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Smarriti tra Israele e Europa, ricercati da anni e al centro di battaglie legali, documenti manoscritti inediti dello scrittore ceco Franz Kafka sono finalmente tutti riuniti alla Biblioteca nazionale di Gerusalemme. Una vicenda del tutto kafkiana: a lasciare la collezione ad Israele come ultima volontà alla sua morte, nel 1968, era stato Max Brod, storico amico al quale Kafka malato di tubercolosi aveva chiesto di bruciare tutti i suoi scritti dopo il suo decesso, nel 1924.

Una consegna che l’amico fidato non seguì, custodendo quel tesoro senza il quale l’umanità non avrebbe conosciuto cosi’ approfonditamente l’autore di capolavori quali “Il Processo” e “La Metamorfosi”.

Ma alla morte di Brod è cominciato il giallo: sono spariti i taccuini con le esercitazioni di Kafka nella scrittura in lingua ebraica, bozze di tre romanzi, centinaia di lettere personali, diari e persino disegni.

Nel 1939 Brod, anche lui scrittore ceco ebreo, fu costretto alla fuga dai nazisti e si rifugiò a Tel Aviv, portando con sè in una valigia tutti i documenti di Kafka, contribuendo alla successiva pubblicazione di molte sue opere che altrimenti sarebbero cadute nell’oblio.

La morte di Brod segnò l’inizio del vagare dei preziosi archivi, lasciati in custodia alla sua segretaria, Esther Hoffe, alla quale aveva espressamente chiesto di recapitarli alla Libreria nazionale. Invece la donna conservò il ‘tesoro’ fino al suo decesso nel 2007 in parte nel suo appartamento di Tel Aviv ma anche in altri posti segreti sia in Israele che in Svizzera.

Nel 1988 la Hoffe vendette il manoscritto di “Il Processo” per 2 milioni di dollari. Alla morte della donna, la Biblioteca nazionale chiese alle figlie di rispettare le ultime volontà di Brod consegnando i manoscritti ma si rifiutarono.

Nel 2008 cominciò una battaglia legale durata 11 anni, con la Corte Suprema israeliana che ordinò il recupero dei testi, dando il via ufficiale alle ricerche. Nel corso degli anni alcuni sono stati rinvenuti in cassaforte di banche in Israele e in Svizzera mentre altri si trovavano in un frigo in disuso nell’appartamento della segretaria a Tel Aviv, nel quale i gatti avevano graffiato e fatto la pipi’ su diversi documenti, danneggiandoli gravemente.

Nel 2013 due cittadini israeliani nella cittadina tedesca di Marbach contattarono gli Archivi letterari di Germania, affermando essere in possesso di documenti di Brod mai pubblicati, ritrovati dalla polizia tedesca e poi spediti in Israele. L’ultima consegna, sbloccata da una sentenza di una corte svizzera dello scorso maggio, è appena arrivata a Gerusalemme: contiene anche disegni di Kafka, conservati per decenni in cripte della banca svizzera Usb a Zurigo.

“Ora la collezione e’ completa grazie a una commovente cooperazione”, ha dichiarato Stefan Litt, curatore della Biblioteca nazionale, sottolineando che “senza Max Brod non avremmo mai saputo veramente chi fosse Kafka”. I preziosi testi inediti e schizzi non saranno messi on-line ma conservati per la consultazione in loco. 

C’è uno scienziato italiano, Sergio Ferrara, tra i vincitori del premio Breakthrough, il più prestigioso e redditizio nel campo delle scienze. Insieme a lui, sono stati premiati Daniel Freedman (Usa) e Peter van Nieuwenhuizen (Paesi Bassi). Tutti e tre insieme hanno ottenuto il riconoscimento per la teoria della Supergravità, quella che unisce la fisica delle particelle con la descrizione della gravità di Einstein. I tre luminari hanno vinto un premio complessivo di 3 milioni di dollari.

Ferrara, 74 anni, lavora al Cern vicino a Ginevra ed è un fisico associato all’Infn. Stava andando a letto quando ha ricevuto la chiamata che lo ha informato del successo. “Sapevamo di aver svolto un lavoro importante, ma non ci aspettavamo il premio”, ha detto al Guardian. “È molto difficile pensare di poterlo vincere”, ammette Ferrara. Il premio Breakthrough è stato fondato da Sergey Brin, Anne Wojcicki, Mark Zuckerberg e Priscilla Chan, Yuri Milner e Julia Milner, Jack Ma e Cathy Zhang. Ovvero alcune tra le figure più importanti del mondo digital e a capo di realtà come Google e Facebook.

Sergio Ferrara è autore delle teorie di supersimmetria delle particelle elementari (Teorie di Yang-Mills supersimmetriche, con Bruno Zumino) e della supergravità, la prima significativa generalizzazione della teoria della relatività generale, basata sul principio di supersimmetria locale (con D. Freedman e P. Van Nieuwenhuizen). Ha inoltre dato contributi pionieristici alle Teorie Conformi e al Bootstrap Conforme (Con R. Gatto, A. Grillo e G. Parisi).

Nato a Roma nel 1945, Ferrara si è laureato presso la Sapienza Università di Roma, ha lavorato come ricercatore per il CNEN e per i Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN, come visiting scientist presso il CNRS francese, la Scuole Normale Superiore di Parigi e la divisione di Fisica Teorica del CERN.

Il suo “maestro” è stato il fisico Bruno Zumino. Nel 1980 è diventato professore ordinario di Fisica Teorica in Italia. Nel 1981 è entrato nella Divisione Teorica del CERN come staff member. Dal 1985 è professore di Fisica presso l’UCLA. Dal 1986 è senior staff member al Dipartimento di Fisica del centro di ricerca di Ginevra. Nel 1993 è stato premiato con Il Premio Medaglia Dirac, assegnato dall’ICTP mentre nel 2005 ha ricevuto il Premio Enrico Fermi assegnato dalla Società Italiana di Fisica e nel 2006 con il Premio Dannie Heineman per la Fisica Matematica assegnato dalla American Physical Society. Dal 2010 è Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana. 

“La teoria della Supergravità rappresenta un passo decisivo nella lunga strada per realizzare il grande sogno della fisica teorica del Novecento: arrivare a una teoria di campo quantistica, compatibile con la Relatività Generale, in cui vengano trattate in modo unificato le quattro forze fondamentali della Natura, ovvero l’elettromagnetismo, la forza nucleare debole, quella nucleare forte e la forza di gravita’”.

È il commento di Antonio Masiero, vicepresidente dell’Infn, al premio Breakthrough. “Proprio dal lavoro pionieristico del 1976 dell’italiano Sergio Ferrara, dell’americano Dan Freedman e dell’olandese Peter van Nieuwenhuizen – spiega ancora Masiero – prenderà le mosse qualche anno più tardi la Teoria della Stringhe che rappresenta tuttora il più avanzato tentativo di coronare il sogno di una grande teoria unificata della Natura”

È morta Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura nel 1993. Ne ha dato notizia il suo editor, Knopf. La scrittrice e insegnante afroamericana, 88 anni, il cui vero nome era Chloe Anthony Wofford, era riconosciuta come una delle voci più incisive e talentuose del panorama letterario statunitense novecentesco. Tra le protagoniste dei suoi romanzi spiccano certamente le donne e gli ultimi, capaci di lottare contro l’oppressione di una società che le relega in posizioni di subalternità.  

Tra le sue opere più importanti Beloved, The Bluest Eyes, Sula, A Mercy, Song of Solomon e Jazz. Il filo conduttore dei suoi scritti è il racconto dell’identità della comunità americana, tra perdite e minacce, orgoglio e conquista. 

L’estate è la stagione delle vacanze, dove in genere si ha più tempo per leggere dei libri e non soltanto le news sul telefonino. Agi ha chiesto a Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore, Premio Campiello nel 2006 con “Le uova del drago”, primo di sette romanzi che lo hanno portato a diventare uno dei principali punti di riferimento della letteratura e della cultura italiana di questi anni.

“Buttiamoci sulla poesia – esordisce Buttafuoco – che è perfetta per quando si è in una situazione di relax, sia una sdraio a bordo mare che una passeggiata in montagna, oppure quando si è immersi in quel momento meraviglioso che è il frantumarsi della giornata in campagna. Consiglierei certamente le poesie di Lucio Piccolo e sicuramente il “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand; poi, proprio perché la poesia non è soltanto in versi ma è una pagina scolpita nell’emozione e nei sentimenti, niente di meglio che lasciarsi travolgere, ancora una volta, da quella sarabanda sgargiante e travolgente che è “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov”.

Buttafuoco ne approfitta anche per sfatare un mito, quello della letteratura estiva “leggera”, cosiddetta “da ombrellone”. “Quando si è in vacanza, in realtà, tutto bisogna fare tranne che inseguire la letteratura “da evasione”: è una stupidaggine. La letteratura di evasione può essere buona solo per chi non è in grado di concentrarsi più di tre minuti su una pagina. Allora è il momento buono per affrontare le cose serie, così sempre in ambito di poesia, ma in un innesto teoretico, senza dubbio il testo più accattivante, dolce, struggente, di una scrittura ostica qual è quella di Martin Heidegger, e cioè il suo saggio dal titolo “La poesia di Hölderlin”.

Mettendo da parte la poesia, lo scrittore prosegue con la narrativa: “Poi, proprio perché è estate e c’è la possibilità di avere la mente pronta ad accogliere le suggestioni, io mi dedicherei alla lettura di un classico sempre citato ma mai ben inghiottito che è l’italianissimo “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Invece, per quel che riguarda la letteratura a metà tra la saggistica, la poesia e la meraviglia di gustare una prosa perfetta io consiglio Francesco Palmieri, e di Francesco Palmieri vanno bene tutti i suoi libri. Tutti”.

Proseguendo sugli autori più contemporanei Buttafuoco prosegue con i suoi consigli e le sue analisi approfondite: “I Leoni di Sicilia” di Stefania Auci. Un libro attualmente in classifica, ma è l’unico che mi sento di consigliare, gli altri sono francamente imbarazzanti”. Buttafuoco ci tiene anche a consigliare qualcosa di politicamente scorretto e la sua scelta ricade su quello che definisce “il libro in assoluto più politicamente scorretto”, ovvero: “L’Iliade, a cui aggiungerei anche, perché è meraviglioso, “Le Troiane” di Euripide, dove si dimostra ciò che i greci nella loro grandezza riuscivano a fare e che noi contemporanei non riusciremmo mai a fare, ovvero rendere l’onore delle armi, la pietas e la gloria al nemico sconfitto. Vedere nelle “Le Troiane” di Euripide venir riconosciuta la grandezza di Ilio è un po’ come immaginare oggi gli americani scrivere un capolavoro della letteratura rendendo omaggio alla Germania: impossibile. Nello splendore dell’epoca greca questo era tale, perché leggendolo, magari chi ha il privilegio di poterlo vedere in un allestimento al Teatro Greco di Siracusa, si renderà conto di come le torri di Ilio in fiamme siano eguali alle mura di Dresda bombardate, solo che Euripide, che è greco, omaggia Ilio, oggi sarebbe impossibile, avendo trasformato il nemico in un imputato, raggiungere vette di immedesimazione dettate dalla poesia”.

Un avvocato esce dalle aule di un tribunale affranto per non essere riuscito a difendere la vittima di uno stupro in un processo. Va in un bar, ordina una vodka, parla col barista. Il barista è un ex astronauta e durante la loro chiacchierata gli racconta di un pianeta in cui esiste una “giustizia giusta”.

Ma come funziona una “giustizia giusta”? Come può avvicinarsi alla perfezione e, almeno potenzialmente, non sbagliare mai? È la domanda intorno alla quale ruota ‘Viaggio al pianeta Aipotu. Alla ricerca del giusto processo’, un romanzo di fantascienza di Furio Gubetti, psichiatra, ex deputato e senatore, pubblicato da Edizioni Segno (114 pagg, 12,00 euro).

Aipotu, spiega Gubetti, è una formulazione più corretta dell’opposto di Utopia, oltre a esserne il nome pronunciato al contrario. Se Utopia infatti è un sogno irrealistico e irraggiungibile, come quella descritta ad esempio da Tommaso Moro, Aipotu è “un modello di società concreto, pragmatico e di buon senso, difficile ma non impossibile da realizzare, se soltanto lo volessimo veramente”.

Ad Aipotu la giustizia non sbaglia. È rapida ed efficace, ed è un diritto che il sistema giudiziario è riuscito a garantire a tutti, senza eccezioni. Mark, il giovane avvocato protagonista di questo romanzo, dopo aver ascoltato il racconto del barista astronauta decide di partire per Aipotu per studiare come funziona e come è possibile realizzare un sistema giudiziario perfetto.

Siamo in un’età lontana dal presente, in un indefinito futuro, quando i viaggi interstellari sono possibili e l’universo è stato colonizzato da un’umanità costretta ad abbandonare la terra nel XXI secolo. Mark si farà accompagnare dalla sottosegretaria del ministro della Giustizia, Irina, attraverso i segreti di Aipotu. Un viaggio che comincerà dalla visita al palazzo del Tribunale, coi suoi simbolismi che richiamano al mito della biga raccontata nel Fedro di Platone e a quelli della tradizione cristiana, e che proseguirà nelle aule dove Mark assisterà al lavoro dei “Giudici Monocratici”.

Aipotu svelerà i suoi segreti, il protagonista ne rimarrà affascinato e porterà con sé sulla Terra, ‘redento’, quello che ha visto e imparato. L’Aipotu, chiarisce nel finale Gubetti, non è qualcosa di impossibile se è quello che vogliamo: “Ma per volerlo dovremmo prima recuperare i grandi valori spirituali della Tradizione”, un po’ come farà il suo protagonista perché, continua citando C.G. Jung, “se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito, non può rinnovarsi neppure nella società”.

Convinta che Pablo Neruda sia morto avvelenato, la sua famiglia accusa l’istituto medico-legale di Santiago di intralcio alla giustizia. Per chiudere il caso e confermare al 100% che il celebre poeta comunista legatissimo al presidente Salvador Allende sia stato avvelenato manca solo il risultato delle analisi di tre flaconcini di terra prelevata nei pressi della sua sepoltura.

Due anni fa un team di esperti internazionali incaricati dalla giustizia cilena aveva riscontrato nel corpo di Neruda una forte concentrazione di una sostanza paralizzante. Come ultima prova serviva analizzare tre campioni di terra per avere la certezza che la contaminazione non era stata posteriore alla morte del poeta. Da allora, denuncia l’avvocato della famiglia, Rodolfo Reyes, che è anche il nipote di Neruda, il servizio medico-legale si è rifiutato di mettere i campioni a disposizione della giustizia.

“L’istituto medico-legale ha affermato di non essere in possesso di quei flaconcini in quanto erano stati utilizzati per altre analisi. Ma durante la perquisizione ordinata ieri dal giudice Mario Carroza, presso la sua sede, i campioni sono stati ritrovati” ha riferito Reyes. Da queste ultime notizie risulta quindi che l’istituto abbia mentito al giudice, ritardando di mesi l’iter giudiziario e quindi rimandando ulteriormente la verità sul caso Neruda. A questo punto i tre campioni devono essere trasmessi al laboratorio canadese che ha effettuato le ultime analisi per ottenere l’ulteriore prova che possa confermare l’avvelenamento.

È questo l’ultimo sviluppo del lungo caso giudiziario sulla misteriosa morte di Neruda, deceduto il 23 settembre 1973, pochi giorni dopo il colpo di stato di Pinochet ai danni di Allende. Inizialmente la sua scomparsa era stata attribuita a un tumore, come scritto sul certificato di decesso del Nobel della letteratura, poi risultato falso. Il caso era stato riaperto dopo la cruciale testimonianza, nel 2011, del suo autista e assistente personale, Manuel Araya, che riferì di una misteriosa iniezione alla vigilia della sua partenza per il Messico, dove intendeva esiliarsi.

“Era in forma prima dell’iniezione. E’ stato assassinato” dichiarò Araya, cosi’ come altri testimoni, aprendo la strada ad un’inchiesta giudiziaria. Nel 2013 il corpo del poeta venne riesumato e due anni fa un gruppo di 16 esperti internazionali ha concluso che la sua morte non era stata provocata da un tumore.  
 

Il più antico calendario lunare è inciso in un ciottolo del Paleolitico superiore scoperto a Velletri, alle porte di Roma. E’ quanto emerge da una ricerca coordinata dall’università Sapienza, in collaborazione con la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Journal of Archaeological Science: Reports.

Il reperto, datato 10 mila anni fa, è stato rinvenuto in modo casuale nel 2007 sulla cima di Monte Alto. Ad attirare l’attenzione degli archeologi sono tre serie di brevi incisioni lineari. Queste “tacche” – se ne contano 27 o 28 – sono disposte in maniera regolare e simmetrica, sui lati del ciottolo fino a esaurire lo spazio disponibile. Il manufatto è stato definito come strumento “notazionale” e rappresenta uno dei rarissimi reperti paleolitici per i quali gli studiosi hanno ipotizzato questo utilizzo.

Il complesso sistema di incisioni potrebbe indicare un sistema di conteggio basato sul ciclo della luna. Dalle indagini, spiega all’Agi Flavio Altamura, ricercatore del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, “è venuto fuori che le tacche sono state tracciate nel corso del tempo utilizzando più strumenti litici affilati, come se fossero servite per contare, calcolare o per immagazzinare la memoria di un qualche tipo di informazione”.

Il fatto che le incisioni presentino lo stesso numero dei giorni del mese lunare sinodico o sidereo rappresenta un caso unico tra i presunti oggetti interpretati come “calendari lunari”, rendendo l’esemplare di Monte Alto il più antico e verosimile esempio di questa categoria di manufatti nel record preistorico mondiale.

“La scoperta ha un duplice valore”, continua Altamura. “Per prima cosa fornisce nuove acquisizioni sulle capacità cognitive e matematiche dell’uomo preistorico. Il Paleolitico a livello divulgativo sembra essere abitato da bestie, da scimmie. Invece l’uomo era più sviluppato di quello che pensiamo. I manufatti che realizzava sono tutt’oggi difficili da replicare. I nostri antenati non erano così rozzi ed elementari come pensiamo. Avevano uno stadio di conoscenza collettiva più elementare rispetto a oggi, ma vantavano anche delle capacità – di sopravvivenza, soprattutto – superiore a quello dell’uomo singolo”.

Tutte le popolazioni paleolitiche “riservavano molta attenzione allo scorrere del tempo, alle stagioni, alla riproduzione degli animali e ai loro spostamenti, perché da questo dipendeva la loro sussistenza. Ma il ciottolo ci dice di più: non solo l’uomo del Paleolitico superiore si interrogava sullo scorrere del tempo ma aveva anche iniziato a fare delle annotazioni e provato a fare dei calcoli”. In questo senso, “il manufatto dei Colli Albani, per quanto primordiale, può essere considerato l’antenato del moderno calendario ‘da tavolo’ e segna indirettamente l’inizio dell’interesse ‘scientifico’ della nostra specie per la luna”.

Ma lo studio ha anche una seconda valenza, conclude Altamura: “riabilita le intuizioni risalenti agli anni ’50 e ’60 di alcuni archeologi, primo fra tutti Alexander Marshak, che avevano attribuito la funzione di calendario lunare ad alcuni oggetti molto simili ritrovati in Francia. Negli anni ’90 fu contestata la metodologia di lavoro di Marshak e anche queste teorie decaddero. Oggi questa scoperta le conferma”.

Lo smartphone nella mano sinistra, la bomboletta spray in quella destra. Assil Diab lavora così: volta la testa da una parte e guarda una foto, la gira dall’altra e la riproduce su un muro. Un’istantanea di là, sulla schermo piatto, sul quale basta scorrere il dito per far sparire un’immagine; un graffito di qua, fissato sui mattoni, sull’intonaco di una parete. Non per sempre – perché “non penso che la street art sia fatta per durare in eterno” – ma almeno il tempo per cambiare qualcosa.

Assil Diab è una ragazza di trent’anni, è nata in Romania e vive in Qatar, ma ha origini sudanesi. E sui muri della capitale, Khartoum, disegna i volti di ragazzi morti, uccisi dalle forze di sicurezza perché manifestavano, perché incarnavano la Rivoluzione.

Quella nata a dicembre 2018 contro il regime del presidente Omar al-Bashir, e poi proseguita contro i militari che, ad aprile, con un colpo di stato si sono impossessati del potere. “Disegnare sui muri aiuta noi a ricordare che questi martiri sono scesi in piazza per protestare anche in nostro nome. Ai militari dimostra invece che hanno ucciso soltanto una piccola parte del movimento”, racconta all’Agi la street artist sudanese.

Perché pensa che un graffito su un muro serva?

Perché vedere il volto di una persona morta disegnato su un muro costringe le persone a parlare di ciò che sta succedendo attorno a loro. Io disegno i martiri sui muri delle case in cui vivevano: ogni graffito funziona come un punto di riferimento, le persone che lo vedono sanno che cosa è successo, vanno a trovare i parenti, ci parlano e offrono loro supporto dal punto di vista umano e magari anche economico.

Quando ha cominciato c’era ancora Bashir. Perché l’ha fatto?

Era dicembre, mi trovavo in Qatar e alla televisione ho visto le immagini delle proteste. Ho pensato che sarebbero durate pochi giorni, e invece a fine mese le manifestazioni erano sempre più numerose. In quel momento ho deciso che avrei dovuto farne parte, così a metà gennaio sono partita per il Sudan.

Una volta arrivata a Khartoum…

Una volta arrivata a Khartoum ho pensato che non ce l’avrei fatta, che ero bloccata: c’erano milizie a ogni angolo. Continuavo a sentire storie di ragazzi giovanissimi uccisi, un dolore grande, e in quel momento volevo soltanto che la loro memoria continuasse a vivere.

Qual è stato il primo murale che ha fatto?

Quello di Babiker Abdelhameed Salama, a Kafoori nel quartiere nord di Khartoum. Pensavo che il luogo più sicuro dove disegnare fosse casa sua, ma l’abitazione era proprio su un grande viale, molto trafficato, e non lontano da una delle residenze di Bashir. Una vicinanza che significava una cosa sola: che l’area era sorvegliata. Appena finito di disegnare mi sono messa in posa per una foto insieme alle sorelle di Babiker, ma un uomo è saltato giù da un pick-up e ha cominciato a colpire con un bastone il fotografo. Poi ha visto noi, le sorelle della vittima ed io.

Vi ha picchiate?

Le sorelle sono riuscite a rientrare in casa, io sono corsa in macchina. Ci hanno inseguiti per un quarto d’ora, poi il ragazzo che guidava è riuscito a seminarli. Quando più tardi siamo tornati dove avevo dipinto, abbiamo incontrato il cugino di Babiker. Gli avevano spezzato le dita: era uscito per raccogliere le bombolette che avevo lasciato in terra scappando.

Come ha reagito la gente comune ai primi murales?

Quando ho cominciato a gennaio non c’era una vera scena di street artist in Sudan. A dire il vero la gente non capiva il senso dei graffiti, le potenzialità. L’ho dovuto spiegare alle famiglie delle vittime: oggi sono quasi sempre d’accordo, sono loro stesse che desiderano che io disegni sui muri di casa loro. Mi invitano a mangiare insieme, mettono delle sedie davanti al murale e chi passeggia si ferma a guardare, a pensare, a parlare. Ecco, quando sento la gente parlare di quello che accade in Sudan, della rivoluzione e della situazione attuale, è in quel momento che penso che il mio lavoro sia finito.

Dopo il colpo di stato, da metà maggio in poi, ci sono stati importanti sit-in di protesta davanti alla sede dei militari.

Disegnavamo ovunque: sui muri, sull’asfalto, sulle sedie, su qualsiasi superficie. Ai sit-in davanti al quartier generale dei militari tutto era un enorme murale, un modo di ricordare costantemente le violenza, gli stupri, le uccisione, le ingiustizie subite in tutto il Sudan. E anche la maniera per celebrare le nostre vittorie contro il regime. Ma i militari hanno cancellato tutto, ogni segno di quei giorni. Persino sui pali della luce: ridipinti anche loro.

I suoi graffiti però sono rimasti.

Ne ho fatti una trentina, all’incirca, e ne hanno cancellato uno soltanto, quello di Omer Shuaibs. Penso che le forze di sicurezza non li abbiano rimossi perché anche fuori da Khartoum, grazie alle foto e a internet, si è diffusa l’eco dei miei disegni: si sono resi conto anche loro che cancellarli avrebbe soltanto alimentato la rabbia e fatto scendere in piazza ancora più manifestanti. Una volta una madre mi ha detto: “Hanno portato via da questa terra mio figlio, li sfido a prendersi anche il suo ricordo”.

La Rivoluzione finirà con la firma di un accordo tra civili e militari?

La Rivoluzione non finirà mai: anche quando il Sudan sarà una democrazia, ci saranno da combattere vincoli culturali e mentalità retrograde. Da artista donna ho subito molestie sia nelle strade che online. La battaglia di ogni giorno non è soltanto contro il regime, ma anche contro la nostra stessa società: chiusa in status sociali, legata alla religione, alle tribù. Una società che contraddice se stessa e quello che fa. Vorrei che i nostri cervelli si azzerassero e venissero riprogrammati: abbiamo tanto da imparare quando si parla di tollera    

La Cirano è un’agenzia immobiliare che offre anche insoliti servizi: affitta locali alle coppie clandestine e costruisce nei dettagli vite grandiose e fasulle per chi vuole fare colpo sulla persona amata o sul partner occasionale. Con un auricolare comandato a distanza, la Cirano suggerisce le parole giuste ai clienti più imbranati.

Attraverso i social media studia i gusti dell’amata, i libri, i film, la musica, i viaggi, perché il cliente sappia parlare di tutto quel che le piace. L’agenzia assolda comparse che riconoscono il cliente per strada e gli chiedono un autografo sotto gli occhi meravigliati della partner oppure, su richiesta, aggrediscono la coppia e si lasciano malmenare e mettere in fuga dall’eroe. Gattini infreddoliti compaiono sui marciapiedi al passaggio dei due, pronti per essere salvati. E se finalmente la scintilla scocca, l’agenzia prepara la garçonnière perfetta in un attico, una villa, ovunque il cliente desideri. A chi ha poco tempo o pochi soldi, la Cirano propone pacchetti già pronti, copioni già scritti e messi in scena da decine di impostori.

“La Cirano” romanzo di Andrea Bellati, ExCogita editore, 204 pagine, 15 euro

Il protagonista, Vasilij, Vassi per gli amici, gestisce la Cirano e la vita sentimentale degli altri ma non ne ha una propria. Si è specializzato a inventare, ad allestire di volta in volta set inediti dove mettere in scena film diversi in cui anche un cretino a un timido cronico possono assumere  per una sera i panni e le sembianze di un genio o di un seduttore seriale. Un mondo finto, artificiale, che nasce e funziona nella metropoli (nella storia è Milano ma potrebbe essere Europa, in una qualunque grande città fuori dall’Italia) dove le relazioni, umane, sessuali, affettive perfino, si consumano in incontri frettolosi nel “secondo giorno”, quella fessura nel tempo che il lavoro, il business, la carriera lasciano aperta dentro uno spartito che non prevede pause.

Vassi, che per vivere intesse frottole, scopre però, quasi per caso, di essere stato tenuto all’oscuro di una vicenda che lo riguarda. La sua cerchia familiare ha costruito negli anni una trama, fatta di silenzi e di menzogne, per proteggerlo e nascondergli una terribile verità sulla sua vita. Come se anche per lui fosse stato scritto un copione, per fargli interpretare un’altra parte. Quando ne viene a conoscenza, sconvolto, inizia una ricerca che lo porta altrove, a Gela, più vicino all’Africa che all’Europa.

Lì, in un contesto urbano e sociale del tutto diverso da quello in cui è abituato a muoversi  le relazioni che stabilisce non hanno bisogno di finzione per esistere, il calore, l’umanità spessa della gente di Sicilia che incontra lo aiutano a demolire tutte le certezze di cui si era circondato. Vasilj, nelle sequenze finali della storia, toglie la maschera e si mostra autentico, nella consapevolezza del dolore, nei sentimenti e nel desiderio di una vita più vera.

Andrea Bellati, 47 anni, biologo, al suo romanzo d’esordio, da molti anni si occupa di divulgazione scientifica e formazione ambientale. Regista, documentarista, conferenziere, scrive spettacoli di teatro scientifico. Un molosso dall’animo raffinato e gentile che riesce a interpretare con rigore tutti questi ruoli senza perdere l’aria da ragazzo scapestrato. Che vien fuori ogni tanto nelle pieghe del racconto, con la sua corporeità, l’annusare gli odori della vita, riconoscerli e interpretarli come un esperto rabdomante.
 

“Chi sostiene che le serie come “Gomorra” o “Suburra” incitino all’emulazione è solo alla ricerca di un comodo alibi. Anziché ricorrere a un moralismo che odora di pericolosa censura bisognerebbe cercare le cause profonde della criminalità”.

Giancarlo De Cataldo, magistrato, scrittore e sceneggiatore, all’Ischia Global Film & Music Fest, dove ha appena ricevuto il “Premio Truman Capote”,  analizza con AGI il successo, la percezione e le critiche alle serie “crime”. Sta lavorando alla terza stagione di “Suburra”, la serie Netflix tratta dal best seller che ha scritto con Carlo Bonini, prevista per l’autunno 2020 e informa che sarà composta di sei episodi anziché dai tradizionali otto, perché stavolta tra i produttori, accanto a Cattleya e Netflix, non ci sarà Rai Fiction: “Hanno pensato di non partecipare a questa nuova avventura”, spiega   De Cataldo che sta lavorando anche a una nuova serie per una piattaforma internazionale:  “Ma siamo in fase di contratto, posso solo dire che sarà una storia italiana di oggi con radici nel passato. Sulle faccende di cinema sono scaramantico”.

Non le va proprio giù che ci siano dubbi etici sulle serie che raccontano gesta criminali…

“Perché è  un pregiudizio moralistico totalmente sbagliato. All’estero non ho mai sentito dire che le serie tv possano creare dei criminali. Semmai fuori dall’Italia esaltano i loro effetti collaterali positivi, il New York Times ha scritto che “Gomorra” accanto a “L’amica geniale” ha contribuito a rilanciare il turismo a Napoli”. 

Lei nel 2002 con il suo “Romanzo Criminale”, ispirato alla storia della banda della Magliana e poi diventato film e serie ha messo il turbo al filone…

“Inaspettatamente, considerando anche quando  ho dovuto faticare, all’inizio del progetto, per convincere Einaudi a pubblicarlo. Mi dicevano che gli anni Settanta non si potevano raccontare, che gli italiani erano un po’ stufi di quel periodo e che era pericoloso romanzare una storia  vera cronologicamente ancora vicina. Poi, una volta letto il libro, racconta, se ne innamorarono. Abbiamo solo un modo per far passare le nostre cose, farle bene”.

Ma lei ha sentito prima la vocazione alla magistratura o alla scrittura?

“La magistratura è venuta dopo… Ho capito ad otto anni di voler diventare uno scrittore dopo aver visto al cinema, con mio zio, un film di pirati: decisi che volevo scrivere storie con quei rumori e quella fantasia. E poi sono sempre stato un onnivoro di libri, adesso ho appena finito di leggere “Il confine” di Don Winslow e l’ho trovato immenso”. 

Le serie tv che la appassionano? 

“Il commissario Montalbano” , “Gomorra”,  “Breaking bad” a “The night of” diretta da Steven Zaillian, che è chairman del festival di Ischia. Non mi piacciono invece, chiarisce, le serie catastrofiste sugli zombie, i morti viventi…” 

La sovrapposizione tra le sue due professioni le ha mai creato problemi di gestione?

“No, perché ho depositato il mio narcisismo al cinema e in tv e la mia serietà professionale nella giustizia. Non ho mai ambito a diventare famoso come magistrato. Anche i tempi delle due attività si combinano bene: penso molto alle cose da scrivere, a volte mesi, a volte anche anni  e così la fase della scrittura vera e propria è veloce. E poi è anche molto variabile: dopo “Romanzo Criminale” non riuscivo a superare lo sgomento per quel successo inaspettato e sono stato cinque anni  senza scrivere”.   

Ha ricordato Andrea Camilleri come lo scrittore che ha traghettato il giallo dalla serie B ai piani alti della letteratura… 

“È esattamente così. Camilleri è uno scrittore che ha usato il giallo come grimaldello per penetrare nelle nostre coscienze. E io gli devo molto, anche perché  mi ha molto aiutato e incoraggiato ai tempi dell’uscita di “Romanzo criminale”. Ora sto lavorando a un giallo storico, ambientato nella Repubblica romana del 1849, per i 90 anni del Giallo Mondadori”.

Nel suo ultimo  romanzo,  “Alba nera”  per la prima volta ha voluto una commissaria donna.

“È anche affetta da un disturbo della personalità e  indaga su hater e uomini che odiano la sfera femminile. E’ un personaggio che avevo già utilizzato in “Sbirre” un’antologia scritta con Maurizio De Giovanni e Massimo Carlotto. Mi era piaciuta molto perché da sociopatica sa leggere bene l’odio e sa combatterlo. Il romanzo è un mio omaggio alla forza delle donne in questo periodo storico in cui i maschi frustrati e spaventati da loro, spesso si trasformano in odiatori. Io ho chiesto pubblicamente  scusa a Carole Rackete da maschio bianco occidentale, per la campagna sessista che si è scatenata contro di lei, appena approdata a Lampedusa. Quella campagna mi ha ferito profondamente. Ci sarà giustamente un processo che la giudicherà ma Rackete è due volte sacra, come donna e come imputata. Esiste una sacralità del corpo dell’imputato che non è stata rispettata, come nel caso Cucchi: la sua morte  ci ha colpito in modo indelebile anche perché quel ragazzo era nelle mani dello Stato…”. 

Lei come si comporta con gli haters?

“Mi hanno portato da poco ad abbandonare  i social, ora sono fuori da tutto. Ero rimasto su Twitter perché mi sembrava un luogo più civile ma ho dovuto ricredermi. Nei social c’è qualcosa di perverso”.