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Spesso li chiamano “trucchi matematici”, ma sono semplici sistemi che hanno ben poco del magico e del trucco. E ce n’è uno che, postato sulla pagina Facebook ‘Did you know?’ è diventato virale con numeri strabilianti dalla sua pubblicazione: la “Japanese Multiplication” ha ottenuto oltre 100 milioni di visualizzazioni dall’11 novembre scorso (con oltre 2 milioni e 100 mila condivisioni e 95 mila commenti).

Il sistema, per la verità assai semplice, consente qualsiasi moltiplicazione a due cifre senza conoscere le tabelline e senza alcuno sforzo.

Un "trucco" e tanti nomi

Ne ha pubblicato una versione ancor più semplice, perché ideografica, il quotidiano spagnolo ‘El Paìs’, ricordando che questo metodo è già stato proposto al grande pubblico altre volte, anche se con diverse varianti e nomi differenti: per esempio, la “moltiplicazione Maya”, anche se pare che l’antico popolo precolombiano poco abbia a che fare con questo “trucco matematico”. E qualche dubbio, sul fatto che sia correntemente utilizzato in Giappone più che altrove, il divulgatore JoséAngel Murcia non lo nasconde. 

Per sapere come funziona il metodo, si fa più presto a guardare il video riprodotto più giù che spiegarlo a parole.

Ad ogni modo, si tenga presente che nel caso, per esempio, di 34 x 12, si tracciano in alto tante linee quante corrispondono alle decine (3), e in basso quelle corrispondenti alle unità (4) del primo fattore. Quindi, a sinistra della pagina le linee corrispondenti alle decine del secondo fattore (nel nostro caso 1) e a destra quelle relative alle unità (2). Tracciata questa griglia, si ricava il risultato contando i punti di intersezione fra linee orizzontali e verticali nell’ordine seguente: destra in basso; destra in alto più sinistra in basso; sinistra in alto. I numeri che si ricavano vanno scritti nel risultato da destra a sinistra.

Provare per credere.

 

 

La politica da sempre è una fucina di espressioni nuove. Come ricorda Mario Cannella, curatore del vocabolario Zingarelli, sono numerose le parole che, negli anni, hanno contribuito a marchiare a fuoco alcuni epocali momenti vissuti dal nostro Paese. Momenti di transizione, di ascesa e caduta di esponenti politici e partiti, di cambiamento.

Il ruolo della politica e della stampa

Queste parole solitamente nascono da due fonti differenti: da una parte è la politica stessa a forgiare parole nuove per identificare partiti che si sono appena formati (“Diesse”), azioni effettuate dentro e fuori il Parlamento (“Inciucio”), sia positive che negative, leggi o proposte che necessitano di una targhetta di riconoscimento affinché siano facilmente comprensibili per gli elettori, (“Mattarellum”); dall’altra parte però ci sono anche quei cronisti parlamentari che, giorno dopo giorno, seguendo ciò che avviene all’interno dei palazzi del potere, s’inventano nuovi modi per raccontare figure, profili e fatti. La stampa, inoltre, ricopre anche il ruolo di megafono diffondendo e amplificando termini che vengono ripetuti fino alla nausea da politici o loro portavoce.

 

I “modi di dire” usati dalla politica

Sono diversi i casi in cui semplici frasi o modi di dire sono stati trasformati in veri e propri nomi capaci di identificare atteggiamenti e situazioni politiche. Da “Malpancismo”, per identificare le sofferenze provate davanti a situazioni fastidiose, a “Girotondo”, per raccontare una presunta perdita di tempo intorno a una questione di primaria importanza. Fino ad arrivare a “Doppiopesismo”, ovvero l’uso di due pesi e due misure, cosa abbastanza frequente in politica.

Renzi, Grillo e gli ultimi lemmi entrati nello Zingarelli

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla comparsa di parole, come “Pentastellato” e “Rottamatore”, che sono state create per raccontare quello che figure come Matteo Renzi e Beppe Grillo stavano (e stanno) proponendo all’elettorato italiano. Un narrazione che ha una certa tradizione se pensiamo a frasi, anche molto forti ed esplicite, che in passato sono state pronunciate durante comizi o interviste. Vi dice niente “Celodurismo”? 

Il nostro consueto viaggio nel tempo

Chiudiamo, anche in questo ultimo capitolo, mettendo in fila le parole sono in grado di mostrarci, dal 1994 a oggi, come la politica abbia davvero influenzato il nostro vocabolario. E augurando lunga vita, almeno altri 100 anni, al vocabolario Zingarelli che ci ha permesso di riflettere un po’ di più sull’origine delle parole che usiamo tutti i giorni.

Lumbard (1994)

Postfascista (1996)

Scendere in campo (1996)

Inciucio (1997)

Cerchiobottismo (1999)

Euroscettico (1999)

Pari opportunità (1999)

Doppiopesismo (1999)

Sanitometro (2000)

Piazza Affari (2001)

Bipartisan (2002)

Cartolarizzare (2002)

Diesse (2003)

Malpancismo (2004)

Election Day (2004)

Precarizzazione (2005)

Terzismo (2005)

Antipolitica (2006)

Teocon (2008)

Black Bloc (2009)

Cocopro (2014)

Rottamatore (2014)

Mattarellum (2015)

Pentastellato (2016)

Complottista (2016)

Poltronismo (2016)

Salafismo (2017)

Leggi anche: Le parole straniere hanno diritto di entrare a far parte del nostro dizionario?

Leggi anche: Da Vegano a Tronista, così i nuovi costumi cambiano il nostro dizionario

Leggi anche: Come si decide quando una parola può entrare nel vocabolario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo abituati a pensare che la lettura sia da sempre qualcosa che avviene in silenzio, tranne in occasioni particolari, o nelle funzioni religiose. Beh non è così. La lettura silenziosa è qualcosa di relativamente molto recente, duecento anni al massimo. Prima si leggeva ad alta voce. Sempre. In 5mila anni di scrittura la lettura è sempre stata così.

Un lungo articolo di Quartz ripercorre un dibattito acceso e tutt’ora aperto sull’origine della lettura in silenzio. Gli antichi greci leggevano i loro testi ad alta voce. E così fecero i monaci del Medioevo. Ma nel XVII secolo la lettura nella società europea cambia drasticamente. L’invenzione della stampa a caratteri mobili e poi la diffusione del libro come oggetto di massa, insieme alla diffusione della scrittura non più solo in latino ma anche nelle lingue nazionali e in volgare, hanno contribuito a inaugurare la pratica che teniamo ancora oggi: leggere le parole senza dirle ad alta voce, lasciando che costruiscano in silenzio un mondo nelle nostre teste.

"Tra gli studiosi vi è un dibattito molto acceso, a tratti feroce, su quando la società europea passò dalla lettura ad alta voce a quella in silenzio" scrive il magazine. "Alcuni dicono che la lettura silenziosa era già praticata in Grecia, altri lo negano e la fanno risalire a molto prima. O a molto dopo". Ma tutti concordano su un certo momento storico di drastico cambiamento dei costumi. E sociale.

Nel 1700, lo storico Robert Darnton scriveva: "Per la gente comune della prima Europa moderna, leggere era un'attività sociale. Si svolgeva in laboratori, ma anche taverne. E non era un momento necessariamente edificante”. Un secolo e mezzo dopo Marcel Proust (1872-1922) racconta di un mondo in cui la lettura oramai si consuma in solitudine, in silenzio, il narratore legge da solo nel suo letto, ed era la norma soprattutto per le persone benestanti e istruite che potevano permettersi libri. È la testimonianza definitiva di un cambiamento epocale. E per alcuni commentatori l’inizio della ‘vita interiore’ dell’uomo moderno. In mezzo è cambiato qualcosa, in maniera radicale e diffusa in Europa. 

Con la lettura silenziosa, il lettore riuscì finalmente a stabilire una relazione senza restrizioni con il libro e le parole. Le parole non occupavano più il tempo necessario a pronunciarle, ma diventavano qualcosa che si componeva e spariva nello spazio interno. Consentendo tra la l’altro la lettura simultanea di diverse fonti, spiegano alcuni ricercatori.

Non a tutti piacque questo cambiamento nella lettura. Gli scettici pensavano che la lettura silenziosa  fosse per pigri. E peggio: consentiva alle persone di imparare e riflettere senza guida religiosa, cosa piuttosto scabrosa nel Settecento, ma anche nell’Ottocento. La lettura silenziosa del tardo XIX divenne così popolare che molti uomini si preoccupava che le donne, leggendo da sole a letto, fossero inclini a pensieri peccaminosi, osé.

Non c'è molto consenso tra gli storici sul perché la gente abbia iniziato a leggere in silenzio. I resoconti storici più diffusi ci dicono che la fine della lettura orale cominci verso la fine Medioevo  e già un fatto abbastanza diffuso nel Rinascimento. Ma può darsi pure, come sostengono alcuni, che ci sia sempre stata la necessità di leggere in silenzio. Magari più nascosta, meno comune, ma comunque sempre parte di un umanità che aveva solo bisogno di un piccolo aiuto per arrivarci.

C'è Mickey Mouse al timone dello Steamboat Willie, come nel terzo cortometraggio di Walt Disney e Ub Iwerks che, nel 1928, lo vide protagonista. Ma ci sono anche Topolino e Pippo nei panni di Dante e Virgilio, come nel capolavoro "L'inferno di Topolino", scritto nel 1949 dal geniale Guido Martina, che accompagnò ogni vignetta con una terzina dantesca ("Papè Satan, Papè Satan aleppe: / queste parole dai concetti bui / per seicent'anni niun spegare seppe. / Solo Dante lo può; ragion per cui / chi vuol saper che cosa voglion dire / vada all'inferno e lo domandi a lui…"). O ancora i due personaggi che brandiscono "La Spada di Ghiaccio" dell'omonima trilogia fantasy, sceneggiata e disegnata da Massimo De Vita, che fece sognare chi fu bambino negli anni '80. Perché, diciamo la verità, le migliori penne e i migliori pennelli cimentatisi con i paperi e i topi non sono americani ma italianissimi. Pennelli come quello del grande Giorgio Cavazzano, uno dei disegnatori disneyani più apprezzati al mondo, al quale il governo ha dato il compito di celebrare i novant'anni di Topolino con otto francobolli, presentati in anteprima a Lucca Comics & Games.  

"Sono particolarmente orgoglioso per l’emissione di questi otto francobolli Disney che celebrano i 90 anni di Topolino, un personaggio che ha incrociato, con le sue storie, le vite di milioni di adulti e bambini di tutto il mondo", ha commentato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, "credo, in particolare, che in un tempo in cui le comunicazioni sono principalmente affidate a dispositivi elettronici questa iniziativa possa contribuire ad avvicinare al mondo della filatelia i più piccoli. Aver dedicato a Topolino un francobollo è un modo per lo Stato di dire grazie a questo personaggio". Un personaggio che, non tutti lo sanno, passò dallo schermo ai fumetti prima in Italia e poi in Usa. I primi albi con storie di Topolino, editi da Nerbini, usciranno infatti nel nostro Paese nel 1932, tre anni prima dell'inizio delle pubblicazioni in America.

“I nomi sono conseguenza delle cose”. Dante Alighieri, citato dal professor Mario Cannella, inaugura questo terzo capitolo dedicato ai 100 anni del vocabolario Zingarelli. Sì, perché i nostri comportamenti, gli oggetti e le invenzioni, le tendenze dal web e dal mondo della comunicazione, rivestono sempre più un ruolo di primo piano nel trasformare la nostra quotidianità e, di conseguenza, anche il modo con cui ci esprimiamo.

Pensate, ad esempio, ad “apericena”, un composto di due parole, aperitivo e cena che insieme danno vita a una nuovo significato. Qualcosa di ben delineato che identifica un’abitudine di questi tempi, un’azione che si svolge in un determinato momento della giornata e con modalità ben precise. 

Nuovi usi e nuovi costumi

Queste parole descrivono in maniera certosina “il vivere civile” e le sue metamorfosi. Ed è questa la motivazione principale che porta i curatori del vocabolario a studiarle e a prenderne in considerazione la candidatura per un’eventuale ammissione.

Che siano “macedonie” ovvero parole composte come cinepanettone, o lemmi derivanti da comportamenti più meno disdicevoli, come “fare il furbetto”, che non va a identificare la grandezza fisica del soggetto ma un suo atteggiamento poco consono, come i “furbetti” del cartellino che tanto sentiamo nei telegiornali, o “mobbing”. In generale, pur partendo da qualcosa di già esistente, sono espressioni di qualcosa di nuovo capace di diffondersi, come estrema rapidità, nella società e nel suo modo di vivere. Azioni, cose, e situazioni che possono identificare, come una carta d’identità, chi siamo e come cambiamo nel tempo.

Una lista “specchio” dei tempi

Di seguito abbiamo identificato alcune parole che esemplificano questo discorso e che sono state inserite, anno dopo anno, all’interno dello Zingarelli:

Vegano (1998)

Siliconato (1998)

Fantacalcio (1999)

Messaggino (2002)

Ecomostro (2002)

Chattare (2002)

Videofonia (2006)

Reality (2007)

Furbetto (2007)

Tronista (2009)

Paparazzare (2009)

Barbatrucco (2011)

Apericena (2011)

Scrauso (2012)

Svapare (2015)

Cogenitore (2016)

Nel secondo capitolo dedicato ai 100 anni dello Zingarelli abbiamo chiesto al curatore, il professor Mario Cannella, di parlarci dei fattori che portano all’accettazione dei lemmi stranieri, soprattutto inglesi, all’interno del nostro parlare quotidiano. Se parlassimo attraverso una metafora calcistica potremmo definire questi termini come “gli oriundi della lingua italiana”: quelle parole usate quanto, se non di più, delle loro corrispondenti originali ma di cui, oggi, “non potremmo più fare a meno”. Come sport o cocktail. Eppure, periodicamente, compaiono articoli che provano a sensibilizzare sulla necessità di difendersi da questa invasione mostrando come potremmo facilmente optare per la versione autoctona, più elegante e musicale.

Abstract – Sintesi

All Inclusive – Tutto compreso

Evergreen – Intramontabile

Backstage – Dietro le quinte

Killer – Sicario

Badge – Tesserino

Cash – Contante

Come si decide quando accoglierli

Il criterio per introdurre queste parole all’interno di un dizionario non si discosta di molto da quello che si usa per quelle italiane: frequenza d’uso, valore del suo significato, stabilità nel tempo.  Una particolare attenzione viene riservata a tutte quelle parole che nascono in rete e che, con grande facilità, entrano nella nostra vita quotidiana. Non tutte però sono destinate a permanere a lungo all’interno dei discorsi che facciamo. Sono numerosi anche derivati che arrivano da questa tipologia di lemmi. Gli esempi che il professor Cannella fa sono eloquenti: “resettare” (da reset) e Googlare (da Google). “Stiamo tenendo d’occhio anche whatsappare”, verbo che compare in moltissime chiacchierate, online e offline. 

Leggi la prima puntata: come si decide quando una parola entra nel vocabolario

Quando accade il contrario

In rari casi avviene anche il contrario, soprattutto quando non esiste la parola in italiano che sia in grado di combaciare perfettamente con l’originale straniera. Come per “Serendipity”. Provate a trovare l’equivalente nella nostra lingua di quel concetto che definisce la fortuna “di trovare per puro caso una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra”. Il lemma è stato utilizzato nel 1754, per la prima volta, dallo scrittore inglese Horace Walpole che faceva riferimento, probabilmente, all’antico nome dello Sri Lanka (Serendip). La soluzione è la creazione di una nuova parola, come Serendipità, che non sempre è destinata a entrare all’interno di un dizionario, o il mantenimento della versione straniera, come nei casi di Spam, Kitsch, Facepalm.

Viaggio nel tempo

Chiudiamo con una lista che mostra il momento preciso in cui alcune parole straniere che ben conosciamo sono entrate a far parte del vocabolario Zingarelli:

1994: Zapping, skinhead, airbag, karaoke

1997: Home page, roaming

2001: Coming out, mobbing, mailbox, call center, new economy

2002: Bipartisan, outlet, vintage, ebook, download

2003: Customer Care, touchscreen, tobin tax

2005: Champions League, road map, ONG

2007: Gay pride, reality, sudoku

2009: Bodyguard, ADSL, black bloc, googlare

2010: Social card, social network

2014: Hashtag, self publishing, fake

2015: Selfie, wedding planner, âgé

2016: Cooking show, tiki-taca, jihadista

2017: Stepchild adoption, emoji, cosplayer, business plan

 

 

 

Con 450,3 milioni di dollari, il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci è l’opera d’arte più costosa della storia. Meno di 20 minuti, rilanci da capogiro nella sede di Christie’s di New York e il dipinto è entrato a pieno diritto nella storia (delle aste).  E in un momento in cui i “vecchi maestri” arretrano spodestati dai nomi altisonanti dell’arte contemporanea. Come Willem De Kooning, ad esempio, il cui “Interchange” del 1955 ha detenuto fino alla scorsa notte il primato di opera più cara mai venduta (300 milioni di dollari). Ecco le 10 tele da record, Salvator Mundi a parte.

Interchange, (Willem De Kooning): Passato di mano nel 2015 in una transazione privata che si è tenuta a Chicago, l’opera del 1955 del pittore olandese Willem De Kooning è uno dei capolavori più apprezzati dell’arte astratta. La tela, che rappresenta un paesaggio, fu venduta per la prima volta nel 1955, appena terminata. L’acquirente, un architetto di Filadelfia, la pagò 4.000 dollari, che oggi equivalgono più o meno a 16mila dollari. Poi fu rivenduto altre due volte, fino all’acquisizione record del 2015.

Nafea Faa ipoipo?, (Paul Gauguin): Il titolo significa letteralmente: “Quando ti sposerai?”. Nel quadro sono raffigurate due donne polinesiane mentre riposano con abiti e pose diverse e la prospettiva è inesistente. La tela, che fa parte del periodo thaitiano dell’artista, è stato acquistato per la cifra di 300 milioni di dollari da un consorzio di musei del Qatar che l’hanno comprato dal collezionista svizzero Rudolf Staechelin. Questo ultimo vanta nel suo trust di famiglia una ventina di capolavori mozzafiato ereditati dall’omonimo nonno. Per quasi cinquant’anni è stato esposto al Kunstmuseum di Basile.

Donne di Algeri, (Pablo Picasso) – Nel maggio del 2015 nella sede di New York di Christie’s la tela del pittore spagnolo viene battuta all’asta per 179,4 milioni di dollari. Ad acquistarla, in soli 11 minuti, è un anonimo. L’opera, realizzata nel 1955, ritrae una scena in un harem in cui si vedono distintamente due donne.  La tela da parte di una serie di quindici dipinti numerosi schizzi e diverse litografie ispirati alle Donne di Algeri di Delacroix. E’ stata fino a ieri l’opera più costosa mai venduta a un’asta.

Nudo sdraiato, (Amedeo Modigliani): Conosciuta anche con il titolo francese “Nu Couché”, l’opera dell’artista italiano è ad oggi la terza più costosa mai battuta a un’asta. Il dipinto è appartenuto prima alla collezione Piero Feroldi quindi alla Collezione Mattioli per 66 anni finché, il 9 novembre 2015, il magnate cinese Liu Yiqian lo ha acquistato dopo 9 minuti e mezzo di gara in un'asta Christie's a New York, al prezzo di 170,4 milioni di dollari.

Donna malata, (Willem de Kooning): L’opera è stata battuta all’asta alla cifra di 162,4 milioni di dollari. È stato David Geffen, il magnate dell'industria discografica e cinematografica di Hollywood, a venderla al miliardario Steven Cohen. Si tratta della terza opera di una serie di sei dipinte dall’espressionista astratto

N. 6 (Viola, verde e rosso), (Mark Rothko):  L’opera fu acquistata nel 2014 per 140 milioni di dollari dal miliardario russo Dmitry Rybolovlev. Rothko, il cui vero nome è Markus Rotkowičs è considerato un espressionista astratto. Quest’opera rientra nella serie rettangoli colorati. Rothko è rimasto un’artista semi sconosciuto fino al 1960.

Adele Bloch Bauer, (Gustav Klimt): La tela ha raggiunto i 158,4 milioni di dollari. E’ il primo di due dipinti omonimi e viene considerato come il più rappresentativo della sua «fase dorata». È stato comprato dal magnate dell’industria cosmetica Ronald Lauder che l’ha acquistato, alla cifra di 158,4 milioni di dollari, da Maria Altmann, ultima erede della famiglia Bloch-Baue.

I Tre studi di Lucian Freud, (Francis Bacon): E’ stato battuto all’asta per 145 milioni di dollari nel 2013. Il trittico ritrae l’amico e rivale di Bacon arroccato su una sedia di legno. L’opera venduta a New York è stata acquistata dall’ex regina di Las Vegas Elaine Pascale Wynn

L’urlo, (Edvard Munch) – Nel 2012 va all’asta di Sotheby’s a New York il capolavoro dell’artista norvegese. La vendita dura appena 12 minuti e termina con l’allora cifra record di 120 milioni di dollari. L’acquirente è un anonimo, mentre la tela, realizzata nel 1895 era l’unica delle quattro versioni ancora in mano a un privato: il norvegese Petter Olsen, il cui padre era amico e sostenitore di Munch.

​Untitled del 1982 (Jean Michel Basquiat) – A maggio del 2017 la casa d’aste Sotheby’s di New York mette in vendita il celebre dipinto di un teschio di Basquiat. Viene battuto alla cifra record di 110,5 milioni di dollari. Ad aggiudicarsi l’opera il miliardario giapponese Yasuku Maezawa.

 

 

 

 

 

 

Articolo aggiornato il 16 novembre 2017 alle ore 7,30

Il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci è stato battuto all'asta a New York al prezzo record di 450 milioni di dollari, pari a 380 milioni di euro, diventando l'opera più costosa di tutta la storia dell'arte. Il dipinto, realizzato 500 anni fa e considerato da Christie's la più grande riscoperta artistica del XXI secolo, è un olio su tavola di noce raffigurante un immagine del Cristo benedicente. Nel ritratto, il Cristo ha una mano alzata mentre nell'altra tiene una sfera di vetro. E' un pezzo rarissimo, uno dei 20 lavori ancora esistenti del genio italiano, morto nel 1519. Le aspettative di Christie's erano quelle di superare i 100 milioni di dollari, ora i 400 pagati (a cui si aggiungono tasse e diritti d'asta) rappresentano la cifra più alta mai spesa per un'opera d'arte.

Articolo originale del 15 novembre 2017

È l'ultimo Leonardo rimasto in mani private – a meno di clamorose agnizioni future – vale 100 milioni di dollari e sarà battuto  all'asta questa sera da Christie's. Ma, soprattutto, ha una storia straordinaria.

E' il 'Salvator Mundi' ricomparso sulla scena sessant'anni fa come modesto dipinto di poco valore e oggi destinato a infrangere ogni record. Nel 1958 fu un'altra casa d'aste – Sotheby's – a farsi sfuggire l'affare del secolo, mettendolo in vendita per appena 45 dollari, ignorando chi fosse il vero autore.

Nel frattempo storici dell'arte e periti sono intervenuti a mettere a posto le cose e questa sera il quadro troverà una nuova collocazione, con ogni probabilità a beneficio del grande pubblico.

La scoperta di un capolavoro

Ma è una storia che merita di essere raccontata dall'inizio e con ordine, ora che è stato riconosciuto come l'unico quadro di Leonardo da Vinci ancora in mani private e Christie's prevede di ricavarne 75 milioni di sterline, ovvero circa 100 milioni di dollari. Sei anni dopo l'attribuzione e la clamorosa esposizione alla National Gallery. 

Dalle corti reali alla svendita di Sotheby's

Commissionato dal re di Francia Luigi XII, il 'Salvator Mundi' figurò all'inizio del diciassettesimo secolo nella straordinaria collezione privata di Carlo I d'Inghilterra. Il dipinto sopravvisse allo smembramento della raccolta avvenuta dopo la decapitazione del sovrano, nel 1649, e fu ereditato dal figlio, Carlo II. Non è noto come il quadro finisca, il secolo successivo, nella galleria privata dei duchi di Buckingham, che lo venderanno all'asta nel 1763 insieme a tutte le altre opere conservate a Buckingham Palace, appena ceduto alla famiglia reale.

L'incanto dei 20mila visitatori all'esposizione del Salvator Mundi

Del 'Salvator Mundi' non si seppe più nulla fino al 1900, quando – spiega il sito della casa d'aste – fu acquistato da Sir Charles Robinson per la Cook Collection. Il volto e i capelli del Cristo erano stati nel frattempo ridipinti e l'autore fu identificato in Bernardino Luini, un allievo di Leonardo. La Cook Collection venne poi dispersa e il capolavoro, scambiato per una crosta qualsiasi, riapparve nel 1958 a un'asta di Sotheby's, dove viene aggiudicato per 45 dollari per poi scomparire di nuovo fino al 2005, quando viene rilevato da un consorzio di uomini d'affari statunitensi.

Leggi anchele opere di Leonardo nei musei stranieri 

Anche in questo caso l'autore viene ritenuto un allievo di Leonardo, non il Luini ma Giovanni Antonio Boltraffio. Questa volta, però, viene sollevato il dubbio che l'autore potesse essere il maestro stesso. Gli specialisti si mettono al lavoro. Dopo sei anni di complesse ricerche, il 'Salvator Mundi' viene autenticato quale opera di Leonardo e nel 2011 diventa la sorpresa che fa entrare nella storia la mostra della National Gallery dedicata al da Vinci.

Falliti i tentativi del museo di Dallas di acquistarlo, il quadro viene messo all'asta da Christie's a New York, dove per entrare nel Guinness dovrebbe superare i 300 milioni pagati nel 2015 al collezionista svizzero Rudolf Staechelinè per 'Nafea daa ipoipo' di Gauguin. Ecco la classifica delle opere da record.

  1. 'Nafea daa ipoipo' di Paul Gauguin, venduto il 6 febbraio 2015 per circa 300 milioni di dollari ad un compratore sconosciuto collegato al consorzio di musei del Qatar
  2. 'I giocatori di carte' di Paul Cezanne, venduto nel 2011 a una famiglia reale del Qatar per 250 milioni di dollari

  3. 'No. 6' di Mark Rothko, venduto a Dmitry Rybolovlev, imprenditore russo nel 2014 per 186 milioni di dollari

  4. 'Les Femmes d’Alger – version O' di Pablo Picasso, venduto l’11 maggio 2015 da Christie’s a New York per 179,3 milioni di dollari

  5. 'Nudo disteso' di Amedeo Modigliani, venduto il 9 novembre 2015 da Christie’s a New York per 170,4 milioni di dollari al Long Museum di Shangai fondato nel 2014 dal collezionista cinese Liu Yiqian insieme alla moglie Wang Wei. 

  6. 'Three studies of Lucian Freud' trittico di Francis Bacon, venduto il 12 novembre 2013 da Christie’s a New York per 142,4 milioni di dollari

  7. 'L’homme au doigt' di Alberto Giacometti,  venduta l’11 maggio 2015 da Christie’s a New York per 141,2 milioni di dollari: la scultura più costosa mai acquistata.

  8. 'No. 5' di Jackson Pollock, venduto nel 2006 per 140 milioni di dollari

  9. 'Woman III' di Willem de Kooning, venduto per 137,5 milioni di dollari a Steve A. Cohen, miliardario e grande collezionista americano

  10. 'Ritratto di Adele Bloch-Bauer' di Gustav Klimt, acquistata da Ronald Lauder in un’asta di Christie’s nel 2006 per 135 milioni di dollari. 

Siamo lì, a pochi passi da un’opera secolare, custodita gelosamente in uno dei musei più controllati al mondo, un avviso ci diffida dall'avvicinarci l’oggetto ma noi non vorremmo fare altro che allungare la mano… toccarla. Perché? Fiona Candlin, professoressa di museologia del Birkbeck College di Londra, prova da anni a dare una risposta. E il motivo – come molti pensano – non è affatto legato al gusto del proibito.

Visitatori scatenati. Ecco cosa fanno

Candlin lavorava alla Tate di Liverpool agli inizi del 2000, quando fu approvata la legge contro le discriminazioni ai disabili. Grazie alla nuova normativa, i musei del Paese iniziarono a porsi delle domande su come rendere le opere accessibili ai non vedenti. Ma la professoressa non è soddisfatta del risultato. “La maggior parte delle cose che hanno fatto sono solo simboliche”. Tra il 2004 e il 2005, Candlin ha raccolto in un libro “Art, Museums and Touch” le sue osservazioni sulla tentazione delle persone di toccare le opere.  La maggior parte dei visitatori della Tate, spiega:

  • Tamburellano sugli oggetti
  • Siedono sui basamenti
  • Seguono con il dito il tratto dei geroglifici
  • Danno una pacca sulla testa del cavallo di Alicarnasso
  • Accarezzano la pancia di Settimio Severo
  • Lasciano dolcetti al cane di Alcibiade

Fermarli è quasi impossibile: “Riesci a impedire a un centinaio di persone di toccare le opera e dietro ne arrivano altri 200”, ha spiegato a Candlin il guardiano di un museo.  

Un’abitudine vecchia secoli

Le prime esposizioni di oggetti da collezione nacquero durante il Rinascimento. Si chiamavano “Camera delle meraviglie” o “delle curiosità” e attiravano persone che si radunavano davanti a questi tesori, li maneggiavano e ascoltavano i racconti dei collezionisti.  E siccome il modello delle camere delle meraviglie influenzò anche le istituzioni pubbliche, fino a qualche tempo fa, nei musei era consentito toccare gli oggetti. “Nel XVIII secolo, i visitatori del British Museum prendevano in mano le opere d’arte”, assicura Candlin.

Oggi alcune gallerie offrono percorsi sensoriali, e alcuni dei più grandi musei hanno delle sezioni dedicate, come la Galleria del Tatto del Louvre e l’”Hands on desk” del British. Ma al di fuori di queste aree, toccare i capolavori dell’arte è assolutamente proibito.

Il nemico? Un esercito di mani sporche

Non potrebbe essere altrimenti, assicura Candlin. “Quando registri 4 milioni di visitatori all’anno non puoi lasciare che i visitatori facciano quello che vogliono”. Le persone “sono maldestre, hanno mani sporche e unte. Senza considerare che oggi amiamo indossare anelli, bracciali e orologi che al solo contatto danneggerebbero la superfice delicata delle opere”.

Ma perché lo facciamo?

Candlin lo ha chiesto direttamente ai trasgressori. Le motivazioni sono state delle più disparate:

  • Senza toccarle non si riesce a percepire le opere come vere
  • Colpa alla mancanza di vetri di protezione
  • Nessuna giustificazione: “i sarcofagi sono duri. Sono fatti per durare”.

Ma per Candlin l’unico motivo reale è che “maneggiando un oggetto lo si comprende meglio. E’ tutta qui la differenza”. Nessuno è al riparo da questa tentazione: “Ho sempre il desiderio di toccare le opere. E a volte lo faccio”, ammette.

 

Il vocabolario Zingarelli festeggia, quest'anno, i suoi primi 100 anni di vita. Un lungo viaggio, attraverso guerre mondiali e ricostruzioni, che ha accompagnato generazioni di italiani nella loro formazione culturale quotidiana. Una testimonianza preziosa, edizione dopo edizione, della metamorfosi di una lingua che non sta mai ferma, che ascolta e che sa modellarsi seguendo il cambiamento dei tempi.

Sono, in media, circa 300 le parole che trovano spazio all'interno del dizionario ogni anno. Parole che arrivano dall'attualità, coniate dalla creatività dei giovani, usate dalla politica, dalla cucina o dai detti popolari. Senza dimenticare, negli ultimi anni, la forte incidenza dalla rete e dei social.

Ringiovanire preservando la propria antichità 

Un meccanismo che permette al vocabolario di essere un oggetto speciale: uno dei pochi che, pur mostrando i segni del tempo che passa, ringiovanisce di anno in anno grazie alla freschezza di chi ha la capacità di osservare e descrivere il mondo. Ma non solo. Contemporaneamente lo Zingarelli si occupa di difendere e preservare quei lemmi, più di 3mila, che sono in via d'estinzione ma che, nel loro significato più profondo, hanno ancora qualcosa da raccontare. Da obsoleto a diatriba, da leccornia a perorare.    

La scelta delle "matricole" 

Agi, in collaborazione con Next New Media, ha realizzato un'intervista in pillole a quattro video per raccontare come vengono scelte le parole da introdurre in un sistema, ben oliato, che oggi contiene più di 140mila voci e 380mila significati. E lo abbiamo chiesto direttamente al professor Cannella, il curatore dell'opera, che ci ha spiegato come siano 3 le regole da seguire per completare un percorso oltremodo curato: frequenza nell'uso, qualità della parola, stabilità nel tempo.  

Alcuni esempi di anni fondamentali per l'Italia 

1994: Tangentopoli, Intifada, Minimum tax, Buonismo, Consociativismo, Mafiosità, Perdonismo Stragismo, Lumbard. Ma anche karaoke, zapping, airbag e realtà virtuale. Dodici mesi dopo è stato il turno di "exit poll".  

1996: Postfascista, Politicamente corretto, Scendere in campo, Par condicio, Internet 

1998: Mobilità, rifondatore, lesbo, outing, vegano, siliconato 

2000: Dvd, Bullismo, Rottamazione, Viagra, Unione di fatto, Fecondazione assistita.  

2004: Election Day, Free Press, Veline, testamento biologico, vecchi lire, blog, tom tom,  

2007: Reality, sudoku, gay pride, quota rosa, maxi emendamento.  

2012: milleproroghe, celodurismo, biotestamento, cloud computing,  

2014: Rottamatore, cocopro, hashtag, shortino, profilazione, fake, bimbominkia 

2017: foreign fighter, emoji, svuotacarceri, stepchild adoption, curvy, doodle, camgirl, business plan, bacche d goji 

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