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Musica, canti, lettura dei classici, danze, scenette comiche, al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma si è celebrato così il capodanno cinese con l’entrata nell’anno del Maiale 2019.

Alla decima edizione dell’evento, promosso in collaborazione con l’Istituto Confucio dell’Università La Sapienza di Roma, hanno presenziato il sottosegretario del ministero dello sviluppo economico, Michele Geraci, l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, S.e. Li Ruiyu ed altre Autorità diplomatiche ed accademiche.

Ad alternarsi sul palco gli alunni dei diversi anni del corso di studi, hanno recitato con cinese fluente, ancora una volta per dimostrare i fruttuosi risultati ottenuti dal loro studio al Convitto, che ha attivato il Liceo scientifico internazionale con opzione Lingua cinese nel 2009. Come ha sottolineato Geraci, l’importanza di guardare alla Cina sui 3 livelli “politico, economico e culturale” assicurando la loro conoscenza del Paese sarà “un investimento con ritorno positivo”.

L’ambasciatore Li ha evidenziato il promettente ruolo che assumerà tra i giovani italiani, “I rapporti bilaterali Italia-Cina vivono una fase migliore” in tutti campi. In particolare riguardo l’economia, “nel 2018, gli interscambi commerciali tra Cina e Italia sono arrivati a 54,2 miliardi di dollari, un nuovo record assoluto”. L’ambasciatore ha elogiato la padronanza e la conoscenza linguistica degli studenti che, ha sottolineato, avranno maggiori possibilità di successo proprio grazie all’impegno politico dei due Paesi.

il Rettore  del Convitto nazionale, Paolo Maria Reale ha sottolineato, orgoglioso,  come quella del 2019 sia la decima festa di primavera al Convitto e la sua quinta, come Rettore che ha continuato e consolidato il Progetto del Liceo scientifico internazionale cinese.

Nel corso della cerimonia, sono stati consegnati agli studenti del Liceo Scientifico Internazionale con opzione lingua cinese i diplomi delle certificazioni HSK rilasciate da Hanban nel 2018. Il Prof. Francesco Alario, responsabile dell’Aula Confucio, è convinto che gli studenti del convitto possano candidarsi a essere ambasciatori di pace e soggetti della nuova Via della Seta

(ha collaborato Wang Jing)

“La paranza dei bambini”, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Il film italiano in concorso al Festival di Berlino è tratto dal libro di Roberto Saviano che ha firmato anche la sceneggiatura con Maurizio Braucci e il regista Claudio Giovannesi.

Il 1 novembre 1944 i partigiani jugoslavi entrano in una Zara distrutta dai bombardamenti angloamericani. È un cumulo di macerie anche la distilleria Luxardo, che per oltre un secolo aveva fornito alle Case Reali di mezza Europa quel liquore di ciliegie marasche che Gabriele D’Annunzio aveva battezzato “sangue morlacco” nei giorni dell’impresa fiumana, durante i quali scorreva a litri nelle gole dei legionari. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, il maggiore dei fratelli della quarta generazione, Nicolò, presidente della locale Camera di commercio e deputato cittadino, aveva cercato riparo dalle bombe a Selve, un’isoletta del mare limitrofo, insieme alla moglie Bianca Ronzoni. Sarà lì che gli uomini di Tito li avrebbero prelevati il 30 settembre 1944, gettati in mare e percossi con i remi finché non fossero annegati. Destino condiviso in quei mesi da decine di concittadini.

Dietro le violenze commesse dagli jugoslavi sulla popolazione italiana non c’era solo il desiderio di vendetta dopo l’italianizzazione forzata dell’area imposta dal regime fascista a forza di fucilazioni e deportazioni di civili nei campi di concentramento. C’era un disegno lucido: appropriarsi delle attività produttive più importanti delle città e farne fuori i titolari per far capire alla popolazione chi fosse il nuovo padrone. Nondimeno il secondo fratello, Pietro, direttore di produzione dell’azienda, fece parte della delegazione cittadina che accolse i miliziani. Era anche lui un uomo importante. Consigliere della locale filiale della Banca d’Italia e vicepresidente di quella che, dopo l’annessione di quei territori sancita dal trattato di Rapallo del 1920, era diventata la più piccola provincia italiana, Pietro volle provvedere al passaggio di consegne con le nuove autorità. Che lo arrestarono subito.

Dopo aver fatto sfollare la famiglia in campagna, Pietro Luxardo era rimasto in città per cercare di portare avanti la produzione, vivendo in una baracca nei pressi del cimitero e arrendendosi solo una volta che i bombardamenti avevano inflitto danni irreparabili alla distilleria. Il nipote Franco racconta che, mentre gli ordigni piovevano dal cielo, l’antenato percorse il circondario in bicicletta per consegnare la liquidazione a tutti e 250 gli ormai ex dipendenti, sia italiani che slavi. 

L’onta della condanna a morte postuma

Due giorni dopo l’arresto, Pietro fu prelevato dai partigiani e di lui non si seppe più nulla. Ma è assai probabile che la sua sorte sia stata la stessa del fratello. Alcuni testimoni affermarono infatti di averlo visto salire, sotto minaccia armata, su una di quelle barche che prendevano il largo colme di prigionieri e tornavano al porto vuote. Una fine tragica alla quale si aggiunse un’ulteriore onta a guerra conclusa, quando entrambi i fratelli furono condannati a morte in contumacia per non meglio specificate “azioni contro il popolo”. 

I beni della famiglia furono confiscati. Il fratello più piccolo, Giorgio, riuscì però a fuggire in Veneto e sopravvivere e, unico superstite della quarta generazione, a rifondare l’attività di famiglia con un nuovo stabilimento a Torreglia di Padova, ancora oggi attivo, insieme al giovane nipote Nicolò III della quinta generazione. È lui ad aver raccontato l’odissea della sua famiglia in un libro “Dietro gli scogli di Zara”, pubblicato due anni fa. Per lasciare alla sesta generazione anche il testimone della memoria, e non solo di una storia aziendale di successo che dura da quasi due secoli. 

 

 

 

È morto a 82 anni, dopo una breve malattia, l’attore britannico Albert Finley, uno degli artisti di punta nel Regno Unito negli anni ’60. Star del Saturday Night e Sunday Morning, Finney ha ricevuto 5 nomination all’Oscar, senza mai conquistarne uno, ma ha vinto tre Golden Globe. Tra i suoi film più noti, ‘Due per la strada’ del 1967 con Audrey Hepburn e ‘Assassinio sull’Orient-Express’ (1974) dove interpreta Poirot insieme a Lauren Bacall, Sean Connery e Ingrid Bergman, ‘Il servo di scena’ (1983) di Peter Yates, ‘Sotto il vulcano’ (1984) di John Huston, ma anche i più recenti ‘Big Fish – Le storie di una vita incredibile’ (2003) di Tim Burton e ‘Un’ottima annata’ di Ridley Scott. 

“Non sono dei grandi testi, non siamo all’altezza di De Andrè o di Leonard Cohen, ma c’è in quasi tutti, ininterrottamente, un filo di spiritualità. Emerge l’anima di questi cantanti e la loro attenzione al mondo che li circonda”. Lo ha detto il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi ospite di ‘Bel Tempo si spera’ su Tv2000 commentando le canzoni del Festival di Sanremo. “Tutte le canzoni, che ho letto prima dell’inizio del festival – ha aggiunto – respirano i problemi del nostro tempo. Non si isolano nell’amore vago che in passato avvolgeva i versi di Sanremo”.

Sono stati quasi 10,1 milioni gli spettatori della prima serata del Festival di Sanremo 2019, con share del 49,5%. Per la Rai si tratta di un “grande successo”, considerando che rispetto allo scorso anno questa volta non c’è stata la partenza con un “traino” forte come quello rappresentato nel 2018 dallo start con Fiorello che annunciava l’entrata in scena di Claudio Baglioni. 

“Io non so nulla tranne d’amarti tanto. Tu sei tutto per me. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini… Camillo, sono tua per sempre”. Chissà se, quando era ormai primo ministro del Piemonte, e architettava l’Unità d’Italia, Cavour avrà mai ripensato a queste parole, e a tutte le lettere traboccanti di passione come questa. Lei si chiamava Anna Giustiniani, detta Nina, era una nobile genovese, di tre anni più vecchia di lui, e resterà il più grande amore nella vita dello statista.

Un amore tragico, una macchia nera nella biografia di uno dei padri del Risorgimento, che siamo abituati a conoscere già adulto, tutto dedito alla politica (non si sposerà mai), razionale e implacabile nelle sue intuizioni. Oggi siamo in grado di rievocare quegli anni romantici e folli, attraverso le lettere che i due si scambiarono, recuperate fra le carte private di Cavour. Si possono consultare liberamente, a Torino: sono strette da un nastro insieme a una ciocca di capelli biondi. Di Nina.

Chi era Cavour nel 1930

L’anno è il 1830. Camillo Benso, futuro conte di Cavour, ha solo venti anni, è un giovane insoddisfatto, inquieto, e non sopporta il clima clericale e oscurantista che si respira nel Piemonte di Carlo Felice. Il futuro liberale è quasi un rivoluzionario: viaggia in Europa, respira gli ideali mazziniani, abbandona la fede. Qualcuno lo sente addirittura esclamare “Viva la Repubblica!”.

La famiglia lo considera un figlio problematico, al contrario del fratello Gustavo, serio e compassato. Da tenente del Genio viene assegnato a Genova. Una città con il suo stesso stato d’animo: frustrata e impotente, dopo la forzata ammissione alla monarchia sabauda nel 1815. I salotti della nobiltà genovese, che Cavour frequenta, sono pieni di fermento, ben  diversi dalla cupa apatia di Torino. E proprio in uno dei più prestigiosi ritrovi di intellettuali, Camillo incontra lei, la donna del suo destino, quella che per decenni, nelle biografie cavouriane, rimarrà “l’Incognita”.

Anna Schiaffino, sposata e infelice

Anna Schiaffino all’epoca ha 23 anni, ma è sposata già da cinque col marchese Stefano Giustiniani. Un matrimonio infelice: il marchese, basso e tarchiato, è un uomo compassato, cinico e decisamente reazionario. Dalla sua però ha il nome di una famiglia dal secolare prestigio (che si vanta di discendere addirittura dall’imperatore Giustiniano) e ai genitori di Anna basta e avanza per concedergli la sua mano. In due anni, nascono anche due figli, Teresa e Giuseppe. Ma Anna è scontenta.

Lei, che è cresciuta in Francia, figlia di un alto funzionario di Napoleone e nipote dell’economista Luigi Corvetto, creatore dello stato finanziario moderno, cerca una sua dimensione di donna colta e indipendente tenendo salotto a Palazzo De Mari, che diviene uno dei luoghi di dibattito più frequentati di Genova. Vi si parla di musica, di poesia, soprattutto di politica.

Inevitabile che passi di lì anche il giovane Cavour, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e inevitabile che incroci lo sguardo con questa ragazza non bellissima, ma ricca di fascino e di “grazia spontanea”, come la descrivono gli storici dell’epoca. Non sappiamo se l’amore nasce subito, certo si instaura un forte legame intellettuale, nel quale entrambi possono finalmente dare libero sfogo alle aspirazioni più profonde. “Verrà il giorno – scrive Nina a Camillo, profetica – nel quale il tuo ingegno sarà messo in evidenza”.

Dal diario di Cavour di quei mesi, si capisce che i due fanno un gioco pericoloso: il disprezzo per le convenienze, la comune passione politica e l’incoscienza della gioventù li portano a non fare nulla per nascondere la loro simpatia, che ben presto diventa amore. “Sai la tua Giustinianina? – scriveva Bice Pareto al figlio Carlo, spasimante di Nina – Chi la vuole sansimoniana, chi protestante, chi innamorata di un tal Cavour piemontese, chi pazza…”

Dunque Nina è già persa per il giovane tenente, ed il suo destino, come vedremo, è segnato. Le voci sulla loro relazione giungono anche al marito, che sorprendentemente minimizza, con la  vena di misoginia che non lo abbandonerà mai: “Quella per Cavour? È solo una passione. La verità è che Nina non è in possesso delle sue facoltà mentali”.

Intanto, l’occhio irascibile e volubile del re Carlo Felice si posa su Camillo, lo ritiene troppo poco fedele alla Corona, e troppo stimolato dall’ambiente genovese. Il “contino giacobino”, come lo chiama Carlo Alberto, viene richiamato a Torino alla fine del 1830, e nel marzo ‘31 praticamente confinato nel forte di Bard, in Val d’Aosta.

Tre lettere

Sarà un anno lunghissimo, per lui e per lei. Nina scrive tre lettere al giovane conte, ma non riceve risposta. Alla fine dell’anno Cavour è di nuovo a Torino, ma è un uomo sull’orlo del baratro. Il vizio del gioco, l’alcol, le avventure con donne facili: ”Impiego davvero bene il mio tempo…”, annota amaramente. Alla morte dell’odiato Carlo Felice, Nina compie un gesto clamoroso: si presenta in teatro con altre quattro dame del suo “salotto” con abiti sgargianti, invece che indossando il lutto.

Una protesta contro un re illiberale, contro il re di suo marito, che era il suo gentiluomo da camera, ma anche il re che ha allontanato da Genova il suo grande amore. Da Cavour, silenzio. Lui stesso si rende conto di essere sparito senza giustificazione: “Quando penso alle sofferenze terribili – annota – che ha subito a causa mia, mi viene una rabbia contro di me, mi accuso d’insensibilità, di crudeltà, d’infamia!”.

Intanto la famiglia Giustiniani è esasperata: Nina non fa nulla per nascondere la sua passione per il conte lontano, e compie altre imprudenze politiche, arrivando a denigrare in pubblico lo scomparso sovrano. Anche il marito, alla fine, decide di allontanarla da Genova. Nella casa paterna di Polanesi, in montagna, Nina continua a pensare a Camillo. Fa lunghe passeggiate: “Arrivo in cima a un monte, per gettare i miei sguardi sull’orizzonte, e respirare l’aria che mi arriva senza ostacoli dai paesi dove sta il mio bell’amore…”.

Cavour intanto viaggia, riflette e scrive: non è più il rivoluzionario di un anno prima, ma si convince che per combattere lo strapotere dell’aristocrazia e del clero occorre muoversi per gradi, cercando il “juste milieux”, il giusto mezzo. È ormai un liberale. Ma il destino ha in serbo per i due amanti altre occasioni di incontro.

Il ritorno a Genova

Nina torna a Genova, poi è a Milano, dove vive da emarginata, considerata una pazza. E certamente è in uno stato di profondo esaurimento: i medici le diagnosticano un “disordine al sistema cardiaco” (con amara, involontaria ironia) e le consigliano una visita presso un celebre cardiologo, Francesco Rossi, che è a Torino. Il 24 giugno 1834 Nina e il marchese Stefano sono nella capitale sabauda, e lei scrive subito a Camillo.

Finalmente, dopo tre anni, i due si rincontrano, nell’albergo di lei alle terme di Vinadio, presso Torino, mentre il marito è assente. Un incontro che Cavour descrive così nel suo diario: lei era in camera, sola, “tristemente poggiata sul tavolo, è l’immagine della sofferenza… ma non pronuncia un solo rimprovero, cerca solo di spiegare la sua condotta. Infine, forse per la dolcezza del suo sguardo, le ho preso la mano, l’ho portata sul mio petto e le ho chiesto “Mi perdonerete mai?”. Lei non ha resistito molto; la sua fronte si è appoggiata alla mia, e la sua bocca ha cercato la mia, per imprimere un bacio d’amore e di pace…”.

I giorni successivi sono un delirio di passione, con incontri mattina e pomeriggio, approfittando delle assenze del marchese. Un amore totale, nel quale affogano i ricordi degli ultimi anni, dolorosi per entrambi. Lui le racconta della passione politica, delle delusioni, perfino dei suoi amorazzi. E lei, nota il conte – “piena di delicatezza, costantemente evita di parlarmi di sé medesima, dei suoi lunghi dolori, delle sue crudeli sofferenze”. E si sbilancia: “Non abbandonerò mai più questa femmina celeste. La mia esistenza le sarà consacrata. Sarà la luce della mia vita, l’unico oggetto dei miei sogni, dei miei ricordi”.

Gustiniani rompe gli indugi

Una vera promessa per l’eternità. Qui entra in gioco il marchese Giustiniani, finora passivo. Paga la cameriera per intercettare le lettere tra i due, e alcune le trattiene, lasciando Cavour a lungo senza notizie di lei. Il che fa infuriare Camillo, che medita di sfidare il marchese a duello, poi dissuaso da una tenera lettera di Nina. Ma la situazione è ingestibile: lei si accorge dei trucchi del marito, e scrive lettere appositamente provocatorie: “Se ti amo, Camillo? Se ti amo? Ma se aspetto solo il silenzio della notte, perché risuoni nelle mie orecchie il tuo nome… sei mio? Sei mio!”.

Ma nascono anche i primi sensi di colpa, non certo per il marito, ma per lo stesso Camillo: “Potrò in coscienza donarti il fardello di una donna tutti  i giorni sofferente, che non guarirà mai? Potrò permettere che un giovane come te, pieno di forza, di vita, di talento, mi sacrifichi il suo avvenire, le sue speranze?”.

Camillo progetta persino la fuga con lei, una fuga d’amore, ma poi cambia idea. Finché i due si separano di nuovo: il conte torna in città, i Giustiniani nel castello di Voltri. Lei scrive un biglietto al marito: “Caro Stefano, se continui a ignorare ciò che faccio, se non vuoi assolutamente ch’io lo veda a Voltri (e certo non hai torto) io prenderò le mie misure per procurarmi un passaporto. Spiegati chiaramente per voce o per iscritto”.

Stefano, incredibilmente, accetta di far venire Camillo, e l’amore risboccia, praticamente sotto il naso del marito: lunghe passeggiate nello splendido parco, gite, passione. Ma lei già sa, già sente che è un amore impossibile: “Le nostre posizioni – gli scrive – sono del tutto diverse. Io sono sofferente, scoraggiata, incapace di prendere parte alle dolcezze della vita. Trovare una persona che ha voluto accettarmi, sopire le mie pene, amarmi infine, è stato un regalo che non devo più pretendere.”

Ancora la paura di essere un peso per la “brillante carriera” che Nina ha sempre predetto al suo Camillo. Al momento di partire ancora, dopo un incontro, il 18 ottobre del 1834, che resterà l’ultimo tra i due, Nina gli scrive: “Addio mio Camillo, mio tutto, sola luce che rischiara la notte profonda che mi circonda. Tu sarai tutto per me, nei giorni e nell’eternità”.

Camillo e la marchesa Guasco

Ma lui è già lontano, col corpo e con la mente: conosce la marchesa Clementina Guasco e intreccia una relazione con lei, arrivando a commissionare al pittore Romanini un suo duplice ritratto, uno per Nina, uno per Clementina. La sua passione si spegne, mentre quella di Nina è più forte che mai, anche quando il marito decide di trasferirsi con lei a Palazzo Lercari Parodi, sempre a Genova, che diviene una sorta di prigione. Stefano infatti sparge la voce che la moglie è matta. Parenti e amici non possono vederla, i genitori si rifiutano, finché lei non giuri di aver scordato Cavour.

Lui, il futuro padre della Patria, è di nuovo in viaggio: Svizzera, Francia, Inghilterra… studia il liberalismo moderno, i paesi costituzionali, dotati di parlamenti e di leggi più eque.

“Amarti con passione è forse follia? – gli scrive lei, con ostinazione – è follia vederti, scrivere e morire per te? Credono che sia matta? Li compiango, non sanno comprendere l’amore”. Nell’estate del 1835, Cavour le promette finalmente di tornare a trovarla. Ma scoppia un’epidemia di colera, e il viaggio è rimandato. Lei scappa di casa per raggiungerlo, e viene fermata ad Asti da un ufficiale sanitario. Camillo lo viene a sapere a Torino, e le consiglia di tornare a casa. È quasi un addio. Lei gli risponde: “I tuoi consigli mi hanno decisa. Vedo che attaccandomi alla tua sorte ti renderei infelice. Se è vero che le nostre anime sono fatte l’una per l’altra, ci ritroveremo nell’eternità”.

Un’ossessione divorante

È il 3 agosto. Pochi minuti dopo aver scritto queste righe, Nina beve del veleno, che però non la uccide. Dal tetro palazzo genovese, Nina continua a scrivere a Camillo, a pensare a Camillo, a sognare Camillo: un’ossessione divorante, che invano i suoi più cari amici, riammessi alla sua casa, cercano di guarire. Uno dei più assidui, Antonio Crocco, ha preso nota nel suo diario di quegli incontri, descrivendo una situazione sempre più preoccupante: “Nina assente, e perché!” (27 gennaio 1836); “Nina in faccia altrui – buona di cuore – traviata dalle circostanze” (3 marzo) “colloqui dolorosi con Nina” (23 aprile), e via di questo passo.

Lei è ormai disperata, scrive a Camillo persino in genovese: “Camillo bello, te vueggio tanto ben, ma quando te ou porrò dì. Sono tanto fiacca, a me existensa a le così precaria che non ho coraggio da pensà a l’avvegnì… Te daggo tanti baxi. Tutta to Nina”. È ancora sicura, dopotutto, che lui non l’ha dimenticata, mentre il marito continua a leggere le sue lettere, e a tenerla rinchiusa, come testimonia ancora Crocco: “Visita Nina. Verecondia dell’affetto più puro, tormento di formulare espressioni del cuore nelle lettere sottoposte al freddo e tirannico sindacato”.

L’idea di farla finita

Quando il padre di Nina muore, proprio di colera, lei scrive che desidera raggiungerlo presto. Si fa sempre più strada l’idea del suicidio, che tenta una seconda volta nel 1838. Scrive uno spietato autointerrogatorio: “Qual è l’essere che ami di più? Camillo. Qual è la cosa che desideri di più? La morte”.

Ormai è sola, rinchiusa nel dolore, e lo stesso Cavour, ormai lontano, le scrive di cercare di curarsi, di riguadagnare il buonumore, di distrarsi. Lei risponde: “La lunga solitudine mi ha fatto capire che non ho bisogno di distrazioni. Oso dire che ormai amo soffrire”. Quattro lunghi anni lontana dal suo Camillo, scissa tra il bisogno di vederlo e di sentirlo, e il desiderio di non appesantirlo con rimorsi o turbamenti. Quattro anni di amore disinteressato, senza un rimprovero o una richiesta, nella assoluta certezza dell’avvenire radioso di lui, e quello tragico di lei.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1841, Nina prende la penna e scrive ancora a Camillo: “La donna che ti ha amato è morta. Non era bella. Aveva sofferto troppo. Quello che le mancava lo sapeva meglio di te. È morta, ti dico, e nessuna ti ha amato come lei. Nessuna.” Poi si getta dalla finestra del cortile di Palazzo Lercari Parodi.

Muore dopo atroci sofferenze, solo sei giorni dopo. Viene sepolta sola, come è stata nella vita, nella chiesa dei Cappuccini di Genova, lontana dal marito che si è risposato, dai genitori che la ripudiarono, dagli amici del suo salotto dei tempi belli. Camillo, il suo unico amore, diventerà nel 1850 ministro, e nel 1852 capo del governo del Regno di Sardegna, riuscendo nel 1861 a coronare il suo sogno di un’Italia unita. Morirà pochi mesi dopo, a giugno, a soli 51 anni. Non aveva mai ricevuto l’ultima lettera di Nina Giustiniani, l’unica donna che lo aveva amato.

Nella foto di apertura, Anna Schiaffino Giustiniani, a venticinque anni in un ritratto del pittore Ferdinando Cavalleri (Wikipedia) e un ritratto di Camillo Benso di Cavour (Agf, Pinacoteca di Brera)

Il 1 febbraio 1949, 70 anni fa, la Radio Corporation of America (RCA) pubblicò il primo singolo su un disco a 45 giri della storia. Era ‘Texarkana Baby’ del cantante country Eddy Arnold. In vinile verde, venne poi messo ufficialmente in vendita dal 31 marzo e fu una risposta al 33 giri immesso sul mercato dalla Columbia Records l’anno prima.

Il singolo, basato sul progetto di Thomas Hutchinson, venne presentato dal massimo dirigente della RCA David Sarnoff ma rischiò di non trovare successo a causa dei giradischi, tarati sui 33 giri. La RCA spese cinque milioni di dollari per una sontuosa campagna pubblicitaria che portò i suoi frutti e nel 1954 i 45 giri venduti a livello mondiale erano 200 milioni. Una curiosità: inizialmente i vinili avevano un colore che indicava il genere musicale d’appartenenza. I brani country erano colorati di verde, quelli classici di rosso, quelli per bambini di giallo e quelli R&B e gospel di arancione. Successivamente si impose il 45 giri nero.

Cos’è un disco 45 giri

Il 45 giri o 7 è un disco in vinile che veniva utilizzato per la distribuzione di singoli o di EP. Fino all’avvento del CD, aveva per i singoli praticamente il monopolio. Il nome 45 giri richiamava la velocità di rotazione al minuto dei dischi di dimensione di 18 centimetri. Normalmente erano stampati su entrambi i lati e potevano quindi contenere due canzoni della durata di circa quattro minuti. La Columbia Records fu la prima negli Stati Uniti ad introdurre il policarbonato di vinile, leggero e infrangibile, a sostituzione della vecchia gommalacca nel 1948.

Il 45 giri in Italia

In Italia, il 45 giri si è diffuso negli anni Cinquanta, superando per vendite il 78 giri nel biennio ’57-’58 e raggiungendo l’apice tra il 1964 e il 1970, grazie anche all’avvento dei ‘mangiadischi’ portatili, che consentivano di ascoltare i vinili anche fuori casa. Un successo che ha accompagnato il boom economico di quegli anni.

Il 18 agosto 1990, con un accordo tra tutte le multinazionali discografiche, si decise di porre fine alla grande produzione che tuttavia continuo’ ancora fino al 1993. L’Italia si distingue per essere stato l’unico Paese al mondo ad aver distribuito i 45 giri anche nell’edizione per juke box, ma solo a gestori di bar che ne possedevano uno. La caratteristica principale era il prezzo ridotto rispetto alle versioni normali, inoltre venivano venduti in anticipo e contenevano spesso piu’ artisti o piu’ etichette discografiche in un solo vinile. Per evitare che i 45 giri per juke box venissero venduti dai commercianti a prezzi ridotti, la RCA comincio’ a produrre 45 giri con l’etichetta di colore giallo con la dicitura “juke box”.

Scoperta senza precedenti nel sito di Naqsh-e-Rostam, vicino a Shiraz, nel sud dell’Iran: dopo oltre 2500 anni gli archeologi hanno riportato alla luce un’iscrizione rupestre in tre lingue sulla tomba di Dario: antico persiano, elamita (la lingua parlata nell’Elam, la regione situata nell’Iran sud-occidentale dal III al I millennio a.C.) e babilonese. Il ritrovamento fornisce nuovi elementi sulla dinastia reale degli Achemenidi (fondata da Ciro nel 551 a.C. e dominante fino all’aggressione di Alessandro Magno nel 331 a.C.), sull’amministrazione dell’impero persiano (il primo grande impero della storia), e sulla costruzione di Persepoli, la magica città che si trova a soli 12 km dal sito di Naqsh-e-Rostam.

Il sito archeologico di Naqsh-e-Rostam in Iran (AFP)

La costruzione di Persepoli (518 a.C.) è dei tempi di Dario I detto il Grande e l’iscrizione trovata a Naqsh-e-Rostam si trova proprio sopra la sua tomba a forma di croce, ed è, secondo gli esperti, attribuibile al suo periodo. “È una scoperta senza precedenti negli ultimi 50 anni”, commenta Wouter Henkelman, professore associato e responsabile degli studi Elamiti e Achemenidi della Ecole Pratique des Hautes E’tudes di Parigi. Secondo lo studioso la scoperta dell’iscrizione D.N.F. (così coniata dagli studiosi), oltre a rivelare nuovi elementi sulla dinastia degli Achemenidi, accende le speranze per il ritrovamento di altri documenti in siti come quello di Naqsh-e-Rostam.

Mojtaba Doroudi, ricercatore ed archeologo che ha avuto un ruolo nella scoperta dell’iscrizione, trovata sotto uno strato di muschio e piante, la ritiene “importante nel campo della filologia e della conoscenza delle lingue antiche”. 

Per Cristina Messa, rettore della terza università milanese per numero di iscritti, 33.800, si avvicina il momento dei bilanci. A fine settembre si concluderà dopo sei anni il suo mandato al vertice dell’Università degli Studi Milano Bicocca, e lei potrà tornare a dedicarsi alla radiodiagnostica per immagini, la sua specialità approfondita in anni di studio anche negli Stati Uniti.

Negli austeri edifici progettati alla fine del millennio dall’architetto Vittorio Gregotti nell’area archeo-industriale della Bicocca-Pirelli, a nord della città, ogni giorno migliaia di studenti e soprattutto studentesse (il 62% del totale) frequentano corsi e danno esami in 7 facoltà, suddivise in 14 dipartimenti.

Pochi giorni fa la più giovane delle sette università milanesi (ha appena compiuto 20 anni) è apparsa sulle pagine dei giornali per un dato particolarmente lusinghiero: e non a caso, per l’unica donna rettore a Milano e fra le pochissime in tutta Italia, riguarda la parità di genere. Quello che è emerso, nel primo bilancio su questo tema realizzato alla Bicocca, è che  le donne rappresentano il 44 per cento del corpo docente, il 60 per cento del personale tecnico-amministrativo, il 62 per cento degli studenti e dei laureati.

Qual è il bilancio di questi sei anni alla guida della Bicocca?

E’ positivo per tre aspetti. Prima di tutto, il posizionamento nelle graduatorie nazionali e internazionali per l’attività di ricerca: su 14 dipartimenti, 11 sono stati in grado di partecipare alla cosiddetta “finanziaria” destinata ai dipartimenti scientifici, e 8 hanno vinto: sono dipartimenti di eccellenza e questo non è solo il riconoscimento d una buona qualità, ma anche il fatto che nei prossimi 5 anni ci sarà un grosso progetto di ricerca che ha la sostenibilità per 5 anni e che può veramente avere molte ricadute sia sulle ricerche che sugli studenti. E’ uno degli aspetti piu positivi del mio rettorato.

Il secondo punto è il continuo aumento degli studenti: io penso che in Italia dovremmo riuscire ad attrarre e a laureare un maggior numero di giovani se vogliamo essere competitivi con il resto del mondo. Il numero dei nostri laureati 25-34 anni percentualmente è fra i più bassi in Europa. Il nostro aumento è piccolo, perché noi non possiamo prendere più studenti per problemi di spazio e numero di docenti, ma la richiesta è altissima in tutti i settori non solo le materie scientifiche ma anche quelle umanistiche. Credo sia perché abbiamo cercato di dare un’immagine dinamica, rinnovandoci negli aspetti comunicativi e poi grazie alla qualità dei corsi naturalmente.

Terzo aspetto è  il trasferimento tecnologico e la valorizzazione della ricerca: su questo  davvero abbiamo fatto tantissimo. Abbiamo costituto con altre due università, Pavia e Bergamo, una fondazione che si chiama University for innovation che è proprio dedicata al trasferimento tecnologico.

Che margini ci sono per un’ulteriore crescita? Rimpiange qualcosa che non è riuscita a fare?

Questa è un’università che può dare tantissimo. Noi abbiamo lavorato su alcuni settori ma ce ne sono altri, si può aumentare ulteriormente l’internazionalizzazione, su cui si fa un po’ fatica, aumentare ulteriormente la formazione continua e quella di terzo livello, master, perfezionamenti. Nella ricerca, ci sono buone basi ma bisogna spingere molto sull’interdisciplinarietà, con una grossa progettualità che coinvolga sia docenti di formazione scientifica, chimica, fisica, che docenti di formazione umanistica psicologia, scienza della formazione.

La trasversalità sarà vincente. Un rimpianto riguarda una migliore organizzazione delle attività interne dell’ateneo: sollevare un pochino i docenti da compiti amministrativi e allo stesso tempo dare soddisfazione al personale amministrativo. Viviamo in un’epoca in cui la forte spinta verso la digitalizzazione e l’informatizzazione si pensava liberasse risorse, e invece per il momento ha appesantito tutto e non siamo riusciti a farne un utile strumento per migliorare le cose.  

Perché le università italiane sono pochissimo presenti nei ranking internazionali?

Sicuramente dipende dai criteri utilizzati. Ci sono criteri in cui siamo scarsi effettivamente, come il numero di premi Nobel, un settore in cui siamo sicuramente deficitari ma ce ne sono altri che ci penalizzano, come  il rapporto fra investimenti e benefici,  vista la nostra capacità di investimenti molto bassa, e anche il numero di studenti per docente: le università anglosassoni hanno questo modello di pochissimi studenti per ogni docente che da noi  non c’è.

E poi c’è un’altra cosa: se mettessimo insieme due o tre università grosse e forti, sicuramente saremmo in alto nei ranking: il modello italiano è fatto anche di piccoli atenei, e questo ci penalizza. Serve più concentrazione e meno frammentazione, quando si crea una nuova università ci devono essere solide basi altrimenti è solo un’operazione politica, in questa epoca in cui mancano le risorse e la tecnologia ha trasformato il mondo.

Perché secondo lei in Italia ci sono pochi laureati?

Un po’ dipende dal nostro sistema: noi non abbiamo le lauree professionalizzanti, quelle che in Germania si chiamano Fachhochschulen, super tecniche. E poi non dobbiamo dimenticare le nostre origini: in Italia veniamo da una storia di analfabetismo in Italia. E se contiamo in assoluto il numero di laureati, sono aumentati anche in Italia ma se ci paragoniamo con il resto d’Europa siamo rimasti indietro, soprattutto da un certo momento in poi, una decina di anni fa, quando negli altri paesi c’è stato un forte aumento.

Che cosa pensa della politica nazionale per l’università? 

Una decisione molto importante è stata quella di farle valutare da un ente esterno, e anche se non è un sistema perfetto ha permesso di superare il sistema dell’autoreferenzialità che ha fatto male e continua a fare male all’università. Questo sistema di valutazione esterna ci ha molto giovato. 

D’atra parte però cè il problema che tutto è sottofinanziato e quindi le poche risorse devono essere gestite ancora meglio che se fossero tante, selezionando bene. Non si può fare tutto e c’è sempre qualcosa a cui rinunciare per esempio aumentare le classi di studenti, perché non abbiamo abbastanza docenti. Faccio un esempio: tutti vogliono fare informatica, perché non ancora finiti i tre anni si trova lavoro, ma io non ho disponibilità ne’ di aule ne’ di docenti per poter prendere tutti gli studenti che vorrebbero. Sono lo Stato e la Regione che dovrebbero investire. Oltre che in docenti, si dovrebbe investire nell’edilizia universitaria. Qui siamo messi bene, perché l’Università ha solo 20 anni, ma altrove le sedi sono in edifici antichi, patrimoni storici che cadono a pezzi, sono almeno 10 anni che non si fanno investimenti per interventi sugli edifici. 

Che cosa pensa dell’idea di abolire il numero chiuso?

E’ una questione da studiare: in linea di principio sono d’accordo di accogliere il maggior numero possibile di studenti, ma bisogna lavorare meglio sull’orientamento perché sono risorse sprecate se apriamo a tutti e dopo 6 mesi il 50% se ne va. E poi occorre mantenere elevata la qualità: questi parametri, che non puoi avere tot studenti se non hai abbastanza professori, si basano sul presupposto che gli studenti li devi seguire non cacciare a casa a studiare con la telematica:  certo, le tecnologie vanno usate, cosa che abbiamo fatto molto in questo ateneo, ma devi avere un numero di docenti adeguato.  E non si risolve il problema con persone esterne e professori a contratto: lo zoccolo duro dell’Università è la ricerca. Quello che non dedichiamo all’insegnamento, lo dedichiamo alle ricerche e quello che insegniamo deriva dalle nostre ricerche.