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“L’uomo è come un algoritmo, non esiste una sua versione finale ma una che si può sempre ottimizzare e migliorare”. Francesco Marconi, 33 anni, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo del Wall Street Journal, mi ripete più volte questo concetto durante una chiacchierata sul suo ultimo libro uscito in Italia (Diventa autore della tua vita, 30 giorni per scoprire le tue aspirazioni e cominciare a raggiungerle, Rizzoli, 2019).

Background tecnologico solidissimo, esperto di intelligenza artificiale e machine learning, soprattutto applicate al mondo dell’informazione, Marconi racconta all’Agi di come gli italiani abbiano bisogno di maggior “self-confident”, fiducia in se stessi. “Spesso sono troppo umili, questo a volte può essere un vantaggio ma anche un grosso ostacolo quando si vuol provare a cambiare lavoro o iniziare un nuovo progetto”. Un passato ad Associated Press, un presente da ricercatore al Mit di Boston e al Wsj, Marconi nel 2017 è stato riconosciuto da MediaShift come uno dei 20 principali innovatori nell’ambito dei media digitali.

Ognuno di noi, quindi, è un algoritmo umano che per crescere “ha bisogno di dati, di input, di sollecitazioni che arrivano dall’esterno”. Tutto quello che serve per avviare un meccanismo di machine learning interiore in cui la componente umana, quella non fredda e asettica dei calcolatori, è ingrediente necessario: “Questo libro non è una serie banale di formule di auto-aiuto, né promette false illusioni. È un oggetto, fisico, che può essere usato nel momento del bisogno o, ancora meglio, che puoi regalare a una persona a cui tieni particolarmente e che è in cerca della sua strada”.

Marconi è nato in Portogallo, nelle sue vene scorre sangue italiano, e vive a New York. Pochi anni fa scrisse un articolo in cui illustrava il suo “metodo E.N.G.A.G.E.” dove raccontava quanto fosse importante arrivare a stringere un patto con sé stessi per provare a cambiare la propria esistenza e perseguire i propri desideri. Tra consigli ed esercizi, pause e respiri. Quell’articolo è diventato un libro di successo che ora sbarca nelle nostre librerie con un adattamento, C.R.E.A.T.I., che non perde efficacia.

“Non è una formula di marketing” dice Marconi “Io voglio che si crei una connessione tra chi lo compra e le persone che gli stanno intorno, alla community di riferimento. Ci si può lavorare sopra, può stare sul comodino o in valigia quando si viaggia. Non è una lettura tradizionale che si consuma in due giorni. Si può leggere anche solo un capitolo alla volta, con la cadenza viene decisa dal lettore. E non c’è limite di età, si può ripetere il processo ogni volta che serve”.

Nelle pagine ci sono aneddoti personali della vita di Marconi, storie di grandi uomini e donne come Steve Jobs e Victor Hugo, i creatori di Stranger Things e Zaha Hadid ma anche, se non soprattutto, dati e ricerche che scientificamente danno solidità alla narrazione dell’autore. Per spiegare bene le peculiarità del testo si può ricorrere a una frase che è uno dei piloni portanti delle teorie di un’altra grande ricercatrice, Brené Brown: “Stories are just data with a soul”. Dati e anima. Algoritmo e umanità.

Il nostro cervello, come sostiene il neuroscienziato Rick Hanson “è come il velcro per le esperienze negative e come il teflon per quelle positive”, ovvero tende a dare più risonanza e importanza alle prime rispetto alle seconde. Chi fa il mestiere del giornalista questo lo vede anche nel tipo di notizie che fanno presa nella mente del lettore. Ma non solo.

Come giornalisti sappiamo che tutti i giorni si leggono cose con una matrice fortemente negativa, dalle guerre ai terremoti, e a volte mi sembra che siamo circondati da troppe energie di questo tipo. Ci sono studi scientifici che dimostrano come l’essere esposto a positività permette a ciascuno di noi di crescere e di migliorarci. È difficile quantificarne l’impatto ma credo sia molto importante avere accanto persone dinamiche e creative. Tornando al concetto dell’algoritmo umano: se i dati che prendi all’esterno sono negativi anche il tuo processo di “machine learning” sarà altrettanto negativo. Meglio allenare questo processo di sviluppo con positività, creatività, collaborazione.

Nel libro ci sono tre capitoli dove suggerisce di coltivare la gentilezza, di eliminare la critica sistematica, di provare a distinguersi per essere riconoscibili. Bene, la provoco. Dobbiamo abbandonare i social come Facebook? O grazie a nuovi fenomeni come Tik Tok, i giovanissimi possono tornare a ricercare una propria identità?

Penso che tutto questo abbia a che fare con il tentativo di essere “autentici”. Una piattaforma come TikTok ti lascia essere davvero autentico e creativo, altre come Facebook o Twitter sono focalizzate nel promuovere la conformità. Oggi c’è una tensione sempre più forte tra il conformarsi alla società e il provare a essere autentici. Ma succede, a volte, di trovarsi davanti a quella che viene chiamata come “fake authenticy”. Questo è quello che si dovrebbe evitare. Essere autentici e, allo stesso tempo, essere grati per quello che si ha penso sia una soluzione che possa aiutare davvero le persone a concentrarsi sulle cose importanti.

Nel libro scrive anche quanto sia importante non essere interrotti e imparare a superare il disagio del silenzio. Viene citato uno studio di Microsoft che indica come ogni dipendente venga interrotto in media quattro volte ogni ora..

Sì, per me questa è certamente un qualcosa che riguarda la sfera sociale e l’interazione umana ma ha anche qualcosa di fisico. Pensiamo ad esempio a come sono disegnati gli uffici oggi. Al Wall Street Journal è tutto “open space” e io credo che questa non sia la forma migliore dove lavorare. Vieni interrotto troppe volte. Sarebbe importante creare una struttura dove si ha il tempo per essere al 100% focalizzati nel lavoro e parallelamente altri spazi per la connessione sociale e l’interazione con gli altri individui.

E suggerisce anche di mettere sempre per iscritto le proprie idee

Serve a dare forza e concretezza ai propri obiettivi. Io procedo così: li scrivo per averli sempre davanti e ogni giorno provo a fare una o due cose che mi permettano di procedere verso il loro raggiungimento. Se lo faccio per due o tre mesi, il risultato arriva più facilmente. È come costruire una casa: cominci con i mattoni e alla fine hai un edificio.

Pieno di post-it

Esatto.

Parliamo di deepfake. In Italia abbiamo visto da poco il caso del “falso” Renzi e molti ci sono cascati. 

Al Wall Street Journal abbiamo creato una squadra di media forensics dove ci sono 21 giornalisti che hanno imparato a fare la “detection” dei deepfake e altri video che promuovono l’odio. Stiamo continuando ad apprendere nuove tecniche per farlo ma quella che per me è più importante di tutte è continuare a seguire il processo tradizionale giornalistico: controllo e ricerca delle fonti. I deepfake, come ogni tecnologia, evolvono di continuo. Quando troviamo una soluzione potrebbe non bastare. Inizialmente in questi video non si vedeva sbattere gli occhi, ora è un’azione che questi volti fanno. È come un gatto che insegue il topo, non dobbiamo fermarci ma sviluppare sempre nuove tecnologie per combatterli. Il grande problema è che nel momento in cui tu hai identificato un deepfake come tale, lo stesso è già stato ampiamente visto grazie alle reti sociali che lo hanno condiviso. La sfida è anche quella di informare queste persone del fatto che hanno visto una fakenews.

Parliamo anche di fact-checking. Fondamentale, utile, molti lo apprezzano, ma non è diventato uno strumento di successo per le masse di lettori. Perché?

È molto importante per i giornalisti ma è un ingrediente base del nostro mestiere. Se non fai fact-checking non sei un giornalista o non puoi lavorare in un’agenzia. Se fai buon giornalismo, fai factchecking. È un elemento non dovrebbe distinguerti dagli altri. Penso che i giornalisti ne siano più ossessionati di quanto lo sia il pubblico. Una volta, nelle operazioni di marketing di un giornale americano, lessi “leggi il nostro giornale per proteggerti dalle fakenews”. Penso che sia una cosa molto importante per noi ma un po’ secondaria per i lettori.

Decisiva allora quella che nel libro diventa “la pepita”, ovvero quella capacità di vedere le cose in una maniera unica, trasversale, originale. Nel giornalismo e nella vita. Come la si trova?

Posso dirle come faccio io. Non posso trovare un’altra prospettiva quando sono totalmente preso dal lavoro che sto facendo. Devo diversificare le attività da fare ogni giorno. È molto difficile uscire dalla routine, dall’autopilota inserito. Ma è importante provare a farlo. Il tempo libero serve a sviluppare la creatività, a parlare con altre persone, a fare ricerca. Questo è il segreto.

“Ogni giorno è il giorno più importante della tua vita”, scrive.

A volte stiamo troppo concentrati nel voler raggiungere un grande obiettivo. Dovremmo invece avere un approccio maggiormente legato alla forma incrementale. Crescere giorno dopo giorno per creare la base del proprio futuro.

Nella prefazione leggo: “Ho lasciato l’Italia perché volevo diventare migliore. A volte penso di tornare una volta per tutte. Il motivo per cui non l’ho ancora fatto è che voglio tornarci nella migliore versione di me stesso”. Quando tornerà?

Non so ancora come risponderle. I 30 piccoli capitoli del libro sono disegnati in un maniera simile al processo in cui si sviluppa un’intelligenza artificiale. Sto ancora testando se l’algoritmo umano funziona e lo saprò solo in una versione di me più ottimizzata.

L’assegnazione del Nobel per la Letteratura 2019 – attesa giovedì alle ore 13 – sta provocando gran fermento nel mondo della cultura per l’annuncio di ben due vincitori, fatto che non accadeva da settant’anni. Nel 2018, per chi non lo ricordasse, l’assegnazione fu sospesa e rinviata di un anno sulla scia dello scandalo di molestie sessuali che travolse Jean-Claude Arnault, regista e fotografo franco-svedese, portando a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Tra voci, scommesse e pronostici, dopo l’onda lunga di #Metoo e dei vari scandali sessuali che hanno coinvolto vertici del cinema, della musica – non ultimo Placido Domingo – e della cultura in generale, i favoriti alla vittoria del prestigioso premio letterario sono soprattutto donne.

Il toto-Nobel potrebbe trovare conferma nella realtà in quanto l’orientamento di questa edizione, ha spiegato la presidente del comitato per la Letteratura Anders Olsson, è di avere un premio “meno eurocentrico” e “meno maschile”.

L’ultimo era stato assegnato nel 2017 a Kazuo Ishiguro. Tuttavia scommesse e previsioni in rarissimi casi hanno colpito nel segno. La superfavorita è la poetessa e saggista canadese Anne Carson, della quale in Italia è uscito “Antropologia dell’acqua” e “Autobiografia del rosso”, quotata dalla società di scommesse britannica Ladbrokes 5 a 1.

Al secondo posto, 6 a 1, la scrittrice francese dell’Isola di Guadalupe Maryse Condè, autrice di “La vita perfida”, alla quale nel 2018 era stato assegnato il Premio Nobel alternativo in assenza del premio tradizionale. A seguire la polacca Olga Tokarczuk, conosciuta in Italia con “I Vagabondi”, e la cinese scrittrice Can Xue, pseudonimo di Deng Xiahoua.

Si gioca anche la vittoria l’eterno candidato Haruki Murakami, atteso in Italia per ricevere il Premio Lattes Grinzane per la sezione La Quercia. Al nono posto Margaret Atwood, altra veterana delle candidature, della quale è uscito un mese fa “I testamenti”, seguito di “Il racconto dell’Ancella”. Da tempo candidato alla vittoria anche il poeta siriano, Adonis, autore fra l’altro di “Violenza e Islam”. In lizza Milan Kundera e Javier Marias, in una classifica che si chiude con George R.R.Martin, l’autore de “Il Trono di Spade”.

Per gli italiani, l’ultimo Nobel per la Letteratura è quello assegnato nel 1997 a Dario Fo, e ora il più quotato resta Claudio Magris. Oltre ad essere un prezioso riconoscimento letterario, il Nobel ha un significativo valore economico costituito da una medaglia d’oro e da un assegno di circa 900 mila euro. 

“Mi sembra incredibile che il Rojava possa finire di nuovo nelle mani dell’Isis, il pelo sullo stomaco dei nostri politici e il fatto che nessuno gliene chieda conto”. In un’intervista a la Repubblica non ha dubbi Michele Rech, più conosciuto in arte con il nome di Zerocalcare, sul precipitare della situazione in Siria dopo la decisione del presidente degli Usa Donald Trump (poi parzialmente ritrattata) di ritirare le truppe americane dal Paese lasciando così i curdi al proprio destino e campo libero alla Turchia di Erdogan, che ha già minacciato una rappresaglia contro il popolo curdo.

Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Zerocalcare si trovava, a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava (una federazione del Nord-Est della Siria che di fatto è autonoma). E così la storia di una guerra maledetta e infame, e della resistenza democratica di un popolo, è diventata una graphic novel di culto dal titolo Kobane Calling, un libro e anche uno spettacolo.

E a proposito di Erdogan, che definisce i curdi “terroristi”, Zerocalcare afferma che “dovremmo chiederci chi vogliamo scegliere come alleati”, ovvero “chi ha sconfitto l’Isis e sta provando a costruire un sistema di democrazia, dimostrando che anche in quel territorio ci può essere convivenza di diversi popoli, che le donne possono avere un ruolo primario nella società ed essere libere, o se il nostro alleato deve essere un regime come quello turco che incarcera decine di migliaia di oppositori politici”.

Zerocalcare definisce infatti il “caso di Rojava” come “l’unico esperimento di democrazia nel giro di decine di migliaia di chilometri quadrati”. “Quando Assad – spiega l’artista – ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”.

In pratica, continua a raccontare al quotidiano di Largo Fochetti a Roma, “ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”. “Questo è il Rojava, un esperimento avanzatissimo non solo rispetto a quelle zone, ma anche alle nostre, secondo me”, aggiunge il disegnatore.

In quell’area, dunque, sono stati aboliti i matrimoni combinati, i matrimoni tra ragazzini, “hanno stabilito che tutte le amministrazioni venissero gestite da un uomo e da una donna insieme”. “Nessuna donna – aggiunge – può essere assoggettata agli ordini di un uomo. Parlano di ambiente, ecologia, stanno studiando come sviluppare le energie pulite e usare il petrolio — e in quella regione ce n’è tanto, che fa gola a molti — solo per gli usi bellici. Hanno fatto della convivenza religiosa il fondamento della loro organizzazione”.

Kobane resisterà?, chiede infine il quotidiano. “Non credo che si siano mai fatti grandi illusioni sul ruolo degli americani in quella regione” risponde Zerocalcare. Per poi aggiungere e concludere: “Hanno molto chiaro che le loro alleanze sono con i popoli, non con i governi. Gli amici dei curdi sono le montagne, non sono quasi mai gli Stati. Ma questo non significa che dobbiamo stare zitti: i curdi hanno combattuto e sconfitto l’Isis, difendono la democrazia, non possiamo voltargli le spalle, lasciarli soli”

 

Saranno due i Nobel per la Letteratura assegnati quest’anno, un fatto che non accadeva da settant’anni. E quest’anno il Nobel per la Pace potrebbe riservare una sorpresa, andare alla giovanissima Greta Thunberg. Da lunedì si apre la settimana dei riconoscimenti che premiano l’eccellenza intellettuale e umanistica. Si comincia con quello per la Medicina e la Fisiologia, a cui seguiranno nei giorni successivi quelli per la Fisica, la Chimica e la Letteratura. Venerdì sarà la volta di quello per la Pace e i bookmaker danno per favorita la giovanissima attivista svedese per il clima.

Lunedì toccherà a quello per l’economia, l’unico che non fu istituito all’epoca dal magnate svedese Alfred Nobel, ma dalla Banca di Svezia e che si assegna dal 1969 e non dal 1901. Non accadeva da oltre mezzo secolo che l’Accademia di Svezia non assegnasse due premi: era accaduto nel 1950, quando erano stati premiati William Faulkner (per il 1949) e Bertrand Russell (per il 1950), un anno dopo che il premio era ‘saltato’ perché nessun aspirante rispondeva ai criteri richiesti.

Il rinvio stavolta è stato sull’onda di uno scandalo clamoroso che lo scorso anno paralizzò la prestigiosa istituzione: la vicenda che travolse Jean-Claude Arnault, il regista e fotografo franco svedese, accusato di varie molestie e condannato nell’ottobre scorso a due anni per stupro. Lo scandalo portò a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Anche l’erede al trono di Svezia, la principessa Victoria, sarebbe stata molestata da Arnault durante una festa nel 2006.

Greta, se incoronata, sarà la più giovane vincitrice del Nobel, sfilando questo primato all’attivista pakistana Malala Yousafzai, che lo ottenne nel 2014 quando aveva 17 anni. Greta sarebbe anche la prima a vincere il Nobel per la Pace per il suo impegno a favore del clima dal 2007, quando venne tributato all’ex vice presidente Usa Al Gore.

Il mese scorso a Washington Greta ha ritirato il premio di Amnesty International “Ambasciatore di coscienza” a nome del suo movimento “Fridays for future”. Tra i papabili vincitori del Nobel per la Pace nel 2019, anche il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, il leader dei nativi brasiliani Raoni Metuktire, la prima ministra della Nuova Zelanda Jacinda Arden, papa Francesco. Ma Greta sarebbe in pole, anche su Donald Trump, che ancora una volta nelle scorse settimane, a margine dell’assemblea generale dell’Onu, si è detto deluso di non essere ancora stato insignito del prestigioso riconoscimento.

Le vicissitudini tragicomiche di un papà separato che perde la bussola e cerca nella memoria le ragioni per ripartire. È questo il leitmotiv de “La formica sghemba”, Scatole Parlanti editore, il romanzo breve di Paolo Romano, presentato in anteprima il 26 settembre al Teatro Arciliuto di Roma.  

Non è frequente nella narrativa italiana di incappare nel racconto intimo e crudo insieme delle fragilità di un uomo che si ritrova solo a crescere un figlio. È attraverso questo punto di vista destrutturato che passano tradimenti e femminicidi, curati di campagna, ragazzi padre, vita vissuta, vita che sarebbe dovuta essere vissuta e vita che verrà. E in mezzo tanta musica: al termine del romanzo si ha una playlist di riferimenti che suggeriscono il sottofondo per la lettura.

Sulla scia della recente narrativa americana postmoderna, la digressione è l’unico modo credibile per tentare la ricostruzione dell’unità, tra note a piè di pagina spesso lunghissime e romanzi nel romanzo con lo stile che prova a confondersi e cambiare nel racconto e sbalzare dal vernacolo al formale, dal sentimentale al grottesco.

Perché proprio “La formica sghemba”? Schopenhauer racconta di questa curiosa specie di insetti che, se viene spezzata in due, entra in lotta con sé stessa: la testa prova a mordere il corpo e quest’ultimo prova a difendersi pungendo la testa, finché altre formiche non le trascinano via. Ecco la percezione del conflitto: nella difficoltà di vivere non capendo l’attualità e il proprio tempo sta il senso di questo romanzo breve.

L’anteprima sarà seguita da dibattiti ed incontri in tutta Italia, con psicologici, scrittori, musicisti e giornalisti sui temi del libro. Già in calendario il 27 a Pavia (Libreria Antiquaria Cardano, con Enrico Merlin), il 28 a Piacenza (Fahrenheit 451), il 15 a Roma (Le torri) e l’8 novembre a Cremona (Libreria del Convegno).

Dopo la discussa classifica dei 100 film più belli del 21esimo secolo, The Guardian torna sull’argomento declinando stavolta la stessa chart sui romanzi. Secondo quanto decretato dal quotidiano anglosassone sarebbe “Wolf Hall” di Hilary Mantel, il romanzo più bello del nostro secolo. Il libro in questione da parte della cosiddetta “trilogia di Thomas Cromwell”, biografia fittizia che racconta l’ascesa al potere del I conte di Essex nella corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Il terzo romanzo della saga è attualmente in lavorazione, i primi due capitoli sono valsi alla Mantel due Booker Prize, nel 2009 e nel 2012, prima donna della storia ad essere insignita due volte del prestigio premio.

Secondo posto che va a Marilynne Robinson, autrice, nel 2004, di “Gilead”, un romanzo di fatto filosofico in cui un segmento di storia degli Stati Uniti viene raccontata attraverso la voce dell’anziano predicatore John Ames, sottoforma di lettera ad un figlio che, già sa, non riuscirà mai a vedere adulto; “Ci sono migliaia di ragioni per vivere questa vita, – scrive nel libro Ames – ognuna delle quali è sufficiente”. “Gilead” è valso alla sua autrice il Premio Pulitzer per la narrativa.

Ancora una donna a completare il podio, si tratta di Svetlana Alexievich e il titolo della sua opera è “Secondhand Time” (in Italia “Tempo di seconda mano”). “Il premio Nobel bielorusso – come scrive The Guardian, motivando la scelta – ha registrato migliaia di ore di testimonianze della gente comune per creare questa storia orale dell’Unione Sovietica e la sua fine. Scrittori, camerieri, dottori, soldati, ex apparatchik del Cremlino, sopravvissuti ai gulag: a tutti viene dato spazio per raccontare le loro storie, condividere rabbia e tradimento, ed esprimere le loro preoccupazioni per la transizione al capitalismo. Un libro indimenticabile, che è sia un atto di catarsi sia una profonda dimostrazione di empatia”.

Come già successo nella classifica relativa al cinema, anche per quanto riguarda i libri l’Italia riesce a ritagliarsi due slot, il primo risulta anche abbastanza alto in classifica e si tratta del primo romanzo della saga de’ “L’amica geniale” di Elena Ferrante, del 2011, che troviamo all’undicesimo posto, piazzandosi davanti a mostri sacri della letteratura mondiale come Philip Roth e Stephen King. The Guardian motiva la scelta così: “Potentemente intima e spudoratamente domestica, la prima parte della serie napoletana della Ferrante la affermò come un vero e proprio caso letterario. Questo e i tre romanzi che si sono poi succeduti, hanno documentato come la misoginia e la violenza potessero determinare la vita, così come la storia, dell’Italia alla fine del XX secolo”.  

La seconda posizione riservata ad un autore nostrano è la 66 dove troviamo Carlo Rovelli con il suo “Sette brevi lezioni di fisica”, pubblicato da Adelphi nell’ottobre del 2014. Romanzo dalla genesi strana che ha stupito tutti, compresa la casa editrice che in prima tiratura aveva considerato appena 3 mila copie e al quale non aveva nemmeno concesso chissà quale campagna promozionale; a dicembre del 2015, dopo 19 edizioni e soltanto in Italia, le copie vendute risultarono essere 300 mila; aumentate poi di un milione quando il libro è stato esportato all’estero e tradotto in 42 lingue diverse.

La struttura è abbastanza lineare, sette semplici spiegazioni di quelle che sono considerate tappe fondamentali nella storia della fisica: teoria della relatività, teoria dei quanti, struttura del cosmo, particelle, origine del cosmo, buchi neri e natura del calore e il ruolo dell’uomo. Scorrevole, divertente, capace di declinare argomenti altamente tecnici con un linguaggio accessibile a tutti ma soprattutto, interessante per tutti. Imperdibile. 

È il nono Paese per grandezza, talmente vasto che nei suoi confini lunghi ben 13.000 km si trovano molti dei climi presenti nel mondo, eppure sono altri i motivi per cui è noto, soprattutto tra gli addetti ai lavori: le immense risorse minerarie di cui è dotato, praticamente l’intera tavola periodica. È il Kazakistan, 18 milioni di abitanti in 2,7 milioni di km quadrati, che dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel dicembre 1991, sotto il primo presidente in carica da allora fino allo scorso marzo Nursultan Nazarbayev, ha cominciato un’ascesa che lo ha portato ad aprirsi verso l’esterno e si va gradualmente estendendo anche al turismo. Il Paese offre infatti diversi scenari, soprattutto per chi ricerca una meta dove cultura e natura si incontrano. Al di là delle visite alle città principali Nur-Sultan, Almaty e Shymkent, più a portata di “piede”, sono infatti l’outdoor, l’etnoturismo e persino il turismo estremo buoni validi motivi per recarsi in Kazakistan; e trattandosi di una destinazione ancora poco nota al turismo di massa, consente visite godibilissime soprattutto da maggio a settembre.

Almaty è la più grande città kazaka. Fortificazione militare russa fondata nel 1854 con il nome prima di Zailiyskoye, poi di Vernoye, è nota anche con il russo Alma-Ata: è la cosiddetta “capitale del sud” da quando nel 1997 ha ceduto lo scettro dopo quasi settant’anni a favore di Akmola (la russa Tselinograd), per l’occasione rinominata Astana che, in kazako, significa proprio “capitale”.

A favore di quest’ultima la centralità (quindi la vicinanza alla Russia) e il fatto che Almaty è meno sicura, situata com’è alle pendici delle montagne del Tian Shan e già distrutta da due terremoti nel 1887 e nel 1911, e soprattutto troppo vicina ai confini. Tra le due, il primato della bellezza va ad Almaty, decisamente più attraente anche nei dintorni. La catena montuosa del Trans Ile Alatau che la circonda è di un indubbio effetto scenico culminante, per gli amanti degli sport invernali, a Shymbulak, esclusiva località sciistica dai duemila ai tremila metri di altezza, per raggiungere la quale si sorvola in funivia la più alta pista di speed skating del mondo a Medeu (quasi 1.700 metri) inaugurata nel 1951. Qui si sono tenuti i Giochi invernali asiatici del 2011 e per soli 4 voti Pechino si è aggiudicata le prossime Olimpiadi invernali del 2022. Non solo neve però: a fine agosto a Medeu è stato tagliato il traguardo del settimo Tour di Almaty, la gara ciclistica su strada che da sei edizioni è vinta dall’Astana Pro Team.

In città valgono una visita il parco Panfilov, nel quale si trova il monumento ai 28 fucilieri del reggimento 1075 della divisione 316, che persero la vita nel 1941 contro i carri armati tedeschi durante la battaglia per Mosca; la cattedrale dell’Ascensione, nota anche come Zenkov dal nome dell’architetto che supervisionò i lavori agli inizi del secolo scorso e unico edificio sopravvissuto al terremoto del 1911, forse poiché costruita interamente in legno, inclusi i pochissimi chiodi presenti; il museo statale Kasteev, il più grande museo d’arte dell’Asia centrale, fondato nel 1976, con dipinti e opere di arte applicata, grafica e decorativa kazaka, sovietica e occidentale nonché dello stesso Abylkhan Kasteev; e, per godere del panorama, vale la pena prendere la funivia sino alla collina di Kok-Tobe per spaziare lo sguardo sulla città (e dare un’occhiata all’altra attrazione del parco: la statua in bronzo dei Beatles).

Mete immancabili nelle vicinanze sono il canyon di Charyn e l’Ozero Bolshoe Almatinskoe, nel parco nazionale di Ile Alatau. Il primo si deve all’opera millenaria del fiume Charyn, che ha scavato nella steppa un canyon profondo da 150 a 300 metri. Il secondo è un lago alpino, noto anche come Big Almaty Lake, contenuto a 2500 metri di altezza da una diga naturale: nelle giornate di sole assume un’incredibile tonalità turchese, anche grazie al divieto di avvicinamento alle rive poiché principale fonte d’acqua della città.

Così ribattezzata lo scorso marzo in onore dell’elbasy, il “primo presidente”, Nur-Sultan può invece contare sull’architettura contemporanea, essendosi sviluppata fortemente negli ultimi venti anni. Basti pensare all’intero quartiere dell’Expo 2017: 174 ettari di area totale, di cui 25 di area espositiva per 1 milione e 200 mila metri quadrati costruiti là dove fino a meno di quattro anni fa c’era solo terra. È ora il centro finanziario della città, dominato dal padiglione nazionale Nur Alem (“luce del mondo”) che mantiene la funzione originaria di museo dell’energia. Secondo i dati ufficiali, più di 5 milioni di persone hanno visitato l’Expo, approfittando del regime visa-free istituito per l’occasione per i viaggi di meno di 30 giorni, ancora vigente; da gennaio, il governo sta inoltre testando l’e-visa, per agevolare maggiormente i flussi turistici, il cui trend proprio da allora è in aumento.

Ispirato a una yurta, per rievocare il concetto di ospitalità nomade in un clima spesso di molto sotto lo zero, il Khan Shatyr (“tenda reale”) è un centro commerciale progettato dall’architetto inglese Norman Foster, che ha recentemente firmato la biblioteca Nazarbayev Centre e nel 2006 il Palace of Peace and Reconciliation, sede permanente del triennale Congresso delle religioni mondiali e tradizionali nonché centro per la promozione dell’uguaglianza umana e rinuncia alla violenza.

Le firme dei religiosi sono riprodotte in una piccola scultura (per la chiesa cattolica romana, il cardinale Tomko) nella Bayterek Tower, senz’altro il monumento più rappresentativo della capitale. Bayterek è in lingua il pioppo, albero della vita su cui l’uccello sacro Samruk depone un uovo d’oro. Per il panorama vale la visita sospesi nel vuoto a 97 metri di altezza alla base dell’“uovo”, rappresentativi dell’anno in cui la città è divenuta capitale. Vicino ci sono inoltre il palazzo presidenziale Ak Korda, la moschea Hazret Sultan, il Teatro dell’Opera ma soprattutto il National Museum of the Republic of Kazakhstan, incentrato sulla storia etnografica di questo popolo, che dal nomadismo si è proiettato nel futuro più di altri Paesi ex Urss. Qui è possibile vedere la riproduzione del “golden man”, rinvenuto nel 1969 nella necropoli di Yesik, presumibilmente appartenente alla tribù dei Saci e vestito di un’armatura completamente d’oro risalente al V secolo d.C. conservata nella Banca nazionale ad Almaty.

Tra steppa e urbanizzazione, vicino a Shymkent, terza città più popolosa del Paese e su una delle rotte della Via della Seta, si trova la città di Turkistan già nota come Yasi: un mix di tradizioni di nomadi e contadini stabilitisi qui per via della fertilità apportata dal Syr Darya (la cui sconsiderata gestione, insieme a quella dell’Amu Darya, ha generato la crisi del lago d’Aral, del quale sono immissari). Mozzafiato il mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, maestro sufi e poeta mistico del XII secolo: costruito tra il 1389 e il 1405 per ordine di Timur (Tamerlano), è meta di pellegrinaggio e esemplare notevole di architettura timuride, assurto a patrimonio Unesco. Aspira invece a diventarlo il sito archeologico di Otrar, città distrutta nel 1219 da Gengis Khan e nella quale trovò la morte Tamerlano due secoli dopo; vicino si può inoltre visitare il mausoleo di Aristan-Bab, eretto sopra la tomba di questo primo maestro di Yasawi. La città di Turkistan è capitale spirituale del mondo turco e, proprio per dotarla di un’infrastruttura turistica efficiente e accrescerne il numero di visitatori, è la più recente località divenuta SEZ (zona economica speciale), aggiungendosi alle 11 già presenti: unica però con spiccata vocazione turistica.

Il governo sta infatti investendo molto su turismo e cultura, che rientrano nella strategia di sviluppo da qui a sette anni. Aktoty Raimkulova, nominata ministro nel giugno scorso, in conferenza stampa ha parlato dell’importanza del settore: “Abbiamo un programma statale fino al 2025 per promuovere quello che consideriamo un fondamentale driver economico. Nel 2018 su 8.9 milioni di persone che hanno visitato il Kazakistan, un milione lo ha fatto per turismo; nel primo semestre del 2019 500.000 su 6 milioni. Le nostre prime dieci location sono state visitate da centomila persone provenienti principalmente da Russia, Cina, India, Medio Oriente, Europa e Stati Uniti, e nostra volontà è incrementare nei prossimi sette anni questo numero da uno a tre milioni, creando infrastrutture turistiche ma anche di business come nuovi resort. Vogliamo inoltre promuovere i nostri parchi: al momento c’è una gara aperta finalizzata alla gestione; sono 13 per un totale di 3 milioni di ettari e includono montagne, foreste, laghi. Intendiamo, primi in Asia centrale, instaurare anche il meccanismo tax free per gli acquisti: ciò potrebbe aumentare il numero dei turisti, soprattutto da Cina, India e Medio Oriente”. 

E per quanto riguarda il turismo interno?  “È in linea con quello di molti Paesi, circa il 75%. Il Kazakistan è molto grande e incoraggiamo la popolazione a visitarlo: l’ultima misura introdotta è la possibilità per i minori di 16 anni di viaggiare gratis in treno e aereo”.

Raimkulova ha poi sottolineato il sempre maggiore desiderio di apertura verso l’estero. A tal fine il ministero è molto interessato all’industria filmica come occasione per solleticare la curiosità di potenziali turisti: “Il paese vanta incredibili scenari e girare dei film nelle nostre location ne aumenta senz’altro l’appeal turistico. Inoltre auspichiamo l’entrata della nostra industria locale nel mercato estero. Siamo pertanto disponibili a ospitare produzioni cinematografiche: abbiamo un apparato normativo che regola a più livelli i rapporti in ambito culturale e ci stiamo impegnando perché incontri gli standard esteri più elevati, con leggi specifiche che vanno dalla protezione di siti storici alla promozione del settore cinema. Quest’ultima in particolare risale allo scorso gennaio: il mondo cambia rapidamente e vogliamo essere pronti ad aggiornare gli atti regolatori all’apparire di nuove sfide e tecnologie. Abbiamo quindi provveduto a un regime di esenzione dall’iva, che qui è del 12%, e dall’imposta sul reddito delle società, che è del 20%; inoltre anche grazie all’esperienza di paesi come Regno Unito, Francia, Italia, abbiamo introdotto sussidi fino al 30%”. 

Con l’Italia, la cooperazione nel settore culturale avviene soprattutto in campo teatrale: nel luglio scorso è terminata a Roma la tournée dell’Astana Opera, che ha portato in diverse città italiane il balletto Spartacus”, con numerose performance tutte sold out già sei mesi prima. Per il governo, il teatro è strumento principe della multiculturalità che distingue il Paese e del continuo operato al fine di promuovere il patrimonio culturale proprio e delle minoranze presenti: “è stimolante l’esteso scambio tra il teatro nazionale e i teatri esteri, scambio di successo anche perché si porta una visione degli artisti kazaki su opere classiche”, continua il ministro.

L’interesse degli italiani si concentra soprattutto nel turismo etnografico e nell’ecoturismo: “La natura attrae molti italiani con luoghi quali la cima più alta del Kazakistan ad Almaty, il Khan Tengri, che arriva a 7000 metri; per gli amanti dello sport, sono 125 i km di piste da sci, a differenti altezze, accessibili a professionisti e dilettanti; per chi è interessato alla storia, ci sono infinite destinazioni: pochi per esempio sanno che ad Ulytau si trova il mausoleo di Jochi, primogenito di Gengis Khan”.

Il viaggio stampa è stato offerto dal governo kazako

L’appuntamento è a Milano per la fine di ottobre: migliaia di collezionisti e appassionati sono attesi negli spazi del Centro svizzero di Piazza Cavour per provare ad aggiudicarsi una o più delle decine di opere di autore messe all’asta da Pandolfini con il titolo “Tesori ritrovati, impressionisti e capolavori moderni da una raccolta privata”. Quadri di Van Gogh, Renoir, Monet, Picasso, disegni di Modigliani e Segantini, sculture di Messina: il valore minimo complessivo, a partire dalle valutazioni iniziali, è compreso fra i 6 e gli 8 milioni di euro, ma Pietro De Bernardi, amministratore delegato della casa d’aste si aspetta, come ha detto all’Agi, “rialzi consistenti su molti lotti proposti, compresi i più importanti”. 

Si tratta delle opere di una collezione appartenuta nell’ultima parte del secolo scorso a Calisto Tanzi, l’imprenditore parmense protagonista nel 2003 di una bancarotta storica, con un buco da 14 miliardi per il gruppo Parmalat, che ha coinvolto 38 mila risparmiatori.

Balla: Finestra du Düsseldorf

Balla: Finestra du Düsseldorf

Per alcuni anni dopo il “crac” si era favoleggiato di proprietà e di un vero e proprio tesoro di quadri preziosi, di cui però l’imprenditore, durante le udienze del lungo processo che l’ha visto protagonista, aveva sempre negato l’esistenza. Fino a quel giorno di fine novembre 2009 in cui una puntata di Report aveva parlato di un trasporto notturno di quadri per sfuggire ai sequestri nella prima fase dell’inchiesta.

Da allora e nel corso di un paio d’anni, la Guardia di Finanza ha recuperato decine e decine di opere: oltre 100, per un valore che la stampa all’epoca ha stimato in 28 milioni. Ora, 10 anni dopo, una parte della collezione va all’asta. Il lotto più importante è di 55 opere, fra cui i pezzi più preziosi, un Monet la cui valutazione iniziale è fra gli 800 mila euro e il milione e 200 mila (ma ai tempi del suo ritrovamento in una cantina del parmense si era parlato di 10 milioni) e una natura morta dipinta da Picasso nel 1944, identica stima iniziale. 

Saranno “battuti” il 29 ottobre, dopo essere stati per qualche giorno in esposizione: ma già 12 mila persone li hanno visti alla mostra organizzata nei giorni scorsi a Parma, e altre sono attese a Firenze, dove Pandolfini ha sede al Palazzo Ramirez Montalvo e la collezione sarà esposta fra il 20 e il 22 settembre, e a Roma, in via Margutta, dal 10 al 12 ottobre.  “Ci aspettiamo una grande affluenza di pubblico in sala – ha detto ancora De Bernardi – anche perché si tratta di un evento che non ha precedenti in Italia”.

Van Gogh: Pollard willow

A Pandolfini sono già giunte “richieste di Condition Report da tutto il mondo e interesse da parte di collezionisti, Fondazioni e Musei internazionali. Tutto però si concretizzerà in date più vicine all’asta”, ha aggiunto.

Fra le opere più attese, ci sono la Finestra di Dusseldorf di Giacomo Balla, dipinta nel 1912,  due opere di Vincent Van Gogh, due di Kandinskij, oltre a dipinti e disegni di Pissarro, Monet, Manet, Magritte, Toulouse Lautrec, Cézanne, Paul Signac, Chagall, Mirò, Matisse. Fra gli italiani  Zandomeneghi, Segantini, De Nittis, Boccioni. Ligabue. 

Monet: Faleise du petit Ailly à Varengeville

Anche se le firme su alcuni quadri sono dichiaratamente apocrife, e se alcuni critici storcono il naso davanti a opere non sempre considerate capolavori, a suo tempo per acquistarli l’imprenditore aveva, secondo le ricostruzioni dei magistrati, stornato diversi miliardi dai conti Parmalat. Mentre l’ex patron ormai ultraottantenne sconta la sua condanna definitiva a oltre 17 anni ai domiciliari, i suoi intermediari, i galleristi trentini Paolo Dal Bosco e Giovanna Dellana, che negli anni ’90 gli avevano procurato la cospicua collezione, hanno patteggiato con i giudici nel 2011: un anno e mezzo ciascuno per concorso in bancarotta fraudolenta.

E’ morto stamane a Sassari Salvatore Mannuzzu, magistrato, politico e scrittore. Nato il 7 marzo 1930 a Pitigliano, in provincia di Sassari, vinse il Premio Viareggio e il Premio Dessì col suo romanzo più celebre, ‘Procedura’.

Nel 2016 aveva perso la figlia Lidia Maria, biologa e fisiologa, morta a 58 anni per un’embolia polmonare, e anche la moglie Nannetta. Mannuzzu  stato anche parlamentare, eletto alla Camera nelle liste del Partito comunista italiano per tre legislature, dal 1976 al 1987.

Nel 1992 con ‘La figlia perduta’ è arrivato terzo al premio ‘Strega‘. Il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2013 da Einaudi, è ‘Snuff o l’arte di morire’. Tra il 2010 e il 2013 aveva tenuto una rubrica quotidiana sulla prima pagina di ‘Avvenire’, un diario diventato un libro, ‘Testamenti’, pubblicato da ‘Il Maestrale’ e dalle Edizioni dell’Asino. Mannuzzu è stato anche vicepresidente della Fondazione Banco di Sardegna.

Da ‘Procedura’ era stato tratto il film ‘Un delitto impossibile’ girato nel 2000 dal regista Antonello Grimaldi, con un cast di grandi attori italiani: Carlo Cecchi, Lino Capolicchio, Ivano Marescotti e la spagnola Angela Molino nei panni della protagonista femminile.

Nel settembre 2013 il comune di Stintino (Sassari) aveva assegnato a Mannuzzu il riconoscimento di ‘Stintinese Doc’, assegnato ogni anno a chi ha portato lustro al paese promuovendone le bellezze anche al di fuori della Sardegna. “Lo ricordiamo come uno di noi, un cittadino stintinese, uno tra i più importanti autori contemporanei”, dice il sindaco di Stintino (Sassari)”, dice il sindaco Antonio Diana che sei anni conferì il premio allo scrittore, in collaborazione Col Centro studi per la civiltà del mare. “Dalle sue storie, come ‘Un morso di formica’ e ‘Il terzo suono’, traspariva una innegabile ambientazione stintinese”.

La Casa editrice E/O, che pubblica i libri di Elena Ferrante, ha scelto il proprio profilo Twitter per annunciare il ritorno in libreria della scrittrice senza volto. Tra poco meno di due mesi, il 7 novembre. Non sono stati rivelati, invece, ulteriori particolari sul titolo del nuovo romanzo o sulla trama della storia. Unica cosa certa, però, è che sarà ancora Napoli il cuore pulsante da cui partiranno le vicende. Una città che, attraverso la tetralogia de L’Amica Geniale (che presto tornerà in televisione per una seconda stagione), i lettori hanno imparato a conoscere e amare.

Siamo lieti di annunciare che il nuovo romanzo di Elena Ferrante sarà in libreria il 7 novembre 2019.

— Edizioni E/O (@EdizioniEO)
September 9, 2019

L’incipit

La stessa casa editrice, tuttavia, ha fatto un altro regalo ai fan della Ferrante pubblicando l’incipitl. ovvero le prime righe, dell’annunciato romanzo che, dalle reazioni sui social, è già molto atteso apprestandosi a diventare un nuovo bestseller.

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione…