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E' morto all'età di 85 anni Vidiadhar Surajprasad (V.S.) Naipaul, lo scrittore originario dell'isola caraibica di Trinidad premio Nobel per la Letteratura nel 2001 e autore di una trentina di romanzi e saggi di successo internazionale. Lo ha reso noto la moglie. Naipaul, che aveva vissuto quasi sempre in Inghilterra, si è spento nella sua casa di Londra. Lo scrittore era nato nel 1932 a Trinidad e Tobago, all'epoca colonia britannica, da una famiglia di immigrati indù arrivati dall'India alla fine dell'800. Trasferitosi da giovane a studiare a Oxford, la sua prima opera era stato "Il Massaggiatore mistico" nel 1957.

Dapprima aveva attinto ai racconti del padre per storie immaginarie su Trinidad, poi l'ispirazione gli era venuta dai viaggi in giro per il mondo, in particolare con la trilogia di saggi sull'India, nata dalla profonda disillusione sperimentata visitando la terra dei suoi avi. Tra le opere più note c'è anche "La perdita dell'El Dorado" del 1969, una storia della colonizzazione di Trinidad. 

La giuria del Nobel che lo premiò nel 2001 aveva definito "un capolavoro" il suo libro del 1987 "L'enigma dell'arrivo". Per l'Accademia di Svezia aveva "unito una narrazione acuta e capacità d'osservazione insopprimibile in lavori che ci obbligano a vedere la presenza di storie dimenticate".

Per alcuni sono spot di cattivo gusto. Per altri idee assolutamente geniali. La società di onoranze funebri Taffo, attiva a Roma, nei mesi ha messo a segno alcune campagne pubblicitarie sui social in grado di diventare virali. Alcune ne avevamo raccontate qui. L’ultima, che in realtà riprende una loro vecchia campagna, riguarda i vaccini, con un messaggio dove invita tutti ad evitare di vaccinarsi, perché “siamo pronti anche ad un’epidemia”. Nella foto alcuni scaffali pieni di bare. E un messaggio nel post: “In supporto alle mamme #novax che sono di nuovo in fermento, ci siamo anche noi. È arrivato il momento di un ripassino… capito?”.

Il post ha avuto in meno di 24 ore 23 mila reazioni e 16.800 condivisioni. Un utente su Facebook ha scritto all’azienda: “Il nome del direttore marketing prima di subito, grazie”. La risposta è stata: “Riccardo” e poi: “Per il cognome dovrai passare sul nostro cadavere”, continuando a giocare sul tema vita e morte che è diventato il marchio di fabbrica dell’azienda. Che si prende con molta ironia, che non tutti apprezzano. Soprattutto i militanti no vax, a giudicare dai commenti.

“Vorrei che le persone, sfogliando queste pagine, capissero che se ci sono riuscita io, persona normale, allora tutti possono sfidare e vincere la mafia”. A parlare con l'Agi è Federica Angeli, cronista di Repubblica. La giornalista stava facendo un reportage quando, il 23 maggio del 2013, Armando Spada — cugino di Carmine Spada, detto Romoletto – la sequestra insieme a due operatori. La privazione della libertà durerà ore. Dal suo racconto emergono la forza della donna che affronta quei momenti, ma anche tutta la solitudine successiva.

Tutto nasce da una tapparella che non si è abbassata: “A mano disarmata” (Baldini+Castoldi, pagg. 366, euro 17) è un libro intenso, la cronaca dei quasi cinque anni (o come dice lei, “millesettecento giorni”) in cui Federica Angeli, spesso in solitudine, ha vissuto sotto scorta solo ed unicamente per aver fatto il proprio dovere di cittadina e cronista. “L'idea del libro è stata della casa editrice, io avevo già lavorato con Elisabetta Sgarbi che si è appassionata alla mia storia e al mio percorso”, racconta Federica.

Solitudine, tanta, da quando dalla finestra di casa, tramite le “tapparelle”, vede un tentato duplice omicidio. È un regolamento di conti tra i Triassi e gli Spada, ricostruirà poi da brava cronista. Sente gli spari, guarda e registra quanto le sta accadendo attorno. E non chiude quelle tapparelle, lei da sola persino contro il consiglio del marito, quando Romoletto urla a tutte le persone “entrate, non c’è nulla da guardare”. Ma lei no, appunto. Non chiude le tapparelle da giornalista, da donna, da moglie e da madre di tre meravigliosi bambini.

Così, da giornalista e unica testimone decide di denunciare tutto e incamminandosi verso un ineluttabile destino: la scorta e la solitudine che ne consegue. “In questo Paese – racconta oggi Federica – chi fa il proprio dovere senza scendere a compromessi spesso rimane da solo. Ma io vorrei che tornasse la voglia di lottare, perché il malaffare gioca a sfinire psicologicamente a far passare la voglia di combatterlo. Invece no, bisogna resistere”. Perfino certa politica, tanto per cambiare, si gira dall’altra parte quando non attacca addirittura la giornalista additandola coma una “carrierista” che si sta costruendo un’immagini sulle minacce. Già, le minacce: quelle di morte, per lei e i suoi figli.

Sì, perché per chi non vuole vedere anche ad Ostia la mafia non esiste, anzi, come dice lei, non ha neanche un nome per poterla riconoscere. “Sono pericolosi, ma la mafia è un’altra cosa”, si sente ripetere come un litemotiv Federica, eppure le arrivavano i proiettili ed anche la benzina sotto la porta, non certo gesti da galantuomini.

Ma lei non si è arresa e ha impostato una vita familiare, come nel film “La vita è bella”, spiegando ai bambini come fosse tutto un gioco. Un gioco che le impedisce di accompagnarli a prendere un gelato o di rincorrerli per strada. Ma non di mostrare loro la lezione più grande: quella della libertà e della cittadinanza. 

“Siamo tutti bolognesi”: tre parole scritte a mano su un biglietto da visita di un cittadino di Salerno un mese dopo la strage del 2 agosto 1980, conservate per quasi 38 anni nell’archivio del Gabinetto dell’allora sindaco di Bologna, Renato Zangheri. Uno ‘slogan’ di solidarietà, partorito in una società con i telefoni a gettone senza il web o i social network.

Il messaggio ritrovato nei faldoni comunali, nella sua forza e semplicità al tempo stesso, racchiude il senso delle migliaia di lettere, telegrammi, cartoline siglate da tutto il mondo e da tutta la società, dal Capo di Stato al carcerato, recapitate in Comune a Bologna nelle settimane successive all’attentato alla stazione per dire no al terrorismo.  Un ‘diluvio’ di solidarietà che, dopo 38 anni dallo scoppio della bomba in stazione, è diventato uno spettacolo teatrale. “Sinfonia di Soccorsi”, infatti, è il nuovo evento del Cantiere 2 agosto dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna nato per ricordare le vittime, 85 morti e 200 feriti, del più grave atto terroristico in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. I documenti inediti dell’epoca saranno recitati la sera di mercoledì 1 agosto da attori-trampolieri ‘arrampicati’ sopra due torri davanti alla sede della Regione a Bologna. 

Nei giorni dopo la strage la scrivania del sindaco Zangheri si riempì di fogli di carta. Messaggi vergati a mano con le più curiose calligrafie o battuti pazientemente a macchina. Alcuni scritti da immigrati all’estero o da pensionati dal tratto incerto ed altri in italiano perfetto o in lingua straniera. Parole formali ma anche pensieri diretti e ‘popolari’ a volte sgrammaticati uniti dal desiderio di ripartire senza arrendersi alla paura. Arrivarono centinaia di telegrammi ‘istituzionali’, ad esempio, dal cancelliere dell’allora Germania Occidentale Helmut Schmidt, dal presidente del parlamento Ue, Simone Veil  o da sindaci di città da poco tornate alla democrazia come le spagnole Madrid e Barcellona e di comuni italiani per lo più sconosciuti (Lanuvio, Ussassai, Sinalunga). Ma non mancarono sorprese come un messaggio dalla giunta rivoluzionaria del governo di El Salvador o dalla Repubblica del Vietnam.

Poi ancora: carcerati pronti a donare il sangue per i feriti, pensionati che allegarono micro-somme in denaro, famiglie disponibili ad adottare bimbi rimasti ‘orfani’, studenti greci o iraniani ospitati in passato a Bologna, anziani in vacanza nelle pensioni romagnole, campeggiatori, ex combattenti, portalettere, elettricisti e sportivi. “Caro compagno Zangheri, abbiamo dato una piccola festa dove hanno partecipato 40 persone”: sono le prime righe della lettera di Rose, una italo-americana residente negli Stati Uniti a Los Angeles che organizzò, insieme ad un comitato fondato ad hoc,  una serie di ‘spaghetti-dinner’ per raccogliere denaro da inviare al sindaco. In moltissimi, infatti, accompagnarono alle parole di solidarietà anche aiuti concreti. Cittadini comuni, pensionati, inviarono anche ‘solo’ mille lire, “è ben poca cosa non posso dare di più” si giustificarono. “Grazie per averci dato delle mani ideali per poter anche noi scavare un poco” scrisse una famiglia. “Noi il più poco che possiamo fare è offrirvi il nostro sangue”, questo un passaggio di una lettera datata 3 agosto 1980 firmata da due detenuti del carcere di Palermo.  Anche gli ‘orfani’ della strage riempirono i fogli di carta.  “Io sono agricoltore, benestante e certo di poter garantire sicurezza ed affetto ad eventuale bimbo che mi venisse affidato. Sono anche disposto a trasferire parte della mia proprietà all’affidato”: Vito da Potenza non fu l’unico a proporsi per l’adozione.

Mesi di lavoro (dal settembre scorso) per Cinzia Venturoli, la storica che ha analizzato tutti i documenti trovati negli archivi comunali poi selezionati e raccolti in un volume curato dall’Assemblea legislativa dal titolo “La solidarietà e il dolore del mondo al sindaco Zangheri” che sarà distribuito gratis in 600 copie al pubblico della “Sinfonia” durante la serata del 1 agosto. “Siamo partiti con questo progetto – ha spiegato Venturoli all’Agi – chiedendoci come si reagisce ad una strage in un momento in cui non c’è Facebook e le comunicazioni sono più lente. La risposta è con una grande mobilitazione sia in piazza, perché è il luogo della democrazia e sia attraverso le lettere e i telegrammi inviati al Comune. Dagli scritti dell’epoca emerge una grande fiducia verso i rappresentanti delle istituzioni, soprattutto verso il sindaco Zangheri o nei confronti del presidente Sandro Pertini”.

C’è un filo rosso che lega tutti questi documenti? “La volontà di esserci – ha risposto la storica – di reagire, di essere utili e di abbracciare la città”.  Infatti, arrivò ad oltre un miliardo di lire, il 31 agosto 1980, la somma depositata nel fondo di solidarietà alle vittime aperto dal sindaco: 316 milioni dei cittadini, 200 milioni della lega delle cooperative e 500 milioni stanziati dalla Regione. Numerosi i ‘grazie’ rivolti a Zangheri il ‘sindaco professore’. “Caro sindaco mi rivolgo a lei come rappresentante della città di Bologna per dirle grazie, senza alcuna retorica. Grazie perché per noi giovani è facile cadere nel pessimismo, perdere le speranze, avere sfiducia”, è l’apertura di una lettera del 7 agosto 1980 firmata “Una ragazza qualsiasi”.  Nei documenti dell’epoca non si nasconde la speranza di ottenere piena verità e giustizia sull’attentato alla stazione. Una richiesta non pienamente soddisfatta nonostante siano passati 38 anni dallo scoppio della bomba. C’è una indagine in corso della Procura generale di Bologna sui mandanti della strage. E la storia è ancora da scrivere.

Non è il solito libro sui Templari, spade, armature e castelli. Perché siamo nel XXI secolo, a Roma. 

Lo spunto di 'Non nobis domine' di Sergio Bortot (Pioda Imaging, 333 pagine, 17 euro) viene fornito da quanto teorizzato, agli inizi del secolo scorso, dall’occultista Pierre Vincenti, ossia che Nostradamus non scrisse mai le famose “Profezie”, ma si limitò a rubare un Codice scritto dai Templari prima di scomparire, adattandolo ai suoi scopi. Il volume sarebbe stato in realtà un “manuale d’istruzioni”, indirizzato a futuri iniziati, per la rinascita dell’Ordine.

L’autore ha così immaginato che la rinascita si sia effettivamente realizzata, ma che poi le due anime del Tempio – quella cavalleresca e quella finanziaria – abbiano portato alla scissione in due schieramenti.

A determinare la supremazia dell’uno sull’altro, il possesso del Codice, conservato dal Custode che risiede oggi a Roma. La sua casa però viene svaligiata: i ladri lo feriscono gravemente e il volume sparisce insieme al resto della refurtiva. 

Scaricato nel giro dei venditori ambulanti di libri da un ricettatore che non ne ha compreso il valore, viene rubato dal Monaco, un domenicano scacciato dalla Chiesa per essere diventato schiavo della chiaroveggenza e della cartomanzia.

Ossessionato dalle Centurie, se ne impossessa, diventando a sua volta la preda inseguita dagli emissari dei due schieramenti.

E’ una caccia senza esclusioni di colpi, fra i colori e i suoni di una Roma d’inizio estate,  in un succedersi di momenti che trascinano i protagonisti verso il finale.

Lo sviluppo della storia è coerente e il romanzo risulta scorrevole e piuttosto avvincente. Ben gestita l’alternanza fra capitoli o paragrafi riguardanti tempi, luoghi e personaggi diversi. Non si perde il filo e si aggiungono informazioni progressive. Molto buone le descrizioni di Roma, che fanno capire atmosfere, tradizioni e tipicità caratteriali degli abitanti, anche a chi fosse di altra area geografica.

“Miglior attore non protagonista”, il Monaco, che ruba parte della scena al protagonista principale. Da semplice strumento, sembra quasi si sia imposto, chiedendo più spazio. Il finale lascia immaginare un possibile seguito.

 

Una barca in legno, un galleggiante, guanti palmati e alambicchi di rame, una gru girevole, uno scafandro per palombaro e la macchina volante con motore a balestra. Sono solo alcuni dei 52 straordinari modelli storici leonardeschi che insieme alla collezione di affreschi della Pinacoteca di Brera sono esposti alla mostra 'Leonardo da Vinci Parade', visitabile fino al 13 ottobre al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.

Si tratta della prima iniziativa realizzata in vista delle celebrazioni per il V centenario della morte di Leonardo da Vinci (1519-2019) per il programma "Milano e Leonardo" che prende il via ufficialmente il 2 maggio 2019. L'esposizione, curata dal Museo e realizzata in collaborazione con la Pinacoteca di Brera, servirà al museo per fare dei lavori di ammodernamento nella famosa Galleria Leonardo.

Si chiama 'Parade', come spiega Fiorenzo Galli, Direttore Generale del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, durante la conferenza stampa, "perché è una parata. E' la messa in mostra di due nostre grandi collezioni: una è quella legata a una cinquantina degli oltre 130 modelli storici, modelli interpretativi dei disegni di Leonardo; l'altra è una collezione di 29 strappi, affreschi, del fondo deposito di Brera, della scuola di Bernardino Luini, quindi sostanzialmente della scuola lombarda del 16esimo secolo. Sono importanti perché rappresentano la nascita del museo, nel 1953 questi affreschi vennero dati dalla direttrice di Brera al nostro fondatore Guido Ucelli, costituirono un deposito fondamentale per mettere in collegamento la scienza e la tecnologia rappresentata simbolicamente e non solo, dai modelli di da Vinci, con l'arte".

L'installazione è alquanto originale. In questa 'parade' i modelli "sono su una piattaforma, una sorta di palcoscenico con tutto attorno le luci della ribalta – spiega il curatore Claudio Giorgione – dove sono riuniti i modelli più antichi che oggi sono sopravvivono.

"Pochissimi i testi perché abbiamo voluto che fossero gli oggetti a parlare e solo 2 touch screen con le informazioni. Questo palcoscenico dialoga con la quadreria: i 29 affreschi che vanno dalla fine del 400 alla seconda metà del 500, strappati da molte chiese che oggi non esistono più". Tra questi, alcuni non sono esposti da decenni e particolarmente interessante è la Pala datata 1521. "Queste opere sono esposte su due grandi pareti a evocare le rastrelliere dei depositi museali – ha concluso Galli – con l'obiettivo di costituire una suggestiva quadreria che documenti chiese e conventi in molti casi scomparsi. Attraverso questi affreschi possiamo ricostruire una mappa virtuale degli anni in cui ci fu Leonardo". 

C’è ancora molta vita nascosta, se la vita è racconto, nella morte che l’Egitto protegge da millenni sotto esigui veli di terra. Cinque metri, non di più, ricoprivano il sarcofago di granito nero scoperto ad Alessandria mentre si spianava il suolo per costruire un palazzo. È una tomba di 30 tonnellate, di cui 15 il solo coperchio. Rimasta, forse per questo, intatta per più di duemila anni, poiché gli esperti l’hanno datata agli inizi del periodo tolemaico, che cominciò nel 323 prima di Cristo, passato il ciclone di Alessandro Magno.

Tre mummie decomposte e tanti misteri nella tomba alta un metro e 85, lunga 2 metri e 65, larga un metro e 65.  Già: a chi appartennero quei corpi cui l’acqua, infiltrata nel sarcofago, ha impedito di conservarsi meglio? Sembra siano tre guerrieri uccisi a colpi di freccia. Fossero stati soldati qualunque, non avrebbero meritato il dispendio e la gloria di 30 tonnellate di granito. Una storia importante e perduta può per ora soltanto immaginarsi.

Secondo Mostafa Waziry, che guida la massima autorità archeologica del Paese, i tre non appartenevano a una famiglia di sangue reale tolemaica né romana. Perché non maschere mortuarie né amuleti, né statuette né iscrizioni li accompagnarono nel viaggio della fine. C’è solo una testa di alabastro, ritrovata accanto al sarcofago. Rappresenta, forse, il volto di uno dei sepolti. Le analisi successive accerteranno età e cause precise della morte, strappando qualche parola significativa ai teschi inattesi della banale periferia metropolitana.

Non si paventa una “maledizione” vera o presunta, come quella della tomba di Tutankhamon, ai danni di archeologi e operai che hanno scavato. Oggi la vera maledizione è un’altra. Per l’Egitto tormentato è stato il colpo all’economia turistica determinato dai drammatici fatti degli ultimi anni. Ma sia il turismo sia le attività archeologiche segnano una vivacità che giustifica ottimismo. Mostafa Waziry ha ricordato che attualmente sono più di 260 le missioni al lavoro nel Paese. Oltre a quelle egiziane ci sono squadre italiane, francesi, tedesche, spagnole, belghe, olandesi, americane polacche, affiliate a centri di ricerca universitari o ad associazioni scientifiche anche in partenariati misti. Considerando che il Ministero delle Antichità non gestisce solo beni d’epoca faraonica ma monumenti copti, islamici, ebrei, forte è la probabilità di nuove appassionanti scoperte di ogni genere.

Serviranno al rilancio del turismo, ma continueranno purtroppo a nutrire il mercato antiquariale clandestino. Il traffico più recente è stato scoperto proprio con l’Italia, dove lo stesso Waziry è venuto nelle settimane scorse per riportare in patria i reperti trafugati.

Il sarcofago nero di Alessandria è stato intanto svuotato e sollevato. Troverà definitiva sistemazione nel sito museale Mustafa Kamel con le sue 30 tonnellate, mentre assai leggero, ma da riempire il mondo, è il fascino che l’ulteriore scoperta regala al museo immateriale delle storie da interrogare. 

All news è fake diceva McLuhan nel 1969. Fake News: regole e limiti dell’algoritmo è stato l’argomento dell’Atelier di Intelligenza Connettiva organizzato dall’Osservatorio TuttiMedia che si è svolto il 18 luglio alla FIEG. Franco Siddi presidente dell’Osservatorio TuttiMedia ha voluto riunire “Tutti i media” per un confronto sulla criticità dell’oggi: le bufale.

Giungla che per Gina Nieri (CDA Mediaset) e Fabrizi Carotti (direttore generale FIEG) va regolamentata. Due ore di confronto serrato fra due scuole di pensiero, da una lato la rete che deve essere libera e dall’altro i tanti abusi a danno della democrazia e della vita quotidiana dei cittadini.

L’europa con un gruppo di lavoro di cui fa parte Gina Nieri interviene sull’argomento con azioni mirate è in via di definizione una rete europea indipendente di verificatori di fatti.  

La differenza fra quelle che Maria Pia Rossignaud (direttrice di Media Duemila e vicepresidente OTM) definisce vecchi media e le nuove piattaforme fa sorridere Diego Ciulli (Manager, public policy Google) che afferma: “Abbiamo vent’anni e siamo già vecchi”. Parla di impossibilità di regolare l’abbondanza e sottolinea che Google non è in competizione con i media tradizionali e non è un social media: “Noi siamo d’accordo sulla regolamentazione e collaboriamo con FIEG e Agcom”.

Luigi Contu (direttore Ansa) e Marco Romano (vicedirettore responsabile del Giornale di Sicilia) da giornalisti hanno rivendicato il ruolo di responsabilità e di garanti della corretta informazione nei media in cui operano giornalisti che della loro attendibilità e correttezza devono rispondere anche ad un ordine professionale.

Rita Borioni (appena rieletta nel CDA Rai), riporta l’attenzione sull’educazione e la formazione rispetto ai quali il servizio pubblico deve svolgere un ruolo trainante. Di formazione necessaria parla anche Gino Roncaglia (filosofo e saggista).

Di notizia interpretata, condivisa ristrutturata dall’utente parlano Massimo Di felice (professore di sociologia a San Paolo) e Frieda Brioschi (tra i fondatori di Wikimedia Italia).

Angela Creta (AgID) sottolinea l’importanza del ruolo dei media nella costruzione dell’immaginario collettivo.

“È lo schermo che crea la menzogna – sostiene Derrick de Kerckhove (direttore scientifico Media Duemila/OTM) – perché è il posto dove realtà e finzione si mischiano”.  La digitalizzazione trasforma qualsiasi realtà in finzione come diceva McLuhan Ogni media è finzione. E’ il momento di soluzioni perché il mondo ha bisogno di verità e non possiamo delegare all’algoritmo il compito di garante della verità. Cultura e tecnologia non sono due mondi separati, riconoscere, identificare la falsità (spotting the falsehood) è una competenza sulla quale bisogna accendere i riflettori.”

D’accordo Franco Siddi (presidente OTM) che concludendo i lavori si è detto soddisfatto perché la vivacità del dibattito a più voci è già stato l’inizio di un percorso comune utile alla costruzione di un progetto a sostegno dell’informazione corretta a misura di utente e media.

Molti di quei morti si potevano evitare, se solo il bombardamento di Roma fosse stato portato a termine secondo i piani prestabiliti. Che non prevedevano che le bombe cadessero sui palazzi, o sulle tombe del Verano, o sulla basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Avrebbero dovuto piombare sulla Stazione Tiburtina, secondo snodo ferroviario della Capitale. Perché bloccare quella stazione avrebbe significato spezzare la colonna vertebrale dei trasporti ferroviari di tutta l’Italia, paralizzando le possibilità di manovra del principale alleato dei nazisti ed aprendo la strada alla Quinta Armata che avrebbe dovuto giungere a Roma di lì a qualche mese.

La campagna dei passi falsi

Invece no: il bombardamento di San Lorenzo, nel luglio di 75 anni fa, fu soprattutto il primo di una lunga serie di errori che costellarono le operazioni militari alleate lungo la Penisola. Una sfilza di passi falsi e cantonate che avrebbero portato ad impantanarsi sulle spiagge di Anzio e ad una marcia a passo di lumaca che si sarebbe conclusa quasi due anni dopo, nell’aprile del 1945.

Intanto a Roma quel primo errore era costato la vita a 1.500 persone, ma secondo altre stime furono il doppio.

A scoprire la verità, riferisce il Messaggero, uno storico romano andato a cercare negli archivi dell’Aeronautica militare americana, Lorenzo Grassi. Il risultato delle sue ricerche non lascia dubbi: secondo alcuni documenti e rapporti del 97th Bombardment Group degli Stati Uniti esisteva sì una area ritenuta l’obiettivo dell’incursione, ma “le bombe non furono limitate ad essa”. Dizione se si vuole non priva di ambiguità, ma che lascia intendere chiaramente come un conto fossero i piani militari, un altro la loro realizzazione e pratica.

Trecento metri troppo a nord

L’errore ammesso fu di circa 500 metri a ovest e 300 a nord rispetto all’area individuata. Quanto bastò per distruggere i palazzi di uno dei quartieri più popolosi della Capitale, e che solo per un soffio non sarebbe stato colpito ancor più duramente più tardi. Il 23 marzo del 194, infatti, la distruzione totale di San Lorenzo e di Testaccio venne disposta da Hitler come reazione all’attentato di via Rasella. Solo nelle ore successive l’ordine venne trasformato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Il Papa, il sangue ed una foto predatata

La storia ricorda quel bombardamento perché fu la prima azione bellica ad avere come teatro la Città Eterna in molti secoli. Ma c’è anche un altro episodio, ad esso collegato, che fece scalpore e avrebbe segnato i decenni successivi: la visita di Pio XII alla popolazione colpita. Fatto del tutto inaudito, il papa lasciò il Vaticano – lui, romano del quartiere Parione – per mescolarsi tra la gente di Roma, letteralmente abbracciandola e notoriamente rientrando tra le sacre mura con la veste bianca macchiata di sangue. Commenterà un grande storico, Federico Chabod, che quel giorno “la Chiesa emerse dalle macerie con la stessa autorevolezza che aveva ai tempi delle invasioni barbariche”.

Famosa la fotografia del pontefice che allarga le braccia in posa quasi ieratica davanti alla folla.

Ora, quella foto non venne scattata quel giorno. Venne fatta meno di venti giorni più tardi, quando su Roma e sul quartiere di San Giovanni tornarono a piovere le bombe degli alleati. La confusione tra i due momenti venne aiutata all’epoca  anche dal fatto che il regime, fino al 25 luglio, avrebbe mantenuto un qual certo controllo sulla stampa, e la sortita del Papa (mentre Mussolini era a Feltre a vedersi con Hitler e Vittorio Emanuele si rintanava nelle cantine del Quirinale) non era vista di buon occhio. Quindi niente documentazione fotografica. Ma il 13 agosto, giorno delle bombe su San Giovanni, l’uno era al Gran Sasso e l’altro a Villa Savoia. Lo scatto potè circolare, ed essere alla fine predatato. Venti giorni, in fondo, non sono la Storia. 

È straordinaria sì, la scoperta del piccolo frammento dell'Odissea sulla tavoletta di argilla dissepolta nei pressi del sito greco di Olimpia. Straordinaria perché si tratta della più antica testimonianza scritta su materiale duro (se sklirì yli​, confermano  ad Atene) del poema di Omero. E' databile a epoca romana, probabilmente prima del III secolo dopo Cristo, secondo l'équipe di archeologi che l'ha trovata dopo scavi durati tre anni.

All'Agi, fonti del Ministero della Cultura greco ribadiscono il valore della scoperta annunciata dal dicastero stesso due giorni fa, anche dopo le perplessità sollevate da qualcuno circa la vetustà del ritrovamento. Chiariscono infatti di non avere affermato che si tratti del frammento più antico in assoluto dell'Odissea – esistono papiri risalenti al III secolo avanti Cristo – ma del primo su una tavoletta. (Il Ministero non esclude di emanare un comunicato con ulteriori dettagli).

La scoperta è frutto delle fatiche del Servizio archeologico greco, assieme all’Istituto Archeologico Germanico e a studiosi delle università di Darmstadt, Tubinga e Francoforte, nell'area del santuario di Zeus a Olimpia, nel Peloponneso.

I tredici versi sono parte del Libro XIV dell'Odissea, quello del commovente incontro fra Ulisse tornato a Itaca sotto false sembianze e il fido, ospitale porcaro Eumeo, il quale pensa di trovarsi al cospetto di un guerriero cretese disperso per lo strategico inganno favorito da Atena. Si prepara la vendetta di Odisseo sui Proci usurpatori della sua reggia e dei suoi beni.