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'Il Giornale' ha pubblicato un articolo intitolato “Se Guttuso fosse vivo, voterebbe a destra”, firmato dal critico d’arte Luca Beatrice. Un punto di vista certamente provocatorio – Renato Guttuso, per due legislature tra 1976 e 1983, è stato senatore del Partito Comunista Italiano – arrivato proprio a ridosso dell’inaugurazione della mostra torinese dedicata al pittore siciliano. E al taglio del nastro alla Galleria d’Arte Moderna c’era anche Fabio Carapezza Guttuso, l’unico figlio (adottivo) del maestro di Bagheria che ha risposto alle parole di Beatrice. “È un personaggio di tutti, non appartiene solo alla sinistra, ma certamente per tutta la vita ha votato il Pci, un partito che non ha mai lasciato”.

Nel video, l’intervista al figlio di Guttuso e le immagini in anteprima della mostra.

 

 

 

Tutto nasce dal bando per l'Estate Romana 2018, pubblicato lo scorso 12 febbraio. Tra le varie aree da assegnare c'è piazza San Cosimato, nel cuore di Trastevere, nella quale da alcuni anni l'Associazione Piccolo Cinema America (nome di una vecchia sala del rione, prima occupata dal collettivo dietro l'associazione e poi sgomberata) tiene una rassegna.

Le polemiche, però, erano già iniziate da alcuni giorni, con l'Associazione che aveva fatto sapere preventivamente di non voler partecipare alla gara, che limita lo spazio solo "ad attività a basso impatto acustico" da svolgersi "non oltre le ore 24 dei giorni feriali" (fino alle ore 2 per i festivi). La vicenda assume presto un carattere politico ed esplode il 15 febbraio con un'esternazione un po' incauta di Gemma Guerrini, vice presidente della Commissione Cultura.

La polemica sul "feticismo"

Di fronte al puntare i piedi dell'associazione, che nel frattempo incassa la solidarietà di numerosi esponenti del mondo spettacolo (tra i quali, tra gli ultimi, Martin Scorsese), Guerrini afferma su Facebook che "manifestazioni simili sono funzionali alla propaganda del partito politico che le sostiene, in questo caso di quel Pd maestro nella manipolazione del consenso, che ormai da decenni utilizza la spettacolarizzazione e la feticizzazione della cultura come arma di distrazione di massa". 

Il significato politico delle parole della Guerrini è chiaro: viene rivolta agli operatori culturali gravitanti intorno alla sinistra romana l'accusa di pretendere di continuare ad utilizzare determinati spazi come se fossero loro dovuti. A far discutere, infatti, è soprattutto il passaggio del bando nel quale viene chiesto ai promotori che si candidano a svolgere eventi dell'Estate Romana "non svolgano attività partitiche in qualunque forma o che diano vita ad iniziative politiche". È però sulla parola "feticizzazione" che esplode la polemica, al punto tale che il gruppo del Movimento 5 stelle in Campidoglio è costretto a dissociarsi in una nota nella quale afferma che Guerrini "parla a nome del tutto personale". Polemica che oscura le dichiarazioni precedenti, e ben più articolate, di Luca Bergamo, vicesindaco con delega alla Cultura.

"Non si possono fare deroghe ad personam"

Già a fine gennaio era filtrata l'intenzione di inserire piazza San Cosimato tra le aree da assegnare tramite bando. "Non si possono fare deroghe ad personam", aveva spiegato Bergamo in un'intervista a Repubblica. Nondimeno, il 1 febbraio una quarantina di esponenti del mondo del cinema (da Bernardo Bertolucci a Roberto Benigni, da Carlo Verdone a Paolo Sorrentino) lanciano un appello alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, perché assegni all'associazione "Piccolo Cinema America" la manifestazione senza ricorrere al bando.

"Partecipare ad un avviso non danneggia né offende nessuno", replica Bergamo, "né quelli che partecipano normalmente né quelli che decideranno di farlo in futuro. È semplicemente il modo che la legge italiana ha scelto per regolare il rapporto tra la pubblica amministrazione e gli operatori in una serie di circostanze. Ci dicono che siamo contro i ragazzi del Piccolo Cinema America. Vorrei ricordare che circa una settimana fa il dipartimento Patrimonio di Roma Capitale ha firmato la convenzione con la loro Associazione per ridare vita alla Sala Troisi e dare continuità alla loro presenza sul territorio. Ho apprezzato la loro capacità progettuale, in pubblico e privato. L'avviso dell'Estate Romana serve per arricchire il palinsesto dell'offerta culturale estiva di tutta la città, non di una sola piazza, cercando di trovare un punto mediano tra le esigenze delle attività e quelle delle persone che abitano nei luoghi dove l'attività si svolge". 

Il vicesindaco denunciato per diffamazione

L'associazione, però, non raccoglie il ramoscello d'ulivo e il 9 febbraio decide di denunciare Bergamo per diffamazione. Il pretesto è un passaggio della suddetta intervista a Repubblica nella quale il vicesindaco aveva parlato di "denunce sulla legittimità di quelle attività e sul disturbo alla quiete pubblica".

Quattro giorni dopo, pubblicato l'avviso sul sito del Comune, Bergamo "prende atto" della scelta dell'Associazione di non partecipare al bando ma "continua a non condividere le ragioni di merito per cui l'Associazione dovrebbe percorrere un canale diverso dalle circa ottanta che hanno animato l'Estate Romana 2017. Secondo Bergamo "le parole pronunciate in questi giorni esprimono una chiara opposizione alla politica dell'Amministrazione capitolina, opposizione legittima, che però la partecipazione al bando in nessun modo impedisce di esprimere".

"Le norme che sono state evocate a questo riguardo sono previste nello schema di "Protocollo di integrità di Roma Capitale", introdotto dall'Amministrazione con deliberazione di Giunta Capitolina n. 40 del 27 febbraio 2015 e fanno parte della modulistica da utilizzare per partecipare all'Avviso", spiega Bergamo, "mi è facile immaginare che tra le ottanta realtà che hanno animato l'Estate Romana vi siano organizzatori con variegate opinioni politiche e giudizi diversi sull'operato del Comune di Roma. Di certo questo non è un elemento che influisce sulle nostre decisioni né su quelle di chi partecipa al bando".

Tre giorni dopo esplode il caso Guerrini. Ma nel tritacarne finisce sempre Bergamo. Arriva un altro appello di sessanta tra registi, attori e tecnici che gli chiedono di dimettersi. Il vicesindaco esprime "grande sorpresa" e ribadisce di non condividere le affermazioni di Guerrini e sottolinea, anzi, di aver "sempre espresso apprezzamento" per l'operato dell'associazione, che sceglie di contattare Virginia Raggi via WhatsApp per chiederle di "rinunciare al bavaglio acustico ed al bando".

La lettera di Raggi e la replica dell'associazione

Per superare l'impasse, Raggi chiede e ottiene le dimissioni di Guerrini, che, dal canto suo, si scaglia contro "lo stravolgimento delle mie affermazioni e l'attribuzione di concetti che non mi sono mai appartenuti", ritenendoli parte di quella propaganda che è funzionale alla visione che definisce 'cultura' il passatempo e lo svago, e che tende a far fruire in modo consumistico l'opera d'arte". La sindaca invia all'Associazione una lettera per chiedere, il 15 marzo, "un confronto che chiarisca gli equivoci".

"Vi scrivo perché nella narrazione della vicenda del cinema in Piazza San Cosimato qualcosa non ha funzionato. La nostra amministrazione e la nostra maggioranza non si riconoscono nel racconto che è stato fatto. Noi non abbiamo nulla contro l'Associazione del Piccolo Cinema America. Ci siamo limitati a dire che l'assegnazione del diritto ad utilizzare la piazza per un periodo prolungato deve avvenire attraverso un bando", scrive la sindaca, "nessuna censura, nessuna volontà di impedire lo svolgimento dell'arena di cui peraltro l'assessore alla Crescita Culturale e vicesindaco Luca Bergamo ha sempre espresso apprezzamento in pubblico e privato, nessun pregiudizio". Su un punto, sottolinea Raggi, "sono certa che siamo d'accordo: tutti devono avere il diritto di provarci e di partecipare ad un bando. Significa che chi è bravo – e i ragazzi del Piccolo Cinema America hanno dimostrato di esserlo – ha ottime possibilità di vincere. Chi perde, ci proverà ancora e magari vincerà la prossima volta. Tutti hanno diritto a questa opportunità". 

D'altronde, ricorda la sindaca, "la stessa Associazione Piccolo Cinema America ha partecipato e vinto un nostro bando per la gestione della sala Troisi poche settimane fa. Però, dopo che a gennaio ha firmato con noi la convenzione per gestire la riapertura della Sala Troisi, ha detto che non intende partecipare al bando dell'Estate Romana con il quale potrebbe gestire il cinema in piazza San Cosimato: 'La nostra – hanno detto – è una scelta politica perché non ci riconosciamo nel modello culturale dell'Estate Romana'. Abbiamo registrato con dispiacere questa scelta, non ne condividiamo le ragioni avendo peraltro fortemente cambiato il bando per avvicinare la vita culturale a chi ha meno opportunità e perciò auspichiamo ancora un ripensamento".

Ma l'associazione non cede e replica a stretto giro tramite il presidente Valerio Carocci: "La sindaca, anzichè nascondersi dietro la Guerrini dovrebbe assumersi le sue responsabilità per aver difeso e sostenuto, a sua volta, il vice sindaco Bergamo nell'inserimento di Piazza San Cosimato nel bando dell'Estate Romana, motivando la scelta, esclusivamente politica, con mistificazioni normative e dichiarazioni non veritiere sull'esistenza di 'numerose denunce oltre le firme' nei confronti del Piccolo Cinema America". Carocci grida a "un'evidente censura politica e culturale per tutti gli operatori del settore". E chiede ancora la testa di Bergamo. Difficile prevedere come si svilupperà la vicenda ma, le reciproche accuse di strumentalizzazione politica, in piena campagna elettorale, non sembrano preludere a una soluzione rapida.

Chi non conosce Tex, Zagor, Comandante Mark, Mister No, Martin Mystere, Nathan Never, Ken Parker, Dampyr, Dylan Dog fino agli ultimi arrivati Morgan Lost e Mercurio Loi? Cos'hanno in comune questi personaggi che hanno fatto e fanno tuttora la storia del fumetto italiano (e non solo)? I Bonelli. Una famiglia che da 77 anni nel nostro Paese è sinonimo di fumetti, di albi per ragazzi: dal 18 gennaio 1941 a oggi ha pubblicato migliaia di giornaletti editando oltre 200 testate. Ora, per la prima volta, la storia di questa famiglia di grandi italiani viene raccontata in un gigantesco libro di Gianni Bono, corredato da moltissime foto di ritagli di giornale, tavole inedite e documenti di ogni genere, 'I Bonelli' pubblicato da Sergio Bonelli Editore (447 pagine – 59 euro).

Come tutto iniziò

Tutto ebbe inizio grazie alla generosità di una mamma. Anzi, di una suocera. Era il 1941 e in Europa, in Italia, la guerra era dovunque. Un uomo bello come un attore, un atleta amante del pugilato che di professione faceva lo scrittore di storie per fumetti, decise di fare come molti eroi di cui aveva scritto e iniziare un'avventura meravigliosa: diventare editore. Era il 1941 e quell'uomo si chiamava Gianluigi Bonelli. Contro il parere della moglie Tea che temeva un salto nel buio e con il finanziamento determinante della suocera, che prestò ai coniugi 7.000 lire, rilevò la testata Audace e nacque la prima incarnazione della Casa editrice che, con la sua attività da 77 anni scrive la storia del Fumetto in Italia. È la storia di un'impresa editoriale, ma è anche la storia di una famiglia. Il percorso inaugurato da Gianluigi, il patriarca del fumetto italiano, è proseguito con tenacia e determinazione dalla signora Tea e, per oltre cinquant'anni, rinnovato e consolidato con sensibilità e intuito dal figlio Sergio. Oggi, alla terza generazione, tocca a Davide, nel rispetto della tradizione, condurre la casa editrice verso un ulteriore sviluppo.

Nel suo libro Gianni Bono racconta come uno scrittore di ottonari a corredo delle vignette di tavole statunitensi al 'Corriere dei piccoli', Giovanni Luigi Bonelli detto Gianluigi, acquista sempre più dimestichezza con i fumetti di cui inizia a scrivere le storie, oltre a racconti brevi, per l'editore Lotario Vecchi. Un lavoro che diventa passione e spinge il ragazzo a compiere un passo temerario, in piena guerra, rischiando tutto: acquistare una  testata con cui ha collaborato per due anni all'inizio della carriera, nel 1936 e 1937, e di cui solo lui capisce le potenzialità e partire alla conquista dell'editoria dei fumetti. 

La storia di Gianluigi Bonelli e di Tea Bertasi è la storia dell'Italia, dove il fascismo e la guerra prima rappresentano un ostacolo per gli imprenditori e la ricostruzione dopo il conflitto viene vissuta come un'impresa eroica. Una storia che ha due protagonisti: Gianluigi Bonelli e la moglie Tea. Il primo è lo sceneggiatore di storie a fumetti (e non) per ragazzi, collaboratore dell'Audace e del Vittorioso (di proprietà dell'Azione cattolica), sognatore e grande imprenditore che ha il coraggio di prendere una testata, l'Audace, e con un manipolo di collaboratori farla uscire in edicola in un momento in cui la guerra era in corso, il fascismo stava stringendo sempre più la cinghia della censura e i soldi erano pochi. Queste erano le tre battaglie di Bonelli, combattute sempre avendo al fianco la moglie Tea, un gruppo di disegnatori e artisti come Carlo e Vittorio Cossio, Franco Donatelli, Mario Faustinelli, Raffaele Paparella.

Contro la censura del MinCulPop, Bonelli riesce ad evitare le 'attenzioni' troppo pressanti registrando l'Audace con "giornale per ragazzi" e non albo a fumetti, dicitura che avrebbe obbligato la pubblicazione a passare a un'attenta visione da parte dei censori in camicia nera. In un momento in cui gli italiani erano in difficoltà economica, inoltre, l'impegno di Bonelli era di combattere la concorrenza di altri editori di fumetti e lo faceva inventando concorsi a premi per i lettori, un modo per fidelizzare i ragazzi molto moderno. Risale poi al 15 aprile 1943 la nascita della nuova società a nome collettivo "L'Audace di Bonelli & Bertasi" che permetterà alla moglie di Gianluigi di continuare le pubblicazioni anche dopo l'8 settembre, quando il marito fugge in Svizzera. Una navigazione spesso difficile che comunque traghetta l'Audace e tutti i titoli (molti dei quali ripubblicati) nel dopoguerra. Al termine del conflitto Bonelli si separa dalla moglie e, per garantire un sostentamento a lei e al figlio Sergio, le cede la sua Edizioni Audace, rimanendone come collaboratore della stessa. Comincia presto però a collaborare con la casa editrice della sua ormai ex moglie.

Sono gli anni della ricostruzione e gli italiani hanno tanta voglia di ricominciare e la casa editrice fondata da Bonelli regala loro molti eroi per sognare e, nel 1948, un cow boy nato quasi per caso dalla matita di Aurelio Galleppini, un disegnatore chiamato a collaborare da Tea che firma le sue tavole con lo pseudonimo di Galep: Tex Willer.

Il 30 settembre 1948 arriva nelle edicole la prima striscia della Collana del Tex e, nelle intenzioni di Bonelli, che scrive tutte le storie, dovrebbe durare alcune puntate (come tutti i personaggi degli altri albi). In realtà sono esattamente 70 anni che quello che veniva pubblicizzato come "il più intrepido ranger del Texas" arriva puntualmente in edicola sotto diverse testate di Bonelli per la gioia di grandi e piccini. Con Tex inizia la cavalcata trionfale della casa editrice, che riesce a saltare anche l'ostacolo inatteso della censura preventiva della legge Federici del 1952 che vorrebbe bloccare la pubblicazione dei fumetti ritenuti diseducativi. Una proposta di legge dibattuta a lungo che viene approvata a fine legislatura alla Camera e che, per fortuna, non fa in tempo ad essere approvata anche in Senato.

Sergio segue le orme del padre e nasce Zagor

Con Tex i fumetti di Casa Bonelli valicano i confini dell'Italia e arrivano nei mercati di tutto il mondo, dall'Europa al Sudamerica. Ma non è solo Tex: ci sono anche tanti altri albi oggi dimenticati come Giubba rossa, il Piccolo Ranger, un ragazzo del Far-West, Kociss, Hondo. In un mono editoriale in cui, grazie anche alla visione internazionale di Enrico Mattei, fondatore dell'Eni, che nel 1956 acquisì 'Il Giorno', il fumetto fa la sua comparsa anche sui quotidiani (inserto settimanale 'Il Giorno dei Ragazzi') acquistando una sua dignità definitiva. Intanto la casa editrice guidata da Tea Bertasi vede l'ascesa del figlio Sergio che inizia anche una carriera di sceneggiatore che lo porterà, nel 1960, a realizzare un sodalizio analogo a quello del padre con Galep per Tex, con un altro genio del fumetto, Gallieno Ferri, con cui darà vita al personaggio di Zagor.

La casa editrice non si chiama più Audace ma Edizioni Araldo e Zagor diventa la testata di punta insieme a Tex, sopravvivendo con fortuna pressoché costante dal 15 giugno 1961, quando fa la sua comparsa nella collana Lampo, ad oggi. Con Sergio Bonelli alla guida le Edizioni Araldo pubblicano molti fumetti nelle collane Araldo, Audace, Lampo, Tex, Tex Gigante, Zenit e negli Albi del cow boy, inoltre fanno la comparsa nuovi e vecchi fumetti: torna Furio (con papà Gianluigi che riprende il suo eroe creato nel 1941), il Ribelle, Lobo Kid, Gun Flint, Red Buck. Quindi arrivano personaggi dei fumetti che resistono nel tempo: Comandante Mark (nel settembre 1966 dagli autori di un noto fumetto pubblicato da EsseGesse, 'Il Grande Blek'), Mister No (1975), Ken Parker (1977), Martin Mystére (1982). 

Il fenomeno Dylan Dog

Nel 1986 la svolta epocale: lo scrittore Tiziano Sclavi, già sceneggiatore per Bonelli, inventa una serie horror il cui protagonista è ispirato nelle fattezze all'emergente attore britannico Rupert Everett e nel nome al poeta, romanziere e drammaturgo gallese Dylan Thomas e al romanzo di Mickey Spillane "Erection Set", pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo di "Dog figlio di…". Il fumetto diventato in breve tempo un vero e proprio oggetto di culto è Dylan Dog. Sergio Bonelli comprende che, dopo anni di crisi del settore, ci sono schiere di giovani lettori potenzialmente interessati al fumetto; bisogna solo saper dialogare con loro. E così arrivano le nuove proposte insieme alla decisione di unire tutte le pubblicazioni sotto uno stesso marchio: nel 1988 nasce la Sergio Bonelli Editore.

I nuovi personaggi sono Nick Raider (serie poliziesca del 1988), Nathan Never (serie di fantascienza ispirata a 'Blade Runner'), Legs Weaver (albo che debutta nel 1995 e la cui protagonista, già spalla di Nathan Never, è ispirata a Sigourney Weaver protagonista di 'Alien'), Brendon (del 1998 con un cavaliere di ventura in un mondo post apocalittico creato da Claudio Chiaverotti, già collaboratore di Tiziano Scalvi in 'Dylan Dog'), Dampyr (serie su un cacciatore di vampiri figlio di un'umana e un vampiro che esordisce ad aprile 2000).

Il futuro comincia con Morgan Lost

Quando il 26 settembre 2011 muore Sergio Bonelli, alla guida della casa editrice arriva il figlio Davide. Un passaggio di consegne dagli esiti niente affatto scontati. Se fino a Sergio c'era stata continuità di padre (e madre) in figlio, con Davide le cose sono diverse. Il ragazzo è sempre stato lontano dalle decisioni artistiche della casa editrice e si è occupato soprattutto di marketing senza entrare mai nella fase progettuale. Ciononostante Davide dimostra di avere il fumetto nel dna e continua la via del padre e dei nonni, con una visione più moderna: accanto ai nuovi albi ('Orfani', 'Morgan Lost', 'Mercurio Loi') viene creata la nuova divisione sviluppo che vuole valorizzare i prodotti editoriali.

Come spiega Vincenzo Sarno che la guida, "ha come missione di far diventare i fumetti serie tv, cinema, videogiochi". Con lui la casa editrice entra nel terzo millennio, si espande (ora i collaboratori sono oltre 400) e il futuro appare quanto mai roseo, a partire dall'accordo appena firmato con la Lucky Red per realizzare la prima serie da un fumetto di Casa Bonelli. 

Chi meglio di una casa editrice può insegnare a muoversi nel complesso e mutevole mondo dell'editoria? E chi può farlo meglio di qualcuno che nell'ambiente si muove da 90 anni, esplorando ogni nuova via di promozione, comunicazione e diffusione? L'editoria ha bisogno di nuove competenze e per formarle la Armando Curcio Editore ha deciso di fare da sè creando l'Istituto omonimo che ha inaugurato l'anno accademico 2017/2018 con una novità come la SSML Armando Curcio, Scuola superiore per mediatori linguistici accreditata dal Miur.

Un insieme di corsi di studi che vuole andare oltre l'erudizione e guidare all'alta formazione. Lo studente che si iscrive al corso triennale della Ssml o ad uno dei corsi di alta formazione dello IAC, viene guidato nella costruzione di un ponte tra i libri di testo e i risvolti pratici di una realtà aziendale microcosmo del mercato del lavoro editoriale nazionale. Con un obiettivo ambizioso: l'internazionalizzazione. 

Fu compiuta, la conquista spagnola dell'Italia meridionale, anche grazie a un efficiente sistema di comunicazione segreta fra il sovrano Ferdinando d'Aragona il Cattolico e il suo comandante militare, Gonzalo Fernández de Córdoba.

Le lettere che si scambiavano, fossero pure finite in mani nemiche come quelle francesi, non sarebbero state decifrate. Ci è riuscito oggi, a cinquecento anni dagli avvenimenti e dopo sei mesi di lavoro, il CNI, l'agenzia di intelligence spagnola, i cui esperti sono venuti a capo di un codice complesso che utilizzava 88 simboli (tra cui numeri e figure geometriche) e 237 lettere variamente combinate. Ora chiunque può finalmente prendere visione dei messaggi – alcuni lunghi più di venti pagine – nella mostra allestita al Museo dell'Esercito di Toledo.

Numerose le istruzioni del sovrano al Gran Capitan Gonzalo de Córdoba, tra cui una delega a prendere se necessarie tutte le iniziative diplomatiche in Italia, al fine di sveltire le mosse spagnole risparmiando i quindici giorni che impiegava uno scambio epistolare tra il generale e il monarca.

Grande gioco mediterraneo

Si disputò ai princìpi del '500, tra le due potenze europee, un "grande gioco" per il controllo del Mediterraneo il cui fulcro fu la contesa del Regno di Napoli, che Ferdinando riuscì a conquistare nel 1503 e che restò sotto il trono spagnolo fino al 1707. Non fu un'età dell'oro, ma neanche l'epoca interamente nera che spesso s'è tinteggiata: "Superficiale è il giudizio tradizionale, per cui la Spagna fu la causa di tutti i mali materiali e morali del Mezzogiorno (nonché di tutta l’Italia: si ricordi il ritratto della Lombardia spagnola nei Promessi Sposi )" ha osservato uno dei più autorevoli storici, Giuseppe Galasso. "Quando gli Spagnoli nel 1707, per il gioco delle grandi potenze europee, se ne andarono, i problemi del Regno erano gravissimi, ma non tutta la responsabilità ne pesava sulla Spagna. Il Mezzogiorno aveva partecipato di tutte le circostanze della perdita del primato italiano in Europa e del declino del mondo mediterraneo".

Un giudizio che ricalca quello a suo tempo pronunciato da Benedetto Croce: "La Spagna governava il regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza o la medesima insipienza; e, per questo rispetto, tutt'al più si può lamentare che il regno di Napoli, poiché doveva di necessità unirsi ad altro stato più potente, cadesse proprio tra le braccia di quello che era il meno capace di avvivarne la vita economica, e col quale non gli restava da accomunare altro che la miseria e il difetto di attitudini industriali e commerciali", scrisse il filosofo nella 'Storia del Regno di Napoli'.

"Militari, sposatevi!"

Le lettere decrittate, datate tra il 1502 e il 1503 e giunte a noi nell'archivio familiare dei duchi di Maqueda, sono fitte di istruzioni minuziose sulle questioni relative all'Italia meridionale: invio di truppe, amministrazione della giustizia, raccolta e gestione dei tributi. Non mancano disposizioni su altre materie importanti. Significativa quella di favorire i matrimoni tra le vedove dell'Italia meridionale e i militari spagnoli, quale strumento di integrazione sociale.

Gli esperti dell'intelligence sono riusciti a interpretare le missive in virtù del fortunato reperimento (alquanta analogia con la Stele di Rosetta) di una lettera dal testo parzialmente "in chiaro", servita quale chiave del criptosistema. Eccezionale è pure un crittogramma scritto di pugno dal sovrano al Gran Capitán senza l'opera di un segretario, che fu caso di grande rarità come fu raro un re della statura di Ferdinando il Cattolico. Fondò la successiva potenza spagnola grazie al matrimonio con Isabella di Castiglia e le sue gesta – malgrado Machiavelli vi attribuisse un decisivo contributo di fortuna – sono difficilmente sunteggiabil per importanza. Dalla reconquista della Spagna dopo secoli di presenza musulmana al finanziamento dell'impresa di Cristoforo Colombo per le Indie.

Per festeggiare ha aggiunto la parola ransomware – un tipo di attacco informatico – tra i suoi lemmi: il primo febbraio l’Oxford English Dictionary ha compiuto 134 anni, ma nonostante l’età, continua a essere il principale punto di riferimento della lingua inglese. Era il 1884 quando veniva pubblicato il primo fascicolo di quello che è considerato il più completo dizionario della lingua inglese.

Nato concettualmente nel 1857, su volontà della Philological Society di Londra, il progetto avrebbe dovuto richiedere dieci anni di lavoro, quattro volumi e 6.400 parole. In realtà il centoventicinquesimo e ultimo fascicolo vedrà la luce solo nel 1928, con il nome di A New English Dictionary on Historical Principles.

Nelle sue 400mila parole, l’Oed fornisce storia e citazioni di ogni parola, attingendo dalle fonti più disparate come la letteratura classica o i libri di cucina, come riporta il sito History. La voce più lunga è il verbo “set”, che con 60mila parole è quella più dettagliata.

 

L’aggiornamento dell’opera è iniziato non appena è stato pubblicato il fascicolo del 1928, con un primo supplemento uscito nel 1933. In quattro volumi pubblicati tra il 1972 e il 1986, sono state aggiunte parole e frasi provenienti da Nord America, Australia, Caraibi, Nuova Zelanda, Sud Africa e Asia meridionale. Poi la prima versione elettronica, i cui lavori iniziano nel 1984, impiegando dietro le tastiere 120 e 50 revisori. La prima versione in  Cd-Rom è stata pubblicata nel 1992, ma ormai è già superata: per consultare l’Oed oggi è possibile abbonarsi e accedere alla versione online, che viene aggiornata ogni tre mesi. 

Giocare la carta della diplomazia culturale: è quello che l’Italia deve fare in Cina, da cui nel 2016 sono arrivati 1,6 milioni di turisti, e che con la Via della Seta sta cambiando l’Eurasia. “I cinesi ci riconoscono come superpotenza della cultura”, dice in una intervista all’AGI Francesco Rutelli, coordinatore del Forum Culturale Italia-Cina. Un nuovo progetto si chiama gemellaggio tra Siti Unesco, ed è appena iniziato con Verona e Hangzhou. Un disegno promosso dal Forum e fortemente voluto dai presidenti dei due Paesi, Sergio Mattarella e Xi Jinping. “Non siamo una potenza militare ma abbiamo un ruolo importante come europei: agli occhi dei cinesi siamo una potenza culturale”, ha aggiunto Rutelli, ex sindaco di Roma, ex ministro dei Beni Culturali.
 
A Venezia, il 19 gennaio scorso, dopo il vertice Ue-Cina sul turismo che ha sollevato un polverone per la mancata partecipazione dei ministri, si è invece riunito il Forum Culturale Italia-Cina. Tra i temi al centro della riunione, presieduta da Francesco Rutelli per la parte italiana e Zheng Hao, vice ministro della Cultura, per quella cinese: cinema, musei, mostre, teatro e – ovviamente – turismo. Un’occasione, dice Rutelli, “fruttuosa e concreta”. 
 
Creato nel giugno del 2016,  il Forum è stato lanciato nel febbraio dello scorso anno, in occasione della visita di Mattarella a Pechino. “Ho accettato con entusiasmo l’incarico, che svolgo a titolo gratuito” ricorda Rutelli. “La diplomazia culturale ha un peso determinante nella bilancia economica e commerciale perché sostiene i nostri settori produttivi e l’interscambio commerciale”. Rutelli conosce bene la Cina, l’ha studiata in profondità. In passato ha avuto frequenti contatti con la China Public Diplomacy Association, l’organizzazione che promuove gli strumenti di diplomazia pubblica e culturale di Pechino.

Romeo e Giulietta come un classico cinese

“La politica di collaborazione italo-cinese sui rispettivi siti Unesco è un tema al quale Paolo Gentiloni e Xi Jinping hanno dato un fortissimo impulso” dice Rutelli. L’Italia è il primo Paese al mondo per numero di siti, segue la Cina al secondo. “Il gemellaggio deve però avere anche implicazioni economiche”. Come? “Prendendo spunto dalle similitudini tra i territori, favorire collaborazioni tra i tessuti produttivi”.

Cosa accomuna la città scaligera con la città nel sud della Cina che nel 2016 ospitò il G20? L’amore eterno: “Romeo e Giulietta” e il classico cinese del 1600 “La storia di Liang Shanbo e Zhu Yingtai di Hangzhou”, che come la tragedia shakesperiana racconta il dramma di due innamorati. Un'altra similitudine con Verona? Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba e di molte aziende dell’hi-tech, affaccia sul Lago dell’Ovest; Verona è attraversata dall’Adige ma guarda anche al lago di Garda. Certo: Hangzhou ha 12 milioni di abitanti, la provincia di Verona non arriva a un milione. Ma sulle dimensioni – si sa – la Cina è sempre un gigante.

I cinesi sono arrivati. Ora la palla passa a chi amministra il territorio: la presenza del sindaco di Verona di Fondazione Cariverona fa ben sperare. "Il governo cinese – assicura Rutelli – è stato felicissimo di questo gemellaggio. Verona non significa solo la bellezza della città romana, medievale, rinascimentale, l’Arena, ma anche un importante hub agroalimentare e vinicolo (ha qui sede Vinitaly). Potenzialità altissime anche per la promozione turistica: l’Italia sta cercando di diversificare le destinazioni, non concentrarle solo nelle quattro città principali – Roma, Firenze, Venezia, Milano –  ma nell’intero territorio italiano”. Il prossimo gemellaggio? Riguarderà Langhe, Roero e Monferrato, dove ha sede la Ferrero, “altri siti straordinari e produttivi, soprattutto per il vino, il tartufo, i prodotti agricoli”. Qui si pensa di sfruttare  la similitudine tra i terrazzamenti vinicoli baroli e le terrazze di riso cinesi costruite dall’etnia Han nella provincia dello Yunnan. Paesaggio e opportunità di sviluppo.
  
“La Cina sa benissimo che il turismo non deve essere un elemento di soffocamento dei centri storici “, ha detto il vicepresidente dell'Amministrazione nazionale del turismo Du Jiang, dopo aver confessato di essere rimasto stregato dalla bellezza di Venezia, passeggiando tra le calli in giorni di minore pressione turistica. “Un’affermazione che mi ha colpito molto – spiega Rutelli – perché dobbiamo dotarci di forme di regolazione e di accesso, leggere e non poliziesche, ma efficaci”. 
 
“Dal Cervino ad Agrigento, possiamo accogliere i visitatori in migliaia di borghi, di città piccole e grandi ”. Insomma, il messaggio è chiaro: “Attrezziamoci di fronte all’imminente arrivo della leva turistica da Oriente”. Quanti saranno? “Nei prossimi decenni aspettiamoci una ondata di 900 milioni di turisti cinesi e dell’Estremo Oriente, molti di questi viaggeranno in Asia e nel Pacifico, ma una quota enorme sarà diretta verso l’Europa”. Rutelli ha le idee chiare: “Dobbiamo abbandonare il turismo mordi e fuggi, progettare con le controparti, e i cinesi sono aperti, pluralismo dell’offerta, strutture e logistica moderne”. 
  
I cinesi hanno poi chiesto a più riprese di collaborare con i carabinieri italiani per combattere il traffico illecito dei patrimoni culturali. “Sono ansiosi di arrivare a una firma entro il 2018. I nostri militari dell’Arma sono bravissimi a tracciare i traffici illeciti e nella formazione di tecnici del settore”.

Insieme sul cinema

Sul tavolo molti i progetti che riguardano anche cinema e audiovisivo. È stata presentata una partnership tra Anica, di cui lo stesso Rutelli è presidente, e il Politecnico di Milano per creare una piattaforma al servizio degli operatori italiani. Massima espansione nel mercato cinese, sfruttando la crescita delle sale, con l’avvio di nuovi progetti di coproduzione e occhio alle piattaforme web. Non meno importanti, le collaborazioni tra teatro, lirica e il programma di grandi mostre in Italia e in Cina.

L’Italia in passato ha faticato a esprimere una strategia nei confronti della Cina, è mancato un coordinamento tra diplomazia e imprese, non c’è stata capacità di fare sistema, ma di recente i rapporti bilaterali sembrano entrati in una nuova fase. “Nel corso degli ultimi decenni, l’Italia ha avuto sulla scena internazionale meno protezione dei propri interessi e una ridotta visione strategica rispetto ad altri Paesi, come la Francia. La colpa del sostegno discontinuo in molte aree emergenti, il debole raccordo con visione geopolitica e attività di intelligence, va ricercata certamente nella breve durata dei governi: il furibondo e frenetico ricambio politico, il dover ricominciare sempre, non ha di certo aiutato. Per fortuna possiamo contare su tecnostrutture importanti e qualificate alla Farnesina e al MISE-ICE”. La strategia nei confronti della Cina è dunque cambiata.
 
“Gentiloni è stato un ministro degli Esteri attento, ha chiesto al suo capo di gabinetto, Ettore Sequi, di assumere l’incarico di ambasciatore italiano a Pechino, dove è molto apprezzato. Grande punto di riferimento anche il direttore generale per la promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca. Finalmente gli strumenti di soft power non sono più considerati fuori dal realismo politico”, conclude Rutelli.

Parigi litiga per un’opera d’arte. Al centro del dibattito è l’ultima scultura dell’artista statunitense contemporaneo Jeff Koons, dal titolo Bouquet of Tulips, dedicata alla memoria delle vittime degli attentati nella capitale francese del 13 novembre 2015. Un gruppo di 24 personalità del mondo della cultura francese, tra cui l’ex ministro della cultura Frédéric Mitterrand – nipote di François, ex presidente della Repubblica – e Émilie Cariou, vicepresidente della Commissione Finanza, ha scritto una lettera aperta al quotidiano Libération per chiedere che il progetto venga abbandonato.

“Un progetto scioccante”

I firmatari del moderno j’accuse hanno spiegato in sei punti le critiche al progetto di Koons, definito “scioccante”. Una scultura che raffigura una mano che impugna un mazzo di una decina di tulipani colorati, dalle dimensioni imponenti: è alta quasi 12 metri, larga 8 e profonda 10. “Sconvolgerebbe l’armonia del luogo” sostengono i detrattori dell’opera che dovrebbe venire collocata tra il colonnato del Museo d’Arte Moderna di Parigi e il Palazzo di Tokyo. Spaventa anche il peso dell’opera, 35 tonnellate di bronzo policromato, acciaio inossidabile e alluminio che finirebbero proprio sopra una sala del museo: “Una sfida importante, di cui è impossibile stabilire la sicurezza a lungo termine”.

L’aspetto più controverso è però quello simbolico. Nato per ricordare le vittime degli attentati di Parigi e donare ottimismo, secondo i 24 firmatari la scultura “non ha alcun rapporto con i tragici eventi” e il luogo scelto per ospitarla è “sorprendente se non opportunista”. Meglio sarebbe stato creare “un bando rivolto agli artisti francesi, capaci di una vitalità stupefacente”.

 

Libération Open Letter Party! _____ According to @hyperallergic: "We appreciate gifts, but free, unconditional, and without ulterior motives." So says a group of 24 French artists, museum workers, politicians, and others who published an open letter in @liberationfr yesterday rejecting the monumental “Bouquet of Tulips” sculpture that Jeff Koons offered to the city of Paris in 2016. The sculpture, which, with its base, would reach a height of 38 feet and weigh 36 tons, features a giant, realistically rendered hand holding a bouquet of tulips seemingly made from colorful balloons. Koons intended it as a monument to Franco-American solidarity and a symbol of optimism in the aftermath of the terrorist attacks in Paris in 2015 and in 2016. _____ 20180123 #partyeveryday #drawingpartyeveryday #drawingaday #drawing #paper #chalkpastel #usa #america #party #holiday #jeffreyaugustinesongco #jeffkoons #sculpture #bouquetoftulips #paris #france #terrorism

Un post condiviso da Drawing Party Every Day! (@drawing_party_every_day) in data: Gen 23, 2018 at 6:46 PST

Nulla di personale

La lettera contro l’opera è stata pubblicata il 21 gennaio, proprio nel giorno del 63esimo compleanno di Jeff Koons. Nato a York, in Pennsylvania, è un artista neo-pop tra i più ricchi al mondo, con un valore netto di circa 100 milioni di dollari. “Brillante e innovativo negli anni ‘80 – si legge nella lettere a Libération -, Koons è poi diventato l’emblema di un’arte industriale, speculativa e spettacolare”.

Di certo c’è che il mazzo di tulipani dell’americano non è proprio in saldo: il costo per la realizzazione raggiunge i 3,5 milioni.

Giulio Einaudi editore ha deciso di celebrare Primo Levi a trent'anni dalla sua scomparsa e a quasi un secolo dalla nascita (il centenario cadrà il 31 luglio del 2019). La casa editrice di Levi, sostenuta da Intesa San Paolo, pubblica un volume di testi e centinaia di immagini, Album Primo Levi, presentato nelle Gallerie d'Italia di Milano, dove il gruppo bancario espone le opere d'arte della sua collezione e ospita mostre temporanee.

L'album è un omaggio, nei giorni in cui si celebra la memoria della shoah, allo scrittore sopravvissuto a quasi un anno di Auschwitz, "il migliore inviato speciale che l'umanità potesse mandare in quell'inferno", come ha sintetizzato il presidente di Giulio Einaudi editore, Walter Barberis. Ma il volume non è focalizzato solo sulla drammatica esperienza di Levi nel campo di concentramento: come hanno spiegato i curatori Roberta Mori e Domenico Scarpa, si tratta di "un prototipo editoriale" in cui i testi dell'autore accompagnano e commentano 400 immagini, in gran parte messe a disposizione dalla famiglia Levi, suddivise in 5 sezioni tematiche.

La prima parte dell'Album è dedicata alla chimica: la passione, lo studio e il lavoro per Primo Levi, che amava considerarsi uno scrittore della domenica, un chimico prestato alla letteratura. In realtà, ha commentato Barberis, era il contrario: un grande scrittore prestato alla chimica. Il testo di Levi che più lo rappresenta nella sua complessità, ha commentato Scarpa, è proprio "Il sistema periodico", definito dall'autorevole Royal institution britannica nel 2006 "il più bel libro di scienza che sia mai stato scritto", più ancora dell'"Origine della specie" del britannico Charles Darwin.

La seconda sezione del libro riguarda un altro grande amore di Levi, la montagna. Il terzo capitolo è quello doloroso sull'esperienza ad Auschwitz, che ha portato alla scrittura di quei capolavori che sono 'Se questo è un uomo' e 'La tregua'. Poi c'è la sezione dedicata al lavoro di scrittore e traduttore e infine quello sulle attività manuali e artistiche di Primo Levi, in particolare le sue sculture di materiali di scarto, come i fili di rame, ma anche le passioni ereditate dalla famiglia, come quella per gli scacchi, "l'unico gioco che io abbia mai accettato", per definirla con le parole dell'autore citate nell'Album. 

Sarà il rosone che campeggia sulla facciata della Chiesa di San Pietro Caveoso, riprodotto in cartone da tanti cittadini materani, a rappresentare il cammino della comunità verso il 2019 sul prossimo Carro della Bruna. Una delle tappe simboliche di #menouno, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Matera-Basilicata2019 per avviare il conto alla rovescia verso l'anno da Capitale Europea della Cultura.

Un'iniziativa che ha registrato nelle due giornate una straordinaria partecipazione sia in piazza Vittorio Veneto che sui canali social grazie anche all'azione svolta dal webteam di Matera2019 e alla presenza delle principali testate giornalistiche italiane e delle principali agenzie di stampa. Solo alcuni numeri: più di 100 mila persone raggiunte con le dirette Facebook, più di 2 mila condivisioni dei contenuti dalla pagina Fb, centinaia di stories su Instragram, oltre 1000 tweet con hashtag #menouno, 67 mila persone raggiunte su Instagram. Il rosone è stato consegnato ieri pomeriggio all'autore del prossimo manufatto di cartapesta che sfilerà per le strade della città il prossimo 2 luglio, Raffaele Pentasuglia, dall'artista Antoine le Menestrel dopo aver scalato nuovamente la grande opera d'arte collettiva progettata da Olivier Grossetete.

E non poteva cominciare sotto migliore auspicio il conto alla rovescia verso l'anno della capitale. Infatti, proprio come accade ogni 2 luglio, la mastodontica costruzione di cartone è stata presa d'assalto dalle tantissime persone che venerdì pomeriggio, nonostante l'incertezza climatica, hanno voluto essere presenti per assistere alla manifestazione e partecipare direttamente all'inizio del conto alla rovescia verso il 2019.

Sabato pomeriggio si è respirata la stessa emozione in piazza Vittorio Veneto dove bambini, anziani, famiglie intere hanno atteso che la gigantesca struttura, fatta con le loro mani e con la forza delle loro braccia cadesse sotto corde tirate da alcuni dei tantissimi volontari che hanno partecipato all'iniziativa. Nella mattinata molti cittadini e bambini hanno voluto lasciare con dei pennarelli distribuiti in piazza i loro messaggi sulla struttura di cartone. Frasi di ogni genere, soprattutto di buon auspicio perché Matera sappia cogliere pienamente questa opportunità.

Come da programma, dopo le istruzioni di Grossetete e dei responsabili della sicurezza, la distruzione della chiesa di cartone, simbolo del cammino che Matera intende fare verso il 2019: un programma culturale fatto insieme alla comunità locale e alle migliori esperienze europee, un programma collettivo proprio come collettivamente è stata realizzata la struttura di cartone. Come d'altronde è stato sottolineato ieri mattina nel corso di un incontro pubblico da tutti i responsabili dei 20 progetti selezionati che andranno a comporre il 50 percento del programma del 2019.

"La dimensione del gioco che un grande storico come Johan Huizinga già nel 1938 dava come dimensione fondamentale per la creazione delle culture locali – ha detto il direttore generale della Fondazione 'Matera-Basilicata2019', Paolo Verri – è stata proprio il centro degli eventi della grande festa collettiva del "MenoUno". "Abbiamo scelto – ha aggiunto – di fare qualcosa che coinvolgesse direttamente la comunità e la facesse diventare protagonista, chiamandola a costruire una grande architettura con una materiale povero e semplice, il cartone, un'evoluzione del materiale con cui viene realizzato il Carro della Bruna. La manifestazione ha registrato una partecipazione straordinaria, anche inaspettata, che ha dato il via al percorso di avvicinamento all'anno in cui Matera sarà Capitale Europea della Cultura. Per l'occasione, tutti i principali partner dei project leader sono venuti a Matera ,tantissimi inoltre i giornalisti ed esperti e anche centinaia i curiosi che hanno capito quale sarà il clima di Matera 2019".

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