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AGI – Con la scomparsa di Hilary Mantel, la letteratura britannica e mondiale è orfana di una delle più brillanti firme contemporanee del genere del romanzo storico, ma non solo, resa celebre per la sua epica trilogia dedicata all’Inghilterra dei Tudor, di Enrico VIII, di Thomas Cromwell, tradotta in 41 lingue e con più di 5 milioni di copie vendute.

A causare il decesso della famosa scrittrice 70enne è stato un ictus, come confermato da Bill Hamilton, suo agente letterario di lunga data, e dalla sua casa editrice, HarperCollins. “Ha visto e sentito cose che a noi comuni mortali mancavamo”: sono state le prime parole pronunciate da Hamilton, dando la notizia che Mantel si e’ spenta “improvvisamente e pacificamente”.

Dopo Jane Austen e Virginia Woolf, viene spesso presentata come la terza donna più importante della letteratura inglese. Nata a Glossop, nel Derbyshire, il 6 luglio 1952, Dame Hilary Mary Mantel è stata una delle scrittrici più premiate in patria: è la prima ad essere stata insignita ben due volte dal prestigioso Booker Prize.

Nel 2009 lo ha ricevuto per “Wolf Hall”, biografia fittizia della rapida ascesa al potere di Thomas Cromwell, I conte di Essex nella corte di Enrico VIII d’Inghilterra, ambientato tra il 1500 e il 1535.

Lo stesso titolo ha vinto anche il National Book Critics Circle Award nella sezione “Narrativa”.

“Wolf Hall” è il primo titolo della sua trilogia sui Tudor – in Italia pubblicata da Fazi Editore – seguito da “Anna Bolena, una questione di famiglia” (Bring Up the Bodies) del 2012, anch’esso vincitore del Booker Prize, ed infine nel 2020 da “Lo specchio e la luce”.

Quest’ultimo titolo è stato subito il best-seller di narrativa numero uno, selezionato per il Booker Prize 2020 e vincitore del Walter Scott Prize for Historical Fiction. Alle spalle ha una formazione da giurista, con un percorso di studi alla London School of Economics e all’Università di Sheffield, oltre ad una lunga esperienza come assistente sociale in un ospedale geriatrico.

Nel 1972 ha sposato il geologo Gerald McEwen, dal quale ha divorziato nel 1981 per poi risposarsi con lui l’anno successivo. Nel 1974 ha iniziato a scrivere un romanzo sulla “Storia segreta della Rivoluzione francese”, pubblicato poi nel 1992, stessa annata di “Un posto piu’ sicuro” e “I giorni del terrore”.

Nel 1977, Mantel e il marito si sono trasferiti in Botswana, dove hanno vissuto per cinque anni. Successivamente la coppia ha trascorso quattro anni in Arabia Saudita, per poi rientrare in Gran Bretagna a meta’ degli anni ’80. In tutto Mantel ha firmato 17 opere, tra cui “Every Day is Mother’s Day” (1985), “Vacant Possession” (1986), “Otto mesi a Ghazzah Street” (1988), “Padre Fludd” (1989). A seguire nel 1994 “A Change of Climate”, l’anno successivo “Un esperimento d’amore”, nel 1998 “Il gigante O’Brien e nel 2005 “Al di là del nero”.

Nel 2006 è stata insignita del titolo di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico “Per i servizi alla letteratura” e nel 2014, con la stessa motivazione, ha ricevuto il titolo di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Una cosa è certa: per Mantel successo e riconoscimenti si sono fatti attendere, fino all’età di 60 anni, dopo una lunga serie di libri che verranno certamente riscoperti e dopo una malattia che le ha provocato lunghe sofferenze: l’endometriosi. Mantel ha alzato il sipario sulla propria vita nel 2003, anno in cui sono uscite le sue memorie dal titolo “I fantasmi di una vita”, pubblicate di recente anche in Italia.

Per una volta al centro della sua scrittura non sono le saghe storiche ma la storia della sua vita, condensata in 234 pagine di gioie, dolori, sofferenze, ambientazioni, età, ostacoli, nostalgie e traslochi, dall’infanzia alla malattia appunto.

Di endometriosi la scrittrice ha parlato in diverse interviste, la prima volta nel 2012 in una rilasciata al Times, in cui ha raccontato anni di lotta contro atroci dolori, incomprensioni, cure sbagliate, invalidanti effetti collaterali.

Una lunga sofferenza che ha approfondito nelle sue memorie: il momento in cui i ‘suoi’ fantasmi divennero concreti, dolorosi e spietati fu l’intervento al quale si sottopose al St George’s Hospital di Londra, che ancora giovanissima le tolse la possibilità di diventare madre.

Una scrittura empatica e profonda la sua sia quando narra della storia del suo Paese che della sua storia personale, ma Mantel non è mai rimasta nella sua torre d’avorio da scrittrice.

Spesso si è esposta in prima persona con dichiarazioni ai media forti e dirette su tematiche e problematiche che la toccano da vicina, come essere umano, come cittadina.

Così, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha detto di voler diventare irlandese per restare europea.

Forte il suo posizionamento contro la Brexit e, in più occasioni, contro la monarchia britannica, stabilendo parallelismi storici tra l’Inghilterra dei Tudor e quella dei Windsor.

In effetti nel settembre 2021 Mantel ha affermato di credere che il principino Giorgio, figlio maggiore del principe di Galles William e della moglie Kate, non sarà mai incoronato re in quanto la famiglia reale potrebbe essere defunta entro due generazioni. Di sicuro con la morte di Elisabetta II, lo scorso 8 settembre, si è chiusa un’era dopo un regno durato 70 anni.

E oggi con la prematura scomparsa di Mantel si chiude un capitolo molto importante della letteratura britannica che lascia una preziosa eredità, storica e umana. 

AGI – “Da un grande potere derivano grandi responsabilità…”. Scrivere Spider-Man, dargli in quale modo la parola, non è come volare appesi a una ragnatela tra un palazzo e l’altro di una metropoli o vincere il male con la forza dei superpoteri e di convinzioni profonde, ma un piccolo potere lo dà senz’altro: quello di far ‘volare’ quanto meno l’immaginazione e questioni cruciali del nostro tempo.

La pensa così un siciliano di Trapani, Marco Rizzo, giornalista e scrittore, sceneggiatore del nuovissimo episodio di Spider-Man, per Marvel e Disney. Lui che da quando aveva undici anni segue le gesta dell’umanissimo e specialissimo Peter Parker, segnato da inquietudine, sensi di colpa, solarità, umorismo e atti di disarmante altruismo, scoprendo sgomento ed esercitando abilità uniche… tutto sommato un eroe molto vicino a noi, molto più di altri volanti e ammantellati ‘Signori del bene’. 

È arrivata sugli scaffali (britannici, per ora) la prima storia di Spider-Man firmata da Rizzo, intitolata “L’ombra dell’Avvoltoio”, la prima di una lunga serie. “Ebbene sì, sto scrivendo le avventure di Spidey! Io e Steve Foxe – spiega – abbiamo ‘reinventato’ il personaggio per dei fumetti presto editi in tutto il mondo. Sono avventure per tutte le età dove le storie, i nemici, i comprimari sono calati nel contemporaneo”.

Ogni storia prova a raccontare Peter Parker e il suo mondo… che non è tanto diverso dal nostro. “Ecologia e social network sono alcuni dei primi temi da noi trattati”, aggiunge. Questa nuova versione di Spidey, targata Disney/Marvel, assicura, “farà felice anche i vecchi fan con tante strizzate d’occhio… ma soprattutto credo proprio mantenga lo spirito del nostro Peter”. 

La sua prima storia è co-sceneggiata con Steve Foxe, disegnata da Mario del Pennino e colorata da Valentina Taddeo, con il supporto di “un grandioso team editoriale”. Seguiranno altre storie, scritte da Marco Rizzo – autore tra l’altro, con Lelio Bonaccorso, di ‘Salvezza’ e ‘A casa nostra. Cronaca da Riace’, reportage a fumetti su migranti e accoglienza per FeltrinelliComics – e illustrate da altri bravissimi autori come Claudio Sciarrone, e, anticipa lo scrittore, si troveranno nemici e alleati arcinoti come oscuri.

Presto queste storie arriveranno anche in Italia sul mensile Spider-Man Magazine edito da Panini Comics. In questo modo si unisce al ristrettissimo circolo di italiani che hanno sceneggiato Spider-Man, con Tito Faraci e Stefano Vietti: “Un’altra cosa che mi riempie di orgoglio e responsabilità”.    

Non è tutto. In tutte le librerie e le fumetterie per Panini Marvel Italia plana “Spider-Man, 60 stupefacenti anni”, una “lunga lettera d’amore per Spider-Man e il suo mondo scritta da me e Fabio Licari”. Il libro è approdato anche in Francia, è già disponibile da un po’ in Gran Bretagna e da gennaio 2023 sarà in vendita anche in Usa. E, poi, l’album di figurine Panini dedicato all’amatissimo Uomo Ragno.    

“Spidey, per me e molti altri, non è solo un personaggio: ci accompagna da decenni – dice Marco – con le sue gioie e i suoi dolori, che spesso sono anche i nostri (almeno, quando non coinvolgono alieni e super criminali). Scrivere le sue storie, specie se lette dai più piccoli, è un onore… e potermi calare nella testa di Peter Parker è un sogno che diventa realtà, da lettore prima che da sceneggiatore. Ed è anche un’opportunità enorme, che mi dà il ‘potere’ per veicolare messaggi a cui tengo. E si sa, da grandi poteri…”. 

AGI – “I ragazzi di oggi sono bellissimi, soprattutto quelli di 18-20 anni che sono riusciti a riportare in piazza, in modo massiccio, tante persone attraverso iniziative come Friday For Future. Sono bellissimi anche i più piccoli, quelli dagli 11 anni in su che ho avuto modo di incontrare in diverse occasioni nelle scuole: sono curiosi, non hanno paura di fare domande, non temono il confronto. Sono limpidi, vivi“. Lo dice all’AGI Francesca Mannocchi, giornalista esperta di migrazioni e conflitti, realizzatrice di reportage come quelli su Afghanistan, Libia, Libano, Yemen, Ucraina.

Mannocchi ha scritto per loro, per quei ragazzi che definisce giustamente “bellissimi”, un nuovo libro dal titolo “Lo sguardo oltre il confine” edito da DeAgostini, con cui racconta ai giovani dalle scuole medie in su, i conflitti di oggi conducendoli attraverso racconti ambientati nei Paesi dove ha lavorato, vissuto e visto da vicino, alcuni fatti, eventi, personaggi.

Il risultato è perfetto: ne esce un libro utilissimo per ragazzi e insegnanti, per tutti quei docenti che vogliono andare ‘oltre’ i libri di scuola contemporanei che non arrivano certo ai conflitti dei giorni nostri, al caso Donbass per esempio, o alla questione Curda.

Oggi c’è stata la prima presentazione de ‘Lo sguardo oltre il confine’ a @pordenonelegge

Grazie a chi era presente e all’attenta, generosa lettura di @andreavianel @DeAgostiniLibri pic.twitter.com/Wr7M9lENrn

— francesca mannocchi (@mannocchia)
September 18, 2022

“L’dea – spiega l’autrice – è nata su proposta della casa editrice che aveva il desiderio di raccontare le grandi crisi del mondo ai ragazzi. I giovani sono sommersi di informazioni su crisi e guerre attraverso i social, media e web, ma non hanno accesso alla storia, alle origini e motivazioni di un conflitto. Il mio libro non ha certo l’ambizione di essere un testo di storia ma un aiuto per la comprensione di quello che accade oltre i nostri confini. Nel volume ci sono le storie individuali, vite di persone che ho conosciuto, scelte sulla base dei Paesi che conosco meglio. Con lo scopo di contribuire a creare nei ragazzi una sorta di ‘mappa’, di idea di quello che sentono”.

Il libro si arricchisce di un glossario: “Sì – spiega Francesca Mannocchi – credo sia giusto riportare ordine sul significato delle parole e invitare i ragazzi a pensare che dietro ogni parola usata, ci sono delle storie che non vanno dimenticate”. Così, quando si parla dall’Afghanistan, non si può proseguire la lettura se prima non ci si ferma a leggere cosa vuol dire ‘sharia’, o la nota che spiega cosa vuol dire ‘talebano’, ‘urbicidio’, ‘isis’.

Prima che iniziasse la guerra vicina, @deagostini_it mi ha proposto di provare a raccontare le guerre ai piu’ giovani.
A ragazze e ragazzi che hanno sempre in tasca una domanda interessante, un interrogativo in purezza.

Ci ho provato così, con ‘Lo sguardo oltre il confine’ pic.twitter.com/YqCvfawcqy

— francesca mannocchi (@mannocchia)
September 15, 2022

E per ogni storia riferita al Paese trattato, c’è al termine del capitolo una cronologia facile e veloce che aiuta a memorizzare gli eventi. “Ho cercato di scrivere nel modo più semplice possible – spiega ancora Mannocchi – per non annoiare i ragazzi e per fare in modo che il testo sia scritto con una lingua accessibile a loro. Parlare con un 12enne non è semplice come con un 18enne. L’ho sperimentato quando giravo le scuole per presentare il mio libro ‘Io Khaled vendo uomini e sono innocentè, dedicato al tema del traffico di essere umani”.

Ma le parole, cui Mannocchi attribuisce grande importanza, come ‘rifugiato’ per esempio, servono per non essere usate con superficialità percé, dice la giornalista, dobbiamo “chiederci sempre se i termini che usiamo per descrivere la realtà e gli esseri umani, non rischino di diventare una gabbia“.

E quindi, “ogni volta che definiamo la vita di un essere umano, chiamandolo rifugiato, profugo o migrante, dobbiamo ricordarci che rischiamo di associare a quella persona un’etichetta che non rende giustizia alla sua vita di prima. Alla vita in cui quel rifugiato, o profugo, era uno studente, una lavoratrice, una madre, una nonna”. Bisogna “partire dall’ascolto, dall’esperienza di una persona, per allargare lo sguardo: per fare in modo che una vita non resti solo espressione di una emozione ma sia parte del più ampio significato del tratto di Storia che vive”.

Cambieranno il mondo i giovani di oggi? “Sono molto più informati di quanto si possa pensare – conclude Mannocchi – difendono l’ambiente e sanno che questo è il primo vero grande problema. Non si sottraggono al confronto. Capiscono la questione migratoria. Non sono affatto passivi. Io sono molto fiduciosa”.  

AGI – Dopo la pausa estiva, torna domani mattina “Agora’ Weekend” la trasmissione di approfondimento di politica e attualità condotta da Giusy Sansone in onda su Rai Tre nel fine settimana. Al centro della puntata di sabato – dalle 8 alle 9 – gli aggiornamenti sul nubifragio delle Marche, il nuovo dl aiuti del governo contro il caro energia e gli sviluppi della campagna elettorale.

Ospiti della prima puntata saranno: Debora Serracchiani, capogruppo Pd alla Camera; Ylenja Lucaselli, deputata di Fratelli D’Italia; Dacia Maraini, scrittrice; Mario Sechi, direttore dell’AGI, Linda Laura Sabbadini, editorialista de “La Repubblica” e “La Stampa”; Dino Pesole, editorialista del Sole24Ore. 

“Torniamo dopo la pausa estiva – ha spiegato Sansone – per continuare a parlare di politica e dare aggiornamenti di attualità anche al sabato e alla domenica, questo per non spegnere l’attenzione sui fatti piu’ importanti. Io porto la mia esperienza giornalistica: notizie e il ‘vizio’ dell’approfondimento che ha Rai 3, cioè la capacità di analizzare le questioni. Ospitiamo giornalisti, scrittori, rappresentanti della societa’ civile e – ha concluso – diamo la possibilita’ allo spettatore di capire cosa succede proponendo chiavi di lettura sempre diverse partendo dalle storie di imprese, operai e giovani”.

I temi al centro della puntata di domenica saranno: gli stravolgimenti del clima e le preoccupazione per gli aumenti dell’energia con un viaggio in Europa da Parigi che spegne la Torre Eiffel fino a Londra che si prepara ai funerali della regina Elisabetta. 

AGI – “Abitare la storia”. È il principio preminente della casa-museo e delle dimore storiche in sé. Funzione che si fonda sulla trasformazione dell’abitazione di un personaggio famoso o di una famiglia in museo aperto al pubblico. Forse la forma espositiva più diffusa, in Italia ma anche all’estero.

A Roma se ne contano ufficialmente undici di case-museo, a Milano ne sono censite quattro ma in giro per l’Italia ce ne sono ben 51, per esempio, sono le sole “dimore storiche” nella disponibilità del Fai, il Fondo per l’Ambiente italiano.

Nella capitale troviamo la Keats-Shelley House affacciata direttamente sulla scalinata di piazza di Spagna, dove poi, al n. 31 c’è anche casa De Chirico, dove il pittore metafisico ha vissuto gli ultimi trent’anni della sua vita. E ancora: casa Goethe, il museo Pietro Canonica, la casa museo di Alberto Moravia sul Lungotevere della Vittoria 1, dietro la Rai di viale Mazzini, lo studio di Luigi Pirandello, villino del primo ‘900 in via Bosio 138, il museo Hendrik Christian Andersen, l’atelier del pittore Francesco Trombadori, la casa museo Giacinto Scelsi dinanzi al Foro Romano con ancora il pianoforte suonato dal Maestro, la casa museo Mario Praz e il museo Fondazione dello scultore Venanzio Crocetti. Ma poi c’è anche la recente casa del pittore Balla, villa Alberto Sordi a Caracalla ma anche casa Bellonci, sede del Premio Strega. Sempre a Roma è stato proposto che il Comune acquisti la casa di Pier Paolo Pasolini dove il poeta ha abitato, tra Rebibbia e Ponte Mammolo.

A Napoli c’è casa Caruso, “il tenorissimo”, a Siracusa Casa Vittorini, a Ravenna casa Dante, a Rimini la casa museo Federico Fellini, a Ghilarza, in Sardegna, casa Gramsci, a Catania casa Verga, a Ponte di Piave, in provincia di Treviso, il museo Parise, a Racalmuto persino la casa museo delle zie di Sciascia; a Gardone Riviera, in provincia di Brescia, c’è il Vittoriale, la casa museo del poeta Gabriele D’Annunzio, che nel solo e lontano 1981 è stata visitata da oltre 253 mila persone.

E a Venezia la casa davvero museo d’arte internazionale di Peggy Guggenheim, sul Canal Grande, dove la grande collezionista americana ha abitato e che oggi è la sede espositiva dell’omonima Fondazione. Sempre in laguna, Palazzo Fortuny. Si potrebbe continuare ancora con le dimore di due ex presidenti del Consiglio, ad esempio, De Gasperi a Pieve Tesino in Trentino, e Spadolini a Pian dei Giullari sulla zona collinare di Firenze.

Di case-museo ce n’è per tutti i gusti lungo la penisola. Segno che le residenze dei personaggi storici diventano luogo di “mediazione culturale”, nel quale si possono vedere e visitare gli oggetti, le opere, gli spazi e rivivere la vita del personaggio tramite percorsi tematici.

Con un’intrinseca forza di autenticità, la vocazione principale di questi luoghi consiste “nel creare una relazione diretta tra l’ex-abitazione, il luogo e il personaggio facendo rivivere l’atmosfera e lo spirito del tempo”. In alcuni casi, come casa Moravia, tutto è rimasto intatto come l’ha lasciato lo scrittore al momento della morte. Tavolo in disordine, fogli sparsi, libri aperti.

Petrosino e Diotallevi, il poliziotto e il boss 

Ma cosa porta ad istituire una casa-museo? Ciò che rende eccezionali le case museo “è la loro capacità di rappresentare la vita, le tradizioni e i valori non solo di chi ci abitava, ma anche della società in cui il padrone di casa viveva”, si legge sul sito del Mic, il Ministero della Cultura, perché “visitare una casa museo è un’esperienza affascinante. Tutto, in una casa museo, diventa parte del percorso espositivo: mobili, quadri, libri, oggetti di uso personale e quotidiano”. 

Alcune di loro si configurano come musei veri e propri, promuovono attività culturali e sono regolarmente aperte al pubblico, altre sono visitabili invece solo su appuntamento. Sono meta di ricercatori, studiosi, che si immergono per ore nelle biblioteche a disposizione a leggere e prendere appunti.

Una ricerca sul ‘900 letterario non può prescindere da una full immersion nella biblioteca di Alberto Moravia, per esempio. Molto spesso sono visitate per curiosità di singole persone o di gruppi di appassionati oppure, ancora, sono meta di scolaresche che si avvicinano alla scoperta e allo studio delle opere dei personaggi attraverso le loro case, le loro abitudini.

Negli ultimi due anni della pandemia molte case museo sono rimaste chiuse alle visite per evitare contatti e contagi di gruppo mentre alcune tra loro hanno trasferito sul web alcuni incontri e seminari. Ma non è stato affatto la stessa cosa, perché è venuto meno l’impatto emotivo con il luogo e gli oggetti appartenuti ai loro abitanti. L’appeal s’è rivelato di minore intensità.

Molti di questi luoghi si trovano poi a dover fare i conti con problemi amministrativi, a partire dai finanziamenti che spesso dipendono da Regioni o Comuni, sempre più alle prese con scarsa la disponibilità finanziaria. Ma poi ci sono anche istituzioni più ricche: nel 1998 il Vittoriale di D’Annunzio ha affrontato restauri per 700 milioni di lire dell’epoca ma con il lockdown del 2020 ha dovuto fare i conti invece con una perdita secca di un milione e 200 mila euro in mancate visite.

Le case non si contano: c’è casa del grande Toscanini a Parma, di Manzù ad Ardea, di Pavese a Santo Stefano Belbo, vicino a Cuneo, del Bellini a Catania, del generale Graziani a Frosinone, di Ennio Flaiano a Pescara, di Giulietta a Verona, quella dei fratelli Cervi, martiri della lotta al fascismo, di Federico Zeri, critico d’arte, a Mentana, fuori Roma, e persino la casa di Joe Petrosino, famoso poliziotto italo-americano a Padula, in provincia di Salerno, la casa di Giacomo Matteotti al quartiere flaminio a Roma, Modigliani a Livorno, poi chiusa per un bisticcio tra gli eredi, quella della poetessa Alda Merini, poi chiusa per mancanza di fondi.

Infine anche la casa-museo dell’ex boss della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi a Fontana di Trevi, non certo aperta al pubblico, ma conteneva preziosi quadri e collezioni di Giacomo Balla, Mario Schifano, Sante Monachesi, Franco Angeli, Norberto Proietti, Ana Maria Laurent, Antonio Balbo, dipinti della Scuola romana, campana e francese dell’800 e del ‘900 oltre a mobili di antiquariato di ingente valore. Frutto di ricettazioone.

AGI – Málaga, 1881-Mougins 1973. Il Re e la Regina con il Presidente del Governo s’apprestano a inaugurare per il prossimo anno un programma di 42 mostre dedicate a Pablo Picasso, l’artista più importante del XX secolo in occasione del 50esimo della sua morte. Picasso è senza dubbio è stato a lungo – ed è ancor oggi – l’indiscusso re della scena artistica mondiale. Basti pensare che solo nel 2018 ha partecipato a 33 mostre in giro per il mondo e ha superato le vendite nelle case d’asta.

Quindi allo scoccare dell’anniversario, Spagna e Francia hanno fatto uno sforzo congiunto per celebrare il suo incommensurabile contributo alla storia dell’arte promuovendo non meno di 42 grandi mostre in 38 musei in Europa e negli Stati Uniti oltre a due conferenze in cui i massimi specialisti di tutto il mondo prepareranno uno studio storiografico del suo lavoro artistico, informa il Paìs.

Per l’occasione, lunedì scorso il programma è stato presentato proprio al Museo Reina Sofía dai ministri della Cultura di Spagna e Francia, Miquel Iceta e Rima Abdul Malak. Per il primo, Picasso “è l’artista che meglio definisce il XX secolo perché lo rappresenta con tutta la sua crudeltà, la sua violenza, la sua passione, i suoi eccessi e le sue contraddizioni” mentre per il secondo “il lavoro di Picasso continua a esercitare un vero fascino in tutto il mondo, prolifico, fantasioso e spesso radicale. Per la sua forza artistica ma anche per la sua forza politica. E non smette mai d’esser riletto, rivisitato e reinterpretato”.

Quanto ai lavori che saranno esposti, circa 200 opere proverranno dalle collezioni private della famiglia, che le presta per l’occasione, anche se la maggior parte arriveranno dal Museo Picasso di Parigi, che distribuirà circa 600 pezzi in diverse mostre.

Quest’ultime sottolineeranno tutti gli aspetti del lavoro dell’artista o della sua personalità. Inclusa la controversa questione sul suo rapporto con le donne con le quali ha condiviso la sua vita e che comprende le “accuse di maltrattamento” nei loro confronti, non ha mancato di precisare il Paìs, ma sulle quali il nipote Bernard Picasso non ha mancato di ribattere: “Per quanto ne sappiamo, non c’è mai stata una denuncia, né è stato rapito nessuno. I parametri dei suoi tempi sono diversi da quelli di oggi, ma quando si parla di maschilismo vorrei ci fosse più precisione”.

Nessuna delle mostre avrà carattere antologico perché in ognuna si è preferito esplorare sfaccettature diverse.

AGI – La polmonite, di cui soffriva da diverse settimane e che si è aggravata nelle ultime ore, è stata la causa della morte, avvenuta questo pomeriggio a Madrid all’età di 70 anni, dello scrittore e accademico Javier Marías. Ne ha dato notizia in un comunicato la casa editrice Alfaguara.

Romanziere e autore di articoli e saggi, Marías è stato professore all’Università di Oxford e all’Università Complutense di Madrid, nonchè uno dei più importanti e amati scrittori spegnoli contemporanei.

Le sue opere sono state pubblicate in quarantasei lingue e in cinquantanove Paesi. È stato membro della Royal Spanish Academy e nel 2021 è stato eletto membro internazionale della Royal Society of Literature (RSL), l’associazione britannica per la promozione della letteratura. 

AGI – “Io credo che uno dei grandi punti di forza dell’audio entarteinment sia che crea dipendenza, una volta che ti sei abituato ad ascoltare il tuo podcast, il tuo audiolibro, ti sei abituato a quel personaggio e soprattutto ti sei abituato a quella voce narrante, fai un po’ fatica a rinunciarci, ti senti un po’ orfano. A me che è capitato qualche volta di dimenticarmi le cuffie e dovermi fare un viaggio in metropolitana, quei 20 minuti mi diventano lunghissimi perché la metropolitana è il momento in cui mi isolo e ascolto” a parlare con l’AGI è Francesco Bono Director, Content Program IT/ES di Audible, azienda leader del mondo dell’audio entertainment che oggi svela alcuni dati molto interessanti sulla crescita stratosferica dei podcast in Italia condotti da NielsenIQ.

Un incremento nel consumo del 7% rispetto allo scorso anno, a conferma di un trend positivo che negli ultimi 6 anni non ha mai arrestato la sua corsa; sono 15,4 milioni gli italiani che nel 2022 hanno ascoltato almeno una volta un podcast, rispetto ai 14,5 dell’anno precedente. “Abbiamo fatto 265 podcast in questi anni – aggiunge Juan Baixeras, Country Manager Italy&Spain – e abbiamo imparato tantissimo su quello che l’utente italiano sta cercando”.

A quanto pare gli argomenti che più stuzzicano l’interesse degli utenti nel nostro Paese  sono il true crime, la divulgazione scientifica, i corsi di lingue straniere e la storia, ma uno dei dati più interessanti è legato al target: “Il 67% degli ascoltatori sono millenial, abbiamo convinto la generazione più difficile” sostiene soddisfatto Baixeras, la ricerca ci dice infatti che quella tra i 25 e i 34 anni è la fascia d’età con la più elevata quota di “heavy users”, coloro che ascoltano podcast tutti i giorni.

“Il motivo di tale successo – spiega ancora Bono – è legato alla facilità di accesso, il podcast permette di essere multitasking, infatti la casa è dove si ascolta di più, ma sono cresciuti anche gli ascolti in altre fasi della giornata, come sui mezzi pubblici. Il podcast ha un linguaggio molto specifico, è vero – prosegue – ma anche molto semplice da seguire, moltiplica la possibilità espressiva, “Nero come il sangue” per esempio, di Lucarelli e Picozzi, che due grandi autori, ecco lo stesso contenuto sulla pagina di carta non avrebbe goduto del ritmo e delle voci. Il podcast di Saviano sul maxi processo ha dato la possibilità ad un autore come lui di sfruttare le potenzialità dell’audio; sentire le dichiarazioni di Buscetta o i confronti tra gli imputati in audio crea un effetto immersione che da un vantaggio”.

Firme importanti, affidabili, anche questo è certamente uno dei segreti del successo, in particolare, di Audible in Italia; sempre secondo la ricerca infatti i podcast più ascoltati del 2022 sono:

  1.         Maxi di Roberto Saviano
  2.         Nero Come il Sangue di Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli
  3.         Storie Brutte sulla Scienza di Barbascura X
  4.         Podcast Micidiali di Maccio Capatonda, Giovanni Maggi, Clemente Meucci, Valerio Desirò, Gualtiero Titta
  5.         Nero Come l’Anima di Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli
  6.         Le Grandi Battaglie della Storia di Alessandro Barbero
  7.         Buio di Pablo Trincia
  8.         Mani Pulite di Wil Media, letto da Mia Ceran
  9.         Seveso. La Chernobyl d’Italia di Matteo Liuzzi e Niccolò Martin, letto da Massimo Polidoro
  10.        La Piena. Il Meccanico dei Narcos di Matteo Caccia e Mauro Pescio

“Noi creiamo un’industria insieme alla comunità creativa italiana, l’abbiamo convinta a partecipare a questa avventura dal 2018 ad oggi – spiega Juan Baixeras – ed è un’industria che da lavoro a tanta gente, l’Italia sta diventando uno dei Paesi dove si ascolta di più il podcast”. Un’industria che, come aggiunge Francesco Bono, assume una responsabilità anche sociale: “Il 13% degli abbonati Audible non è un lettore di libri, l’audio è talmente universale e facile che aiuta ad avvicinare al mondo della cultura e dell’informazione tantissime persone che non mettevano più piede in una libreria. Se pensiamo a successi che hanno avuto contenuti come “12-12-69” sulla strage di piazza Fontana, come “Seveso” che è stata una delle grandi sorprese di questo anno, questo dimostra come grazie al medium audio si possono affrontare tematiche complesse”.

Un futuro luminoso anche per ciò che riguarda gli orizzonti ancora da scoprire: “The Sky Is Limit – spiega Bono – uno dei vantaggi dell’audio è che non ha limiti produttivi, trasformare in audio un’idea è più semplice che in video, questo permette ai creatori una libertà molto maggiore. Sicuramente lo sviluppo di fiction è un grande trend, finora i podcast si sono concentrati su generi che sono filoni d’oro, come il true crime, la divulgazione… io mi aspetto che la scelta di generi si amplierà. Dal punto di vista produttivo ci sono tantissime innovazioni tecnologiche che porteranno nuovi stimoli”.

 

AGI – Su che base facciamo le nostre scelte estetiche”, si chiede un articolo il New York Times. Se dovessimo attenerci al saggio del 1959 di Vance Packard dal titolo “Cercatori di status”, la risposta è semplice quanto scontata: le facciamo nel contesto del nostro status. Almeno così in America, dove il sociologo ha indagato il nesso tra i comportamenti di classe e tutto ciò che influenza “te, la tua comunità e il tuo futuro”.

Ma stando ad un aggiornamento di questo concetto-base, scritto nel 1983 da Paul Fussell (titolo dell’opera: “La classe: una guida attraverso il sistema dello status americano” – pamphlet per gli addetti ai lavori per riconoscere i dettagli che separano i ricchi dai ricchi davvero dai ricchi pacchiani – Fussell termina con un quiz: a quale classe appartiene “un uomo di 50 anni su un ponte di 35 piedi, che beve una lattina di Bud, assistito da tre ragazze sensuali che indossano bretelle e berretti bianchi da yachting poco costosi?” La risposta è: alta classe! E chiosa: “A meno che non stia bevendo birra da un bicchiere, allora potrebbe passare per classe media”.

L’articolo, tuttavia, evita un simile osceno paragone e si concentra invece sulla spiegazione delle scelte che facciamo ogni giorno: “Dal jeans che indossiamo a come prendiamo il caffè, alla sedia su cui ci sediamo”. Tutte le tendenze, si legge, “iniziano attraverso l’influenza combinata tra outsider ed élite”, che sono “ben pagati (capitale economico), ben collegati (capitale sociale) e ben istruiti (capitale educativo e culturale). Inoltre, sono cosmopoliti”. Nel recente libro il “Grande Mistero della Cultura”, W. David Marx, ad esempio, divide invece l’analisi del tema in quattro parti: lo stato in quanto colpisce l’individuo; creatività e grandi tendenze culturali come la moda; cambiamento culturale; e status nel XXI secolo.

David Marx, suggerisce il quotidiano, “è coinvolgente nel tracciare l’evoluzione dei prodotti, come la democratizzazione del cioccolato e della Perrier, dalle prelibatezze gourmet alle specialità gastronomiche” ed è però “interessante apprendere che i costosi cani di razza sono una passione relativamente recente, una curiosità che è diventata popolare”. Quindi la tesi di Marx, che il Times definisce “convincente”, è che “il denaro possa, in effetti, comprare la classe”. Poi l’autore sfotte: “Solo le élite informate sanno… viaggiare a Marfa, in Texas”, che non è per l’appunto un posto di classe… “I fan del genere potrebbero interrogarsi su determinate scelte”, chiosa il giornale.

Tuttavia Gertrude Vanderbilt, scultrice statunitense, mecenate e collezionista d’arte scomparsa nel 1942, ha messo in guardia la sua progenie proprio “contro gli uomini che fanno soldi con il petrolio e gli animali da fattoria perché ‘ci vogliono tre generazioni per lavare via l’olio e due per sterminare l’odore di maiali’” come lei stessa si è espressa. Non foss’altro, almeno, per vivere a Park Avenue.

Insomma, la morale è poi sempre la stessa: la classe non è acqua… ma può far acqua da tutte le parti…

AGI – “Scrivo sempre, mi tengo in vita così”. Scherza ma neanche tanto Lia Levi, 90 anni portati con l’energia di una ragazzina, parlando con l’AGI della sua copiosa produzione letteraria, a cui adesso si aggiungono ‘Per un biglietto del cinema in più’ appena sbarcato in libreria per Salani e altri due nuovi romanzi ‘Una ragazza e basta’ e ‘Irina da oltre il confine’ (titolo provvisorio)  in arrivo rispettivamente il 27 gennaio, Giornata della Memoria e a febbraio, rispettivamente per HarperCollins e Il Battello a vapore.

Il primo sequel di ‘Una bambina e basta’ il  romanzo autobiografico d’esordio del ’94 in cui la custode letteraria della memoria ebraica raccontava lo scossone  esistenziale subito nella sua infanzia, quando le leggi razziali del ’38 si abbatterono sugli ebrei, l’altro una storia che racconta la guerra e le sue ripercussione sui più piccoli, vista attraverso la vicenda di una ragazzina che si rifugia in Italia, dove la nonna lavora come  badante, per salvarsi dal conflitto che sta lacerando il suo paese. Ma del quale sentirà una nostalgia tale da portarla a fuggire.

Si parla invece di crisi economica post-bellica, di voglia di ripartenza ma soprattutto di passioni e amicizia in ‘Per un biglietto del cinema in più’, il romanzo appena uscito per Salani. Un libro per ragazzi costruito con il consueto tocco magico della scrittrice,  vincitrice dello Strega giovani nel 2018 che non a caso, racconta Levi  “nella mia produzione dedicata ai ragazzi è quello che è piaciuto di più alla mia cerchia di amici”.

Perché la storia di quei quattro ragazzi poveri del dopoguerra che si fanno guidare dall’amicizia per continuare a sperare  e dal cinema per imparare di nuovo a sognare ha parecchie assonanze con le nostre vite contemporanee animate dalla voglia di uscire dalla tempesta perfetta del mix Covid-guerra-crisi economica, ma alle prese con il carovita e con gli imminenti piani di razionamento energetico. “L’ho scritto in piena pandemia, quando i cinema erano chiusi – spiega  Levi – volevo dare l’idea che ci fosse una luce in fondo al tunnel…”.

La storia è ambientata Roma, città ferita dalla seconda Guerra mondiale ma piena di speranze e di energia. Il dodicenne Federico deve badare allo scatenato fratellino mentre la mamma sarta lavora fuori casa, aspettando il ritorno del marito, prigioniero di guerra. La vita non è facile ma i due bambini iniziano a colorarla di sogni quando scoprono come entrare al cinema senza pagare il biglietto. Lì, al buio, sprofondati nelle poltroncine rosse, si fanno trasportare di volta in volta in meravigliose avventure.

Presto però si accorgono di non essere gli unici clandestini in sala, anche altri due ragazzini, Antonio e Malva, che misteriosamente non esce mai dalla sala (si scoprirà che la ragazzina è ebrea, i suoi genitori sono stati deportati  dai nazisti, e per non finire in un istituto dorme  nello scantinato del cinema) non si perdono neanche un film. I quattro finiranno per allearsi, diventando una squadra di cinefili a sbafo che dopo la proiezione discutono animatamente dei film, e il lieto fine sarà assicurato dall’incontro con uno spettatore speciale, un regista.

Nelle sue pagine dense come sempre di ottimismo Levi, custode letteraria della memoria ebraica, riflette sulle atrocità della guerra, sulla forza dell’amicizia come speranza di pace, ma anche sulla potenza del cinema, con echi di ‘Nuovo cinema Paradiso’, il film cult di Tornatore.

Il suo romanzo esce in coincidenza con il Festival del cinema di Venezia e all’apice della crisi che sta uccidendo le sale: “E’ tristissimo che tante sale stiano sparendo, la condivisione delle emozioni che ci regalano i film è fondamentale, come il grande schermo, per i ragazzi vedere con gli amici un fantasy in sala è ben diverso rispetto alla tv di casa”,  analizza la scrittrice,  riservando però qualche critica alla produzione italiana contemporanea:  “Si vedono tanti film graziosi, ma sono pochi quelli che ti lasciano davvero qualcosa”.

Il suo film della vita, quello che più l’ha “colpita sul piano emotivo”, racconta è ‘Roma città aperta’, il cult di Rossellini: “Ero un’adolescente quando lo vidi la prima volta e pensai che quello che era successo a me poteva diventare romanzo”. Parecchi anni dopo per convincere suo nipote a guardare quel film, ricorda scherzando, “dovetti pagarlo, si rifiutava perché era in bianco e nero”. Quel ragazzino recalcitrante si chiama Simone Calderoni, ora è diventato un ventenne appassionato e studioso di cinema e ha collaborato al libro, come recita la prima pagina. “E’stato lui a darmi l’idea di puntare sul cinema, anche il titolo è suo”.