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Quanto il mondo a cui apparteniamo ci determina? Quanto cioè ciò che siamo dipende da noi, dalla nostra carne, dal nostro dna, e quanto dalle relazioni che intrecciamo nel momento in cui comincia la nostra vita sociale? E soprattutto quanto profonda può essere la forza della contaminazione se il nostro mondo è dominato dall’illegalità, dal crimine organizzato, dal male?

Ruota essenzialmente attorno a queste  tre domande “La nostra casa felice”, romanzo d’esordio di Serena Uccello, giornalista che dopo l’esperienza nella saggistica torna ora in libreria per Giulio Perrone editore con un romanzo. Uccello che al mondo del crimine organizzato ha già dedicato i suoi precedenti titoli – da “Generazione Rosarno” all’ultimo “Corruzione” – qui abbandona la chiave dell’esplorazione sociale per soffermarsi sugli effetti del “male” sulle relazioni familiari, amicali, professionali.

E’ un mondo ambiguo quello che Uccello racconta in cui il percorso verso l’emancipazione e la scoperta della libertà passa dal disvelamento del tradimento (del vincolo di lealtà o dei vincoli di sangue) e in cui l’unica alternativa possibile sempre essere la ricomposizione affettiva. Tutti i personaggi infatti di queste pagine risolvono o cercano di risolvere il fallimento attraverso il ripiegamento nell’affettività.

Uccello sceglie la narrazione corale ma a muovere la storia sono le due protagoniste, due donne: Argentina e Nunzia, la prima è una poliziotta, la seconda è la figlia di un boss della ‘ndrangheta.

La trama: Argentina è in servizio alla squadra mobile di Reggio Calabria e si occupa di intercettazioni. Ascolta parole ma soprattutto silenzi, li interpreta, coglie le connessioni, sviluppa indagini. E’ assegnata al gruppo ricerca latitanti. Così entra nelle case, nelle vite. Spesso nei pensieri, giorno dopo giorno. E poiché persino le sfumature della voce possono essere materia investigativa, nell’ascolto si sviluppa una speciale empatia, quasi una simbiosi. Nel tempo una simbiosi devastante per Argentina. Quarant’anni, ha anche un marito, Antonio, un avvocato conosciuto durante gli anni dell’università. A lungo, il loro, è stato un matrimonio a distanza fino a quando Argentina, dopo aver girato da una città all’altra, non decide di chiedere il trasferimento e di tornare in Calabria.

Nella vita, anzi nelle indagini prima, quindi nella vita poi, di Argentina entra Nunzia. Quasi coetanee, Nunzia è infatti la figlia di Gregorio boss della Piana di Gioia Tauro. Argentina ha partecipato alle indagini che hanno portato alla cattura di Gregorio e alla fuga di Domenico, fratello di Nunzia.  Ed allora per inseguire quest’ultimo Argentina comincia ad “ascoltare” Nunzia. Ne segue i movimenti, ne registra la vita per mesi.  Impara a conoscerla. In progressione le domande di Nunzia cominciano ad essere i dubbi di Argentina. Le incertezze dell’una diventano parte dell’altra. Argentina entra in Nunzia, Nunzia entra in Argentina.  

Nunzia è la madre di due figli che dopo l’arresto del padre e la latitanza del fratello è stata risucchiata dagli affari della famiglia, o meglio dalla gestione della famiglia. Un passaggio che però la mette presto in crisi quando si rende conto che rischia di perdere i figli. Non un timore vano, ma concreto. Che fine ha fatto infatti la sorella di Nunzia? E come sfuggire alla violenza, alla capacità di tessere vendetta e orrore di Cetta, la madre di Nunzia? La donna teme per il figlio maschio, Pietro, un bambino di dieci anni ma anche per Miriam, diciotto anni e tante domande. E’ proprio Miriam infatti che con il suo comportamento “puro” mette in crisi la madre.

Più cresce la crisi di Nunzia, più matura l’inquietudine di Argentina. Prima piccoli segnali, poi quasi certezze. Chi è realmente l’uomo che le sta affianco?
Nunzia deve salvare i figli dalla contaminazione nel momento in cui Argentina sente che la contaminazione sta entrando nella sua casa, nella sua vita.
Ma quando la violenza, criminale, permea ogni aspetto del vivere, quale salvezza può esserci? Tanto Argentina che Nunzia così scopriranno di dover fare un gesto definitivo e doloroso per sottrarsi. E lo intuiranno l’una nel volto dell’altra.

Nel tempo infatti tra Nunzia e Argentina si crea una complicità, un vero legame, forse perché le due donne dotate di una sensibilità che impedisce loro di mantenere una relazione che sia legata esclusivamente alle indagini. E’ così che Nunzia si affida ad Argentina e decide di collaborare con la giustizia ma la forza distruttiva della sua famiglia è più forte. Sentendosi senza alternative sceglie la strada della rinuncia: rinuncia ad essere madre pur di assicurare loro la libertà. Argentina assiste senza riuscire a convincere Nunzia di un’alternativa. Assiste al sacrificio di una madre e prende atto di quanto per lei questa dimensione, la maternità, sia urgente. Nunzia sceglie per la vita dei figli. Esiste una scelta d’amore più grande? Nunzia sceglie per il loro futuro, per la loro libertà.

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Un adagio noto (e probabilmente vero) a cui si potrebbe aggiungere ora un altro motto: dietro un grande personaggio letterario c’è sempre una donna che influenza il suo creatore.

E’ il caso di James Bond, il celeberrimo agente 007 di Sua Maestà, che “è stato un prodotto della relazione tra Ian Fleming e Ann“. Ne è convinto Gabriel Heaton, specialista in libri e manoscritti presso la casa d’aste Sotheby’s che sta vendendo più di 160 lettere tra la coppia, scritte in 20 anni. “Non è un caso che Ian abbia scritto il suo primo romanzo di Bond nello stesso anno in cui si sono sposati, sia come sbocco per la sua libido e immaginazione, sia nel tentativo di fare soldi per una donna che era abituata a essere spensieratamente ricca – prosegue l’esperto citato dal Guardian e dal Telegraph -. Molto più che lettere d’amore, questa corrispondenza traccia l’ascesa meteorica di Bond e dipinge un’immagine vivida dell’alta società che vive nel mondo postbellico”.

All’asta le 160 lettere di Fleming e Ann

Stimate tra le 200 e le 300 mila sterline, le 160 lettere vengono offerte da Fionn Morgan, la figlia di Ann e di Lord Shane O’Neill, in una vendita online di Sotheby’s dal 3 al 10 dicembre. Si tratta di circa 500 pagine scritte a macchina o a mano, almeno tre scritte su fogli strappati da libri. Due delle lettere di Ann a Ian Fleming sono scritte sul retro di una carta da gioco di ramino e di un grafico della temperatura corporea di un ospedale. 

Le lettere raccontano una relazione tempestosa e complicata, fatta di tradimenti, rapporti sadomasochisti e tenerezza, ma anche di complicità e amore. Ann Fleming, da nubile Charteris, nacque nell’aristocrazia e sposò uomini ricchi. Il suo primo marito fu Shane O’Neill, il terzo barone O’Neill.

Dopo la sua morte, avvenuta in un’azione militare nel 1944, sposò il magnate dei giornali Esmond Harmsworth, il secondo visconte Rothermere. Durante entrambi i matrimoni lei e Fleming erano amanti, un’intensa relazione che aveva elementi sado-masochisti come si evince dalle lettere visionate dai giornali inglesi. “Ti bramo anche se mi frusti perché amo essere ferita da te e baciata in seguito”, scrisse Ann una volta a Fleming. “Adoro frustarti, strizzarti e strapparti i capelli neri, e poi siamo felici insieme e ci infiliamo gli spilli uno nell’altra e non ci comportiamo troppo da adulti”, ha scritto a sua volta Fleming.

Nella corrispondenza successiva, Ann ha scritto: “Vorrei che una fata arrivasse con una bacchetta e facesse tutto bene, dai a Esmond una moglie perfetta e mettimi nel tuo letto con una frusta di pelle bovina grezza in mano in modo da poterti tenere ben educato per quarant’anni…”.

Nel 1948 Ann rimase incinta di Fleming e diede alla luce una bimba nata prematura di un mese, che visse solo otto ore. Dalla collezione all’asta emerge un aspetto tenero e dolce di Ian Fleming: una lettera triste e delicata scritta sulla carta di Gleneagles poco dopo aver giocato a golf con Rothermere, il marito tradito di Ann. “Non ho niente da dire per confortarti – scrive Fleming – dopo tutto questo travaglio e dolore è amaro. Posso solo inviarti le mie braccia, il mio amore e tutte le mie preghiere”.

La crisi emerge nella corrispondenza

Ma dopo essersi sposati nel 1952, lo stesso anno in cui nacque il figlio Caspar e vide la luce la prima avventura in James Bond, ‘Casino Royale’, la relazione divenne aspra. Soprattutto per i tradimenti dello scrittore di cui Ann parla in una lettera (rendendo comunque pan per focaccia: al momento in cui scriveva lamentandosi che fatto che il marito stava dormendo con altre donne e non con lei, Ann aveva una relazione extraconiugale col leader laburista Hugh Gaitskell): “Parli di ‘cattivi vecchi gironi da scapolo’ – l’unica persona con cui hai smesso di dormire quando hanno smesso di esserlo sono stata io!”, scrive Ann.

La risposta, anche se forse non diretta all’epistola precedente, si trova in una lettera di Fleming scritta su carta intestata British Overseas Airways Corporation: “Nel crepuscolo attuale, ci stiamo facendo del male a un punto tale da rendere la vita difficilmente sopportabile”. Come riportano il Guardian e il Telegraph, Heaton ha spiegato che le lettere all’asta sono piene di storie di alta società, viaggi, amore per la natura e pettegolezzi: “Sono una lettura straordinaria perché Ian Fleming è praticamente incapace di scrivere una frase noiosa”, ha detto l’esperto di Sothebys.

Duemila parole in 4 ore ogni giorno

Molte delle lettere successive dell’autore, inoltre, sono state scritte da Goldeneye, in Giamaica, dove ogni anno andava a lavorare ai suoi romanzi e dove scrisse tutti i 13 libri (più un 14esimo uscito postumo nel 1966) di Bond con una metodicità impressionante: scriveva ogni giorno per 4 ore (dalle 9 alle 12 e dalle 18 alle 19) 2.000 parole senza correzioni, per sei settimane nei due mesi invernali che trascorreva in Giamaica tra gennaio e marzo; poi un’ulteriore settimana di lavoro, la settima, per correggere gli errori vistosi e riscrivere brevi passaggi. 

 Goldeneye era un luogo visitato da molti dei importanti amici di Ann tra cui l’artista Lucian Freud o Truman Capote, non molto amato da Fleming per un’improvvisata che probabilmente disturbò la sua maniacale fabbrica creativa: “E’ arrivato per restare – si legge in una lettera – riesci a immaginare un compagno di giochi più incongruo per me? Sulla scia di un telegramma arrivò frettoloso e cinguettando con la sua minuscola faccia schiacciata sotto il cappello uniforme di un commissario russo […] che era appena arrivato da Mosca”.

“Un personaggio poco credibile”

Tra le 160 lettere, infine, c’è anche James Bond. Il personaggio che avrebbe reso immortale Ian Fleming è visto dallo scrittore come un’opportunità di guadagno, ma ancora poco credibile. Raccontando ad Ann delle proposte per una serie televisiva dell’agente 007, scrive: “Interessante, ma nessuna miniera d’oro in questo momento”. In quanto poi a un possibile film di Hollywood, prevale lo scetticismo: “E’ come al solito una questione di incrociare le dita e aspettare che qualcuno li prenda da parte e li costringa a tirar fuori qualche dollaro”.

Hollywood scopre Bond

Una speranza che ebbe il tempo di vedere concretizzarsi con i primi due film della serie: ‘Licenza di uccidere’ del 1962 e ‘Dalla Russia con amore’ del 1963. La terza pellicola dedicata all’agente 007, ‘Missione Goldfinger’, la prima a vincere l’Oscar (per il miglior montaggio sonoro a Norman Wanstall), uscì poco dopo la morte dello scrittore, avvenuta all’una di notte del 12 agosto 1964, a 56 anni, a seguito di un infarto.

La moglie Ann gli sopravvisse fino al 1981 mentre il loro unico figlio, Caspar, fu stroncato nel 1975 da un’overdose. Sono sepolti tutti e tre sotto un obelisco di pietra vicino alla chiesetta di Sevenhampton, piccolo villaggio nel distretto di Swindon, nella contea cerimoniale del Wiltshire, in Inghilterra. 

Facevano all’amore, Hermann e Clarissa, mentre il Muro di Berlino crollava. Perlomeno, questo è quanto accade all’inizio di “Heimat 3 Cronaca di una svolta epocale”, film-mito di Edgar Reitz: i due amanti se ne stanno avvinghiati a letto in una camera d’albergo e vedono sullo schermo della tv i berlinesi che picconano, che urlano di gioia, che abbattono il mostruoso “vallo antifascista” che per 28 anni aveva diviso in due la Germania e il mondo.

Hermann era l’attore Henry Arnold, che per oltre tre decenni è stato il volto-simbolo dell’epopea di “Heimat”, che proprio in Italia ebbe un successo straordinario, forse superiore a quello messo a segno in patria, nonostante il film-monstre composto da un’infinità di episodi sia uno dei più impressionanti autoritratti cinematografici che la Germania abbia conosciuto.

Il fatto è che tutta la vita di questo straordinario attore, musicista e regista di opere liriche è segnata dalla storia del Muro: “Sì, sono nato nel 1961, lo stesso anno in cui fu costruito, e il 9 novembre 1989 ero qui, a Berlino, mentre il Muro cadeva e la storia cambiava volto tutta d’un colpo, peraltro pochi giorni prima che nascesse mio figlio”, racconta Arnold di fronte ad un piatto vegano in un bar alla moda del quartiere di Neukoelln.

“E non solo. Tredici anni dopo, nel 2002, mi sono ritrovato a girare, con Reitz, la stessa scena: Hermann e Clarissa che si ritrovano a Berlino riscoprendo il loro amore, fino a quel momento irrealizzato, mentre il Muro cade sotto i colpi di picconi dei tedeschi dell’est e mentre la folla impazzita di gioia incredula corre verso la Porta di Brandeburgo”.

La Ddr, così vicina e così lontana

Una storia emblematica, quella di Henry. “Fino al 1989 per noi che stavamo all’ovest la Ddr era vicinissima e al tempo stesso lontanissima. E fondamentalmente credevamo che lo sarebbe stato per sempre. Per noi la Ddr era un Paese sconosciuto, stranamente lontano, per abitudini, culture, quotidianità. Certo, con la Ostpolitik di Willy Brandt si parlava della possibilità di maggiori aperture tra le due Germanie, ma in qualche modo pensavamo che la situazione si era oramai troppo cementificata per arrivare ad una svolta radicale. Persino quando ci furono le grandi manifestazioni a Dresda, quando ci fu la vicenda dei migliaia di tedeschi dell’est rifugiati all’ambasciata della Germania Ovest di Praga, persino quando cadde Erich Honecker e al vertice del Paese arrivò Egon Krenz, si pensava che al massimo ci sarebbero state riforme, come quelle della Perestrojka di Gorbaciov nell’Urss invece tutto cambio’ d’improvviso, in modo repentino e inaspettato”.

Peraltro non è che Henry non conoscesse Berlino Est. “Passavo abbastanza di frequente dall’altra parte, avevamo molti rapporti con il mondo del teatro e della cultura della Ddr. Che, non bisogna dimenticarlo, era molto vivace. Anzi, gli attori e i registi dell’est avevano una sicurezza di sè che spesso confinava con una punta di snobismo”.

Nonostante ciò, la sera del 9 novembre arrivò come un fulmine: “Quella sera lavoravo in teatro, perché c’era una pausa delle riprese di Heimat 2. Non avevamo affatto percepito che stesse accadendo qualcosa: e invece accadde di tutto, a cominciare dalla famosa conferenza stampa in cui Guenter Schabowski, funzionario di punta della Sed, annuncià la libertà di viaggio e che i confini sarebbero stati aperti ‘da subito’. Io ho sempre pensato che non fosse del tutto consapevole della portata di quello che stava dicendo e che la caduta del Muro fosse una specie di accidente della storia”. 

“La notte in cui eravamo il più felice di tutti i popoli”

Dopo quella che Reitz aveva definito “la notte in cui eravamo il più felice di tutti i popoli” – e c’era anche lui, quella notte, con la sua troupe, mentre una folla festante che di ora in ora diventava sempre più imponente attraversava tutti i varchi tra est e ovest di fronte allo sguardo attonito dei Vopos, i poliziotti della Ddr – la festa non finì, anzi. “Le autorità di Berlino Est dovettero creare varchi aggiuntivi, perché il numero di persone che continuavano a passare da una parte all’altra del Muro era sempre più grande”.

Per certi aspetti una sbornia, con la gente che picconava questa assurda e mostruosa costruzione che tagliava obliquamente tutta la città, con parenti stretti che non si vedevano da anni che si ritrovavano abbracciati e travolti da un’euforia irrefrenabile. “Era una cosa affascinante, molti continuavano ad andare da est a ovest ancora per molti giorni e giorni a seguire”, ripete Arnold. “Allo stesso tempo non eravamo affatto consapevoli che la riunificazione delle due Germanie sarebbe arrivata altrettanto velocemente, appena 11 mesi dopo, con le macerie del Muro ancora fumanti”.

Un amaro risveglio

La sbornia non durò a lungo, per la verità. La Ddr conobbe la libertà, ma la popolazione pagò prezzi anche molto alti, in termini di disoccupazione e di violenti assestamenti sociali, con il rapido processo di deindustrializzazione che fu messo in atto in vaste aree del Paese e un adeguamento a tratti traumatico dell’economie delle due Germanie: “Sì, c’era spesso un’atmosfera triste, c’era la sensazione di non sapere cosa sarebbe stato, che forse ci si trovava in un veicolo cieco”.

E questo spiega anche perché oggi, trent’anni dopo, l’Afd, il partito dell’ultradestra, sia più forte nei Laender dell’est che all’ovest: “Certo: bisogna ricordare che per effetto della riunificazione venivano distrutti anche molti ricordi privati. D’improvviso tutto quel che era stato era diventato ‘cattivo’, tutto veniva inglobato nel concetto dello ‘Stato del diritto negato’ che era la Ddr, anche le esperienze personali. Almeno la metà degli elettori dell’Afd dice che la vita ai tempi del Muro ‘non era poi così male’. Questo fatto dei tedeschi dell’est che sono sempre di cattivo umore, come dice lo stereotipo, ha le sue origini anche lì, nella sera del 9 novembre 1989”. Quella notte in cui, parafrasando il titolo del primo episodio di “Heimat 3”, i tedeschi erano “il popolo più felice del mondo”.

Assomusica, l’Associazione di Organizzatori e Produttori Italiani di Spettacoli Musicali dal Vivo, si era espressa immediatamente sulle difficoltà che il biglietto nominale avrebbe creato una volta che la legge fosse entrata in vigore, oggi torna a parlare, sostanzialmente per comunicare che tutte le preoccupazioni riguardo i problemi che la pratica avrebbe causato, si sono regolarmente manifestati in occasione del concerto di Sting martedì 29 ottobre al Forum di Assago di Milano.

La norma sul biglietto nominale è entrata in vigore lo scorso 1 luglio, mossa inserita all’interno della Legge di Bilancio per combattere il problema, grave, del secondary ticketing o cosiddetto bagarinaggio online. In pratica l’emissione del biglietto, per eventi che superano le 5000 persone, avviene esclusivamente in allegato ad un documento di identità che poi dovrà essere presentato allo staff all’ingresso che dovrà controllare il suddetto documento di ogni spettatore.

“Si tratta di una norma che non risolverà il problema, ma danneggerà il settore e ricadrà sui consumatori” spiegava al Secolo XIX Vincenzo Spera, presidente di Assomusica, all’indomani dell’entrata in vigore della legge “per fare i controlli identificativi di ogni singolo spettatore, gli organizzatori dovranno aprire i cancelli molto tempo prima, impegnando più personale su più turni. Da qui l’aumento dei costi per gli spettatori che saranno costretti a code molto più ingenti, specie in occasione di grandi manifestazioni. Gli otto milioni di italiani che lo scorso anno hanno assistito a concerti di musica dal vivo potrebbero subire a breve un aumento medio dei biglietti di 8-10 euro e un raddoppio dei tempi di attesa ai cancelli d’ingresso”.

Cinque mesi dopo l’entrata in vigore della legge si può dire che effettivamente il problema del secondary ticketing è più o meno lì dove lo avevamo lasciato prima dell’estate, ancora oggi è possibile acquistare su appositi siti i biglietti per grossi eventi a prezzi decisamente maggiorati; nessun aumento sostanziale invece sul prezzo originale del biglietto dei concerti, che resta come sempre molto alto, facendo diventare gli eventi culturali sempre più attività da benestanti e, di fatto, isolando culturalmente una fetta di pubblico. Diversa la situazione invece per quanto riguarda le file che si creano ai cancelli e che, per esempio nel caso del concerto di Sting, hanno fatto slittare l’orario di inizio di circa un’ora.

“Ad un evento di tale portata come il concerto di Sting, – scrive in un comunicato ieri Spera – dove gli spettatori, trattandosi di un giorno feriale, sono arrivati direttamente dopo il lavoro perché in possesso di biglietto con posto numerato, si sono creati, com’era inevitabile, dei forti rallentamenti dovuti alla necessità di effettuare i controlli previsti per legge.

Dall’altra parte numerose persone sono dovute tornare a casa perché non in regola con le nuove norme” e conclude: “Ci auguriamo che il Parlamento, che ha già approvato un ordine del giorno sul tema, riveda la legge entro la fine dell’anno, come l’ex ministro Bonisoli si era impegnato a fare, e che, allo stesso tempo, tenga conto dei numerosi disagi e dei disservizi che si sono verificati in questa occasione. Il fenomeno del secondary ticketing, del resto, è ben lontano dall’essere risolto e le autorità deputate a sanzionare i siti responsabili del fenomeno del bagarinaggio online non hanno ancora preso provvedimenti adeguati”.

Si è spento questa mattina a Recanati, dopo una breve malattia, il conte Vanni Leopardi, 77 anni, discendente di Giacomo Leopardi e personalità di spicco della cultura italiana. Uomo di arte e di cultura, grande viaggiatore, amante della natura, Vanni Leopardi ha dedicato la sua vita alla salvaguardia del patrimonio leopardiano e alla tutela morale dell’anima grande del Poeta recanatese.

Laureato in Scienze Politiche, scelse l’agricoltura per passione, dando continuità alla tradizione di famiglia e cercando, nella produzione di vino, cereali e olio, di rispettare gli equilibri della natura, il benessere degli animali, immaginando un ciclo virtuoso tra produttività, modernità e bellezza del paesaggio.

Per tutta la vita ha cercato di coniugare il progresso tecnologico e la modernità alle istanze di una vita connessa ai ritmi veri della natura; memore della “lezione” del suo più grande avo, alla ricerca di una civilizzazione che non alieni gli esseri umani e che permetta loro “…in social catena” una mutua assistenza alla ricerca della felicità.

Proprio quella felicità tanto desiderata dall’antenato Giacomo è stata, per Vanni Leopardi, l’obiettivo ultimo di una ricerca lunga tutta la sua vita: una “Accademia per la ricerca della Felicità”, negli stessi luoghi dell’avita dimora dove scelse di abitare. Un progetto nato dalla sua fervida immaginazione e alimentato da una bontà d’animo che lo ha sempre visto sposare la causa dei deboli e dei marginali.

Insieme alla madre Anna e alla figlia Olimpia ha dedicato le sue energie alla valorizzazione della cultura leopardiana, mirando alla diffusione dell’opera del Poeta. Mentore per i nipoti, punto di riferimento per gli studiosi e i cultori di Giacomo, ha aperto le porte della biblioteca di famiglia al mondo, facendo suoi gli ideali di condivisione della cultura e diffusione della conoscenza. I funerali si terranno mercoledì 6 novembre a Recanati, alle ore 16 nella Chiesa di Santa Maria di Montemorello nella piazzuola Sabato del Villaggio. 

Le celebri opere astratte dell’artista americano Jackson Pollock seguono, anche se probabilmente in modo inconscio, un fenomeno classico della fluidodinamica. A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori della Brown’s School of Engineering in uno studio pubblicato sulla rivista Plos One. Alcuni pezzi iconici di Pollock non sono stati creati con un pennello, ma versando la vernice sulla tela con l’aiuto di un bastoncino per creare fili e filamenti di colore sovrapposti.

Cos’è il dripping

E’ la cosiddetta tecnica del dripping, ovvero dello sgocciolamento del colore. Questi pezzi mancano di “instabilità a spirale”, cioè quei ricci o quelle spirali evidenti che si creano quando un fluido viene versato.

Quindi Pollock avrebbe intenzionalmente evitato questi effetti. “Come la maggior parte dei pittori, Jackson Pollock ha attraversato un lungo processo di sperimentazione per perfezionare la sua tecnica”, spiega Roberto Zenit, autore senior dello studio. “Quello che stavamo provando a fare con questa ricerca è capire quali conclusioni Pollock raggiunse per eseguire i suoi dipinti come voleva. La nostra principale scoperta in questo paper – continua – è che i movimenti di Pollock e le proprietà delle sue vernici erano tali da evitare questa instabilità a spirale”.

L’esperimento dei ricercatori

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno analizzato i video ripresi da Pollock mentre stava creando la sua arte, rilevando la velocità dei suoi movimenti e la distanza dalla tela mentre versava la vernice. Successivamente gli studiosi hanno ricreato la sua tecnica, usando una siringa per distribuire la vernice da varie altezze sopra la tela e aumentando la velocità.

Ebbene, dai risultati è emerso che Pollock è stato in grado di evitare l’instabilità grazie alla velocità della sua mano, alla distanza mantenuta dalla tela e allo spessore della vernice utilizzata. Secondo i ricercatori, l’assenza di ricci e spirali nel lavoro di Pollock potrebbe essere utilizzata per identificare e autenticare le sue opere. 

Nella collezione del castello di Valencay, nella valle della Loira, è stato ritrovato un ritratto che potrebbe rappresentare Nicolò Machiavelli ed esser stato realizzato niente di meno che da Leonardo da Vinci. L’opera deve essere sottoposta ad ulteriori approfondimenti, ha dichiarato la direttrice del castello, ma e’ ovvio che l’ipotesi fa sognare.

Il quadro rappresenta un gentiluomo, con la barba, calvo, l’aspetto grave e l’età incerta. Se l’ipotesi fosse confermata, sarebbe la prova che ci fu davvero un incontro tra il poliedrico genio rinascimentale e il filosofo italiano.

Del quadro si trovano numerose citazioni negli archivi del castello, che appartenne anche al principe di Talleyrand, appassionato d’arte e fortunato collezionista. Se ne parla in particolare, in una nota redatta nel 1874: il riferimento è a un ritratto, realizzato su un legno di 55 per 42 cm, che sarebbe stato realizzato dal genio italiano e raffigurante l’autore de ‘Il Principe’. Lo scritto porta la firma dell’allora amministratore del castello che, a quei tempi, apparteneva proprio al principe, abilissimo diplomatico.

Ma i dubbi rimangono. Anne Geraldot – direttrice dell’archivio provinciale del dipartimento francese dell’Indre – a maggio aveva parlato della scoperta con un giornale locale, Cahiers de Valencay: “Il fatto che gli archivi lo dicono non significa che sia per forza vero”. Potrebbe essere che, nel corso dei secoli, quella che era solo un’ipotesi sia diventata una certezza. Anche perché, secondo l’esperta, l’uomo raffigurato assomiglia molto più alla rappresentazioni conosciute di Montaigne che a quelle di Machiavelli. Inoltre, come ha raccontato ancora Géraldot al settimanale Le Point, “la tavola di legno sulla quale è stato realizzato il ritratto è troppo regolare” per poter risalire all’età rinascimentale. E’ anche vero che il quadro nel 1860 fu inviato a Berlino per un restauro e questo potrebbe averne alterato l’aspetto originale. Insomma gli indizi per continuare a sognare ci sono tutti.

Che importanza ha la Storia? Che posto ha il passato, remoto o prossimo, in una società connessa e veloce, che guarda all’innovazione e al futuro? Perché preoccuparsi di chi e cosa ci ha preceduto, invece di concentrarci sul futuro che verrà?

Quando mi divertivo a leggere le avventure di Alessandro Magno, da bambino, la Storia mi incuriosiva perché era piena di storie, di personaggi, e di aneddoti che sembravano usciti da una fiaba. Oggi, da dottorando in Storia, passo molto tempo a riflettere sul significato dei miei studi ma, paradossalmente, non penso che la mia risposta sia cambiata più di tanto.

La Storia non è un elenco di date e battaglie, né una disciplina ammuffita da vecchi barbogi; la Storia è bella perché è varia, è appassionante perché, nello studiare il passato dal punto di vista del presente, noi storici proviamo a rispettare la differenza fra queste due categorie temporali.

Nelle mie ricerche sugli scienziati del Cinquecento e del Seicento europeo, per esempio, mi è sempre utile ricordare che, oltre ad essere uomini di grande scienza, Galileo, Newton, e colleghi erano anche uomini di grande fede: la ricerca scientifica, per loro, era anche scoprire e ammirare la perfezione della Creazione divina. Non penso che tale definizione sarebbe largamente condivisa dalla comunità scientifica di oggi, cosí come non penso che Galileo, Newton, e colleghi riconoscerebbero alcune discipline scientifiche molto specializzate emerse negli ultimi decenni.

Da questa differenza fra passato e presente, e dal rispetto di questa differenza quando scriviamo e studiamo la Storia, possiamo trarre un insegnamento importante: il nostro momento storico, con le sue credenze e le sue certezze, è relativo. In passato, altri momenti storici hanno portato altre certezze e altre credenze, che col senno di poi riconosciamo come relative; al giorno d’oggi, in altri luoghi esistono altri presenti, con credenze diverse e certezze diverse, anch’essi relativi.

La Storia può dunque essere letta come invito alla tolleranza, al dialogo malgrado le differenze: se ‘il passato è un paese straniero’, come scrisse Leslie P. Hartley, allora la Storia è un viaggio, che ci permette di allargare i nostri orizzonti geografici, temporali, e intellettuali.

Davide Martino si è iscritto in Storia all’Università di Cambridge nel 2013. La sua tesi di laurea triennale sull’artista e diplomatico fiorentino del Seicento Costantino de’ Servi l’ha appassionato al punto di proseguire l’esperienza con un Master in Storia Moderna. Dopo due anni come maestro elementare nella scuola pubblica inglese è tornato a Cambridge a studiare Storia, stavolta per un Dottorato di Ricerca.

È in libreria l’ultimo libro di Sergio Nazzaro, “Mafia Nigeriana” tratto dalla prima indagine della SAT squadra antitratta, messa in piedi dalla polizia locale di Torino. Il libro si legge d’un fiato, è apparentemente – ma solo apparentemente – un giallo, ma Nazzaro, giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti di mafie straniere, autore di numerose pubblicazioni, entra con la dovizia e le informazioni dell’esperto in un mondo ai più solo superficialmente conosciuto.

Dà i contorni esatti di un fenomeno sempre più in espansione e che molti di noi liquidano con un malinconico ‘poverette’ quando si trovano a incrociare lungo le strade – nemmeno troppo lontane dai centri borghesi delle nostre città – alcune delle belle ‘di notte’.

Dietro c’è una realtà di sfruttamento, di dolore, di paura associata alla magia nera che subiscono tutte le ragazze che, in Italia, sono arrivate con un sogno, magari piccolo, ma mai realizzato.

Il romanzo di Nazzaro nasce dalla denuncia di una cittadina nigeriana – siamo nel 2012 – contro i suoi aguzzini. Ci vogliono 4 anni perché la squadra anti tratta arrivi ad una conclusione: 53 persone identificate, 44 in carcere con un provvedimento di custodia cautelare.

Sono gli esponenti di una grande organizzazione internazionale che minaccia, sfrutta e uccide. A darle la caccia un uomo dai valori profondi, il comandante della squadra, che ogni giorno affronta la fatica di chi sa che la sfida è enorme, che bisogna portarla avanti passo dopo passo, per gli italiani, ma anche per gli stranieri che ogni giorno, nel nostro Paese  “si alzano, vanno a lavorare e devono sopportare razzismi e discriminazioni mentre provano a costruirsi una vita dignitosa, a portare a casa il pane. Come aveva fatto anche decenni prima suo padre” quando era partito da profondo sud per “andare a fare il carabiniere al nord”.

Di ritorno da Londra, dove il 15 ottobre ha ricevuto il prestigioso premio Wildlife Photographer 2019 grazie allo scatto “Early riser”, Riccardo Marchegiani sembra avere le idee chiare, anche se ha appena 18 anni.

Figlio unico e al quinto anno del liceo classico “Carlo Rinaldini” di Ancona, condivide con il padre Roberto la passione per la fotografia. Il giovane anconetano, però, vuole proseguire i suoi studi: attualmente si dice indeciso tra medicina e ingegneria. In ogni modo, la fotografia lo accompagnerà per sempre – “anche se part-time”- tra workshop e viaggi di gruppo con altri amanti di quest’arte.

Lo scatto che ti ha fatto vincere il Wildlife Photographer si chiama “Early riser” e rappresenta un esemplare di scimmia Gelada, con cucciolo al seguito, nel parco nazionale dei monti Simien (Etiopia). Si tratta di una fotografia nata casualmente?

“È stata pensata, ce l’avevo in mente. Anche se, devo confessarlo, ha stupito anche a me trovarmi davanti un esemplare che portava in grembo il suo cucciolo. Da lì lo scatto è partito. In ogni modo noi, intendo mio padre, un amico ed io, siamo andati in Etiopia per immortalare situazioni proprio come questa. Conosciamo l’ambientazione spettacolare che quella terra sa regalare. Lì le montagne si elevano fino a 4mila metri su vallate straordinarie. Sapevamo della presenza delle Gelada, le scimmie endemiche del luogo. Ogni mattina salgono sulle cime per poi ridiscendere verso sera. Siamo saliti su quei promontori all’alba proprio per immortalare la loro salita”.

A quando risale l’istantanea?

“Al mio primo viaggio in Etiopia, avevo poco più di 16 anni. Ero con mio papà e un amico, anche lui fotografo. Il periodo era fine agosto e inizio settembre. La scelta non è casuale. Quelle settimane cadono nel pieno della stagione umida, quando le nuvole e la nebbia riescono a regalare situazioni uniche”.

Prevedi di tornare in Etiopia?

“Sì, tra poco riparto, per la terza volta, per tenere un workshop fotografico insieme a mio papà. L’anno prossimo, invece, insieme a un gruppo di fotografi. Ci stiamo organizzando”.

Invece, per quanto riguarda il premio, come hai reagito una volta scoperto di aver vinto?

“Ero e sono tuttora molto felice. Ne ho vinti altri di concorsi, questo premio però, dal punto di vista della fotografia naturalistica, è senza dubbio il più importante. È stato un po’ come vincere un oscar”.

Come è la stata la cerimonia di premiazione di martedì scorso?

“Un’esperienza unica. Non sono mai stato ad una premiazione simile. La cerimonia si è tenuta al National History Museum di Londra, nella sala che ospita il famoso scheletro di megalodonte. Un ambiente incredibile ed elegante. Tutto era perfetto, dalla cena alla location e alle foto premiate”.

E tuo papà, anche lui fotografo, cosa pensa di questa tua passione e dei tuoi successi?

“È contento di questo mio amore. Anche lui vive e conosce bene questo mondo, quello del WildLife. Ha vinto molti concorsi, non ancora però il premio che invece ho ricevuto io a Londra. Ovviamente gli piacerebbe averlo però in questo è rimasto felice che sia stato io a portare a casa questo riconoscimento internazionale”.

Vorrebbe che facessi della fotografia un lavoro?

“Non necessariamente. Preferisce che scelga autonomamente come costruire il mio futuro. Tra l’altro io non mi occupo di ritratti. E al giorno d’oggi i fotografi professionisti campano grazie a servizi che realizzano ad esempio durante eventi mondani, matrimoni e sfilate oppure, appunto, realizzando ritratti. Il mio genere invece è WildLife e paesaggi che non pagano a meno che tu a tempo pieno non ti impegni in viaggi fotografici e workshop”.

Tu conti di realizzarne in futuro?

“Sì, l’idea è quella. In ogni caso, sarà un lavoro secondario”.

Quali progetti hai per il futuro?

“Non penso che la fotografia sarà il mio lavoro principale. Sicuramente, però, la sfrutterò per viaggiare in compagnia e realizzare workshop fotografici: si potrebbe dire, un lavoro part-time. Oppure rimarrà un semplice hobby, un’arte cui dedicarmi nel tempo libero. Ora mi concentrerò per terminare i miei studi classici. Il prossimo anno, poi mi iscriverò all’università. Ad oggi sono indeciso tra medicina e ingegneria ma le possibilità sono tante. Mi prenderò ancora un po’ di tempo per decidere”.

Da Londra torni ad Ancona tra i banchi di scuola. Quali sono i prossimi impegni scolastici?

“Devo recuperare le lezioni perse mentre ero in Inghilterra. Ora sto studiando per la prossima verifica di matematica”.

Sei uno studente modello?

“Ho ottimi voti. L’anno scorso avevo la media dello 8e mezzo e qualche 9. Non ho mai avuto problemi a scuola. Insomma, me la sono sempre cavata”.