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AGI – La donna (ri)diventa albero, il suo corpo nudo (ri)disegna il paesaggio di una citta’, un sentiero nel bosco ha al centro un bivio e al centro del bivio c’e’, ancora, lei, la donna. Nerina Toci, fotografa siciliana di origine albanese, torna, dopo quattro anni da “L’immagine e’ l’unico ricordo che ho”, a raccontare il suo punto di vista sull’esistenza e lo fa in un volume denso, ampio, completo, ma non definitivo, dei suoi scatti, raccolti e pubblicati dalla Fondazione Mudima in “Un seme di collina” (con testi di Davide Di Maggio, Achille Bonito Oliva, Lorand Hegyi, Dominique Stella, Andrea Lissoni e Lisetta Carmi, reperibile su www.mudima.net).

Il titolo, spiega all’AGI, arriva “da un testo che ho scritto e che riprende i temi del mio immaginario”. “Il seme – prosegue – rappresenta in qualche modo la vita o, meglio, la possibile nascita della vita. La maggior parte del lavoro, ancora non concluso, e’ un continuo rapportarsi con la natura e, in alternanza, ad accogliere alcune geometrie che tendono a contenuti e intuizioni della coscienza”.

Nel bianco e nero di Toci, cosi’, un angolo parla attraverso un volto e un incrocio di rette prende vita in un corpo, in un rincorrersi costante e intrigante tra il mistero e il suo svelarsi. “Quando il corpo e’ nudo – afferma la fotografa – esso si da’ all’osservatore, si offre in modo piu’ o meno esplicito. La nudita’ e’ funzionale anch’essa a un discorso, il corpo ha un suo linguaggio e racconta da se’ una storia, e’ nella storia ed e’ storia”.

Coprire il corpo, come Toci propone in scatti sorprendenti, puo’ “rappresentare anche la seguente di una narrazione interiore interrotta, oscura, enigmatica”. “E’ la composizione della foto nel suo complesso – sostiene – a determinare l’estetica. Le figure antropomorfe di Toci accompagnano – “come Alice nel Paese delle meraviglie”, ricorda Achille Bonito Oliva in un testo contenuto nel volume – chi guarda, e realizza un viaggio nella fiaba attraverso figure femminili che, sottolinea Davide Di Maggio in un altro testo critico, “fondano il loro erotismo, il desiderio di costruirsi un’arma che riesca a a sconfiggere la volgarita’ contemplativa dell’uomo“.

“Credo che alcuni miei lavori – spiega la fotografa – richiamino il mito nella sua accezione piu’ classica e cioe’ quella legata, per esempio, al concetto di soprannaturale e di rito e del loro abitare in differente modo il tempo. L’elemento soprannaturale e’ qui intenso come realta’ invisibile e trascendente, realta’ che sta al di la’ della nostra immediata esperienza sensibile. Certamente la scelta di molti scenari e’ legata a queste mie suggestioni, al senso di sacralita’ e di ritmo che evocano alcuni elementi naturali”.

Puo’ la fotografia catturare la metamorfosi? Determinarla, perfino? E’ cio’ che sta cercando di fare? “Se per metamorfosi si intende, in senso ampio, il cambiamento, il divenire delle cose del mondo, si'”, risponde. “Credo che la fotografia – aggiunge – possa tentare di rappresentarlo, in molte delle sue forme. Tuttavia, non essendo costituita da immagini in movimento, come ad esempio il cinema, realizza il cristallizzarsi delle immagini stesse”.

La natura prende il posto nella donna, in molte immagini. Un fiore, un albero, un tralcio di vite dal quale lasciarsi dondolare o che si prende cura di un viso. “L’albero e’ uno degli elementi naturali a me cari poiche’ richiama il rapporto profondo e diretto, simbiotico direi, con la terra. L’albero e’ un oggetto naturale con il quale la forma del corpo umano si intreccia, interagisce, la sagoma del corpo e quella dell’albero sono in dialogo costante, il corpo si muove, l’albero rimane saldo e fermo alla terra, entrambi mutano, sono in rapporto con il tempo”.

Il volume, che raccoglie 69 scatti, e’, appunto, il “seme” di un progetto. “Quando ho iniziato – racconta Nerina Toci – ho sentito l’esigenza di indagare la mia identita’, cosa rappresentava il reale per me. Venivo condizionata dai sogni, cercavo di riprodurre i ricordi o cio’ che rimaneva di essi. Oggi il mio tentativo e’ di catturare la struttura dell’identita’ universale, di trovare tracce e frammenti di eterno nel tempo e nello spazio che abito”.

La macchina fotografica e’ alle prese con la materia, ma in realta’ ne cerca l’anima. “Che cosa e’ il reale? Esiste una realta’ indipendente dal pensiero? Nel processo di creazione – afferma – la frammentazione e’ il tentativo di dare forma, tramite il nero-materia, a cio’ che solo e’ intuibile ma non afferrabile; l’integrazione avviene tramite l’esplosione della forma nell’esterno informe per poi ricondurmi a quel punto d’origine della coscienza che e’ costante e permane. Quindi, la domanda e’ destinata a rimanere inevasa, perche’ rispondere significherebbe possedere o catturare l’assoluto. La sola risposta possibile e’: Essere”. 

AGI – Un sostituto procuratore si aggira per Palermo, ma non è di quelli a cui la cronaca ci ha abituati. Non è un “eroe”, ma non è neanche un “fessacchiotto”. Ha bussato alla porta di un magistrato il giorno in cui quest’ultimo litigò con un procuratore della Repubblica, e lui gli ha dato anima e corpo in una scrittura densa di ironia. E’ Fabio De Falco, “antieroe” dei tre romanzi, tra il giallo e il noir, di Maurizio Agnello, procuratore aggiunto a Trapani, il cui “Il ritratto del demone” (Leima edizioni) e’ da qualche mese in libreria.

Fabio De Falco, spiega Agnello all’AGI, e’ un magistrato “sempre in bilico tra il bene e il male, dilaniato tra queste due sponde. E’ bravo, conosce la legge e spesso la usa a suo uso e consumo. E’ recalcitrante alle norme, alle regole. E’ un simpatico, un single con rapporti complicati con le donne”. Attratto nell’ultima avventura dal fascino del Male ma ancora in grado di resistervi, De Falco non e’, tiene a precisare Agnello, l’alter ego dell’autore. Incarna, piu’ semplicemente, la necessita’ di “sperimentare una forma di scrittura diversa dal ‘giuridichese’ usato ogni giorno”.

E dal bisogno di uscire da una routine: “Ebbi una lite con un procuratore della Repubblica. Mi chiusi nella mia stanza, per un moto di rabbia, scrissi la prima pagina del primo dei miei libri”, mettendo in scena storie che, pero’, “non possono non trovare posto e scenario in Sicilia”. Palermo, sottolinea il magistrato-scrittore, e’ “protagonista”, sebbene De Falco “soffra sempre il fatto che non e’ la sua citta’”.

“Le mie sono storie di pura fantasia – tiene a sottolineare Agnello – ma in esse c’e’ del reale: i rapporti con la stampa, quelli con i colleghi, con le forze di polizia. De Falco e’ critico con un’antimafia di facciata. Odia una certa politica siciliana, con i questuanti a chiedere. Non volevo costruire a macchietta, ma un personaggio credibile, con storie credibili”. Come si sarebbe orientato De Falco nel caso Palamara? “Lui non ha rapporti con i colleghi, li disprezza e dunque non sarebbe rimasto coinvolto”, spiega Agnello, che svela un dettaglio che lo riguarda delle chat dello scandalo: “In una di queste Palamara mi definisce ‘incomprensibile outsider’. Per me e’ una medaglia al valore”.

Se un magistrato siciliano scrive romanzi, se trova oggi la voglia di creare e inventare storie, e’ forse anche perche’ la cappa di piombo che ha pesato sull’isola, e su Palermo in particolare, e’ scomparsa. “Mio padre – ricorda Agnello – era presidente dei Corte d’assise e i soldati li avevamo sul pianerottolo di casa. Le cose sono cambiate, e questo certamente ci ha resi un po’ piu’ liberi. Esserci allontanati da quel modo di vivere ha aperto la nostra fantasia. Da ex componente della Dda di Palermo le posso dire che oggi la mafia e’ fatta da ‘scassapagghiari’, gente non all’altezza. Chi nel 2000 era rapinatore me lo sono trovato come capofamiglia, ma io so che si tratta di poca cosa. La mafia non e’ stata sconfitta, ma e’ stata messa in condizioni di non nuocere. Poi c’e’ la mafia del pizzo, che cerca di conquistare le grandi commesse, i grandi appalti, e li’ c’e’ ancora tanto da fare”.

De Falco sara’ il protagonista del prossimo romanzo? “Si’. Nel prossimo volume, se sara’ pubblicato, e’ sulle orme di un superlatitante mafioso e agisce in un intreccio tra mala politica, criminalita’ mafiosa e criminalita’ comune. Come e’ tipico in Sicilia, si trova alle prese con qualcosa di diverso da cio’ che appare. Alla fine riuscira’ a sbrogliare la matassa, ma ha imparato a misurarsi con apparati infedeli dello Stato. Emerge, pero’, tutto il fascino del ‘lato oscuro della Forza’, per dirla con Guerre stellari: cerca di venire a patti con un criminale. Si lascia ammaliare dal male”.

AGI –  Infrange un tabù supremo, quello della possibilità e dell’ammissibilità di una relazione tra un ufficiale nazista e un’ebrea prigioniera ad Auschwitz, il docufilm ‘Se questo è amore’ che diretto dalla regista israeliana Maya Sarfaty, distribuito da Wanted cinema con il patrocinio dell’Unione delle comunità ebraiche, porta una storia vera e sicuramente divisiva nella narrazione dell’imminente Giorno della Memoria.

Il docufilm, visibile dal 27 gennaio sulle maggiori piattaforme, per la sua uscita italiana ha scelto un titolo che prende dichiaratamente spunto dal ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi, lasciando al pubblico la responsabilità della risposta e le necessarie considerazioni etiche, ha spiegato nella conferenza stampa da remoto la regista, che nel 2020 quando il suo docufilm è uscito in Israele, ha scelto invece di schierarsi contro la possibilità di un sentimento alla pari tra persecutore e perseguitata in un campo di sterminio, con il titolo ‘Love it was not’.

Nel suo docufilm, Sarfaty estende e approfondisce il suo minifilm del 2016 ‘The most beautiful woman’ sulla storia d’amore tra una giovane ebrea deportata ad Auschwitz nel ’42, la bella slovacca Helena Citron “dalla pelle di pesca” come la ricordano le compagne di prigionia, e un ufficiale austriaco delle SS, Franz Wunsch, che si innamora di lei quando l’ebrea destinata in libertà a una carriera da artista, viene chiamata a cantare al compleanno di un ufficiale nazista: intona la canzone tedesca ‘Love it was not’ che incanta Wunsch, uomo sadico capace di bastonare ferocemente i prigionieri, ma che per amore di Helena si prende cura di lei quando contrae il tifo, sfama anche le sue compagne che lavorano con lei al ‘Kanada’ l’agghiacciante magazzino in cui venivano stipati i bagagli e gli oggetti personali degli ebrei uccisi nelle camere a gas e, a un passo dalla doccia mortale, supplicato da Helena, riesce a salvare anche la sorella Roza, deportata dopo di lei, senza occuparsi però dei suoi due bambini, di cui uno neonato, gassati senza pietà.

Il docufilm si apre con una foto altamente scioccante, quella della bella Helena ritratta con la sua divisa da prigioniera dall’innamorato Wunsh sorridente e addirittura florida , a dispetto del luogo di morte, tortura e stenti, sovrapposta al tragico racconto dell’arrivo delle prigioniere ebree ad Auschwitz, denudate, palpate dai nazisti, ispezionate intimamente con uno strumento metallico.

E quindi procede con il materiale d’archivio del museo della Shoah di Gerusalemme Yad Vashem e della Shoà foundation, con la testimonianza di Helena, di sua sorella distrutta dall’uccisione dei figli, con quella di Wunsch invecchiato e sereno che nel giardino di casa rievoca tranquillamente Mengele, perfino sorridendo, ma soprattutto attraverso le interviste alle sopravvissute compagnie di prigionia ad Auschwitz di Helena e alla figlia di Wunsch.

L’ufficiale nazista avrebbe voluto proseguire la loro storia d’amore dopo la fine della guerra e continuò ad immaginare il loro futuro incollando ossessivamente la foto del viso di Helena a foto ambientate al mare o in altri luoghi ameni, lei si trasferì in Israele chiudendo ogni rapporto. Non si rifiutò però nel ’72, quando ricevette una lettera dalla moglie di Wunsh di andare a testimoniare a Vienna al processo che lo portava alla sbarra per i crimini compiuti durante l’Olocausto.

Helena disse la verità su aiuto e cure ricevute da Wunsh, ma lo sbugiardò quando lui raccontò che depresso dai suoi compiti nel campo di sterminio aveva chiesto di essere trasferito. Wunsh fu assolto dall’accusa di partecipazione ad omicidi di massa e da quella di crimini violenti contro i prigionieri ebrei.

“Si può parlare di vero amore e di libero arbitrio ad Auschwitz, in quelle condizioni di prigionia? Quella tra i ventenni Franz Wunsh ed Helena Citron era una relazione sicuramente squilibrata, con lui innamorato e lei animata da un sentimento che non andava oltre la gratitudine”. dice la  regista israeliana Maya Sarfaty .

Secondo la regista “Franz era un uomo sadico ma anche capace di dolcezza e compassione verso la sua amata Helena, sentimenti che non tolgono ovviamente nulla alla sua colpevolezza e Helena non era la tipica vittima ma una donna forte con uno spiccato spirito di sopravvivenza. E quando lui le chiese di cantare pregandola con un “bitte”, lei, come racconta nel docufilm “sentì la voce di un uomo che chiedeva “per favore” e non quella di una belva”.

Nonostante il tema più che delicato e controverso, Sarfaty non ha incontrato, racconta, “nessuna ostilità in Israele e nel mondo ebraico in genere” mentre con l’Austria che nel ’72 aveva assolto il criminale nazista Wunsh ha avuto problemi “evidentemente legati al rapporto della nazione con il suo passato”, sottolinea.

Sarfaty ha cominciato a lavorare alla storia d’amore tabù cinque anni fa, prima provando a raccontarla in un romanzo che non la soddisfaceva, poi realizzando un minifilm nel 2006 e quindi il docufilm. La storia di Helena e Franz, morti rispettivamente nel 2005 e nel 2009, la conosce però, ha raccontato, da quando negli anni Ottanta, da bambina, vide in tv un drammatico e indelebile show in cui Helena e sua sorella Roza,  si fronteggiavano, con la seconda che la incolpava di averla separata dai figli.

Il destino ha voluto che un’altra figlia di Roza diventasse poi l’insegnante di teatro della regista: insieme hanno rintracciato la figlia dell’ufficiale SS, l’elemento decisivo, con la sua testimonianza, del docufilm.

Tra il 2016 e il 2017 Sarfaty ha lavorato sull’ archivio dello Yad Vashem alla ricerca delle testimonianze delle ebree che lavoravano nel reparto Kanada del lager : “E’ stato un periodo terribile, le mie notti erano popolate da incubi”. Di quelle donne ne ha rintracciate e e intervistate personalmente sette, “una sorta di coro di tragedia greca che racconta piccoli momenti vita quotidiana interno del campo e la relazione tra i due, durata due anni e mezzo”. In Israele, ha sottolineato, c’è molta voglia di collaborare alla memoria di quel tempo tragico. Una sola sopravvissuta non se l’è sentita di partecipare al docufilm: “So che è importante ma non ce la faccio a tornare indietro”, le ha detto, meritandosi la sua comprensione. 

 

AGI – Sarà Procida la Capitale italiana della cultura 2022. Prenderà il testimone da Parma che, a causa della pandemia, terrà in mano il titolo un anno in più del previsto. Lo ha deciso la Giuria per la selezione della città Capitale italiana della cultura 2022, presieduta dal professor Stefano Baia Curioni che ha raccomandato al ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini il progetto di candidatura presentato dalla città campana scelta tra dieci finaliste su 28 che in origine si erano candidate.

In gara c’erano anche Ancona, Bari, Cerveteri (Roma), L’Aquila, Pieve di Soligo (Treviso), Taranto, Trapani, Verbania, Volterra (Pisa).

“Parliamo della Capitale italiana della cultura 2022, quando saremo tornati alla normalità e il turismo sarà ripartito”, ha detto il ministro Dario Franceschini collegato su Zoom nella conferenza stampa virtuale.

Nel 2023 titolo ex lege a Bergamo e Brescia per le sofferenze del Covid. Inoltre L’Aquila sarà Città europea dello Sport 2022 mentre Taranto è già stata scelta per ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2026. 

Il ministro Franceschini ha letto la motivazione che ha portato a premiare il progetto presentato da Procida in cui titolo era: “La cultura non Isola”.

“Il contesto dei sostegni locali regionali, pubblici e privati, e’ bel strutturato. La dimensione patrimoniale paesaggistica del luogo è straordinaria – ha detto il ministro – la dimensione lavoratoriale che comprende aspetti sociali e diffusione tecnologica è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee. Il progetto potrebbe determinare, grazie alla combinazione di questi fattori un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del Paese. Il progetto inoltre – ha detto ancora Franceschini – è capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi al Paese nei mesi che ci attendono”.

Con Procida per la prima volta un piccolo Comune diventa Capitale italiana della cultura dal 2016, quando questo riconoscimento è stato istituito (i vincitori sono stati: Mantova nel 2016, Pistoia nel 2017, Palermo nel 2018, Parma nel 2020 proprogato al 2021 per il Covid; 2019 non fu assegnato perché Matera è stata designata Capitale europea della cultura). Ora l’isola di fronte a Napoli avrà un milione di euro per realizzare quanto sognato e progettato e avrà una buona occasione per stare – per un anno intero – sotto i riflettori del turismo nazionale e non solo.

Le altre città finaliste ci potranno riprovare nei prossimi anni, a partire dal 2024. Intanto il ministro Franceschini anticipa quello che sarà l’indirizzo del suo dicastero nei prossimi anni e nelle prossime edizioni: “È un po’ come l’Oscar – ha spiegato – c’è la vincitrice ma ci sono anche le nove finaliste che si fregiano del titolo di ‘candidato al premio Oscar’. Per questo dobbiamo creare un meccanismo per cui, essere finalista sia già in sé un titolo e anche un riconoscimento da parte dello Stato. Ci lavoreremo nei prossimi anni”, ha concluso. 

AGI – Sarà il regista Bong Joon-ho (Parasite, Snowpiercer, Memorie di un assassino) a presiedere la Giuria internazionale del Concorso della 78esima ‘Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica’ della Biennale di Venezia (in programma dal 1 all’ 11 settembre 2021), che assegnerà il Leone d’oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali. La decisione è stata presa dal cda della Biennale, che ha fatto propria la proposta del direttore artistico del settore cinema, Alberto Barbera.

“La Mostra di Venezia porta con sè una lunga e ricca storia, e sono onorato di essere coinvolto nella sua meravigliosa tradizione cinematografica” ha detto Bong Joon. “Come presidente della Giuria – e soprattutto come incorreggibile cinefilo – sono pronto ad ammirare e applaudire tutti i grandi film selezionati dal Festival” ha aggiunto.

“La prima, bella notizia della 78esima edizione della ‘Mostra del Cinema di Venezia’ è che Bong Joon-ho ha aderito con entusiasmo alla proposta di presiederne la Giuria” ha commentato Alberto Barbera.

La Giuria internazionale di Venezia, che sarà composta complessivamente da 7 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi, è chiamata a individuare i lungometraggi in Concorso ai quali saranno assegnati i seguenti premi ufficiali:

  • Leone d’Oro per il miglior film
  • Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria
  • Leone d’Argento – Premio per la migliore regia
  • Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile
  • Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile
  • Premio per la migliore sceneggiatura
  •  Premio Speciale della Giuria
  •  Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente.

La premiazione avrà luogo nella serata conclusiva l’11 settembre 2021. 

AGI – La ‘ndrangheta è l’organizzazione più potente e ramificata del mondo. Non esiste continente immune dal contagio delle famiglie mafiose originarie della Calabria. La sua è una storia secolare, tuttavia solo di recente al centro di studi, analisi, inchieste, che hanno rivelato la vera essenza della mafia calabrese.

C’è un impasto di codici arcaici e liturgie ipermoderne che la rende adattabile a ogni contesto economico, finanziario e politico. In Calabria come nell’Ontario, dalla Germania fino all’Australia, la ‘ndrangheta è una multinazionale del crimine, specializzata nel narcotraffico, nella gestione dei grandi appalti, nella fornitura di servizi alle imprese e alla politica, dallo smaltimento di rifiuti alle provviste di pacchetti di voti per le elezioni.

L’Atlante illustrato della ‘ndrangheta (Rizzoli, 208 pagine, 29,90 euro), dopo aver raffigurato le “regole sacre” con i riti, i codici e le simbologie, parte per un viaggio dall’epicentro di Reggio Calabria verso Crotone, Kroton, Lamezia, Catanzaro, Cosenza per arrivare al mondo: Canada, New York, Sud America, Australia. Il capitolo dedicato ai paesi contaminati dell’Europa, si intitola “Europa nostra”. L’ultimo capitolo percorre le rotte del narcotraffico: la cocaina, il principio di tutto.

L’autore è Giovanni Tizian, giornalista del ‘Domani’, ha collaborato con “La Repubblica”. Suo padre, Peppe, un funzionario di banca che non si era piegato al malaffare mafioso, è stato ucciso a colpi di lupara la notte del 23 ottobre 1989, a Locri. Un delitto rimasto impunito su cui Giovanni ha in seguito indagato.

La famiglia Tizian ha lasciato allora la Calabria per trasferirsi in Emilia. Laureato in Criminologia presso l’Università di Bologna, Tizian ha pubblicato prima sulla “Gazzetta di Modena” vincendo nel 2012 il premio Enzo Biagi, poi sul mensile “Narcomafie” e sul portale Stop’ndrangheta.it. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, collaborando con “daSud”, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. È autore del saggio-inchiesta Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (2011). Nel 2013 con La nostra guerra non è mai finita. Viaggio nelle viscere della ‘ndrangheta e nella memoria collettiva (Mondadori) vince il premio Gian Piero Orsello – Città di Civitavecchia. Del 2014 è Il clan degli invisibili, sempre per Mondadori. Dal 2011 vive sotto scorta. Nel 2018 il suo libro Rinnega tuo padre (Laterza) ha vinto il premio Siani. Nel 2019 firma con Stefano Vergine, Il libro nero della Lega (Laterza). Nel 2019 per Rizzoli ha pubblicato Atlante illustrato di Cosa nostra.

AGI – La luce e la bellezza oltre le macerie del terremoto del Belice. Si chiudono le celebrazioni per il centenario della nascita di Pietro Consagra e un video dell’assessorato regionale ai Beni culturali e della Fondazione Orestiadi racconta la straordinaria figura dell’artista che più di ogni altro ha segnato il progetto di ricostruzione di Gibellina, trasformata in uno dei siti più suggestivi della  Sicilia. 

Il video diretto da Alfio Scuderi e Dario Palermo e girato nella città del Belice, è un racconto per immagini di un artista che ha attraversato le fasi principali dell’arte internazionale del XX secolo, e del suo rapporto con Gibellina, scandito dai testi di Ludovico Corrao, il sindaco-intellettuale artefice della ricostruzione della città e dello stesso Pietro Consagra, recitati dalla voce narrante di Filippo Luna e accompagnati dalle musiche originali, eseguite dal vivo, di Gianni Gebbia.  

Siciliano di nascita, Pietro Consagra si inserisce a pieno titolo tra i maestri dell’arte astratta italiana del dopoguerra, insieme agli amici Carla Accardi di Trapani e Antonio Sanfilippo di Partanna, anch’essi parte del gruppo Forma. Rispondendo per primo all’appello di Ludovico Corrao, che dopo il terremoto del ’68 si impegnò per rendere Gibellina città d’arte, fu capace di coinvolgere nell’opera di ricostruzione numerosi, architetti e intellettuali.

Da lì nacque un rapporto fortissimo con Gibellina, reinterpretando anche alcune espressioni della tradizione locale, come il carro del santo patrono ed i ‘prisenti’, i drappi esposti in occasione delle processioni, fino alla scelta di esservi sepolto dopo la morte, avvenuta a Milano nel luglio del 2005.

Passando dalla “Stella d’ingresso al Belice” alla “Città di Tebe”, la creatività astrattista di Consagra, è ripercorsa nel video attraverso le immagini delle vie e delle piazze di Gibellina, il cui progetto di ricostruzione fu un progetto di rinascita di un’intera comunità, comunque sempre attuale.

“Un sentimento profondo del suo essere artista”, disse Ludovico Corrao, “che lo porta a servizio delle ricamatrici di Gibellina, dei giovani ceramisti, delle famiglie che gli chiedono di disegnare i cancelli delle cappelle funerarie del nuovo cimitero, il Carro e il ‘prisenti’ per la processione di San Rocco patrono della città, gli archi e le luminarie per le feste, i gonfaloni per gli addobbi delle strade, i sedili per il riposo lungo le vie alberate”.

Una lezione che conferma il valore dell’arte “che non è mai arte minore. Una testimonianza forte e generosa del significato della rifondazione di una città. Rifonda cioè una nuova città che è antica ma che continua il rito del viaggio del nomadismo, delle contaminazioni, e proclama la sua fede nel futuro. Consagra in realtà reinterpreta con profondità di pensiero i segni e le forme possenti del Mediterraneo. Una felice riprova ne è la Porta del Belice, amata con tutto il cuore da queste genti e chiamata ormai Stella di Gibellina”. 

AGI – Il Vittoriale degli Italiani compie cento anni. Era il 21 ottobre 1921 quando Gabriele d’Annunzio acquistò dal governo italiano per 130 mila lire di allora Villa Cargnacco, a Gardone Riviera, sulla sponda bresciana del lago di Garda. Per il complesso di edifici, di vie, di piazze, finanche un teatro all’aperto, oltre a giardini e corsi d’acqua, eretto tra il 1921 e il 1938 da d’Annunzio su progetto dell’architetto Giancarlo Maroni, si annuncia un anno particolare.

Anzi sarà “l’anno del rilancio”, come sottolinea Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nella relazione che sintetizza l’attività svolta nel 2020, in un anno dominato dal Covid e però qui, in un luogo accarezzato dal Garda, “non ci si è pianti addosso”, anzi “contro ogni avversità, abbiamo lanciato la nostra sfida all’afflizione e, ancora nelle feste di fine anno, erano aperti cinque cantieri nel Vittoriale chiuso. Abbiamo lavorato freneticamente, duramente, per concludere il decennale progetto Riconquista e far trovare ai visitatori un Vittoriale del tutto restaurato e aperto in ogni luogo” di questo complesso nato a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la Prima guerra mondiale.

Una relazione che si apre con quella che il presidente definisce una “buona notizia”, vale a dire “nessuno – nessuno – fra i molti lavoratori e i moltissimi collaboratori del Vittoriale è stato colpito dal morbo che ci affligge. Non possiamo dunque averlo inflitto ai nostri visitatori. Lieti di questo primo dato, al Vittoriale degli Italiani non ci si piange addosso: è inutile parlare dell’enorme danno alla vita, alla gioia di vivere – e all’economia – che tutti abbiamo subito. Dai 279.328 visitatori del 2019 siamo passati ai 113.700 del 2020: niente, rispetto agli oltre 300.000 previsti, ma un buon trampolino per ripartire”.

Il centenario sarà celebrato in molti modi – promette Guerri, il cui terzo mandato scadrà a dicembre prossimo -, anzitutto estendendo l’offerta di un ingresso gratuito al Parco agli operatori sanitari, non più soltanto a quelli lombardi, ma anche a quelli che verranno da ogni parte d’Italia. Fra le altre iniziative, verrà pubblicato un volume che ripercorre per la prima volta l’intera storia del Vittoriale, dall’arrivo a Gardone Riviera di Gabriele d’Annunzio a oggi.

“Un secolo è un’età bambina, per un monumento nazionale che ha superato indenne la Seconda guerra mondiale e che supererà anche questa prova, verso un futuro enormemente più lungo del suo passato. A Riconquista compiuta, infatti, il lavoro non è finito – assicura Guerri -, c’è ancora molto da fare, che non dico. Ma occorrerà, per esempio, provvedere alla sistemazione dell’altro lato delle Vallette, la Cascina Fraole, bene immobiliare preziosissimo e finora mai utilizzato”. Quindi, “ripartiamo da 100”.

Il punto sui restauri

Nella sua relazione-consuntivo 2020, il presidente della fondazione parte proprio da Riconquista, evidenziando che a gennaio e febbraio 2020 sono proseguiti i lavori per l’ambizioso progetto di completamento del Parlaggio, con la pavimentazione in marmo rosso di Verona, “come voluto dal Vate”, grazie a un finanziamento dell’assessorato alla Cultura di Regione Lombardia, a un prestito a tasso zero della banca La Valsabbina e a un notevole sforzo economico del Vittoriale. Nel mese di marzo sono state poi installate le nuove poltroncine nella platea del Parlaggio, e con un innovativo sistema di fissaggio sono state appoggiate al prezioso marmo senza ledere la pietra.

Sempre grazie a un “accurato finanziamento di Regione Lombardia”, a settembre sono iniziati gli importanti lavori di riqualificazione della Piazzetta Dalmata e di Piazza Esedra, con la pulitura dei marmi e la riqualificazione degli intonaci secondo il colore originale, proseguendo cosi’ il lavoro iniziato con la pulitura dell’ingresso principale del Vittoriale e del viale d’ingresso. Allo stesso tempo, con il bando “Beni Aperti” indetto da Fondazione Cariplo ha preso il via la realizzazione, presso il Casseretto, del nuovo Museo Maroni, con l’approvazione del progetto da parte della Sovrintendenza.

Grazie al contributo del Mibact, nei mesi di ottobre e novembre sono iniziati i lavori di restauro di due obici della Prima guerra mondiale e dello SVA del Volo su Vienna. Sono continuati i restauri delle stoffe grazie alla campagna “Adotta una stoffa, adotta un cuscino”. Interventi di restauro sono stati eseguiti anche su una serie di vetri e ceramiche e, grazie alla collaborazione con la Selleria Bresciani di Bovezzo, sulle selle in cuoio appartenute a Gabriele d’Annunzio.

In novembre sono iniziati i lavori di riqualificazione di Villa Mirabella, che, dopo i necessari interventi, accrescera’ gli spazi museali della Fondazione. Infine, è terminata la riqualificazione del roseto dei giardini privati, grazie al progetto L-ODO-ROSA, che ha permesso la messa a dimora della preziosa rosa “Gabriele d’Annunzio”, varietà ibridata espressamente per il Vittoriale degli Italiani. Peraltro proprio la rosa “Gabriele d’Annunzio” ha vinto la Medaglia d’oro per le nuove rose al prestigioso Concorso di Roma 2020 e il premio per la rosa con il miglior profumo al Concorso Internazionale delle nuove rose a Madrid. 

Lo scorso anno erano previste giornate speciali al Vittoriale. Come quella programmata per il 15 febbraio dalla Fondazione con la Società di Studi Fiumani, quando è stata data sepoltura ai resti di Riccardo Gigante, sindaco di Fiume e senatore d’Italia, ucciso nel 1945. I resti erano stati recentemente rinvenuti in una fossa comune. Gabriele d’Annunzio, quando decise di costruire il proprio Mausoleo, scelse dieci amici, compagni di guerra e dell’Impresa fiumana, perché lo accompagnassero in altrettante urne disposte a cerchio. Su una di queste è inciso il nome di Riccardo Gigante, ora tumulato lì a coronare la storia di un’amicizia nata e cresciuta nella Fiume italiana. Gli altri sono Guido Keller, Giuseppe Piffer, Ernesto Cabruna, Mario Asso, Italo Conci, Adriano Bacula, Antonio Locatelli, Luigi Siviero e Antonio Gottardo.

L’inaugurazione del Parlaggio

C’è poi la data del 4 luglio, quando è stato inaugurato il Parlaggio, come d’Annunzio volle chiamare il teatro, anzi la immaginò come “una conca marmorea sotto le stelle”, luogo ideale – per il poeta – per rappresentare i propri spettacoli, naturalmente immerso nella splendida cornice del Vittoriale. Il Parlaggio era rimasto incompiuto fino a oggi per mancanza di fondi. L’opera di completamento dell’Anfiteatro, realizzata da Margaf SPA, era pronta per l’inaugurazione il 12 marzo, compleanno di d’Annunzio, ma l’emergenza Covid costrinse al rinvio al 4 luglio.

Il Parlaggio ha ospitato il 29 luglio il primo concerto nella sua nuova veste in marmo rosso di Verona. Sul suo palcoscenico panoramico si è riunita l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano eseguendo il programma Anniversario Ludwig van Beethoven, sotto la direzione del Maestro Ga’bor Taka’cs-Nagy. Nelle attività 2020 della Fondazione Il Vittoriale, anche cinque incontri in tema dannunziano tra luglio e agosto alla Versiliana, inoltre il convegno dal tema “D’Annunzio legislatore. Costituzioni, visioni, utopie dell’Impresa Fiumana”, in occasione del Festival dannunziano di Pescara, a settembre all’Aurum del capoluogo abruzzese. Il 6 settembre il Parlaggio è tornato a ospitare l’Ensemble I Pomeriggi Musicali di Milano.

‘Va, pensiero…’ è il titolo del programma affidato alla direzione di Jacopo Brusa, per sottolineare l’omaggio a Verdi in apertura di serata con il celebre coro dall’opera Nabucco trascritto per ensemble di fiati. Poi ‘Una risposta di alta vita’ il 26 settembre, quando la Fondazione ha reagito mantenendo fede, di fronte al proprio pubblico affezionato, alla tradizione della festa settembrina, con un ricco calendario di attività. Il Vittoriale ha aperto gratuitamente le porte al pubblico a partire dalle ore 15.00, inaugurando nuove esposizioni e accogliendo nuovi doni. 

Nel bilancio 2020 anche il dato relativo agli Archivi e alla Biblioteca dannunziana, frequentato da 101 studiosi. Sono 532 le nuove acquisizioni di libri della Biblioteca Dannunziana Corrente; 839 gli articoli di giornale dell’anno 2020 dell’Archivio Ritagli. Nuove donazioni, nuovi depositi e nuove acquisizioni hanno arricchito gli Archivi. Durante il periodo di lockdown il Vittoriale è rimasto fermo, “ma non inerte”, precisa Guerri: le attività internet hanno diffuso arte e cultura attraverso numerose rubriche web. Il Vittoriale ha aperto – virtualmente – le sue porte, grazie a Google Arts and Culture, permettendo ai visitatori di fruire delle bellezze del Parco e della Prioria anche a distanza.

La Fondazione ha inoltre aderito alle campagne social #iorestoacasa e #ioleggodacasa promosse dal Mibact, con inediti consigli di lettura, approfondimenti su oggetti poco noti conservati nella casa del Vate, quiz interattivi molto amati dal pubblico, immagini d’autore della Prioria e brevi testi in occasione di #Fiume100, il centenario dell’impresa fiumana del poeta-comandante.

Come ogni anno importanti artisti hanno voluto rendere omaggio alla figura di Gabriele d’Annunzio donando le loro opere. Non sono mancate inoltre le mostre. Particolare importanza è stata data al rapporto tra il Vittoriale, i giovani, la scuola e il lavoro. Nel corso dell’anno il Vittoriale ha avviato numerosi progetti dedicati alle scuole e ai giovani. La Fondazione svolge un ruolo attivo nella formazione dei ragazzi offrendo esperienze di alternanza scuola lavoro, tirocini curriculari universitari e progetti di Servizio Civile Nazionale.

Tra le diciotto convenzioni attive: l’Università Bocconi di Milano, il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Università degli Studi di Bologna. Per l’anno scolastico 2019-2020, il Vittoriale ha proposto alle scuole due progetti didattici che hanno coinvolto scuole di diverse regioni: Il progetto ‘La Carta del Carnaro: Qui si forma l’uomo libero’, rivolto alle Scuole Secondarie di II grado; il progetto ‘Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte’, rivolto alle Scuole Primarie e Secondarie di I grado.

Invece ‘1921- 2021 Il Vittoriale una “inimitabile” infinita avventura’ è il progetto didattico proposto per l’anno scolastico 2020-2021, in occasione del Centenario del Vittoriale. Infine, il 3 novembre si è svolta una video conferenza tra il Vittoriale degli Italiani e la Scuola Navale Morosini, sui rapporti che legano d’Annunzio e la Marina Militare.

AGI – “‘L’italiano non è l’italiano: è il ragionare’, disse il professore. ‘Con meno italiano lei sarebbe forse ancora più in alto'”. Nella trasposizione cinematografica di “Una storia semplice”, Gian Maria Volontè ‘diventa’ Leonardo Sciascia, pronuncia questa battuta e infligge all’orgoglio del magistrato un colpo mortale, dopo che quest’ultimo si era appena vantato dei ‘3’ affibbiati nel registro a scuola.

“La cultura umanistica in generale e la lettura dei romanzi – spiega all’AGI Paolo Squillacioti, curatore per Adelphi della nuova edizione delle opere dello scrittore siciliano – non serve per dare delle nozioni, ma per formare gli stessi meccanismi del ragionamento. La materia intesa dal procuratore, come inutile orpello che disturba il percorso verso una professione era invece per Sciascia ciò che dà sostanza all’intero ragionamento e quindi anche a un esercizio corretto della professione di magistrato o di qualunque altra professione. E’, appunto, il ragionare. Gian Maria Volontè nel film è straordinario perchè fornisce una inflessione particolare a quella battuta indimenticabile. Tra l’altro, nel film si atteggia quasi a Sciascia, che non ha mai avuto parte attiva nelle scelte dei registi che hanno tratto film dalle sue opere nè sulla scelta degli attori, anche se credo che la scelta caduta su Volontè non dovesse dispiacergli”.

Quello tra Sciascia e il cinema è stato un colpo di fulmine. “Teneva distinti i due linguaggi, quello del romanzo e quello del cinema”, sottolinea Squillacioti, ma l’amore per il grande schermo nacque prima, quando era bambino. “Il cinema – aggiunge – era un modo di evadere dalla realtà siciliana degli anni Venti-Trenta, piuttosto arretrata. Era uno spettatore assiduo, agevolato anche dal fatto che un suo parente lavorava in una sala cinematografica: vedeva fino a due film al giorno, scriveva recensioni dando stellette, anticipando l’uso che viene fatto oggi dai critici. L’amore, come tutti gli amori, a un certo punto fini'”.

Scrisse anche diversi soggetti, che oggi sono raccolti nel volume “Questo non è un racconto” per la casa editrice di Roberto Calasso: “Su proposta di Lizzani, un soggetto è ispirato alla vicenda di Serafina Battaglia, che decise di farsi vendetta usando lo Stato come vendicatore; per un altro soggetto ho ipotizzato fosse quello frutto di un contatto tra lui e Lina Wertmuller; il terzo soggetto è più che altro un dialogo tra due personaggi sul soggetto da scrivere: si tratta di una storia di mafia americana, e di un vecchio boss che dopo aver abbandonato i suoi giri criminali, rientra per una missione e rievoca i propri ricordi. Il committente della storia è Sergio Leone, e la trama è sostanzialmente quella di ‘C’era una volta in America’”.

Filologo e direttore dell’Istituto Opera del Vocabolario Italiano, Paolo Squillacioti lavora sulle opere dello scrittore di Racalmuto dal 2010. Undici anni di un lavoro, che prosegue seguendo procedure rigorose: “Per i romanzi – spiega – ho esaminato i dattiloscritti dell’autore; ho esaminato le versioni che Sciascia anticipava su riviste e giornali, li ho messi a confronto e ricostruito il testo cercando di ripristinarlo nel miglior modo possibile: operazione normale per tutti gli autori del Novecento, ma che per Sciascia non era stata ancora fatta. Ho avuto il privilegio di aprire questa strada“.

E d’altronde, gestazioni di opere come “Il giorno della civetta” si rivelarono laboriose per lo stesso scrittore siciliano. “Sciascia – racconta Squillacioti – pensava a questo romanzo da molto tempo. La prima versione conteneva riconoscibilissime coperture del potere in un delitto di mafia: le funzioni del prefetto, del procuratore della Repubblica, del capo del polizia, disse, erano talmente evidenti che rischiava l’incriminazione per vilipendio. Dopo averlo terminato, lo riscrisse e velò le funzioni di coloro che coprono gli esecutori del delitto. Velò, ma non annullò. Nel romanzo vi sono piccoli elementi, che consentono di risalire a quelle autorità (ad esempio, quando un personaggio risponde al telefono e si rivolge all’interlocutore chiamandolo ‘eccellenza’, ovvero il prefetto), per cui è una velatura che a ben vedere non nasconde ciò che Sciascia voleva dire: la mafia si è servita per avere il controllo assoluto del territorio di coperture ad altissimo livello”.

Quanto agli scritti giornalistici, Sciascia stesso li raccoglieva e, di conseguenza “il confronto con i dattiloscritti ha consentito di recuperare alcuni elementi testuali da un lato e di dimostrare, dall’altro, il percorso seguito dall’autore nella rielaborazione, mai ossessiva. Per qualcuno di questi libri come ‘A futura memoria’, c’è stato un lavoro molto più ampio, perchè c’era stata fretta nel farlo uscire appena un mese dopo la sua morte, ed è nata una nuova versione dei suoi scritti giornalistici più noti”.

Quel che arriva alla letteratura e alla politica italiana, da Leonardo Sciascia, è una nuova lingua, quella del ragionare. “A differenza di quella di Gadda, grande mescolatore di lingue parlate – rileva il filologo – Sciascia aveva una lingua standard, ma con elementi in qualche modo arcaizzanti, che riprendevano moduli linguistici tardo ottocenteschi o primo novecenteschi. Si tratta di elementi peculiari, piallati dall’attività delle case editrici: ‘sopratutto’ senza una t; ‘cosidetto’ senza la doppia d. A questi elementi lui teneva moltissimo, ma spesso venivano modificati. Aveva anche una sintassi particolarmente elaborata con elementi che derivavano dal siciliano, ma qualche volta semplificata nel lavoro redazionale. E ancora: concordanze a senso, con testo non perfettamente bilanciato. Dal mio lavoro è venuto fuori anche un restauro linguistico, di elementi grafici, in qualche caso morfologici, lessicali e sintattici”.

Il centenario di Sciascia cade nello 700esimo anno della morte di Dante Alighieri. Possiamo azzardare un paragone? “Sono due figure difficilmente paragonabili – risponde Squillacioti, che di Dante è studioso – ma, volendo forzare, certamente sono due intellettuali che hanno posto la propria libertà al di sopra di ogni cosa. Dante lo ha pagato sul piano personale in maniera molto dura con l’esilio e Sciascia con profonde incomprensioni finchè era vivo e sapeva ben difendersi, ma soprattutto quando non ha potuto più farlo direttamente. Inoltre, l’afflato civile è di entrambi: Sciascia riteneva che la letteratura avesse senso solo se poteva incidere sulla realtà; nella Divina Commedia Dante è quasi uno scrittore militante”.

Quali titoli preferisce, di Leonardo Sciascia? “Per quel che riguarda il romanzo, ‘Il Contesto- Una parodia”, con un sottotitolo che indica l’ironia con cui Sciascia penetra i meccanismi del potere; per la saggistica, ‘Nero su nero’, raccolta di scritti molto brevi e penetranti, da cui si comprende la grande capacita’ di tenere insieme cose molto diverse; tra i racconti-inchiesta, forma ripresa da Manzoni e portata da Sciascia alla massima espressione, “La scomparsa di Majorana”. E tutti i libri degli anni Settanta, il decennio a mio avviso più interessante e più innovativo” dello scrittore di Racalmuto.

AGI – La tomba di un bimbo; le olive come offerta per propiziarsi l’aldilà. La necropoli messapica di Monte d’Elia, ad Alezio (Lecce), grazie a una prima campagna di ricerca condotta dal Laboratorio di Archeologia classica dell’Università del Salento, sotto la direzione di Giovanni Mastronuzzi, offre nuove testimonianze di una civiltà antica. 

I ritrovamenti

Una piazza cerimoniale, numerose tombe, tra le quali quella appunto di un bambino, un ossario, i resti di olive, sono solo alcune delle nuove scoperte. Concluse nei giorni scorsi le operazioni di scavo, si prosegue ora con le analisi dei reperti a cura di un team di ricercatori del Cnr – Isp, Ivan Ferrari e Francesco Giuri, archeologi professionisti formati dall’ateneo, Patricia Caprino e Francesco Solinas, e le studentesse del corso di laurea magistrale in Archeologia, Irina Bykova ed Elisa Lauri.

Le indagini avvengono in regime di concessione ministeriale del Mibact e in accordo con la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, con il contributo economico del Comune di Alezio e dell’ateneo salentino.

L’analisi

“Nell’arco di alcune settimane di ricerche sono emersi nuovi fondamentali dati per la conoscenza della civiltà messapica, innanzitutto attraverso la ricostruzione topografica dell’area di Monte d’Elia e il riconoscimento dei rituali funerari lì praticati nell’antichità – spiega Mastronuzzi – alcuni saggi di scavo hanno permesso di recuperare informazioni sulla morfologia dell’area, sull’andamento del rilievo collinare che accoglie la necropoli di Alezio, da cui è possibile osservare, su un lato, il mare e, sull’altro, l’antico insediamento messapico.

Di estrema importanza è il dato che concerne l’identificazione di una grande piazza cerimoniale intorno alla quale, all’interno di recinti costruiti con grandi massi, si concentravano i gruppi di tombe appartenenti a nuclei di famiglie o clan. Questa costituiva il punto di arrivo delle processioni che accompagnavano il defunto nell’ultimo viaggio dalla casa al luogo del seppellimento.

Elementi di maggiore dettaglio  provengono dallo scavo di sepolture che non furono intercettate nel corso delle indagini degli anni Ottanta dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia. È stata infatti identificata una fossa, dotata di pavimento in blocchi di calcare e di cornice in carparo, al cui interno erano accumulati i resti di almeno 12 individui. Un ossario, insomma, collegato al funzionamento della necropoli e alla prassi del riuso delle strutture funerarie per varie deposizioni. Abbiamo rinvenuto alcuni oggetti appartenenti ai corredi, come una lucerna, un piatto, una trozzella, tipico vaso della civiltà messapica, due pesi da telaio e un puntale di giavellotto”.

Gli oggetti

Con alcuni di questi oggetti veniva identificato il sesso del defunto nel corso della cerimonia di inumazione (la trozzella per le donne, le armi per gli uomini), indicando anche rango e ruolo ricoperti in vita. Il  bambino, in particolare, è stato sepolto infatti in un piccolo sarcofago con  un bicchiere per il vino (skyphos), un’anforetta, un sonaglio e un astragalo per giocare, e anche uno strigile.

Quest’ultimo è un oggetto in uso gli atleti, “forse un dono – sostiene Mastronuzzi – che sottolinea il mancato raggiungimento dell’età adulta”. Intorno alla tombe vi sono numerose deposizioni secondarie con “resti di inumati precedentemente collocati all’interno di sarcofagi potevano essere rimossi e spostati per accogliere nuove deposizioni. Le ossa e gli oggetti di ornamento personale, come anelli e spille, venivano religiosamente raccolti e ricollocati nelle immediate vicinanze delle tombe”.