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AGI – Il mondo della musica e quello del cinema piangono il più amato compositore di musiche per il cinema, Ennio Morricone. In settant’anni di carriera ha composto 500 colonne sonore, venduto 70 milioni di dischi e vinto due Oscar (uno alla carriera e l’altro per ‘The Hateful Eight’ di Quentin Tarantino nel 2016), tre Grammy, quattro Golden Globe, un Leone d’Oro alla carriera, cinque Bafta tra il 1979 e il 1992, 10 David di Donatello, 11 Nastro d’Argento, due European Film Awards e un Polar Music Prize.

Una carriera, quella del compositore romano, sempre all’insegna del continuo perfezionamento: “Non credo di essere un narcisista e ritengo che il successo sia un evento provvisorio ed è duro, molto duro, confermarlo nel tempo”, aveva spiegato in un’intervista. “Ogni volta che penso di aver fatto il massimo, so che si puo’ ancora fare meglio”. Sempre generoso, Morricone scrisse le colonne sonore delle pellicole d’esordio di una decina di registi destinati a diventare protagonisti del cinema italiano (e non solo): da Lina Wertmuller (‘I basilischi’, 1968) a Marco Bellocchio (‘I pugni in tasca’, 1965), da Silvano Agosti (‘Il giardino delle delizia’, 1967) a Liliana Cavani (‘Galileo’, suo primo film per il cinema del 1968), da Salvatore Samperi (‘Grazie zia’, 1968) a Roberto Faenza (‘Escalation’, 1968), da Alberto Bevilacqua (‘La califfa’, 1970) a Dario Argento (‘L’uccello dalle piume di cristallo, 1970) fino a Carlo Verdone (‘Un sacco bello’, 1980). Senza contare che sono sue le musiche delle opere seconde di registi come Bernardo Bertolucci (‘Prima della rivoluzionè, 1964), Sergio Leone (‘Per un pugno di dollari’, 1964) o Terrence Malick (‘I giorni del cielo’, con cui vinse l’Oscar per la miglior regia nel 1978).

Nato a Roma il 10 novembre 1928, originario di Arpino, in provincia di Frosinone, Morricone ha vissuto da protagonista le grandi stagioni della cinematografia e della discografia italiana, passando con disinvoltura e sapienza dai set di Cinecittà agli studi di Rca, dagli ‘spaghetti western’ che tanto devono alle sue musiche agli arrangiamenti di oltre 500 canzoni, lavorando con artisti del calibro di Paul Anka, Chet Baker e Mina (sue le note di ‘Se telefonando’ di Costanzo).

Compositore, musicista e direttore d’orchestra con una formazione e diploma da trombettista, a partire dal 1946 ha composto oltre 100 brani classici e ha scritto le musiche di più di 500 tra film e serie tv, oltre che opere di musica contemporanea. La sua carriera come arrangiatore per il cinema inizia nel 1955 e cinque anni dopo, nel 1961, firma la sua prima colonna sonora per il film ‘Il federale’ di Luciano Salce.

La fama internazionale arriva con gli ‘spaghetti western’ di Sergio Leone (‘Per un pugno di dollari’ del 1964, ‘Per qualche dollaro in più’ del 1965 e ‘Il buono, il brutto e il cattivo’ del 1966) che gli darà grande fama. Con Sergio Leone firmerà anche ‘C’era una volta il West’ e ‘C’era una volta in Americà. Ma è tutto il western all’italiana ad essergli debitore, tra cui Duccio Tessari e Sergio Corbucci, con titoli come ‘Una pistola per Ringo’, ‘La resa dei conti’, ‘Il grande silenzio’, ‘Il mercenario’, ‘Giù la testà, ‘Il mio nome è Nessuno’.

E’ autore di colonne sonore, tra i tantissimi, per Bernardo Bertolucci (‘Prima della rivoluzione’ del 1964 e ‘Partner’ del 1968), Marco Bellocchio (‘I pugni in tasca’ del 1965 e ‘La Cina è vicina’ del 1967), Vittorio De Seta (‘Un uomo a metà’ del 1966), Giuseppe Patroni Griffi (‘Un tranquillo posto di campagna’ del 1968 e ‘Metti una sera a cena’ del 1969), Pier Paolo Pasolini (‘Uccellacci e uccellini’ del 1966 e ‘Teorema’ del 1968), Gillo Pontecorvo (‘La battaglia di Algeri’ del 1966 e ‘Queimada’ del 1969), Carlo Lizzani (‘Mussolini ultimo atto’ del 1974) e Dario Argento (‘L’uccello dalle piume di cristallo’ del 1970, ‘Il gatto a nove code’ del 1971 e ‘Quattro mosche di velluto grigio’ del 1972 ). Ha scritto musiche anche per tantissimi registi internazionali, da John Carpenter a Brian De Palma, da Barry Levinson a Mike Nichols, da Terrence Malick a Roman Polanski, da Oliver Stone a Quentin Tarantino.

Ha scritto colonne sonore per oltre 60 pellicole che hanno vinto premi tra cui molte premiate all’Academy Award come ‘I giorni del cielo’, ‘Mission’, ‘The Untouchables – Gli intoccabili’, ‘Nuovo Cinema Paradiso’, ‘C’era una volta in America’, ‘The Hateful Eight’. Negli anni Settanta la sua fama è tale che viene chiamato a scrivere il tema ufficiale dei mondiali di calcio d’Argentina del 1978. L’anno successivo arriva la prima candidatura all’Oscar con ‘I giorni del cielo’ di Terrence Malick. Prima delusione a cui faranno seguito altre cinque: ‘Mission’ di Roland Joffè nel 1987 (il più doloroso per lui che commento’: “A quelle musiche tenevo particolarmente. Invece l’Oscar lo prese Herbie Hancock per ‘Round Midnight’. Per carità: non discuto l’artista, ma non erano neanche tutte composizioni originali”), ‘Gli intoccabili’ di Brian De Palma l’anno successivo, ‘Bugsy’ di Barry Levinson nel 1992, ‘Malena’ di Giuseppe Tornatore nel 2001.

Nel 2007 l’Academy gli dà l’Oscar alla carriera che gli viene consegnato da Clint Eastwood. Il 26 febbraio 2016 il nome di Ennio Morricone viene scritto sulla stella numero 2574 nella celebre Hollywood Walk of Fame. E’ il preambolo al successo tanto ambito e inseguito (e meritato) che arriva, annunciato, il 29 febbraio 2016: nella notte degli Oscar di Los Angeles trionfa al sesto tentativo nella categoria miglior colonna sonora per le musiche ‘Hateful Eight’ di Quentin Tarantino (che ha creato per lui anche un preludio di dieci minuti su schermo rosso).

Ennio Morricone era Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana dal 27 dicembre 2017, nonchè accademico effettivo dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e socio dell’associazione Nuova Consonanza impegnata in Italia nella diffusione e produzione di musica contemporanea. Un artista internazionale che non ha mai sentito il fascino di emigrare all’estero malgrado le molte ‘sirene’. Una sua dichiarazione di qualche anno fa spiega bene il personaggio: “Una volta il produttore Dino De Laurentiis mi offri’ una villa bellissima a Los Angeles – racconto’ – ma rifiutai. Non avrei mai potuto abbandonare Roma. E’ la città dove sono nato, dove sono cresciuto, a cui si legano moltissimi ricordi. Credo che non potrei vivere in nessun’altra città del mondo”. 

AGI – Chi si commuove ascoltando le note che Ennio Morricone scrisse per ‘Mission’, magari non sa di aver ballato su quelle arrangiate dal grande maestro per alcuni brani pop cosi’ famosi da essere entrati nella storia del costume italiano. E’ il caso di ‘Guarda come dondolo’ e ‘Abbronzatissima’, parte del felice sodalizio con Edoardo Vianello. Perchè, colonne sonore a parte, non è minore l’attività di Morricone sul fronte del pop italiano, in qualità di compositore e arrangiatore. La prima collaborazione risale al 1958 quando arrangia “Buon Natale a tutto il mondo” di Domenico Modugno. Nel 1961, lo stesso anno in cui le sue colonne sonore debuttano al cinema accompagnando le sequenze de “Il federale” di Luciano Salce, compone “Faccio finta di dormire” e “Cicciona Cha Cha” per Vianello.

L’anno dopo, è quindi il 1962, prosegue l’attività con Salce nei film “La voglia matta”, “La cuccagna”, e anche con Vianello per il quale arrangia il 45 giri “Pinne fucile ed occhiali/Guarda come dondolo” e “Abbronzatissima”; per quanto riguarda la composizione pop è invece la volta di altri due giganti del cantautorato italiano: Luigi Tenco, per il quale arrangia le musiche di “Quello che conta” e Gianni Morandi per il quale compone “Go-Kart Twist”. Nel 1963, parallelamente al lavoro con Lina Wertumuller per “I basilischi”, compone “Pel di carota” per Rita Pavone e “Nel corso” di Gino Paoli, per il quale arrangerà anche “Sapore di sale” l’anno dopo, cui testo è proprio della Wertumuller in un crossover di artisti del panorama culturale italiano del massimo livello.

Il 1964 al cinema è l’anno della consacrazione: escono ben nove musicati da Morricone e tra questi “I maniaci” di Lucio Fulci, “I marziani hanno 12 mani” della coppia Castellano e Pipolo, “Prima della rivoluzione” di Bernardo Bertolucci ma, soprattutto, “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, tra l’altro suo compagno alle elementari, grazie al quale si aggiudicherà il primo Nastro D’Argento. In radio quell’anno pero’ viene suonata “Domani prendo il mio treno” di Paul Anka.

Per quanto riguarda la musica leggera italiana è il 1966 l’anno in cui regala due perle destinate a rimanere per sempre nella storia del genere. Come successo per “Nel corso” di Paoli, si parla di due corto circuiti stimolati dall’incontro di piu’ artisti di primo piano. Nel primo caso si tratta di “Se telefonando”, canzone composta come sigla della terza stagione della trasmissione “Studio Uno”. A cantarla è Mina; il testo è di Maurizio Costanzo e del drammaturgo e critico letterario Ghigo De Chiara; ma i fiati del brano sono un’idea di Morricone che, racconterà, si era lasciato ispirare dalle sirene della polizia di Marsiglia.

Ma il 1966 è l’anno di un altro incontro artistico che resterà storico: “Uccellacci uccellini”, brano composto per i titoli di testa dell’omonimo film diretto da Pier Paolo Pasolini (autore delle parole del brano), film che tra l’altro vanta l’ultima interpretazione da protagonista di Toto’. A cantarla è Domenico Modugno, che nella storia della nostra musica in qualche modo segnerà il passaggio dalla canzonetta al pop per come lo conosciamo oggi.

Da ricordare, sempre nel ’66, il contributo come arrangiatore al 45 giri “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones/Se perdo anche te” che consacrerà Gianni Morandi. Negli anni successivi saranno diversi gli impegni nel pop di Morricone, ma è nel biennio 1968/69, mentre prosegue naturalmente un’intensissima attività per il cinema con registi del calibro di Corbucci, Comencini, Petri e ancora Bertolucci, Pasolini e Leone, che il maestro collabora a tre brani con Sergio Endrigo: “Canzone per la libertà”, “Filastrocca vietnamita” e “Una breve stagione”, i cui testi sono firmati da intellettuali come Luciano Lucignani, Sergio Bardotti e Leoncarlo Settimelli.

Negli anni ’70 il nome di Ennio Morricone è già di livello internazionale, non è un caso infatti che il decennio, che culminerà nel ’79 con la sua prima candidatura agli Oscar per “I giorni del cielo”, si apra con una collaborazione d’eccellenza con la cantautrice statunitense Joan Baez per la quale scrive la musica di “Here’s to You”, inserita nella colonna sonora del film ‘Sacco e Vanzetti’ e che in italiano verrà cantata da Gianni Morandi col titolo “Ho visto un film”. L’attività pop di Ennio Morricone si concluderà nel 1989 con un altro grande della nostra musica, Zucchero, per il quale compone la musica di “Libera l’amore”, il brano che chiude “Oro Incenso & Birra”. 

AGI – E’ Sandro Veronesi il vincitore della 74esima edizione del Premio Strega con 200 voti con ‘Il colibrì’ (La nave di Teseo). Nessuna sorpresa, dunque: il suo romanzo ha infatti nettamente prevalso sugli altri libri in gara per il premio più prestigioso della letteratura italiana, a partire dal secondo classificato, Gianrico Carofiglio col giallo ‘La misura del tempo’ (Einaudi), 132 voti. Terza classificata Valeria Parrella con ‘Almarina’ (Einaudi), 86 voti. Al quarto posto Gian Arturo Ferrari con ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli), 70 voti, davanti a Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori), 67 voti e al sesto classificato Jonathan Bazzi con ‘Febbre’ (Fandango Libri), 50 voti. Hanno votato in 605 su 660 aventi diritto al voto.

Il vincitore del #PremioStrega2020 è Sandro Veronesi con «Il colibrì» @lanavediteseo
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— PremioStrega (@PremioStrega)
July 2, 2020

Per Veronesi è il secondo Premio Strega su due partecipazioni, nel 2006 lo scrittore fiorentino aveva vinto per la prima volta con ‘Caos calmo’. Prima di Veronesi solo a Paolo Volponi era riuscita l’impresa di vincere per due volte il più ambito premio letterario italiano.  

‘Il colibrì’, il volo di Veronesi verso l’Uomo del Futuro

​“Ho capito, all’improvviso, che tu sei davvero un colibrì. Ma certo. E’ stata un’illuminazione: tu sei davvero un colibrì. Ma non per le ragioni per cui ti è stato dato questo soprannome: tu sei un colibrì perché come un colibrì metti tutta la tua energia per restare fermo. Settanta battiti d’ala al secondo per rimanere dove già sei. (…) La tendenza del cambiamento, anche quando è probabile che non porti a nulla di meglio, fa parte dell’istinto umano, e tu non la concepisci”.

Il volo del ‘Colibrì’ è iniziato a fine 2019 quando è arrivato il libreria, pubblicato da La Nave di Teseo, l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, che è diventato in breve tempo uno dei libri più venduti in Italia e ospite fisso della top ten delle classifiche letterarie. Un volo trionfale che si è concluso (per ora) sul tetto del Premio Strega conquistato per la seconda volta dallo scrittore toscano (dopo ‘Caos calmo’).

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July 2, 2020

Un libro doloroso, dove il lutto diventa protagonista e al contempo motore della storia. Veronesi, come nel magnifico ‘Caos calmo’, fa del rapporto padre-figlia il motivo centrale del tutto. La morte diventa presenza costante, ma non necessariamente negativa. Anzi: il lutto, dopo essere stato elaborato e superato, è motivo di ripartenza e di ottimismo. E dà modo all’autore di immaginare il mondo che verrà (il finale si svolge nel 2030) in cui l’Uomo del Futuro rappresenterà, difenderà e porterà avanti con successo i valori più importanti quali solidarietà, rispetto per l’ambiente, rispetto per l’umanità… 

Il colibrì’ però non è un libro utopico. E’ la storia di un uomo, un medico, della sua vita segnata da una serie di lutti. Perdite importanti che supera concentrandosi sul lavoro, sulla famiglia (che pure si disgrega), sulla figlia. E proprio il rapporto con questa, ossessionata da un filo immaginario (e poi tradita da uno reale) che rappresenta, non solo metaforicamente, l’attaccamento della ragazza alla vita, è il cuore del romanzo. E quando il filo si spezza ‘Il colibrì’, il romanzo, prende il volo.

Nella prima parte, infatti, il protagonista, l’oculista Marco Carrera, deve affrontare la moglie con cui è in crisi, il fratello con cui ha litigato, l’amico che tutti considerano uno iettatore, l’amante con cui non è mai andato a letto. Poi l’evento spartiacque che fa decollare il romanzo, l’urgenza di superarlo e l’avvento dell’Uomo del Futuro che dà un significato diverso e positivo all’esistenza. Grazie a lui e alla catarsi seguita alla grande partita di poker finale, il ‘colibrì’, il protagonista questa volta, tornerà a volare, la vita di Marco Carrera tornerà ad avere senso. 

Utilizzando l’espediente narrativo dei salti nel tempo, in un percorso alternato che va in ordine sparso dagli anni ’60 al 2030, passando dalla narrazione alle lettere al dialogo diretto fino allo scambio di sms, Veronesi rende dinamico il romanzo, creando suspense e aspettative e, al contempo, presentando e approfondendo i vari personaggi del racconto.  Tutti parimenti importanti e allo stesso tempo tutti di contorno nella vita di Marco Carrera che alla fine si concentra e trova il senso vero dell’esistenza prima nella figlia e poi nell’Uomo del Futuro.

Meno di cinque anni fa un gruppo di editori, autori, amici ha deciso di fondare una nuova casa editrice. Eco la battezzò @lanavediteseoed.
Tra noi c’era @SandroVeronesi che questa notte è entrato nella storia vincendo per la seconda volta @PremioStrega con #IlColibrì. pic.twitter.com/QhCniMNTmr

— Elisabetta Sgarbi (@bettywrong)
July 2, 2020

Una soluzione che arriva paradossalmente da un amico psicanalista, al termine di un lungo viaggio in cui Marco Carrera-Veronesi esprime la sua opinione negativa sulla psicanalisi e sull’effetto che fa sulle persone. Nello specifico parla di tutte le donne della sua vita, da sua madre a sua sorella Irene, “per proseguire via via con amiche, fidanzate, colleghe, mogli, figlie, tutte, ma proprio tutte, sarebbero sempre state governate da disparate tipologie di terapia analitica” che avrebbero avuto conseguenze su di lui, vittima di quella che definisce “psicanalisi passiva”.

Interessante, alla fine del libro, l’elenco dei debiti che lo scrittore fa. Un po’ forse autocompiacendosi per citazioni o riferimenti dotti. Che vanno da un racconto di Beppe Fenoglio (definisce il suo capitolo “non semplicemente ispirato, ma una cover vera e propria”) a Mario Vargas Llosa, da Federico Fellini alla cantante Joni Mitchell, da Fabrizio De André al filosofo occasionalista olandese del XVII secolo Arnold Geulincx. 

@andreacauti

AGI – Sandro Veronesi fa il bis e con ‘Il Colibrì‘ vince per la seconda volta il Premio Strega. Con 200 voti il romanzo pubblicato da ‘La nave di Teseo’ si porta a casa l’annunciato trionfo nella 74esima edizione del premio in un Ninfeo semideserto per le restrizioni imposte dalla pandemia, staccando di 68 voti il giallo di Gianrico Carofiglio ‘La misura del tempo’. Prima di Veronesi solo a Paolo Volponi era riuscita l’impresa di vincere per due volte il più ambito premio letterario italiano. Nel 2006 lo scrittore fiorentino aveva vinto per la prima volta con ‘Caos calmo’. 

Dietro a Sandro Veronesi e Gianrico Carofiglio, la ‘La misura del tempo’ (Einaudi) ha ottenuto 132 voti, si sono classificati Valeria Parrella con ‘Almarina’ (Einaudi), 86 voti, Gian Arturo Ferrari con ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli), 70 voti, e Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori), 67 voti. Sesto classificato Jonathan Bazzi con ‘Febbre’ (Fandango Libri), 50 voti. Hanno votato in 605 su 660 aventi diritto al voto.

AGI – Schloss Meseberg, il castello di Meseberg, è la residenza che il Governo tedesco riserva agli eventi speciali con ospiti internazionali. E’ un palazzo barocco che si trova a 65 chilometri a nord di Berlino, nello stato del Brandeburgo, in una tenuta vicino alla città di Gransee nel circondario rurale dell’Oberhavel a sud-est del lago Huwenowsee. Qui, esattamente due anni fa, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Macron firmarono la loro prima dichiarazione comune, un documento che rinsaldava l’asse franco-tedesco gettando le basi per le future riforme dell’Ue.

Regalo del principe Heinrich all’amato Kaphengst

Interessante la storia di questo castello, costruito nel 1739 dalla famiglia Wartensleben, dopo essere passata alla famiglia von der Gröben, nel 1774 fu acquistato insieme alle terre adiacenti dal principe Enrico di Prussia (Friedrich Heinrich Ludwig), che risiedeva nel vicino palazzo Rheinsberg. Con Enrico, tredicesimo figlio del re Federico Guglielmo I di Prussia e della principessa Sophia Dorothea di Hannover e fratello di quello che sarebbe diventato re Federico II di Prussia, il castello assunse le caratteristiche sfarzose che tuttora presenta. Merito del maggiore Christian Ludwig von Kaphengst, amante del principe, che per volontà dello stesso Federico II fu mandato a vivere nello Schloss Meseberg per allontanarlo dalla corte di Rheinsberg ed evitare uno scandalo.

Dal 1775 Kaphengst visse dunque nel castello e lo arredò e decorò sontuosamente a spese di Enrico di cui era il favorito, commissionando affreschi sul soffitto a Bernhard Rode, tra cui uno raffigurante un’apoteosi del principe Enrico (uno dei massimi generali di Federico II, che ha guidato gli eserciti prussiani nelle guerre di Slesia e nella guerra dei sette anni senza perdere mai una battaglia). Schloss Meseberg è stato ampliato con la costruzione di ulteriori edifici, comprese le stalle. Sotto Kaphengst e i suoi successori, il giardino barocco fu ingrandito mentre Peter Joseph Lenné ne progettò un altro all’inglese che bordava gran parte della riva del lago.

Dagli editori di Vossische Zeitung a Goering

La vicenda del castello si è poi arricchita di altri passaggi storici importanti, a partire dall’acquisto della proprietà da parte della famiglia Lessing, proprietaria del quotidiano ‘Vossische Zeitung’, storico giornale della borghesia liberale di Berlino che proseguì le sue pubblicazioni dalla fine del XVIII secolo al 1934. Con l’avvento del nazismo la famiglia Lessing non perse solo il giornale, ma anche Schloss Meseberg: il castello, infatti, fu acquisito con la forza da Hermann Goering prima di essere occupato dall’armata sovietica nel 1945. Diventato di proprietà della Germania Est, il castello fu usato per ospitare un negozio di alimentari e le stanze di una scuola, il che lo preservarono dalla demolizione. I tedeschi dell’Est volevano trasformare il castello in un centro conferenze per l’Accademia delle Scienze, ma non è mai stato realizzato un piano per restaurare il palazzo fatiscente. 

Il restauro della Fondazione Messerschmitt

Solo dopo la riunificazione della Germania e l’acquisto del castello nel 1995 da parte della ‘Fondazione Messerschmitt’, dedicata alla conservazione dei monumenti storici, Schloss Meseberg è stato finalmente restaurato: ci sono voluti 11 anni e più di 30 milioni di dollari per rimettere a nuovo l’edificio, riportando all’antico splendore le sue semicolonne ioniche e il tetto a mansarda. Nel 2004, la ‘Fondazione Messerschmitt’ ha accettato di affittare il palazzo al Governo federale tedesco per 20 anni, per un affitto annuale simbolico di un euro.

Dal 2007 il castello è residenza del Governo

Successivamente il Governo ha speso 17 milioni di dollari per installare apparecchiature di sicurezza e comunicazione e acquistare mobili e dipinti d’epoca. Dal 2007 Schloss Meseberg è diventato una delle residenze del cancelliere tedesco: qui il Governo tiene regolarmente il suo conclave di gabinetto e la cancelliera Angela Merkel riceve e ospita i politici internazionali. 

AGI – È morto il designer che inventò il logo “I Love NY” e rivoluzionò la grafica negli anni ‘60, creando l’immagine iconica di Bob Dylan con i capelli psichedelici. Milton Glaser ha avuto un infarto, ma già soffriva di problemi renali.

Nato nel Bronx nel ‘29, cresciuto studiando arte anche in Italia, viveva a New York dove è morto ieri, nel giorno del suo compleanno: compiva 91 anni. Il suo nome resterà per sempre tra gli artisti che catturarono lo spirito del tempo degli anni ‘60 e ‘70 e della città più amata al mondo. Il logo “I Love NY”, realizzato utilizzando caratteri tipografici della classica macchina da scrivere, e il cuore al posto della parola “love”, venne creato nel ‘77 per rilanciare l’immagine di una città ferita dalla crisi e dalla criminalità. In poco tempo diventò un’immagine iconica a livello planetario. Il “cuore” è stato utilizzato per milioni di altri messaggi.

Glaser, assieme al team con cui lo realizzò, lo fece gratuitamente, omaggio a New York. L’identificazione con la città fu talmente forte che dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001, Glaser aggiornò il logo. “Sentii – aveva raccontato in un’intervista – che dovevo fare qualcosa per dare una mano. Quando hai un infarto, una parte del cuore muore per sempre ma rivaluti le persone che hai attorno”. Aggiunse al logo una striscia nera con la scritta: “Ora più che mai”. E fu un altro successo.

Grazie a Glaser venne rivoluzionata anche la grafica musicale e l’idea di poster: era il ‘66 quando creò l’immagine pop arcobaleno di Dylan, per la copertina dell’album-raccolta dei suoi “Greatest Hits”. “Con lo sviluppo della televisione – aveva spiegato nel 2009 – dovevamo inventarci qualcosa di rivoluzionario”. E così fu, al punto che l’immagine iconica di Dylan, con i colori e le forme ondulate, è finita nei musei di arte contemporanea. “Ma io ho sempre considerato lavoro, non arte, ciò che facevo“, aveva ricordato di recente. Un lavoro che sapeva prendere, però, spunto proprio dall’arte: le onde di colori psichedelici, aveva confessato Glaser, furono ispirati da un’opera di Marcel Duchamp e dell’arte islamica. (AGI)

AGI – La frase “Whatever it takes”, (“costi quel che costi”, ndr), usata da Mario Draghi alla guida della Bce durante la crisi economica del 2012 – per definire in modo non equivocabile dai mercati il ruolo della Banca centrale europea nella difesa dell’euro – entra nel lessico digitale della Treccani.

L’Istituto della Enciclopedia Italiana pubblica oggi un percorso linguistico che colloca nel tempo e fissa il significato storico, sociale e culturale dell’espressione che ha scandito la fase culminante della carriera istituzionale di Draghi in veste di governatore della Banca Centrale Europea, dopo esserlo stato della Banca d’Italia.

Oggi questa frase è tornata in evidenza, sia nei discorsi dei rappresentanti politici sia degli operatori economici e dei media, anche come marcatore linguistico-temporale legato alla recente emergenza sanitaria da Covid-19. Il lavoro della redazione digitale Treccani, spiega l’Istituto, conferma “anche in campo linguistico lo straordinario ruolo giocato in campo economico, politico e istituzionale da Mario Draghi, definito al termine del suo mandato da numero uno della Bce ‘il più importante uomo di stato europeo dell’ultimo decennio'”. 

AGI –  Il castello di Weimar, un sontuoso edificio seicentesco classificato come “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, non fu progettato dal capomastro Giovanni Bonalino, come gli storici avevano finora creduto, bensì dall’architetto e diplomatico fiorentino Costantino de’ Servi, che dalla Germania forniva ai Medici informazioni sulle corti che lo ospitavano.  La scoperta, un raro “scoop” storico,  è stata fatta da un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, Davide Martino, e diffusa in questi giorni attraverso la pubblicazione di un articolo accademico in Germania.

Il Residenzschloss di Weimar fu originariamente costruito alla fine del Decimo secolo e fino al 18/mo secolo è stato la residenza ufficiale dei Duchi che governavano la Sassonia-Weimar, un ampio territorio nella storica regione della Sassonia, l’attuale Turingia. Quando una parte del castello fu distrutta da un incendio nel 1618, fu ricostruito nello stile italiano, ma non sulla base di un progetto del capomastro Bonalino, come finora dato per assodato, bensì sui disegni di De’ Servi, come ha scoperto lo studioso italiano nel corso di una ricerca all’archivio di Firenze.

Spulciando fra le lettere che l’architetto-diplomatico inviava ai suoi committenti, i Medici, Martino ha trovato la descrizione del nuovo progetto per il palazzo sul quale stava lavorando. L’idea, poi realizzata, era quella di trasformare in una fortezza rettangolare quello che restava delle precedenti costruzioni medievali e rinascimentali, con tanto di sala da ballo, un arsenale, una zecca, le stalle, una chiesa e alcuni laboratori.  Lo storico ha quindi cercato il disegno originariamente attribuito a Bonalino, non firmato, e lo ha trovato identico alla descrizione contenuta nelle lettere di De’ Servi. La scoperta viene pubblicata oggi nella rivista storica tedesca Zeitschrift für Kunstgeschichte.

Costantino de’Servi – spiega lo studioso secondo quanto riporta una nota dell’Università di Cambridge – ha passato molto tempo a Praga, Londra, l’Aia e altre importanti corti straniere, scrivendo lettere per aggiornare Firenze sugli ultimi avvenimenti: in quei tempi molto precedenti alla veloce diffusione delle notizie, era importante per i governanti inviare persone di fiducia in luoghi strategici per sapere che cosa stava succedendo negli altri paesi”.

Quando il palazzo fu semidistrutto dalle fiamme nel 1618, era un momento di gravi tensioni politiche e religiose nel Sacro romano impero e la regione era sull’orlo di una guerra. Secondo la ricostruzione dello storico, in piena rivolta protestante in Boemia per estromettere la famiglia cattolica che governava, il duca di Weimar Johann Ernst volle che il castello e la corte fossero ricostruiti nello stile fiorentino che era di moda in quel momento.

Per questo scrisse a Cosimo II, il Granduca cattolico di Toscana, per chiedere che un architetto fosse inviato per ridisegnare il palazzo. Cosimo II era preoccupato che il Duca si schierasse con la causa protestante e colse l’occasione per inviare de ‘Servi anche come suo informatore. “De ‘Servi aveva precedentemente dimostrato di essere in grado di raccogliere informazioni preziose e di agire come agente diplomatico informale – spiega ancora il giovane storico italiano, ora impegnato in un dottorato sempre a Cambridge –  Nel 1603 la sua abilità artistica e il talento di ritrattista gli avevano permesso di avvicinarsi al riservatissimo imperatore Rodolfo II a Praga e in seguito era anche riuscito ad avere un accesso altrettanto raro alla corte di  Enrico Stuart. Ora, la richiesta da parte del duca di Weimar di un architetto diede a Cosimo II l’opportunità di inviare un cortigiano e un informatore fiorentino vicino all’epicentro della rivolta boema.”     

Costantino ebbe quindi la duplice funzione di architetto e “spia”, ma cercò invano di convincere il Duca a non farsi coinvolgere nel conflitto: questi si unì alla causa protestante e sostenne militarmente l’elettore palatino Federico V, che poi sarebbe stato incoronato Re di Boemia dai ribelli. Nel 1620 la ribellione fu soffocata dagli Asburgo e il duca privato del titolo. Il ducato di Sassonia-Weimar fu rilevato dal fratello che curò il completamento del progetto fiorentino per il castello.

Nel 1774  anche il “nuovo” castello subì un incendio, in seguito al quale fu ricostruito in gran parte sulla base del progetto De’ Servi. La facciata ricostruita e tutto il palazzo sono ancora visibili oggi, e dal 1998 l‘Unesco gli ha attribuito il titolo patrimonio mondiale. 

AGI – La scuola di pittura dell’accademia di Brera racconta il lockdown con una mostra ‘Riflesso Riflessioni autoritratto allo specchio al tempo del coronavirus’.

Una esposizione on-line di una settantina di artisti che si rivela come un primo esito visivo del tema di ricerca dell’anno accademico: “Si può fare altrimenti…” che ha indagato sul significato e la funzione della pittura contemporanea – spiegano dall’Accademia – partendo dai presupposti di necessità, passione ed impegno mettendo in discussione il sistema dell’arte, la formazione e il ruolo delle istituzioni in un Paese che detiene i due terzi del patrimonio artistico mondiale. 

Il completamento di questa indagine si espleterà nel primo semestre del prossimo ciclo di studi e vedrà il suo compimento nel corso di una performance in cui le tesi elaborate da questa Scuola verranno affisse sul portale della Chiesa di Santa Maria di Brera. 

“L’attuale periodo di isolamento provocato dal Covid 19 – viene spiegato – ha forzatamente contribuito a sviluppare in tutti noi particolari momenti di riflessione sul nostro ruolo di intellettuali, nonché sulle plurime componenti di diversità che ci connotano sia nella sovrastruttura sociale che nel contesto delle Accademie di Belle Arti. 

Tali differenze, la storia ci è testimone, hanno contribuito allo sviluppo di una particolare dialettica tra le arti, le scienze e le lettere all’interno di un palazzo, il primo politecnico europeo, che dal secolo dei lumi è animato da personaggi che hanno segnato le epoche italiane ed internazionali. 

Consci di tali pregressi ci adoperiamo per  seguirne adeguatamente le orme perpetuando quotidianamente, con il pensiero e con la mano, la pratica della pittura”.

Sugli scaffali ci sono più libri sugli scrittori di quanto senno del poi ci sia nelle fosse, ma quanti autori si sono davvero presi la briga di raccontare non il mondo intorno al proprio ombelico quanto piuttosto quell’incantevole universo in cui si muovono loro, i loro eroi e i loro lettori? Ecco: Carlos Ruiz Zafon era uno dei pochi. Anzi, è l’unico ad aver scritto sui libri un romanzo tecnicamente perfetto, perché perfetto è l’inganno in cui guida il lettore. La convinzione di muoversi in un thriller gotico e la scoperta di essere stati ammaliati da una delle passioni più travolgenti: quella per la lettura.

Sul suo romanzo più celebre – ‘L’ombra del vento’ – sono stati scritti fiumi di parole: dalle recensioni, alle tesi di laurea. E tutti a indagare su quale fosse la vera stregoneria che ha incantato milioni – letteralmente milioni – di persone intorno a una storia che, a raccontarla per sommi capi, risulta meno verosimile di un Harry Potter.

La stregoneria di Ruiz Zafon

Per quanto Zafon possa essere lo spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes, di sicuro sono più quelli che sanno citare a memoria tutti i personaggi della Casa di Carta che quelli che conoscono i titoli di tutti i suoi romanzi, ma con lui tutti gli scrittori, gli editori e i librai del mondo avranno per sempre un debito: aver tirato fuori i libri dal polveroso mondo in cui una certa visione elitaria, gelosa e miope li aveva confinati e averli resi protagonisti di una serie di romanzi popolari. Oggetti non di un culto sterile, ma quasi personaggi in carne e ossa capaci di essere insieme Indiana Jones e il Santo Graal.

Come fosse possibile tutto ciò, lo raccontava lui stesso nelle interviste: stregoneria. Non quella che lui era capace di fare attraverso parole incantatrici, ma quelle che si portava dentro e alle quali aveva cercato invano di fuggire. Nei suoi romanzi raccontava sempre Barcellona: una città misteriosa e inquietante che milioni di fan hanno cercato di ritrovare in pellegrinaggi nei luoghi delle sue storie, ma dalla quale mancava da quasi trent’anni. Una Barcellona che viveva più nella sua anima di scrittore che nelle vie affollate di turisti e che neppure decine e decine di anni trascorsi nel suo esatto opposto – la vacua, volubile e sbrilluccicante Los Angeles – erano riusciti a cancellare.

Come le favole della buonanotte

Nelle sue opere sono stati cercati e trovati similitudini e paralleli con scrittori come Poe e Dumas, ma chi lo conosceva lo racconta come lontanissimo dalla figura del bibliofilo austero che le sue storie – insieme con l’aspetto e una certa riservatezza – lasciavano supporre. “Il cimitero dei libri dimenticati” diceva parlando del luogo che è al centro dei suoi romanzi di maggior successo “è una metafora, non solo per i libri ma per le idee, per il linguaggio, per la conoscenza, per la bellezza, per tutte le cose che ci rendono umani, per la raccolta della memoria”. E per questo l’eredità che ci lascia non è quella di un incantatore, né quella di un imbonitore. Ma è una sensazione straordinariamente simile a quella che davano le favole raccontate dalla mamma prima della buonanotte: un po’ di inquietudine, ma tanta voglia di sentirle ancora.