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Percepisci subito lo sciabordio delle onde, poi con la coda dell’occhio, mentre ti cali nell’atmosfera intima di una stanza da letto, umile ma ordinata, cogli il balugini’o delle onde. La vista è continuamente sollecitata dai volti che emergono dal fondo seppia di vecchi documenti. Quello di Carolina ti colpisce subito, perché sorride sotto il suo civettuolo cappellino a calotta. “Era un’artista – spiega all’AGI Roxy in the box – abituata allo sguardo indiscreto della macchina fotografica. Non si irrigidisce in posa davanti a uno strumento con cui ha poca dimestichezza”.

C’è una mostra di grande impatto, collaterale a ‘Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo’, l’omaggio all’archeologia subacquea nel Mare Nostrum, al Museo Archeologico Nazionale sino al 9 marzo prossimo. Ed è il frutto della ricerca rigorosa durata tre anni tra Fondazione Banco di Napoli e Archivio di Stato partenopeo di Rosaria Bosso, in arte Roxy in the box, affermata e poliedrica artista partenopea protagonista di operazioni internazionali (una su tutte ‘In & Out ‘ per la kunsthalle di Osnabruck) e interventi di arte urbana nel cuore di Napoli, tra Forcella e i Decumani.

‘Maresistere’, è un progetto che “non è solo del museo, anche se sono molto grata al direttore Paolo Giulierini di avermi voluto affiancare e di aver ospitato questa prima tappa dentro ‘Thalassa’ – racconta – piuttosto è un megafono per parlare di un dolore che e’ appartenuto a noi napoletani e ritrovare quei portoni aperti verso il mare” Un “lavoro di verità” basato su documenti, sul rintraccio di volti e indirizzi di 180 persone, “carne umana” che ha attraversato il mare alla ricerca di una nuova vita.

Video di Lucia Licciardi, montaggio: Gabriella Bianchi

“Parlo di Napoli verso New York – incalza Roxy – del 41esimo parallelo. È un progetto ambizioso che ho immaginato in tre tappe e che valicherà anche lui l’oceano. Di questa prima, qui all’Archeologico, ha messo in piedi altre due fasi. In una, rintracciando gli indirizzi dei migranti che ho studiato, ho apposto uno stiker su quei portoni che si sono aperti, una riproduzione di una valigia con la data della partenza. Poi, utilizzando le ‘pagine bianche’ di New York, ho inviato lettere a chi aveva un cognome napoletano, forse discendente da chi era andato via 150 anni fa”.

Alcune risposte cominciano ad arrivarle, la base di un documentario che analizzerà come quella migrazione abbia avuto riflessi nella terra di approdo dei migranti. “L’atmosfera sarà diversa – prevede l’artista – in questa stanza l’impatto è emotivo. Ma non so come camminerà il progetto, in parte ancora embrionale, ma internazionale nelle intenzioni. Avrà spero sostegni tra privati e istituzioni. E’ ambizioso, ma io non ho paura. Si può fare”.

La genesi di questa ricerca, Roxy l’ha sentita nel suo profondo: “Ho seguito una mia esigenza. Il mare per me è un elemento misterioso e affascinante. In famiglia abbiamo avuto emigranti e ho respirato il dolore della separazione che veniva da questo mare. Quindi ho deciso di raccontare un fenomeno partendo da cultura a me vicina e prendendo dati rigorosi, giusti”. La mostra non intende chiudere un cerchio, “perché l’orizzonte del mare non è chiuso, è una linea. La migrazione è qualcosa che si evolve e non bisogna chiudere il cerchio. La linea della vita e del mare continua a proporre migrazione in uno o nell’altro senso. Non volevo parlare della migrazione di oggi, perché avevo paura di sbagliare e perché, poi, se conosci il dolore in prima persona, se ne hai una esperienza personale perché ti riguarda da vicino, se ti brucia, puoi comprendere. Immaginare quel dolore non è comprenderlo”.

Dopo 150 anni da quelle partenze o arrivi, evocati da una stanza che potrebbe essere quella lasciata a Napoli o quella trovata a New York, con comò, cassettone e armadio, “volevo esplorare il positivo, volevo rendere cosa ha potuto portare in America quella carne umana che ha attraversato il mare. E ha portato cultura ed economia , mentre l’Italia si è impoverita, con paesi svuotati. Oggi quel mare è attraversato da prodotti e non più da carne umana, prodotti che alimentano una cultura italiana e napoletana radicata in America grazie a quei disperati di 150 anni fa. Si è creato un business importante e la cultura di Napoli è ora mondiale per merito di quei disgraziati”.

Così, tra una massa di documenti esplorati, Roxy in the box ha selezionato “i volti che mi avevano colpito particolarmente”. Dentro il primo cassettone il comò, “quello in cui tieni le cose che ha più care”, c’è il mare “come sogno nel cassetto, ma anche come esperienza che non dimentichi più dopo che lo solchi per giorni e giorni. Il mare a quel punto è un tuo parente perduto. Deve venire in automatico il paragone con quello che accade oggi. Solo avere la nostra sofferenza può far comprendere il dolore altrui”.

E i vestiti adagiati sulla coperta composta da altri pezzi di documenti, abiti anche loro ricavati da documenti, sono quelli che prendi o forse quelli che lasci. Tutto in questa stanza è leggibile nei due sensi. Il video nell’armadio, animato da Gianfranco Gallo e Fabiana Fazio, è un “racconto di verità. Di quella migrazione sulla rotta Napoli New York, la vera e unica letteratura è stata la canzone del ‘900. Allora, ho fatto un taglia e cuci tra le melodie più conosciute che è diventato un unico testo di monologo. Inserito nell’armadio, luogo che viene riempito o svuotato, colmato ora da ciò che veniva cantato qui e lì allo stesso modo”. ‘

Maresistere raccoglie il messaggio della grande mostra ‘Thalassa’ e ne fa un progetto che va oltre una straordinaria installazione dal forte impatto emotivo. Il nostro museo vuol proporsi sempre piu’ come un protagonista attivo della vita della città e custode della sua memoria. Per non dimenticare quando gli emigranti eravamo noi”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini.

A Novara fino al 5 aprile, la mostra Divisionismo, la rivoluzione della luce, in corso al castello Visconteo Sforzesco, nel primo mese ha già visto sfilare oltre 4 mila visitatori.
È un successo per la città piemontese, situata strategicamente proprio nel pieno dell’area di provenienza di alcuni fra i principali artisti che hanno utilizzato quella specifica tecnica pittorica alla fine dell’Ottocento, e per gli organizzatori della mostra, la Fondazione Castello Visconteo e l’associazione Mets Percorsi d’arte. 

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli e Carlo Fornaro, ma anche il più famoso pittore delle Alpi, Giovanni Segantini, nato in Trentino ma operante soprattutto in Engadina, sono rappresentati con una settantina di opere suddivise in otto sezioni tematiche negli spazi del Castello. La mostra è curata dalla più importante studiosa di Segantini e dei divisionisti, che segue dagli anni ’60, la francese newyorkese di adozione Annie-Paule Quinsac.

Il titolo centra l’obiettivo principale dei divisionisti che non hanno mai elaborato un “manifesto“, ma nei fatti si proponevano di utilizzare una tecnica pittorica che enfatizzasse la luce. Guardando i quadri esposti a Novara questo emerge molto chiaramente soprattutto in opere come “Sul fienile”, dipinto da Pellizza fra il 1893 e il 1894 e rappresenta un fienile in ombra (e l’estrema unzione a un vecchio morente) in contrasto clamoroso con uno sfondo di campagna assolata e luminosissima, piena di vita. 

Di Segantini, a Novara si possono vedere alcuni preziosi disegni e diversi quadri, fra i quali spiccano “All’ovile” e “Savognino sotto la neve”. Nelle sale del Castello sono esposti anche i dipinti a vocazione sociale di Emilio Longoni (“L’oratore dello sciopero” e “Riflessioni di un affamato”), oltre alla “Ragazzina col gatto” scelta dai curatori per rappresentare la mostra assieme alla neve di Segantini e quelli “sperimentali” di Gaetano Previati, come la grande “Maternità” che si può vedere prima dell’inizio della mostra.

Il divisionismo, si legge nel catalogo, nasce “sulla stessa premessa del Neo impressionismo francese, meglio noto come Pointillisme, senza che si possa parlare di influenza diretta. Muove dall’idea che lo studio dei trattati di ottica, che hanno rivoluzionato il concetto di colore, debba determinare la tecnica del pittore moderno. Si sviluppa nel Nord Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico e anche pittore (nella mostra di Novara sono esposti 3 suoi quadri, ndr), che con il fratello Alberto gestisce dal 1876 una galleria d’arte.

È lui a diffondere fra i pittori della sua scuderia il principio della sostituzione della miscela chimica dei colori tradizionalmente ottenuta sulla tavolozza con un approccio diretto all’accostamento dei toni complementari sulla tela”. In questo modo, “l’occhio dello spettatore può ricomporre le pennellate staccate in una sintesi tonale, percependo una maggior luminosità”. 

L’Italia “ha un sistema economico che ha cessato di crescere fin dai primi degli anni ’90”, ma continua a vedere una sua ricchezza frutto del lavoro di due-tre generazioni utilizzati ora a tutela da figli e nipoti.

Da qui l’analisi de ‘La societa’ signorile di massa’ nel libro pubblicato con La Nave di Teseo nella collana I Fari da Luca Ricolfi, uno dei più acuti sociologi italiani, che con questo suo scritto ribalta schemi di analisi e letture di fenomeni sociali – ricchezza e povertà – che spesso non trovano il fondamento dei dati e dei cambiamenti culturali nel Terzo millennio.

Ricolfi introduce tre condizioni: il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente i cittadini che lavorano; l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione; l’economia è entrata in stagnazione e la produttività è ferma da vent’anni. Da qui l’affermarsi di una nuova organizzazione sociale che vede tre capisaldi: la ricchezza accumulata dai padri, la distruzione di scuola e università, una realtà di produzione ‘para-schiavistica’ che sorregge l’attuale sistema produttivo, composto sia da immigrati che da italiani.

Nei primi anni ’90 – spiega Ricolfi – “abbastanza improvvisamente il tasso di crescita dell’Italia è diventato minore di quello degli altri paesi occidentali”, ma dal 2009 “il tasso di crescita medio quinquennale che non era mai sceso sotto dell’1%, è diventato negativo, e solo negli ultimi anni si è faticosamente riportato in prossimità dello zero”.

Con cio’ “il processo di transizione alla società signorile di massa può dirsi concluso”, siamo così entrati in un regime di stagnazione. Ora le famiglie iniziano a spendere “l’enorme ricchezza, reale e finanziaria, che – nel giro di circa mezzo secolo – è stata accumulata da due ben precise generazioni: la generazione di quelli che hanno ‘fatto la guerra’, e la mia generazione, che, anziché la guerra, “ha fatto il Sessantotto”.

Dal 1946 al 1992 il grande boom, che prepara la “Repubblica fondata sulla rendita”, che vede una crescita fondata sul reddito e non sul lavoro. Questo spalanca le porte alla “società disagiata”, tanto che l’Italia ha il primato dei neet, giovani che non studiano né lavorano, pari al 30%.

A cui si aggiunge la “condizione paraschiavistica”, quantificata da Ricolfi in circa 3 milioni di persone, in maggioranza immigrati, utilizzati per lavori sottopagati e marginali: si pensi alle persone di servizio (badanti e colf), di cui gran parte in nero, braccianti nei campi dal Nord al Sud, prostitute, in maggioranza straniere (quantificate tra 75 e 120mila) di cui il 65% opera per strada.

La “società signorile”, ricorda l’autore, si avvale di spese ingenti per droga (8 milioni di consumatori, di cui 2 milioni di quella ‘pesante’), con un esercito di 100mila pusher e un ‘fatturato’ di 15 miliardi annui e per il vizio del gioco d’azzardo spendiamo 107 miliardi di euro e 16 milioni di giocatori che investono per il gioco quasi quanto la spesa alimentare.

A questo si aggiunge che la qualità delle nostre università e scuole è agli ultimi posti a livello europeo e mondiale, cioé con i competitor con cui il confronto quotidiano sui mercati è impietoso. “Siamo – spiega Ricolfi – in definitiva un Paese che non studia, non legge e gioca. Ma sconcertante è anche il fatto che le speranze di ascesa sociale, un tempo legate allo studio e al lavoro, ora si riducano alla scommessa di bruciare le tappe dell’ascesa sociale con una puntata al gioco del Superenalotto, o con la partecipazione a un programma di quiz in tv”.

Da qui la preoccupazione perché la “società signorile” non è illimitata, in quanto la stagnazione e lo sperpero producono riduzione di rendite e di fondi. “Prima o poi – è l’allarme dell’autore – più prima che poi, la stagnazione si trasformerà in declino. Un declino lento ma sicuro, una sorta di progressiva ‘argentinizzazione’ del Paese”. 

È con le avventure di Hansi – un uccellino prima cerca la libertà, poi capisce che preferisce tornare in gabbia – che il Terzo Reich intendeva vincere un’altra guerra, oltre al conflitto che stava devastando in quegli stessi anni il mondo intero: quella dei cartoni animati, avviata per contrastare la supremazia – in realtà mai scalfita, ovviamente – di Hollywood.

Il film d’animazione – voluto da Hitler in persona – finì, peraltro, per essere realizzato a due passi dal campo di concentramento di Dachau. Si tratta di una storia paradossale e al tempo stesso terribile, che riemerge in questi giorni in occasione dei cent’anni di cartoni animati tedeschi con una apposita cronologia pubblicata sulla homepage dell’Istituto tedesco per il film d’animazione di Dresda.

Come riferisce la Welt, “sono particolarmente scottanti i capitoli relativi all’epoca del nazionalsocialismo”: da questi emerge la vicenda della società creata dal ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, per contrastare il dominio della Disney, ma anche che molte figure dirigenziali di questa società “continuarono tranquillamente a fare il loro lavoro anche nel dopoguerra”.

Prima della fine del conflitto mondiale e del tracollo del Terzo Reich, la società Zeichenfilm riuscì a produrre in realtà una sola pellicola, della durata di appena di 18 minuti: “Armer Hansi” (‘Povero Hansi’, in italiano), storia appunto di un canarino che desidera la libertà, ma alla fine di una serie di sfortunate avventure e di pericoli capisce che in gabbia sarà molto più al sicuro. Da un punto di vista visivo chiaramente ispirato ai prodotti Disney, la sua vicenda è quantomeno significativa per quella che era la mentalità dei nazisti: la libertà è un ingombrante impiccio, un’illusione dalla quale è meglio privarsi il prima possibile, le sbarre di una gabbia sono ben più rassicuranti. 

In un certo senso, quella dei cartoni animati è anche la storia del clamoroso ritardo del Terzo Reich rispetto alla cultura popolare americana: nel 1941 Hitler e Goebbels riuscirono a farsi proiettare una copia di “Biancaneve i sette nani”, capolavoro Disney del 1937 che nei cinema tedeschi fu proiettato solo diversi anni dopo la guerra. Ne furono completamente conquistati, decidendo appunto di mettere in piedi una produzione di cartoni animati che fosse concorrenziale con il gigante Usa, affidata ad uno dei collaboratori più fidati di Goebbels, Karl Neumann. Questi mise al lavoro una sessantina di disegnatori e coloristi da vari Paesi (Francia, Olanda e Russia): “Armer Hansi” fu realizzato al costo di complessivi 4 milioni di Reischmark tra il 1941 e il 1943.

Il ministro per la Propaganda mostrò di apprezzare, dando al film il premio per la cultura tedesca dell’anno. La vera anima dietro il cartone animato del piccolo Hansi fu Gerhard Fieber, che dopo la fine del conflitto mondiale fu responsabile di un nuovo film “Purzelbaum ins Leben”, ossia “Capriola nella vita” (in origine avrebbe dovuto realizzare una versione originaria dell’Ape Maia, di cui era stata già fatto un film muto nel 1926). Doveva essere il film “di passaggio” dalla vecchia produzione nazista alle nuove realtà cinematografiche tedesche, in particolare la Deutsche Film Ag (detta Defa), fondata nel 1946.

Quello stesso anno Neumann, braccio destro di Goebbels, si impiccò in un bagno, dopo esser finito nelle mani dei sovietici, mentre Fieber sostenne sempre che “noi disegnatori non fummo mai costretti dai nazisti di essere attivi politicamente. I film che realizzavamo noi erano favole, senza tendenze politiche”.

È difficile credergli. La sede della società Zeichenfilm fu danneggiata dalle bombe cadute su Berlino. Si decise, a quel punto, di spostare gran parte della produzione a Dachau: a due passi dal campo di concentramento. I dipendenti della Zeichenfilm affermarono, dopo la guerra, di non aver percepito cosa stesse accadendo a poche centinaia di metri di distanza.

Una disegnatrice tedesca, Anna-Luise Subatzus, ha raccontato: “Non ci rendevamo conto di quello che succedeva. Quando l’abbiamo saputo non potevamo crederci. Avevo avuto solo un incontro, un’intera compagnia di detenuti in un oscuro tunnel, tutti con zoccoli di legno ai piedi e cani pastori alle loro calcagna era una cosa terribile”. Per di più un vecchio collega di Fieber, il pittore Bernard Klein (fratello dell’espressionista Cesar Klein) – che dopo aver lavorato per la Zeichenfilm nel ’44 fu arrestato dalla Gestapo perché sposato con una donna ebrea – accusò il disegnatore di “essere stato strettamente legato ai nazisti; aveva anche realizzato disegni che irridevano gli ebrei”.

Nondimeno, riuscì ad arrivare a Gottinga, dove realizzò nel 1949 il primo lungometraggio d’animazione tedesco, “Tobias Knopp”. Ma fu un clamoroso flop, anche perché si era potuto realizzarlo solo in bianco e nero e proprio mentre in Germania usciva per la prima volta la “Biancaneve” disneyana, questa volta a colori. “Un nano contro un gigante”, commentò amaro Fieber. In realtà, una specie di vendetta della storia. 

Hanno il sorriso di Joker le nomination agli Oscar 2020. Il film sul personaggio interpretato da Joaquin Phoenix si aggiudica ben 11 nomination, tra cui miglior film e migliore attore protagonista. Seguono ‘The Irishman’, ‘1917’ “Once Upon a Time… in Hollywood” con 10 nomination ciascuno. Ma ecco le principali candidature annunciate dall’Academy per la 92ima edizione degli Oscar.

Miglior film:

1917

The Irishman

Piccole donne

Jojo Rabbit

Joker

Storia di un matrimonio

C’era una volta… a Hollywood

Parasite

Le Mans 66 – La grande sfida

 

Miglior regia:

Martin Scorsese per “The Irishman”

Sam Mendes per “1917”

Quentin Tarantino per “C’era una volta… a Hollywood”

Bon Joon Ho per “Parasite”

Todd Phillips per “Joker”

 

Miglior attore protagonista:

Joaquin Phoenix per “Joker”

Adam Driver per “Storia di un matrimonio”

Leonardo DiCaprio per “C’era una volta… a Hollywood”

Jonathan Pryce per “I due papi”

Antonio Banderas per “Dolor y Gloria”

 

Miglior attrice protagonista:

Scarlett Johansson per “Storia di un matrimonio”

Saorsie Ronan per “Piccole donne”

Charlize Theron per “Bombshell”

Renee Zellweger per “Judy”

Cynthia Erivo per “Harriett”

 

Nella categoria attrici non protagoniste concorrono:

Kathy Bates per ‘Richard Jewell’

Laura Dern per ‘Storia di un matrimonio’

Scarlett Johansson per ‘Jojo Rabbit’

Florence Pugh per ‘Piccole donne’

Margot Robbie per ‘Bombshell-La voce dello scandalo’

 

Per gli attori non protagonisti:

Tom Hanks per ‘Un amico straordinario’

Anthony Hopkins per ‘I due papi’

Al Pacino per ‘The Irishman’

Joe Pesci per ‘The Irishman’

Brad Pitt per ‘C’era una volta a… Hollywood’

 

Per il miglior film straniero sono in lizza:

‘Chorpus Chiristi’ (Polonia)

‘Honeyland’ (Macedonia)

‘Les Miserable’ (Francia)

‘Dolor y Gloria’ (Spagna, di Pedro Almodovar)

‘Parasite’ (Sud Corea)

A tre anni da “The Young Pope“, il 10 gennaio in esclusiva su Sky Atlantic e Now Tv sbarca “The New Pope” la nuova attesissima serie firmata dal premio Oscar Paolo Sorrentino. L’ultima puntata del suo ‘The Young Pope’, venduta in 150 Paesi, si era chiusa con il personaggio di Lenny Belardo-papa Pio XIII (Jude Law) che si accasciava, vittima di un malore, a Venezia.

E il primo episodio (sono in totale nove, ne verranno rilasciati due a settimana, con quello finale in onda, da solo, a febbraio) della nuova fatica sorrentiniana papale che si muove su più registri parte sempre a Venezia con Law in coma e nudo, eccezion fatta per un tovagliolo sulle parti intime, accudito con spugnature al limite del morboso da una suorina che poi, una volta stesa sul suo giaciglio, si lascia andare a un atto di autoerotismo.

Il creatore e regista della serie Paolo Sorrentino nella conferenza stampa che ha seguito la proiezione del primo, del secondo e del settimo episodio, a Roma, ha chiarito però che la sua nuova serie non va considerata del tutto un sequel: “Lo è soltanto perché comincia dove finisce quella precedente, ma si muove in libertà, esplorando personaggi soltanto accennati nella prima serie”.

La grande new entry della serie è un immenso John Malkovich, con il ruolo dell’aristocratico e molto dandy John Brannox, il nuovo Papa inglese, un Giovanni Paolo III dagli occhi bistrati, più incline a mediare rispetto all’intransigente e in odor di santità papa americano Pio XIII e destinato a convivere con la paura di essere destituito dal suo predecessore, il cui risveglio viene suggerito dal mignolo che si muove minaccioso alla fine del primo episodio.

Tra i nuovi innesti ci sono Henry Goodman, Ulrich Thomson, Mark Svanir, Yulia Snigir e Massimo Ghini, nei panni del cardinal Spalletta. Tornano al centro della scena personaggi chiave di ‘The Young Pope’ come Silvio Orlando (il super-pragmatico segretario di Stato cardinal Voiello, abile manipolatore e tifoso sfegatato del Napoli), Javier Camara, Ludivine Sagnier (la madre di Pio, frutto del miracolo di Papa Belardo) Maurizio Lombardi e Ce’cile de France (la conturbante responsabile del marketing del Vaticano Sofia Dubois).

Girata in 22 settimane, la serie evento ha coinvolto 103 attori e novemila comparse a cui sono stati serviti 27 mila pasti.

Per vestirli sono serviti 4.500 costumi, 1.100 paia di scarpe, 300 croci preziose per cardinali e vescovi, 200 croci per suore e frati, 350 anelli, 120mila pietre per i ricami sui piviali (i manti papali) e 450 tra papaline e cappelli (questi ultimi realizzati in parte dalla ditta Pieroni, in parte forniti da Borsalino).

Il guardaroba di papa Pio XIII (Jude Law) consiste in: un abito borghese firmato Armani, due paia di scarpe di Louboutin, quattro talari bianchi semplici realizzati dalla sartoria clericale di Ety Cicioni, quattro talari bianchi ricamati della ditta Cesarini (come il mantello rosso), un cappotto di cashmere, diversi cappelli ricamati, tre piviali ricamati con pietre Swarovski, tre mitre preziose, una casula (la veste liturgica con cui si celebra la Messa) ricamata con fili d’oro, due mozzette, una stola ricamata, due casule di seta, un accappatoio con stemma papale ricamato a mano, una tuta da ginnastica di cashemere, un paio di pantofole in velluto rosso con la croce ricamata sulla tomaia, 10 anelli papali, un triregno e due croci papali.

Il grosso del guardaroba di John Malkovich-Giovanni Paolo III (il dandy Sir John Brennox) è composto di raffinati abiti borghesi, con venti completi griffati Attolini, scarpe Church’s e vestaglie dell’azienda inglese New e Lingwood. Per una vestaglia in particolare due artigiane di Venezia, le sorelle Adriana e Aglaia Minelli, hanno impresso stampi in legno utilizzando un metodo antico, a mano, dei primi del ‘900. I cappelli di Malkovich sono di Pieroni e Borsalino, gli abiti clericali (firmati da Ety Cicioni) comprendono due talari cardinalizi, un talare papale e un piviale con pietre Swarovski.

Per realizzare a Cinecittà gli interni e gli esterni di San Pietro hanno lavorato 25 tra falegnami, stuccatori, stampatori e montatori dei pavimenti, 18 pittori, impiegando circa otto mesi di lavoro (di cui dieci settimane per la sola pittura). Per costruire la cappella Sistina sono serviti sei mesi di lavoro e venti persone tra scenografi e arredatori (che hanno allestito anche otto tavoli da conclave con 72 posti a sedere e relativo tovagliato). Gli interni della biblioteca papale hanno coinvolto 16 persone che hanno lavorato per cinque settimane. 

Abbiamo scelto 20 libri per il 2020. Venti libri da leggere, meditare, condividere e magari criticare e discutere.

Paolo Crepet, Libertà, Mondadori, 19 €.

Questo libro conclude una trilogia. Dopo Coraggio e Passione, Libertà è la declinazione in ventiquattro casi di una condizione umana necessaria nel quotidiano e nella prospettiva personale di ciascuno, in una ricerca continua e disperata da parte dell’uomo. In quanto intima consapevolezza del poter fare e del poter essere. Se stessi. Una bramosia, un miraggio, un anelito. Ma anche una visione. Il cui raggiungimento implica una inevitabile spinta creativa. A fare e diventare ciò che si desidera. Ciò per cui ci si sente destinati. Per vivere e non sopravvivere.

Paolo Mieli, Trenta casi di manipolazione della storia, Rizzoli, 19,50

La Storia non si fa né con i se né con i ma, però può esser oggetto di manipolazione. Ecco trenta casi concreti di fatti storici alterati: da Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, al fascismo, dall’assenza di visione di Spartaco, schiavo rivoltoso ma non rivoluzionario, fino ad epoca recente. Verità indicibili, verità negate, verità capovolte, che scandiscono la narrazione. Ma anche verità come luoghi comuni demoliti con la ricerca dello storico. Come il caso della “spagnola”, la pandemia che nel 1918 miete milioni di vittime. Ma che ebbe origine in Kansas…

Enrico Deaglio, La bomba, Feltrinelli, 18 €

La bomba è quella del 12 dicembre 1969, scoppiata nella Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano, cinquant’anni fa. Con vittime reali e inconsapevoli. Messe in mezzo per “cospirazione”. Una strage d’innocenti, senza colpevoli certi ma con indizi e impronte sicure. Ma deviate. Depistate. Occultate. Cancellate. Una bomba destinata a cambiare il corso della storia dell’Italia e il suo destino, imprigionandola in quel giorno fatidico. La bomba è un viaggio nella memoria, lungo cinquant’anni. Come non li abbiamo mai sentiti raccontare. Un libro da regalare ai ragazzi di oggi.

Ezio Mauro, Anime Prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino, Feltrinelli, 18 €

Il Muro che ha diviso la Germania Est da quella dell’Ovest, nel cuore dell’Europa, è durato 28 anni. Una barriera composta da 45.000 blocchi di cemento e 127 km di filo spinato. Una prima parte costruita in una sola notte, dall’una alle otto, per lo più in maniera rudimentale. La penna del cronista annota tutto. Il numero delle persone che fuggivano e di quelle che venivano spiate e controllate, giorno e notte, fino al 9 novembre 1989, quando i varchi di frontiera tra le due Germanie vengono aperti. E la gente entra ed esce senza controlli. È la fine di un incubo.

Corrado Augias, Questa nostra Italia, Einaudi, € 20

Il carattere nazionale attraverso un viaggio lungo la penisola. Un’opera civile e allo stesso tempo anche intima, alla ricerca di un’identità le cui radici affondano nei tantissimi e assai diversi tra loro volti e tratti di un Paese che è insieme grande, bellissimo ma anche molto tormentato. Nel racconto c’è tutto il vissuto dell’Autore, da quando era bambino fino all’età adulta. Un viaggio attraverso i luoghi del cuore, nel progredire della memoria di un Italia che non c’è più, ma il cui ricordo continua a condizionare profondamente ancora il nostro presente. 

Kassia St Claire, Atlante sentimentale dei colori, Utet, € 21 €

Le insolite vite di 75 tra le più affascinanti tonalità, raccontate attraverso le sfumature e le tinte che l’uomo abbia mai potuto scoprire o inventare. Una narrazione che incrocia storia e arte, moda e politica, antropologia e cultura pop, che restituisce – come in un catalogo – il variopinto arcobaleno che dà forma e tonalità al mondo che ci circonda e alla cultura in cui siamo profondamente immersi. Perché i colori non sono entità astratte, ma hanno una loro propria vita: nascono, crescono e muoiono. E talvolta si “reincarnano” in seconde e terze vite…

Tiffany Watt Smith, Atlante delle emozioni umane, Utet, € 18,70

Centocinquantasei sfumature di emozioni. E forse anche di più. Tante sono quelle umane. Provate, sconosciute o che non si sa neppure d’aver provato e altre ancora che forse non si proveranno nemmeno mai nel corso d’una vita. E che, nelle tante lingue del mondo, si esprimono con terminologie diverse, ciascuna delle quali ha anche significati differenti. In questo catalogo di definizioni l’Autore ci guida a mappare, riconoscere e quindi a scoprire le differenze affettive tra i popoli attraverso un genere letterario e saggistico a metà tra enciclopedia e atlante.   

Vandana Shiva, Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra, Feltrinelli, € 9

La storia dell’uomo? È una storia di colonizzazioni. E oggi la colonizzazione principale riguarda la natura del Pianeta e la maggior parte della sua popolazione. Partendo da questo assunto, per poter cambiare il corso della storia è necessario riscoprire il vero significato della parola libertà. È questo il cambio di paradigma utile quanto necessario per superare tutte le illusioni che ci dà una democrazia in crisi assieme all’economia capitalista per non rinunciare alla prospettiva di un futuro sostenibile. E per un’ecologia del Pianeta.

Stefano Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante, Laterza, € 12

Come si riproducono le piante? Meglio, come le piante navigano intorno al mondo, come portano la vita su isole sterili, come sono state in grado di crescere in luoghi inaccessibili e inospitali, come riescono a viaggiare attraverso il tempo, come convincono gli animali a farsi trasportare ovunque. Perché le piante non sono affatto immobili. Anzi, si muovono molto. Ma con tempi lunghi. Quel che le piante non possono fare non è muoversi, ma spostarsi. E “nella varietà di modi, procedure e mezzi, si intravede l’azione incessante di questa spinta alla diffusione della vita, che ha portato le piante a colonizzare ogni possibile ambiente della terra”. Un libro curioso.  

Jonathan Safran  Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena, Guanda, € 18

Il clima siamo noi, ci dice lo scrittore americano impegnato a raccontarci la crisi ambientale, documentandola tra storie di famiglia, ricordi personali, dati scientifici, episodi biblici e suggestioni futuristiche. A partire da come ci nutriamo. Perché “mangiare è un atto agricolo”, scriveva in Wendell Berry. Legato alla terra. La catena comincia da qui. E condiziona tutto il processo. Produttivo e alimentare. Se vogliamo salvare il Pianeta dobbiamo partire da come ci alimentiamo. La tesi del libro è che “serve un’azione collettiva per cambiare il nostro modo di mangiare”.

Stefano Micelli, Futuro artigiano, Marsilio, € 18

L’innovazione? È nelle nostre mani. Meglio, nelle mani degli italiani. Nella loro capacitò di lavorare. E di fare artigianato. Che è uno dei tratti distintivi della cultura e dell’economia dell’Italia. E che è un tratto peculiare della riconoscibilità del nostro Paese nel mondo. L’idea di fondo di questo libro è che la competitività del nostro sistema industriale, quindi di un pezzo importante della nostra economia, è intimamente legata a competenze artigiane che sono state in grado di rinnovare il proprio ruolo in grandi e piccole imprese. Un “saper fare” che in pochi sono riusciti a conservare.

Federico Rampini, La seconda guerra fredda. Lo scontro per il nuovo dominio globale, Mondadori, € 20

Forse ci siamo distratti. A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino ritorna la Guerra Fredda. Il fronte cambia. All’ex Unione Sovietica si sostituisce la Cina. Resta protagonista l’America, che si contrappone al paese di Xi Jinping. La Cina ha subito una metamorfosi notevole: ci ha sorpassati nelle tecnologie più avanzate, punta alla supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle innovazioni digitali. All’avanguardia nella modernità, rimane però un regime autoritario. Gli Usa dicono che la Cina va fermata. E chi è in mezzo come l’Europa? Nessuno potrà rimanere neutrale. Ma nessuno è anche attrezzato ad affrontare la tempesta in arrivo…

Miguel Gotor, L’ Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Einaudi, € 22

Libro per un pubblico generalista, largo. Dal carattere divulgativo ma di assoluto rigore scientifico. Prosa chiara e al tempo stesso avvincente sono  tratti distintivi del lavoro. Quasi un romanzo storico, che abbraccia un periodo che va dal 1966 al 1985. Che contempla il confronto storiografico degli ultimi trent’anni ma offre una lettura sintetica e generale di una serie di fenomeni come i movimenti sociali, la violenza politica, la lotta armata, lo stragismo, il terrorismo nazionale e quello internazionale, che hanno ritmato giorni, mesi, anni.   

Gianfranco Pacchioni, L’ultimo sapiens. Viaggio al termine della nostra specie, Il Mulino, 15 €

Titolo ispirato a Celine, il libro è invece un richiamo ai racconti d’invenzione di Primo Levi, e nella fattispecie a Storie naturali del 1966 e Vizio di forma del 1971. Negli ultimi duecento anni la vita è cambiata più di quanto non fosse avvenuto nei precedenti diecimila: nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, nei trasporti, nelle comunicazioni. E negli ultimi tre o quattro decenni, gli sviluppi dell’elettronica, della telematica, delle nanotecnologie, della biotecnologia sono stati impetuosi. A che punto siamo arrivati? L’Autore fa il punto sullo stato dell’arte.

Eugenio Borgna, La follia che è in noi, Einaud, € 12

Dobbiamo farcene una ragione, ma la follia non è qualcosa di estraneo alla vita. È una eventualità umana che è in noi. In ciascuno di noi. Con le sue ombre e con le sue incandescenze emozionali. La tristezza e l’angoscia sono esperienze umane non estranee alla nostra esistenza. La follia come evenienza. Come stato dell’essere, improvviso quanto momentaneo. Anche non duraturo. Un dolore improvviso. Una nostalgia struggente, un emozione straziante, possono innescare il malessere. Fino alle estreme conseguenze. Ma la condizione si può capovolgere, regredire d’improvviso, se mutano le condizioni. Perché la follia non è una malattia.

Alberto De Bernardi, Il Paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta, Donzelli, € 32

La storia della pasta è la storia di un cibo identitario, ma aperto al mondo. Che invita a “mangiare italiano”, e al tempo stesso attrae e accetta i condimenti e i sughi dei popoli e delle terre con cui entra in contatto; un cibo dunque che parla a tutti, ma che anche porta il mondo in Italia. L’Autore rivela curiosità e aneddoti di questa vicenda e mette in luce le profonde dinamiche storiche, economiche e culturali di una trasformazione del gusto che è stata anche e soprattutto una trasformazione sociale.

Massimiliano Valerii, La notte di un’epoca, Ponte alle Grazie, € 16

Storia recente e analisi sociologica dell’era del rancore e della società dell’incertezza. L’autore, filosofo e studioso di temi sociali è il direttore generale del Censis, a lui si devono molte delle ‘parole d’ordine’ con cui negli ultimi anni l’Istituto fondato da Giuseppe de Rita ha ‘letto’ le trasformazioni della società italiana. Valerii cerca una porta d’uscita in questa fase di declino delle aspettative e delle identità politiche e sociali del Paese. Una cura al rancore che provoca sfiducia e disincanto.

Gianni Cuperlo, Un’anima, Donzelli, € 15

Come ridare slancio alla politica? E cosa serve al tempo delle “sardine” che invadono le piazze, che incalzano con domande e aspettative? Cosa necessita, in particolare alla sinistra, oggi per non perdersi? È una domanda epocale. E interroga al tempo stesso natura, identità, idee, prospettive da far ritrovare a un popolo che sembra risultare orfano. Il volume scava nella cronaca e traccia un ipotesi per il dopo. A partire dalla crisi gialloverde di Ferragosto, che ha rimescolato le carte e messo insieme gialli con rossi in inedite alleanze.

Gianpietro Olivetto, La dolce vita di Fraka, All Around, € 19

Arnaldo Fraccaroli , in arte Fraka, come anche si firmava, è stato uno straordinario cronista del Corriere della Sera. Un grande inviato per circa cinquant’anni, rivale di Luigi Barzini, che gli ha scippato più di un incarico, ma a lui pari per maestria. Classe 1882, veronese, è stato un cronista che sapeva fotografare con le parole. Ma anche filosofo, poeta, commediografo, drammaturgo, umorista. Un giornalista prolifico, con migliaia di articoli al suo attivo. Che ha scritto oltre cento romanzi e poi libri di viaggi, novelle, saggi, lavori teatrali, biografie, di cui tre su Puccini, di cui era amico. A lui, l’aver reso celebre la frase: “Meglio vivere un’ora da leone che cento da pecora”.

Luca Villoresi, Purché non manchi la stella. Il presepio in cento parole, Donzelli, € 18

Per molti anni inviato di punta su casi di cronaca e d’attualità che hanno fatto la storia d’Italia, in primis quelli relativi al terrorismo degli anni Settanta, l’Autore ha costruito questo libro come l’inchiesta di un cronista su uno dei riti più diffusi del mondo che ricapitola, voce per voce – da Abacuc a Zingara–  tutte le storie, i simboli e i personaggi che compongono il presepe. Stalla o caverna? Di sughero o di carta pesta? Chi mettere nel presepe? È un simbolo religioso o c’è posto anche per la laicità? Nell’anno in cui Papa Francesco invita tutti a tenere alta la tradizione e la cultura del presepe.

L’Autore lo sa, il tema è delicato. Perciò nell’affrontarlo si fa prudente, scrivendo in punta di penna e mettendo quasi le mani avanti, a scanso di equivoci e di contestazioni: “Lungo i marciapiedi cadono i vecchietti. Sulle strade si sfrangono i motociclisti. Leggero devo andare”. Il riferimento è alle buche delle strade di Roma Capitale. Per le quali, se va bene, ci si può ferire gravemente, ma per le quali anche si muore. I dati sono agghiaccianti. E secondo quelli emersi dallo studio della fondazione Filippo Caracciolo di Aci, che ha intervistato oltre 800 conducenti e resi noti a inizio d’anno 2019, la causa primaria degli scontri è la presenza delle buche (è di questa opinione iI 98% degli intervistati), seguita dai tombini in cattivo stato (81% delle risposte).

Ma nel suo saggio, l’autore vede le buche da un punto di vista inedito. Come espressioni d’arte, non come buche vere e proprie o “terra smossa”, ma semmai come “lacune”, “spessori mancanti” che lastricano il mando stradale. “Con una vasta letteratura che le riguarda”. Cioè, “strati”. “Di morbido asfalto”. “Di pavimentazioni” come “successione modulare di mattonelle, lastre, basole”, nella versione più nobiliare. Quasi dei quadri.

L’architetto Massimo Martini ne scrive così sulla rivista online Aboutart. Lui, non è persona qualsiasi, è semmai un autorevole esponente del GRAU, il Gruppo Romano Architetti Urbanisti, formatosi nella prima metà degli anni Sessanta “attorno ai temi della polemica antiaccademica nella facoltà di Architettura dell’Università di Roma” così come lo descrive la voce dell’Enciclopedia Treccani. Insomma, un movimento d’avanguardia, che tra il 1964 e il 1975 partecipa a importanti concorsi nazionali e internazionali “che precisano i contorni della sperimentazione linguistica” in architettura.

Dalle buche, l’architetto Martini viene colpito “non tanto per l’esito del restauro in fieri della lacuna”, bensì dalla “varietà di forme”, tra le quali fa spicco la lacuna “spigolosa, zigzagante”, che ha origini quasi nobiliari – se così si può dire – anche se “nata nel cotto povero e dissestato di un passo carraio anonimo”.

E qui la prosa si fa persino più poetica, aulica: nata “lungo un viale alberato intitolato al mare breve (…), dove il moto ondoso diventa segno, pensiero” fino al punto in cui “nelle acque delle idee galleggia la lacuna” come “una barchetta fragile, indomita però”. “Uno strappo antico da ricucire”, senza il quale “non c’è antico”, di cui lo strappo è – appunto – la garanzia. Insomma, la buca o, in modo più appropriato, la lacuna, come moderno tatuaggio, potremmo aggiungere, segno indelebile sulla pelle così come sul manto stradale. 

Ma la lista delle varianti di buca, così come una variante di valico sull’Appennino, si allunga nel momento in cui “nell’inventario che certifica il campionario delle differenze” si scopre che “mancava giusto la lacuna incerta” oppure la “lacuna in via di formazione” che però poi andrà a braccetto con la “lacuna infinita”, destinata a replicarsi e riperpetuarsi nel tempo come nello spazio: “Il limite c’è ma è inconoscibile”, sottolinea ancora l’Autore, ma è “una mancanza che non riesce a trovare la misura di se stessa”, quindi c’è “interruzione, discontinuità”.

E qui, già usciamo dal Gran Raccordo Anulare, dalle buche di strada, di città, di selciato, per ritrovarci in quel di Prima Porta, a Roma, lungo la via Flaminia, nei pressi del nuovo cimitero, a un passoa da Saxa Rubra, cittadella dell’informazione radiotelevisiva targata Rai, nella Villa di Livia, laddove se la buca normale – come rileva l’architetto Martini – è di per sé Arte nel Tempio della storicità dell’antico popolo romano, qui in questo luogo che rimanda a duemila anni fa, si trasforma in Arte nell’Arte. Una buca non-qualsiasi se rapportata, appunto, alla “pavimentazione storica” della Villa di Livia.

Ovvero, all’Autore, l’architetto Martini, in quel luogo sacro alla storia e all’Arte sembra quasi di riconoscere “l’archetipo della lacuna. Un impensabile archetipo”. Meglio ancora: “La lacuna stessa fatta idea”. Un qualcosa che va persino oltre la discrepanza, non catalogabile in quanto tale. “Affogata com’è nell’impasto di un massetto informe e senza destino. Più simile a terra solida e compatta, che a uno strato d’asfalto, men che mai sequenza di tessere di mosaico”.

L’elenco della categoria-buca tuttavia s’allunga, contemplando anche la “lacuna riempita” ma “non spianata”, oppure quella “restaurata” ma con quel che capita alla quale fa seguito quella restaurata protempore e in attesa della “soluzione a regola d’arte”. Segue poi la “lacuna come pozzanghera”, mobile, effimera, evaporabile, fatta di acqua stagnante e fango, oppure anche “come pozzanghera ghiacciata” con coté di cristalli. In un effluvio di grigi “che trascolorano in altri grigi” mentre l’asfalto, “il nero assoluto per eccellenza” va ingrigendo pure lui.

È la “chimica della città”, conclude Martini. È la chimica di Roma, purtroppo, se poi la vogliamo dire tutta e dare un nome ai luoghi. Però, come in un quadro. O  come in una stampa, bellezza! Così, tanto per parafrasare il detto…

La Francia dichiara patrimonio nazionale il quadro di Cimabue acquistato a fine ottobre per 24 milioni da collezionisti cileni residenti negli Usa. Il ministro della Cultura, Franck Riester, non ha firmato il certificato per l’esportazione. Si tratta di un raro piccolo pannello dipinto che preannuncia il Rinascimento italiano, diventato il più costoso dipinto venduto all’asta del mondo. La Francia ha vietato l’esportazione del “Cristo Deriso” di Cimabue e intende conservarlo nelle sue collezioni nazionali. Il dipinto, tempera a fondo oro su pannello di pioppo, di 25,8 centimetri per 20,3, era appeso tra il soggiorno e la cucina di un’anziana signora di Compiegne (Oise) ed era stato fatto stimare in occasione di un trasloco.

La famiglia aveva sempre pensato che fosse una semplice icona, di cui la proprietaria non sapeva dire la provenienza, ma la perizia rivelò che si trattava di un’opera rarissima di Ceno Di Pepo, detto Cimabue (morto nel 1302), una delle più grandi figure del Pre-Rinascimento. È noto per aver eseguito non più di undici opere su legno, nessuna delle quali firmata. “Il Cristo Deriso” sarebbe un elemento di un polittico del 1280 in cui sono rappresentate su otto pannelli di dimensioni simili scene della Passione. Ad oggi sono note solo due delle scene: “La Flagellazione di Cristo” (Frick Collection, New York) e “La Vergine con il Bambino in trono e circondata da due angeli” (National Gallery, Londra).

L’asta si è svolta alla fine di ottobre, la prima volta dopo decenni che un Cimabue è finito ‘sotto il martello’. Il quadro, stimato tra i 4 e i 6 milioni di euro, ha fruttato più di 24 milioni di euro, spese comprese, diventando il dipinto originale più costoso venduto all’asta pubblica del mondo. È stata la collezione privata Alana, appartenente a una coppia di collezionisti cileni residenti negli Stati Uniti e specializzati nell’arte del Rinascimento italiano (parte della quale è attualmente esposta al Musèe Jacquemart André di Parigi), a conquistare finalmente il Metropolitan Museum di New York, l’ultimo underbidder.

Ma oggi il Ministero della Cultura francese ha annunciato di aver rifiutato il certificato di esportazione per l’opera “in seguito al parere della Commissione consultiva dei tesori nazionali”. A partire dalla notifica di questa decisione all’acquirente, lo Stato ha un periodo di 30 mesi per fare un’offerta. “Non mi sorprende, lo Stato difende l’arricchimento del patrimonio”, ha detto ad AFP Dominique Le Coent, il banditore d’asta che ha guidato la vendita. L’unica cosa che mi interessa è che questa misura sia effettivamente realizzata e che lo Stato abbia i mezzi per acquistarla”, ha aggiunto.

Perché oltre al fatto che questa decisione potenzialmente blocca il lavoro per molto tempo, c’è anche una svolta, dice Le Coent: la donna che l’ha venduto è morta poco dopo la vendita, e i suoi eredi ora devono pagare circa 9 milioni di euro di imposta di successione. Se lo Stato non riesce a fare un’offerta tempestiva che “tiene conto dei prezzi del mercato internazionale”, come previsto dal codice del patrimonio, sono previste possibilità di conciliazione.

Nessun dubbio: il Salvator Mundi, il capolavoro dei misteri, è opera di Leonardo da Vinci. Proprio come la Gioconda, di cui è stretto parente. Parola di falsari. Anzi, dei più grandi falsari del mondo, i fratelli Posin. Russi, vivono e lavorano a Berlino da ben oltre trent’anni.

Il ‘Kunstsalon Posin‘, la loro bottega nel quartiere multietnico di Neukoelln, è una specie di stanza delle meraviglie in cui si accumulano alla rinfusa capolavori di Van Gogh, Kandinsky, Antonello da Messina, Rembrandt, Botticelli, Picasso, Vermeer: i loro falsi sono richiestissimi in tutto il mondo. Anche il regista americano Wes Anderson, quello di “Grand Budapest Hotel”, è loro fedele cliente.

Ma l’ossessione dei fratelli Posin, Evgeni, Mikhail e Semyon, è da sempre Leonardo. Per i 500 anni della morte del genio di Vinci si sono messi in testa di ricreare forse la più enigmatica delle opere a lui attribuite: il Salvator Mundi, apparso come dal nulla nel 2011, venduto a Christie’s per la bellezza di 450 milioni di euro, ma dall’attribuzione controversa. Lavorandoci per centinaia di ore, utilizzando le stesse tecniche di fine ‘400, avendo alle spalle decine di altre opere vinciane, si sono convinti che il dipinto datato 1499 è effettivamente uscito dal pennello di Leonardo. È Evgeni a parlare per i tre, in esclusiva per l’Agi.

Maestro Posin, voi affermate di esservi fatti un’opinione precisa sulla creazione del Salvator Mundi. E’ di Leonardo oppure no? Come sa, anche esperti molto celebri hanno messo in dubbio la sua attribuzione.  

“Più ho lavorato su questo quadro, più mi sono convinto che quest’opera sia davvero di Leonardo. Era come dipingere la Gioconda. La stessa difficoltà, la stessa intensità lavorativa, la stessa profondità. Più si osserva il quadro, più si vede la ‘Mona Lisa’. Soprattutto quando si vede la versione non restaurata. Dopo che il quadro è stato liberato dagli strati di pittura successivi, se ne riconoscono i tratti. Trovo interessante anche che il volto prima del restauro si rivela lievemente diverso”.  

Voi avete dedicato tutta la vostra vita alle opere degli artisti di ogni tempo. Perché Leonardo è diverso da tutti gli altri?

“Sì, Leonardo è davvero un caso particolare. Non è solo per la sua speciale tecnica pittorica (molteplici strati di colori, il principio dello ‘sfumato’ e via dicendo), ma si tratta di qualcosa di inspiegabile che si chiama genio. Qualcosa che non è definibile a parole. Elencare la composizione, le forme e i colori e la tecnica è ovvio, ma non basta. E’ più una questione relativa all’aura che promanano le opere. Detto altrimenti, stiamo parlando dell’anima del quadro. E’ qualcosa che succede anche con altri artisti, ma con nessuno è un fenomeno così sviluppato come con Leonardo. E poi c’è il fatto che sia stato anche un grande scienziato, inventore e filosofo, architetto, musicista, cartografo, scrittore, meccanico e ingegnere: tutto ciò si rispecchia anche nella sua arte. Secondo me nessun altro artista ha raggiunto tale qualità e profondità. Il suo Uomo vitruviano è il simbolo dell’estetica del Rinascimento, la Gioconda e l’Ultima Cena sono profezie di pittura moderna. Leonardo ha utilizzato lo sfumato anche con gli sfondi o i paesaggi, che appaiono come avvolti nella nebbia. Una tecnica particolarmente evidente nella Gioconda, nel Salvator Mundi e nella sua ultima opera, il San Giovanni Battista”.

In cosa il vostro Salvator Mundi è diverso da quello che oggi è conservato ad Abu Dhabi?

“Fondamentalmente è lo stesso quadro con la stessa cornice. L’originale purtroppo non l’ho potuto vedere, ma ho visto moltissime foto con quella cornice. E poi conosco molto bene tutta l’opera tarda di Leonardo, a partire dalla Gioconda, che assomiglia molto al Salvator Mundi. Spero che mi sia riuscito creare un quadro molto, molto simile”. 

Maestro Posin, cosa è vero e cosa è falso, in arte?

“Domanda difficile. In termini logici, è vero l’originale e falsa è la sua copia. Ma un falso fatto bene può essere anche considerato un’opera d’arte in sé. Faccio un esempio: quasi tutte le sculture dell’antica Grecia che conosciamo sono copie romane”.

Quale dei tanti capolavori di Leonardo sui quali ha lavorato è stato il più difficile?

“Il più difficile è stato il Salvator Mundi. Proprio perché non avevo la possibilità di studiare l’originale. La Gioconda l’ho vista numerose volte al Louvre, e poi c’è tanto altro materiale su cui lavorare: i libri, le immagini a raggi X e a infrarossi, tra gli altri. Il Salvator Mundi dovrei analizzarmelo di persona, nonostante non vi siano tante possibilità oltre le migliaia di fotografie e gli articoli contraddittori e le divergenti opinioni”.

E quante volte avete dipinto la Gioconda? E secondo lei i migliaia di visitatori che ogni giorno affollano il Louvre vedrebbero la differenza con quella uscita dalla vostra bottega? 

“La Gioconda è uno dei più celebri dipinti di ogni epoca. Per la nostra azione per i 500 anni di Leonardo l’abbiamo rifatta ancora una volta, perché quella precedente è molto più grande dell’originale e accanto al Salvator Mundi non sarebbe stata bene. L’abbiamo realizzata anche su commissione, ma non spesso, perché si tratta di un’opera molto onerosa, da tutti i punti di vista. Per ipotesi, se la nostra Gioconda venisse appesa al Louvre al posto di quella vera, con la sua cornice originale, secondo me gli spettatori non vedrebbero la differenza. Un po’ perché davvero le assomiglia tanto, un po’ perché nessuno si aspetterebbe che lì ci possa esserci appesa una copia”. 

Secondo lei, è giusto pagare 450 milioni di euro un dipinto, anche se è di Leonardo?

“Io credo che non sia corretto identificare un genio attraverso una somma di denaro, anche la più alta. Per tutti le cifre sono diventate ancora più immense rispetto al passato, per esempio i Van Gogh o i Picasso arrivano a costare oltre 100 milioni di euro. Eppure io ripeto: il genio non ha prezzo”.