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Il 16 ottobre 1943 l'esercito di occupazione nazista sigillava il Ghetto di Roma ed iniziava a rastrellarne gli abitanti. Da Auschwitz sarebbero tornati in meno di 20. Riviviamo quelle ore raccontando l'orrore in cui precipitò la più antica comunità ebraica d'Europa attraverso una serie di storie personali

Celeste che nessuno ascoltò

La sera prima della razzia una donna, chiamata Celeste, corre e grida per le strade del Ghetto: “Domani arrivano in nazisti”. Racconta Giacomo Debenedetti che Celeste viene da Trastevere, di là dal fiume, e vicino alla Sinagoga la conoscono per essere mezza fuori di cervello. Chi potrebbe darle retta? Nessuno, infatti, la ascolta: ci si illude che i 50 chili d’oro pagati due settimane prima ai nazisti abbiano scongiurato il pericolo dei rastrellamenti.

Poche ore dopo i primi camion chiudono le strade tra Largo Arenula e il Portico d’Ottavia: è iniziato il rastrellamento. Vengono allineate dietro i camion 1.023 persone (altrettante sono raccolte in alcune altre azioni nel resto della città e nella provincia).  Torneranno in 17.

La Stella che ricorda Lucifero

Si chiamava Celeste anche lei, ma tutti la chiamavano Stella di Piazza Giudìa (il nome che aveva allora l’odierna piazza delle Cinque Scole). Bellissima, come Venere che una volta si chiamava Lucifero. Faceva la cameriera in un ristorante al Ghetto frequentato da una di quelle bande di fascisti irregolari che catturava e torturava gli antifascisti e vendeva gli ebrei ai nazisti: cinquemila lire un uomo, tremila una donna, millecinquecento un bambino. Parte che fosse l’amore a portarla sulla cattiva strada, o forse fu il desiderio di rivalsa nei confronti di un ambiente chiuso che l’aveva bollata con il marchio della donna perduta, ma lei prese a fare la spia. La delatrice. Traditrice dei suoi stessi fratelli. Dopo la guerra sarà condannata a 12 anni. Morirà nel 2001.

La donna con le buste della spesa

Molte sono le storie di donne, tra quelle che si intrecciano in quella mattinata di 75 anni fa: gli uomini o erano già sui camion o erano fuggiti. All’inizio infatti si credette che si trattasse di una operazione per rastrellare forza lavoro temporanea. Qualcuno però intuisce la verità. È la salvezza per Mario Di Porto, che ha due anni e mezzo e si trova in fila in braccio al padre. Passa una donna, “una cattolica”, con due buste della spesa, una per braccio. Li vede e dice ad alta voce: “Ma che se porta a lavorare un regazzino?”.

La sente la zia del piccolo, che sta arrivando trafelata e capisce al volo. Le due donne parlottano e si intendono. La prima si avvicina al soldato tedesco di guardia: “Oh, quello è mi’ figlio. L’avevo lasciato a ’sta amica mia perché dovevo fa’ la spesa”. Quello non capisce, ma sul camion c’è un deportato che parla tedesco, e anche lui ha capito. Il tedesco a questo punto non ha nulla da obiettare. La zia di Mario per fa riprenderselo, ma la donna con le sporte le dà quasi una spinta: “E che, te lo ridò davanti a loro? Vai ai giardinetti”. È lì che avviene lo scambio.

Mario oggi ha 77 anni. Non ha più rivisto la donna che tornava da fare la spesa.

I medici che si curavano delle anime

Eugenio Sonnino abitava a Largo Arenula, ai limiti del Ghetto. Sua madre quella mattina andò a trovare i genitori, che abitavano nella zona del rastrellamento. L’avvertì il portiere: erano stati portati via. Lei prese i due figli, si trascinò dietro il marito e filarono al Policlinico. Lì furono tutti ricoverati: chi per tifo, chi per meningite. Tutte malattie gravissime e molto infettive. I bambini, sanissimi, ebbero prima il morbillo poi la difterite e infine la broncopolmonite. Una di seguito all’altra.

La disposizione era del Professor Giuseppe Caronia, preside della Clinica di Infettivologia. Quando arrivarono i nazisti non ebbero il coraggio di avvicinarsi a quelle bombe batteriologiche. Eugenio Sonnino, divenuto adulto, resterà in zona: diventerà un affermatissimo demografo dell’Università La Sapienza. Medico, cura te stesso. Ma prima ancora ab bi cura dell’anima di chi ha bisogno.

Ultime lettere prima di Auschwitz

Grazia Calò è meno fortunata: la prendono insieme alle figlie Leda e Consola, quattro e sei anni. Il marito Cesare si è salvato perché per andare a lavorare è uscito di casa ancora prima dell’arrivo dei nazisti.

La donna non viene inviata immediatamente a morire ad Auschwitz, prima viene fermata a Verona. Anzi, può anche scrivere a casa. Indirizzo: Leonida Lucari, vicolo Costaguti 21 (calzolaio). Cronache di poveri amanti: “Ho sognato che eravamo insieme, abbracciati. Quando mi sono svegliata non puoi immaginare la mia delusione”. “Ho avuto una grande gioia nel leggere la tua cartolina: era davvero la tua calligrafia”. Sul retro della cartolina un “Vincere!” di regime.

Il carteggio verrà pubblicato nel 2018.

La razzia dei libri

Di fronte a più di mille morti, parlare d’altro è difficile. Ma il nazismo brucia i libri fin dai suoi albori, ed anche la storia della razzia del Ghetto ha come preludio la depredazione dei libri degli ebrei. Il patrimonio culturale della comunità israelitica di Roma è immenso, e comprende gli archivi, le biblioteche, gli oggetti di uso religioso, il patrimonio del Collegio Rabbinico. Tutto finisce in centinaia di casse, riempite sotto lo sguardo vigile di personale specializzato giunto appositamente da Berlino. La comunità romana infatti è una delle più antiche del mondo, e quando non ci sarà più quelle antiche bibbie verranno esposte nel Museo delle Religioni Scomparse che Hitler ha intenzione di creare dopo il trionfo bellico. Alla fine ne sono stipati due vagoni interi di un convoglio ferroviari che parte dalla Stazione Tiburtina, direzione Brennero.

Dopo la guerra verranno recuperate 54 casse. Una piccola parte del tutto. 

Il cane come ‘migliore amico dell’uomo’ ma anche percorso nella pittura e nell’arte. Una prima grande mostra si terrà a Torino, dal 20 ottobre al 10 febbraio a La Venaria Reale di Torino, sulla rappresentazione del cane nella storia dell’arte, con una raccolta di manufatti, sculture, dipinti, incisioni, disegni e fotografie opera di specialisti animalisti e di alcuni fra i massimi artisti di tutti i tempi, dall’età classica ad oggi.

La mostra, nata da un’idea di Fulco Ruffo di Calabria, ha come tema la costante presenza del cane nell’universo figurativo occidentale. Nonostante sia stato per lo più un motivo accessorio nella pittura di storia, questo compagno fedele dell’uomo si è guadagnato nel tempo una sua propria autonomia iconografica. Secondo solo alla figura umana, il cane è infatti l’animale più rappresentato nella storia dell’arte, a dimostrazione del profondo legame affettivo ed empatico che li unisce, travalicando sovente gli aspetti del decoro formale.

In tale contesto, La Venaria Reale di Torino, che fu per secoli il teatro di caccia dell’aristocrazia Sabauda, sarà il luogo più adatto a ospitare questa mostra sull’iconografia canina.

Un’esposizione articolata in cinque grandi sezioni: Cani nell’antichità, con sculture e manufatti della civiltà greco-romana; Cani in posa, con ritratti di cani, in posa o in azione (XVI-XXI secolo); Cani, uomini e donne in posa, ove uomini, donne e bambini sono ritratti a fianco di uno o più cani (XVI-XXI secolo); Cani in scena, ove il cane è inserito all’interno di episodi storici, di vita reale, religiosa o allegorica, come presenza costante accanto alla vita dell’uomo (XVI-XXI secolo); Cani immaginari, ove l’immagine del cane è trasfigurata attraverso la fantasia degli artisti, compreso il mondo del fumetto (XVI-XXI secolo).

Prestigiosa la serie di capolavori esposti, a partire dal pompeiano Cave Canem del Museo Archeologico di Napoli, provenienti da importanti musei nazionali ed internazionali, come i Musei Vaticani, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, i Musei Civici di Trieste, il Palazzo Chigi di Ariccia, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, il Museo Archeologico Antonio Salinas di Palermo, eccetera. Presenti nella storica dimora di Torino opere di insigni artisti tra ‘500 e ‘700, come Jacopo Bassano, Frans Snyders, Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Giovan Battista Tiepolo, Antonio Canova, fino a contemporanei come Eliott Erwitt, Keith Haring e molti altri.

La mostra, realizzata in coproduzione dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, vede la partecipazione dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiano) che curerà uno spazio all’interno dei Giardini della Reggia di Venaria. L’organizzazione di raduni ed iniziative animeranno una sede progettata come naturale luogo di svago e di piacere legato all’arte venatoria, una delle attività umane di cui il cane è emblema principe per antonomasia.

L''Ultima Cena' è una composizione così familiare ai nostri occhi che potrebbe sembrare nata così com'è, nella sua magnificenza. Una mostra inaugurata a Milano dimostra invece i travagli che accompagnarono Leonardo nella sua composizione, come quelli che lo portarono prima a 'isolare' Giuda dal resto degli apostoli, e poi ad affiancarlo agli altri, anche nel momento in cui covava di tradirlo. La città celebra i 500 anni dalla morte del suo genio più amato con la mostra 'Leonardo da Vinci: prime idee per l'Ultima Cena' allestita nel Museo del Cenacolo Vinciano.

L'esposizione presenta dieci disegni provenienti dalle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II che saranno visibili al pubblico a partire da domani e sino al 13 gennaio 2019, all'interno del Refettorio di Santa Maria della Grazie. Le opere, realizzate in preparazione dell''Ultima Cena', raccontano il percorso creativo di Leonardo dai primi abbozzi fino al capolavoro.

La paternità di sette dei dieci disegni è attribuita senza dubbio alla mano di Leonardo, due vengono assegnati  dalla critica a Cesare da Sesto ma qui al Maestro toscano "in considerazione della superlativa qualità grafica", mentre uno è riferito a Francesco Melzi. "Non è la prima volta – spiega il direttore del Polo Museale della Lombardia Stefano L'Occaso, curatore della mostra – che i disegni vengono esposti nel Refettorio, accostandoli all'Ultima Cena. Era già accaduto nel 1983, ma per un periodo più limitato, solo per un mese. La sosta nel Refettorio sarà allungata a 20 minuti invece dei consueti 15 proprio per ammirare i disegni. Non abbiamo l'intera rassegna dei fogli preparatori per 'L'Ultima Cena', ma l'impatto di questi dieci è eccezionale ed è un'occasione di studio notevolissima".

Ora i visitatori del Cenacolo avranno più tempo a disposizione, e al normale prezzo del biglietto, per godere del progressivo affinarsi dell'ispirazione leonardesca. Quella che lo porterà ad ammaliare l'umanità esprimendo i moti dell'animo che percorrono gli apostoli quando Gesù li avverte che uno di loro li tradirà. I disegni si raccolgono in due blocchi. Un primo nucleo include gli studi d'insieme che sono schizzi più rapidi, a penna, nei quali l'artista studia la composizione nel suo complesso.

Tra questi, spicca lo schizzo che mostra come nella prima ideazione Leonardo avesse collocato Giuda in posizione isolata, dal lato opposto della tavola rispetto agli altri apostoli. Solo dopo, Giuda viene messo assieme agli altri ai lati di Cristo ed è possibile individuarlo attraverso la sola rappresentazione fisiognomica ed emotiva. Il secondo nucleo espositivo raccoglie disegni per lo più a matita rossa o nera che scrutano nei dettagli dei volti e dei gesti.  Le celebrazioni per il cinquecentenario dalla scomparsa del genio proseguiranno con altre iniziative, in programma a Palazzo Reale e al Castello Sforzesco.     

Gli  scatti del fotografo romano Maurizio Riccardi e le battute del vignettista padovano Fred ci raccontano l’ossessione imperante di una società ammalata di “foto profilo”, di pastasciutte immortalate e condivise, di bastoni da selfie sopra le nostre teste e di filtri applicati come maschere di bellezza: centinaia di immagini che si accumulano inesorabilmente nella memoria dei nostri smartphone ma di cui non resterà alcuna traccia con l’uscita del nuovo modello in vendita. Che la mania di immortalare noi stessi e tutto ciò che ci circonda, in maniera quasi compulsiva, sia dettata dalla necessità di appartenere a una collettività virtuale ora che quella reale sta scomparendo?

La mostra 'T'a vuo' fà fà sta foto?' allestita a Spazio5 di Roma (via Crescenzio 99/d) dal 10 al 20 ottobre 2018 non si pone l’obiettivo di rispondere a domande così profonde ma di strappare più di un sorriso grazie all’ironia e alle opere di chi, con le immagini, lavora ormai da parecchi anni.

Maurizio Riccardi fotoreporter, giornalista è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l'Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & Lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e, con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d'oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017), Aldo Moro | Memoria Politica Democrazia(AGR, 2018). 

È difficilissimo 'azzeccare' il nome di chi verrà insignito dal Nobel per l'Economia 2018: tradizionalmente, infatti, qualsiasi previsione della vigilia – il vincitore verrà reso noto lunedì 8 ottobre – viene stravolta e non è escluso che anche per questa edizione ci sia qualche sorpresa. Si tratta del 50esimo nella storia del Nobel, ed è la più 'giovane' tra le categorie essendo stata introdotta solo nel 1969 (il premio è stato istituito dal chimico e industriale svedese Alfred Nobel nel 1895). Viene tuttora attribuito dalla Banca di Svezia che lo ha istituito e lo finanzia.

Non è solo un riconoscimento importante dal punto di vista professionale ma anche piuttosto cospicuo sotto il profilo strettamente finanziario, visto che l'Accademia Reale Svedese riconosce al vincitore una gratifica economica di 960.000 euro. Premio comunque andato principalmente ad economisti statunitensi (secondi gli inglesi) e una sola volta (nel 1985) è stato assegnato ad un italiano, Franco Modigliani.

Anche quest'anno sono in 'pole' economisti inglesi o americani, ma la novità potrebbe essere che ad essere premiata sia – per la prima volta – una donna: e sarebbe, questa, davvero una notizia visto che da più parti è stato lamentato il fatto che una donna non abbia mai ottenuto un riconoscimento del genere. Secondo Hubert Fromlet, professore svedese ed 'esperto' di Nobel, se tra gli anni Ottanta e Novanta la ricerca in campo economico era esclusivo appannaggio degli uomini, sarebbe ora tempo di cambiare aria visto gli importanti progressi ottenuti dalle varie 'cervellone' negli ultimi decenni. A suo giudizio, potrebbero quindi ambire ad avere il prestigioso premio le economiste Susan Athey (Università di Stanford), Marianne Bertrand (Chicago) Ester Duflo (MIT): hanno spaziato dai più diversi campi, dal mercato del lavoro alla ricerca in campo tecnologico. 

Ma anche in questo caso, nulla viene dato per scontato. I bene informati sostengono invece che il premio potrebbe andare ad una coppia di esperti. Si chiamano Manuel Arellano, docente di econometria al Cemfi di Madrid, e Stephen R. Bond, del dipartimento di economia alla Oxford University. I due hanno teorizzato, all'inizio degli anni novanta, i cosiddetti stimatori Arellano-Bond, uno strumento per analizzare i dati longitudinali estraendo la risposta economica dovuta al cambio di una particolare variabile.

Dagli Usa arrivano invece gli altri candidati papabili come Wesley M. Cohen e Daniel A. Levinthal, rispettivamente della Duque University e della University of Pennsylvania: hanno entrambi sviluppato il concetto di capacità assorbitiva, in virtù della quale hanno elaborato metriche per valutare le prestazioni di aziende e di industrie in termini di innovazione. 

“Rino Barillari – The King of Paparazzi” è questo il nome della mostra-omaggio al fotografo più in vista del gossip e della cronaca rosa d'Italia. Prodotta da Istituto Luce Cinecittà con il contributo della Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la rassegna ripercorre la carriera del fotoreporter che meglio di chiunque altro ha impersonato il “paparazzo”, personaggio creato da Federico Fellini per il film “La Dolce Vita”.

Dal 12 al 28 ottobre, nello spazio Extra del Maxxi, sarà dunque possibile rivivere i momenti cruciali del nostro paese attraverso gli scatti del re indiscusso del ritratto di strada che ha saputo catturare le immagini più significative degli ultimi 50 anni della nostra storia: non solo le stars internazionali, ma anche i sanguinosi fatti di cronaca che hanno segnato le pagine più dolorose degli ultimi decenni, per arrivare alle grandi personalità di ieri e di oggi.

Il percorso espositivo, organizzato in quattro sale suddivise con un criterio tematico, presenta una galleria di 100 foto “rubate”, ognuna delle quali racconta una storia, esaltate dal suggestivo allestimento curato da Martino Crespi e da un’istallazione sonora interattiva appositamente creata con stampa 3D da Federico Giangrandi per il Gruppo Editoriale Bixio: NEAR. 

Un segugio instancabile, onnipresente, con un archivio personale di oltre 400.000 fotografie, che durante 60 anni di carriera ha collezionato 163 ricoveri al Pronto Soccorso, 11 costole rotte, 1 coltellata, 76 macchine fotografiche fracassate (alcune delle quali in mostra) e che, nonostante tutto, continua ancora oggi a regalarci i suoi scoop.

Il visitatore avrà la possibilità di “incontrare” attori, attrici e registi di tutto il mondo tra i tavolini di via Veneto, essere testimone dei grandi scoop degli anni ’60-’70 (il ritrovamento delle foto di Paul Getty III, gli effetti personali di Pier Paolo Pasolini dopo il suo assassinio, la rivolta del carcere di Rebibbia, gli attentati delle BR a Roma) e scoprire un Rino Barillari inedito. 

Trasformò la voce di John Lennon in quella del "Dalai Lama che canta su una montagna", come gli aveva chiesto di fare per 'Tomorrow never knows' il fondatore dei Beatles, del cui successo è stato l'Efesto, colui che, come il Dio greco del fuoco che forgiava i metalli, ne costruiva il timbro ineguagliabile delle canzoni.

All'età di 72 anni è morto Geoff Emerick, ingegnere del suono del quartetto di Liverpool, e poi degli Ultravox, di Kate Bush, Elvis Costello, Art Garfunkel, Split Enz e Judy Garland. Emerick, riporta il Guardian, cominciò a lavorare come assistente al suono nei primi anni Sessanta, quando aveva 15 anni.

È del 1963 l'incontro con i Beatles, che tre anni dopo lo vollero alla guida del suono di 'Revolver', uno dei capolavori del gruppo, album psichedelico, canzoni da 'trip' Lsd, il simbolo della rivoluzione musicale compiuta nel rock e nel pop. "Fu una sorpresa, ero terrorizzato da una responsabilità enorme ma accettai", raccontò Emerick in un'intervista.

Vinse la sfida, e restò a lungo con i Beatles, tranne una breve parentesi durante l'incisione di "White Album", dovuta, spiegò, alla "atmosfera tesa" negli studi. Lennon e McCartney, però, si resero conto che non potevano fare a meno di lui, e ritornò a Abbey Road (e all'album omonimo), dove, tra l'altro, lavorò al missaggio Sgt. Pepper'. Conquistò un Grammy con uno degli album del solo McCartney, 'Band on run'.

La fucina di Geoff Emerick ha trasformato l'incisione in studio di un album in un vero e proprio strumento musicale.

Il mondo dei videogiochi sta cambiando. Non solo grazie alle tecnologie, sempre più innovative e immersive, ma anche a causa di nuove forme di narrazione e di interazione tra personaggio e giocatore, tra dimensione ludica e mondo fisico. Keith Stewart, giornalista del Guardian, ha incontrato al Festival Celsius 232 alcuni tra i principali sceneggiatori di storie per videogiochi.

Insieme agli autori di storie di grande successo, come Faster Than Line e Witcher 3, ha provato a immaginare quali saranno le novità che andranno a comporre lo storytelling di questo universo in continua evoluzione. “Dieci anni fa, con GTA o Assassin’s Creed, i narratori diedero spazio e importanza a quelle trame secondarie che permettevano di uscire, liberamente, dal tracciato originario per abbandonarsi a nuove possibilità”. Oggi, secondo Stewart, ci sono 5 ragioni per credere che siamo di fronte a una svolta simile.

Interfacce e joystick, addio

I controller di gioco, con la loro moltitudine di pulsanti e leve, rappresentano uno degli ostacoli più grandi da superare. Secondo Tom Jubert, creatore di Bungie, gli sceneggiatori si devono impegnare a immaginare soluzioni alternative che mettano al centro il linguaggio naturale e le sue elaborazioni. Il gioco del futuro dipenderà moltissimo da una comunicazione diretta tra giocatori e personaggi dove saranno i comandi vocali a determinare quello che succede.

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Jubert, ad esempio, immagina di poter trasformare quello che viene detto in sentimenti, argomenti e azioni: “In una partita di mezz’ora si potrebbe fare un interrogatorio nei confronti di un sospetto senza sapere quanto si è riusciti ad avanzare nello sviluppo della storia. E scegliere di essere diplomatici o aggressivi, a seconda dell’obiettivo e di come ci si sente”. Quello che è certo è il desiderio di superare mouse e joypad, tastiere e altri componenti hardware che limitano tutto ciò.

Non si vive di sole parole

All’interno di queste narrazioni c’è un unico re: il dialogo. Secondo Jakub Szamalek, invece, presto tutto cambierà. Le nuove tecnologie permetteranno a chi scrive di dare maggior risalto a elementi fino ad ora tenuti in disparte e che sono legati alla sfera del “body language”: “Sarà più semplice anche per noi rappresentare le interazioni tra i personaggi lavorando principalmente sulle espressioni facciali o su alcuni movimenti del corpo”. Personalità meno logorroiche e noiose favoriranno la velocità di fruizione dell’intero gioco.

Meno cinema e più soluzioni alternative

Spesso, per raccontare gli elementi fondanti di una trama complessa, i grandi videogiochi propinano ai giocatori lunghe scene cinematografiche dove vengono narrati gli antefatti o vengono presentati particolari utili alla connotazione dei vari protagonisti. Poi, accanto a queste proiezioni, si ricorre a espedienti per fornire altre informazioni. Oggetti come pergamene o mappe. Pop-up di mail, messaggi privati o video olografici.

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L’intelligenza artificiale darà la possibilità di studiare nuovi modi per far emergere i dettagli di quello che si sta raccontando eliminando tutto ciò. Secondo Nick Abnett non si riceveranno più banali ordini come questo: “se vai nella stanza X, dentro il cassetto in basso troverai una pergamena..”. Sarà il gioco stesso a imparare attraverso l’esperienza di gioco e scegliendo il momento e il modo più adatto per far fare quella scoperta.

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Storie lunghe, lunghissime

Il mondo delle serie televisive, soprattutto quelle che prevedono una trama che si dilunga in molte stagioni, influenzeranno anche questa tipologia di storytelling. Gli autori dovranno dedicarsi a storie che non si perdono nell’immediato ma che avranno un respiro di mesi e anni. Per Abnett è il fumetto a dover essere preso come modello per potersi dedicare efficacemente questa tipologia di scrittura: “Nei fumetti puoi tornare indietro e riprendere fili che sono rimasti incompiuti. Così puoi rendere le tue storie facilmente componibili, collegandole insieme in una maniera che non sembra mai forzata. I videogiochi possono imparare molto da questo meccanismo”.

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Connettere persone che vivono in posti lontanissimi

La violenza è un elemento centrale dei giochi moderni. Una delle sfide del futuro sarà quella di costruire nuove storie che siano portatrici di altri sentimenti volti a unire persone che abitano in luoghi molto distanti. L’obiettivo sarà quello di far sì che si sentano sempre più parte di qualcosa di grande e di esclusivo. Margaret Stohl è convinta che Netflix possa rappresentare un altro modello da seguire per “riuscire a rivolgersi a un pubblico sempre più globale. Che aspetto ha un eroe in Cina? E in India? Quali sono le linee narrative veramente importanti e universali?”. Ed è rispondendo a queste domande che, secondo l’autrice, cambierà il modo di scrivere sceneggiature: “Per questo il nuovo Harry Potter verrà proprio dal mondo dei videogiochi”. C’è solo da attendere per capire come sarà.

 

Dice Natalia Aspesi: “A pensarla oggi che sappiamo di non incontrarla più, a parte nelle meravigliose interviste concesse a Simonetta Fiori, Inge non ha mai parlato davvero di sé, si è sempre difesa come in una fortezza impenetrabile però con bandiere e luminarie festose e colorate, chiacchierando di tutto. Alla fine sappiamo le storie della sua vita, ma è di lei che sappiamo molto poco”.

Le fotografie

Inge Feltrinelli si è spenta il 20 settembre 2018 all’età di 88 anni. Era nata a Essen, in Germania, il 24 novembre del 1930, figlia di un ebreo tedesco e di una luterana. Per sopravvivere alle privazioni del dopoguerra, si inventò il mestiere di fotoreporter in giro per il mondo, e divenne presto una fotografa affermata.  Quasi tutti i quotidiani hanno pubblicato oggi il celebre autoscatto in bianco e nero con Ernest Hemingway del 1953, che campeggia nelle librerie Feltrinelli.  Un anno prima, il suo primo scoop fu uno scatto rubato e Greta Garbo (immortalò poi Picasso, Hemingway, Kazan, Kennedy). 

Era da poco arrivata a New York, imbarcandosi da Amburgo, come un “misto di Audrey Hepburn e Leslie Caron”, ricorderà il figlio Carlo nello struggente libro scritto in memoria del padre “Senior Service”, dal nome delle sigarette che Giangiacomo Feltrinelli, editore comunista e miliardario, fumava quando la incontrò la prima volta a un party dell’editore Rohwolt, di ritorno ad Amburgo. Aveva 28 anni ed era bellissima. 

Si sposarono in Messico nel 1959 e cominciò la sua avventura italiana, letteraria e politica, per “cambiare il mondo” a caccia di autori, che in molti divennero suoi amici (tra questi, Garcia Marquez, Doris Lessing, Nadine Gordimer). Dopo la tragica scomparsa del marito, trovato morto ai piedi di un traliccio di Segrate nel 1972, salvò la casa editrice nel clima cupo degli anni di piombo, circondandosi delle persone giuste, lasciando poi le redini della società nelle mani di Carlo, che era nato nel 1962.  

Gli scrittori

Si è battuta per mantenere una continuità con il filone tradizionale della casa editrice, che aveva pubblicato i principali autori contemporanei, alla ricerca di filoni narrativi nuovi, come gli scrittori dell’America Latina, e poi sviluppando la catena della libreria. 

Amica di scrittori e intellettuali, amava le feste ma non per una mondanità sterile, sempre lontana dall’alta borghesia milanese; la sua casa brulicava di persone svariate purché “simpatiche”, stimolava i suoi autori parlando con il suo italiano che non aveva perso l’accento tedesco, coccolandoli; li accoglieva indossando abiti dai colori sgargianti e fantasiosi orecchini di bigiotteria. 

Inge, che alla Fiera di Francoforte si infilava in un turbinio di incontri, ma che non era mai spericolata al lavoro se non quando correva in bicicletta per le strade di Milano, è diventata una icona della cultura italiana più internazionale. 

Scrive Mario Baudino sul quotidiano torinese che quando, tre anni fa, la casa editrice celebrò i sessant’anni di vita al Salone del Libro, “la regina dell’editoria italiana trovò una definizione che riassumeva tutto quanto le era accaduto nel tempo: la “febbre frenetica” di un gruppo di giovani intellettuali cosmopoliti che si cercava e annusava tra Europa e America. «Idealisti e antifascisti, in un momento in cui tutti i giovani intellettuali erano come noi, e infatti tutti lavoravano per noi, in un incredibile via vai. Giovani briganti e frenetici come Enrico Filippini, Valerio Riva, Nanni Balestrini, tutti maschi. E poi Bourgois in Francia, Jonathan Cape in America, Michael Kruger in Germania e tanti altri… Io ero la sola donna»”

Dice ancora Baudino che “Inge Feltrinelli, l’amica degli scrittori e degli intellettuali, la donna che sapeva far lavorare insieme le personalità più disparate, o far da levatrice a grandi libri che magari non aveva neppure letto, amava l’aneddoto riferito a Ernst Rowolt, fondatore dell’omonima Casa editrice, che “annusava i libri e solo dopo tre pagine sapeva se andava bene”. Un po’ come Giulio Einaudi, del resto, che annoverava tra i “fari” cui guardavano, almeno i primi tempi della Feltrinelli, lei e Giangiacomo”.

“Nel clima rovente del 1968”, ricorda Baudino, “venne cacciata da un lussuoso hotel di Francoforte, dove risiedeva per la Buchmesse, la fiera internazionale del libro perché aveva nascosto in camera Daniel Cohn-Bendit ricercato dalla polizia. Quando nel 1962 pubblicarono Il Tropico del Cancro, libro allora scandaloso di Henry Miller, fingendo di averlo stampato in Francia, solo per il mercato estero, e per cinque anni, ci raccontò, «lo vendemmo, in Italia, diciamo così di contrabbando. Fu una cosa molto misteriosa»”.

 

Le conversazioni

Nel 1964 la coppia era all’Avana per lavorare con Fidel Castro sulla sua biografia. La Feltrinelli era diventata famosa per con Il Dottor Zivago di Pasternak, che era stato pubblicato nel ’57 dopo essere stato trafugato clandestinamente dall’Unione Sovietica. Pochi mesi dopo era uscito il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

“Era una conversatrice affascinante nel suo italiano forse volutamente, – e caoticamente – straniero, a partire dall’accentro un po’ tedesco e un po’ americano, per arrivare agli improvvisi neologismi o ad altrettanto subiteanei terremoti sintattici”, ricorda Baudino.

L’amica Eva Cantarella “faceva parte di quel mix internazionale d’intellettuali che la vulcanica editrice ha ricevuto per anni nella sua casa di Milano oltre che nella villa in Monferrato”, scrive Chiara Beria di Argentine, che raccoglie il ricordo della nota grecista: “Inge non era per niente snob. Certo, da lei s’incontravano i suoi amici e autori spesso stranieri ma anche tanti giovani. Il suo era l’anti-salotto alla romana”. E ancora: “Coraggiosa, vitale, colorata, anticonformista. Fin da giovane e in tutta la sua vita ha affrontato anche dolori e difficoltà riuscendo a tenere tutti insieme […] lei era irripetibile”.

Superati gli anni di piombo, quando anche a Milano arrivano tempi più sereni, “al 6 di via Andegari, nell’antico palazzo di famiglia e sede della casa editrice, Inge Feltrinelli offre pranzi e cene ad altro tasso di affettuosità anche se di lavoro”, scrive ancora Beria di Argentine. “Una grande passione per il ballo («Voglio ricordare con quale gioia ballava a Venezia negli anni più felici del premio Campiello», dice il finanziere Francesco Micheli), una predilezione per abiti e accessori dai colori vivaci, tanto che ai tempo delle più rigorose sfilate di Armani spesso era la sola ai bordi della passerella vestita di rosso o arancione”. 

I posti a tavola

Gianni Riotta rievoca le sue missioni oltreoceano, “quelle impossibili giornate newyorkesi” tra lavoro, cultura e party. “L’appuntamento era da Wolf’s, sulla Sesta Strada, uno degli ultimi ristoranti “deli” che servisse a New York carne pastrami all’antica. Inge Feltrinelli arrivava di corsa, in un abito multicolore, ordinava parlando in varie lingue ai camerieri veterani, poi interrogava: “Chi pubblica la New York Review of Books? Chi è il graffitista del giorno, Haring, Basquiat o Scharf? Che dice Vanni Sartori alla Columbia di politica italiana? Possiamo comprare uno dei primi computerini da Radio Shack?”.

Nel ricordare che non c’era libro, Banana Yoshimoto o Cheever, piatto, salsicce o sushi, che non la appassionasse, Riotta, citando alcuni passaggi del libro dell’amatissimo figlio Carlo, scrive che “alle cene numerose Inge proponeva “cambiatevi di posto ad ogni portata, così conosciamo persone nuove se no moriamo di noia”, e gli ospiti seguivano obbedienti la sua contraddanza sociale”,

Inge ascoltava tutti. Riotta ricorda che un giorno “arrivai, come sempre trafelato, a un appuntamento con lei a Villa Deati, suo ritiro in campagna. Un grammofono suonava in giardino, tra i tanti ospiti illustri, Inge si accorse che l’autista de La Stampa, che mi aveva accompagnato, era rimasto in disparte, imbarazzato. Lo invitò a un valzer, facendolo volteggiare sul pronto, «Fateci una foto e che sia bellissima»”.

Fu grazie a Inge che Maurizio Maggiani ha capito “di non essere un vuoto a perdere sepolto nella sterminata discarica dell’editoria letteraria”. Era la primavera del 1995 ed era da poco uscito il Coraggio del Pettirosso. Ricorda Maggiani: “Mentre mi aggiravo con circospezione per via Andegari 6 alla ricerca di qualcuno che, senza offesa, mi confermasse se quello che avevo appena pubblicato era senz’altro il mio quarto, vasto, insuccesso, mi venne incontro questa signora Inge, fino ad allora solo fuggevolmente e rarissimamente intravista, e mi prese e mi abbracciò ordinando all’universo intorno: uno sciampagnino per Maggiani, uno sciampagnino per il nostro autore!”

Un'idea di sé

Cosa diceva Inge di Inge medesima? Lo scrive Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera. Quando, dopo la fuga del padre, direttore ebreo di una grande industria tessile, costretto a nascondersi in Olanda, si trasferisce da Essen a Gottingen, grazie alla coraggiosa madre che la mette sotto la protezione di un ufficiale della cavallerie tedesca che le fece da patrigno, prima che la caduta di Hitler le aprisse gli occhi sul nazismo, spingendola ad allontanarsi dalla famiglia e dalla tragedia storica che aveva vissuto inconsapevolmente, “Si descrisse come una ragazza senza particolari talenti ma “vivace, allegra, incredibilmente curiosa e dotata di una buona dose di faccia tosta” […] In realtà il talento l’aveva ed era, oltre alla curiosità, la capacità di fiutare e trattare le persone. Un talento umano più che intellettuale”.

Paolo di Stefano racconta la sera in cui Inge incontrò il futuro marito la sera del 14 ottobre 1958, ad Amburgo, di ritorno dal Ghana, in un party negli uffici dell’editore Rowohlt.  Giangiacomo Feltrinelli era un editore miliardario e rivoluzionario, e aveva da poco diffuso nel mondo occidentale il romanzo di Pasternak. “Li presentai, simpatizzarono, direi che si intesero subito e quando lasciarono la festa, credo non avessero bisogno di nessun altro”, raccontò Rowolht. Inge si trasferisce a Milano proprio nei mesi in cui Feltrinelli sta pubblicando il Gattopardo.

“Con la sua pronuncia tedesca che non aveva mai stemperato, con i suoi accenti spesso sbagliati, Inge Feltrinelli era una straordinaria narratrice orale: raccontava con entusiasmo l’incontro a Cuba con Hemingway in preda all’alcol, le feste a Francoforte con Wagenbach e Fischer, le scorribande con Vázquez Montalbán, al mercato del pesce di Barcellona,  la conquista ardua di Marguerite Duras con i suoi capricci (L’amante nel 1985 servì a dare respiro alla casa editrice), la prossimità sororale con Nadine Gordimer e Doris Lessing, la severità di Max Frisch, l’angoscia di Isabel Allende dopo la morta della figlia. E l’amicizia quasi cameratesca con Antonio Tabucchi, la visita al vecchio “sporcaccione” Charles Bukowski nella casa di Sam Pedro, i selvaggi moustaches di Günter Grass e le sue famose zuppe di pesce, l’allure di Gabo al divo di Hollywood dopo il Nobel”.

Il figlio Carlo

Sempre al fianco del figlio Carlo, “lui la mente, io l’anima, ma spesso ci scambiamo i ruoli”, diceva. Richard Ford, grandissimo amico, la conobbe quando aveva già 45 anni, “non ero uno scrittore giovane da far crescere, ma mi adottò. Lo sa che nessun editore italiano mi aveva voluto?”, dice nell’intervista a Matteo Persivale. Parla di Inge quasi sempre al presente quando la descrive come “una di quelle persone che quando non ci sono più, ti fanno sentire sperduto nel presente. Come il giorno in cui è mancato Umberto Eco”. Fu proprio Inge a presentargli Eco. “Amava presentare altri scrittori ai suoi amici scrittori: sapeva che ne sarebbero uscite cose interessanti […] ma tutto avveniva nella massima serenità […] il più delle volte a tavola si discuteva di cibo o di vini. Inge dice sempre di essere rimasta la tedesca che veniva da un villaggio. Inge è allergica agli snob, li irride. Non l’ho mai vista frequentarne uno”.

I salotti, la Scala

“Credo che la parola vip le sarebbe apparsa una parolaccia, se qualcuno avesse osato dirlo a lei”, scrive Natalia Aspesi, che ricorda anche come del suo lavoro “gli amici non la sentivano parlare, anche quello era come un impegno privato, che non doveva interessare, o annoiare, gli altri: qualcosa di cui non si sarebbe mai vantata perché quelli che lo facevano le parevamo “mezzecalze””.

Non si assoggettava agli obblighi dell’alta borghesia lombarda. Per esempio, scrive ancora Aspesi, “non aveva un cosiddetto salotto, ma un grande spazio grondante di libri, con stupendi quadri antichi e molti divani, che si apriva su una sala da pranzo col tavolo straripante delle celebri ricette milanesi di casa: sempre le stesse, una tradizione famigliare ma anche culturale: risotto, insalata russa, cotolettine, cotechino col purè, creme caramelle, ecc. […] Inge era molto libera: per esempio, non amando particolarmente la musica, non appariva come tante altre alle inaugurazioni della Scala giusto per esserci. Invece sola sola, al primo spettacolo del pomeriggio, sgattaiolava nei cinema a godersi in solitudine i film”. 

Gli orecchini

Amava la moda, sì, e di sicuro aveva bei gioielli, “ma la si è sempre vista fin quando li ha portati, con enormi orecchini finti; mai con abiti di sartoria, non incline alle mode, era molto appassionata di un fitto guardaroba qualsiasi, purché sufficientemente sgargiante, con la predilezione dell’arancione, il giallo, i fiori, orrore per i colori dell’eleganza milanese, nero, grigio, beige”.

Non amava i pettegolezzi. “Simpatico” era l’aggettivo massimo che usava per le persone e le situazioni che apprezzava. Le piacevano le feste e naturalmente era invitata ovunque “ma non ovunque andava”, continua Natalia Aspesi. “Agganciata da tutti, accettava al volo un paio di drink e poi frettolosamente scompariva. L’aspettavano i suoi amatissimi libri e non solo i Feltrinelli: e ne regalava”.

Inge amava fare regali agli amici. E così “ogni tanto alle persone che le volevano bene”, scrive ancora Aspesi, arrivava un suo sacchettino, un libro, dei cioccolatini, la cartolina di una mostra su cui si cercava di indovinare quel che voleva dire con una scrittura del tutto incomprensibile”.

Le feste (e come uscirne)

Negli ultimi tempi non era stato possibile non notare la sua assenza a inaugurazioni e cene. L’ultima festa l’aveva data ad aprile a Villadeati per il compleanno del suo compagno, Tomas Maldonato. “Inge si stava spegnendo, già lontana dal dolore e della rinuncia. Solo i suoi lo sapevano, il figlio Carlo, la nuora Francesca, i nipoti, Tomas, le persone molto amate che non esibiva mai, come non fosse il caso di essere, per gli altri, anche una mamma, una nonna, una compagna. Cose sue, solo sue”, conclude Aspesi.

“Inge sapeva sempre come fare, anche lasciare una festa senza che gli altri se ne accorgessero. Quasi di nascosto, con leggerezza, senza i noiosi rituali dei saluti e dei commiati. Dov'è Inge? Inge se n'è andata. Inge non c'è più. Così ha fatto anche nella sua ultima uscita, quella più difficile”, scrive Simonetta Fiori.

“Non c’è stato niente di luttuoso nel suo commiato, nessuna cerimonia d’addio”, continua Fiori. “Prima ha scelto di ritirarsi tra i suoi ricordi […] Poi ha voluto proteggere il suo professore, Tomas Maldonado, l’amore della seconda vita, nascondendogli la sua immagine ammaccata, resa opaca dalla malattia. E poi Inge s'è congedata da tutto, dalla sua bella casa di via Andegari, la stessa da sessant'anni, proprio davanti alla casa editrice. E poi da Carlo, il figlio molto amato. E dai nipoti. Ma senza drammi, senza troppi rituali. Come ha sempre fatto nei suoi ottantasette anni di vita, abituata non a rimuovere il tragico ma a sconfiggerlo con una prepotente vitalità. E se le forze vengono meno, meglio rincantucciarsi nella propria stanza, nel sonno e nel silenzio”.

“In casa editrice la chiamavano If, dalle iniziali del nome. E per una curiosa coincidenza if nella lingua inglese indica un'ipotesi, un'eventualità, una condizione possibile ma non certa, come niente appariva prevedibile nella sua scalpitante impazienza. A cominciare dalla sua vera indole, che non si finiva di scoprire. Perché non bisognava fermarsi alla sinfonia di colori aranciati né all'attitudine ballerina sfoggiata nelle bookfairs di tutto il mondo né alla parlata cosmopolita con cui poteva dire di tutto, anche dare dell'imbecille all'osannato bestsellerista del momento senza che lui se ne accorgesse”.

La madre Trudl

Anche Simonetta Fiori ripercorre gli anni della giovinezza, ricordando come nella Germania di Hitler sfiorò la deportazione perché figlia di padre ebreo. Si salvò grazie all'energica madre Trudl che indusse il marito Siegfried a scappare in America, sostituendolo ben presto con un ufficiale della cavalleria tedesca garante della loro sopravvivenza. Il dopoguerra significò miseria nera e disavventure famigliari – il patrigno Otto prima sottoposto a processo, poi morto di crepacuore – alla ricerca d'un padre lontano che però la respinge”.

Casa Feltrinelli

Inge, bellissima, è troppo curiosa del mondo. Quando incontra Giangiacomo ad Amburgo “aveva degli zigomi fantastici, e uno zaino pieno di mondo”. Si piacciono subito, “e finita la festa da Rowohlt aspettano l'alba insieme, seduti su una panchina davanti al lago. Comincia così una storia d'amore e di editoria destinata a non finire mai”.

“Due anni dopo li ritroviamo vicini nel clima selvatico di via Andegari, caotico laboratorio di utopie e rivoluzioni. È la Milano elettrica degli anni Sessanta, la città degli Strehler e dei Paolo Grassi, la sera si mangia la cassoeula dai Vittorini insieme a Montale e la Duras”

“Casa Feltrinelli diventa il simbolo di una élite culturale mondiale che annovera Bellow e Camus, Bukowski e Arbasino, Ginsberg e Baldwin, Günter Grass e Ingeborg Bachmann. È Inge ad accogliere tutti, importando a Milano il modello berlinese dell'editore Fischer prima della guerra: la sera a cena con Thomas Mann, l'indomani a colazione con Einstein […] Aveva la capacità di annusare da lontano la fuffa, sapendo distinguere in modo fulmineo l'oro vero dalla paccottiglia”. 

Quando il 14 marzo del 1972 nella campagna di Segrate, “Giangiacomo salta per aria mentre tenta di mettere una bomba su un traliccio dell'Enel, "He is gone", aveva annotato Inge sul diario dopo il loro ultimo tristissimo incontro. È andato, non è più lui, non torna in sé. Una follia per la quale non riuscirà mai a trovare un senso. Se la casa editrice è sopravvissuta al suo fondatore, lo si deve esclusivamente a Inge”.

Il suo dovere

“Ma, per una forma di pudore, non si sarebbe mai impancata a salvatrice dell'impresa. "Ho fatto solo il mio dovere", liquidava lei ogni tentativo di monumentalizzarla. "Un misto di assennatezza ed estasi", la ritrasse Jorge Herralde, altro gigante dell'editoria affascinato dalla sua forza teutonica”.

Quando, insieme a Luca Scarzella, Simonetta Fiori girò un film sulla sua vita, “nessuno avrebbe scommesso di tenerla inchiodata nella sua stanza per quattordici ore di intervista, distribuite in soli quattro giorni. La sua irrequietezza era leggendaria. Ma lei riuscì a sorprendere perfino la sua più stretta collaboratrice – Giulia Maldifassi, ideatrice del lavoro – presentandosi all'appuntamento mezz'ora prima del ciak”

Durante le riprese, Fiori conosce “Inge disadorna del colore e dei lustrini”. Ad esempio, “quando parlava di suo figlio Carlo bambino, era soltanto una mamma che si preoccupava di farlo crescere insieme agli altri bambini, evitandogli i traumi del padre, allevato nella solitudine di una famiglia miliardaria. Una madre e basta”.

“Vorrei dire una cosa minore, di Inge”, scrive Concita de Gregorio. “Una cosa piccola, quella che penso quando la penso. Era felice di provare ammirazione per qualcuno, e di dirglielo. Di più, credo: era proprio abitata dal desiderio di essere stupita dal talento altrui. Come se si svegliasse ogni mattina dicendo: speriamo di incontrare oggi qualcosa o qualcuno che io possa applaudire”.

L’ultima volta che l’ho vista era vestita di arancio, tutte le sfumature dal sottabito alle scarpe. Mi aveva detto, una volta: «Non mi piace parlare del mio corpo, né dell’amore. Mi annoiano. L’unico grande amore è stato Giangiacomo, ho viaggiato con lui, poi ho vissuto per i libri. Però Carlo è diventato, malgrado me, un magnifico figlio». Aveva sorriso orgogliosa”.

 “Del fotografo aveva l’occhio fulminante che sa isolare il momento giusto e il dettaglio che conta, che sa arrivare all’anima del personaggio che ritrae”, ha scritto Ernesto Ferrero. 

Un’idea di cultura

Francesco M. Cataluccio ha lavorato con Inge, dalla caduta del Muro di Berlino ala metà degli anni Novanta, e la ricorda “come una donna appassionata ed esuberante. Proverbiali erano le sue sfuriate e alcuni suoi capricci espressi in una buffa lingua e che non è mai stata del tutto l’italiano. Aveva occhi piccolissimi, quasi due tagli orientali, e un sorriso sempre grandissimo. A una prima impressione sembrava sempre ‘sopra le righe’ ma, conoscendola, si capiva che la sua era una carica vitale al servizio di un’idea di cultura e editoria”.

“Era una persona appassionata e molto più intelligente di quanto il suo comportamento spesso bizzarro, e il suo abbigliamento eccessivamente sgargiante, lasciassero trapelare. Nel lavoro non era una persona spericolata: soltanto nel suo modo di sfrecciare in bicicletta per le strade del centro di Milano costituiva un pericolo per sé e per i pedoni. Penso che le cose che le facevano più paura fossero la noia e la monotonia”.

“Alla fiera di Francoforte, ad esempio, si muoveva come una vera padrona di casa, era difficile starle dietro: si ficcava in un turbinio di incontri, feste, presentazioni, dei quali sembrava non stancarsi mai. L’editoria per lei erano anche contatti personali, sussurri durante una cena, soffiate durante una festa. Ma non era una mondanità fine a sé stessa. La sua casa era sempre aperta alle persone più svariate: i suoi autori venivano coccolati coccolati e stimolati dal suo entusiasmo e della sua energia”.

I libri

“L’idea della casa editrice e delle librerie non era solo commerciale, ma una sfida: quella di portare i libri ovunque. Entrambi credevano che fossero necessari al benessere”, scrive Ginevra Bompiani.

“Nel 1983, mio padre, Valentino Bompiani, ebbe l’idea di una Scuola per Librai, che suo nipote Luciano Mauri, capo delle Messaggerie italiane, fondò, insieme a Inge Feltrinelli e Ulrico Hoepli, che ne furono da allora i più assidui promotori e collaboratori.

“Era lei che invitava gli ospiti stranieri alla settimana finale della Scuola, che si teneva a Venezia alla Fondazione Cini. Era la sua ambasciatrice nel mondo. Quando gli allievi arrivavano all’isola di San Giorgio e la vedevano, ammutolivano di emozione. Perché Inge era anche, nell’animo e di fatto, libraia.
Ricordo che quando, con la mia amica Roberta Einaudi, fondammo la casa editrice nottetempo, e scegliemmo la sala dell’Arci Bellezza di Milano per il primo incontro con i librai, se ne presentarono quattro. Una dei quattro era lei. E fu lei ad accoglierci alla Scuola per Librai l’anno dopo, novizie attempate com’eravamo, e a festeggiare la nascita di una nuova casa editrice”.

“L’ho sentita in un video dire una cosa a difesa del libro di carta che non avevo mai sentito o pensato prima: non si può leggere a un bambino sulla spiaggia una fiaba di Grimm su Kindle”

"Veniva in libreria due volte al giorno, una al mattino e una al pomeriggio, e riusciva a trovare sempre qualcosa da migliorare. E se doveva rimproverarti, aveva un modo terribile per farlo, senza mezze misure. Ma in quello che diceva aveva sempre ragione, non potevi far altro che riconoscerlo". E' il ricordo che 'la Inge'  ha lasciato in un "ex ragazzo", come quelli che anche oggi, con la divisa rossa e la F rovesciata sul petto, curano i 110 negozi in Italia. Un libraio di quelli che, pur lavorando in una grande catena, consigliano i libri lasciando sulle copertine un piccolo foglietto scritto a mano.

La Signora delle librerie

"La signora" la chiama invece Lia Vicari, una delle libraie storiche di Palermo, 33 anni in azienda e una "passione" che non smette e "che deve andare oltre il lavoro": "Da questo osservatorio particolare e meraviglioso, che abbiamo per conoscere il mondo, cioé le librerie, lei ci ha insegnato a curare le relazioni" ad "amare i rapporti umani", ha spiegato all'Agi. Quelli, ad esempio, che sapeva tenere "con tutti gli autori", senza far trasparire preferenze, ma appassionandosi ad ogni nuovo titolo da pubblicare. 

I ricordi di Lia, ora direttrice delle librerie siciliane, risalgono al 1985, quando Inge Feltrinelli "venne in Sicilia perché la casa editrice per ampliarsi aveva deciso un piano di investimenti che partiva dal sud". E si doveva cominciare da 150 metri quadri di fronte al Teatro Massimo: "Ora sono diventati 1500". Quel giorno di 33 anni fa – ricorda – Inge "volle che andassi io a prenderla all'aeroporto. Io, 'la ragazza' appena uscita dal liceo. La vidi, con quei suoi abiti colorati. Mi disse 'voglio andare a mangiare un arancione'". Sorride: "Naturalmente era un'arancina", che pronunciava con quel suo accento ancora un po' tedesco. Da quell'arancina sarebbe nata un'amicizia lunghissima, le colazioni "per raccontarsi" in via Andegari a Milano: perché da quell'inaugurazione del 1985, nel giorno del suo compleanno, il filo diretto tra "la signora" e la libraia non si è mai interrotto. 

Il mito, il dolore

Della sua vita straordinaria, delle interviste a Ernest Hemingway a Pablo Picasso, a Simone de Bauvoir non parlava spesso, e nemmeno del marito Giangiacomo, soprattutto quando era al lavoro. Perché se lei era una donna "dalla vitalità straordinaria", anche del grande disegno culturale che aveva in mente non aveva ancora tirato le somme: "Era qualcosa di continuamente in divenire, come la sua energia che non si esauriva mai". "Non era una donna ancorata al passato, ma proiettata sempre al futuro". 

Quello delle librerie era uno dei progetti più importanti di Inge Feltrinelli. Gli avamposti della cultura, anche sotto un grande marchio, non dovevano essere solo grandi, ma anche familiari, intimi, solidali, sosteneva. E tanti, almeno cento e più, anche nei centri più piccoli.

Da 13 librerie, oggi, quei negozi in legno chiaro con loghi rossi sono moltiplicati e sono collocati nel cuore delle città più belle d'Italia. La chiamavano la regina dell'editoria, ma una casa editrice per lei non era soltanto un marchio sotto il quale stampare libri: era una "missione culturale, coerente con il disegno di Giangiacomo: convincere il mondo che la cultura è un valore contro l'intolleranza, l'incomprensione".

Una certa idea di cultura

La cultura è "cooperazione tra le persone". Lo insegnava anche ai suoi librai e ai suoi manager, anche nelle occasioni più informali, perché lei "di lavorare non smetteva mai". "Una volta a un aperitivo rimproverò due colleghi perché parlavano tra loro: avrebbero dovuto invece confrontarsi con altri, fare anche di quel momento un'occasione per tessere rapporti, relazioni", spiega un manager della Feltrinelli. Ammettendo che quella figura così vibrante e colorata, anche se ormai anziana, che ha continuato fino agli ultimi giorni ad andare in ufficio, lascerà un grande vuoto nel grande mondo della casa editrice.

C'è anche un Premio Strega perso fra gli episodi più significativi che qualcuno dei suoi collaboratori racconta: "Si sapeva già che il libro vincitore non sarebbe stato il nostro, eppure a cena senza neanche salutarci disse: 'Allora, che cosa abbiamo fatto per vincere?". Perché per lei c'era sempre qualcosa che si poteva ancora fare, "per lei non esisteva il fallimento". All'Hotel delle Palme di Palermo, quando nel 1985 si festeggiò la nuova libreria siciliana, "si decise che la sala giusta era quella dove fu girato 'Il Gattopardo'" ricorda ancora Lia; il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo diventato esso stesso marchio di fabbrica della casa editrice.

I suoi librai continuava a chiamarli "ragazzi", anche se lavorano in Feltrinelli da una vita e per loro voleva sempre "organizzare qualcosa". Una festa colorata, come i suoi vestiti e i suoi orecchini. "Quando andava ad una presentazione di un libro, anche fosse della concorrenza, alla fine la più fotografata era sempre lei".