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AGI – Il saggio di padre Enzo Fortunato “Francesco il ribelle”, che ripercorre la storia del Santo d’Assisi e uscito nel 2018, entra da oggi a far parte del catalogo Oscar Storia della Mondadori.

San Francesco è oggi più che mai uno dei personaggi chiave per comprendere come si vada configurando il cristianesimo all’inizio del terzo millennio – scrive il Sacro Convento di Assisi –  con la semplicità, la mitezza e l’intenso fuoco interiore che hanno contraddistinto la sua vita, ancora dopo otto secoli attrae nel santuario di Assisi migliaia di persone ogni anno.

In queste pagine, ricche di testimonianze letterarie e pittoriche, si delineano i luoghi che ha visitato, gli incontri che ha fatto, i gesti e le parole con cui ha formulato il suo messaggio, esplicitando quelli che sono stati il suo percorso personale e al contempo la sua rivoluzione culturale – conclude – un libro che conduce a riflettere sul «ribelle» Francesco, e insieme mostra il volto del cristianesimo delle prossime generazioni”.  

Padre ​Enzo Fortunato è un Francescano conventuale, ed è giornalista e scrittore. Già docente presso importanti istituzioni culturali, collabora con testate cartacee e radiotelevisive. Il suo nuovo saggio è disponibile in tutte le librerie (pagine 144, euro 11).

Per Mondadori ha già pubblicato i volumi: Vado da Francesco (2014, tre edizioni), Francesco il ribelle (2018, cinque edizioni) e La Tunica e la Tonaca (2020). 

AGI – Tre anfore romane, databili tra il II sec a.C. e il II sec d.C., con bordo arrotondato e anse bifide, sono state trovate nello specchio d’acqua antistante Mondello, borgata marinara di Palermo, grazie all’attività di monitoraggio e vigilanza della Soprintendenza del mare della Regione siciliana. Le anfore, che si trovavano a circa cento metri di distanza dall’antico stabilimento balneare, a una profondità di dodici metri, sono state individuate da Stefano Vinciguerra, coordinatore del gruppo subacqueo della soprintendenza, nel corso di un’immersione.

Il sito, scandagliato tra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso, ha dato modo ai primi subacquei che si cimentavano in queste immersioni, di recuperare anfore ed ancore in piombo, rivelando l’esistenza di un bacino ricco di testimonianze stratificate che vanno almeno fino al medioevo. È soltanto nel 1999, con l’istituzione dapprima del Gruppo d’indagine archeologica subacquea Sicilia e, successivamente, della Soprintendenza del mare, che le indagini non si sono limitate più al solo recupero dei reperti, ma hanno cominciato cominciano a ricostruire i contesti consentendo di acquisire elementi utili sul piano cronologico, storico e archeologico. 

“Il ritrovamento delle tre anfore nel golfo di Mondello – dice la Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni – a conferma dello studio avviato da Sebastiano Tusa, testimonia che in questo specchio di mare sono conservate innumerevoli microstorie che attendono solo di essere portate alla luce. La diacronia dei materiali provenienti dalle precedenti indagini in questo sito, conferma i continui naufragi in epoche diverse. Il rinvenimento è frutto della passione di validi collaboratori, che hanno salvato da probabili depredazioni una testimonianza fondamentale della presenza di un relitto romano nel golfo di Mondello”.

Obiettivo è proseguire la ricognizione del sito e mettere in sicurezza eventuali ulteriori ritrovamenti: “La nostra attività, volta alla conoscenza, tutela e valorizzazione, ci aiuta a scoprire nuovi tasselli del grande mosaico della nostra storia”.     

“È una stagione molto fortunata per l’archeologia subacquea. Nell’arco di pochi mesi – sottolinea l’assessore regionale dei Beni culturali, Alberto Samonà – nelle acque della Sicilia sono stati individuati, e in molti casi recuperati, importanti reperti relativi a diversi periodi storici: dall’antichità alla prima metà del ‘900. Appena dieci giorni fa, infatti, nelle acque antistanti Ognina, a Siracusa, è stato individuato un aereo risalente alla seconda guerra mondiale. Un ambito di grande importanza con una sempre maggiore attenzione rivolta all’attività di ricerca e di valorizzazione del patrimonio sommerso, rafforzando le collaborazioni con organismi nazionali e internazionali”. 

AGI – Una sorpresa, ma non troppo. Trovare i resti di antiche mura romane a pochi metri in linea d’aria dall’antica Abellinum, era una possibilità. Ma quando l’escavatore ha toccato qualcosa di consistente, composto da materiale tufaceo, gli operai si sono fermati. Stoccare carburante dove duemila anni prima c’era un insediamento romano non è certamente possibile.

Spuntano pochi centimetri di struttura dagli scavi per i lavori nell’area di sedìme di un impianto per la distribuzione di carburanti lungo via Appia ad Atripalda, ma per gli esperti della Soprintendenza archeologica della Campania, secondo quanto apprende l’AGI, qualche metro più in fondo ci sarebbe, intatto forse, l’anfiteatro della città romana.

Poco più avanti, una recinzione divide la via Appia di oggi dalla cittadina dei Sanniti e dei romani, sorta nel IV secolo avanti Cristo, portata alla luce in un terreno privato e rimasta per molti anni ‘sospesa’ in un contenzioso giudiziario che si concluse con la restituzione ai privati di un parco archeologico che comprendeva una domus romana appartenuta a un facoltoso liberto, riscattatosi con una florida attività di commercio.

E tutto intorno i resti del calidarium di una struttura termale, il forum, una sezione dell’antico acquedotto del Serino e un pezzo della struttura ellittica di un anfiteatro. Il ritrovamento casuale fa ragionevolmente pensare che le mura ritrovate appartengano proprio all’anfiteatro di questa cittadina romana. Il cantiere per la creazione del distributore di carburanti è stato bloccato.

Nell’area ci sono i blindi di cemento armato che l’impresa avrebbe dovuto collocare proprio lì dove sono affiorate le mura antiche. La Soprintendenza ha già eseguito un primo sopralluogo e gli archeologi hanno riscontrato danni dovuti a lavori di edilizia eseguiti in passato, negli anni ’70, probabilmente sempre per l’installazione dell’impianto di carburanti. In quell’area di sedime sono emersi i setti murari, realizzati in opus reticulatum che si possono riscontrare in tutto lo scavo di Abellinum. Anche questi risalirebbero al I secolo avanti Cristo, come le evidenze archeologiche già emerse.

Le valutazioni passano ora agli archeologi, che avrebbe già un quadro sommario su quanto ritrovato. E’ stato anche già deciso dalla Soprintendenza di ampliare l’area di indagine, perché si ritiene che l’estensione delle mura sia ben altra, una porzione importante di un suburbio dell’antica Abellinum, un quartiere periferico, in pratica, oltre le mura di cinta. Uno scavo che promette sorprese.  

AGI –  I lavori di scavo per la realizzazione di un edificio di civile abitazione hanno portato in luce a Messina un settore della più ampia necropoli ellenistico-romana degli Orti della Maddalena del II sec a.C.. La necropoli, che fa parte di una più vasta e stratificata area documentata da ricerche sistematiche condotte nell’ultimo ventennio dalla Soprintendenza di Messina in tutta l’area, contribuisce ad arricchire il quadro delle conoscenze sull’estensione e sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina.

Lo scavo, avviato nel mese di gennaio 2020, ha permesso di riportare in luce sette sepolture che si trovavano a 90 centimetri di profondità. Si tratta di sepolture a ‘fossa terragna’, cioé fosse lunghe e strette scavate nel terreno all’interno delle quali sono stati ritrovati gli scheletri, ancora intatti, di individui deposti in posizione supina con il capo rivolto a nord-est e le braccia distese lungo i fianchi, di incinerazioni e di una sepoltura dentro una cassa di mattoni.

Unguenti e lucernetta

Le tombe hanno restituito anche oggetti di corredo funerario costituiti principalmente da unguentari fittili fusiformi oltre a una coppa megarese e una lucernetta con becco a incudine che consentono di individuare il periodo di utilizzo della necropoli nel II sec a.C.. “Questo ritrovamento – dice Mirella Vinci, Soprintendente di Messina – è di straordinaria importanza per le condizioni in cui le tombe si trovano e perché ci consente di ampliare la conoscenza sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina. Proprio in considerazione dell’importanza del ritrovamento abbiamo effettuato un’occupazione temporanea dei terreni e consegnato i lavori di esplorazione archeologica ad una ditta specializzata che lunedi’ 19 iniziera’ le attivita’ di approfondimento”.

La ricchezza di un territorio

“Si tratta di un importante ritrovamento – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – che si realizza a poche settimane di un analogo ritrovamento a Marsala. Ancora una volta tombe fino ad ora inviolate che ci rappresentano la ricchezza del nostro territorio e l’importanza degli scavi come elemento per la ricostruzione della nostra storia”.

AGI – Una vendita di opere digitali dell’artista Pak​ con il marchio “Nft”, dal nome della nuova tecnologia di autenticazione, ha raggiunto i 16,8 milioni di dollari, un successo per la casa d’aste di Sotheby’s, che aveva organizzato l’evento.

Un mese dopo la vendita di ‘Everydays: The First 5000 Days’ dell’artista digitale Beeple, per 69,3 milioni di dollari da Christie’s, la rivale Sotheby’s si è lanciata, per la prima volta, nell’avventura ‘Nft’. Acronimo che sta per ‘Non-Fungible Token’, i token crittografici su una blockchain che costituiscono informazioni uniche, non intercambiabili, inalterabili, che consentono all’acquirente di un oggetto digitale (disegno, animazione, video, foto, musica) di essere certo di essere il proprietario. 

Per la sua prima, Sotheby’s aveva scelto un formato completamente diverso da quello di Christie’s. Piuttosto che giocare sulla scarsità, ha messo in vendita in quantità illimitate, tramite la piattaforma specializzata Nifty Gateway, “cubes”, creata da Pak. Circa 23.598 di queste animazioni di un parallelepipedo rettangolare rotante hanno trovato acquirenti durante la tre giorni di vendite, per un totale di 14 milioni di dollari.

L’idea dell’artista era di mettere in discussione le nozioni di valore e rarità non limitando il numero di pezzi venduti. Secondo Sotheby’s, circa 3.080 collezionisti hanno acquistato almeno un cubo. Oltre a questi cubi, Pak ha donato anche due opere uniche, una delle quali che rappresenta un singolo pixel è stata acquistata per 1,36 milioni di dollari dal collezionista digitale Eric Young. L’altra, una forma geometrica rotante, è stata venduta per 1,44 milioni di dollari. Chi acquistava più cubi riceveva un’ulteriore opera unica, intitolata ‘Il Cubo’, una sorta di bonus, diverso dagli altri “cubi”.

La maxi-vendita testimonia la vitalità del mercato “Nft”, che genera, quotidianamente, più di 10 milioni di dollari di transazioni su piattaforme digitali come Nifty Gateway o OpenSea. Secondo il sito specializzato NonFungible.com, due miliardi di dollari sono passati di mano in questo mercato, solo nel primo trimestre del 2021. 

AGI – Uscirà il prossimo 12 ottobre il nuovo libro per ragazzi della scrittrice britannica J.K. Rowling dal titolo “Il Maialino di Natale”. Lo ha annunciato la casa editrice Salani che in Italia ha l’esclusiva dei libri della creatrice di Harry Potter.

Il Maialino di Natale, sarà disponibile in versione cartacea e in eBook e uscirà in contemporanea mondiale nel Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda e India dal Gruppo Hachette, in USA e Canada da Scholastic, in Italia da Salani e sarà tradotto in altre venti lingue nel mondo.

L’ultimo libro della J.R. Rowling è la storia commovente e appassionante dell’amore di un bambino per il suo giocattolo preferito, e di cosa è pronto a fare pur di ritrovarlo. Si tratta di una storia originale, non collegata alle altre opere di J. K. Rowling, per i bambini dagli 8 anni in su: un racconto incantevole per tutta la famiglia, dalla penna di una delle più grandi narratrici al mondo. 

“Un topos della letteratura per ragazzi reinterpretato dal genio creativo di J.K. Rowling – ha commentato Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani – una delle più belle storie di Natale mai scritte, piena della tenerezza irresistibile dell’infanzia di fronte al grande mistero della perdita, tema sempre così presente nell’opera dell’autrice.

La sua affettuosa, inesauribile fantasia e la compassione verso le persone e gli oggetti amati che assorbono i sentimenti umani è la celebrazione del calore della famiglia, del prendersi cura e del sentirsi capiti e della autentica sostenibilità delle cose”. 

Il Maialino di Natale è il primo romanzo per ragazzi che J.K. Rowling scrive dopo Harry Potter e segue il suo brillante ritorno alla pubblicazione per i bambini con la fiaba dello scorso anno L’Ickabog, serializzata online durante il lockdown per intrattenere i più piccoli e in seguito pubblicata donando tutti i suoi diritti all’organizzazione benefica Volant per aiutare le persone più colpite dalla pandemia di Covid-19. 

Il libro sarà disponibile in edizione rilegata, con le illustrazioni dell’artista pluripremiato Jim Field. La copertina sarà svelata nei prossimi mesi. 

La trama 

Jack adora il suo maialino di peluche. È sempre lì per lui, nei giorni belli e in quelli brutti. Finché, una vigilia di Natale, succede una cosa terribile: Jack perde il suo maialino.

Ma la vigilia di Natale è il giorno dei miracoli e delle cause perse, è la notte in cui tutto può prendere vita… anche i giocattoli.

E il nuovo pupazzo di Jack, il Maialino di Natale (fastidioso sostituto fresco di negozio), ha un piano audace. Insieme intraprenderanno un magico viaggio alla ricerca di ciò che si è perso e per salvare il miglior amico che Jack abbia mai avuto.

AGI – A coloro che alla lettura del titolo – “Oltre Pompei: graffiti e altre iscrizioni oscene dall’Impero Romano d’Occidente” – avranno sollevato il sopracciglio, o atteggiato il labbro ad un sogghigno, o accennato una risatina imbarazzata: la vostra espressione si bloccherà non appena avrete aperto la prima pagina di questo libro, che è un testo di altissima erudizione e raffinata filologia per lo studio dell’evoluzione della lingua latina volgare.

Ma questo dato di fatto spiazzante, cioè un lessico osceno analizzato scientificamente da glottologi, non impedisce una lettura decisamente divertente del testo. E i disegni graffiti, la cui qualità artistica non è il caso di commentare, nella loro caratterizzazione rozzamente erotica danno l’impressione di un’attualità sconcertante, perché, come si legge nell’introduzione, “hanno la varietà e i toni stessi della vita, crudi talvolta, ma efficacemente reali nel connotare situazioni, sentimenti e aneliti di uomini che non hanno fatto la Storia, ma sono senz’altro essi stessi momenti di quella storia che investiva la società dell’epoca”.

Le scritte (sovente insulti), graffite con strumenti improvvisati, non avevano – appunto – la finalità di passare alla Storia, e la loro grammatica e ortografia sono “basse”: ma proprio per questo sono preziose per documentare l’evoluzione della lingua latina popolare, tutt’altro che letteraria ma comunque parlata da chiunque fosse abbastanza istruito da saper scrivere un graffito su un muro, su un piatto, sul collare di una schiava.

Questi documenti raccolti in territori lontanissimi dell’Impero, dalla Germania all’Africa, in un arco di tempo di alcuni secoli, si aggiungono a quelli già restituiti dagli scavi di Pompei (i quali però si fermano, inevitabilmente, all’anno dell’eruzione: 79 d.C.). L’unità culturale dell’Impero è documentata dall’uniformità di questa lingua bassa e copre anche tutti i termini anatomici, scatologici, sessuali, che i curatori hanno cura di tradurre con scrupolosa precisione in italiano, in tutta la loro crudezza. La traduzione, scrive nella premessa

Stefano Rocchi (che insegna filologia classica all’Università di Pavia) “è schietta e scevra di inibizioni, come si conviene alle tematiche trattate, che faranno forse sorridere e pensare come in fondo l’uomo poco o nulla cambi. Il pensiero correrà senz’altro alle scritte sulle colonne di portici e nei bagni pubblici delle nostre città oppure al fenomeno degli haters più o meno anonimi attivi sui social”.

Non mancano, fra le incisioni rinvenute nei luoghi più incongrui, testi a volte allusivi, o anche colti, o enigmistici, o parodistici di poesia amorosa con citazioni erudite che spiazzano ulteriormente il lettore moderno. Il volume, curato da Stefano Rocchi e Roberta Marchionni, è pubblicato da Deinotera Editrice.

AGI – Al centro vi sono un disegno trapezoidale, un asse orizzontale e uno verticale. E, nei quadranti uno scorrere non uniforme di linee, rette o curve, quadrati, cerchi, ovali che si intrecciano fino a formare una rete complessa e con un obiettivo: orientare chi legge, indirizzare e, soprattutto, indicare la sovranità su un determinato territorio.

E’ forse la mappa più antica mai trovata in Europa, risalente a oltre 4.000 anni fa secondo chi l’ha scoperta, quella incisa su una lastra funeraria di scisto a Saint-Belec nel dipartimento di Finisterre in Bretagna, e oggetto degli studi dell‘Istituto di ricerca archeologica preventiva francese (Inrap), dell’Università di Bournemouth e dell’Università della Bretagna Occidentale.

La lastra funeraria fu scoperta una prima volta nel 1900 dall’archeologo Paul du Chatellier, che però non comprese cosa vi era ‘scritto’ sopra. La lastra, spezzata, utilizzata diverse volte, tra cui in un arco di tempo tra il 1900 e il 1640 avanti Cristo, fu trasferita dallo stesso Chatellier nella propria villa a Chateau de Kernuz, che negli anni sarebbe diventata un museo privato.

La collezione dell’archeologo venne poi acquisita dal Museo di antichità nazionali a Saint-German en Laye, ma fino al 2014 nessuno si era curato del valore della lastra, che era stata lasciata al proprio destino nei sotterranei del castello in cui si trova il museo. Solo nel 2017 i ricercatori cominciarono a osservare più da vicino le incisioni, per rendersi conto che non erano scarabocchi ma vere e proprie indicazioni cartografiche dei territori di un principato dell’Età del Bronzo quelle che venivano fuori dal reperto, di colore grigio-blu, lungo 2,20 metri, largo 1,53 e spesso 16 centimetri.

A partire da quell’anno sono proseguite le analisi, attraverso la copertura fotogrammetrica e rilievi 3D ad alta risoluzione, per registrare la topografia superficiale della lastra e analizzarne morfologia, tecnologia e cronologia delle incisioni. “La presenza di motivi uniti da linee e ripetuti – spiega l’Istituto archeologico sul proprio sito – lascia pensare che sia una mappa cartografica”. Vi sono tre elementi, in particolare, che portano a questa convinzione: “Una composizione omogenea con incisioni identiche nella tecnica e nello stile, una ripetizione di motivi e una relazione spaziale tra i motivi stessi, ovvero una rete di linee”, sottolinea l’Irnap, che ha messo a confronto la “mappa” con altri disegni del genere provenienti dalla preistoria della preistoria dell’Europa e di altre popolazioni, come i tuareg o gli aborigeni australiani.

 La mappa, spiegano ancora i ricercatori, potrebbe riferirsi a un’area di 30 km per 21 nell’ambito della Valle dell’Odet. “Alcune linee indicano la rete del fiume”, aggiunge l’Irnap, che ha “testato la somiglianza tra le incisioni e gli elementi del paesaggio attraverso una serie di analisi statistiche”. In seguito è stata condotta una georeferenziazione del disegno.

L’entità politica era al centro di tre sorgenti fluviali (l’Odet, le Isole e lo Ster Laer). “Trattandosi probabilmente di una mappa mentale – precisa lo studio – alcuni degli elementi rappresentati potrebbero essere sovradimensionati, mentre il loro posizionamento non è necessariamente proporzionale alle distanze che li separano”. Il contesto storico-sociale è quello della cultura del “tumulo armoricano”, tipico della Bretagna e della Normandia, che nella sepoltura di guerrieri di alto rango “testimonia una forte gerarchia sociale e senza dubbio uno stretto controllo dell’economia”.

“La lastra di Saint-Belec – proseguono gli archeologi – raffigura lo spazio di un’entità politica fortemente gerarchica che controllava strettamente un territorio nella prima età del bronzo, e la sua rottura potrebbe aver indicato condanna e sconsacrazione. La sepoltura e un atto iconoclasta possono, quindi, aver segnato la fine o il rifiuto delle elite che hanno esercitato il loro potere sulla società per diversi secoli durante la prima età del bronzo”.

Se Chatellier non aveva compreso appieno le incisioni, non rinunciò a offrire ai colleghi la possibilità di capire. Così, fu sulla base di un documento pubblicato dal collega anni prima che l’archeologo preistorico Jacques Briard affermò per primo una “analogia” tra la mappa scoperta in questi giorni e la ‘mappa di Bedolina’, che in realtà è una incisione rupestre scoperta in Val Camonica. Questa, risalente all’età del Ferro, e in realtà una rappresentazione topografica in cui sono raffigurati campi e sentieri insieme a scene di caccia.

AGI – La pandemia e le sue conseguenze hanno avuto fra i tanti effetti collaterali sulla psiche anche quello di far capire ai cosiddetti “sani di mente” che cosa significa avere una psicosi. Lo sostiene Paolo Milone, per 40 anni attivo come psichiatra nel reparto di urgenza dell’ospedale di Genova e recentemente autore del libro L’arte di legare le persone, pubblicato da Einaudi, in  questa intervista all’AGI.

Che conseguenze ha avuto la pandemia sui malati psichiatrici?
“Ce ne sono state tante, non tutte negative. La prima a cui penso è il fatto che molti pazienti psichiatrici tendono a mettersi in ‘lockdown’ da soli: ci sono malati chiusi in casa da mesi, da anni.  Sono schizofrenici, paranoici, depressi: per loro, che qualcuno dal di fuori obblighi tutti a stare a casa è un alleggerimento di responsabilità, non siamo noi a chiuderci in casa, ma qualcun altro. Discorso opposto per i maniacali che non stanno mai fermi e sfidano continuamente limiti e frontiere: per loro non poter uscire è terribile”.

Quali sono invece gli effetti della pandemia su coloro che non hanno in precedenza avuto patologie di questo tipo?
“Sono soprattutto preoccupato per i bimbi piccoli. Hanno bisogno di stare con gli altri bambini: il rapporto con i genitori è importante per lo sviluppo del cervello, ma i circuiti cerebrali, quelli che creano i sentieri per cavarsela nella vita, si formano nei primi anni di vita giocando con i coetanei. Sono le sinapsi che poi vengono percorse più rapidamente quando si cresce, e se non si formano  giocando, creando una propria mimica, imparando a scontrarsi con gli altri, i sentieri non si formano e crescendo si rischia di perdersi nel bosco. Anche quanto giocano con loro, i genitori non bastano a sostituire i compagni nel gioco dei più piccoli”.

E sugli adulti?
“Il cosiddetto lockdown può far provare a tutti alcune delle sensazioni che sono tipiche dell’insorgere di una psicosi. In particolare penso a quella che noi psichiatri chiamiamo derealizzazione (il sintomo dissociativo che dà una percezione distorta della realtà, ndr). Poco dopo l’inizio della pandemia, il virus ha per così dire preso il controllo delle nostre vite: un essere biologico invisibile riusciva a vincere su tutti i nostri mezzi, secoli di cultura e progresso, di leggi, di industria. Non siamo riusciti ad opporre resistenza e il coronavirus ci ha cambiato la vita. Questa sensazione di impotenza, di inconoscibilità del nemico, può creare in tutti una piccola sensazione di derealizzazione: la realtà non è più quella che conoscevamo, non è quella relatà familiare e benigna. Il male può superare il bene e il pericolo che rappresenta il virus è insormontabile non solo da me come persona, ma dalla nostra specie. Moltissime persone hanno provato questa ansia, un inizio di psicosi che nella maggior parte dei casi si supera, ma per i malati va avanti anni. Culturalmente è importante che chiunque abbia sperimentato su di se’ quello che è un inizio della psicosi, ovvero la sensazione di ansia e impotenza.  E’ una delle tante porticine che si possono aprire sul mondo della psichiatria”.

Può spiegarci il titolo del libro sulla sua lunga esperienza in psichiatria d’urgenza, L’arte di legare le persone? 
“E’ un titolo che allude a diverse situazioni in cui “si lega” in psichiatria. C’è un legame di tipo affettivo: significa legare i pazienti a noi, per creare una relazione che renda possibile al malato di distinguere fra se stesso e gli altri. C’è poi l’esigenza di legarlo a se stesso e alla realtà: nella psicosi, nel disturbo mentale generico, bisogna affrontare la depersonalizzazione, il fatto di non riconoscersi come entità unica e questo slega il malato da se stesso. C’è poi la derealizzazione, il non riuscire a sentire la realtà come qualcosa in cui si vive, il sentirla distante. C’è, ma solo all’ultimo posto, la necessità, a volte, di dover legare il paziente al letto. Nella psichiatria d’urgenza è tutto un legare, un ricucire: in tutti i casi, alla fine si penserà a slegare”.