aumento è stato di 10 milioni e nel 2019 abbiamo avuto un ulteriore aumento di quasi 15 milioni”.

I turisti incivili

Spesso finiscono sui giornali fotografie di turisti (soprattutto stranieri) che non rispettano le nostre città d’arte come per esempio, i “visitatori” che incidono il proprio nome sui muri del Colosseo.

“Alcuni cittadini stranieri offendono con azioni e gesti incivili il nostro patrimonio culturale e penso fortemente che dovrebbero restare a casa loro. La legge già punisce chi provoca un danno al patrimonio culturale – conclude Bonisoli –  ma si potrebbero avviare anche azioni diplomatiche per sensibilizzare le ambasciate straniere. Condivido la scelta della Sindaca Raggi di scrivere alle ambasciate per chiedere di tenere lontani i vandali già sanzionati nella Capitale”.

Le parole de ‘L’infinito’ di Giacomo Leopardi rivivranno oggi, dopo 200 anni dalla composizione, per le strade del centro di Recanati, città natale del poeta, e in tutta Italia, dove migliaia di ragazzi e di cittadini si ritroveranno all’interno di istituti scolastici, di biblioteche, nelle piazze, per recitare simultaneamente i versi di una delle poesie più note e amate della letteratura italiana. Tutto questo è ‘#200infinito’, la giornata organizzata dal ministero dell’Istruzione, nata da un’idea di Olimpia Leopardi, realizzata con Casa Leopardi, in collaborazione con la Rai e con il comune di Recanati.

Oggi, alle 11.30, saranno oltre 2.800 gli studenti che prenderanno parte, assieme al ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti e Olimpia Leopardi, a una lettura collettiva del componimento poetico nella Piazzuola del Sabato del Villaggio, su cui affaccia la casa del poeta, e lungo tutto il centro storico della cittadina delle Marche. 

“Leopardi – spiega il ministro Bussetti – è stato un genio. Nelle sue opere ha espresso e indagato le domande e le questioni centrali per ogni uomo. I suoi testi sono universali, superano secoli e confini geografici. Continuano a parlarci ancora oggi, a duecento anni di distanza. Noi abbiamo il dovere di testimoniare la modernità e l’importanza del suo pensiero e della sua produzione. Ed è per questo che vogliamo celebrare – aggiunge – questo illustre poeta con una lettura collettiva: i versi de ‘L’infinito’ usciranno dai libri di scuola per rivivere nella voce dei nostri studenti e di tutti coloro che vorranno partecipare nelle diverse piazze di Italia al flash mob che abbiamo organizzato per domani. Invito tutti a unirsi. Io stesso sarò a Recanati per dimostrare che la poesia è una delle forme più potenti con cui l’uomo sta al mondo”. 

Recanati sarà solo una delle piazze che ‘daranno voce’ a ‘L’infinito’. Tutta l’Italia si unirà a distanza. Cuore dell’iniziativa a Roma, per esempio, sarà piazza di Spagna, dove gli studenti dell’istituto comprensivo ‘E. Q. Visconti’ coinvolgeranno i presenti in una ‘staffetta’ di strofe per la recitazione partecipata della poesia. A Milano, i ragazzi dell’istituto comprensivo Maffucci si incontreranno in piazza Gae Aulenti, mentre gli alunni della scuola secondaria di I grado ‘J.F. Kennedy’ di Montefiorino (MO) parteciperanno alla lettura collettiva nel centro cittadino, richiamando l’attenzione e l’interesse dei passanti e si sposteranno, poi, nei locali della biblioteca comunale con le loro famiglie e con i cittadini per un “Salotto letterario con aperitivo” dedicato a ‘L’Infinito’.

Ma l’opera sarà anche un’occasione di riflessione per gli studenti del corso serale e per gli studenti della Casa circondariale San Donato dell’Istituto Tecnico Statale ‘Aterno-Manthone” di Pescara. Si trasformerà in danza grazie all’interpretazione degli alunni dell’Istituto secondario di II grado ‘De Nittis-Pascali’ di Bari. Viaggerà sulle frequenze di radio K2 grazie ai commenti curati dagli studenti della Scuola in ospedale di Piancavallo (VB) che realizzeranno “un’intervista impossibile” al grande scrittore e alle 11.30 dedicheranno una puntata alla lettura de “L’infinito”. Mentre a Gubbio (Pg), dalle finestre della Biblioteca Sperelliana, le famiglie e i nonni del ‘Centro sociale anziani’ accompagneranno la recita dei versi leopardiani da parte dei ragazzi della Direzione didattica 2 Circolo ‘Aldo Moro’. 

“L’idea dell’iniziativa – dichiara Olimpia Leopardi – nasce dalla volontà di Casa Leopardi di avvicinare i giovani a quel meraviglioso strumento di dialogo con se stessi e con i sentimenti universali che è la poesia. Un flash mob per utilizzare un linguaggio diverso e più vicino ai ragazzi, per vivere un emozionante momento di unione ideale che mette in luce la forza del sentire, lenisce le pene del cuore e dell’anima e ci permette di guardare insieme con coraggio ‘oltre la siepe'”.

L’evento di Recanati sarà’ trasmesso in diretta su RaiPlay. Durante l’incontro, inoltre, saranno premiati gli istituti vincitori del concorso nazionale ‘Il mio Infinito’, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, con l’obiettivo di stimolare la riflessione, la creatività e l’espressività degli studenti attraverso un percorso che li ha portati a cimentarsi con la propria visione di ‘infinito’.

Un giallo letterario di prima grandezza, di cui oggi è stato scritto, forse, l’epilogo. Protagonisti: uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi – ossia Franz Kafka – e Max Brod, suo amico ed editore.

In sostanza, l’Ufficio criminale federale tedesco (Bka) ha consegnato oggi all’ambasciatore israeliano Jeremy Issacharoff l’archivio rubato di Brod.

In buona parte documenti di oltre cent’anni fa – si tratta di migliaia e migliaia di pagine, oramai ingiallite dal tempo – trafugati tra il 2009 e il 2012 a Tel Aviv dall’appartamento della figlia dell’ex segretaria dell’uomo a cui lo scrittore di Praga deve la sua fama mondiale.

La polizia tedesca li ritrovò per caso il 2013 indagando su un giro di falsari d’arte. Gli esperti chiamati a valutare il materiale non hanno dubbi: i documenti sono autentici.

Le carte di Brod rappresentano un vero e proprio tesoro per quello che riguarda la storia della letteratura del Novecento: “Stavano dentro delle vecchie valigie buttate a caso in mezzo a mille cianfrusaglie”, ha spiegato il vicepresidente del Bka, Peter Henzler.

L’amico tradito e gli scritti salvati

Tra questi manoscritti, libri, lettere, annotazioni, fotografie, nonché una cartolina firmata dal medesimo Kafka.

Fu Brod a pubblicare la maggior parte dell’opera di Kafka – tra cui titoli capitali come “Il processo” e “Il castello” – dopo la morte dello scrittore nel 1924, con ciò mutando in profondità i destini della letteratura universale.

Autore a sua volta, ma anche giornalista, editore e compositore, Brod fuggì dalla Germania nazista nel 1939 alla volta di Tel Aviv, portandosi in una grossa valigia tutto il lascito di Kafka, di cui era l’esecutore testamentario.

Lo fece contro la volontà dello scrittore: Kafka aveva chiesto con forza che tutti i suoi scritti venissero distrutti dopo la sua morte. Molte di queste carte rimangono tuttora inedite.

La restituzione dell’archivio rubato di Brod mette fine ad un giallo durato oltre dieci anni.

 Quando morì, nel 1968, lasciò le proprie carte, compresi i manoscritti dell’autore di “Il Processo”, alla sua segretaria, Esther Hoffe: nel 2007, quando morì Esther, all’età di 101 anni, una parte del “tesoro di Brod” passò a sua figlia Eva.

È dall’abitazione di quest’ultima che i documenti vennero trafugati, chissà come.

Per ultimo è stato il tribunale di Wiesbaden a stabilire, lo scorso gennaio, che le carte dovessero essere restituite alla Biblioteca nazionale di Israele.

In un frigorifero rotto

Non solo i documenti comprendono l’immensa corrispondenza intrattenuta da Brod prima della fuga in Israele – “Una sorta di “who’s who” del mondo culturale europeo nei primi quattro decenni del ventesimo secolo”, come l’ha definito Stefan Litt, curatore e capo archivista della biblioteca – ma tra le carte vi sono anche passaggi finora inediti del diario dell’editore e lettere che potrebbero portare a far luce su momenti e passaggi finora sconosciuti della vita di Kafka.

Il fatto è che l’archivio era stato suddiviso: in parte nel caveau di una banca israeliana, in parte in una banca a Zurigo e una terza parte per l’appunto nell’appartamento di Eva Hoffe a Tel Aviv.

La signora, a quanto pare, viveva in compagnia di una dozzina di gatti e con una parte dell’archivio di Brod conservato in un frigorifero rotto.

Tra questi, anche i segreti di Franz Kafka.

È il settembre del ’43, Lui è ancora sul Gran Sasso e l’alleato germanico la fa da padrone in tutta la Penisola, o quasi. Su una strada sterrata dell’Alta Sabina all’aspirante federale Arcovazzi Primo, nato a Cremona nello stesso mese del Duce, si rompe il side-car.

Passa l’alleato germanico sotto forma di camion pieno di uomini della Wehrmacht. Arcovazzi, che al secolo si chiama Ugo Tognazzi, li ferma e loro riparano la forcella.

“Visto come funziona il Ro-Ber-To?”, fa lui tronfio come un tacchino al Professor Bonafé, l’antifascista che sta scortando verso le patrie galere di Roma. “Il Roberto!?”. “Sì. L’Asse, il Roma-Berlino-Tokyo. In-di-strut-ti-bi-le…”.

Intanto i tedeschi gli fregano il mezzo meccanico: ottimo per ripartire verso il Brennero.

Il più grande errore degli ultimi 150 anni

La storia di quel side-car raccontata ne “Il Federale” di Luciano Salce, film dolce-amaro del 1961, ha inizio in una stanza della Cancelleria di Berlino il 22 maggio del 1939.

Ottant’anni fa, esatti.

Se c’è una data che si dovrebbe ricordare come uno dei peggiori errori politici compiuti da un governo italiano, nell’ultimo secolo e mezzo (ed in politica un errore è peggio di un crimine), questa è di sicuro il giorno in cui fu firmato il Patto d’Acciaio con la Germania nazista.

Due imperi destinati a durare mille anni non potevano che scrivere la loro intesa su una tavola più eterna del bronzo. Due dittature totalitarie ed espansioniste non potevano che trovare un’intesa per dividersi il mondo ed i nemici (poi in futuro chissà che sarebbe stato).

Ecco allora che Galeazzo Ciano, ministro degli esteri del Duce, e Joachim von Ribbentrop, il suo omologo nazista, mettono i loro nomi in calce ad un’intesa che risulterà fatidica per entrambi gli uomini ed entrambi gli imperi. Ed entrambi porterà alla distruzione.

Nelle more di quel documento tra Roma e Berlino (Tokyo si unirà a Guerra Mondiale già scatenata) si stabiliva che i due regimi si stringevano in indissolubile alleanza, tanto difensiva quanto offensiva.

Una forma di duofisismo che rappresentava, per quell’epoca, una novità: mai prima di allora ci si univa nell’esplicita prospettiva di poter attaccare insieme.

Certo, le alleanze difensive erano quelle che avevano scatenato un quarto di secolo prima la Grande Guerra, ma l’esplicitare la possibilità di un attacco congiunto era un pericolosissimo e chiaro segno dei tempi e delle nature.

Stato di minorità

Altrettanto fatidico fu il richiamo allo “spazio vitale” di entrambi i paesi: l’uno al nord del Brennero, l’altro al sud. La premessa all’aggressione che di lì a poco avremmo perpetrato ai danni della Grecia, che di lì a pochissimo avrebbero loro perpetrato ai danni della Polonia, previo accordo tra un Ribbentrop reggitore dei destini d’Europa ed il sovietivo Molotov.

In fondo l’accordo per la spartizione della Polonia altro non era se non il compimento del Patto d’Acciaio: con un metodo che solo superficialmente ricordava le contrassicurazioni di Bismark, la Germania nazista saldava i tre fascismi novecenteschi. E così facendo decretava la fine del centralismo europeo.

Ugualmente l’Italia fascista, legandosi al carro tedesco, rinunciava di fatto ad ogni vera centralità nella politica continentale e, creando le basi per le distruzioni che avrebbe patito nel giro pochi anni, anche di una minorità economica che sarebbe venuta meno solo venticinque anni dopo.

Avrebbe scritto Ciano nei suoi diari, mentre attendeva in un carcere di Verona l’esecuzione della condanna a morte, di essere stato sempre contrario a quell’alleanza sciagurata, e che tutto sarebbe stato frutto di una impuntatura di Mussolini.

La prima cosa è molto verosimile e la stessa vedova di Ciano, Edda Mussolini, lo ha sempre confermato (“Io invece ero per i tedeschi”, ha rivendicato con uguale costanza e spavalderia fino all’ultimo giorno).

La seconda lo è molto meno: Mussolini era sì capace di impuntature, ma chiudere un’alleanza con la Germania solo perché i giornali americani hanno scritto che Milano è stata fredda con una delegazione di nazisti, a esser sinceri, è versione che si regge in piedi malamente.

L’albero e i frutti

La verità è semmai che Mussolini trovò in quel Patto il compimento naturale di una politica estera basata sull’opportunismo e sul risentimento, e che sfociava nell’intesa con il suo alleato più scontato. Le democrazie demoplutogiudaicomassoniche, in fin dei conti, non gli erano poi tanto connaturali.

I frutti velenosi del 22 maggio 1939 sarebbero stati raccolti dopo il 25 luglio: mentre Mussolini è ancora – per poco – al Gran Sasso e Primo Arcovazzi corre dietro alla sua motocicletta requisita, il Reich ha occupato l’Italia accusandola di tradimento. Una pace separata non era certo stata prevista da Ciano e Ribbentrop.

Tempo pochi giorni e sarebbero state le giornate di Salò e della morte della Patria, con i resti del regime fascista divenuti collaborazionisti non solo della repressione della guerriglia partigiana, ma anche in occasione dei rastrellamenti dell’Olocausto.

Una questione d’onore: i patti sono da rispettare. Ma fare un patto con i peggiori assassini della Storia non può avere altro effetto che quello di renderti  loro complice.