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AGI – “Oggi denunciare gli uomini violenti somiglia un po’ alla battaglia contro la mafia, per ribellarsi al pizzo ci vuole coraggio ed è su questa spinta al coraggio che bisogna lavorare”. Intervistato dall’AGI in vista del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’attore Massimo Ghini premette di sentirsi amareggiato dal fatto di dovere “ancora oggi, nel 2020 scendere in campo contro la violenza sulle donne, ma purtroppo la situazione è ancora questa, serve un momento di riflessione generale, maschile in particolare, e temo che la Giornata internazionale del 25 novembre da sola non sia sufficiente…”.     

Le discussioni in casa, fa notare, fanno parte delle vite familiari: “Ho litigato con mia moglie e con le mie precedenti partner anche in modo acceso, ma senza mai valicare limiti invalicabili – chiarisce l’attore, 66 anni – faccio parte di una generazione in cui i mariti e i padri comandavano la famiglia, a quei tempi era anche complicato rompere il muro di omertà”. Il “perbenismo malato”, osserva, “è stato infranto definitivamente nel 1975, con uno degli episodi di violenza e femminicidio più efferati, il massacro del Circeo. Penso che se Donatella Colasanti fosse morta insieme a Rosaria Lopez e non avesse raccontato quello scempio sarebbero state fatte passare come due ragazze che se l’erano cercata, e che magari si erano vendute, come purtroppo accade in qualche narrazione ancora oggi”.

Secondo l’attore oggi “è urgente un’operazione culturale che coinvolga soprattutto le scuole e che vada ad agire soprattutto nelle aree più a rischio, colmando le voragini culturali e disinnescando le situazioni di disagio e difficoltà economica che rischiano di acuire certi fenomeni”. Ma la violenza contro le donne è una piaga che si annida anche dove non c’è il detonatore della miseria e della crisi economica, come nel recente caso che ha coinvolto il manager Alberto Genovese a Milano.

“Il mio disprezzo contro le persone violente e malate che arriva a schiavizzare le persone è totale, la giustizia dovrà fare il suo corso – premette – ma la società dovrebbe anche impegnarsi con un processo educativo, per far sì che non si sia più ammaliati da chi promette droga soldi e vita facile”. Tornando alle violenze domestiche, Ghini osserva: “Sarebbe preferibile parlare di reati contro gli esseri umani in generale. Temo che concentrarci sui femminicidi faccia perdere di vista che, ultimamente, i delitti familiari coinvolgono anche i bambini, e spesso pure gli animali, io condanno tutta la violenza, ovviamente anche quella degli uomini sugli uomini – chiarisce – e mi turba che dopo drammi di questo genere nelle interviste televisive di rito ai vicini di casa si senta dire: “Era una brava persona, non abbiamo mai sentito niente di allarmante”, significa che non si comunica più neanche con chi ci vive vicino , che si è davvero soli e la solitudine sociale può trasformare i disagi in tragedie”. 

Anche il cinema, analizza, ha contributo al processo di crescita culturale: “Una volta vedere nei film lo schiaffo alla partner era quasi normale”.

AGI – Mentre l’anarchico Bakunin approda al porto di Caprera, accolto da Garibaldi in persona e dalla sua corte di fedelissimi, nell’unica osteria dell’isola il vecchio capitano inglese Daniel Roberts apprende dell’improvvisa morte di Loriga, proprietario dell’emporio del paese. Solo pochi giorni prima, il commerciante aveva raccontato di aver visto la Reula, la macabra processione di fantasmi che, secondo una leggenda popolare, sarebbe presagio di sventure. Ma il maresciallo Bachisio Tanchis e il giovane brigadiere De Rosas non possono dar retta alle superstizioni e si mettono alla ricerca di un colpevole. Daniel Roberts, intanto, inizia a indagare per conto proprio assistito dal parroco, l’energico e anticonformista don Mamia…”. È un giallo storico quello che Gianluca Lioni ha ambientato in quel mondo insolito che è l’arcipelago della Maddalena, costituito da isole di confine in un tratto di mare che lambisce la Corsica e che è crocevia di lingue e culture diverse, di un’umanità variegata. Con ‘La processione dei fantasmi’ (edizioni tre60, 192 pagine, 14 euro), Lioni ci porta tra pescatori campani, streghe corse e scalpellini genovesi. Una comunità bizzarra e meticcia su cui la forza della natura ha tracciato una linea di follia. Tutti, ambiente e personaggi, protagonisti di misteri e omicidi per risolvere i quali sono chiamati personaggi reali – come lo stesso Garibaldi – trasfigurati dalla finzione letteraria. 

Un prodigioso ragazzino keniano sfonderà le due ore nella maratona di Tokyo: conteso fra Est e Ovest con spietatezze lecite e illecite, il ragazzino volteggerà nella burrasca afosa di un’avventura che si conclude al termine del romanzo I leggeri di Nairobi (14 euro, 162 pagine, Rubbettino Editore). L’autore, Marco Ciriello, è un Bartleby estroverso prolifico nella narrativa e sui giornali per asserire “I would prefer not to” attraverso la scrittura.

Postmoderna, a doverla proprio cercare, è la collocazione stilistica di Ciriello, ma costeggiando un Sud America che comincia dalla Terra del Fuoco e finisce nella Terra dei Fuochi, come fu nel Vangelo a benzina, con passaggi obbligati per lo sport e soprattutto nel calcio (per esempio, e non il solo, il Maradona del suo penultimo libro). Mentore prossimo Edmondo Berselli ma occhieggiano, nel pantheon, Viola, Brera, Mura, Soriano.

E il prodigioso ragazzino? Si chiama Muhammad Ali Okayo, e nel Kenya una folla di personaggi (e di “interpreti e apparizioni”) lo circonda, lo insidia o lo protegge ma senza mai sedurne l’innocenza. Una folla di personaggi, che vanno dal proprietario del colosso americano NK, William Vollman, cui il piccolo maratoneta serve assolutamente da testimonial per un paio di scarpe da lanciare, al presidente cinese Xi Jinping, che vuol annettere l’atleta all’Impero del Drago con le buone o ( di più) con le cattive. Ma ci sono, nell’Africa di Ciriello, anche i tre piccoli atleti della prima squadra keniana di ciclismo allenati da un ex lottatore nipponico di sumo. Poi giornalisti, medici, ministri e registi come Martin Scorsese (che recita il ruolo di Martin Scorsese) a fare la squadra con cui l’autore gioca, perché Ciriello gioca sebbene dica cose anche serie o serissime ed è questa la strategia dei Bartleby estroversi.

La metafora dell’Africa contesa fra l’aggressività dell’espansionismo cinese e il cinismo del capitalismo occidentale; la pratica sportiva quando è povera e innocente; il sogno al termine non della notte ma di una lunga, lunghissima corsa. Queste sono le cose serie o serissime, più altre infilate per righe e capoversi come i bigliettini che si ripiegano tra le fessure nel Muro del Pianto.

E le cose divertenti? Sono tutto il resto. Quando la narrativa rivendica un quarto d’ora di fuga dallo schianto e dalla lagna. Persino nell’era di commissari, ispettori, detective e marescialli di ogni ordine e grado (e vizio e vezzo, perché è regola che ciascuno ne abbia). Persino nell’era dell’intimismo tra infanzie assai tristi o troppo favolose ieri e aperitivi su Zoom e tostapane rotti come cuori infranti oggi – quando per diventare adulti bisognerebbe saper giocare.

AGI – Torna a Roma con l’ottava edizione ‘Riscarti’ il Festival del riciclo creativo. Una vetrina nel centro della città che, al passo coi tempi, promuove una nuova fruizione dell’arte, attraverso la rigenerazione dei materiali e della cultura. Location d’eccezione sono le 11 vetrine della Galleria Alberto Sordi, a Piazza Colonna.    

La mostra, organizzata in occasione della Settimana Europea della Riduzione Rifiuti, dal 21 al 29 novembre, è presentata attraverso la barriera, seppur trasparente, del vetro: senza contatto e dall’esterno, le opere si fanno spazio nell’isolamento, e irrompono con il loro messaggio: cosa possiamo fare per il Pianeta? Parte della riflessione che Riscarti propone quest’anno riguarda la nuova socialità distanziata e guardinga, e l’isolamento dell’artista, in linea con il nuovo vissuto dell’arte e degli altri.

Dal 16 novembre gli artisti sono, uno alla volta, protagonisti isolati della vetrina a loro assegnata, svelando il proprio intervento artistico.    

Cominciano staccando la carta dalle vetrine, per collocarvi le opere, allo stesso tempo denunciando anche l’isolamento dell’arte e della cultura ai tempi del Covid. Partecipano, tra gli altri, oltre la Città dell’Arte Fondazione Pistoletto, Fabio Ferrone Viola, Bruno Melapponi, l’architetto Ludovica Cirillo, (uno dei 200 talenti italiani di TNT concorso ministeriale del 2010) che dal Giappone ha accettato l’invito per allestire una vetrina con alcuni suoi ‘by LUDO’ ecotechbjou tra i più artistici, iconici e premiati anche all’estero. 

AGI – “Questo cartello stradale è sbagliato: non doveva essere ‘Vico S. Felice’ ma ‘Vico Sanfelice’, perché non si riferisce al santo ma al nobile architetto e pittore barocco Ferdinando Sanfelice”: era capace di tenerti una lezione di toponomastica tra i vicoli del suo rione Sanità, Francesco Ruotolo, morto domenica all’età di 74 anni dopo una settimana di ricovero per il Covid. Ruotolo è stato un militante di sinistra, un intellettuale antifascista, un docente di diritto, un giornalista, ma forse a definirlo meglio era quell’incarico molto ‘napoletano’ che gli aveva assegnato la III municipalità: consigliere alla memoria.

I ricordi del rione

Sì, perché del rione Sanità, questo microcosmo di 32mila anime accalcate in due chilometri quadrati, lui era una sorta di ‘custode’ impegnato a salvarne i ricordi, a raccontarne le storie, a preservarne i luoghi. A partire dalla casa natale di Totò: l’appartamento in via Santa Maria Antesaecula è in stato di semi-abbandono, ma lui ne aveva le chiavi e accompagnava chiunque trovasse il suo numero su Internet in una visita al rione che era molto più di un tuffo nell’infanzia del principe della risata. 
Dal balcone del primo piano, Ruotolo rievocava i tempi in cui mamma Anna e nonna Teresa si affacciavano alla finestra o quando il futuro principe de Curtis studiava i passanti per poi imitarli come avrebbe fatto in seguito sul set, guadagnandosi il soprannome di ”o spione’. Totò vi visse fino a metà anni ’20, quando fece fortuna a Roma e volle con sé la sua famiglia. 

La casa del ‘principe della risata’

Il futuro dell’appartamento è incerto: l’interno cade a pezzi, la famiglia che lo acquistò in un’asta giudiziaria avrebbe voluto farne un ritrovo culturale, aveva già acquistato le riggiole ottocentesche in cotto rosso per ripavimentarlo ma il vincolo ‘demo-etno-antropologico’ apposto alla Soprintendenza blocca tutto senza che siano stati presentati progetti alternativi. Ruotolo se ne doleva e denunciava costantemente questo scempio della memoria.

“O’ professore”, come lo chiamavano, ti faceva rivivere la storia del rione, ti accompagnava tra i vicoli di questa enclave chiusa a valle tra due colline e da un ponte che nell’800 ha completamente tagliato il quartiere fuori dal contesto cittadino. Un ponte che proprio lui era riuscito a far intitolare a Maddalena Cerasuolo, detta Lenuccia, che durante le “Quattro giornate di Napoli” ne impedì la distruzione da parte delle truppe naziste. 
 

Bellezza e degrado

Ruotolo ti mostrava scorci di immenso degrado del rione ma anche meraviglie come la scala barocca a doppia rampa del Palazzo dello Spagnuolo, davanti a cui si rammaricava per le infinite lentezze burocratiche che bloccano la nascita del Museo di Totò prevista al suo interno.   
Nato a Napoli nel giugno del 1946, fu protagonista di tante battaglie per l’ambiente, per i diritti e per gli ultimi, come quando si incatenò ai cancelli dell’ospedale San Gennaro dei poveri per protestare contro la chiusura. Era stato anche tra i fondatori di Rifondazione comunista. Con lui, però, se ne è andato soprattutto un prezioso custode della memoria della città.

“Scrivo per ricordare, per sconfiggere l’amnesia, il silenzio, i buchi grigi del tempo, per compiere in me quello che una volta, parodiando Shakespeare, ho chiamato il miracolo del Bis, il bellissimo Riessere”. Così parlava Gesualdo Bufalino, nato un giorno come questo di cento anni fa. Per il maestro-scrittore di Comiso tutto ha avuto inizio il 15 novembre 1920.

Figlio di Maria Elia, casalinga, e di Biagio, un fabbro ferraio istruito con la passione per i libri. Sin da bambino Bufalino ha dimostrato dimestichezza con il mondo della parola e della scrittura. È affascinato dai dizionari e dalle antologie poetiche presenti nella piccola biblioteca del padre. Ha iniziato gli studi liceali a Ragusa.

Dopo due anni il ritorno a Comiso, divenuta nel frattempo sede di liceo classico; suo insegnante d’italiano è un valente dantista, Paolo Nicosia, allievo di Giovanni Alfredo Cesareo. Nel 1939 Bufalino ha vinto per la Sicilia un premio di prosa latina sull’orazione Pro Archia di Cicerone, bandito dall’Istituto nazionale di studi romani.

Sono, questi, gli anni della scoperta della letteratura europea, della lettura dei grandi classici francesi e russi, della passione per Baudelaire e del suo tentativo di retroversione dei Fiori del male, dall’italiano in francese, non possedendo un’edizione in lingua. Negli stessi anni Bufalino scrive versi influenzati dalle letture compiute e i suoi interessi culturali sono completati dalla grande attenzione per il cinema, specie quello francese.

Nel 1940 per Bufalino arriva il tempo della formazione alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma nel ’42 è costretto ad interrompere gli studi per la chiamata alle armi. La sua tesi è stata trovata recentemente all’Università di Palermo. Di stanza a Campobasso, è trasferito per un corso di allievi ufficiali a Fano, nelle Marche, dove conosce e stringe amicizia con Angelo Romanò, scrittore e intellettuale milanese di formazione cattolica.

All’indomani dell’8 settembre 1943 si trova a Sacile, in Friuli; sbandato, sfugge avventurosamente alla cattura dei tedeschi e si rifugia presso degli amici a Reggio Emilia. Nell’autunno del 1944 si ammala di tisi e si ricovera presso l’ospedale di Scandiano. Qui un medico assai colto gli mette a disposizione un’imponente biblioteca. Durante la degenza Bufalino si reca nello scantinato del sanatorio per leggere diversi libri. Scopre e legge, in francese, per la prima volta la Recherche di Proust.

Dopo la fine della guerra si trasferisce in un sanatorio della “Conca d’Oro”, a Palermo. In questo periodo collabora, su sollecitazione dell’amico Romanò, alle riviste lombarde “L’Uomo” e “Democrazia”, pubblicando alcune liriche e qualche prosa. Riprende gli studi iscrivendosi all’Università di Palermo.     

Nel marzo del 1947, appena guarito, si laurea in Lettere e rientra a Comiso senza più allontanarsene. Nel 1949 partecipa ai concorsi di Stato e consegue l’abilitazione per l’insegnamento. Ottiene la prima nomina presso l’Istituto magistrale di Modica dove vi insegna per due anni; successivamente ottiene il trasferimento a Vittoria, dove insegnerà fino al 1975, all’Istituto Magistrale “G. Mazzini”. Alla scuola teneva, anche perché teneva alla sua terra, la Sicilia: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”, affermava convinto. 

Nel 1950 inizia una lunga elaborazione del romanzo “Diceria dell’untore”, ma non va oltre l’abbozzo. In questo periodo continua a tradurre Les fleurs di Baudelaire e Les Contrerimes di Toulet. Legge vari libri, vede molti film, ascolta musica jazz. Nel 1971 completa la stesura di Diceria dell’untore e ha inizio una decennale revisione dell’opera. Nel 1976 coordina gli interventi confluiti nella miscellanea di Comiso viva, volume pubblicato dalla Pro Loco, di cui Bufalino stende la prefazione e tre sezioni della raccolta.

Nello stesso anno scopre in una dimora patrizia di campagna di un amico un gruppo di vecchie fotografie scattate fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 da due notabili comisani, Gioacchino Iacono e Francesco Meli; ne organizza una mostra a Comiso e scrive la prefazione ad un piccolo catalogo. Nel 1978 le foto vengono pubblicate in volume da Enzo ed Elvira Sellerio col titolo Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, accompagnato da una lunga introduzione di Bufalino.

Il testo suscita la curiosità di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia che lo sollecitano a pubblicare sue eventuali opere. Solo nel 1981 Bufalino si decide ad estrarre dal cassetto il suo primo romanzo, Diceria dell’untore, che riscuote un grande successo di critica e di lettori, sancito dalla vittoria del Premio Campiello. Rotti gli indugi, Bufalino inaugura un quindicennio di intensa attività produttiva con grandi e piccoli editori.

“Questo mi pare – scrisse – il compito civico e umanitario dello scrittore: farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete. Un ladro del fuoco che porti fra gli uomini il segreto della cenere, un confessore degli infelici, una spia sacra, un dio disceso a morire per tutti. Ciò non vuol dire che scrivere è uguale a pregare?”.

Nel 1981 muore il padre Biagio, dopo una lunga agonia. Nel dicembre del 1982 contrae “prudentissime nozze” con una sua ex allieva, Giovanna Leggio, dopo un lungo fidanzamento. In questo periodo inizia a collaborare con continuità a “Il Giornale” di Indro Montanelli e, saltuariamente, a “La Stampa” di Torino, “Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “L’Epresso”, “La Sicilia” e “Giornale di Sicilia”.

Nel 1988 vince il Premio Strega col romanzo Le menzogne della notte, pubblicato da Bompiani. Nel 1992 per i “Classici Bompiani” viene pubblicato il primo volume delle Opere 1981-1988 di Gesualdo Bufalino, a cura di Maria Corti e Francesca Caputo. Il 14 giugno muore all’ospedale di Vittoria a causa di un incidente d’auto.

Fra le tante sue opere Museo d’ombre (Sellerio 1982), L’amaro miele (Einaudi 1982), Dizionario dei personaggi di romanzo da don Chisciotte all’Innominabile (Il Saggiatore 1982), Argo il cieco ovvero I sogni della memoria (Sellerio 1984), Cere perse (Sellerio 1985), L’uomo invaso e altre invenzioni (Bompiani 1986), Il malpensante. Lunario dell’anno che fu (Bompiani 1987), La luce e il lutto (Sellerio 1988), Saldi d’autunno (Bompiani 1990), Qui pro quo (Bompiani 1991), Calende greche.

Com’è che scriveva il maestro siciliano, rivelatosi un autentico miracolo letterario? Ecco: “Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono sempre stato colpito dalla inverosimiglianza della vita, m’è parso sempre che da un momento all’altro qualcuno dovesse dirmi: ‘Basta così, non è vero niente’. Allora io penso che si debba scrivere per cercare di crederci, a questo impossibile e riuscito colpo di dadi; che si debba, se l’universo è una metastasi folle, un po’ fingere di mimarla, un po’ cercarvi un ordine che c’inganni e ci salvi”. 

 Nel 2007, con l’uscita per la collana “Classici Bompiani” del secondo volume delle Opere 1989-1996 di Bufalino, a cura di Francesca Caputo, si completa la pubblicazione della produzione letteraria complessiva del maestro, scrittore quasi per caso… e se esiste un dio della letteratura oggi è l’ennesima occasione per ringraziarlo.

Il 15 novembre 1970, a un mese dalla partenza dall’aeroporto di Roma Urbe, atterrava all’aeroporto Haneda di Tokyo il velivolo monomotore da turismo SIAI-Marchetti S-205 pilotato da Mario Panvini Rosati (morto nel 1997 a 62 anni), con il cineoperatore della RAI Giancarlo Zane (oggi 85enne) come compagno di viaggio. La lunga trasvolata – circa 18.000 km – era stata compiuta in 26 tappe e 90 ore di volo complessive, per commemorare l’impresa che cinquant’anni prima, nel 1920, avevano compiuto sullo stesso tragitto, con due piccoli apparecchi in legno e tela, i piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero insieme con i loro motoristi Gino Cappannini e Roberto Maretto.

Per ricordare questa ricorrenza, che – a sua volta – celebrava il primo cinquantenario dell’altra, l’Aero Club d’Italia, AOPA Italia (di cui il comandante Mario Panvini Rosati fu il presidente negli anni ’90) e la Fondazione Italia Giappone hanno commemorato quella che nel 1970, in pieno miracolo economico, si dimostrò come una delle più importanti imprese di aviazione generale del secondo dopoguerra. La trasvolata di mezzo mondo verso Est costituì la dimostrazione di eccellenza dell’industria aeronautica nazionale, che da sempre realizza aeromobili estremamente affidabili per l’aviazione generale e da turismo, in grado – come confermò l’impresa di Mario Panvini Rosati – di raggiungere le stesse mete dei jet dell’aviazione commerciale.

I due protagonisti intesero ripercorrere il “ponte” (auspicato fin dai primi decenni del secolo scorso da Gabriele d’Annunzio, e appunto iniziato con il raid del 1920) tra Roma e Tokyo. Il Comandante Panvini Rosati è stato tra i pochissimi piloti civili ad aver ricevuto una medaglia dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare per il coraggio e gli sforzi affrontati per raggiungere il Giappone con un monomotore leggero a elica.

Grazie anche all’impresa del Comandante Panvini Rosati le affinità e i legami tra i due popoli, benché geograficamente distanti, sono oggi ben saldi e sono stati costantemente sviluppati negli ultimi decenni, in virtù anche del lavoro e dell’attività istituzionale svolta dalla Fondazione Italia Giappone. Lo ha sottolineato il Presidente della Fondazione, l’Ambasciatore Umberto Vattani, ricordando come le celebrazioni centenarie del primo volo Roma-Tokyo oggi coincidano singolarmente con quelle del cinquantenario del secondo raid, che voleva – a sua volta – commemorare il primo. “Queste celebrazioni – ha detto l’Ambasciatore Vattani – fanno parte di un ampio disegno rievocativo, che nel dicembre scorso abbiamo presentato presso il Senato della Repubblica e che poi ha preso le mosse con una grande mostra inaugurata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica all’Aeroporto romano di Centocelle dal quale decollò l’impresa di Ferrarin e Masiero. Attraverso un suggestivo percorso multimediale – pannelli fotografici, contributi video e filmati originali, ricostruzioni virtuali e cimeli storici, testimonianze personali e documentali, la grande mostra allestita dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica, con la collaborazione del Museo e dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica Militare, intende rievocare queste straordinarie imprese: testimonianza” ha concluso l’Ambasciatore Vattani “della capacità tecnologica della nostra industria aeronautica che, insieme con l’impegno e con l’ardimento dei piloti italiani, sin dai primi anni del secolo scorso seppe unire – nei cieli del mondo – l’Italia e il Giappone”.

Durante il viaggio del SIAI-Marchetti pilotato dal Comandante Panvini Rosati non mancarono momenti drammatici, soprattutto nel corso delle tratte aeree sull’Indocina, all’epoca teatro della guerra del Vietnam. Memorabile un provvidenziale ponte-radio attivato tra i cieli del mar di Tasmania con un volo di linea Alitalia, un DC-8 pilotato dal Comandante Costantino “Pedro” Petrosellini, ex pilota militare e capo collaudatore dell’Aeronautica Militare italiana. Il Comandane del DC-8 Alitalia riuscì ad entrare in contatto radio con il piccolo velivolo che, per le sue stesse caratteristiche di apparecchio da turismo, non disponeva ancora – in quell’epoca – di radar né di strumentazione adatta ai voli intercontinentali. Gli poté così indicare la rotta da seguire per arrivare allo scalo intermedio di Hong Kong, senza incappare in una tempesta tropicale che si stava avvicinando e che lo avrebbe costretto ad una variazione del piano di volo originario, tale da compromettere – anche per il poco carburante ancora contenuto nei suoi serbatoi – la conclusione della tappa.

La memorabile impresa di mezzo secolo fa fu realizzata con il contributo della SIAI-Marchetti (ora quella azienda è confluita nella Leonardo) e della British Overseas Airways Corporation – ora British Airways – che fornì l’assistenza a terra.

A causa delle limitazioni conseguenti all’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19, alcune delle attività commemorative e una prossima pubblicazione sullo storico evento sono rinviate ai prossimi mesi.

AGI – “La coscienza crea la realtà e grazie a questa consapevolezza sappiamo che spetta a noi gestire le nostre emozione e curare la nostra frequenza senza rischiare di essere sopraffatti da ciò che noi interpretiamo come eventi avversi”.

Ne è convinta l’attrice Loredana Cannata che ha messo a punto un nuovo progetto, il ‘Quantum Power Life’, corso di potenziamento e liberazione che, attraverso conoscenze derivate dalla fisica quantistica e dalle più recenti scoperte delle neuroscienze, insieme a informazioni pratiche, tecniche, esercizi e meditazioni guidati, procura gli strumenti per creare e raggiungere la serenità e il pieno controllo su se stessi.

Cannata, interprete in diversi film e serie televisive, impegnata in lavori teatrali, attivista e ‘paladina’ della cultura vegana, racconta all’AGI il suo nuovo progetto: “Il punto focale è che la nostra mente non è separata dal mondo esterno, come a partire da Cartesio ci è stato detto, ma, al contrario, il pensiero ha effetti sulla realtà del mondo fisico, addirittura, come anche uomini e donne di diversi ambiti scientifici stanno ormai studiando e sperimentando, il pensiero crea la realtà”.

“Più specificatamente – sottolinea – la nostra realtà è un riflesso della frequenza emessa dalla predominanza dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e delle nostre convinzioni. Questa nuova e dirompente consapevolezza è così importante, per la nostra vita quotidiana, che trovo assurdo non sia divulgata, discussa e affrontata con la serietà e l’interesse che merita”.

Secondo l’attrice questa rivoluzionaria presa di coscienza “ci restituisce potere sulla nostra esistenza, perché ci insegna che non siamo vittime del caso e degli eventi, ma lavorando sulla nostra vibrazione possiamo sintonizzare ed indirizzare la nostra vita verso esperienze desiderate. Gestire la paura e lo stress, rafforzando così anche il nostro sistema immunitario, è solo una delle azioni da mettere in campo per alzare il nostro stato vibratorio”.

Partendo dal presupposto che tutto è energia, Loredana Cannata spiega che “ogni atomo, di cui è composta la materia, è per il 99,99999% costituito da vuoto. Se togliessimo tutto lo spazio vuoto, sei miliardi di persone starebbero nello spazio di una mela. Pensiamo di essere solidi, ma in realtà siamo un vortice di energia. Siamo ed emettiamo frequenza, attraverso i nostri pensieri, le emozioni, le convinzioni e ogni cellula”.

Saper leggere la realtà in chiave ottimistica, sostiene l’attrice, ci consente di avere “un approccio positivo che provoca vibrazioni positive che impediscono di lasciarsi trasportare dagli eventi negativi”. “Questa nuova consapevolezza – sottolinea – ci porta a fare un lavoro su noi stessi che funziona anche a prescindere da questa nuova visione della realtà”.

“Ragionando in termini di frequenza e vibrazione – prosegue Cannata – possiamo più facilmente attuare delle tecniche di crescita personale che riescono concretamente a dare una nuova svolta alla vita. Il mondo subatomico ci ha rivelato che la coscienza produce effetti quantificabili sul mondo fisico. Le vibrazioni sono determinate dalla predominanza delle frequenze dei pensieri, delle emozioni e delle convinzioni”.

“La realtà è il risultato della vibrazione che si è e che si emette. Il mondo esterno – aggiunge – non è che un riflesso, un risultato del proprio mondo interno, ed e’ solo cambiando quest’ultimo, e la sua frequenza, che cambierà quello esteriore. Questo dà grande responsabilità, ma anche un’enorme libertà”.

Un approccio che può essere utilizzato anche in un momento storico difficile come quello che stiamo vivendo, in cui la pandemia ha ripercussioni dal punto di vista psicologico “le vibrazioni possono giocare un ruolo centrale”, spiega Cannata. “Io seguo pedissequamente le raccomandazioni consigliate dagli esperti, ma sto attenta a tutelare anche la mia mente. Mi informo, seguo gli aggiornamenti, ma non me ne faccio una malattia, un’ossessione. Cerco di non prestare un’attenzione morbosa ai dati del bollettino giornaliero e mi concentro su me stessa”.

“Questa nuova prospettiva – conclude – ci insegna che ciò che ci accade sono segnali e conseguenze della nostra vibrazione, quindi messaggi e insegnamenti che la Vita ci comunica” conclude. 

AGI – Lockdown è la parola dell’anno, secondo il dizionario Collins. I lessicografi dell’istituto inglese che redige l’edizione annuale del vocabolario hanno detto di averla scelta perché diventata sinonimo dell’esperienza delle popolazioni di tutto il mondo durante la pandemia di coronavirus.

“È un’esperienza unificante per miliardi di persone in tutto il mondo, che hanno dovuto svolgere collettivamente la loro parte nella lotta alla diffusione del Covid-19”, ha spiegato la casa editrice Harper Collins.

Il Collins ha registrato più di 250 milioni di utilizzi della parola ‘lockdown‘ nel 2020, contro i soli 4.000 dell’anno precedente. 

A causa del modo in cui la pandemia ha influenzato l’uso quotidiano della lingua, sei delle 10 parole dell’anno dell’edizione 2020 Collins sono legate alla crisi sanitaria globale. “Coronavirus”, “allontanamento sociale”, “autoisolamento”, “lavoratore essenziale” e “permessi”, compaiono nell’elenco.

Il solo “lavoratore essenziale” ha visto un aumento di 60 volte nell’utilizzo, riflettendo l’importanza attribuita quest’anno alle professioni considerate essenziali per la società.

“Il lockdown ha influenzato il modo in cui lavoriamo, studiamo, facciamo acquisti e socializziamo” ha detto Helen Newstead, consulente linguistico di Collins, “con molti paesi che entrano in un secondo lockdown, non è una parola dell’anno da celebrare ma, forse, è quella che riassume l’anno per la maggior parte del mondo”.

Collins definisce “lockdown” come “l’imposizione di severe restrizioni sui viaggi, l’interazione sociale e l’accesso agli spazi pubblici”. Secondo il dizionario, il coronavirus è: “Uno qualsiasi di un gruppo di virus contenenti RNA che possono causare malattie infettive delle vie respiratorie, incluso COVID-19”.

Ma altri rivolgimenti sociali e di costume hanno influenzato quest’anno le scelte dei linguisti: l’ondata di proteste Black Lives Matter ha generato l’abbreviazione “BLM”, spesso utilizzata come hashtag sui social media, ma sono entrate nel dizionario anche “TikToker“, che descrive qualcuno che condivide contenuti sulla piattaforma di social media TikTok e  “Megxit“, che si riferisce al ritiro del principe Harry e di sua moglie Meghan dai doveri regali. 

AGI – Arriva in libreria una favola firmata dalla mamma di Harry Potter, J.K. Rowling, ‘L’Ickabog’. Il libro, in uscita il 10 novembre in contemporanea mondiale, in edizione differente e unica per ogni Paese, in Italia è pubblicata da Salani Editore (pagine 320 – prezzo 19,80 euro). J.K. Rowling ha scritto questa favola durante il lockdown per allietare i suoi figli e donerà tutti i diritti d’autore per aiutare le persone colpite dal coronavirus in Inghilterra e nel mondo.   

“C’era una volta in regno di Cornucopia…” 

Alto come due cavalli, occhi infuocati, artigli affilati come rasoi. L’Ickabog sta arrivando… C’era una volta un regno chiamato Cornucopia. Una minuscola nazione ricca e prospera, famosa per i suoi formaggi, gli ottimi vini, i dolci deliziosi e le salsicce succulente. Sul trono siede un sovrano benevolo, Re Teo il Temerario, le cui giornate trascorrono pigre, tra banchetti sontuosi e battute di caccia, con la fida compagnia dei suoi lord, Scaracchino e Flappone. Tutto è perfetto… O quasi. Secondo la leggenda, infatti, un terribile mostro è in agguato nelle Paludi del Nord. Ogni persona di buonsenso sa che l’Ickabog è solo una leggenda inventata per spaventare i bambini. Ma le leggende sono strane e a volte prendono una vita propria… Quando questo accade, toccherà a due giovani amici, Robi e Margherita, affrontare un’incredibile avventura e svelare una volta per tutte dove si nasconde il vero mostro. Solo così speranza e felicità potranno tornare a Cornucopia.

Una fiaba scritta da una delle maggiori autrici di best-seller della storia sul potere della speranza, dell’amicizia e della verità e il loro trionfo a dispetto di ogni sventura. Una storia che piccoli e grandi lettori potranno leggere in un’edizione regalo, arricchita dalle illustrazioni a colori dei giovani vincitori del Torneo per le illustrazioni dell’Ickabog.   

Una favola scritta durante il lockdown

“Ho avuto l’idea per ‘L’Ickabog’ molto tempo fa e ogni sera, mentre ci lavoravo, l’ho letto ai miei due bambini più piccoli, capitolo per capitolo – racconta la Rowling – tuttavia, sono stata molto impegnata in altri progetti, ed è così che ‘L’Ickabog’ è finito in soffitta. Poi però è iniziato il lockdown per coronavirus. È stato un momento davvero difficile, per i bambini in particolare, così ho deciso di riprendere L’Ickabog dalla soffitta, e l’ho riletto per la prima volta dopo anni, l’ho riscritto e poi l’ho letto di nuovo ai miei figli. Ed ora eccoci qui!”. 

Mariagrazia Mazzitelli, direttore editoriale di Salani, casa editrice che ubblica il libro in Italia, commenta entusiasta: “Emoziona questo atto di restituzione di J.K. Rowling con il suo stile inconfondibile, imprime in questa fiaba un segno di speranza senza precedenti – dichiara – è sempre dalla parte dei bambini, dipinge il Male come solo lei sa farlo e anche il Bene, dolce e per tutti i buoni e i giusti. Una storia che fa ridere e con un finale che commuove. Un libro che rimane vivo nel pensiero di piccoli e grandi”.

il ‘Torneo delle illustrazioni’

Parte integrante del libro sono i disegni al suo interno realizzati dai bambini che hanno partecipato al ‘Torneo delle illustrazioni’. L’autrice, allo scopo di intrattenere bambini e famiglie durante un momento difficile e unico nella nostra storia, ha deciso di serializzare online i capitoli della sua fiaba e di invitare i bambini tra i 7 e i 12 anni a partecipare a un Torneo delle illustrazioni.

I ragazzi hanno avuto la possibilità di leggere ogni giorno dei capitoli nuovi della storia e di disegnare ciò che i vari capitoli li ispiravano, inviare il loro disegno sul sito dedicato e partecipare così al Torneo delle illustrazioni. Ogni Paese avrà un’edizione unica e speciale con i disegni dei bambini-illustratori del Paese di appartenenza.   

Il Torneo si è aperto il 3 giugno 2020 e ha visto la pubblicazione di nuovi capitoli ogni giorno lavorativo della settimana fino al 24 luglio, termine della disponibilità in rete del testo e data di scadenza della partecipazione al Torneo. Una giuria di esperti, composta da Claudio Strinati, critico d’arte, presidente della Giuria, Matteo Bussola, scrittore e illustratore, Ivan Canu, direttore Mimaster Illustrazione, illustratore, Francesca Crescentini ( @Tegamini ), traduttrice e content creator, Alice Maddalozzo Della Puppa, Libreria Baobab, Porcia (PN), Nicola Magrin, artista e illustratore, Mariagrazia Mazzitelli, direttore editoriale di Salani, Chiara Valerio, scrittrice, si è riunita virtualmente e ha esaminato con attenzione le illustrazioni di tutti i bambini partecipanti e ha scelto i 34 vincitori, divenuti quindi illustratori dei 34 capitoli di ‘L’Ickabog’.  

J.K. Rowling, non solo Harry Potter

J.K. Rowling è lʼautrice dei sette libri della saga di Harry Potter, che sono stati venduti in più di 500 milioni di copie, tradotti in ottanta lingue e trasposti in otto film di successo planetario. Ha scritto anche i tre libri della Biblioteca di Hogwarts, per beneficenza: ‘Il Quidditch attraverso i secoli’ e ‘Gli Animali Fantastici: dove trovarli’ (a sostegno di Comic Relief e Lumos) e ‘Le Fiabe di Beda il Bardo’ (a sostegno di Lumos). È co-autrice dellʼopera teatrale ‘Harry Potter e la Maledizione dellʼErede’, che ha debuttato a Londra nel 2016 e a Broadway nel 2018, e autrice della sceneggiatura dei film della serie ‘Animali Fantastici’, ispirati al racconto del ‘Magizoologo Newt Scamander’. Ha scritto anche un romanzo per adulti, ‘Il seggio vacante’, oltre a una serie di gialli sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith. È stata insignita dellʼOrdine dellʼImpero Britannico (OBE) per il suo prezioso contributo alla letteratura per ragazzi e ha ricevuto numerosi altri premi e onorificenze tra cui la Legion dʼonore francese e il Premio Hans Christian Andersen.