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Morì come visse. Scrivendo. Novant'anni fa, la sera del 25 luglio 1927, donna Matilde Serao stava per terminare una caustica rubrica dedicata alla vedova americana del tenore Enrico Caruso, rimaritata per la terza volta, quando la penna le scivolò di mano e  poggiò il capo sullo scrittoio.

"L'Impareggiabile Direttrice"

L'ultimo pezzo uscì lo stesso l'indomani su 'Il Giorno', quotidiano napoletano che aveva fondato e che guidava dopo la separazione da Edoardo Scarfoglio. Il giornale non le sopravvisse. Un mese dopo la sua morte, i figli lo misero in liquidazione: l'ultimo numero coincise col trigesimo "della sua impareggiabile Direttrice", come recitò l'annuncio che ne sospendeva le pubblicazioni.

Matilde, nata nel 1856 a Patrasso da un avvocato napoletano e da una nobile greca, si trasferì nel '61 a Napoli e dopo un'istruzione sommaria, ma corroborata da intense letture, si diplomò e vinse un concorso alle Poste, dove lavorò per quattro anni come ausiliaria telegrafista a 80 lire al mese. Un impiego modesto ma sicuro che le permise di dedicarsi all'irrefrenabile passione della scrittura, sia letteraria sia giornalistica, con una fluviale ispirazione che l'accompagnò tutta la vita. Bella no, neanche da giovane, la Serao affascinò perdutamente il giornalista abruzzese Scarfoglio e lo sposò nel 1884. Vissero nella capitale, fra le altre avventure, quella del 'Corriere di Roma', ma presto si trasferirono sotto il Vesuvio fondando il 'Corriere di Napoli', che uscì il primo gennaio 1888 con i soldi del magnate Matteo Schilizzi. Alla rottura con l'editore diedero vita al 'Mattino', che apparve nelle edicole il 16 marzo 1892 con marito e moglie imprenditori di se stessi. La Serao codiresse il giornale (prima donna a farlo) fino alla separazione da Edoardo, che fu totale, umana e professionale. Gli avrebbe fatto concorrenza, dal 27 marzo 1904, con 'Il Giorno'.

Gheddafi: "Leggete i libri di Matilde"

Personaggio centrale nella vita culturale e politica napoletana, la Serao si ritrovò coinvolta assieme al marito nell'inchiesta condotta dalla commissione governativa presieduta da Giuseppe Saredo, che all'alba del XX secolo sollevò il velo opaco del malaffare e del consociativismo nella pubblica amministrazione cittadina, ma che si concluse con esiti scarsissimi e da cui la coppia Scarfoglio-Serao uscì con qualche graffio appena.

Celebrata dal giornale che fondò ('Il Mattino' le ha intitolato un premio), Matilde Serao ha goduto di gloria da viva e di una fama, dopo morta, che ha resistito al tempo, ai mutamenti del giornalismo e alle mode letterarie. Ha suscitato l'ammirazione dei più impensati: il più ricordevole, Muammar Gheddafi, la esaltò nella sua visita a Roma a giugno del 2009, invitando alla sua lettura l'uditorio di un migliaio di donne molte delle quali nessuna pagina conoscevano di donna Matilde o ne ignoravano il nome.

Pubblichiamo di seguito due articoli della Serao che ne confermano l'attualità, entrambi dedicati all'informazione e destinati alla rubrica dei 'Mosconi'. Il primo parla delle fake news; il secondo riguarda i giornali e l'opinione dei lettori sui giornalisti. Entrambi i pezzi – immaginando i byte e i social in luogo della linotype e del caffè, o il tablet piuttosto del cartaceo 'lenzuolo' ottocentesco – sembrano scritti adesso.

  dal 'Corriere di Napoli', 11/12 agosto 1891

La falsa notizia

In quella psicologia del giornalismo che io ho tanto desiderio di scrivere, ma che non scriverò forse giammai, in questa psicologia che andrà a raggiungere nel limbo dei desiderii insoddisfatti tutti i romanzi, tutti i poemi, tutte le commedie che vorrei avere scritto o vorrei poter scrivere, in questa meravigliosa psicologia che rimarrà una delle mie più grandi opere inedite, un capitolo acuto ed anche divertente potrebbe essere, anzi sarebbe quello della falsa notizia.

E' anche vero che la falsa notizia è stata il trionfo del giornalismo di venti anni, mentre adesso questa utile consuetudine si va perdendo e i giornali, quasi tutti e quasi sempre non stampano che notizie vere: ma è sempre una cosa bizzarra a studiarsi; la falsa notizia nel giornale; è sempre una delle estreme risorse; è sempre un minuto interessante in cui la gente si agita intorno a un'ombra.

Vi è la falsa notizia maliziosa, perfida, di colui che la lancia con maligna intenzione, che la vede fare il giro della stampa e che sa bene non essere efficace nessuna rettifica, nessuna smentita: rimane sempre qualcuno che crede a questa falsa notizia; vi è la falsa notizia ingenua, candidamente stupita, di colui che ha udito una parola per un'altra, che ha scambiato il nome di un personaggio con quello di una città, che scrive a orecchio e quindi sbaglia; vi è la falsa notizia strepitosa, clamorosa, inventata di chi ha l'abitudine di queste fantastiche invenzioni e che si diverte immensamente nell'agitazione che desta; vi è la falsa notizia timida, quasi tranquilla, di colui che desidera che questa notizia si avveri, e la falsa notizia arrabbiata, disperata di colui che non sa come occupare mezza colonna del suo giornale, che ne occupa altra mezza per confermare la prima notizia, poi vi ritorna su per ismentire le smentite, poi per ispiegare che la cosa va così e così, e infine, la quinta volta per dare ampia ragione a coloro che smentirono.

E ancora vi è la falsa notizia germogliata così, spontaneamente, ripetuta scioccamente, scioccamente creduta, che non è verosimile, che non sarà verosimile mai, che è l'indizio più profondo della stupidaggine umana; vi è la falsa notizia ricorrente, cioè quella che si rinnova ogni quattro, ogni sei mesi. Dio, quanti generi e quante forme di false notizie, alcune oneste e alcune disoneste, alcune perfide e alcune innocenti e tutte quante fonte di lavoro e di diletto al giornalista, fonte d'interesse pel lettore. Oramai, il regno della verità, il migliore, è stato fondato, nel giornalismo italiano, ma il sistema della falsa notizia anche aveva del buono, come vi può essere della onestà, della pietà, della carità, della utilità in fondo a ogni bugia.

Ormai la falsa notizia si fa rara, rara; e quando se ne pesca una, si rimane meravigliati, come di una cosa di altri tempi. Beninteso che questo non è il capitolo della psicologia del giornalismo, ma il riassunto, anzi il sommario di questo stupendo capitolo della sublime opera che non vedrà la luce, giammai.

da 'Il Giorno', 23/24 aprile 1912

Senza illusioni

Non c'è uno solo di noi che si faccia illusioni. Sappiamo di che si tratta. L'antica esperienza non sbaglia. Sappiamo benissimo che per tutte le anime semplici, per tutti gli esseri primitivi, per tutta la gente che non vede al di là del proprio naso, (e non tutti sono Cyrano, in questa bassa vallèa mortale) la colpa maggiore è nostra. Noi conosciamo tutti i segreti della guerra, ma non vogliamo dire la verità. Noi non ignoriamo nulla, ma nascondiamo le notizie sotto il velo più greve delle contradizioni e delle smentite.

E' così. Nella famiglia borghese, come al caffè, l'onesto commerciante in mercerie spalanca il giornale, vi affoga dentro sino alla radice dei capelli (qualche volta l'onesto lettore è anche calvo, ma non si può mica preveder tutto…) sin che non torna a galla aggrappato alla solita cintura di salvataggio, che consiste nella solita insinuazione: – Il giornale è stato inventato per nascondere le cose che accadono. Forse non sa, il borghese panciuto e pianeggiante, che egli parafrasa l'altro celebre apostema: "La parola è stata inventata per nascondere il pensiero", ma questa sua ignoranza non guasta. Non è la prima volta che, nello stesso minuto, due individui estranei, separati da molte migliaia di chilometri, in terre assolutamente lontanissime, si trovarono a pensare l'istessa cosa, o a dotare il mondo dello stesso prezioso frutto di una scintilla del loro cervello.

Quello che guasta moltissimo è la perseveranza con la quale, oramai, ognuno che sappia leggere un giornale, o conosca personalmente uno scrittore di giornali, incalza nelle sue asserzioni e nelle sue richieste. Perché pubblicare notizie col punto interrogativo? Perché non dire una parola sull'azione della squadra? Perché non rivelare il dietro-scena delle relazioni ultime tra l'Italia e le sue alleate? Perché non dire la parola della verità sull'atteggiamento dell'Inghilterra? E così di seguito. Nel caffè, nella farmacia, in sala da pranzo, il pater familias proclama: – La colpa, vedete, è tutta dei giornali. Perché se i giornali dicessero quello che veramente accade, se non nascondessero i fatti, se non circondassero di tanti misteri gli eventi, si respirerebbe, si potrebbe ragionare. Ma si naviga nel buio. Non si sa nulla. Non si può prestar fede a una notizia, che l'indomani segue subito la smentita.

In verità, l'ottavo peccato mortale è leggere un giornale moderno… – Così predica l'onesto borghese, dalla sera alla mattina. E la figura del giornalista passa bieca su un fondo che sembra un basso fondo. Dopo di che, al primo allarme, lo stesso borghese è il primo a comprare una edizione speciale.

Curzio Malaparte, uno dei più discussi e geniali intellettuali del Novecento, moriva per una malattia incurabile ai polmoni il 19 luglio di sessant’anni fa alla clinica Sanatrix di Roma. Aveva solo 59 anni e nell’ultimo periodo di vita, con l’ennesima delle mosse a sorpresa che spiazzavano e spiazzano chi avvicina la sua figura, aderì devotamente al comunismo, senza rinunciare nella fase estrema – ma nessuno può attestarlo con certezza – a una conversione al cattolicesimo.

Il suo nome, che ha alternato momenti di popolarità e di oblio dal 1957 a oggi, ha ridestato l’attenzione poche settimane fa, quando una petizione vanamente lo propose per un Premio Strega alla memoria. La sua città, Prato, dove Malaparte (alias di Kurt Erich Suckert) nacque il 9 giugno 1898, lo ricorda con una due giorni di manifestazioni promosse dal Comune. E la casa editrice Adelphi ha intrapreso la ripubblicazione delle opere.

Malaparte dedicò alla Cina le sue ultime pagine. Furono raccolte in un volume uscito postumo senza che avesse la possibilità di rivedere il testo, lasciato in parte sotto forma di abbozzo. Fu durante il viaggio in Cina che si manifestò la malattia dello scrittore, il quale ricevette lì le prime cure, come racconta nell’ultimo capitolo del libro qui di seguito quasi interamente riportato. Risalì sull’aereo con un amore smisurato e del tutto acritico per la Cina, e la sua nuova fede comunista fu tale: fede più che ideologia, tanto che nel capitolo finale del libro assolve la tremenda repressione sovietica della rivoluzione ungherese del ’56. Non vide (non volle vederla o non gli fecero vedere) la realtà del regime maoista, che viveva l’effimera stagione dei Cento Fiori mentre si preparava la repressione “antidestrista” dell’estate ’57, che preluse al drammatico periodo del Grande Balzo in avanti. “L’ultimo viaggio, fu la fine del gioco: il saluto alla Cina – scrisse Giancarlo Vigorelli – fu un saluto alla vita, anche se pagato con la morte”.

Alla Repubblica Popolare lasciò in eredità – ma una causa giudiziaria lo impedì – la sua celebre ‘Casa come me’ di Capri.

“Malaparte, incontrato a Capri dallo scrittore americano Frederic Prokosch, gli inventò i nomi di antichi romani immaginari, gli spiegò come i Faraglioni di giorno si muovano… E Prokosch riportò diligentemente le cose, non so se più credulo o se più divertito”, racconta all’AGI lo scrittore e critico Francesco Durante, che di Anacapri è nativo. “In rapporto a Capri mi piace ricordare Malaparte come uno degli ‘spiriti guida’ dell’isola. Scrissi più di trent’anni fa un pezzo provocatorio in cui chiedevo di abbattere la sua famosa villa, che vista sotto un profilo oggettivo è un abuso paesaggistico intollerabile. Mi scrissero tutti e di tutto, persino l’Ordine degli architetti, indignati per la mia provocazione che invece, sono convinto, sarebbe piaciuta pure a Malaparte: anche quella ‘Casa come me’ fa parte del suo marchio di fabbrica, perché la verità è che l’architetto Adalberto Libera fu totalmente esautorato dal progetto: Malaparte la villa se la fece da solo”.

“Purtroppo – prosegue Francesco Durante – la Fondazione Ronchi e gli eredi Malaparte tengono la villa chiusa. Non la può visitare nessuno, se non in maniera assolutamente arbitraria: è una gestione che non ha alcun senso, anche perché è un luogo consegnato alla storia dell’isola e alle sue leggende”. Qual è il giudizio di Durante su Malaparte? “Malaparte ha ampi tratti di spregevolezza, un ‘arcitaliano’ vero, un tutto e il contrario di tutto, un trasformista, uno scrittore terribilista… ricordo le reazioni dei napoletani quando andò nelle sale il film tratto dal suo romanzo ‘La pelle’. Ma se dobbiamo trovare un tratto di coerenza più o meno assoluto, nella sua opera e nella sua vita, forse lo registriamo solo in questa idea dell’Europa che è la ‘Mamma marcia’, un concetto su cui Malaparte insiste sempre con una certa coerenza e anzi avvalora quando segnala la vitalità e la gentilezza degli americani, la freschezza che il Mondo nuovo porta al Vecchio Continente nell’ultima guerra mondiale”. Alla fin fine Malaparte chi era? “Era un bell’uomo, che aveva molte donne, un tipo di italiano ricorrente: quello di d’Annunzio, di Marinetti, oggi di uno Sgarbi, con un dandismo sopra le righe e provocatorio, italiano, fescennino, cultore dell’invettiva… La verità è che nessuno di loro ha la leggerezza di un Oscar Wilde, mi paiono piuttosto tutte figure anche un po’ tragiche. E come loro ce ne sarebbero tante altre. E’ la strana via italiana al protagonismo dell’intellettuale”, conclude Durante.       

 

da: Curzio Malaparte “Io, in Russia e in Cina”, Vallecchi Editore, Firenze 1958 

Voglio bene ai cinesi

Sì, certo, sono ancora molto stanco. Il viaggio da Pekino a Roma è stato lungo, faticoso benché tutte le precauzioni fossero state prese per diminuirmi lo strapazzo del volo di 10 mila km, dalla Cina all’Italia. E forse la ragione di questa mia stanchezza non è tanto la fatica fisica quanto il dolore del distacco dai miei amici cinesi.

Lo sapevo anche prima di andare in Cina cosa significasse la parola fratello, ma il vero profondo eterno significato dell’espressione amore fraterno l’ho imparato soltanto durante il mio soggiorno e la mia malattia in Cina. E se insisto su questa mia esperienza di affetto, di gentilezza, di solidarietà umana, non è per spirito deamicisiano, ma perché è un fatto raro e meraviglioso che un popolo impegnato in una così dura lotta contro l’eredità di miseria e di sofferenza del passato, per la costruzione di un grande paese moderno, libero, giusto e umano, sappia volgere tanta parte del suo spirito alla bontà, alla generosità, alla fraternità.

La fame, la sofferenza, la schiavitù, l’ingiustizia fanno spesso duri e cattivi i popoli. Il popolo cinese, nonostante secoli e secoli di schiavitù, di fame, di umiliazione, di terrore, è rimasto buono. E la grande lezione che si impara in Cina, nella Cina Popolare di Mao Tse Tung, non è soltanto una lezione di coraggio, di sacrificio, di tenacia nella lotta e nel lavoro, ma anche e soprattutto una lezione di modestia, di bontà, di onestà.  Durante il mio viaggio attraverso la Cina, dallo Shansì del nord all’estremità nord-occidentale del Turkestan, dal Kansu all’Hupei, avevo visto da vicino un popolo di contadini e di operai unito e compatto nella costruzione di una patria nuova, libera e giusta, di una Cina socialista.

Quel che avevo veduto a Ta-Tun, nello Shansì, a Urumci, nel Turkestan, a Langchow, nel Kansu, a Sian, nello Scensi, a Ciunking, nel Sechuan, era un esercito impegnato in una battaglia contro le miserie ereditate dal feudalesimo, contro tutta una storia millenaria di tirannia e di fame. Ma quel che ho visto nel corso della mia malattia, nei tre mesi e mezzo passati negli ospedali di Ciunking, di Hankow, di Pekino, è stato uno spettacolo ancora più straordinario e commovente: quello di un intero popolo impegnato in una colossale battaglia contro la tubercolosi, il rachitismo, l’anemia, la malaria, la denutrizione, cioè contro i cento e cento mali che secoli e secoli di feudalesimo hanno lasciato, spaventosa eredità, nel sangue del popolo cinese. […] Né si creda che i medici degli ospedali cinesi siano dei medici qualunque: essi sono in genere specialisti di grande fama, di uno standard non certo inferiore e molte volte superiore a quello dei migliori medici americani e tedeschi. Il reparto pediatrico dell’ospedale di Hankow è senza dubbio il più modernamente attrezzato fra quanti io abbia mai visto: e non accade in Cina, come purtroppo altrove, che i bambini che possono esservi ricoverati siano soltanto figli di ricchi. Sono bambini di operai, di contadini, di povera gente. […] La direttrice del reparto pediatrico, professoressa Tao, mi ha aggiunto: “I bambini hanno un’importanza decisiva nell’avvenire del mondo, più grande di quello che molti non credono”. Questa frase della professoressa Tao mi faceva tornare in mente quello che mi aveva detto un contadino cinese, in una cooperativa agricola dello Scensi: “La guerra non si farà perché i bambini non la vogliono”.

Quel che ho telegrafato al presidente Mao Tse Tung, nel lasciare la Cina, è vero: “Sono andato in Cina da amico, sono partito innamorato della Cina”. Io non potrò mai dimenticare quello che le autorità e il popolo cinese hanno fatto per me e questo sentimento di gratitudine e di affetto si aggiunge al mio sentimento di ammirazione, di solidarietà per la grande opera di costruzione socialista di quel popolo.

Come ho detto l’altro giorno in una intervista alla Pravda, chi ha vissuto da vicino l’esperienza cinese può meglio di ogni altro valutare serenamente e obiettivamente i dolorosi episodi avvenuti in Europa negli ultimi mesi. Sono avvenimenti tragici, penosi, che addolorano un animo giusto e onesto, ma che non possono tuttavia, in nessun modo, scalfire la fede nell’avvenire di un mondo di libertà, di giustizia e di benessere qual è il mondo di cui la Cina Popolare ci offre un’immagine ancora acerba ma sicura e definitiva.

Anch’io ho sofferto nel leggere sui giornali le notizie di Budapest, ma questa sofferenza non si è mai accompagnata al dubbio. La grande e positiva esperienza cinese assolve qualunque errore, perché è la prova manifesta e indiscutibile che la somma dei fatti positivi, nel moto del progresso, è superiore sempre alla somma degli errori. […]

Io voglio bene ai cinesi. E sarò sempre al loro fianco, in ogni caso, qualunque cosa possa succedere nel mondo. Voglio bene ai cinesi non solo per la ragione personale del bene che mi hanno fatto, ma per la ragione più valida e più vera del bene che fanno a tutti gli uomini e a tutti i popoli. L’altra mattina, all’aeroporto di Pekino, quando ho cominciato a salire la ripida scaletta del turboreattore sovietico, messo a mia disposizione dal governo cinese per ricondurmi in Italia, la piccola folla di autorità, di giornalisti, di medici, di infermieri, di funzionari dell’aeroporto, di scrittori, di diplomatici, che era venuta a salutarmi – c’era in quella folla il Ministro della Cultura della Repubblica Popolare cinese venuto a portarmi il saluto del governo e del Presidente Mao – è ammutolita all’improvviso. Io non riuscivo a salire quei ripidi gradini e mi ero accasciato mezzo svenuto. Il Comandante del turboreattore sovietico, un biondo russo dalle mani enormi, è sceso di corsa e mi ha sollevato quasi di peso, issandomi, gradino per gradino, verso la cabina dell’aereo. La folla, colpita dallo spettacolo penoso, taceva. Giunto in cima alla scaletta con il fiato rotto (da più di tre mesi respiro con un solo polmone), mi sono fermato per riprendere forza. Ed è allora che mi sono accorto del silenzio della folla. Volevo dire qualcosa per salutare i miei amici, per ringraziare, e mi sono venute spontanee alle labbra tre parole cinesi, che ho pronunciato lentamente, con grande fatica: “Uò ai zungkuojen”, che vuol dire: “Io voglio bene ai cinesi”. E la folla si è messa a piangere.

 

Nella Roma ottocentesca, tra gendarmi del Papa e carbonari, si muove un investigatore un po' dandy e un po' Sherlock Holmes dal nome Mercurio Loi. Stavolta il burattinaio Augustino vuole realizzare il burattino perfetto e vuole costruirlo con le sembianze di Mercurio Loi. Ma mentre il pupazzo prende forma, tutte le doti e le capacità di Mercurio sembrano svanire.

È questo l’intreccio alla base del nuovo numero di Mercurio Loi di Alessandro Bilotta, 'Il piccolo palcoscenico'. Disegnato da Onofrio Catacchio, l’albo arriva in edicola e in fumetteria a partire dal 22 luglio come nuova avventura del professore con il pallino del mistero nella Roma papalina. Una storia che si snoda tra spettacoli di burattini e colloqui per trovare un nuovo domestico (ma dovrà essere impeccabile), furti misteriosi e tenebrose wunderkammer, oggetti rari e preziosi come uova che contengono mercurio e bronzi che raffigurano Mercurio alato… Tutto questo mentre l’altro Mercurio, il nostro professor Loi, tenterà di capire perché tutte le sue capacità vanno affievolendosi giorno dopo giorno, come se venissero lentamente risucchiate dal pupazzo con le sue fattezze.

Chi è Mercurio Loi

Mercurio Loi è nato due anni fa tra le pagine delle Storie, grazie alla penna dello scrittore romano Alessandro Bilotta. Ma quel numero solo gli stava troppo stretto e per il suo autore è stato inevitabile seguire il professore per altre avventure, a passeggio tra le nuove pagine che andava via via a visitare. Un po’ Sherlock Holmes, un po’ Dr House, Mercurio Loi è un gentiluomo brillante e ironico, un dandy che percorre senza meta precisa le vie della città eterna come un flâneur ante litteram, per dirla con Baudelaire. È un osservatore attento, il professor Loi, e con la sua irrefrenabile curiosità finisce costantemente per essere coinvolto in vicende misteriose, macchinazioni diaboliche, società segrete e persino… fantasmi.

Un panorama spaccato in due tra Comuni sostenibili ed ecocriminali, per una mappa dell'Italia alpina che vede nove bandiere nere e dieci bandiere verdi. È questo il ritratto di Carovana della Alpi 2017, report di Legambiente che dal 2002 segnala le realtà di turismo alpino sostenibile e quelle in cui la montagna viene vista a metà “tra il luna park e il supermercato – si legge nel rapporto – un luogo dove tutto può essere acquistato e consumato con leggerezza, nel caos più totale”.

Ma quali sono le regioni con i comportamenti più pericolosi nei confronti dell'arco alpino? Il triste primato, a pari merito, spetta a Lombardia, Valle d'Aosta e Veneto, con due bandiere nere ciascuna. Seguono Liguria, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, in miglioramento rispetto al 2016, quando queste ultime due regioni erano capofila dei comportamenti dannosi per il turismo alpino. Delle regioni con il più alto numero di progetti sostenibili e all'avanguardia, invece, l'unica ad aver conquistato più di due bandiere verdi è il Piemonte, in prima linea con tre realtà premiate da Legambiente..

Si consolidano le buone pratiche ma gli atti di pirateria non si placano”. A dirlo è Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi per Legambiente. “Se in passato si osservava una maggiore esplosione di progetti insoliti per follia e dimensioni, come nuovi villaggi turistici, grandi alberghi o enormi funivie – continua la curatrice del rapporto – oggi, seppur le dimensioni siano più ridotte, si mantiene l'idea della montagna come luogo dove tutto può essere acquistato e consumato e si ripropone la visione di uno sviluppo senza limiti”.

Tra le bandiere nere, un impianto idroelettrico insostenibile nel piemontese, “l'inutile e distruttivo progetto”, si legge in Carovana delle Alpi, dell'ennesimo impianto da sci in Lombardia “contro tutti i pareri degli enti di tutela”. Ma non solo edificazione: segnalata anche la distruzione degli edifici dell'unica testimonianza di campo di prigionia fascista in Valle d'Aosta. Delle nove bandiere nere, una è equamente distribuita a cinque Comuni veneti, un comune trentino, alla Provincia di Trento e alla Regione Veneto, responsabili di avere autorizzato una manifestazione con 55 quad in un'area ad elevata fragilità ambientale, violando strade forestali, pascoli e piste da sci.

Un raduno che “non ha tenuto minimamente in considerazione – continua il rapporto – il Protocollo turismo della Convenzione delle Alpi, ratificato non solo dall'UE, ma da tutti gli stati alpini, Italia compresa”. Così, mentre la Convenzione delle Alpi invita a vietare l'uso di mezzi a motore nelle aree protette, il raduno di quad ad alta quota mostra un limite di questo protocollo, visto che ad oggi Comuni e Regione restano privi di alcuna sanzione. Si tratta di “progetti che non tengono conto dei fattori che condizioneranno lo sviluppo della montagna nei prossimi decenni – continua la responsabile del report Legambiente – sia rispetto ai cambiamenti climatici, sia rispetto all’affermarsi di nuovi stili di vita”.

Da qui la scelta, nell'Anno Internazionale del Turismo sostenibile proclamato dall'ONU, di destinare al turismo leggero gran parte delle bandiere verdi di Carovana. Dal riconoscimento alla piccola realtà sulle Prealpi orobiche valtellinesi di Castello dell’Acqua, costantemente impegnata nella conservazione di un escursionismo lento su antiche mulattiere, alla scelta coraggiosa dell'Unione Montana Valle Maira (in provincia di Cuneo) “che con una delibera ha espresso la propria contrarietà verso la fruizione motorizzata a scopo ludico del territorio”, si legge sul rapporto di Legambiente.

“Casi come questi rendono evidente l’esistenza di un turismo di massa (in crisi) e un turismo dolce (in crescita) – continua Legambiente – Sono le aree più turisticamente dimenticate, ma con un ambiente più integro, a mostrare i maggiori potenziali di sviluppo sull'arco alpino: dalle Alpi piemontesi alla Carnia, dalla Valtellina profonda al Cadore”. Luoghi dove al turista si chiede di arrivare da ospite, non da padrone: tra questi, la rete di oltre 200 realtà unite in Sweet Mountains, progetto dell'associazione torinese Dislivelli che vuole portare alla luce la ricca presenza di realtà sostenibili e accoglienti sulle Alpi occidentali.

“Nessuno ha il diritto di portare la città in montagna. La montagna non è un museo e nemmeno un luna park”, si legge sul manifesto dell'associazione piemontese. Perché “andare in montagna non è come andare in palestra”, continua Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi per Legambiente. “Oltre a una equilibrata valutazione di quelle che possono essere le nostre prestazioni fisiche, dobbiamo conoscere l’ambiente montano”. Per sua natura la montagna presenta dei pericoli. “Ecco quindi alcuni banali consigli – continua Bonardo – Il decalogo di cosa fare, prima di impegnarsi in una uscita in montagna”. Oltre a scegliere un posto sostenibile come meta, naturalmente.

Decalogo di cosa fare (e non fare) in montagna

  1. Scegliere un percorso adatto alla propria preparazione. Per i percorsi semplici, adatti a tutte le età, non sono richieste particolari preparazioni. Per gli altri percorsi, come per il trekking estivo, è indispensabile un minimo di allenamento. Se si è alle prime armi è opportuno affidarsi ad un professionista o ad un conoscitore della zona che può consigliarvi o accompagnarvi in sicurezza.
  2.  Avere consultato il bollettino meteo per le zone a rischio valanghe (sito protezione civile), meglio andare dove la neve è ancora fresca. Fare attenzione alle zone esposte, soprattutto quando ci sono periodi di caldo e freddo e nevicate a strati, perché la neve forma delle placche che possono scorrere e scivolare.
  3. Evitare di andare da soli, ma in gruppi di 4/5 persone; è bene comunicare ad altri meta e tempi dell’escursione. Per una maggior sicurezza portare con sé l' ARVA e una pala da neve pieghevole.
  4. Assicurarsi che le ciaspole siano funzionanti e idonee al percorso. Inoltre occorrono scarponi, ghette, bastoncini con anello e un buon abbigliamento perché in montagna, soprattutto ad alta quota, le condizioni meteo possono mutare radicalmente anche in pochi minuti. Non dimenticare la crema solare e gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dal riverbero della neve.
  5. Muoversi con attenzione, se si deve attraversare una pista, assicurarsi di poterlo fare senza pericolo per sé o per gli altri.
  6. Seguire i sentieri tracciati e conosciuti, evitando scorciatoie. Anche il GPS può aiutare, ma bisogna saperlo usare. La vegetazione è importante, i sentieri sono più sicuri in presenza di alberi.
  7. Mangiare prodotti ricchi di carboidrati e proteine come pane integrale, frutta secca, noci ecc. e fare una preselezione degli alimenti nello zaino eliminando i contenitori inutili.
  8. Portare con sé un sacchetto per i rifiuti. Anche se si trovano bidoni, è raccomandato l’autotrasporto a valle perché se trasportiamo di persona i nostri scarti, diminuiamo l’utilizzo dell’elicottero, che ha costi ambientali enormi.
  9. Evitare di produrre schiamazzi o rumori molesti per rispettare l’ambiente, ma anche per evitare che si possano creare delle slavine. Rispettare sempre la fauna, non addentrarsi in zone di rifugio invernale per la fauna e rispettare i divieti.
  10. Non dimenticare un set di pronto soccorso e prestare soccorso in caso di infortunio o incidente

Mentre a

"Un conto sono i gadget, un conto la storia"

Il progetto invita tutti i comuni degli 11 Paesi che hanno aderito all'iniziativa (Italia, Slovenia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Romania, Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Grecia) a valorizzare i monumenti e a proporre iniziative in grado di scaturire una riflessione storica e culturale. Ma attenzione, spiega all'Agi Elisa Giovannetti, assessore alla cultura del comune di Forlì e presidente di Atrium, il progetto è quanto di più lontano ci sia dalla propaganda fascista. E lo ribadisce più volte nel corso dell'intervista. "Si tratta di un progetto pensato per dire no a ogni totalitarismo – qualsiasi sia il suo colore – e per sostenere la democrazia. Ma non è possibile abbracciare la democrazia senza conoscere la storia e imparare dagli errori". Della stessa opinione è anche il sindaco Pd di Predappio, Giorgio Frassineti: "La nostra è una condanna assoluta al fascismo", ha ribadito all'Agi. Chi pensa che il paese di nascita di Benito Mussolini sia preso d'assalto dai nostalgici del duce sbaglia di grosso: "La nostra città è visitata da scuole, da appassionati di storia. Ci sono anche i fanatici del regime ma sono la minoranza", assicura il primo cittadino che sulla legge Fiano ha mostrato perplessità perché "un conto è vietare i gadget e un conto è vietare la storia".

"Importante tutelare l'architettura dei regimi"

E non è solo una questione 'didattica': "Il messaggio che vogliamo che passi è che il patrimonio artistico del '900 ha lo stesso valore di quello di altre epoche, ma viene sottovalutato", spiega Giovannetti. "E' importante iniziare a pensarci e a tutelarlo, ora che sono passati più di 70 anni". E qualcosa si sta già muovendo: "Anche il ministro Franceschini ha mostrato interesse", continua l'assessore che assicura come al contrario di quello che si pensa "restaurare questo tipo di edifici non è affatto semplice: le tecniche usate sono svariate e avendo avuto una durata breve non si sono standardizzate. Questo rende più difficile il lavoro degli esperti". 

Un percorso di cultura e riflessione

Ma quanto vale il progetto Atrium e quanti turisti attira? "Difficile fare una stima", spiega Giovannetti. "Non abbiamo dei dati specifici sul flusso turistico. Possiamo sapere quanti sono i visitatori totali di Forlì – all'incirca 200mila annui – ma non sappiamo cosa li attira. O meglio, lo immaginiamo ma non possiamo dirlo con certezza. Abbiamo unito ai percorsi tradizionali nuove mostre sull'epoca fascista e questo di sicuro è stato apprezzato". C'è da dire, comunque, che "l'obiettivo non è quello del ritorno economico, ma di proporre un percorso culturale e riflessivo".

“Dobbiamo tener conto della nostra vulnerabilità. Rende pesante il nostro petto ma, misteriosamente, ci spinge ogni volta ad alzarci in piedi. È l’arma più forte che l’umanità possiede”. Chi fa questo mestiere può contare su un privilegio. Sono quasi sempre le storie a cercarti e a trovarti. Negli ultimi due giorni ho speso gran parte del mio tempo a raccontare il G7. Foto e video, articoli e virgolettati. Con i leader del mondo sempre davanti ai miei occhi. Elegantissimi, con vestiti firmati e cravatte pregiate, con volti sicuri e sorridenti, mentre si aggiravano per le strade di Taormina discutendo di migranti, futuro, clima. Questa mattina, per puro caso, mi sono imbattuto nelle opere di Abdalla Omari, 31 anni, esposte fino a luglio a Dubai. Abdalla è nato in Siria e si è laureato a Damasco prima che la situazione nel suo Paese precipitasse. È un pittore. Ma anche un regista. Un’artista, costretto a fuggire. Come tanti. 

La vulnerabilità dietro il potere

Negli ultimi anni Abdalla ha trovato asilo in Belgio, a Bruxelles, e ha iniziato a lavorare a “The Vulnerability Series”. Nei suoi ritratti ci sono Donald Trump che cerca disperatamente la sua famiglia, emigrata tanti anni fa in America, tenendo una bimba sulle spalle; Barack Obama che appare come un homeless; Bashar Al Assad, in cerca di fortuna, stremato da una lunga fuga; Hollande e Sarkozy abbandonati in strada con una bottiglia di vino in mano; Kim Jong-Un, bambino, che nasconde dietro la schiena il suo giocattolo più prezioso: un missile. Vestiti strappati, volti vuoti, occhi tristi. L’artista siriano ha ritratto i potenti nella loro massima fragilità. Non per schernirli. Ma per mostrare, a tutti gli altri, quanto “la vulnerabilità sia un dono che tutti dovremmo celebrare”. 

L’empatia

È una parola che Abdalla, parlando dei suoi quadri, ripete spesso. I leader del mondo, in questa mostra, sono un mezzo per raccontare cosa sta succedendo in Siria e nel mondo. Volti noti, disarmati e innocui, per parlare di chi rischia, ogni giorno, di venire dimenticato. Nel trailer di presentazione della mostra, ad esempio, l’artista è impegnato negli ultimi ritocchi del quadro che raffigura Assad, immerso nell’acqua, con una barchetta di carta in testa. Una delle immagini più emblematiche ma anche "tra le più difficili da realizzare". 

Abdalla Omari

Dopo la laurea a Damasco, Abdalla ha lavorato per artisti importanti come Ghassan Sibai e Fouad Dahdouh. I suoi quadri, negli ultimi anni, sono stati venduti in diverse aste europee e sono approdate in collezioni, anche private, in giro del mondo. Oltre ad essere state esposte in gallerie e fondazioni come l'Institut du Monde Arabe; il Centro Culturale Strombeck, Belgio (2017); la NW Gallery, Regno Unito (2015); la Galleria Kozah, Libano (2014) e la Biennale di Berlino (2012).

Ogni mese nel mondo ci sono decine di eventi organizzati dagli Istituti di cultura italiana all'estero e dall’Ice. Qui un elenco di quelli in programma a luglio: 12 luoghi che raccontano l'Italia della cultura, dell'arte e del business. 

Tokyo: shoes Made in Italy al Belle Salle Shibuya Garden 

Dal 4 al 6 luglio 2017, l’ Ice-Agenzia organizza presso il centro espositivo Belle Salle Shibuya Garden di Tokyo la 61esima edizione della Mostra autonoma Shoes from Italy. La manifestazione, dedicata alla presentazione delle collezioni primavera-estate 2018, intende sostenere le imprese calzaturiere italiane nel mantenimento del primato acquisito nella fascia alta e medio-alta del mercato giapponese e consolidare la conoscenza del prodotto Made in Italy di  qualità e grande tradizione. L’evento si terrà in concomitanza con “Moda Italia”, manifestazione di riferimento per i settori dell'abbigliamento e della pelletteria. 

Quebec: Pulcinella al Festival Internazionale delle Arti della marionetta

 Il marionetta italiano Gianluca Di Matteo, maestro internazionalmente riconosciuto dell'interpretazione tradizionale italiana, farà parte della programmazione gratuita all'esterno prevista dal FIAMS, il Festival Internazionale delle Arti della Marinetta in programma il 25 luglio al Parc de la rivière aux sables  a Jonquiere  in Quebec. A organizzare l’evento e’ l’Istituto Italiano di Cultura di Montreal. Il suo spettacolo Le Guarattelle di Pulcinella, porta in gli spettacoli tradizionali dei burattini napoletani, i quali si basano su antichi canovacci, risalenti al 1600, dove Pulcinella si incontra e si scontra con le figure tipiche del teatro popolare (il prepotente, il cane feroce, il boia, la morte. Formatosi alla scuola napoletana del teatro di burattini, Di Matteo collabora con gli Istituti Italiani di Cultura e conduce laboratori teorici e pratici sull’arte delle guarattelle e sul teatro d’ombre. 

 

New York: le imprese italiane al “MRket Trade Show

Aziende italiane in mostra la MRket Ttrade Show di New York. L'ICE prevede di organizzare la partecipazione collettiva italiana all'edizione estiva della celebre fiera del fashion nella Big Apple per la presentazione delle collezioni primavera 2018 di moda uomp. La manifestazione avrà luogo a New York dal 16 al 18 luglio 2017. MRket, riservata all'abbigliamento moda uomo, è organizzata da UBM, ente organizzatore di numerose manifestazioni fieristiche negli USA e nel mondo. La manifestazione si svolge due volte l'anno a New York.  I suoi visitatori sono i più importanti dettaglianti americani provenienti da 47 Stati USA oltre a Canada e Australia. L'iniziativa si propone di sostenere l'export italiano del settore su un mercato strategico non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto per il ruolo di trend setter delle tendenze moda a livello internazionale.

 

Beirut: workshop sul restauro, italiani studiano il patrimonio culturale

L'ICE-Agenzia, in collaborazione con Assorestauro, organizza un Workshop in Libano che si svolgerà a Beirut dal 17 al 21 luglio 2017 e sarà articolato in: un seminario tecnico, incontri B2B con interlocutori libanesi, visite a musei, siti archeologici e cantieri in loco. Il Libano offre grandi possibilità alle aziende italiane in virtù del suo patrimonio storico-culturale: vanta 5 siti UNESCO ed è ricco di reperti, siti e monumenti a partire dall'Età del Ferro. Con la partecipazione all'iniziativa le aziende italiane potranno approfondire la conoscenza del mercato e incontrare potenziali partner coinvolti nei principali progetti di restauro; sarà inoltre possibile effettuare attività dimostrative durante le visite ai cantieri per illustrare l'efficacia dei propri prodotti e tecnologie.

Parigi: l’immigrazione italiana, i ‘Rital’ sbarcano all’Istituto di cultura 

I ‘Rital’, gli immigrati italiani in Francia come vengono definiti in ‘argot’, sbarcano all’Istituto di cultura italiano di Parigi. In occasione della settimana italiana organizzata dal 13esimo arrondissement, fino al 4 luglio l’Istituto propone degli incontri con il tema dell’imigrazione italiana in Francia nel dopoguerra. Fabio Gambaro, direttore dell’Iic dialoghera’ con Sophie Chiarello e Tonino Benacquista, autori del documentario ‘Rital’ che evocheranno l’integrazione dei loro  genitori nella societa’ francese di quel tempo. Ritals e’ un documentario autobiografico che traccia la storia di Maria e Vincenzo, genitori della regista,  e della loro famiglia che, verso la fine degli anni ’50 emigro’ dal Salento nella banlieu parigina.

Amsterdam: estate italiana al cinema con la Rai

Ad Amsterdam dal 14 luglio si terra’, all’Istituto di cultura, la rassegna dei migliori film di registi di fama internazionale prodotti recentemente da Rai Cinema. A inaugurare l’iniziativa sara’  la proiezione "Qualcosa di nuovo" (2016) di Cristina Comencini, con Paola Cortellesi, Michaela Ramazzotti, Eduardo Valdarini. Mercoledi’ 19 luglio sara’ invece la volta di “Mister Felicità” (2017) di Alessandro Siani. Venerdi’ 21 la rassegna proseguira’ con "Tommaso" di Kim Rossi Stuart con Cristiana Capotondi, mentre mercoledi’ 26 sara’ la volta di "Smetto quando voglio – Masterclass" (2017) di Sydney Sibilia. Venerdi’ 28 luglio verra’ proiettato “Questi giorni” (2016) di Giuseppe Piccioni con  Margherita Buy e venerdi’ 4 agosto “Al posto tuo” di Max Croci. L’iniziativa proseguira’ "La verità sta in cielo" (2016) di Roberto Faenza, "Un paese quasi perfetto" (2016) di Massimo Gaudioso, "Fiore" di Claudio Giovannesi. 

 

Pretoria: Filippo Adami interpreta "La Traviata"

Il tenore italiano Filippo Adami sarà Alfredo nella nuova produzione de La Traviata in scena a Pretoria, al Brooklyn Theatre (C/o Thomas Edison and 13th Streets, Menlo Park) dal 26 luglio al 6 agosto 2017. Lo spettacolo, presentato dal Brooklyn Theatre in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria, è l’opera completa di Giuseppe Verdi con sottotitoli in inglese, con l’orchestra del Brooklyn Theatre Salon Ensemble sotto la conduzione di Schalk van der Merwe. Tra gli altri interpreti sudafricani vi sono il soprano Ilze Coetzee (Violetta) e il baritono Douwe Bijkersma (Germont).

Madrid: l’Italia al festival Internacional de Teatro de Almagro 

L’Italia partecipera’ al Festival Internacional de Teatro Clasico de Almagro 2017, la manifestazione culturale internazionale nella citta’ manchega che si tiene ogni anno a luglio dedicata appunto al teatro classico. L'Istituto Italiano di Cultura di Madrid collaborera’ infatti con il Festival alla presentazione di Erminia e di Giulio Cesare, programmate per il 28 e 29 luglio. Erminia e’ un’opera che si basa su i frammenti della ‘Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso con la regia di Lucía Vilanova_e Víctor Velasco. L’Istituto portera’ in scena anche il Giulio Cesare di Shakespeare  diretto da András Visku e Silviu Purcărete.

 

Praga:  Don Giovanni  di Lorenzo Dal Ponte alle Giornate del clarinetto

Le Giornate praghesi del clarinetto e l‘Istituto Italiano di Cultura di Praga metteranno in scena il prossimo 3 luglio il  progetto DON G di Mozart e Lorenzo da Ponte.  Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo da Ponte hanno impresso una dimensione completamente nuova nell’immaginario collettivo legato alla figura di Don Giovanni. Nel corso di un soggiorno di alcuni mesi nella villa Bertramka, Mozart ospite dei suoi amici, i coniugi Dušek, scrisse un’opera che si impose subito a livello internazionale e che a buon ragione viene chiamata ancora oggi “l‘opera delle opere“. La prima rappresentazione ebbe luogo 230 anni fa (nel 1787) al Teatro Nostitz (oggi Teatro degli Stati) a Praga e da quel momento la figura del protagonista è rimasta per sempre legata a Praga.
L’adattamento moderno della famosa opera con l’utilizzo di clarinetti di differenti timbro e tonalità, offre al pubblico una piacevole e insolita esperienza musicale. 

Tirana: Jazz italiano in Albania, concerto del quintetto ‘To Bird with Love’

L’Istituto Italiano di Cultura a Tirana in collaborazione con il CIDIM partecipa alla VI edizione del Festival Internazionale JAZZinAlbania con due concerti del quintetto To Bird with Love: Italo D’Amato (sax baritono), Jorge Ro (tromba e flicorno), Raffaele Pallozzi (pianoforte), Paolo Trivellone (contrabbasso), Roberto Desiderio (batteria). L’evento e’ in programma il 20 luglio all’Hotel Rogner, a Tirana, e il 21 luglio al Pedonale, Scutari. Il quintetto “To Bird with Love” è nato da un’idea che Italo D’Amato ha avuto nel 2014, durante un percorso di formazione e perfezionamento compiuto insieme a Jorge Ro presso il Columbia College a Chicago. L’intento di base è quello di rivalutare un repertorio un tempo quasi inflazionato, ma che oggi i musicisti Jazz delle ultime generazioni sembrano voler frequentare soltanto a scopo di studio o in jam-session: il repertorio di Charlie “Bird” Parker, sia nelle composizioni originali, sia nei brani che, pur composti da altri autori, sono stati spesso suonati dal Genio di Kansas City.

 

Lisbona: il 'Vangelo' di Pippo al 34º Festival di Teatro di Almada

Sabato 15 luglio a Lisbona, nell’ambito del 34º Festival di Teatro di Almada e con il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, andra’ in scena lo spettacolo 'Vangelo' di Pippo Delbono. Iconoclastia, satira e parodia per gridare la negazione della libertà, puntare su errori di valutazione, irragionevolezza, chiusura e norme che escludono e vietano e che muovono dall'istituzione chiesa più che dal vangelo in sé. Delbono mette in scena l'abbraccio umano, disperato eppure invincibile. L'amore che va oltre la morte. L'appartenza che supera costrizioni di luogo e tempo attraverso affetto e passione. Procede sfruttando il meccanismo delle paure, guardando ai condizionamenti sociali e culturali. Lo spettacolo, in italiano e croato, con sottotitoli in portoghese, vede la partecipazione di Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violić, Safi Zakria, Mirta Zečević, con la partecipazione nel film dei rifugiati del centro di accoglienza PIAM di Asti.

 

Londra: il bello dell’Italia dagli occhi di un corrispondente straniero

Il bello dell'Italia e dei talenti italiani dagli occhi di un corrispondente straniero. L’iniziativa e’ dell’Istituto culturale italiano di Londra che il 12 luglio presentera’ i libri di Maarten van Aalderen “Il bello dell’Italia”  e “Talenti d’Italia”. Maarten van Aalderen, corrispondente da Roma del quotidiano olandese De Telegraaf, ha raccolto le impressioni di alcuni dei propri colleghi, corrispondenti stranieri da Roma, sulle loro esperienze di vita quotidiana e professionale in Italia. Nel nuovo volume Talenti d’Italia racconta  21 storie di artisti, imprenditori, inventori, scienziati, ricercatori, campioni sportivi che offrono il proprio punto di vista sul Belpaese, tra grandi motivazioni e riconoscimenti anche internazionali. L’autore discutera’ del proprio libro con Philip Willan, presidente dell’Associazione Stampa Estera in Italia.

 

Paolo Cognetti ha vinto la 71esima edizione del Premio Strega con Le otto montagne. L'autore, che ha vinto anche la quarta edizione del Premio Strega Giovani 2017, felice e commosso per il prestigioso riconoscimento, ha dedicato la vittoria alla montagna: "Perché è un posto abbandonato, dimenticato e distrutto, in molti casi dalla città, e io mi sono votato a cercare di raccontarlo. Ho cercato di fare il portavoce, il tramite tra la montagna, la pianura e la città, che sembrano lontanissimi. E io provo a raccontare quelle storie per chi non le conosce e vive troppo lontano, e cerco in qualche modo di salvare il mondo in cui vivo".

Per raccontare – e spiegare – un libro così facile e al tempo stesso così complesso, Andrea Falcone e Alice Rebolino, 'cartografi' della Scuola Holden, hanno realizzato un'infografica, quasi un disegno (leggi qui).

Fin dalla sua genesi, Le otto montagne è stato un caso letterario: è stato tradotto in oltre 30 paesi e definito "un classico, quasi un meteorite di altri tempi dentro un universo a volte in fuga dai grandi temi" (Maurizio Crosetti su 'Repubblica'). Le otto montagne racconta la storia di Pietro, un ragazzino di città solitario e un po' scontroso, del suo rapporto con i genitori, con il suo amico Bruno e, soprattutto, con la montagna. Dal palco dello Strega Cognetti ha detto senza mezzi termini: "'Natura' è una parola che usano le persone di città". È una storia "di padri e figli, di abbandono della civiltà, di libertà della vita selvatica. Ho sempre avuto il ricordo di una grande felicità vissuta da bambino tra i boschi. Qualunque cosa sia il destino abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa".

Arrivare tra i finalisti del premio Strega è un traguardo importante, per scrittori ed editori,  ma ciò che fa veramente la differenza è vincerlo. Non vale, in questo caso,  il detto ‘l’importante è partecipare’. La vittoria garantisce, quasi sempre, un picco nelle vendite del libro. Non a caso si parla di effetto Strega: chi vince vende e ha più possibilità di rimanere nelle classifiche dei libri più letti. La conferma arriva anche da un’indagine condotta dall’economista Vincenzo Scoppa, professore all’università di Calabria, e Michela Ponzo, ricercatrice alla Sapienza di Roma, che valuta quanto il premio influisca sulla vendita dei libri. I due studiosi hanno analizzato le classifiche dei libri più venduti dal 1975 al 2005, esaminando proprio l’‘impact factor’ del premio e sono giunti alla conclusione che il vincitore moltiplichi le vendite fino a cinque volte, rispetto a quello che è stato venduto prima della vittoria. Il discorso non vale per il secondo classificato, che a parte rari casi oltre a rimanerci male ha molto meno successo sul mercato editoriale.

Leggi anche: La notte dello Strega, Cognetti in pole position

Alcune vittorie dello Strega eclatanti

  • Nel 2013 il romanzo ‘Resistere non serve a niente’ di Walter Siti era arrivato alla finale del premio Strega con 30mila copie vendute, dopo una settimana dalla vittoria – si legge su Ilmiolibro – ha raggiunto le 40mila e ha raddoppiato la presenza in libreria. Il trend positivo è continuato, dopo alcuni giorni le copie sono diventate 80mila e il libro è stato ristampato due volte.
     
  • Nel 2009, l’onda del fattore Strega per Tiziano Scarpa e il suo ‘Stabar mater’ è stata dirompente. E’ passato da 8mila copie vendute a 90mila dopo la vittoria.
     
  • Tra i maggiori successi degli ultimi anni va ricordato – si legge sempre sul sito Ilmiolibro – quello di Paolo Giordano nel 2008 con ‘La solitudine dei numeri primi’,  giunto al Ninfeo con 65mila copie ha toccato dopo la vittoria il milione di copie vendute. per il ventiseienne si trattava, tra l’altro, del primo romanzo.
     
  • Nel 2002 Margaret Mazzantini con ‘Non ti muovere’ è rimasta in classifica tra i libri più venduti per 65 settimane.
     
  • Altre volte l’exploit è stato inferiore alle aspettative, ma l’incremento di vendite c’è stato comunque. ‘Inseparabili’ di Alessandro Piperno nel 2012 non ha avuto il successo sperato. Ha comunque incassato 65mila copie nel corso dell’anno partendo da 14mila, moltiplicando oltre quattro volte le vendite e confermando che la fascetta “vincitore Premio Strega” rimane un ottimo incentivo all’acquisto.
     
  • Anche per Niccolò Ammaniti nel 2007 non c’è stato l’atteso boom, ma ‘Come Dio comanda’ ha incrementato le vendite di oltre 100mila copie, da 78 a 180mila.

Inoltre libri come ‘Caos calmo’ di Sandro Veronesi (2006), ‘Storia della mia gente’ di Edoardo Nesi (2011), ‘Il viaggiatore notturno’ di Maurizio Maggiani (2005) hanno raggiunto nell’anno dello Strega i primi posti nella top ten: Nesi ha addirittura più che decuplicato le copie, da 8mila a più di 106mila nel corso del 2011; l’anno della vittoria, Veronesi e Maggiani le hanno moltiplicate per quattro.

Quando i secondi fanno meglio dei primi classificati

Uno dei rari casi in cui il secondo classificato ha superato il primo nelle vendite è stato quello nel 2010 di Silvia Avallone con ‘Acciaio’. Antonio Pennacchi, arrivato primo con ‘Canale Mussolini’, ha comunque aumentato le sue vendite passando dalle 12mila copie alla vigilia del premio alle 200mila dopo la vittoria.

Secondo Alberto Galla, presidente dell’Associazione Librai Italiani e proprietario di una libreria a Vicenza, i lettori hanno bisogno di essere guidati: “Scatta un meccanismo di comodità. La fascetta dello Strega sostituisce i consigli del libraio, ma se il libro non convince ha un’impennata di vendite nei primi giorni, dopodiché si ferma. È successo nel 2012 con Piperno, abbiamo venduto molto a giugno e luglio, poi c’è stato un rallentamento”.

Leggi anche: Vincere lo Strega? Basterebbe già rifarsi dei costi di stampa

Gli ultimi 10 vincitori dello Strega

  1. 2016 – La scuola cattolica Edoardo Albinati – Rizzoli
  2. 2015 – Nicola Lagioia, La ferocia – Einaudi
  3. 2014 – Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti – Einaudi
  4. 2013 – Walter Siti, Resistere non serve a niente – Rizzoli
  5. 2012 – Alessandro Piperno, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi – Mondadori
  6. 2011 – Edoardo Nesi, Storia della mia gente – Bompiani
  7. 2010 – Antonio Pennacchi, Canale Mussolini – Mondadori
  8. 2009 – Tiziano Scarpa, Stabat mater – Einaudi
  9. 2008 – Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi – Mondadori
  10. 2007 – Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda – Mondadori

 

Le vendite sono importanti per attrarre gli editori stranieri

Il numero di copie vendute – si legge in un articolo tratto dal Giornale della libreria– rappresenta, per l’editore straniero, uno degli indicatori più importanti per decidere di acquistare i diritti di traduzione di un autore italiano: e nel marketing della casa editrice – accanto alla gestione del lancio, a quella commerciale e del brand dell’autore, alla comunicazione tradizionale e non e alla partecipazione dell’autore a incontri con il pubblico – la vincita (e la costruzione della strategia per conseguirla) di un premio letterario costituisce una leva che torna ad avere la sua importanza anche nel prolungare il ciclo di vendita del titolo, così come nel far muovere quelli usciti in precedenza; sia nella versione cartacea che in quella e-book. In conclusione si può dire che questi riconoscimenti rappresentino una componente importante nelle vendite complessive del titolo e una leva di marketing a disposizione dell’editore e della sua comunicazione per affermare il brand dell’autore nelle uscite successive. 

“Non si può fare cultura senza una buona base economica”, scriveva Voltaire nel Settecento, e se fosse ancora vivo lo scriverebbe di nuovo oggi. A oltre due secoli di distanza, in una realtà ormai digitale, niente è cambiato da questo punto di vista per chi ha deciso di fare lo scrittore. Una ricerca della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FIUS), fatta a marzo 2016 e curata dal ricercatore e communication manager Giovanni Prattichizzo, ha mostrato come gli scrittori siano sempre più poveri. Il 96,5% degli oltre 1000 intervistati ha dichiarato di non riuscire a mantenersi con i soli guadagni della scrittura. Il 37,8% svolge l’attività di scrittore a tempo pieno, ma senza grandi ricavi, mentre il restante 62,2% è costretto a fare un altro lavoro.

Si tenga presente che nel nostro Paese si pubblicano in media 164 libri al giorno (anno 2015), domeniche comprese, ovvero circa 60mila titoli all’anno. Anche se fare lo scrittore non porta grandi soddisfazioni economiche, per il 97,7% degli intervistati resta comunque una professione amata, desiderata e per la quale vale la pena combattere. Come ha dichiarato Marie Sellier, presidente di SDGL (Société des Gens de Lettres), “gli scrittori hanno un riconoscimento sociale molto forte, ma i loro conti correnti sono quasi vuoti".

Quasi il 60% degli scrittori non trae nessun profitto

Il 40,2% dichiara di guadagnare qualcosa dalla scrittura di libri, mentre per il restante 59,8% non c’è nessun tipo di ricavo. Per questo motivo capita che molti autori si mettano ‘al servizio di altri autori’, abbracciando il mestiere di editor, di correttore di bozze, di traduttore o di organizzatore di eventi culturali: non è raro, infatti, vedere professionisti editoriali che arrivano a pubblicare il loro libro. E’ il caso di Alberto Rollo che è uno dei cinque finalisti del premio Strega 2017 con ‘Un’educazione milanese’. Rollo è direttore letterario per la casa editrice Feltrinelli e per lungo tempo è stato un editor.

Leggi anche: I cinque finalisti dello ‘Strega’ 2017

Quanto si guadagna

Solo una piccola percentuale di coloro che guadagnano scrivendo può economicamente stare tranquilla. Per la maggior parte il guadagno è così basso da non essere sufficiente per vivere.

  • Il 57,9%  ha dichiarato di guadagnare 15.000 euro l’anno
  • Il 25% dai 15mila ai 28mila euro
  • Il 14,5% dai 28mila ai 55mila euro
  • Il restante 2,6% dai 55mila ai 75mila euro e oltre

I generi di scrittura più fruttuosi

Le maggiori soddisfazioni in termini economici arrivano da:

  • La narrativa (32,8%)
  • I saggi tecnici e professionali (11,9%)
  • La narrativa per ragazzi (7,5%)
  • La poesia (7,5%)

Cosa succede nel resto del mondo

Le percentuali italiane trovano un riscontro anche a livello mondiale. La percentuale di scrittori full-time è scesa dal 40% nel 2005 all’11% nel 2013. Il 29% di questi ha dovuto iniziare un nuovo lavoro per recuperare le risorse perse.

Che cosa è e come funziona il self publishing

Il self publishing è un’auto-pubblicazione, ossia la possibilità data dal web agli scrittori di pubblicare il proprio libro evitando l’intermediazione delle case editrici. In Italia non è ancora una pratica molto diffusa, ma tra coloro che l’hanno scelta il 55% ha pubblicato in forma cartacea e il 45% in e-book. La speranza per i self-publisher che scelgono il formato digitale è che promuovendo il loro lavoro sul web possano avere un maggior successo.

Gli scrittori e i social network

In generale, gli scrittori conoscono e utilizzano i social network. Il più diffuso è Facebook, seguito da LinkedIn e Twitter. Li usano per alimentare la loro creatività, condividere le opere e per il confronto sulla letteratura. La Rete rappresenta una vetrina per gli autori e – secondo la ricerca Fius – i social network sono utilizzati dal 77,6% per far conoscere il proprio libro, dal 75,3% per diffondere inviti a manifestazioni e reading dove parteciperà l’autore e dal 71,8% per entrare in relazione con altri scrittori e fan. Il 52,9% è consapevole che esistono social network specifici per scrittori.

In Italia la piattaforma più conosciuta è Meetale, in grado di offrire agli autori la pubblicazione gratuita delle loro storie e la vendita online. La community si autogestisce e da questo deriva il termine incubatore di scrittori: è la stessa community che supporta la crescita professionale e che permette allo scrittore di avere visibilità ed essere scovato dalle case editrici. Negli ultimi tempi la piattaforma ha subito un importante restyling ed ora offre agli scrittori spazi virtuali per lanciare contest letterari, condividere eventi oltre che pubblicare il proprio libro. Al secondo posto c’è Wattpad, social network dedicato al self- publishing che conta ormai 40 milioni di iscritti mondiali. Wattpad è frequentato per l’85% da utenti, prevalentemente donne, che si collegano attraverso dispositivi mobili, questo perché si scrive e si legge direttamente dal cellulare. Questo sito ha avuto molto successo in Gran Bretagna, Filippine e Stati Uniti. In Italia gli utenti sono già 1 milione e ogni mese si spendono circa 150 milioni di minuti nella lettura del social network. I generi che attirano maggiormente sono il fantasy e le fanfiction, un genere che consiste nel scrivere una storia i cui personaggi sono famosi.

La presenza di numerosi social network pensati per gli scrittori come vetrina e narrazione in progress delle loro storie dimostra che c’è bisogno di avere uno spazio per il confronto: sulle forme di scrittura, sulla struttura narrativa, sull’iter da seguire per ottenere la pubblicazione del proprio testo o, meglio, per entrare già in relazione con editori interessati alla pubblicazione.

 

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