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AGI – Un italiano su cinque ascolta gli audiolibri, almeno secondo i nuovi dati forniti da Audible, società di Amazon tra i maggiori player nella produzione e distribuzione. Prosegue a gonfie vele dunque un trend positivo con un’impennata già ampiamente documentata negli ultimi anni, soprattutto durante il primo lockdown, e che oggi viene testimoniata da nuovi dati positivi.

Secondo l’ultima ricerca condotta proprio per Audible da NielsenIQ gli audiolettori crescono ancora e sono ora il 17% della popolazione adulta, per un totale di 10,2 milioni di italiani fruitori di storie raccontate da grandi voci, un bel +2% rispetto al 2021.

Il 40% del campione intervistato ha ascoltato almeno un audiolibro nell’ultimo anno e l’11% di questo è un cosiddetto heavy user, ovvero ascolta audiolibri con regolarità almeno una volta alla settimana. La maggior parte degli audiolettori, il 35%, dichiara di alternare libri cartacei e ebook; il 37% apprezza anche usufruire dei numerosi podcast distribuiti sulle varie piattaforme disponibili in Italia.

Cresce anche il tempo che gli italiani sono disposti a dedicare all’ascolto delle loro storie preferite: la durata media della sessione di ascolto arriva nel 2022 a sfiorare il tetto della mezz’ora, nonostante l’impatto dei social che mettono a dura prova la capacità di concentrazione delle persone: gli audiolettori restano incollati alle cuffie per ben 27,5 minuti (+10% rispetto all’anno precedente).

Chi ascolta gli audiolibri e dove

Sono i Millenials i più appassionati consumatori di audiolibri, il 44% della generazione che copre la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni infatti è un appassionato audiolettore. Come rivelano altri dati, pare che l’audiolibro entri in tackle nelle dinamiche familiari, tant’è che il 39% dei genitori intervistati dichiara di avere figli che ascoltano audiolibri e di questi il 48% ha fatto ascoltare per la prima volta un audiolibro ai propri figli, mentre il 31% ha iniziato ad ascoltare audiolibri sotto consiglio dei propri figli.

Anche nel 2022, la casa si conferma il luogo preferito per godere della compagnia di un audiolibro, il 74% degli italiani dà voce alle storie nel conforto delle proprie mura domestiche mentre compie altre azioni destinate alla cura della casa come cucinare, fare le pulizie, riordinare o curare il giardino. Complice anche il graduale ritorno a una vita più all’aria aperta rispetto allo scorso anno, aumentano le persone che ascoltano audiolibri durante gli spostamenti tra casa e posto di lavoro: crescono gli ascolti in macchina e sui mezzi pubblici, rispettivamente al 24% e al 18%, contro il 20% e il 14% del 2021.

Che cosa si ascolta

In qualunque luogo si decida di premere play e godersi un audiolibro, i gusti in fatto di ascolti tra il 2021 e il 2022 restano invariati. La classifica dei generi più amati nel Belpaese conferma i tre intramontabili dello scaffale: classici (30%), thriller (30%) e fantasy e science fiction (22%). Quando si tratta di scegliere quale audiolibro ascoltare gli italiani preferiscono le novità. Il 52% presta orecchio a un audiolibro che non ha mai letto, solo il 28% ascolta volentieri una storia che già conosce.

L’audiolibro diventa un mezzo per far appassionare gli italiani a nuove storie e nuovi autori, spingendo le persone a dedicare maggiore tempo e attenzione alla cultura. In fatto di lingua d’ascolto gli italiani preferiscono quella natia. Il 98% del campione ascolta audiolibri in italiano, seguono poi all’inglese al 20% e lo spagnolo al 5%. Il maggior driver all’ascolto è, come negli anni passati, il relax (44%) ma aumentano gli audiolettori che, quando non possono leggere, ascoltano per imparare, passando al 28% rispetto al 23% del 2021.

Per la prima volta quest’anno, gli audiolibri sono visti sia come mezzo per intrattenersi mentre si svolgono altre attività sia come valido strumento di approfondimento e apprendimento, entrambi a pari merito al 46%. Alta anche la percentuale degli italiani che li ritiene un vero alleato contro la noia (45%), la solitudine e lo stress (entrambi al 43%). 

Il più ascoltato

La saga di Harry Potter di J.K. Rowling letta da Francesco Pannofino, uno dei maggiori doppiatori e attori italiani, non è solo il libro più ascoltato del 2022 ma anche il più ascoltato in Italia di sempre; seconda posizione, in entrambe le classifiche, ricoperto dallo stesso romanzo, ovvero “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas letto da Moro Silo.

Nel 2022 gli altri libri più ascoltati dagli italiani sono stati, in ordine, “Per niente al mondo” di Ken Follett letto da Riccardo Mei, “L’inverno dei Leoni (La saga dei Florio)” di Stefania Auci letto da Ninni Bruschetta, “I Pilastri della terra (La Trilogia di Kingsbridge)” di Ken Follett letto da Riccardo Mei, “Tre” di Valerie Perrin letto da Lucia Mascino, “Storia della bambina perduta (L’amica geniale)” di Elena Ferrante letto da Anna Bonaiuto, “Serenata senza nome: Il commissario Ricciardi 9” di Maurizio De Giovanni letto da Paolo Cresta, “Dune (Il ciclo di Dune 1)” di Frank P. Herbert letto da Alessandro Parise e “Il grido della rosa: Le indagini di Anita” di Alice Basso letto dalla stessa Alice Basso.

AGI – Avrebbe compiuto cento anni in questo 2022, Pier Paolo Pasolini. Poeta, scrittore, saggista, cineasta… un uomo carismatico, intellettualmente fecondo, a volte duro, scontroso e forse troppo diretto nell’esprimere i propri pensieri che ha lasciato un patrimonio di valori e idee in un certo senso ‘profetiche’ per il vissuto di oggi.

“Non ho mai creduto alla tesi che Pier Paolo fosse stato ucciso solo da una persona…Aveva un atteggiamento che dava fastidio, e secondo me e non solo secondo me, visto che sto leggendo tanti libri e scritti su di lui in questo periodo che concordano sul fatto che fu ucciso perché sapeva delle cose, anche se diceva di non avere prove, dietro la sua morte c’era qualcosa di più importante. Lo hanno elminato sicuramente dei ragazzotti killer ma perché la sua voce era importante”. Così Dacia Maraini, in una intervista all’AGI in occasione dei 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, ricostruisce la figura del grande artista al quale ha dedicato il suo ultimo libro, ‘Caro Pier Paolo’ (Neri Pozza editore).

“L’Italia – aggiunge la scrittrice – ha una storia di segreti non rivelati. Quindi penso che la sua morte è uno dei tanti segreti italiani. Pelosi si è preso la colpa all’inizio, poi ha detto che non è stato lui e che erano almeno in tre ma non ci sono i nomi. Avrebbe potuto dirlo subito ma magari è stato ricattato, sapeva molto di più ma non ha detto la verità”.

“Un uomo che in apparenza era duro e scontroso”, commenta la sua grande amica Maraini.

“In realtà – afferma – era una persona di una dolcezza unica, di grande sensibilità e umanità. Un uomo di grandi valori e sentimenti” che oggi, “può insegnare molto alle giovani generazioni e che aveva visto già alla sua epoca, la direzione che avrebbe preso il mondo di oggi”. 

“Caro Pier Paolo” è un libro scritto in forma epistolare, dove sono racchiusi ricordi e aneddoti, scampoli di una amicizia profonda quale è stata quella fra Dacia Maraini e Pasolini, uscito in occasione del centenario della nascita del poeta.

“È un’idea che è nata da dei sogni – racconta la scrittrice – dopo la sua morte mi è capitato tante volte di sognarlo e raccontavo questo fatto agli amici. Finché l’editore mi ha proposto di raccogliere questi ricordi comuni, una parte privata che nessuno conosce. E così, è nata l’idea di queto libro”.

(Ascolta l’intervista in podcast)

E cosa le dice in sogno?

“Mah, la prima volta mi diceva che era tornato per un film, raccontava cosa voleva fare e poi spariva, mi lasciava la voglia di parlargli – racconta Maraini – Un’altra volta mi ricordava cose fatte insieme. E questa è appunto la parte privata, meno conosciuta”.

Quella che appunto, sconfessa l’immagine del Pasolini duro, severo.

“Sì, passava per essere aggressivo e provocatorio, invece la parte privata che conosco di lui e in parte rivelo, e’ quella di una persona molto sensibile, dolce e affettuosa”.

Aveva degli amori, quello per sua madre su tutti, quello per Maria Callas…

“Sì, la madre su tutti, un legame incredibile e poi con la Callas fu un vero amore, platonico ovviamente. L’ha amata moltissimo come lei ha fatto con lui ma la sua vita però era sdoppiata: l’eros era del mondo maschile, affetti e amore erano propri del mondo femminile ma tutto era legato alla figura della madre. Diceva che non poteva fare l’amore con una donna perchè sarebbe stato incesto. Ma la gente non capisce che esiste anche l’amore platonico. La Callas avrebbe voluto sposarlo, era innamoratissima e ingenuamente pensava di cambiarlo ma a quell’età, è difficile cambiare gusti e modo di stare al mondo. Lei lo voleva cambiare con l’amore come tante donne ingenuamente fanno”.

Pasolini uomo gentile quindi

“Quando scriveva nei riguardi della società era duro, per reazione. Raccontava sin da piccolo che a sei anni, quando ha capito di essere omosessuale è stato attaccato, redarguito e disprezzato. E questo ha pesato molto sul rapporto con il suo tempo. Ecco perché era aggressivo quando scriveva in pubblico. Ma nella vita privata era una persona docilissima. Nei nostri viaggi non l’ho mai sentito dire una parola sgarbata, offendere, protestare, brontolare fare la vittima. Andavamo fuori dagli itinerari turistici, dormivamo in tende, nel cuore dell’Africa, mangiavano scatolette, roba invisa, bevevamo acqua non pulita. Eravamo nell’Africa più povera e arcaica e lui era cosi disponibile e affettuoso con chi stava male, con chi soffriva. Tutto l’opposto dell’atteggiamento pubblico”.

Ma non parlava mai delle sue intuizioni sotto il profilo politico, giornalistico? Di lui era famosa la frase “io so ma non ho le prove”

“Raramente discuteva con noi delle sue intuizioni. Quando usciva veniva via dal mondo che lo opprimeva e disprezzava. Ricordiamoci che ha avuto ben 82 denunce. Ma quando stava con gli amici tentava di dimenticare e parlava tanto di poesia. Io ad esempio non amavo Pascoli che a lui piaceva. Lo consideravo un poeta sentimentale, ma lui lo recitava a memoria con tale passione e gioia che me lo ha fatto amare. Pier Paolo amava la letteratura non in senso professoriale, ma nella gioia del leggere. Nelle piccole cose di tutti i giorni conduceva una vita molto meno politica di quello che si possa immaginare”. 

Oggi molto sui scritti, riflessioni, sono condivisi dai giovani attraverso i social, e qui esce fuori la sua visione un po’ profetica del vissuto di oggi

“I ragazzi sanno bene che aveva un dono profetico ma non da santone, sia chiaro. Diceva sempre che il fascismo che lui aveva vissuto e conosciuto colpiva esteriormente l’essere umano mentre l’industrializzazione e la società dei consumi, colpivano l’uomo dentro e lo facevano diventare nemico di se stesso e della natura. Era una visione apocalittica la sua ma oggi, ci accorgiamo che aveva ragione, perchè poi è successo: noi siamo schiavi del consumo e abbiamo modificato le nostre idee e questo Pier Paolo lo aveva avvertito quando tutto era all’inizio della trasformazione. Oggi i giovani potrebbero trarre da lui l’insegnamento della sincerità, di dire cio’ che si pensa e non per esibizionismo. Lui lo faceva e veniva perseguitato.  Del resto il nostro è un Paese che non è portato per la verità. Si pensa che la menzogna sia normale”. 

Cosa direbbe oggi della guerra in corso? 

“Conoscendolo sarebbe stato dalla parte degli aggrediti e non certo da quella dell’aggressore, lui è sempre stato dalla parte di chi subisce ed è perseguitato e ucciso. Persino nel 68, quando gli studenti protestavano contro l’autoritaritarismo, li attaccò, gli disse che erano ‘figli di papà’ perché un domani sarebbero stati dirigenti mentre i poliziotti con la loro misera paga, rischiavano la vita e non sarebbero mai stati classe dirigente. E’ sempre stato un po’ anarchico e contro qualsiasi forma di potere e quindi credo proprio che sarebbe stato dalla parte di chi subisce la guerra”.

Anche lei ha subito la guerra, deportata in un campo di prigionia in Giappone 

“Sì, dal 1942 al 1945. La guerra lascia ferite profonde in una bambina, che diventano cicatrici, io ero una bambina piccola ma quando guardo le foto delle bombe che cadono in questi giorni, me le sento addosso: so cosa vuol dire correre in un sotterraneo con la paura che la casa ti crolli addosso, è orribile, non si può immaginare, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva. So bene cosa vuol dire la fame, il freddo. Stavamo li, in quel campo senza mangiare ed è stata molto dura”.

Avete vissuto con Moravia estati bellissime a Sabaudia 

“Era un periodo fecondo e bellissimo a Sabaudia c’era anche Bertolucci che aveva casa li, il pittore Tornabuoni, Laura Betti con casa al Circeo, un via vai di artisti che andavano e venivano da noi, c’era Dario Bellzza, Garboli, si ospitavano in continuazione poeti e cineasti. Era un periodo in cui la comunità aristica si sentiva molto unita. Ora non è piu così, ognuno va per fatti suoi e ci si incontra solo nelle occasioni pubbliche. Al giorno di oggi non ci sono i bar dove ci si radunava, le trattorie, il piacere di incontrarsi era alla base degli scambi intellettuali. Oggi non c’è perchè è cambiato il clima culturale, tutto è frantumato, liquido, fluido, le ideologie sono scomparse, le persone stentano a riconoscersi in una comunità e le comunità istituzionali stesse si fanno la guerra. Pensiamo alla magistratura: incredibile assistere alla guerra intestina che c’è”.

E Pasolini, il rischio della scomparsa delle ideologie lo aveva intuito 

“Credo proprio di sì,  in vari momenti viene fuori questa sua idea che stava per iniziare questa frantumazione”. 

Nel libro si fa riferimento ad una immagine di Pasolini che cammina da solo, fra le dune di Sabaudia, ma soffriva di solitudine?

“Sì ma di solitudine interiore, perché era un uomo di tradizione, di valori. L’amore per la madre per esempio lo frenava. Io l’ho conosciuto che aveva superato i 40 anni e poi l’ho accompagnato fino alla fine. Ad un certo punto è entrato in una sorta di conflitto catastrofico con il suo tempo, il suo ultimo film ‘Salò’, è molto amaro, doloroso, e si sentiva solo. Eppure viveva con la madre e la cugina. Ma la sua era una solitudine psicologica. Si sentiva in disaccordo con il suo tempo. Amava il calcio, aveva un fisico super atletico, muscoloso. Quando è morto, con quel fisico era impossibile pensare a un corpo a corpo. Per come era lacerato, erano almeno in tre su di lui”. 

Amava uscire di notte

“Guardate che lui non era un predatore, il suo eros non era da preda. Cercava se stesso da ragazzino, mai avrebbe fatto violenza. Questo è molto chiaro, al contrario di come si è insinuato facendolo passare da violentatore seriale ma non era mai e poi mai stato cosi”.

Chi non conosce Pasolini, da dove può iniziare?

“Io sono legata alla poesia, in particolare a ‘Le ceneri di Gramsci’. Ma ci sono due libretti postumi, ‘Atti impuri’ e ‘A modo mio’, in cui racconta se stesso, la sua adolescenza con tanta freschezza e sensibilità. Ecco mi soffermerei su questi. Poi c’è ovviamente tutta la sua sconfinata produzione”. 

Ci sono al giorno d’oggi figure che si avvicinano a Pasolini o che si avvicinano alle sue idee e valori?

“È difficile a dirsi, perché i tempi che viviamo sono molto diversi ma non posso negare che ci siano delle personalita’ molto coraggiose, come Pasolini era, e credo che siano fra i giornalisti piuttosto che fra i poeti. Mi riferisco a quelli impegnati sono fronti difficili, che scrivono le cose usando il coraggio. E ce ne sono. Penso a quel tipo di giornalisti che con il loro lavoro contribuiscono a difendere la democrazia, la verità. Quelli che hanno capito che bisogna stare in guardia rispetto al potere. E poi, quando penso agli scrittori  mi viene subito in mente Saviano che mette tutto se stesso nella lotta alla criminalità, coraggio. Penso a Scurati, che sta facendo una indagine importante sul mito della guerra. Insomma, ce ne sono tanti e ora non voglio dimenticarne qualcuno, ma ce ne sono e molto profondi”.

AGI – Una nuova tragedia famigliare per il musicista Nick Cave: sette anni dopo la morte del figlio Arthur, a soli 15 anni di età, ora ha perso anche il figlio maggiore, il 30enne Jethro Lazenby. Lo ha reso noto lo stesso 64enne compositore e cantante australiano: “Con molta tristezza posso confermare che mio figlio, Jethro, è morto. Saremmo grati per il rispetto della privacy in questo momento”.

Jethro, nato a Melbourne nel 1991, faceva il modello ma soffriva di schizofrenia: di recente era stato arrestato per aver aggredito la madre, Beau Lazenby. Nel 2018 era stato condannato per aggressione ai danni dell’allora fidanzata.

L’altro figlio di Cave, Arthur, era deceduto adolescente per la caduta accidentale da una scogliera a Brighton mentre era sotto l’effetto di droghe. Coì il musicista, noto soprattutto per il suo lavoro con The Bad Seeds, si era trasferito dall’Inghilterra a Los Angeles. 

AGI I resti di altre due statue di ‘Giganti’ sono stati trovati in Sardegna nell’area di Mont’e Prama, a Cabras (Oristano). La scoperta è avvenuta a poche settimane dalla ripresa, il 4 aprile scorso, della campagna archeologica nel perimetro sulle colline del Sinis, di fronte allo stagno, dove le attività di ricerca erano ferme da quasi due anni e dove in passato erano state recuperate le antiche statue di pugilatori e guerrieri, risalenti a tremila anni fa, tra le più antiche testimonianze scultoree trovate nel bacino del Mediterraneo. 

Gli archeologi hanno scoperto torsi di due pugilatori, una testa, gambe, altre parti dei corpi, uno scudo e i frammenti di un modello di nuraghe. Le statue appena scoperte sono state identificate come ‘pugilatori del tipo Cavalupo’ per il grande scudo flessibile avvolto davanti al tronco, del tutto simili alle due sculture recuperate a pochi metri di distanza nel 2014 e ora esposte nel vicino Museo civico di Cabras.

“Una scoperta eccezionale”, l’ha definita il ministro della Cultura, Dario Franceschini. 

Chi sono i ‘Giganti’

I Giganti di Mont’e Prama sono antiche scultura in pietre risalenti alla civiltà Nuragica, in particolare all’età del ferro fra il XIII e il IX secolo avanti Cristo: furono recuperate nel 1970 in un terreno della Confraternita dello Spirito Santo, a Cabras, da alcuni braccianti, ma provengono da un’area funeraria costiera. Le campagne di scavo iniziarono solo nel 1974 per concludersi cinque anni più tardi: furono recuperati circa 4.000 pezzi appartenenti a 32 statue.

I resti dei guerrieri sono rimasti nei magazzini della Soprintendenza di Cagliari, nei locali del vecchio museo Archeologico, fino al 2005, quando è iniziata la battaglia dell’amministrazione comunale di Cabras per il loro recupero. Sottoposti a un lungo restauro negli anni successivi, i Giganti sono poi stati esposti a Cabras e a Cagliari.

I nuovi scavi

Il cantiere in corso, finanziato dalla Soprintendenza Archeologia per la provincia di Oristano con 85.000 euro, durerà tutta la primavera. Vi lavorano gli archeologi Alessandro Usai e Maura Varigiu, in collaborazione con l’antropologa Francesca Candilio, la restauratrice Georgia Toreno e l’architetta Elena Romoli.

 “Siamo andati a colpo sicuro su un’area riprendendo vecchi scavi e ampliandoli in continuità con quella che noi conosciamo come necropoli nuragica che si sviluppa lungo una strada precisa nel tratto che stiamo indagando”, spiega Usai, direttore scientifico dello scavo nel Sinis dal 2014. “In particolare, i due torsi rinvenuti con lo scudo riconducono i ritrovamenti alla categoria dei pugilatori. Si tratta di sculture calcaree la cui pietra proveniva da una cava non molto distante da qui, facile da scolpire ma proprio per questo anche molto fragile”. 

Una necropoli unica in Sardegna

“Si tratta di sculture emerse in un tratto non ancora toccato”, aggiunge Usai. “La presenza capillare nel Sinis della civiltà nuragica nell’età del bronzo e del ferro è il presupposto stesso della ricerca che si fonda su un’indagine sul Sinis. Nell’ambito di questo quadro questa necropoli è unica in Sardegna. Lo scavo qui à una ricerca integrata non solo delle statue ma di tutto ciò che comprende anche scavi di tombe, grazie ai quali viene fuori anche l’aspetto antropologico: ovvero la necessita’ di definire la cronologia natura e ruolo di queste statue”.

“L’emozione piu’ grande? Senza dubbio vedere qualcosa prendere forma davanti ai tuoi occhi che viene fuori dalla terra”, dice l’archeologo. “Cose che sapevi essere sepolte li’, ma soprattutto vederle e interrogarle, dalla pietra informe fino a scoprirne lo stato”.

L’attività nel sito è stata preceduta da un lavoro di preparazione scientifica e tecnica, come evidenzia Monica Stochino, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna. “La ricerca è stata indirizzata su due principali obiettivi”, sottolinea Stochino. “Da un lato indagare alcuni gruppi di sepolture della fase più antica, nuragiche, e successive punico-romane, per reperire le informazioni scientifiche indispensabili a una ricostruzione del mondo in cui si svilupparono i fenomeni culturali che portarono alla creazione del sito; dall’altro estendere gli scavi a sud delle aree già indagate, nell’intento di confermare l’estensione della sistemazione monumentale dell’area con la definizione della strada funeraria e la creazione del complesso scultoreo formato da statue, modelli di nuraghe e betili”.

È già pronto un nuovo progetto di scavo su cui saranno investiti 600 mila euro, fa sapere il ministero della Cultura. La direzione scientifica e tecnica sarà della Soprintendenza, mentre il Segretario regionale del Mic sarà stazione appaltante. È in programma, inoltre, un intervento di restauro da 2,8 milioni di euro per restaurare le sculture scoperte a Mont’e Prama dal 2014 al 2016. A queste risorse, assieme ai 3 milioni di euro destinati all’ampliamento del Museo archeologico di Cabras nell’ambito del programma d’interventi previsti dal Piano strategico ‘Grandi Progetti Beni culturali’ annualita’ 2015/2016, si sommano inoltre 4,15 milioni di euro per il sito di Tharros, sempre nel comune di Cabras.

La Fondazione Mont’e Prama

Il nuovo ritrovamento avviene a poco meno di un anno dalla nascita della Fondazione Mont’e Prama, costituita il 1 luglio 2021 da ministero della Cultura, Comune di Cabras e Regione Sardegna per valorizzare quella che è considerata una delle maggiori testimonianze di un’antica civiltà mediterranea.

“Ammontano a 15 milioni di euro le risorse”, sottolinea il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, “che abbiamo assegnato alla Fondazione Mont’e Prama, da noi costituita col Ministero e il Comune di Cabras, per investimenti in infrastrutture e promozione, oltre che per consentire la prosecuzione degli scavi e le operazioni i restauro da effettuarsi in loco, permettendo al territorio una piena fruizione del tesoro di Mont’ e Parma anche in chiave didattica”,

AGI – Qual è la linea di demarcazione che separa la coscienza critica dal complottismo? Non esistendo uno strumento per determinarlo, è una di quelle decisioni che resteranno in eterno nell’arbitrio ora dei media mainstream, ora delle nicchie di controinformazione, ognuna delle quali si attribuirà la prevalenza e se la vedrà attribuita dai propri sostenitori.

Partendo quindi dalla vetusta idea che nessuno è profeta in patria, tutto quello che si può fare è rileggere col senno di poi libri che quando furono dati alle stampe qualcuno aveva etichettato, per l’appunto, come ‘complottisti’.

Uno di questi è ‘Putinfobia’, di Giulietto Chiesa, pubblicato nel 2016 all’indomani dell’annessione della Crimea alla Russia e dopo lo scoppio ostilità nel Donbass. Piemme lo riporta in libreria (192 pagine, 10,90 euro), sei anni dopo la prima edizione, con una prefazione di Fiammetta Cucurnia, corrispondente da Mosca per Repubblica e per 40 anni compagna di Chiesa, che denuncia il clima di ostilità in cui venivano accolti i suoi scritti e le accuse, di volta in volta, di essere “complottista”, “agente del Kgb” o “putiniano”.

Nella sua introduzione Cucurnia parla di “esattezza” e “precisione” delle tesi di Chiesa, “fino a prevedere anche l’espulsione della Russia dal sistema SWIFT”.  Per chi ci crede, anticipazioni di un visionario, per gli scettici solo la casuale prevedibilità degli eventi. Ma che Giulietto Chiesa fosse allarmato dalla crescente tensione tra Occidente e Russia lo dimostra anche il riferimento alla “sensazione che si stiano preparando avvenimenti radicali, cruciali, di quelli che possono lasciare il segno per generazioni e generazioni. Forse addirittura per sempre”.

Salvo poi cadere in una ingenuità, dicendo che la Russia è per “i vertici dell’Occidente l’unico Paese – l’unico Stato, l’unico popolo – che può (…) fargli paura, visto che dispone di un apparato militare equivalente, in grado di distruggerlo”, dimenticando che – come si è visto negli ultimi anni – strumenti come le supply chain possono essere armi altrettanto letali e che la Cina ha dimostrato di saperli usare. 

A proposito dell’Ucraina, Chiesa la definisce un “oggetto” utile per tutti coloro che hanno visto la Russia come un ostacolo alle loro mire espansive. Bersaglio perfetto, perché ha sempre costituito una “linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa” che “attraversa il cuore della Russia”. Le frizioni tra cattolicesimo e ortodossia e il confronto a distanza tra il Vaticano e il Patriarcato di Mosca sembrerebbero dargli ragione. 

AGI – Un’enorme statua in resina è comparsa all’Arco della pace di Milano. Una figura maschile monumentale di circa 6 metri, nuda: è Mr. Arbitrium, realizzato dall’artista romano poi trasferitosi a Carrara, Emanuele Giannelli. Dopo aver viaggiato a lungo nella sua Toscana, Mr. Arbitrium arriva a Milano. Spinge o sorregge? Non si sa, è una scelta arbitraria, proprio come il suo nome.

E tanti possono essere i significati di questo atto – spiega l’autore – aggrapparsi alla storia, al classico, alla tradizione, come si può evincere dallo stile figurativo e dalla rappresentazione dettagliata e realistica della figura umana. O forse allontanarsene, tentare di liberarsi dal peso di così tanta bellezza, rinviare al mittente i troppi condizionamenti di un passato meraviglioso ma altrettanto ingombrante.

“La scultura è pensata con tutta la muscolatura in tensione, intenta a sorreggere la struttura o altrimenti a spingerla via in maniera decisa – spiega Giannelli – giocare su tale ambivalenza è l’intento del mio progetto e nel duplice significato di questa azione si cela il concetto che sta alla base della mia opera. In un momento storico di grandi cambiamenti e di ritmi sempre più accelerati come quello che stiamo attraversando, a mio avviso, esiste realmente questo dilemma che inevitabilmente ci chiede di scegliere: spazzare via la Chiesa o l’edificio storico, simbolo delle Istituzioni, di storia, di cultura e tradizione passata o invece sostenere e difendere la Chiesa, la nostra storia millenaria, i simboli della cultura dell’Occidente?”

“Il futuro, secondo il mio modo di vedere e sentire, è già molto vicino: la scienza ogni giorno e da tempo ci propone e ci parla di robotica, neuro-tecnologie, cellule staminali, clonazione, società digitali controllate ecc. Ognuno di noi sarà chiamato a decidere quale dei due diversi sentieri intraprendere: “spingere” oppure “sostenere”. Ognuno di noi metterà in campo il proprio “io”, agendo secondo le proprie capacità, competenze e soprattutto la propria coscienza. E’ qui che nasce l’idea che il soggetto protagonista non sia più la scultura, ma noi stessi, l’umanità tutta. Tanti “io” portati a prendere quelle decisioni, tante interpretazioni simili o distanti tra loro, nella speranza di evitare fraintendimenti, malintesi o errori di valutazione. Il futuro e l’uomo passeranno da qui, almeno nella mia visione”.

“Sono felice di tornare a lavorare con Emanuele Giannelli – aggiunge il critico Luca Beatrice che ha seguito negli anni l’opera dell’artista – scultore visionario, eclettico, persona piena di interessi culturali, molto stimolante e attento, che da quando ha allargato la propria visione nell’opera monumentale si è come liberato dai limiti, dalle cinghie che lo tenevano stretto, dalla forza di gravità. Oggi, non a caso, Giannelli può essere annoverato tra gli scultori più interessanti e completi della nostra generazione. Soprattutto in lui l’opera non vive di sé stessa ma tenta un dialogo profondo con diverse forme del sapere e della cultura contemporanea”.  

Interessante il processo che ha portato alla creazione di Mr Arbitrium. Il primo passaggio consiste nella realizzazione di un bozzetto in creta, per mano dello scultore, trasformato in una scansione e inviato a un collaboratore di Giannelli, il carrista viareggino Luigi Bonetti, per la lavorazione del polistirolo con un robot. La scultura al suo interno è armata in ferro e fissata alle basi su una struttura.

Il robot arriva fino ad un 90% di precisione, richiede dunque un ulteriore intervento per mano dell’artista allo scopo di ridefinire molti dettagli, in particolare del volto, delle mani e dei piedi.

AGI – Li chiamano redneck, perché passano la vita chini sul volante del trattore ad arrostirsi il collo al sole dei campi del Midwest, o, con un termine che ben rende la crudezza che può avere la lingua americana, white trash, quella ‘carne da fonderia’ che si spacca la schiena nelle industrie della ‘rust belt’.

Per definirli c’è anche una parola dal suono più dolce, hillbilly, che però nasconde un profondo disprezzo e potrebbe equivalere all’italico ‘buzzurro’. In ogni caso si tratta di bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione, frustrati dalla morte del sogno americano che non li ha nemmeno sfiorati e arrabbiati, molto arrabbiati. 

A raccontare la loro epopea (un’epopea misera, fatta di piccole battaglie quotidiane che l’indomani ricominciano uguali) è J.D. Vance in un libro il cui titolo originale è per l’appunto ‘Hillbilly Elegy’ e che uscì nell’agosto del 2016 negli Stati Uniti con uno straordinario tempismo perché raccontava esattamente quel popolo che pochi mesi più tardi avrebbe portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Quello che fu un fenomeno editoriale si appresta a diventare un fenomeno politico: Vance ha vinto le primarie repubblicane in Ohio per la candidatura a un posto da senatore e a 37 anni affronterà il senatore democratico Tim Ryan.

Spinto da un film Netflix diretto da Ron Howard e interpretato da Glenn Close, il romanzo è stato un successo anche in Italia, dove è stato pubblicato nel 2017 da Garzanti con il più edulcorato titolo di ‘Elegia americana’. Ed è un testo che, più e meglio di molti saggi politici, può aiutare a capire quali irrequietezze si muovano nel ventre dell’America, quella che decide chi vince un’elezione e che non sa trovare l’Ucraina sulla carta geografica. 

Vance i buzzurri li conosce bene perché è stato uno di loro. È nato e cresciuto tra la contea povera di Jackson, in Kentuky, e a Middletown, comunità dell’Ohio devastata dall’eroina. I personaggi del suo libro sono hillbilly violenti, misogini e xenofobi ma fortemente solidali al loro interno e depositari di un proprio senso dell’onore e alfieri di una giustizia che si fa da sé. Un cocktail esplosivo che aveva riconosciuto in Trump il proprio linguaggio e la propria rabbia verso le elite di New York e Washington, ree di averli dimenticati.

Vance non ama considerarsi un politologo, né un sociologo né tanto meno un politico e nella sua storia non ci sono buoni o cattivi così come non c’è un giudizio morale. L’elegia, prima ancora di essere di un gruppo di perdenti, è quella di una famiglia, sgangherata, disfunzionale, burrascosa e violenta con una madre psicotica e figure paterne evanescenti sostituite da una nonna tosta come l’acciaio. 

Il protagonista, che altro non è che un riflesso dell’autore, riesce ad agguantare quel sogno che a tutti coloro che lo circondano è sfuggito, ma il suo riscatto è costruito sulla fatica dei nonni che hanno tenuto a bada le tentazioni e i mostri – a partire dalla madre – che gli giravano intorno e che alla fine, lungi dall’essere sconfitti, vanno a costituire qull’humus che alimenterà le sue storie tra miniere abbandonate, squallide case mobili, capannoni e acciaierie.

“Disoccupazione, povertà, divorzi, droga; la mia patria è un luogo di infelicità. Non c’è da sorprendersi se i proletari bianchi sono il gruppo sociale più pessimista d’America con la tendenza a colpevolizzare tutti tranne se stessi”, dice Vance dei suoi personaggi. Di nuovo: non è un giudizio morale, ma solo un modo di guardare l’abisso quando si è consapevoli di essersi fermati a un passo dal precipitarvi. 

AGI – Il fondo Leopardiano conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli regala una nuova, inaspettata sorpresa: un quadernetto di appunti del giovane Leopardi, con ogni probabilità del 1814, quando il poeta aveva 16 anni. Il manoscritto giovanile, passato inosservato e finora inedito, è stato intercettato da Marcello Andria e Paola Zito che ne hanno curato la pubblicazione per i tipi di Le Monnier Università.

Il volume “Leopardi e Giuliano imperatore. Un appunto inedito dalle carte napoletane” si presenta a Napoli alla Biblioteca Nazionale -Sala Rari- domani, martedì 3 maggio, ore 16, con interventi di Maria Iannotti, Giulio Sodano, Francesco Piro, Rosa Giulio, Silvio Perrella, Lucia Annicelli.

Si tratta di un ‘quadernetto’ formato da quattro mezzi fogli, ripiegati nel mezzo in modo da ottenere otto facciate, recanti una lunga e fitta lista alfabetica di autori antichi e tardo antichi (circa 160 i lemmi), ciascuno dei quali seguito da una serie di riferimenti numerici (oltre 550 nel complesso). Siamo di fronte ad uno scritto di Leopardi appena sedicenne, assiduo frequentatore della biblioteca paterna, che realizza un accurato e capillare spoglio dell’Opera omnia di Giuliano imperatore, ricorrendo all’autorevole edizione di Ezechiel Spanheim, apparsa a Lipsia nel 1696.

Giacomo, che soltanto l’anno prima ha cominciato a studiare il greco da autodidatta, perlustra assiduamente i migliori esemplari della biblioteca paterna: l’autografo ci mostra come benche’ giovanissimo Leopardi è già uno studioso provveduto e curioso ed abbia già un accurato metodo di lavoro, che rappresentera’ la caratteristica costante del percorso leopardiano.

Gli anni in cui il giovane Leopardi si accosta alla lettura di Giuliano rappresentano una tappa significativa nel percorso di rivalutazione della figura dell’Apostata, per lungo tempo offuscata dalla condanna pressoché unanime degli storici della fino alla metà del XVI secolo e riscoperta nel Settecento ad opera soprattutto degli illuministi (Montesquieu, Diderot, Voltaire) ma accolta in Italia, fra attestazioni di stima e dichiarata ostilità.

Richiami all’opera dell’imperatore filosofo neoplatonico ricorreranno anche in seguito nell’opera leopardiana: in particolare nelle Operette morali (nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri) e nello Zibaldone, in alcune esercitazioni di carattere filologico.

Il volume approfondisce il senso del binomio di Giacomo Leopardi e l’Apostata, in una prospettiva interdisciplinare attraverso i saggi di Marcello Andria, Daniela Borrelli, Maria Luisa Chirico, Maria Carmen De Vita, Stefano Trovato, Paola Zito che conducono le loro riflessioni sul piano storico -filosofico dal IV secolo d.C. all’Illuminismo e oltre, nonche’ sul piano filologico indagando nelle pieghe di un tessuto lessicale e concettuale denso e significativo. 

AGI – Un castello trecentesco alle porte di Bergamo, residenza del celebre condottiero e capitano di ventura Bartolomeo Colleoni, si sta trasformando in una delle attrazioni turistiche più apprezzate dell’intera provincia, grazie a una gestione innovativa fatta di tour esclusivi, eventi, rievocazioni storiche e gite al borgo. 

La storia del maniero

Il castello si trova a Cavernago, a sud del capoluogo, e domina una distesa di 330 ettari di campi agricoli nel Parco del fiume Serio. Nato come un edificio difensivo ghibellino circondato da un fossato, fu abbandonato per alcuni decenni fino a quando nel 1458 fu acquistato dal Colleoni, che per 20 anni fu Capitano Generale delle truppe della Serenissima Repubblica di Venezia, signora di Bergamo dal 1428. Il condottiero lo ristrutturò ampliandolo per farne la sua residenza principale. Colleoni ospitò nel suo castello famosi letterati con feste, banchetti e gare. Morì nel 1475 a 80 anni e il suo castello e gli altri possedimenti che aveva furono lasciati ai figli.
Il castello restò nelle mani della famiglia Colleoni fino al 1880 per poi passare passa ai Conti Roncalli e successivamente alla famiglia Crespi. Stupisce come abbia mantenuto intatto il suo fascino medievale: l’esterno di ciottoli alternati con masselli in cotto, le torri di guardia, le mura merlate, le ampie logge, il grande fossato e l’antico ponte levatoio. 

Visite, eventi e rievocazioni in costume

Nei weekend da marzo a novembre è possibile accedervi sia con visite libere con un’audioguida (a fare idealmente da cicerone è Medea Colleoni, figlia del grande condottiero rinascimentale) che con visite guidate per scoprire i saloni e le stanze del pianterreno e del piano superiore. Se ne occupa la Malpaga Spa, la società che ha avviato importanti progetti di riqualificazione e recupero del castello e delle abitazioni contadine, dei magazzini, delle scuderie e degli edifici militari circostanti.

Fin dall’arrivo si viene accolti dal personale in costume d’epoca che immerge subito nell’atmosfera quattrocentesca. All’interno si possono ammirare bellissimi affreschi realizzati tra il ‘400 e il ‘600. Straordinari e intatti in particolare quelli al pianterreno di Girolamo Romanino che rievocano la tappa che fece a Malpaga il re di Danimarca, Cristiano I, nel suo viaggio verso Roma. Al piano superiore i discreti interventi di recupero svolti verso la metà del Novecento si sono concentrati nella rimozione degli affreschi posteriori per riportare alla luce quelli gotici voluti dal Colleoni e, in alcuni casi, anche precedenti. Gli interni sono arredati con ricostruzioni di mobili d’epoca. 

I tulipani

Tra le numerose iniziative offerte c’è anche un giro in carrozza per il borgo. E poi rievocazioni storiche come il Palio di Malpaga di agosto cone la giostra equestre e le sfilate, cene a tema medievale, spettacoli teatrali e musicali, laboratori per bambini, notti in tenda nel castello, campus estivi. Vicino al castello sono stati messi a dimora lo scorso autunno 150mila tulipani di 150 varietà, 15mila narcisi e 5mila giacinti creando un tappeto di colore da cui il visitatore può scegliersi fiori e bulbi da portare a casa con l’iniziativa “Cogli il bello”.

AGI – La cultura musicale del canto a tenore, tramandata per tradizione orale nel mondo agro-pastorale della Sardegna, non è più esclusiva espressione del ‘Pastoralismo’. Dei circa 3.500 cantori, censiti in quasi 100 paesi dell’isola, i pastori sono solo il 10%, sopravanzati dagli operai (il 18%) e dagli impiegati (il 14%), e affiancati da artigiani (10%), pensionati (10%) e studenti 7%.

Così intimo nella necessità di unirsi in un abbraccio mentre lo si intona, questo canto è praticato spontaneamente anche dai ragazzi mentre aspettano il pullman che li riporti a casa da scuola, nelle gare estemporanee di poesia e a corollario dei riti delle festività religiose.

Fra i cultori del canto a tenore, così unico da essere stato dichiarato dall’Unesco, nel 2008, patrimonio culturale immateriale dell’umanità, cresce anche il livello di istruzione: il 42% ha un diploma il 15% è laureato, mentre il 6% ha una qualifica professionale. Il 93% dei cantori parla in sardo, il 55% lo scrive e il 22% compone poesie, mentre il 33% conosce l’inglese, il 22% il francese, il 12% lo spagnolo e il 3% il tedesco. Il 73% ha il sardo come lingua materna.

A rivelare l’identikit dei ‘tenores’ sardi, concentrati nel cuore dell’isola, fra Orgosolo (280), Nuoro (253), Oliena (236) e Barbagia di Ollolai (784), è uno studio dell’Isre- Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

L’evoluzione dei ‘tenores’

Il censimento è stato affidato a due grandi associazioni dei cantori sardi – ‘Tenores Sardegna e ‘Boches a Tenore’ – che hanno collaborato con gli etnomusicologo Luigi Oliva e Sabastiano Pilosu. Negli ultimi decenni il canto a tenore si è evoluto assecondando i profondi cambiamenti economici e sociali della Sardegna. Ora lo praticano uomini di ogni età, ceto e livello di istruzione, dal pastore, al medico, dall’operaio all’insegnante.

Con il loro canto inconfondibile, ricco di sonorità gutturali che paiono provenire dalle profondità della terra, i cantori evocano atmosfere arcaiche, che immergono l’ascoltatore in scenari di natura indomita. Nelle loro comunità di appartenenza i ‘tenores’ sono spesso autentiche celebrità, e i turisti che hanno modo di ascoltarli sui palcoscenici e nelle piazze delle manifestazioni estive li adorano.

Il progetto ‘Modas’

l censimento rientra nel progetto ‘Modas”, termine che in sardo rappresenta la pluralità delle espressioni locali che caratterizzano il canto a tenore. Le regole di base della pratica restano ovunque le stesse – quattro voci, di cui una solista che canta il testo verbale, mentre il coro delle altre tre voci, che in sardo è appunto detto ‘tenore’, recita i caratteristici suoni gutturali nonsense – ma ogni paese può caratterizzarle a suo modo.

Sono queste personalizzazioni delle tipologie dei canti, dei frammenti e dei timbri melodici le caratteristiche che impreziosiscono e rendono uniche le diverse declinazioni del canto a tenore nell’isola. Il progetto ‘Modas’, nato dalla collaborazione tra l’Isre e i cantori a tenore, ha come obiettivi lo studio, la salvaguardia e la promozione di questa pratica musicale tanto inconfondibile e amata anche al di fuori dell’isola.

Ne è risultato il più importante lavoro di indagine sul canto a tenore condotto fino a oggi: quattro anni di studi – intervallati da sospensioni forzose dovute al Covid – che hanno portato a una approfondita documentazione audiovisiva, una ricerca etnografica in dieci diversi paesi dell’area storica del canto a tenore. 

Un tempo i contesti più frequenti erano cene tra amici, il bar (‘su tzilleri’), le cantine private (‘sos magasinos’), le vie dei centri storici e le piazzette, a volte le chiese e le sacrestie. Ma ora il canto polivocale in cui si le gutturali ‘bassu’, ‘contra’, s’intrecciano con la ‘boghe’ del solista e con la ‘mesu boghe’, risuonano principalmente durante i riti e le sagre paesane, sui palcoscenici delle serate folk e nelle rassegne di canti, in occasione delle prove di gruppi organizzati, nei cortili delle scuole superiori, nelle radio e nelle tv locali che ospitano i tenore, i gruppi di canto.

L’abbraccio che cancella le differenze

“La prima, grande novità che si evince dal questionario è che il canto a tenore cancella le differenze sociali: medico, pastore, studente, cantano insieme in un unico abbraccio”, dice all’AGI Diego Pani, responsabile tecnico-scientifico del progetto. “E il dato di 3.488 tenori individuato dal censimento, per quanto ricavato con scientificità, è sottostimato, vista la diffusione della cultura del canto a tenore in determinate aree del centro Sardegna, grazie al suo carattere popolare e spontaneo”.

La prima fase del lavoro ha portato alla nascita di una Rete del canto a Tenore e alla raccolta di un’enorme quantità di materiale documentale, consultabile sito www.a-tenore.org, che conduce alla seconda parte del progetto: quello della restituzione sul territorio, con giornate di canto, di scambio e di confronto, interamente dedicate alle comunita’ e soprattutto volte a riportare la pratica nei paesi in cui sta scomparendo. “Ma il fatto che il canto a tenore sia tanto diffuso tra i giovani”, conclude Pani, “non puo’ che essere, per noi, un elemento che fa ben sperare per il futuro”.