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Tutto cominciò con un topino curioso che faceva capolino ogni giorno nell'ufficio di un giovane disegnatore geniale che cercava un'ispirazione e trovò un tesoro. Era la fine degli anni Venti, qualche istante prima della crisi che avrebbe gettato l'America nella grande depressione. Era il 1928 e quel ragazzo di talento, che di nome faceva Walter Elias Disney, Walt Disney per tutti, riportò sul foglio l'amico topo a cui dette un nome simpatico: Mickey Mouse (Topolino). Dopo aver perso i diritti del suo primo personaggio di successo, Oswald il coniglio fortunato, e dopo essere stato abbandonato da tutti i collaboratori meno uno, Ub Iwerks, a Topolino affidò il suo futuro e quello dello Studio Disney. E il 18 novembre 1928, 90 anni fa, un corto di Mickey Mouse debuttò al Colony Theatre di Broadway dando inizio all'epopea di Topolino.

Walt e Ub Iwerks si erano chiusi per settimane in un garage per lavorare anche di notte e preparare in tutta fretta il primo film di Mickey Mouse. E proprio grazie a Ub Iwerks, che arrivò a disegnare fino a 700 animazioni al giorno, il personaggio di Topolino potè debuttare in una proiezione privata a Hollywood il 15 maggio 1928. Un debutto non troppo fortunato (e per pochi intimi) a cui fece seguito un secondo cortometraggio, anch'esso muto, 'Topolino gaucho', sempre diretto da Disney e Iwerks e proiettato anch'esso in versione provata il 28 agosto 1928.

Due tentativi non fortunati a cui il tenace Walt insieme a Ub fecero seguire un terzo, 'Steamboat Willie' che finalmente, anche grazie al coraggio di Disney, ebbe la distribuzione in sala e per questo è considerato il debutto nel mondo del cinema di Topolino: distribuito dalla Celebrity Productions il 18 novembre 1928, è il primo cartone animato a presentare una colonna sonora con musiche (del compositore, regista e animatore Wilfred Jackson), effetti sonori e dialoghi completamente sincronizzata.

Un successo inarrestabile

Il primo cortometraggio di successo del topo destinato a diventare il più famoso del mondo s'intitolava 'Stemaboat Willie' (il battello a vapore Willie), è ispirato a una comica di Buster Keaton ('Steamboat Bill Jr.' uscito il 12 maggio 1928), durava 7 minuti e accanto a Mickey Mouse comparivano anche Minnie, la topina sua fidanzata, e il suo grande nemico Black Pete (noto in Italia come Pietro Gambadilegno). Il cortometraggio ebbe un clamoroso successo, ma solo grazie alla tenacia di Walt Disney.

Anche stavolta, infatti, dopo la proiezione privata nessun distributore sembrò essere interessato al cartoon e allora il caparbio Walt tentò la carta della disperazione. E vinse. Accettò la proposta di un esercente di Broadway che gli chiese di proiettare il corto nella sua sala, il Colony Theater di New York. Era il 18 novembre 1928 e il corto venne abbinato al lungometraggio sonoro dal vivo di Bert Gellon 'Gang War'.

Il successo fu clamoroso e destinato a durare nel tempo: da allora il personaggio è apparso in oltre 135 cortometraggi che vanno dalla fine degli anni Venti al 2013. Il primo corto, 'Plane Crazy', a cui venne aggiunto il sonoro, fu ridistribuito il 17 marzo 1929 come il quarto film della serie. Negli anni Trenta vennero realizzati poi oltre novanta cortometraggi e oltre venti negli anni Quaranta, mentre il personaggio diventava sempre più popolare, al punto che l'attore-regista più famoso del mondo, Charlie Chaplin, nel 1931 volle che un cortometraggio di Topolino accompagnasse tutte le proiezioni del suo ultimo film, 'Luci della città'. 

Dal grande schermo alla carta

Dopo sedici cortometraggi e un successo enorme in America, il 13 gennaio 1930 Topolino fece il suo esordio sulla carta stampata con una serie di strisce a fumetti che formano la storia 'Topolino nell'isola misteriosa' ispirata al primo cortometraggio, 'Plane Crazy' e scritta da Walt Disney e disegnata da Ub Iwerks e poi da Win Smith. In questa prima storia, pubblicata fino al 31 marzo 1930, Mickey Mouse vive avventure scanzonate e il personaggio è sempre pronto al divertimento come un monello qualsiasi. Le storie sono ambientate in campagna, in una città senza nome e ogni striscia culmina con una battuta o con uno spiritoso colpo di scena. Ma quel personaggio era destinato a cambiare e questo accadde dal 5 maggio 1930 quando la matita di 'Topolino e la valle della morte' venne affidata a Floyd Gottfredson: Topolino da monello scansafatiche divenne cittadino modello e detective infallibile e perspicace.

Alla conquista del mondo

Il successo di Topolino, dovuto alla simpatia del personaggio e all'idea di Disney di umanizzare gli animali, varcò l'oceano. I fumetti di Topolino esordirono in Italia il 30 marzo 1930 sul n.13 del settimanale torinese 'Illustrazione del Popolo' dove fu pubblicata la prima striscia disegnata da Ub Iwerks e intitolata 'Le avventure di Topolino nella giungla'. Dopo altre pubblicazioni, il 31 dicembre 1932 uscì il primo numero del settimanale a fumetti dedicato al personaggio e intitolato Topolino, edito dalla casa Editrice Nerbini.

Nel 1935, poi, l'acquisizione della testata da parte di Mondadori che la pubblica ancora oggi. In 90 anni Topolino ha seguito le mode e vissuto, come una persona reale, le vicende più importanti: dai gangster dell'America anni '30 all'età del Jazz, dalla Seconda guerra mondiale alla 'guerra fredda', dall'incubo atomico alla conquista dello spazio. Si può dire che quel battello a vapore partito il 18 novembre 1928 da Hollywood ne ha fatta di strada… 

Per i suoi 90 anni in tutto il mondo ci saranno celebrazioni. Una mostra speciale a New York, un libro che raccoglie i ritratti di personaggi famosi come Kate Moss e Heidi Klum, un numero speciale e una striscia a fumetti di 300 metri – disegnata da Claudio Sciarrone e presentata a Lucca Ciomics a inizio novembre – che è entrata nel Guinness World Record, i Walt Disney Park e Resort di tutto il mondo celebreranno il 18 novembre proporranno merchandise commemorativo, speciali corner per foto dedicate e molto altro. Inoltre in Italia l'emissione di otto francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica "le Eccellenze del sistema produttivo ed economico" dedicati alla produzione e sviluppo dei fumetti Disney in Italia, del valore di 0,95 euro illustrati da Giorgio Cavazzano, grande disegnatore del topo. Inoltre molte mostre e, dal 14 novembre scorso, il grande numero celebrativo 3286 del settimanale 'Topolino'.

"Penso che la tecnologia abbia peggiorato la vita, ma il mio è un giudizio viziato dalla mia appartenenza a una generazione che ha vissuto l'epoca indimenticabile della giovinezza in un mondo privo della tecnologia digitale". Parola di Paolo Sorrentino intervistato da 'Le Macchine Volanti', il magazine online di innovazione, tecnologia e cultura digitale promosso da TIM.

Nell'intervista il regista premio Oscar si dice convinto di poter passare un intero giorno senza telefono e senza controllare la mail: "Ho una grande passione per la nostalgia. Una giornata del genere mi consentirebbe di non sentire più la necessità di essere nostalgico" dice il regista della Grande bellezza che è ironico quando deve spiegare come le nuove tecnologie abbiano cambiato il mestiere di regista: "Sto disperatamente cercando di capirlo ma, avendo facolta' intellettive decisamente limitate, temo di non riuscire a venirne a capo. Ritengo che in molti casi la tecnologia soppianti l'indolenza, condizione necessaria per essere creativi".

Con un telegramma datato Varsavia, il 16 novembre 1918 un oscuro generale appena uscito di prigione si rivolgeva alla pari ai grandi vincitori della Prima Guerra Mondiale. “Notifico l’esistenza dello Stato Indipendente della Polonia”, informava gentilmente Jozef Pilsudski i suoi destinatari: i francesi, gli inglesi e anche l’americano Woodrow Wilson. Pilsudski era appena uscito dalla Fortezza di Magdeburgo: ce lo aveva rinchiuso il Kaiser Gugliemo II perché, insubordinato come tutti i polacchi, insieme ai suoi uomini si era rifiutato di giurargli fedeltà. Ma ora i Kaiser non era più a Berlino, e non era più nemmeno il Kaiser. Quanto ai tedeschi, erano stati disarmati qualche giorno prima in tutta la Polonia.

Cos’è il sovranismo identitario

Tornava a nascere con quel telegramma uno dei Paesi più importanti d’Europa, ed una Nazione che mai aveva cessato di esistere ma che si trovava sotto schiavitù dalla bellezza di 123 anni. E con essa nasceva anche qualcosa di inedito per la politica e le scienze storiche, e che invece era molto antico da quelle parti: il sovranismo identitario.

Il sovranismo identitario non è da confondere con il nazionalismo. È qualcosa di diverso: presuppone non tanto un atteggiamento revanscista e vagamente aggressivo tipico dei nazionalismi, e nemmeno la presunzione di avere un fardello di civiltà da imporre agli altri. Consiste, semmai, nell’idea che gli altri sono gli altri, e io sono io: ognuno a casa propria e staremo meglio tutti. Perché come me, in fondo, non c’è nessuno. Peggiori o migliori va bene, ma mai uguali: grazie, Polonia.

Confini naturali, nemici naturali

Poteva essere diversamente, in un Paese con la sua storia? Fin dagli albori la Polonia non ha mai avuto confini naturali ben piantati nel terreno, come le nostre Alpi. Al massimo qualche grande fiume, che sembra star lì proprio per essere un confine da violare (e gli stessi polacchi qualche volta se ne sono approfittati). Non stupisca se si presentò agli altri europei nel Basso Medioevo dandole di santa ragione ai Cavalieri Teutonici a Tannenberg. Arrivata pertanto in Livonia e Lituania, divenne grande potenza regionale entrando in attrito con la Moscovia. Aveva trovato così il suo secondo nemico naturale.

I rapporti di forza però erano a favore della Polonia, che cercò di imporre un proprio fantoccio alla testa del Granducato dopo la morte di Ivan IV il Terribile. Lo spacciarono ai russi come il figlio (in realtà morto da tempo) del trapassato Granduca. I russi lo fecero a pezzi, lo cremarono e con il cannone ne spararono le ceneri dalle mura del Cremlino in direzione ovest, verso Varsavia.

Sotto le mura di Vienna

L’apice della gloria la Polonia lo toccò una mattina di settembre del 1683, quando il suo sovrano Giovanni Sobieski, nel nome di Dio, portò le sue cavallerie alate (proprio così: combattevano con lunghe aste ornate di penne fissate all’altezza della scapola) a far strame dei turchi che assediavano Vienna e rischiavano seriamente di conquistarla, magari calando poi a Roma. Scendendo dalle colline a ridosso delle mura, gli ussari di Re Giovanni liberarono d’un colpo tutta Europa dal suo incubo secolare, e in più si tolsero il gusto di ridare la vita al rantolante Asburgo, che pure tra i loro nemici naturali era il terzo.

L’Asburgo non manifestò alcuna riconoscenza: iniziò a dire che il merito non dei polacchi era, ma delle truppe imperiali guidate dal Duca Carlo di Lorena. L’ingrato.

A riprova che a far del bene agli asini si prendono dei calci, tempo qualche decennio e la Polonia se la dividevano fino all’ultimo ettaro di terreno tra russi, tedeschi ed austriaci. E mica una sola volta. Nel Settecento le spartizioni furono tre, nell’Ottocento le rivolte almeno due.

La Rivoluzione del Signor de la Martine e il senso di Bismarck per i lupi

La prima fu nel 1848: bruciava l’Europa d’ardori liberali, la Francia cacciava Carlo X e la Polonia tentò di scrollarsi di dosso il giogo dello Zar. La nutritissima colonia di esuli polacchi che soggiornava a Parigi si convinse che la Francia rivoluzionaria avrebbe ascoltato il grido di dolore degli insorti. Scambiandolo per un Napoleone a Marengo, gli esuli polacchi si rivolsero al ministro degli esteri del governo rivoluzionario, il poeta Alphonse de Lamartine. “Signori”, rispose lui, “amo la Rivoluzione, amo la Polonia, ma soprattutto amo la Francia”. Gli insorti vennero massacrati.

Quindici anni più tardi la storia si replicò, ma con attori diversi. Si ribellarono ancora i polacchi schiavizzati dai russi. A Berlino governava da pochi mesi un uomo di ferro, Otto von Bismarck.

Alla notizia dell’insurrezione la prima cosa che fece fu raggiungere un accordo con lo Zar, la Convenzione di Alvensleben, che chiudeva i confini tra i due imperi. Cioè: lungo il cuore della Polonia. Lo Zar mise gli insorti all’angolo, e ancora una volta immerse le mani nel sangue. Quanto a Bismarck, a chi lo criticava rispose: “Io non ho mica niente contro i polacchi. Non ho niente nemmeno contro i lupi. Ma se per la strada incontro un lupo, gli sparo”.

La marcia di Dabrowski

C’è da stupirsi se, dopo tutto questo, il Generale Pilsudski non riusciva a trattenere un sorriso, dando al mondo la notizia della rinascita della Polonia? Mentre scriveva, non a caso, per le strade di Varsavia si iniziava a cantare “La Polonia non è morta finché noi vivremo/ Bonaparte ci ha insegnato a vincere/ Dalla terra d‘Italia marcia, Dabrowski, fino alla tua Polonia”.

Jan Dabrowski, che nel 1797 era a Novi con Napoleone, divenne così l’emblema nazionale di un Paese che, per avere uno sbocco al mare, doveva inglobare la città di Danzica, che i tedeschi reclamavano come propria. Ed è lì che si arrivò alla quarta spartizione della Polonia, tra nazisti e bolscevichi. Era il 1939: quando il mondo iniziò a morire per Danzica.

I russi, ancora loro

La reazione dei polacchi al comunismo fu doppiamente allergica: erano tornati i russi, e per di più intenzionatissimi a riprendere, con la scusa del marxismo-leninismo, la campagna di sradicamento della loro cultura nazionale. Fu così che la Polonia divenne il Paese più cattolico del Mondo.

Nel 1978, a sorpresa, si affacciò dalla Loggia di San Pietro il primo papa straniero degli ultimi 500 anni. Era il cardinale di Cracovia, storicamente capitale della Galizia che i russi avevano tolto ai polacchi nel 1939, e mai più restituito. Due anni dopo un elettricista dalla vaga somiglianza con Asterix, Lech Walesa, saliva su un cancello dei cantieri Lenin di Danzica (sì, ancora Danzica) e proclamava lo sciopero generale. Solo i polacchi avrebbero potuto pensare di sconfiggere i comunisti usando un sindacato. Ma siccome era una cosa impossibile, la fecero.Quel sindacato si chiamava Solidarnosc, che in polacco – facie intuirlo – vuol dire solidarietà.

L’incredibile

Nel settembre 1989 il Time esclamava in copertina, ricordando sopra la testata il 50mo dell’occupazione di Danzica,: “Incredibile: i comunisti in Polonia aprono all’opposizione democratica”. E il meglio doveva ancora venire.

Nel suo pontificato lungo un quarto di secolo Giovanni Paolo II ebbe ragione di un attentatore, del comunismo e di tutta l’Unione Sovietica. Quando morì, nel 2005, la sua Polonia aveva insegnato alle altre nazioni cosa voglia dire avere la pelle dura.

Ma quando Wojtyla tornò alla casa del Padre la Polonia si ritrovò doppiamente orfana: del suo Papa, e di una causa. In più, da pochi mesi, era entrata in quell’Europa figlia in qualche modo della crisi di Danzica, ed intenzionata a fare di Danzica un borgo grazioso e soprattutto pacifico, fino a scadere nel grigiore. Peggio ancora: un borgo multietnico e multiculturale. Una città – ed un Paese intero – dove nessuno sarebbe stato più solo polacco, o solo tedesco, o solo austriaco. Ma unicamente, inevitabilmente, ineluttabilmente, europeo. Incredibile. Un orrore. E allora uno che ha combattuto a fare tutta la vita?

Non deve stupire se da allora la Polonia è divenuta la capofila degli euroscettici, pur dovendo all'Unione tanto del proprio sviluppo economico e rafforzamento democratico. L'Europa laicista, che cerca di imporre a questa sua figlia di indubbio temperamento un matrimonio non voluto con gay, abortisti e migranti. Che poi sono quasi tutti islamici, come i turchi di Giovanni Sobieski. Varsavia non ne vuole neanche uno, e finora non c'è stato verso di farle ammorbidire la posizione. Anche se qui, magari, qualche peccatuccio di omessa memoria, oltre che di omessa Solidarietà,  le si potrebbe rimproverare. Non era molto tempo fa, infatti, che i polacchi, proprio loro, erano divenuti simbolo dell'immigrazione malamente accettata. E che il 49,9 percento dei francesi votava contro il Trattato di Nizza, reo di aprire le porte dell'Unione a quella figura sconosciuta e vagamente inquietante che era l'Idraulico Polacco. Categoria, questa, dello spirito e dell'economia assurta a simbolo della manodopera a buon mercato che avrebbe invaso l'orticello del piccolo artigiano transalpino. Ma quella è la Francia, madre di tutti i sovranismi. Mentre come la Polonia, in fondo, non c'è nessuno.

 

Un gaudente lo fu per poco tempo, un gourmet fino a un certo punto. In compenso fu, a suo modo, un padre dell’Europa come l’abbiamo immaginata noi molto tempo dopo: oltre gli stati nazionali. E pensare che quando morì, esattamente 150 anni fa, Gioacchino Rossini aveva fatto in tempo ad assistere, sì e no, alla riunificazione italiana.

Ma così sono i grandi intellettuali: vedono oltre le generazioni, quelle del futuro e quelle del passato. E Rossini, spirato alle porte di Parigi il 13 novembre 1868, bucò letteralmente il suo secolo ed i confini del suo Paese per rincorrere un ideale fatto di armonia raffaellesca e musica geometrica che lo legava ad Haydn e lo rese gradito ai surrealisti. La necessità di una armonia europea – non solo musicale – che sa mettere insieme Mozart ed i cartoni animati degli anni ruggenti dell’animazione. Lone Ranger alla corte di Carlo X.

Verrebbe da dire: una figura nazional-popolare o magari postmoderna, da vero neoclassico. Fra le sue prime composizioni c’è anche il primo Inno all’Unità d’Italia. Risale al 1815: Mameli sarebbe arrivato solo 32 anni dopo. Nel frattempo Rossini aveva già chiuso la carriera.

Vittorio Emiliani è uno dei principali biografi del Maestro. È anche un esperto di beni culturali: ha dedicato alle sofferenze della città dove vive un accorato, esortativo “Roma capitale malamata” appena uscito presso Il Mulino. Quanto a Rossini, Emiliani sta per andare in onda una rievocazione radiofonica su Radio3 martedì 13 alle 21, con Lorenzo Lavia e un complesso d’archi, “Pensa alla Patria”. Una citazione dall’Italiana in Algeri. Ne parla con l’Agi.

“Pensa alla Patria”: un’espressione che difficilmente si accosterebbe a Rossini, che di solito viene identificato con un altro motto: “La vita è mangiare, amare, cantare e digerire”.

“Sono luoghi comuni, questi che lo vogliono eternamente felice, gaudente e mangiatore”.

Ma piangeva se un tacchino farcito gli finiva nel fiume…

“La verità è che ebbe molte vite. Una prima vita di divertimento, creatività e salute intense. Poi però iniziarono i dolori. Nel suo periodo napoletano prende una malattia venerea. Non subì le conseguenze che ebbero nella stessa situazione Donizetti e Paganini, che ne morirono, ma ugualmente da quel momento la sua vita cambia, nonostante ci sarebbero stati ancora anni di successi e trionfi”.

Però le sue cene, anche nell’ultimo periodo a Parigi, erano famose.

“Certo, i menù erano ricchissimi, ma lui ormai era un depresso e mangiava molto poco. Oppure, da ciclotimico qual era, ne approfittava per esaltarsi nei momenti di euforia. Come quando organizzò un paio di cene ‘alla Wagner’. Nella prima i piatti di pesce erano pieni solo di maionese, a sottolineare la scarsa sostanza del Tannhaeuser; nella seconda tutto quello che fece preparare fu una baraonda per pentole e coperchi che dalla cucina salì fino in sala da pranzo, con lo stesso scopo dimostrativo. Non proprio un Lucullo”.

Da qualcuno l’avrà ripreso, questo spirito goliardico.

“Il padre, un suonatore di tromba squillante originario di Lugo di Romagna, era detto Il Vivazza. Un tipo esuberante anche in politica, giacobino e repubblicano. Passò i suoi guai per aver aperto le porte del ghetto di Pesaro. La pagò con un anno di fortezza. La madre invece era un soprano che aveva fatto, anche lei, la sua rivoluzione: fu tra le primissime donne a cantare in un teatro, in un ambiente ancora dominato dai castrati”.

Poco conformisti entrambi.

“Come anche il figlio, che grazie anche a un paio di eccellenti maestri, i canonici Malerbi di Lugo, non si accontenta, come tutti all’epoca, di nutrirsi di melodramma italiano, ma studia la musica del mondo austriaco e tedesco. Studia, ascolta ed esegue, copiandone la notte gli spartiti, Bach, Gluck, Haendel, Mozart e Haydn. Sviluppa una mentalità europea, è innamorato di Raffaello e della sua armonia ma formato anche sulle note del Nordeuropa. I frutti si vedranno molto presto. È un compositore precoce, come Mozart. Per i suoi gusti musicali c’è chi a Bologna gli dà il soprannome di Tedeschino, e non è sempre una cosa benevola”.

 

 

Comunque lascia presto Bologna e le sue malignità.

“Bologna sarà sempre, di fatto, la sua città, anche se si sentirà tradito da essa – in modo gravissimo – per ben due volte nel 1849 e nel 1851. Sarà accusato di essere un ‘ricco retrogrado’ se non un vero e proprio austriacante. È il motivo per cui alla fine va a vivere a Parigi. Ma questo accade solo più tardi. All’inizio lascia Bologna perché già conosce il successo: a Venezia e poi, soprattutto, a Napoli”.

Napoli, dove viene consacrato compositore di livello internazionale.

“Lui ha poco più di vent’anni e qui lo sorprende la Storia sotto forma di Giacchino Murat. Si noti: compone con l’Italiana in Algeri un’opera buffa dal finale tutto politico. È il Rondò di Isabella, in cui la donna italiana rinchiusa nell’harem si rivolge ai suoi connazionali schiavi e canta: Pensa alla patria, e intrepido / Il tuo dover adempi / Vedi per tutta Italia / Rinascere gli esempi. Siamo molti anni prima di Verdi. Non a caso poco dopo Murat fa scrivere a Pellegrino Rossi il Proclama di Rimini, in cui chiama gli italiani alla lotta per l’indipendenza”.

E Rossini?

“Rossini su richiesta di Murat compone un Inno per l’Italia. Non ne è rimasta nemmeno una nota. Solo qualche parola: Sorgi Italia che l’ora è venuta …. Non è molto. Lui comunque fece in tempo non solo a comporlo, ma anche a dirigerne la prima esecuzione. E qui entriamo in un’altra dimensione del personaggio: la sua modernità. Il direttore d’orchestra è una figura che si afferma in Francia in quegli anni, ma in Italia è ancora sconosciuta. Rossini anticipa i tempi, e non è l’unica volta”.

Le altre volte?

“Sempre a Napoli, sempre grazie a Murat, che ha istallato nel foyer del San Carlo i tavoli del gioco d’azzardo. Un profluvio di soldi per le casse dello Stato, che Rossini usa per creare – attenzione – la prima orchestra e il primo coro stabile d’Europa e una compagnia di canto fissa. Un modello che ripeterà anche a Parigi. I francesi a loro modo lo ripagheranno perchéhanno già creato con Beaumarchais creeranno la prima Società Autori Editori, che permetterà a lui di incassare le royalties dei suoi successi”.

Più che europeo verrebbe da dire creatore dello show-business all’americana.

“In realtà aveva un rapporto con la sua arte che oggi potremmo definire di grande professionalità, insieme a fiuto commerciale. Per lui le prove erano veramente le prove, una cosa serissima. Lui era preciso al limite della pignoleria, e oltre. A 19 anni, poco soddisfatto della performance di un coro in una sua rappresentazione, prese letteralmente il bastone in mano. Dovette intervenire la forza pubblica”.

Poco affine con l’idea che si ha di lui, di un bonaccione.

“Era molto passionale. Anche se la sua musica è estremamente equilibrata, con estri incredibili: Stendhal definisce “L’Italiana in Algeri” una folie organisee. In realtà lui è un compositore neoclassico, che definisce Raffaello il suo vero maestro e che con le sue opere va oltre il Romanticismo, fin dentro il pieno Novecento. Non a caso è molto usato anche nelle pubblicità”.

Quasi un rifiuto di quanto ha caratterizzato l’Ottocento e il Romanticismo

“Dopo Napoli va a Roma, dove la Restaurazione non era così pesante grazie al Cardinal Consalvi e a Pio VII. Poi si sposta per l’Europa: Vienna, Londra, Parigi. Acquisisce una visuale ben più ampia delle semplici cause nazionali. A voler essere precisi: mentre nasce la moda ‘alla Rossini’, che alla Corte di San Giacomo chiamavano ‘Rossini Fever’, lui non è coinvolto nel Risorgimento. Non ha mai il coraggio, forse, di essere un eroe risorgimentale, Ma nonostante questo l’idea di libertà è un leit-motiv della sua opera. I suoi viaggi europei ne plasmano la sensibilità. Alla fine non è altro se non un cittadino europeo, che guarda oltre gli stati nazionali. Punta alla pace in Europa, e gli importa relativamente di come questa armonia potrà essere raggiunta”.

È per questo che compone la cantata alla Santa Alleanza, eseguita all’Arena di Verona nel 1822 in piena Restaurazione?

“Pensiamo soprattutto a cosa canta il Barone di Trombonok nel Viaggio a Reims: “dell’Europa sempre sia / il destin felice appien / Viva viva l’armonia / che è soprgente di ogni ben”. L’opera venne composta per l’incoronazione di Carlo X di Francia. Ma il respiro è ben più ampio”.

Si preferisce ricordare il messaggio di indipendenza del Guglielmo Tell"

“A quel punto viene consacrato, quasi suo malgrado, un eroe del Risorgimento, soprattutto il musicista della Libertà. Ma vale quello che sospirava ogni tanto, negli ultimi anni di vita”.

Vale a dire?

“Cose del tipo ‘Bisogna essere volgari, per avere successo oggi’. Oppure: ‘Che tempi merdosi che viviamo’”.

Proprio con queste parole?

“Parole molto attuali, mi pare. Lui che era noto per l’eloquio gentile. Il fatto è che il suo mondo ormai era finito, e lui non dormiva e non mangiava più. Altro che gourmet”.

Un secolo fa, l'11 novembre 1918 alle 5.20 del mattino, nella radura di Rethondes, nella foresta di Compiégne, a nord di Parigi, Francia e Germania firmarono l'armistizio che mise fine alla prima Guerra mondiale. Per compiere un gesto storico il generalissimo delle forze armate alleate, il maresciallo Ferdinand Foch, scelse un luogo tranquillo, isolato ma vicino al fronte e alla città. La radura di Rethondes era il luogo perfetto. Un grande spazio circolare di cento metri di diametro nel quale si incrociano due linee ferroviarie utilizzate per il trasporto dell'artiglieria. Tutto avvenne in una carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura, destinata a diventare il treno più famoso di Francia e d'Europa. Oggi è al centro delle commemorazioni del centenario, con la visita del presidente francese, Emmanuel Macron, e della cancelliera tedesca, Angela Merkel.

Il 4 novembre 1918 il ministro di stato Mathias Erzberger e il diplomatico Alfred von Oberndorff vennero inviati sul posto come negoziatori del governo tedesco per chiedere l'armstizio. L'8 novembre, ad accoglierli senza stretta di mano protocollare fu il maresciallo Foch. Alle 9 i protagonisti si sedettero nel vagone ristorante, dotato dii gruppo elettrogeno e di tutti i mezzi di comunicazione dell'epoca. Alla delegazione tedesca che chiese le "proposte" delle potenze alleate per arrivare all'armistizio, con tono energico il maresciallo rispose: "Non ho proposte da fare. Volete l'armistizio? In tal caso ditelo!". I tedeschi acconsentirono, ed ascoltarono le condizioni stabilite dagli alleati, che menzionarono l'occupazione della riva sinistra del Reno. Foch stabilì come ultimatum l'11 novembre. Nella notte tra il 10 e l'11 novembre i negoziatori tedeschi studiarono ciascuno dei 34 articoli della convenzione di armistizio, letta e poi tradotta. Alle 5.20 le due parti firmarono il testo, che entrò in vigore alle ore 11 dello stesso giorno, ponendo fine a quattro anni di combattimenti accaniti, il cui bilancio fu di 18 milioni di morti, di cui 1,4 milioni di soldati francesi e 2 milioni di militari tedeschi. Gli italiani morti, tra militari e civili, furono oltre un milione.

La radura circolare di Rethondes si trova in fondo al "Vialetto trionfale" inaugurato nel 1922 – anno in cui il luogo venne allestito come memoriale – che ogni anno i capi di stato risalgono per la commemorazione. Una statua monumento del maresciallo Foch, istallata nel 1937, si affaccia sulla "Lastra sacra" collocata al centro della radura con sopra la scritta: "Qui l'11 novembre 1918, soccombette il criminale orgoglio dell'Impero tedesco fermato dai popoli liberi che pretendeva asservire".

La vendetta del Fuhrer

Ventidue anni dopo Rethondes fu nuovamente al centro della storia franco-tedesca. Proprio per cancellare l'umiliazione del 1918, Adolf Hitler orchestrò una vera e propria messa in scena col famoso treno nel quale, a sua volta, fece firmare la resa ai francesi. Era il 22 giugno 1940 e Hitler immortalò la vittoria mettendosi in posa come il maresciallo Foch, con dietro di lui tanto di svastica al posto dei simboli del '18. Il regime nazista tedesco portò con se' il "vagone dell'armistizio", utilizzandolo a fini propagandistici prima di distruggerlo nell'aprile del 1945. Una riproduzione della carrozza è stata realizzata ed istallata nel museo-memoriale visitato ogni anno da 70 mila persone, tra cui molti studenti.

Notte e nebbie, cristalli spezzati, urla nel silenzio: 80 anni fa il buio prende il sopravvento sulla Germania, fino a pochi anni prima uno dei Paesi più colti ed avanzati d’Europa. È, letteralmente, l’inizio della fine: con la Notte dei Cristalli gli ebrei tedeschi ed europei imboccano la via dell’Inferno. La Shoah inizia per le strade di Berlino, Lipsia, Duesseldorf per culminare, anni dopo, nei camini di Auschwitz.

Spesso quell’ondata di violenze indiscriminate per tutta la Germania (ma anche nei Sudeti appena annessi al Reich e nella stessa Austria da poco vittima dell’Anschluss) viene definita un enorme pogrom, come le esplosioni di violenza antisemita ricorrenti nei villaggi della Russia zarista. Ma se le forme sono quelle, non lo sono più le cifre.

I pogrom erano esplosioni di collera sanguinaria, il più delle volte molto circoscritta ed estemporanea. La Notte dei Cristalli fu il frutto di un piano costruito a tavolino, in scienza e coscienza, pronto per essere messo in atto alla prima occasione utile. Lo dimostrano le dimensioni e il bilancio delle spedizioni punitive: 1.500 morti, 1.200 sinagoghe distrutte o date alle fiamme, quasi mille negozi devastati. Trentamila ebrei rastrellati e spediti chi a Sachsenhausen, chi a Buchenwald.

“Che gli ebrei conoscano la collera dei tedeschi”

La mattina del 9 novembre 1938 Adolf Hitler si trova a Monaco, a celebrare il quinto anniversario del fallito Putsch della Birreria, quando a capo di un manipolo di nazisti tentò di impossessarsi del governo della Baviera. Era finita in un golpe da operetta, con lui arrestato e condannato. In cella aveva scritto la sua bibbia dell’odio, quel Mein Kampf in cui teorizzava tutto quello che avrebbe puntualmente fatto una volta al potere.

Durante la cerimonia di commemorazione lo raggiunge una notizia: a Parigi uno studente ebreo, un certo Herschel Grynszpan, ha ucciso un diplomatico del Reich, Eduard vom Rath. “Lasciate che gli ebrei imparino cos’è la collera dei tedeschi”, ordina, e subito decine di suoi uomini si precipitano al telefono a dare istruzioni ai loro sottoposti.

Per chi suona il violino di Heydrich

Il progetto, e sicuramente la supervisione delle operazioni, è di Reinhard Heydrich, numero due delle Ss, responsabile della sicurezza del Reich, comandante in capo della Gestapo. Un esperto suonatore di violino che a 28 anni aveva avuto bisogno di una manciata di minuti e niente più per stilare, di fronte ad un Himmler stupefatto, i punti chiave della riforma dei servizi segreti nazisti.

Cosa avvenne sotto i suoi ordini lo raccontano i resoconti dei diplomatici stranieri: giovani “ben vestiti e disciplinati, in abiti civili, si sono radunati all’esterno dei negozi degli ebrei e dei loro luoghi di culto”. Ad un segnale scatta l’attacco: le porte delle sinagoghe e le vetrine “sono forzate e aperte, Stanze e arredamento sono bagnati con la benzina e dati alle fiamme. Copie della Torah ed oggetti sacri sono fatti bruciare”. Troppa sincronia, troppa preparazione ed efficacia per pensare che si tratti di un pogrom tradizionale. Heydrich il violinista sta facendo le prove generali per la Soluzione Finale, che non vedrà se non in parte: morirà nel 1942 per i postumi di un attentato in Boemia.

Il cielo rosso sopra Berlino

Dopo la prima ondata di violenze una seconda, e poi ancora una terza: di fatto il sacco dei beni degli ebrei dura tre giorni almeno. Dalla sua finestra un Goebbels compiaciuto racconta di poter vedere, dopo il crepuscolo, il cielo di Berlino divenire rosso per le fiamme della sinagoga della Fasanenstrasse, la più importante della città. Pochi isolati più in là, sulla Bebelplatz, il nazismo aveva esordito con il suo primo rogo dei libri. Chi brucia i libri prima o poi brucia anche gli uomini.

La grande fuga

Finiti gli incendi inizia la fuga dalla Germania: migliaia di ebrei assiepano i consolati e le ambasciate straniere nelle principali città del Reich, chiedendo un visto o una lettera che permetta di oltrepassare la frontiera. Chi ci riesce salva la vita, soprattutto se sale su un traghetto per l’America, come un giovane che avrebbe fatto strada molto tempo dopo: Heinz Kissinger, che non vorrà mai più parlare tedesco e si farà chiamare Henry. Molti altri, meno fortunati, vanno a stipare le baracche dei Lager creati, all’inizio, per gli oppositori politici, gli omosessuali e gli handicappati. Seguiranno gli zingari e i testimoni di Geova.

Come spesso capita, un nome da solo non basta a far capire. Anche Kristallnacht, “Notte dei cristalli”, è una definizione in sé insufficiente: si riferisce sì alle vetrine dei negozi mandate in frantumi, ma non rende il senso della tragedia incombente sulla Germania e sul resto d’Europa. Soprattutto non riesce a spiegare come, quella notte, l’intera civiltà costruita nel corso dei secoli nel Vecchio Continente abbia potuto dimostrarsi fragile come una lastra di cristallo.

Un giorno lungo un secolo

La Germania, quel 9 novembre, sprofondò nelle tenebre. Venti anni prima, il 9 novembre 1918, con la fuga del Kaiser Guglielmo II in Olanda aveva conosciuto l’umiliazione. Uscita dal biennio rosso, la Repubblica di Weimar aveva sperimentato il 9 novembre del 1923 il primo assalto della destra nazista e xenofoba. Sarebbe uscita da un incubo lungo quasi un secolo solo nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino. Anche lì un 9 novembre. Il giorno in cui in Germania tutti devono ricordare e ritrovare la propria anima.

In occasione del 50° anniversario del 1968 – dopo il successo dell’edizione romana che ha visto ben 20.000 visitatori al Museo di Roma in Trastevere e il conferimento della medaglia da parte del Capo dello Stato Sergio Mattarella per il valore sociale e culturale dell’iniziativa – Eni e Intesa Sanpaolo portano a Torino “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. L’esposizione fotografica e multimediale, che sarà allestita a Torino presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia e nel grattacielo Intesa Sanpaolo dall’8 novembre al 2 dicembre 2018, è il risultato di un lavoro di ricerca svolto da Agi Agenzia Italia nei materiali d’epoca di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali.

Una mostra diffusa nella città di Torino – spreading the 1968 in town – che si sviluppa nella sede di Camera, vero e proprio osservatorio sulla fotografia nazionale e internazionale di cui Intesa Sanpaolo è partner fondatore e Eni partner istituzionale, nella hall del grattacielo Intesa Sanpaolo, luogo simbolo della banca e della città, e in Piazza San Carlo, lungo i portici di fronte alla sede storica del Gruppo.   

La mostra a cura dell'Agenzia Italia, realizzata in collaborazione con Eni e Intesa Sanpaolo, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino, è resa possibile dalle numerose fotografie provenienti dall’archivio storico di Agi e completata con prestiti messi a disposizione da Eni, Archivio storico di Intesa Sanpaolo, AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Contrasto, Getty Images, Archivio Storico della Biennale di Venezia, Associazione Archivio Storico Olivetti, FCA Group, Museo Nazionale del Cinema, Archivio Storico della Città di Torino, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso.
 

Cape Canaveral, l’equipaggio dell’Apollo 8: da sinistra Frank Borman, William A. Anders e James A. Lovell, novembre, 1968. NASA / AFP

L’iniziativa, che nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore Agi e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, delinea un vero e proprio percorso nell’Italia e nella Torino del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quell’affascinante storia che ha messo le radici dell’odierno. Come racconta Riccardo Luna: “Questa non è una mostra sul passato ma sul futuro. Sul futuro che sognava l’ultima generazione che non ha avuto paura di cambiare tutto per rendere il mondo migliore. Che si è emozionata e mobilitata per guerre lontane; che ha sentito come proprie ingiustizie subite da altri; che ha fatto errori, certo, ha sbagliato, si è illusa, è caduta, ma ha creduto, o meglio, ha capito che la vera felicità non può essere solo un fatto individuale ma collettivo, perché se il tuo vicino soffre non puoi non soffrire anche tu. Nessuno si salva da solo. Quello che ci ha colpito costruendo questa mostra, sfogliando le migliaia di foto che decine di agenzie e archivi ci hanno messo a disposizione con una generosità davvero stupefacente, come se tutti sentissero il dovere di contribuire alla ricostruzione di una storia che riguarda i nostri figli molto più che i nostri genitori; quello che ci ha colpito sono gli sguardi dei protagonisti, l’energia dei loro gesti, le parole nuove che usavano”.
 

Indianapolis, Robert F. Kennedy durante un comizio per la campagna delle primarie democratiche, 30 aprile, 1968. AP/ANSA
 

Da qui, Agi ha ricreato un archivio storico quanto più completo del ’68 attraverso le immagini simbolo dell’epoca. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda. Dreamers si presenta quindi come una preziosa occasione di dibattito sul tema della fotografia come linguaggio e documento di ricostruzione storica.

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Saigon, un sospetto Viet Cong viene giustiziato per strada da Nguyen Ngoc Loan, capo della Polizia Nazionale vietnamita, 1 febbraio, 1968. AP/ANSA 
 

In occasione dell’esposizione torinese, Dreamers si arricchisce di ulteriori contributi fotografici, video e documentali che consentono di rivivere alcuni momenti storici del 1968 a Torino come il famoso sciopero del 30 marzo della Fiat, gli sgomberi e le manifestazioni universitarie ma anche immagini tratte dal Museo Nazionale del Cinema, alcune rare immagini delle automobili dell’epoca e le più importanti prime pagine del quotidiano La Stampa. Saranno presenti in mostra, inoltre, immagini tratte dall’Archivio storico di Intesa Sanpaolo che raccontano il progetto Finafrica della banca nonché le storiche locandine di Eni che mostrano come l’azienda, a partire dalla metà degli anni Sessanta, abbia individuato nei giovani il target destinatario di nuove campagne pubblicitarie di prodotti “che contengono in sé una carica di aggressività palese o latente”, tra cui la benzina.
 

Praga, ingresso dei sovietici in città, 21 agosto, 1968. Heritage/AGF
 

Un viaggio nel tempo fra 170 immagini, tra le quali più di 60 inedite; 20 archivi setacciati in Italia e all’estero; 15 filmati originali che ricostruiscono più di 210 minuti della nostra storia di cui 12 minuti inediti; 30 prime pagine di quotidiani e riviste riprese dalle più importanti testate nazionali, con un focus sulla cronaca locale torinese dell’epoca grazie all’importante contributo fornito dal quotidiano La Stampa; e inoltre una ricercata selezione di memorabilia: un juke boxe, un ciclostile, una macchina da scrivere Valentine, una fotocamera Leica dell’epoca, e la maglia originale della Nazionale italiana indossata da Tarcisio Burgnich in occasione della finale dei Campionati europei di quell’anno.  

Tutti questi temi verranno raccontati attraverso la cronaca, gli usi, i costumi e le tradizioni in diverse sezioni tematiche, dando vita e facendo immergere il pubblico in questo lungo e intenso racconto nell’Italia e nella Torino del ’68.
 

Parigi, una giovane studentessa a terra durante gli scontri in una manifestazione, 1 maggio, 1968. AFP 
 

Ad accogliere i visitatori ci saranno i grandi “sognatori del futuro”; attraverso le figure di Martin Luther King e Bob Kennedy il pubblico sarà guidato all’interno della cronaca internazionale del ’68: dalla guerra del Vietnam alla segregazione razziale negli USA, dalla presidenza di Nixon alla fine della Primavera di Praga, dalla Grecia dei colonnelli al maggio francese fino agli scontri tra l’esercito e gli studenti a Città del Messico, si ripercorreranno alcuni degli eventi che hanno influenzato e cambiato le sorti della storia del mondo. Eventi che sono raccontati nel libro 1968 dalla scrittrice Oriana Fallaci, testimone diretta, dal Vietnam al Messico, dei fatti di quell’anno cruciale.

Seguiranno poi le occupazioni, le contestazioni e le rivolte studentesche: in particolare, saranno ripercorsi i tragici scontri tra studenti e forze dell’ordine avvenuti nella famosa “Battaglia di Valle Giulia” nonché i numerosi scontri e scioperi che hanno caratterizzato la Torino dell’epoca. Nel capoluogo piemontese, infatti, il 1968 comincia in anticipo, con l’occupazione studentesca di Palazzo Campana, sede dell’Università: è l’inizio di un anno di lotte contro il potere accademico, unite agli scioperi operai. Sarà, inoltre, riportato un ciclostile originale dell’epoca, per rievocare i momenti della ribellione per mezzo della stampa di volantini e giornaletti universitari. 
 

Roma, Giacinto Facchetti, capitano della Nazionale, alza la coppa dei campionati europei vinti a Roma contro la Jugoslavia, 10 giugno, 1968. (Agi)
 

L’esposizione proseguirà nella sezione “La dolce vita”: ci sarà, anche grazie al contributo fornito dal Museo Nazionale del Cinema, il Bel Paese della dolce vita del noto Piper Club di Roma, punto d’incontro di alcune famose celebrities nazionali e internazionali come l’attore Sean Connery, il cantante Adriano Celentano, il regista Federico Fellini, l’attore Alberto Sordi, l’attrice Anna Magnani, il cantante Massimo Ranieri, il regista e attore Vittorio Gassman, il cantante Domenico Modugno. E non mancherà anche qui un riferimento alla Torino dell’epoca, con Caterina Caselli ripresa con alcuni operai negli allora stabilimenti FIAT.

Altre sezioni saranno dedicate alla musica italiana e internazionale e alle grandi imprese sportive del ‘68, come la vittoria ai Campionati Europei della Nazionale Italiana a Roma contro la Jugoslavia

Anche l’innovazione tecnologica avrà il suo spazio all’interno della mostra. Sarà presente, infatti, una sezione dedicata al grande fermento tecnologico del 1968 che culminerà con lo sbarco sulla luna di Neil Armstrong del 1969. 

I grandi personaggi che hanno segnato in maniera indelebile quell’anno “rivivranno” attraverso i loro discorsi più famosi. Grazie ad alcuni pannelli speciali, sarà possibile leggere estratti del discorso pronunciato da Martin Luther King il giorno prima di essere assassinato, il “discorso sul Pil” di Bob Kennedy, la poesia “Il PCI ai giovani” e il testo “Vi odio cari studenti” di Pier Paolo Pasolini.
 

Roma, disordini a Valle Giulia, 1 marzo, 1968. Carlo Riccardi/ Archivio Riccardi
 

Oltre all’esposizione l’iniziativa prevede l’organizzazione di “Vero o Falso – dalla guerra dei mondi alle bufale del web”, un ciclo di workshop riservati agli studenti delle scuole superiori torinesi e curato da Eni. Un programma variegato, di spessore e nello stesso tempo accattivante, dedicato al tema delle “fake news”, che punta a far riflettere ciascun studente su storia, immagini e notizie con esperti d’eccezione. L’obiettivo sarà quello di fornire ai giovani gli strumenti per apprendere come decrittare il mondo dell’informazione e distinguere il “vero” dal “falso”, che sia esso diffuso attraverso parole o immagini. I workshop, che si svolgeranno dalle ore 10 alle ore 12, prenderanno il via il 14 novembre con un incontro con lo storico Peppino Ortoleva dal titolo “Relazione tra fatto e racconto, come era nel passato e come è nell’epoca della digitalizzazione”. Il 21 novembre Nicolas Lozito, photo editor del quotidiano La Stampa, incontrerà gli studenti in un dibattito su “Le immagini raccontano storie. Il linguaggio visivo nelle news e l’etica della manipolazione delle fotografie”. Il 28 novembre, infine, il condirettore di Agi, Marco Pratellesi, parlerà di “Libertà, news e opinione pubblica”.

L’evento è realizzato con il sostegno di Eni e Intesa Sanpaolo, in collaborazione con SIAE- Società Italiana degli Autori ed Editori e CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e in partnership con FCA Group, la RAI, la FIGC, la Fondazione Museo del Calcio, l’AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio Democratico, Leica, Open Polis e il CENSIS.

Media partner dell’iniziativa sono La Stampa, RAI-RAI TECHE, Scomodo, RadioimmAginaria e VoiceBookRadio.

 

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Un falco sulle tracce di sette persone scomparse misteriosamente: si dipana da qui il thriller “Ginevra e Il Falco – La criminologa dei casi irrisolti. I delitti del Lago di Sol” (Bertoni Editore), primo romanzo di Luciana Crucitti, grafocriminologa, ex funzionaria della Polizia scientifica e blogger di AGI. Una novità editoriale per gli appassionati del ‘noir’, che veste la scrittura di reali elementi tecnici propri della Polizia scientifica, e li cuce in una trama mozzafiato, ricca di colpi di scena, che vede Ginevra Blanch, capo della Diicos (Direzione investigativa internazionale scientifica cold case) con il suo insperabile falco Aghir, sviluppare un’indagine difficile.

Si parte da una lettera anonima, si prosegue su un terreno di articolati depistaggi e messaggi in codice, fino ad assicurare alla giustizia i responsabili di una trama oscura che era stata frettolosamente archiviata. Il romanzo è stato presentato a Roma durante la manifestazione “Pomeriggi Letterari nella Città Eterna”, presso Villa Pirandello, dall’autrice e dal giornalista del ‘Corriere della Sera’  Fabrizio Peronaci.

Nei giorni scorsi Anonymous aveva promesso per il 5 novembre "qualcosa che non avremmo mai dimenticato". Era stato annunciato che l'attacco avrebbe avuto come obiettivo la Lega. Il "dump", ovvero la diffusione in rete di dati sensibili come password e numeri di telefono personali, ha avuto però una portata più vasta. Oltre ai membri trentini del Carroccio, sono stati colpiti il ministero dello Sviluppo Economico, il ministero dell'Economia (tramite un "buco" nella banca dati di Equitalia), Fratelli d'Italia e la sezione senese del Pd. E la data scelta non è stata affatto casuale. 

Il 5 novembre del 1605 è il giorno nel quale avvenne "La congiura delle polveri", un complotto papista che, allo scopo di ottenere un trattamento più favorevole per i cattolici, aveva l'ambizioso obiettivo di far saltare in aria con l'esplosivo la Camera dei Lord nel giorno della sua apertura, uccidendo chiunque si trovasse al suo interno: ministri, deputati e lo stesso re Giacomo I, protestante inflessibile. La mente della cospirazione era Robert Catesby, il quale desiderava che l'Inghilterra diventasse una monarchia assoluta fedele alla Chiesa come la Francia e la Spagna. Il ruolo di esecutore materiale sarebbe invece toccato a Guy Fawkes, un militare che vantava anch'egli contatti con Madrid. Sarebbe stato lui ad accendere la miccia che avrebbe fatto esplodere i 36 barili di polvere da sparo accumulati per l'attentato.

I congiurati furono però traditi da una lettera anonima, giunta nelle mani di Lord Monteagle quattro giorni prima dell'apertura dei lavori della Camera. Fawkes e gli altri cospiratori furono arrestati la notte del 4 novembre. Interrogati e sottoposti a tortura, vennero tutti impiccati. Catesby, che era riuscito a fuggire, venne intercettato dalle guardie reali e ucciso in un conflitto a fuoco. Un episodio storico entrato di prepotenza nella cultura pop grazie a "V per Vendetta", il fumetto di Alan Moore diventato poi un fortunatissimo film per la regia di James McTeigue. Il protagonista del fumetto e del film, "V", indossa infatti una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes.

Un simbolo reazionario per gli anarchici

Sullo sfondo di una Londra distopica governata da un regime orwelliano e autoritario, V, in una delle prime sequenze, salva una giovane da uno stupro e la invita ad assistere a un "concerto". Sta per scoccare la mezzanotte tra il 4 e il 5 novembre. V fa saltare le cariche esplosive che aveva piazzato sotto l'Old Bailey, il palazzo che ospita il Tribunale Centrale di Londra, e aziona altoparlanti che diffondono l'Ouverture 1812 di Tchaikovsky. 

Prima dell'esplosione, V pronuncia l'ormai famosa filastrocca:

Remember, remember!/  The fifth of November/ The Gunpowder treason and plot/ I know of no reason/ Why the Gunpowder treason/ Should ever be forgot!

Che in italiano diventa: 

 Ricorda per sempre il 5 novembre, il giorno della congiura delle polveri contro il parlamento. Non vedo perché di questo complotto nel tempo il ricordo andrebbe interrotto

V è una sorta di giustiziere anarchico e l'immenso successo della pellicola lo rende un'icona protestataria buona per ogni occasione. Indossano le sue maschere i manifestanti di Occupy Wall Street e, soprattutto, indossano le sue maschere gli hacker del collettivo Anonymous. L'effige del cospiratore finisce su magliette, tazze e accendini, lo stesso trattamento subito da Che Guevara nei decenni precedenti. Non è dato di sapere quanti di coloro che ne acquistano la maschera, magari made in China, sappiano chi fosse veramente Fawkes. Nè, nel caso, se si rendano conto di utilizzare come stendardo antiautoritario la faccia di un reazionario cattolico che sognava una monarchia assoluta sottomessa al papato. 

Il 5 novembre è ancora celebrato nel Regno Unito con fuochi d'artificio e il rogo del fantoccio di Fawkes, in memoria del fallimento della congiura contro la Corona. 

Le donne – spiegano gli ideatori della mostra- perché sono state mortificate più degli uomini, a loro bastava un nulla per finire dentro. Come essere "molto sensuale, con pretese di superiorità intellettuale e non amante della attività domestiche", racconta una delle 46 mila cartelle cliniche dell'archivio dell'ex manicomio San Martino di Como. Ci volevano lo sguardo di un fotografo, Gin Angri, e quello di un poeta, Mauro Fogliaresi, per frugare dentro 1600 faldoni e restituire palpiti alla polvere nell’esposizione ''Donne cancellate', in programma al Palazzo del Broletto della città sul lago dal 27 ottobre al 18 novembre.  

A 40 anni dalla legge firmata da Franco Basaglia, che chiuse per sempre i palazzi oscuri in cui si praticavano trattamenti come la 'malaroterapia' (al paziente veniva iniettato il parassita per provocare febbri 'purificatorie'), viene offerta luce ai volti delle figlie, moglie e madri finite sulla collina di Como in un apparente regno incantato, tra fontane e giardini, negli anni tra il 1882 e il 1948. Visi, spesso smarriti o vergognosi, sempre intensi, a cui sono affiancati diari, lettere e relazioni mediche fotografati da Gin Angri che non ripropone le pagine intere ma seleziona alcuni particolari, mettendo a fuoco a volte solo poche righe e sfumando le altre.

"La classificazione delle donne  avveniva sulla base del loro rapporto con gli uomini – scrive Manuela Serrentino nel catalogo dell'esposizione – Ne conseguivano atteggiamenti sospetti verso quelle che mostravano una certa indipendenza; più che per la loro aggressività spaventavano perché con la loro autonomia rappresentavano il simbolo del disordine sessuale". Il nome 'isteria', viene ricordato, significa 'utero vagante' ed era considerata una patologia annessa alla sessualità. Una cartella clinica di una donna svizzera recita: “Costumi: cattivi”. Durante il fascismo finivano internate le donne “loquaci, smorfiose e disobbedienti” e quelle che non riuscivano a svolgere in maniera esemplare il ruolo di madri, talora di dieci figli, mogli e lavoratrici nei campi. Le ricoverate, il 40% della popolazione totale, erano per lo più operaie, casalinghe o pensionate. Gin Angri ha anche impresso nel suo obbiettivo le ultime anziane pazienti ospitate dal San Martino, che ha chiuso nel 1999, durante gli anni della dismissione.

Il tetto massimo dei ricoveri nel manicomio fu tra il 1960 e il 1970 in coincidenza del grande flusso migratorio nel comasco dal sud Italia e del ritorno nella città di frontiera di emigranti rimpatriati, in sintonia con la 'psicopatologia del migrante' in voga in quel periodo. E dalla Francia veniva Odette, ballerina a Lione con la diagnosi di “tracce di demonologia” per avere tradito il suo amante coreografo. Scrive il poeta Fogliaresi: “In tanto inchiostro intriso di perentorie sentenze, di colpe, di violenze morali e fisiche…L’inchiostro inquisisce …le macchie ‘offesa oltraggio pena peccato’…aspettando un’immensa carta assorbente di un qualunque, fosse anche l’ultimo, Dio”.