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AGI – I resti di una imbarcazione, frammenti di legno sepolti sotto la sabbia della baia di Cartaromana; ma anche evidenze di murature attribuibili a una villa sul porto, all’interno del porto, alla base del cosiddetto tondo di Marco Aurelio. Il mare dell’isola d’Ischia continua a svelare tesori archeologici sommersi, nuovi tasselli utili alla conoscenza del passato isolano e, in particolare, all’epoca romana.

Le recenti scoperte, durante una giornata di studi organizzata dall’associazione Il borgo di Mare, sono state al centro dell’intervento di Teresa Elena Cinquantaquattro, responsabile della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli. “Ischia è stata il più grande stanziamento greco d’Occidente – sottolinea la studiosa – ma le nuove evidenze approfondiscono una fase storica in larga parte inedita, legata all’epoca romana, quando l’isola era Aenaria”.

Non risponde completamente al vero la convinzione che i Romani avessero snobbato l’isola verde, preferendole Capri, soprattutto prediletta dall’imperatore Tiberio. Il boom edilizio a aprtier dagli anni ’70 nell’isola verde e un consistente arretramento della linea costiera hanno reso più complesse le ricerche.

Ma negli ultimi dieci anni la svolta è arrivata grazie al lavoro di Alessandra Benini, archeologa subacquea titolare della concessione di scavo, rilasciata dal Mibact ed eseguita in collaborazione con la cooperativa di Marina di Sant’Anna, formata in parte da barcaioli e pescatori che, sotto la guida di Giulio Lauro, hanno intuito le potenzialità di sviluppo del turismo culturale.

L’area di scavo nella baia di Cartaromana, a Ischia Ponte, ha già portato alla luce frammenti di ceramica, lingotti di piombo e soprattutto una cassaforma di legno in larga parte intatta, venti metri di lunghezza e tre di altezza, con 80 tavole infisse verticalmente nel fondo, probabilmente una struttura portuale.

Il sospetto, confermato da confronti con l’Ingv, è quello di un evento traumatico – una eruzione o uno tsunami – che nel I secolo dopo Cristo potrebbe aver costretto la popolazione ad abbandonare frettolosamente il porto e le aree limitrofe. “Le nuove scoperte – spiega Maria Luisa Tardugno, responsabile di zona per la Soprintendenza – ci persuadono nel portare a termine il progetto di un parco archeologico sommerso, mentre i reperti romani della baia ispireranno un percorso museale all’interno della Torre di Guevara”. 

AGI – Stephenie Meyer è un genio. E non solo perché ha creato un mondo fantasy stravolgendo con coraggio e bravura uno dei classici dell’horror, la storia di Dracula il vampiro. Inserendo elementi provenienti anch’essi dalla tradizione gotica dell’horror, i lupi mannari. Ha reso quel mondo cupo, maledetto e terrorizzante, molto umano, accessibile a tutti (soprattutto alle teen ager). Addirittura romantico.

Ha inventato l’amore impossibile tra un vampiro (buono) e una ragazzina adolescente che, da ‘Twilight’ del 2006 a ‘Breaking Dawn’ del 2008, passando per ‘New Moon’ ed ‘Eclypse’ del 2007, ha raccontato con bravura e intelligenza nella saga best seller da 160 milioni di copie.

Stephenie Meyer, 47enne americana dell’Arizona, dopo aver continuato a sfruttare le fortune della storia d’amore tra Edward Cullen e (Isa) Bella Swan pubblicando nel 2016 l’edizione speciale ‘Life and Death’, spettacolare riscrittura di ‘Twilight’ in cui si è divertita a invertire il sesso dei protagonisti (il vampiro è una donna, e l’umano è un uomo), torna dal 24 settembre nei negozi italiani con ‘Midnight Sun’, pubblicato da Fazi Editore (lo stesso di tutta la saga di ‘Twilight’). 

Un romanzo di 782 pagine (Collana Lainka, prezzo: 20 euro) che avrà una tiratura iniziale di 100mila copie che, è facile prevederlo, andranno presto esaurite, se si pensa che ad agosto il libro era già numero 1 nella classifica delle vendite di Amazon Italia, con i preordini già aperti al prezzo di 9,99 euro per il formato ebook e 19,99 euro per il formato cartaceo.  Negli Usa, intanto, è già un best seller che ha venduto un milione di copie nella prima settimana.

Perché la Meyer è un genio, dunque? Perché ha ripreso in mano la sua saga da milioni di lettori (e milioni di dollari) e ha deciso di riproporla cambiando solo il soggetto narrante. Stessa storia, quindi, ma diversa prospettiva. Diverse sensazioni, emozioni. Chi ha letto ‘Twilight’, ma anche chi ha visto il bel film di Catherine Hardwicke sceneggiato da Melissa Rosenberg, sa già la storia e sa cosa accadrà. Ma lo sa perché l’ha vissuta attraverso gli occhi di Bella.

Non sa invece cosa prova Edward, né vede il vampiro dietro le quinte mentre nel primo libro della saga si parla e ci si concentra su Bella. Non sa, il lettore, che Edward lotta con l’animale che è in lui per non uccidere Bella perché il suo sangue ha un profumo irresistibile. Non sa che cosa dicono o pensano i Cullen quando sono a mensa facendo finta di mangiare, osservati con paura e rispetto da tutti gli altri studenti.

Non sa dove si trova Edward quando Bella è in ospedale dopo che lui le ha salvato la vita né sa cosa pensa il licantropo ancora inconsapevole Jacob nella scena finale del libro, al ballo della scuola, quando odorando Bella che ha appena danzato con il vampiro Edward sente un odore cattivissimo di cui non si capacita.

Con ‘Midnight Sun’ Stephenie Meyer vuole riportare i suoi fan nel mondo che catturò una generazione di lettori: “Spero che questo libro dia ai miei lettori la possibilità di vivere per un po’ in un mondo immaginario – ha dichiarato – non posso dire quanto apprezzo la loro pazienza e il loro supporto durante gli anni che mi sono stati necessari per finire ‘Midnight Sun’“. Un libro scritto come sempre molto bene, dove l’aspetto psicologico e il conflitto interiore prevale sulla parte romantica.

Stavolta è Edward, il ragazzo di 80 anni che non puo’ morire, che vive in prima persona questa storia che riteneva (e ritiene) impossibile. Con i suoi tanti dubbi, i conflitti interiori, e le sue paure. Il lettore, anche se conosce la storia, viene rapito dalle circostanze, dai pensieri di Edward e di quelli di chi lo circonda che lui riesce a sentire (tranne quelli di Bella e, in parte, del padre della ragazza). E vive una storia nuova, diversa. Seppure sempre uguale.

E qui – di nuovo – il genio di Stephenie Meyer: ha preso ‘Twilight’ e lo ha riscritto ‘cambiando prospettiva’. Ha fatto un grande lavoro, accurato (iniziato nel 2008 durante il montaggio di ‘New Moon’ e poi interrotto perché le bozze erano state diffuse in rete senza il permesso dell’autrice), sicuramente di successo. E adesso potrebbe avere davanti altri tre capitoli della saga da riscrivere ‘con gli occhi di Edward’ che sarebbero sicuri best seller.

Nessuno prima di lei aveva scritto una saga due volte. Un’operazione commerciale eccezionale, ovviamente, ma nel suo caso c’è dietro anche un grande lavoro artistico perché la sua scrittura è piacevole e avvincente e le sue idee sono tutt’altro che scontate. L’elemento psicologico sembra a volte prevalere su quello narrativo. E la scrittrice fa un grande sforzo nell’immedesimarsi in un uomo, seppure vampiro. Specie quando deve raccontare sensazioni fisiche, addirittura sessuali come il bacio con Bella che ha fatto innamorare milioni di lettrici. Nessuno dei fan di ‘Twilight’, infatti, avrà la sensazione del ‘già letto’ scorrendo le pagine di ‘Midnight Sun’.

E adesso aspetta con ansia il nuovo capitolo della saga, forse una rilettura in chiave vampiresca di ‘New Moon’ anche se la scrittrice nega che questo accadrà: in una recente intervista, infatti, ha detto che vuole creare qualcosa di nuovo e la storia sarà narrata da Renesmee, ragazza dampiro metà umana e metà vampiro figlia di Bella e di Edward. Ma sarà davvero così?

AGI – L’Italia ha deciso di restituire alla Turchia una stele dell’antica Lidia di 1800 anni fa, rubata nel 1990 e recuperata dai carabinieri del Comando per la tutela del patrimonio. A darne l’annuncio il ministero della Cultura turco, che ha specificato che oggi la preziosa opera verrà consegnata all’ambasciata turca a Roma per poi tornare in Turchia.

La stele fu rubata dal sito archeologico di Saittai, nella provincia di Manisa, nella Turchia centro-occidentale, nel 1990, per poi essere trovata dai carabinieri durante un raid del 1997, compiuto presso un negozio di antiquariato. L’origine della stele fu poi confermata dall’Interpol di Ankara e da alcuni accademici, con la Turchia che ha chiesto a più riprese la riconsegna dell’opera, sempre però negata dai tribunali italiani, a causa dell’impossibilità di provarne con certezza la provenienza. La Turchia ha però insistito, presentando perizie di archeologi e pareri di specialisti, fino ad ottenere la restituzione con una sentenza attesa per 23 anni. 

Sulla stele è rappresentata la storia di un dio che punisce Melita e Makedon per aver rubato una rete da pesca e altri oggetti. I parenti dei due furfanti, disperati, chiesero aiuto ad Apollo Aksyros, donando al tempio intitolato al dio la stele in questione.

La civiltà della Lidia si è sviluppata tra il 1200 e il 546 avanti Cristo, anno in cui divenne una provincia dell’impero persiano Achemenide (la Satrapia Lidia), mentre nel 133 avanti Cristo divenne una provincia dell’impero romano. La Lidia  aveva il suo centro proprio nella Turchia occidentale, nel territorio dove ora si trovano le province di Usak, Smirne e Manisa. 

AGI  – Nell’autunno del 1968 si compiva il sogno jazz del sedicenne Danny Scher. Aveva invitato Thelonious Monk e il suo stellare quartetto ad esibirsi presso la sua scuola superiore a Palo Alto, in California. Tra complicazioni, annullamenti, giravolte e inciampi organizzativi, che si sommavano alle tensioni razziali e politiche, il concerto alla fine ebbe luogo, e fu registrato dal custode della scuola, per venir fuori dopo 52 anni.

‘Palo Alto’, pubblicato su etichetta Impulse! e in versione digitale da Legacy Records, contiene una “performance tra le migliori registrazioni dal vivo di Thelonious che io abbia mai sentito”, dice T.S. Monk, batterista figlio del maestro pianista-compositore e fondatore del Thelonious Monk Institute. “Non avevo neanche idea che mio padre si fosse esibito in una scuola, ma lui e il suo quartetto lo hanno fatto. Quando ho ascoltato il nastro a prima volta, gia’ dalle prime note ho capito che mio padre quel giorno era in gran forma.”

Si tratta di 47 minuti che vedono il quartetto di Monk (completato da Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al contrabbasso e Ben Riley alla batteria) impegnato in un concerto in cui figurano alcune delle sue migliori composizioni. Il 1968 era un anno di tumulti negli Stati Uniti, segnato dalle uccisioni di Martin Luther King e Robert Kennedy, dalle rivelazioni di quanto veniva compiuto in Vietnam, con proteste e rivolte in tutto il Paese. Paolo Alto e la vicina East-Paolo Alto (abitata da una maggioranza nera) non facevano eccezione.

Danny Scher era un idealista appassionato di jazz con il pallino di diventare un organizzatore di concerti (cosa che realizzo’ anni piu’ tardi, quando si conquisto’ una meritata fama lavorando anche al fianco del leggendario rock promoter Bill Graham). “Ho sempre pensato che la musica fosse in grado di sospendere i problemi – racconta – o a costringere le divergenze (fossero di natura politica o sociale) a confrontarsi. Il 27 ottobre 1968 ci fu una tregua fra Palo Alto e East Palo Alto. E questo e’ quello che la musica e’ in grado di fare”.

Nel 1968, Thelonious Monk era per molti versi all’apice della sua carriera. Il suo quartetto era al meglio della forma, ed era noto al grande pubblico per avere conquistato (un paio d’anni prima) la copertina della rivista Time, ma era a corto di soldi e spesso ammalato. Cio’ non gli impedi’ di ascoltare l’appello di un sedicenne nel mezzo di un ingaggio di tre settimane al Jazz Workshop di San Francisco. “Chiamai Monk un paio di giorni prima”, ha raccontato Scher in una intervist a All About Jazz. “‘Non vediamo l’ora di vederla al liceo”, gli dissi. E lui: ‘Di cosa stai parlando?’.’Suona al nostro liceo domenica’. ‘No’. ‘Sì, abbiamo un contratto con Jules Colomby, e ci ha inviato materiale per la stampa. Abbiamo avuto le sue registrazioni. Le abbiamo trasmesse alla stazione radio della scuola. Abbiamo poster in tutta la città. Abbiamo ha creato un programma per lo spettacolo’. ‘Beh, ho un concerto quella sera’, rispose. ‘Sì, lo so, ecco perchè suona nel pomeriggio. La verrà a prendere mio fratello, io sono troppo giovane per guidare l’auto’, dissi io”.

Cosi’ il 27 ottobre 1968, Monk e il suo quartetto scesero dall’auto di famiglia degli Scher (a casa dei quali il nastro di ottima qualita’, e’ rimasto in questi anni, attraversando sotto una pioggia scrosciante il parcheggio gremito a attoniti abitanti di Palo Alto e East Palo Alto, per raggiungere l’auditorium della Palo Alto High School e travolgere tutti con un set muscolare e straordinario, pronto ad entrare nella storia  del jazz.

Nel repertorio troviamo la lirica “Ruby, My Dear” (tocca a Rouse esporre il tema, seguito da un abbagliante assolo del leader), la dinamica e trascinante “Well, You Needn’t” (ben 13 minuti, con assoli di tutti i membri del quartetto), la personalissima rilettura in piano solo dello standard di Jimmy McHugh “Don’t Blame Me” , una danzante, epica “Blue Monk” e una versione quasi spensierata e giocosa di “Epistropy”. Lo show si conclude con un abbozzo di un datato successo del 1925 di Rudy Vallee, “I Love You Sweetheart of All My Dreams”: anche qui piano solo (in cui Monk evoca lo “stride piano” di quegli anni), un bis concesso in fretta, salutato a una standing ovation: il quartetto doveva far ritorno a San Francisco entro la sera, dove lo attendeva il Jazz Workshop.

AGI – Parte dal caso e dallo scandalo della Lombardia Film Commission l’editoriale  firmato dal giurista e giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese sul Corriere della Sera, per denunciare il mondo delle fondazioni no-proft che pesano sui bilanci regionali. 

“Tutte queste fondazioni non profit, ma costose per i bilanci regionali, pur essendo tra di loro in concorrenza, sono associate in un organismo nazionale, l”Italian Film Commision’ e persino in un ‘European Film Commissions Network’, che ne raggruppa 98” spiega Cassese, secondo cui queste istituzioni “sono un bell’esempio del tentativo di specializzazione dell’azione dei poteri pubblici, che conduce all”ad-hoc-crazia’, ma è anche indice del sempre crescente loro interventismo e del conseguente sfarinamento dello Stato”.

Cassese si pone allora tre domande: “La prima: è ragionevole che le Regioni si interessino di cinema e audiovisivo? Non dovrebbero piuttosto dedicare le loro energie alla sanità, ai trasporti, all’assistenza? Se il cinema rientra nell’ambito della cultura, non dovrebbe interessarsi anche di questo il ministero dei Beni culturali e del Turismo? La seconda: se le esistenti diciannove istituzioni locali-regionali si riconoscono come omogenee, tanto da associarsi sia a livello nazionale, sia a livello sovranazionale, perché poi seguono regole diverse nella gestione (ad esempio, alcune applicano le regole sulla trasparenza, altre sembrano dimenticarle)?”

“La terza domanda riguarda tutto l’ambito delle partecipate: se da queste dipende un milione di persone, perché mai continuiamo a sostenere che gli addetti delle pubbliche amministrazioni sono circa 3 milioni e mezzo? Non dovremmo aggiungervi anche questo altro milione, con la conseguenza di smentire coloro che sostengono la tesi secondo la quale il rapporto dipendenti pubblici-popolazione sarebbe in Italia tra i più bassi d’Europa (ciò che consente di far partire nuovi concorsi in abbondanza)?” Per poi concludere: “Una volta, fino agli anni 90 del secolo scorso, avevamo un vasto numero di enti e società nazionali. Ridotti questi, si è ampliata la sfera delle organizzazioni satelliti locali. Sarebbe ora di razionalizzare queste frange degli enti territoriali. Se ne accorgeranno coloro che vogliono ridurre parlamentari, vitalizi, indennità?” 

AGI –  “Mi chiamo Valentina Crepax. Sono nata a Milano il 17 giugno sotto lo stesso tetto di via Settala dove mio zio Giulio studiava per l’esame di maturità”. E poi avanti con una “piccola tiritera anagrafica” soltanto perché questo “promemoria mi aiuta a confermare la mia esistenza” perchè “dopo i primi 13 anni di vita da monovalentina è nato il mio doppio. Né clone né sosia, ma una ladra di identità. Un’altra Valentina che, come il mondo ignora (o finge di ignorare per farmi dispetto), di cognome farebbe Rosselli. Ma è di Crepax e quel ‘dì è scivolato via subito senza che nessuno ci facesse caso. Così nella mia famiglia, da allora ci sono due Valentine Crepax”.

Nel libro della giornalista, figlia del discografico Franco Crepax, scomparso a 92 anni a marzo, e nipote del fumettista Guido (scomparso nel 2003), creatore dell’iconica donna col caschetto bruno alla Louise Brooks modellata sulla figura della moglie Luisa Mandelli, ‘Io e l’asino mio – Storie dei Crepax raccontate da Valentina Crepax’, pubblicato da pochi giorni postumo da Bompiani nella collana Amletica leggera diretta da Stefano Bartezzaghi (308 pagine, prezzo 18,00 euro), la Valentina ‘reale’ vuole affermare la propria identità.

E lo fa con una serie di racconti, di aneddoti divertenti, curiosi, personali, romantici o familiari in cui racconta a volte in parallelo la vicenda sua personale e quella della famiglia dello zio Guido. Quella dei Crepax (perchè il padre Franco ha pagato 500mila lire per sanare un errore commesso dall’anagrafe veneta) e quella dei Crepas dello zio Guido (che “per tirchieria”, scrive Valentina, non ha pagato le 500mila lire, ma che ha comunque continuato a firmare le sue tavole col suo cognome originale).

Un libro, quello scritto da Valentina Crepax piacevole e interessante, in cui si parla delle vicende familiari, del padre Franco (Franchestìn), che per la nonna era “poveraccio perché non ha alimentato la sua dote naturale assecondando la sua fragilità d’artista” (in realtà negli anni Sessanta, come direttore generale prima alla Dischi Ricordi e poi alla Cgd, ha contribuito a lanciare i primi cantautori come Gino Paoli, Giorgio Gaber, Umberto Bindi, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo e Luigi Tenco ma anche interpreti della canzone italiana come Ornella Vanoni, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli e Marcella Bella), dello zio Guido, che per la nonna era “poveretto ma fortunato perchè aveva una dote naturale che gli permetteva di gestire il proprio estro”.

Si parla molto di vita privata, del suo status di ragazza madre (il padre della figlia Alice è il regista Marco Tullio Giordana), del suo matrimonio fortunato col giornalista Gigi Zazzeri, scomparso un anno fa, dei suoi fratelli e dei suoi cugini, i Crepas. E, ovviamente, si parla molto anche dell’alter ego cartaceo col quale Valentina Crepax ha dovuto convivere per tutta la vita. Un’omonima (ma solo nel nome, visto che quello del personaggio dei fumetti di cognome da Rosselli) che l’ha accompagnata per tutta la vita e con la quale ha dovuto, suo malgrado, rivaleggiare.

“Una volta scoperto il mio nome, i miei interlocutori viaggiano rapidi sul mio corpo e non trovando stivali di cuoio nero, calze a rete, chiappe in vista, si sentono defraudati di qualcosa”, scrive. E poi, ancora, cita (forse mettendoci un po’ di fantasia) una risposta “con tono sconcertato” a una domanda un po’ perversa rivoltale da un ammiratore della Valentina dello zio Guido: “No, non ho mai avuto un rapporto sessuale con un televisore Brionvega nè ho mai visitato la città di Ko’myatan”.

In definitiva, come scrive l’autrice, “tutte le famiglie felici si somigliano, ma questa no, non somiglia a nessun’altra. Nella felicità i Crepax sono inclini al riso, vivissimi, brillanti, inarrestabili – aggiunge – adulti, bambini, cani, tartarughe, case e mezzi di trasporto, avi e fidanzati: l’appartenenza o la prossimità al casato porta un taglio di luce obliqua su ogni cosa e persona e tutto così diventa sketch, teatro, epopea.

Che si tratti di rivoltare un cappotto vecchio, affrontare una crisi famigliare, produrre musica o fumetti (e che musica, e che fumetti), tutti loro mostrano i tratti di una creatività istintiva che li rende, generazione dopo generazione, perfetti personaggi da romanzo. Eppure quelle che ci racconta la Valentina di carne (e non quella di carta, disegnata da uno zio geniale) sono storie di vita reale e quotidiana, a volte travagliate e dolorose, sempre attraversate dalla forza dirompente dell’ironia. Sullo sfondo, bellissima e riservata, la Milano degli anni Cinquanta, dove c’era da rifare tutto – la musica leggera, i giornali, l’arredamento, il modo di stare al mondo”.

Valentina Crepax, quella vera, la giornalista e scrittrice non ha fatto in tempo a vedere stampato il suo ultimo libro. Malata da tempo, se n’è andata lo scorso 30 luglio a soli 68 anni a Milano.

Autrice di molti libri di successo – tra cui ‘Gli uomini: istruzioni per l’uso’ (Mondadori, 1986) e ‘Tipi metropolitanì (Mondadori, 1988), entrambi illustrati con le tavole tavole in bianco nero a piena pagina di Guido Crepax – lascia questa sua autobiografia per Bompiani, ‘Io e l’asino mio. Storie di Crepax raccontate da Valentina’, che chiude per sempre un conflitto-amore tra le due Valentine e riporta l’umorismo naturale di una famiglia che ha speso con amore e senza mai risparmiarsi il suo talento nella Milano di quegli anni dove, come scrive Natalia Aspesi nella lettera all’autrice che chiude il libro, “ogni giorno era il futuro e si era molto ottimisti sognando falce e martello perchè il telefono aveva ancora il filo e non c’era la tomba di Facebook e tutto il resto”.  

AGI – “Nel 1972, con la morte della sorella Savina, Alberto Sordi ha chiuso la sua casa e non ha più invitato nessuno fino alla sua morte avvenuta nel 2003″. Alessandro Nicosia, curatore e organizzatore degli Eventi per il Centenario Sordi, presenta così alla sindaca Virginia Raggi la casa in Piazza Numa Pompilio, alla fine di via Amba Aradam a Caracalla, che da domani al 31 gennaio 2021 si aprirà ai romani e a tutti coloro che vorranno visitare questo luogo ‘misterioso’.  

L’attesa mostra ‘Il Centenario – Alberto Sordi 1920-2020‘, che doveva essere inaugurata a marzo ed è slittata a oggi a causa della pandemia, è un’esposizione senza precedenti, un’esperienza immersiva e totalizzante, un viaggio spettacolare alla scoperta dell’artista e dell’uomo, un ritratto completo e inedito del grande ‘Albertone’.

L’esposizione si snoda tra i vari ambienti della casa, per la prima volta aperta al pubblico, con due tensostrutture di oltre 800 mq create per l’occasione e il Teatro dei Dioscuri al Quirinale: spazi lungo i quali si distende l’intero racconto che ci fa rivivere la lunga carriera dell’attore e allo stesso tempo ci fa scoprire il Sordi privato, attraverso oggetti, immagini, video, abiti, curiosità, documenti inediti.

Un’esposizione volta a restituirci con rara completezza il ritratto di un uomo e di un artista, lasciando emergere le sue poliedriche capacità professionali maturate in sessanta anni di carriera – è stato doppiatore, cantante, compositore, musicista, giornalista, attore, sceneggiatore, regista – ma anche la sua personalità, i tratti del suo carattere e il suo modo di essere nella vita pubblica e privata. Un ritratto completo in tutti i suoi risvolti e le possibili sfaccettature; un racconto che lascia emergere il contributo unico e insostituibile che ci ha lasciato in eredità. La mostra è curata e organizzata da Alessandro Nicosia con Vincenzo Mollica e Gloria Satta, prodotta da C. O. R. Creare Organizzare Realizzare. 

“Oggi non c’è un Alberto Sordi, non potrebbe esistere, non c’è più alcun attore che si prenda il posto responsabile, in complicità coi registi, di rappresentare l’italiano medio – peggiorato nel frattempo a dismisura – nelle sue funzioni private di marito-scapolo-seduttore o pubbliche di vigile-moralista-commissario-medico della mutua-tassinaro o perfino mafioso in un bellissimo e ignorato film di Lattuada”. Così lo descrive il critico Maurizio Porro nella presentazione di uno dei due cataloghi che accompagnano la Mostra, e conclude: “Sordi è stato un grande protagonista del cinema, perché la sua storia si fa cultura attraverso un rincorrersi di temi e valori, di ambiguità e amoralità, di grandi finzioni e piccole pìetas…”.

La villa, immersa nel verde, in piazzale Numa Pompilio a Caraccalla, è stata progettata negli Anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici e offre uno scenario eccezionale che permetterà al pubblico di immergersi nella vita quotidiana dell’attore. Sordi si innamorò immediatamente della villa che si affaccia sulle Terme di Caracalla e che acquistò nel ’54 (era appartenuta a Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, anche se la leggenda narra che il proprietario fosse un altro gerarca fascista, decisamente più noto, Dino Grandi, l’uomo che con l’omonimo ordine del giorno, portò alla destituzione di Mussolini, il 25 luglio 1943) pagandola 10 milioni di lire e ‘soffiandola‘ all’amico Vittorio De Sica che ci aveva messo gli occhi sopra.  

Il percorso inizia proprio con la storia della Villa, dal contratto ai bozzetti di Busiri Vici. I visitatori scoprono all’inizio del percorso il teatro che Sordi fece costruire per rappresentazioni private o proiezioni con pochi amici (c’è anche una cabina di proiezione). Un vero gioiello architettonico, con tanto di camerini per gli attori, una galleria di sculture commissionate a Spadini e un fondale ad opera di Severini. Questa sala per decisione della sindaca di Roma e della Fondazione Sordi, dovrebbe essere aperta in maniera permanente al pubblico e ospiterà le proiezioni dei film dell’attore.

All’interno del teatro, come in una sorta di presentazione generale, si racconta il piccolo e poi il giovane Alberto, inserito nel suo contesto di origine, tra le amate sorelle Aurelia e Savina e il fratello Giuseppe, la madre maestra e il padre musicista che tanto ha influito nella sua prima formazione.

Si potranno visitare poi la palestra – con il toro meccanico con cui Sordi faceva a gara con gli amici, la bicicletta, con cui andava in giro, la cyclette, e tanti altri attrezzi sportivi – i saloni, con tre quadri originali di Giorgio De Chirico che Sordi aveva acquistato direttamente dal pittore, suo amico (si racconta che il pittore ci rimase male nel vedere come Sordi avesse piazzato le sue opere, quasi in penombra e senza dargli alcuna evidenza). 

Si potrà poi accedere al piano superiore dove c’è il suo studio, allestito così come lui lo aveva lasciato, la sua camera da letto dove è morto il 24 febbraio 2003 e ancora la curiosa e unica barberia. C’è anche la cucina, ampia con un tavolo al centro e un balcone che affaccia sul giardino, ma questo luogo non è accessibile per la visita.

All’esterno della villa i visitatori troveranno nei giardini e due tensostrutture allestite per ospitare i tantissimi documenti, gli audio, i filmati, che permetteranno di percorrere in maniera puntuale i momenti principali dagli inizi: il doppiaggio, la radio, i film. Nella prima struttura – sotto la quale in origine c’era la piscina – sono di particolare interesse i manoscritti autografi di copioni, le sceneggiature per la radio, il Giro d’Italia per il quale Sordi fece il cronista, e gli sketch radiofonici con i personaggi di Mario Pio e Conte Claro. Qui anche uno spazio dedicato a ‘Mamma mia che impressione’ primo film scritto e prodotto da Sordi nel 1951, che il pubblico potrà vedere interamente nella saletta cinema.

Nella seconda tensostruttura nel piazzale antistante la villa, due grandi sezioni: quella dedicata al Sordi segreto, con sette capitoli pieni di curiosità: attraverso ricordi, foto e materiale inedito, si racconta Sordi benefattore, Sordi e gli animali (la sua passione per i cani, i cavalli…), l’intenso rapporto del nostro con le donne (Sordi scapolo d’oro, fidanzato sempre, sposato mai), etc. E poi Sordi e il cinema dove gli amanti dell’artista potranno trovare oltre venti costumi dei film fra i quali ‘Il Marchese del Grillo’, ‘Il vigile’ e ‘Il medico della mutua’.

Al centro del salone la mitica Harley Davidson di ‘Un americano a Roma’. Infine, attraverso una installazione mediale Alberto Sordi saluterà il suo pubblico di ieri e di oggi. I visitatori potranno anche interagire nelle due postazioni di Radio Rai e di Rai Play. Accanto la Sala proiezioni: uno spazio aperto accessibile a tutti gratuitamente, dove verrà proiettato un filmato dedicato a Sordi curato da Luce Cinecittà.

AGI – Il Teatro alla Scala accoglie nuovamente il pubblico in teatro con un grande concerto il 12 settembre e, il giorno dopo, il 13 la Filarmonica regala alla città il tradizionale concerto slittato da giugno, che per l’occasione speciale cambia nome e da concerto per Milano diventa ‘concerto per l’Italia’. Sul podio il maestro Riccardo Chailly.

Un weekend di rinascita per il Teatro e per la Filarmonica

Il Piermarini è il simbolo di rinascita di Milano da sempre, oggi come nel 1946, quando dopo la distruzione per i bombardamenti della guerra, riaprì con una memorabile esecuzione diretta da Toscanini. Adesso, con un concerto straordinario dedicato a medici e infermieri in prima linea nella lotta alla pandemia, ‘rinasce’ nuovamente dopo la chiusura imposta dal Covid. Sono passati oltre sei mesi. Era il 23 febbraio quando il sovrintendente Dominique Meyer annunciò che ‘temporaneamente’ sarebbe calato il sipario. In 242 anni era accaduto solo sei volte.

La Nona di Beethoven

A celebrare il ‘nuovo’ inizio, al Piermarini, ci sarà anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Mentre il capo dello Stato Sergio Mattarella (che ha assistito all’omaggio della Scala alle vittime del covid, in Duomo lo scorso 4 settembre) ha già fatto sapere che sarà presente alla replica del prossimo 17 settembre.  Per la ripartenza, l’organico scaligero, al gran completo, sotto la bacchetta di Riccardo Chailly eseguirà la Nona Sinfonia di Beethoven, con un illustre quartetto di solisti: Krassimira Stoyanova, Ekaterina Gubanova, Michael Konig e Tomasz Konieczny.  

La Filarmonica in piazza, 2.600 posti sul sagrato del Duomo 

Domenica 13 settembre, la Filarmonica si presenta all’appuntamento più atteso e amato dell’anno, quel concerto che dal 2013 offre alla città, attirando – in passato – sul sagrato del Duomo anche 50 mila persone. Quest’anno il Covid impone numeri decisamente diversi ma che comunque richiedono un grande sforzo organizzativo: la platea sotto il cielo di Milano sarà di 2.600 persone. Ben distanziate, con posti numerati. La prenotazione è obbligatoria su www.openfilarmonica.it. 

Il concerto per l’Italia si ascolta nel mondo

La musica della Filarmonica non risuonerà solo davanti alla Cattedrale gotica di Milano ma nelle case di tutto il mondo, vista la trasmissione in diretta su Rai 5, Radio 3 e RaiPlay in Italia, su Arte in Europa e distribuito in oltre 20 paesi nel mondo incluso Medio Oriente, Nordafrica, Giappone e Cina.

Con Chailly il violino di Vengerov

Sul podio dell’orchestra, come tradizione in questi anni ci sarà il maestro Riccardo Chailly, insieme a un ospite d’eccezione, il grande violinsta Maxim Vengerov che si cimenterà con Mendelssohn. In programma celebri Sinfonie, Ouverture e Intermezzi d’opera: da Don Pasquale di Donizetti a Manon Lescaut di Puccini, da Normadi Bellini a La Forza del Destino di Verdi. 

AGI – È morto all’età di 82 anni l’editore Franco Maria Ricci. A dare la notizia della morte di Franco Maria Ricci, scomparso oggi nella sua casa a Fontanellato, in provincia di Parma è stato il nipote Edoardo Pepino, direttore del Labirinto della Masone ideato dallo stesso Ricci. Editore e collezionista, è diventato famoso per aver pubblicato negli anni ’80 la rivista patinata ‘FMR’ conosciuta in tutto il mondo. 

Chi era l’editorie e collezionista

Ricci, nato a Parma il 2 dicembre 1937, ha iniziato la sua carriera come editore nel 1963 con la ristampa anastatica del ‘Manuale Tipografico’. Ha coltivato in parallelo anche l’interesse per la grafica che lo ha portato a disegnare marchi e ideare pubblicità per grandi aziende, sia italiane che straniere. Diverse sono le collane pubblicate che lo hanno reso celebre, tra cui le Enciclopedie delle città e delle regioni d’Italia, come Milano, Parma, Roma e la Sicilia, volumi ricchi di immagine suggestive e testi.

Dal 1982 al 2004 ha pubblicato la rivista ‘FMR’ che lo ha reso famoso in tutta Italia e definita da Fellini “la perla nera”. Oltre che editore e grafico, Ricci era anche un collezionista d’arte, un appassionato bibliofilo e un costruttore di labirinti. Il suo capolavoro è il labirinto della Masone, a Fontanellato.

Il cordoglio di Franceschini

“La scomparsa di Franco Maria Ricci è un grande dolore – sottolinea il ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini – con lui viene a mancare un intellettuale di straordinaria sensibilità e intelligenza, un editore colto e raffinato, un uomo che ha sempre operato per divulgare la conoscenza del nostro patrimonio culturale”.

 

AGI – Remo Rapino con ‘Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio’ (minimum fax), ha vinto la 58esima edizione del Premio Campiello. Lo scrittore ha ottenuto 92 voti su un totale di 263 pervenuti dalla giuria popolare.      Al secondo posto si è classificato Sandro Frizziero con ‘Sommersione’ (Fazi), che ha ottenuto 58 voti, al terzo Ade Zeno con ‘L’incanto del pesce luna’ (Bollati Boringhieri), 44 voti. Quarto posto per Francesco Guccini con ‘Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto’ (Giunti),  39 voti. Alla quinta posizione Patrizia Cavalli con ‘Con passi giapponesi’ (Einaudi), 31 voti. Ad Alessandro Baricco è andato il premio alla carriera.