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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Paolo Iabichino, pubblicitario e comunicatore.

Fate l’amore, non la guerra. Forse è il più celebre tra i proclami di un’epoca antagonista che cercava di esorcizzare la paura di un nuovo conflitto con l’amore libero e i fiori dentro i cannoni.

Cinquant’anni dopo la marca di jeans Diesel scrive “Make love not wall” per prendere posizione rispetto alle politiche migratorie di Trump, e in questo intervallo di tempo la parola slogan è scesa dalle barricate ed è entrata dentro gli uffici sempre più sfarzosi del mondo pubblicitario.

E sì che l’etimologia si rifà al gaelico-scozzese e starebbe a significare “urlo di guerra”.

Sposerebbe meglio il racconto politico che ha fatto dell’antagonismo la propria cifra narrativa, invece che la retorica belligerante del marketing contemporaneo. Ma qualcuno deve aver preso alla lettera il boom economico e anziché leggerlo come metafora, ha finito per armarsi di tutto punto alla conquista del target, con strategie, tattiche e altre amenità lessicali, tutte provenienti dalla semantica di guerra. Con buona pace dei figli dei fiori.


Washington, l'immensa folla della “March for our lives” contro l’uso delle armi negli Stati Uniti, 24 marzo 2018

E come se non bastasse, la pubblicità in seguito sembra essersi arrogata anche il diritto di scimmiottare gli slogan sessantottini, e una volta messa una certa distanza con gli episodi più caldi, ecco che le trovate di alcuni colleghi hanno potuto attingere a piene mani da un immaginario che – in assenza di ispirazioni creative – ha permesso loro di evocare alcuni celebri motti.

Da una parte si lottava per avere l’immaginazione al potere, in tempi più recenti questa povera immaginazione è stata messa “al lavoro” con General Electric (“Imagination at Work”). E che dire di quel potentissimo “Immagina” che il movimento di protesta scriveva sui muri di tutte le città in lotta e che noi ci siamo ritrovati sui manifesti della pubblicità sotto il logo di Sky?

Gli slogan del Sessantotto erano scritti per mobilitare, quelli della pubblicità per nobilitare. E la retorica della protesta ha sempre affascinato i creativi commerciali. Perché non c’è niente di più creativo che spacciare per anticonvenzionale una scelta di consumo. E nella deriva più estrema anche gli slogan della politica più recente sono diventati in tutto e per tutto costruzioni pubblicitarie. E il cerchio si è chiuso.

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Carlo Verdelli, giornalista, già direttore di Vanity Fair e della Gazzetta dello Sport.
 

L’anno che ha terremotato il mondo, in Italia è cominciato con un terremoto. Non tra i più devastanti del secolo (Messina contò 82 mila vittime, l’Irpinia 2.735), ma forse tra i più sventurati. Persino il numero dei morti non è mai stato stabilito con precisione (da 296 a 400 o più) né quello degli sfollati (da 50 a 90 mila). Anche il nome con cui è stato consegnato alla storia è sbagliato. Tutti dicono il “Belice”, accento sulla prima “e”. Ma il fiume che attraversa quella porzione di Sicilia occidentale è il Belìce, accento sulla “i”, solo che i giornalisti venuti dal continente per raccontare la tragedia sbagliarono per pigrizia l’ortografia e da allora il Belìce è diventato Bélice anche per la gente del posto, che in quelle 30 ore di terrore dal 14 e il 15 gennaio persero il pochissimo che avevano e pure il suono autentico del nome della loro valle.

Riguardando le immagini in bianco e nero dei 21 paesi sbriciolati, da Gibellina a Salaparuta, si vedono quasi solo donne, vecchi e bambini, e nessuno che piange, come fossero tutti già anestetizzati alle miserie del dolore. I maschi adulti se ne erano andati da un pezzo, emigranti ovunque. L’onda lunga del boom economico si era prosciugata ben prima di lambire quel tovagliolo di terre polverose e casette tirate su con blocchetti di tufo e calce magra, dimenticato tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo: la suola della punta dello Stivale. E proprio nella suola si apre pure un buco, 345 scosse, la più forte di magnitudo 6.4, un botto che si sente fino a Pantelleria. Quando cala la polvere e si spengono i lamenti dei feriti, arrivano il presidente della Repubblica Saragat e il ministro degli Interni Taviani. Una prece e via. Biglietti ferroviari gratis a chiunque e passaporti rilasciati a vista per incoraggiare le partenze. Chi resta è perduto.

Il Paese che si prepara alla fiera dei sogni sessantottini viene sbattuto davanti a uno specchio che gli ricorda le ferite rimosse del dopoguerra, e rapidamente distoglie lo sguardo. Il 27 febbraio, a tempo di record, un “superdecreto” legge stanzia 242 miliardi di lire per le zone colpite. Alla fine della storia, i miliardi diventeranno 13 mila, quanto basterebbe a trasformare il sopravvissuto Belice in un’Arcadia. Non andrà così.

A parte il lunare tentativo di trasformare Gibellina in una specie di avanguardia della “land-art”, con il Cretto di Burri steso come abnorme sudario a coprire le macerie, tutto il resto ricomincia con baracche di ventura in legno, lamiera, eternit. Leonardo Sciascia, che le visitò: “Somigliano ai più abbietti campi di concentramento”. Dieci anni dopo il disastro, ci abitano ancora 47 mila disgraziati. Le ultime 250 baracche “temporanee” vengono smantellate, non senza vergogna, nel 2006, 38 anni dopo. Nel frattempo la grande strada che avrebbe dovuto ricucire la valle, l’”Asse del Belice”, inaugurata con fasti e trombette, si è fermata in aperta campagna e da lì non si è più mossa di un millimetro. Peggio del terremoto, c’è solo il dopo terremoto.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Marco Pratellesi, giornalista e condirettore di Agi.

 

Megafoni, volantini e tazebao: furono questi i primi strumenti di “condivisione” che dettero voce alla contestazione del Sessantotto.

Davanti alle università e alle fabbriche, nelle affollate e fumose assemblee, si consumò un’esperienza individuale e collettiva: per la prima volta tutti potevano prendere la parola; i più non l’avevano mai fatto prima.

Fu anche grazie all’opera di “controinformazione” che una generazione si riconobbe come tale: la generazione del ’68 che negli anni successivi avrebbe dato il proprio contributo alla nascita dei giornali “identitari” della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”: dal Manifesto (1969 mensile, quotidiano dal 1971) a Lotta continua (1969 settimanale, quotidiano dal 1972); da Potere operaio (1969) al Quotidiano dei lavoratori (1974).

Anche perché il rapporto del movimento con la “stampa borghese” fu tutt’altro che pacifico. Salvo rare eccezioni – l’Espresso, Paese Sera, l’Unità e i cinegiornali di Silvano Agosti girati “all’interno del movimento” – i quotidiani davano ampio spazio agli scontri, ma poco o nessuno alle ragioni che animavano le proteste degli studenti che, anzi, venivano definiti come teppisti, provocatori, criminali, “rivoluzionari da operetta”.

Parte della stampa era compatta nel difendere lo status quo, contro il vento del cambiamento, con neanche tanto velati inviti alla “repressione indiscriminata e violenta”, “ad agire contro questi delinquenti”. Incitamenti che in molti casi, come a Valle Giulia, vennero presi alla lettera dalle forze dell’ordine.

Gli studenti risposero anche attaccando i santuari dell’informazione. La guerriglia che il 7 giugno si scatenò intorno a via Solferino aveva un obiettivo preciso: bloccare il Corriere della Sera. Le ragioni della protesta erano scritte su un volantino: “1. Il Corriere della Sera è per eccellenza il giornale dei padroni; 2. Centinaia di migliaia di persone che ogni giorno lo leggono sono informatissime su Beatrice di Savoia e su Johnson, ma sulle lotte operaie, sullo sfruttamento nelle fabbriche non leggono quasi nulla o solo delle notizie false”.

Le ragioni delle proteste a favore dei diritti civili, contro il consumismo, la disuguaglianza, l’autoritarismo, l’università, l’imperialismo – portato in primo piano dal Vietnam e dalla guerriglia latinoamericana di Castro e Guevara – difficilmente trovavano spazio nei giornali. Altri erano i testi di formazione della “nuova sinistra”: Quaderni rossi (‘61), Classe operaia (‘64), Quaderni piacentini (‘62), Nuovo impegno (‘65), Giovane critica (‘64), Classe e Stato e Lavoro politico (‘67). Altri i “capi spirituali”, soprattutto la Scuola di Francoforte: Adorno, Horkheimer, Marcuse.

Eppure, il movimento del Sessantotto, che accusava l’informazione di essere al servizio “dei padroni”, non avrebbe mai raggiunto una dimensione planetaria senza i denigrati media. Perché quella generazione – come ha scritto uno dei suoi protagonisti, Daniel Cohn-Bendit – è “la prima a vivere, attraverso il flusso di immagini e suoni, la presenza fisica e quotidiana della totalità del mondo”.

Immagini portate nelle case dalla tv, grazie alla possibilità tecnica della mondovisione (’62). Non era ancora la rete globale, il world wide web, come la conosciamo oggi. Ma il cambiamento radicale del linguaggio, della comunicazione e del modo di condividerla realizzò un salto d’epoca. Non è un caso che molti dei giornalisti di oggi si siano formati in quella, per molti aspetti irripetibile, stagione.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Vincenzo Martucci, giornalista, storico inviato della Gazzetta dello Sport.

 

Zoff, Burgnich, Facchetti, Rosato, Guarneri, Salvadore, Domenghini, Mazzola A., Anastasi, De Sisti, Riva. Nel ‘68, le formazioni di calcio si mandavano a memoria e si ripetevano tutte d’un fiato, con gli eroi dell’album Panini che scandivano le nostre emozioni in un bolero sconvolgente, dall’1 del portiere all’11 dell’ala sinistra.

“Coloriamo la vita”, gridavamo davanti alla tv ancora in bianco e nero. Quella formazione in particolare, che il 10 giugno 1968 conquistò gli Europei allo stadio Olimpico di Roma, resta indimenticabile: nessun’altra Italia ha più vinto il campionato continentale, nessun’altra è stata così rivoluzionaria. Perché, anche se il cittì, Ferruccio Valcareggi, teneva i ragazzi alla larga dagli incendi della società, il caos di quegli anni cominciò già dai numeri delle maglie: il mitico portiere del Napoli (e poi della Juve) diventò 22, Rombo di Tuono si trasformò nel 17, il gigante Giacinto figurò come 10, Pietruzzu con le sopracciglia unite, sprintò in attacco col 2.

Nelle gare internazionali le maglie seguivano l’ordine alfabetico e, proprio fino alle semifinali degli Europei del ’68, a Napoli contro l’Unione Sovietica, gli 0-0 si dirimevano lanciando una monetina: testa o croce, segnando un goal al caso. Anche due. Perché l’oggetto dei desideri si infilò in una fessura del pavimento e, solo nel replay, sorrise al gigante buono, capitan Facchetti. Dopo una partita che era sembrata già persa: Rivera si era fatto male, non esistevano ancora le sostituzioni, ed avevamo giocato in dieci anche ai supplementari. Sì, avevamo vinto. Viva l’Italia!


 Capitan Facchetti

Anche la finale fu epica, e plurima. Un tiraccio su punizione di Domenghini riacciuffò solo all’80° l’allora Jugoslavia: 1-1. Il dramma diventò liberazione, il silenzio irreale si tramutò in bolgia, la replica decisiva era fissata due giorni dopo, sempre all’Olimpico di Roma. Lazzaro-GiggiRiva si alzò dal letto di dolore  della pubalgia e segnò al 12′, sul filo del fuorigioco, in una squadra rivoluzionata per cinque undicesimi, cambiando tutto il centrocampo. Nuova, fresca, anche un po’ folle, come l’aria di quell’epoca. Bella come i vent’anni dello scugnizzo Anastasi che inventò il 2-0 al minuto 31. Bella come la gente che sventolava felice il tricolore, mentre lo stadio s’incendiava di migliaia di accendini scintillanti come a un concerto rock. L’Italia aveva riscattato la Caporetto ai Mondiali inglesi del ’66 contro la Corea, l’Italia – una e indivisibile – metteva in vetrina i suoi tanti talenti, figli di tutto il paese, dal Nord dei taciturni friulani Burgnich e Zoff al Sud del radioso siciliano Anastasi, transitando per Roma, di “Picchio” De Sisti.

Che svolta, dopo lo scudetto del Milan del paròn Nereo Rocco, bonario ma non qualunquista: “Vinca il migliore? “Speremo de no”. L’aria era cambiata: subito dopo, vinse Firenze e poi Cagliari, col primo grande no al potere di Riva alla Juventus. Il ’68 aveva segnato anche il calcio.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Lidia Ravera, giornalista e scrittrice.
 

È stato un parricidio simbolico, personale e collettivo. Ciascuno ha affrontato suo padre, sua madre e, con loro, tutta una generazione. Professori, intellettuali, professionisti, scrittori. Gente famosa. Tutti, simbolicamente, al muro. È stato come essere in prima linea. Adrenalina a mille, grande solidarietà con i “commilitanti”, senso di protagonismo e paura. Dolorose scaramucce in famiglia. La prima notte passata fuori casa (sedici anni, occupazione del liceo “Gioberti”), subisco mia madre, la mattina, in stato d’agitazione attorno all’intangibilità del corpo della figlia. L’imene a protezione del contratto matrimoniale, la sacra catena delle galere, dalla casa del padre alla casa del marito, l’abbiamo interrotta con un taglio netto. Viva la  spericolata promiscuità! (pensata anche se non agita, desiderata, cantata, messa in prosa e in versi).

Roma, Gina Lollobrigida si reca alla riunione alla sede dell’Agis di attrici, attori, registi e produttori per la fondazione dell’Accademia cinematografica, 1 novembre. 

Ricordo perfettamente la fatica di quella rifondazione morale e culturale. I compagni erano un pubblico esigente per le nuove figure di danza richieste alle principianti. Dovevi essere bella al naturale, bella e nuda, esile stracciata sexy e tuttavia androgina. Senza la difesa del parrucchiere, senza l’eleganza del twin set, del tailleur, dovevi vestirti come un maschio o come il desiderio di un maschio (mi accorciavo l’orlo della gonna con gli spilli, nel buio dell’androne, prima di andare a scuola). Dovevi occuparti del mondo: le lotte dei neri americani , degli eroici vietnamiti, degli operai metalmeccanici. Dovevi saper leggere una busta paga, conoscere il “disagio linea”, il taglio dei tempi, come si stava alla verniciatura o alla catena di montaggio. Dovevi leggere Lenin e Marx. Studiare contro, non studiare e basta. L’intimità era sospetta, si viveva in gruppo, la verginità era sospetta, dovevi perderla ridendo. La gelosia era retrograda, sorpassata, per niente da compagni. Dovevi superarla, dovevi superare il senso ottuso della proprietà, mettere  in comune tutto. Anche l’amore.

Eravamo oggetto di invidia (i giovani lo sono sempre, ma noi sembravamo intollerabilmente felici). L’invidia la potevi ricevere, ma non provarla. L’invidia era out. Un sentimento da piccolo borghesi. Semmai c’era licenza di odiare. Odio pulito, naturalmente, l’odio di classe, che, in fondo, era il motore della storia. O almeno così ci pareva.
 

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Guernica, la più celebre opera di Pablo Picasso, non è una denuncia pittorica degli orrori della Guerra civile spagnola. Bensì un semplice “ritratto di famiglia”. E’ questa la tesi rivoluzionaria José María Juarranz de la Fuente, storico e docente di Storia dell’arte in pensione. L’opera del 1937, che misura 3,5 per 7,8 metri, “non rappresenta affatto il bombardamento di Guernica”, sostiene lo storico nel libro appena pubblicato “Guernica. La obra maestra desconocida”, il quale – osserva El Pais – “distrugge un mito”. .
 
Ma su quali basi poggia questa nuova teoria?
 
Tanto per iniziare, Juarranz afferma che il titolo dell’opera non è di Picasso, ma di un suo amico che, vedendo il dipinto una ventina di giorni dopo l’inizio degli schizzi preparatori, esclamò: “"Guernica!". E poi c’è da considerare la tempistica: secondo gli studi condotti da Juarranz, Picasso iniziò il dipinto a olio, commissionato dal Governo della Seconda Repubblica per l'Esposizione Universale, prima dei bombardamenti avvenuti il 26 aprile 1937. Infine, l’artista spagnolo si è sempre considerato “apolitico”: “Perché quest’opera avrebbe dovuto fare eccezione?”, si chiede lo storico.

Sulla tela i tre drammi della vita di Picasso

Sulla grande tela dunque, Picasso non aveva voluto raffigurare la guerra, ma “tre momenti fondamentali della sua vita”, sostiene Juarranz, che per arrivare a questa conclusione ha condotto studi sull’artista, su tutti i lavori precedenti e sui 15 schizzi preparatori. Il primo momento che lo segnò a vita fu il terremoto di Malaga nel Natale del 1884, quando, a tre anni, dovette precipitarsi fuori casa con sua madre, incinta di sua sorella Lola. Il secondo fu il suicidio del suo amico Casagemas, che "lo colpì così tanto che diede inizio al periodo blu". E il terzo fu il divorzio da sua moglie Olga.

Ecco chi sono i personaggi di Guernica

Nel “ritratto di famiglia” di Guernica, lo storico individua tutti i personaggi che hanno ruotato intorno all’artista.

  •       La madre che nell’opera piange la figlia che giace tra le sue braccia è Marie Thérèse, “l’amante clandestina dalla quale ha avuto anche una figlia: Maya”.
  •       Il toro “è lo stesso Picasso che volle concedersi un autoritratto alla maniera di Velazquez e Goya”. 
  •       L’uccello rappresenta “Dora Maar: la sua amante ufficiale 29enne. L'uccello è ritratto sul tavolo mentre cinguetta e apre la bocca come per chiedere cibo. Ed è così che Picasso aveva dipinto Dora Maar in altre occasioni", dice Juarranz. “Le sue piccole dimensioni indicherebbero, inoltre, la sua minore importanza rispetto alla madre, alla moglie e alla fedele Marie Thérèse, madre di sua figlia”. 
  •       Il cavallo rappresenta Olga Koklova, ballerina ucraina e moglie di Picasso. Nel 1935 il pittore aveva chiesto il divorzio. E quando lavorava alla realizzazione di Guernica, il processo era ancora in corso. Lei aveva 45 anni; lui, 55. “Fu uno dei peggiori momenti della vita di Picasso. Nei disegni precedenti aveva dipinto una coppia di cavalli in atteggiamento amorevole; poi fece la sua comparsa il quadrupede in atteggiamento violento. Le attribuiva un personaggio difficile e la lingua tagliente simboleggiava aspre discussioni. Picasso non ha mai divorziato. Olga morì di cancro nel 1955”. 
  •       La bambina nel grembo di sua madre è Maya, la figlia che l’artista aveva avuito da Marie Thérèse Walter. Picasso l’avrebbe “ritratta in uno dei momenti che lo avevano maggiormente colpito: la nascita, quando la bimba stava per morire e fu il pittore stesso a battezzarla non sapendo quanto a lungo sarebbe sopravvissuta. Poi divenne il suo padrino. Maya Widmaier-Picasso aveva 20 mesi quando suo padre dipinse Guernica. 
  •        Il guerriero morto è Carlos Casagemas, l’amico suicida dedi Picasso. Pittore anch’egli, si sparò all'età di 20 anni (in diversi schizzi lo dipinse in una pozza di sangue) per il rifiuto di una donna (la spada spezzata avrebbe simboleggiato la sua impotenza sessuale). Fu una "catarsi" per Picasso.
  •      Le donne rappresentano sua madre Maria. “Sia la donna con la lampada che quella che poggia un ginocchio sul pavimento evocherebbero sua madre, ritratta nel drammatico momento del terremoto di Malaga, quando Picasso aveva tre anni e dovettero scappare di casa frettolosamente. Come quel giorno, entrambi portavano un fazzoletto ("Mia madre aveva un fazzoletto sopra la testa, non l'avevo mai vista così", disse Picasso anni dopo)”.
  •      La figura con le braccia alzate verso l’alto rappresenta un angelo. È un personaggio "enigmatico e ambiguo, afferma José María Juarranz. Con le sue ali (sotto le braccia), la tunica ai piedi, le mani sollevate (come le immagini iconiche di Goya o El Greco) e le fiamme che emanano dal suo corpo (i triangoli), questa figura rappresenta un angelo in fiamme”. 

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Laura Delli Colli, giornalista e scrittrice, storica critica cinematografica di Repubblica e Panorama.

 

Dove comincia il Nuovo Cinema Sessantotto? Nel college inglese dove le reclute umiliate dagli anziani sono ‘feccia’? Con Dustin Hoffman che, gridando, strappa Elaine allo sposo sull’altare? Oppure nel futuro, già passato, di Kubrick? If, Il laureato, 2001 Odissea nello spazio: il cinema che nasce intorno al ‘68 resta comunque quello dei dreamers, i sognatori ribelli che sognavano di fare la rivoluzione anche con la macchina da presa.

Fragole e sangue di Lindsay Anderson nel ’71, vero e proprio instant film, già sintetizza quell’anno memorabile in una sequenza storica: quella palestra dove gli studenti pacifisti di Berkeley aspettano la carica della Guardia Nazionale ritmando sul parquet Give peace a chance già racconta una stagione che proprio il cinema citerà, poi, con rimpianto in  Across the Universe di Julie Taymor. O nei tanti film -uno per tutti, Il Grande freddo- che fotograferanno, invece, proprio il fallimento del sogno rivoluzionario.

 

Roma, Claudia Cardinale alla prima del film di Luchino Visconti: “C’era una volta il west”, 20 dicembre. Marcello Geppetti Media Company

In quella stagione debuttano Martin Scorsese, George Lucas, Francis Ford Coppola e , loro sì, se non il mondo hanno cambiato comunque il cinema. Un cinema, nel ’68, così schizofrenico da contestare il consumismo producendo campioni d’incasso perché, semplicemente, riuscivano a mettere davanti allo specchio anche le contraddizioni di quel passaggio storico.

Lo hanno fatto mentre di quella stagione restano titoli come Hollywood party, Queimada di Gillo Pontecorvo e Baci rubati di Francois Truffaut, Rosemary’s baby, dalla Germania Helga, il documentario che rivelava i segreti della sessualità E l’Italia? Censurava Teorema di Pasolini e vietava ai minori di 18 Galileo di Liliana Cavani, rideva con Franco e Ciccio  e Albertone Medico della mutua e – mentre Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio già erano ‘68 d’autore – Monica Vitti, diretta da Mario Monicelli, era La ragazza con la pistola, sedotta e abbandonata (“che me ne faccio della libertà, io incatenata voglio stare…”) che inseguendo il fedifrago a Londra compie, scopre però la libertà…

Tre anni dopo l’eco di quell’annata mitica contaminerà perfino il western italiano: “La rivoluzione non è un pranzo di gala ma un atto di violenza” fa dire Sergio Leone, citando Mao, a Juan, nell’incipit di Giù la testa.

Il Sessantotto è passato. E ha già lasciato il segno.

 

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Ernesto Assante, storica firma di Repubblica.

 

Per il rock il 1968 inizia nel 1967, inizia quando Jim Morrison in “When the music’s over” intona una frase semplice, diretta, chiara, inequivocabile: “We want the world and we want it now”, vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso. È il primo, rumorosissimo, sampietrino che vola verso le istituzioni, verso le regole, verso la scuola e l’università, verso l’esercito e la guerra, verso la famiglia e tutto il resto. Jim Morrison rende esplicito un sentimento che covava da anni, che era cresciuto tra le strade di Londra e quelle di San Francisco, tra le università francesi e tedesche, i Doors traducono in uno slogan quello che in realtà I giovani in ogni angolo del mondo vogliono: cambiamento, rivoluzione.

Inizia il 1968 del rock, ed è un anno esplosivo come le manifestazioni nei viali di Parigi o nelle strade di Berkeley: le note di Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones suonano per far cadere le mura di Gerico e tutti le ascoltano: basta con il flower power e i campanellini, è il momento di mettere a fuoco desideri e passioni e provare a puntare più in alto. Lo fanno tutti, giocando non tanto con le parole della rivoluzione, già consumate negli anni precedenti, ma con una pratica musicale che per molti versi incarna il sentimento collettivo: non più il “sogno” della rivoluzione, ma la “pratica” della rivoluzione.

New York, Joan Baez, cantante e attivista sociale americana, canta ad una manifestazione contro la guerra a Central Park, 3 aprile. Foto: Getty Images

Lo fa Van Morrison, con le note inafferrabili di “Astal Weeks”, lo fanno i Cream che abbandonano il blues rigoroso per dire addio con le note acide di “White room”, lo fa Janis Joplin sempre più rabbiosa e bruciante, gli Steppenwolf elettrici di “Born to be wild” o Jimi Hendrix che stravolge il Dylan di “All alone the watchtower” e si muove nelle strade della sua “Electric Ladyland”.

Il 1968 del rock non è più il caleidoscopio psichedelico del 1967, ma l’anno in cui cantare le lodi dei combattenti di strada in “Street Fighting Man”, o presentarsi come il diavolo in “Sympathy for the Devil”, l’anno in cui persino i Beatles tagliano a fette la realtà con “Helter Skelter” e celebrano il momento con “Revolution”.

E non basta, perché la musica è in perfetta sintonia, anzi ha aperto la strada verso il 1968 della cultura afroamericana, con i pugni chiusi di Smith e Carlos alle Olimpiadi messicane che sembrano intonare “Say it Loud, I’m Black and I’m Proud” di James Brown. E marcia con gli studenti che lottano contro la guerra del Vietnam  sulle note dei Creedence Clearwater Revival.

Insomma, se c’è un modo per capire meglio il 1968 è tra queste note, quelle travolgenti degli Who di Magic Bus, quelle dei Velvet Underground di White Light / White Heat, ma anche quelle cariche di emozione, di sentimento e di passione di “While my guitar gently weeps” dei Beatles e di “Feelin’ alright” dei Traffic, che ci raccontano un anno fatto di gioia e rivoluzione.

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In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Luciana Castellina.

 

Le celebrazioni storiche riguardano di solito guerre o paci, nascita o morte di qualche personaggio famoso, scoperte. Questa del Sessantotto è anomala, non c'è uno specifico evento che si potrebbe indicare, e nemmeno la sua data precisa, trattandosi di un tempo durato parecchio di più dell'anno che il numero indica. Quel 1968, infatti, si declina con una parola anziché con una cifra. Per indicare che non si tratta di un singolo accadimento, ma di qualcosa di più: di un tempo in cui una nuova generazione, in forme molto analoghe in tutti i continenti, si è mobilitata per rimettere in discussione il mondo che avevano ereditato. Non era mai accaduto, o forse solo, ma solo in Europa, nel mitico 1848.

 Roma, manifestazione a Piazza Esedra dopo la morte di Martin Luther King, 6 aprile (AGI). 

È stato detto che si trattò di una rivolta antiautoritaria, e certo lo fu. Ma non di una ribellione solo contro papà e prof toppo severi ed arroganti. Ognuno si sentì infatti frammento di un mondo che si stava muovendo contro ogni potere oppressivo, e per questo il detonatore fu il Vietnam. E icone del Sessantotto sono i bambini di quel paese bruciati dal napalm; i due atleti neri, Tony Smith e John Carlos, che, vincitori sul podio delle Olimpiadi a Città del Messico, salutano col pugno chiuso l'inno americano; le immagini dei grandi cortei che a Parigi, Roma, Berlino, ma anche Praga e Varsavia, chiedono che al posto del potere oppressivo vada l'immaginazione: il sogno di una libertà finalmente per tutti, senza di cui quella propria non vale niente. E anche le prime manifestazioni delle donne che portano allo scoperto la causa dell'oppressione del loro genere, e costringono anche gli uomini a guardare dentro se stessi per smantellare quanto delle regole del potere hanno introiettato. La politica acquista così una nuova dimensione: anche il personale diventa politico. Se in quegli anni nascono migliaia di "comuni" è perché si cerca uno spazio entro cui possa crescere un progetto di vita più ricco di senso, fondato su rapporti liberi e solidali, embrione della nuova società sognata.

Il Sessantotto è stato un tempo felice. Se parlate con un ex, vedrete che la sua memoria si colora di nostalgia. Perché è stato un tempo impegnato a uscire da se stessi, a scoprire l'altro da sé, a condividerne le sorti. E' stata la fine della solitudine che rende melanconica l'adolescenza.

Tutto questo si potrebbe riassumere dicendo: è stata la scoperta della politica, che quando è stata bella ha affascinato e reso felici milioni di persone. Se sulle magliette dei ragazzi di tutto il mondo comincia a comparire l'effige del Che è per via della sua sfida, perché è il simbolo di chi vuole essere soggetto politico, e non suddito.

Cosa resta oggi del Sessantotto? Questa mostra è stata promossa perché a rispondere all'interrogativo siano i giovani di oggi, non chi ne è stato protagonista. Certo, non potranno dire che "l'immaginazione è andata al potere". Purtroppo. Ma le rivoluzioni – e così anche il Sessantotto – servono anche se non vincono o finiscono male. Perché aiutano a pensare l'impensabile e dunque a non tenerci chiusi nella gabbia del presente. Che è comunque molto peggio.

Ci illudiamo di poter fuggire. Siamo tentati dal cercare riparo in un luogo remoto in cui nessuno – ma soprattutto niente – possa venire a stanarci. Ma è, appunto, un’illusione. Perché la vita, se non addirittura la Storia, finisce sempre per fare capolino.

E a volte sono entrambe a farlo, sorprendendoci e obbligandoci a delle scelte. Ed è in quel momento che si distingue l’uomo dal gambero, per parafrasare una delle più belle definizioni ricorrenti in ‘Il bambino del treno’, secondo romanzo di Paolo Casadio (edizioni Piemme, 240 pagine, 17,50 euro).

Dopo ‘La quarta estate’ l’autore ravennate torna a un’epoca che pare gli sia congeniale: quella che non va oltre la Seconda Guerra Mondiale e che è abile a descrivere con dettagli che non hanno mai il sapore polveroso della pedanteria, ma sempre quello dolce del ricordo.

Piccoli oggetti, nomi, marche, che appartengono ai nostri genitori o ai nostri nonni e che suonano familiari come se si fossero sedimentati in un angolo della nostra coscienza, pronti a tornare a turbinare per farci sollevare lo sguardo dalle pagine, in cerca di quella memoria remota.

Ed è soprattutto questo ‘Il bambino del treno’: un romanzo fatto di piccole cose, piccoli gesti, luoghi che, ritratti nella vastità dell’appennino tosco-emiliano, appaiono piccolissimi. Posti, gesti, persone, perfetti per fuggire al disastro non ancora imminente, ma che i due protagonisti – un giovane ferroviere e la bellissima moglie incinta – intuiscono inevitabile.

E’ il 1935, la storia si dipana lungo quasi dieci anni che cambiano il destino dell’Italia: un cambiamento al quale Giovannino e Lucia cercano di sfuggire, accogliendo il trasferimento nella minuscola stazione di Fornello non come un esilio, ma come l’occasione per sottrarsi all’avanzata della Storia.

Casadio è abilissimo a raccontare la quotidianità di una famiglia ordinaria immergendola in una sequenza di fatti straordinari, che è solo apparentemente un’eco lontana, ma in realtà il rombo del temporale che si avvicina.

Con una narrazione dolce, delicata, intensa, l’autore riesce a tessere una trama in cui non saranno gli eventi a portare i protagonisti all’appuntamento con le scelte decisive, ma i loro caratteri, il loro approccio alla vita.

Così le improvvise inquietudini di Lucia, nata cittadina ma rassegnata e poi conquistata dalla valle del Muggione; le malinconie di Giovannino cui il giovane capostazione cerca di sfuggire solo perché non riesce a spiegarsele, e l’intraprendenza del piccolo Romeo sono il vero motore che spinge non soltanto il racconto, ma la scoperta di personaggi intimamente vicini a noi, al desiderio di oblio che talvolta ci prende e al disperato tentativo di ignorare l’appuntamento con l’inevitabile.

‘Il bambino del treno’ è un romanzo bellissimo, le cui pagine conquistano una dopo l’altra, senza quasi riuscire a metterlo giù finché il tragico destino cui si accenna fin dall‘inizio non è compiuto. E quando la Storia incrocia la quotidianità della famiglia Tini, lo fa come spesso fa la Storia: invitando il ‘cuore gambero’ a non arretrare, per una volta. Per poi andare avanti lo stesso, travolgente, ignorando nel suo compiersi i gesti di eroismo. Grandi o piccoli che siano.

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