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AGI – Nel cuore di Roma antica, dove c’era Campo Marzio, in un’area che va da Largo Argentina a Piazza Venezia, a via delle Botteghe Oscure 46, di fronte alla storica ex sede del Pci, sotto palazzo Lares Permarini (dal nome del tempio adiacente attribuito dagli archeologi appunto ai Lares Permarini o alle ninfe) un ritrovamento archeologico aiuta a capire meglio la topografia della città nel periodo che va dal I secolo avanti Cristo al I secolo dopo Cristo.

 

Si tratta di una parte della Porticus Minucia, scoperta avvenuta durante i lavori di ristrutturazione di Palazzo Lares Permarini che sarà trasformato in albergo a 5 stelle (86 camere, un roof garden con vista sulle meraviglie di Roma – dal Vittoriano ai Fori al Pantheon a Largo Argentina – con un ristorante specializzato in cucina romana “non rivisitata” affidata a un giovane chef), che permette di porre un ulteriore tassello alla conoscenza del grandioso quadriportico costruito in epoca repubblicana, che abbracciava l’area del Campo Marzio dove avvenivano le cosiddette ‘frumentationes’, ovvero le distribuzioni gratuite di grano alla plebe.

 

 

Una scoperta frutto della sinergia tra pubblico e privato, un meccanismo virtuoso che permette di valorizzare il patrimonio culturale italiano e al contempo di rendere ancor più unico un albergo nel centro di Roma. Le strutture sono state infatti ritrovate grazie alla stretta collaborazione tra Finint Investments, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Finint, e la Soprintendenza Speciale di Roma, durante una ristrutturazione dell’edificio per la realizzazione di un hotel 5 stelle della linea Radisson Collection, il ‘Roma Antica’ che aprirà ufficialmente il 28 marzo.

 

“Il ritrovamento archeologico poteva essere un problema e invece lo abbiamo trasformato in un’opportunità – spiega Mauro Sbroggiò, ad di Finint Investments – in realtà questa ristrutturazione, che ridà vita a un palazzo prestigioso, rappresenta per noi un successo perché ci ha permesso anche di valorizzare questi importanti ritrovamenti archeologici mettendoli a disposizione della collettività grazie a una collaborazione continua e sinergica con la Soprintendenza, un esempio di un concorso di buona volontà tra un investitore privato e una sovrintendenza particolarmente competente e sensibile”.

 

 

“Il ritrovamento di una porzione della Porticus Minucia ha una grande importanza a livello scientifico e costituisce l’occasione per ribadire come la Soprintendenza possa lavorare in modo efficace con enti privati – spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma – Finint Investments ha finanziato sia le operazioni di scavo archeologico, sia una innovativa valorizzazione dei reperti, in modo da renderli fruibili a tutti e non disperdere il prezioso lavoro di scavo e di studio degli archeologi”.

 

Dopo i ritrovamenti, in corso d’opera è stato ampliato il progetto con l’aggiunta della valorizzazione in situ dei resti archeologici che saranno visitabili al piano interrato dell’hotel, corredati da un video multimediale che propone la ricostruzione tridimensionale della Porticus Minucia. Il sito sarà visitabile da tutti, non solo dagli ospiti dell’albergo, ma in maniera contingentata. “Ci stiamo dotando di guide e prendiamo contatto con le altre guide della città perché’ sappiano che qui c’è un importante reperto archeologico – spiega ancora Mauro Sbroggiò – ci sarà un flusso regolato, ovviamente, ma diventerà un flusso aperto al pubblico”.

 

Lo scavo, effettuato tra maggio e luglio del 2020, e’ stato diretto dall’archeologa della Soprintendenza Marta Baumgartner, che spiega: “La scoperta e’ per noi motivo di orgoglio perche’, per la prima volta, vediamo i muri della Porticus Minucia in elevato e le decorazioni marmoree che li impreziosivano: possenti blocchi di tufo uniti da grappe e rivestiti, almeno nella parte inferiore con lastre di marmo. Un secondo dato importante e’ la collocazione del limite orientale della Porticus Minucia, noto ma ora posizionato in modo esatto”.

 

 

La scoperta archeologica ha cosi’ permesso di ricostruire l’aspetto della Porticus Minucia in modo estremamente attendibile, come mai accaduto prima d’ora. La realizzazione di un modello tridimensionale del monumento ha consentito inoltre di individuare la sua esatta collocazione rispetto all’odierno tessuto urbano. Per ciò che riguarda la datazione, la fase attualmente visibile della Porticus Minucia è ricoperta da strati di abbandono databili all’inizio della tarda età imperiale (III secolo dopo Cristo), a conferma delle notizie storiche che fanno risalire a questa epoca la fine delle distribuzioni di grano e l’inizio delle erogazioni gratuite di pane in altri luoghi della città.

 

I visitatori entreranno nel piccolo sito archeologico che risale al I secolo dopo Cristo di epoca imperiale, domizianea, quando il Porticus Minucia (costruito in epoca repubblicana da Marco Minucio Rufo in seguito alla vittoria sugli Scordisci nel 106 a.C.) era stato ricostruito dopo l’incendio dell’80 d.C.: si tratta di una stanza da cui e’ visibile una parte dell’alzata del muro e blocchi marmorei, cosi’ come pavimentazione e muratura di strutture successive. Ad aiutare i visitatori a comprendere dove si trovino e la reale portata della scoperta c’è un video multimediale che propone la ricostruzione tridimensionale della Porticus Minucia e inserisce il quadriportico nel contesto della Roma attuale.

 

 

La struttura rinvenuta, due file di grandi blocchi in peperino di epoca imperiale venuti alla luce per la prima volta, segna con precisione il limite orientale della Porticus. Tale confine finora era conosciuto solo sommariamente grazie agli appunti presi da Guglielmo Gatti durante i lavori di costruzione del Palazzo nel 1938. Di grande interesse sono soprattutto le decorazioni in alzato, mai fino a ora rinvenute: della Porticus erano infatti note solo le fondazioni e lacerti di pavimentazione emersi negli scavi del 1983 alla Crypta Balbi.

 

Alcune ipotesi ricostruttive presentavano le facciate dell’edificio in mattoni mentre gli attuali ritrovamenti mostrano la tecnica decorativa delle pareti, nella parte inferiore realizzata con grandi lastre di marmo bianco al di sopra delle quali insistono frammenti marmorei più piccoli di riutilizzo, a scandire linee orizzontali. Negli strati di crollo successivi, il rinvenimento di intonaco ha permesso inoltre di ipotizzarne anche il rivestimento della parte superiore. Lo scavo ha rivelato almeno due fasi costruttive dei livelli pavimentali collocati sotto al porticato, realizzati entrambi in scaglie di travertino di diversa fattura. I ritrovamenti corrispondono alla parte dell’edificio di età imperiale cosi’ come rappresentato in un frammento della cosiddetta Forma Urbis, la pianta marmorea di Roma antica realizzata intorno al 209 dopo Cristo. 

 

AGI –  “Nel giugno 2022 le forze russe sono arrivate nel nostro villaggio. Prima i soldati ceceni, poi i russi. Parlavo con loro, molti avevano parenti in Ucraina. Avevano seguito un addestramento di due mesi in Bielorussia. Uno, ventenne, mi ha mostrato la foto della moglie. Gli preparavo il caffè ogni mattina. Alcuni di loro avevano vent’anni, anche meno. Mi dissero scherzosamente che volevano farmi sindaco. Tuttavia quando il loro cibo finì, finì anche la tregua. Hanno saccheggiato il villaggio, ucciso una mucca per mangiarla. Rendendosi conto che la sconfitta era imminente, bruciarono una casa, insieme ai loro morti. Prima di partire hanno minato il villaggio, lasciando dietro di sé mine inesplose. Una mattina mi sono svegliato e non c’erano più. Era il 30 marzo”. Così Victor, che sta ad Andriivka. L’obiettivo lo ferma davanti alla porta del suo magazzino, sotto le assi di legno sconnesse.

 

È il giugno del 2022. Offre la propria immagine e la testimonianza ad Arianna Arcara (Italia). Le sue immagini e quelle di Mykhaylo Palinchak (Ucraina), Rafal Milach (Polonia) e Sandra Shildwacher (Germania) sono state selezionate nell’ambito dell’International Visitor Leadership Program (IVLP), uno dei programmi di scambio culturale del Dipartimento di Stato Usa, che ogni anno, attraverso le proprie ambasciate, coinvolge 4500 giovani leader. E sono ora esposte fino all’11 marzo al MAXXI di Roma, una mostra nello Spazio Corner a ingresso gratuito – “Ucraina, storie di Resistenza” – promossa dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Un memento crudo della guerra di Putin, adesso che sono passati due anni dall’invasione della “regione di confine”, questo vuol dire Ucraina secondo il toponimo dall’antico slavo orientale. 

Un pugno, queste fotografie scattate tra i palazzi distrutti di Donetsk, nel territorio di Kharkiv o nei rifugi di Kiev, contro la campagna di disinformazione che la dittatura di Putin ha confermato, insieme alla ferocia, nel caso del martire Navalny.

 

“Qui reagiamo alla barbarie della guerra, nella consapevolezza che siamo tornati nell’era del ferro e del fuoco, come disse Carlo Rosselli, martire della Resistenza. Al MAXXI lo facciamo con il linguaggio dell’arte”, ha commentato Alessandro Giuli, presidente del Museo del Ventunesimo Secolo, inaugurando l’esposizione alla presenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia Jack A. Markell, della vice Ambasciatrice d’Ucraina in Italia Oksana Amdzhadin e dell’Ambasciatore del Regno Unito in Italia Edward Llewellyn.

 

 

Sono tutte in bianco e nero le foto di Arcara. Su uno sfondo di desolazione, dove la linea d’orizzonte sfuma nella nebbia, i suoi “protagonisti” stanno dritti, in una fissità che è essa stessa “resistenza”. Adolescenti, come Kira, Maxim, Sergei ritratti dalla macchina fotografica a Posad Pokrovs’ke e a Kherson tra novembre e dicembre scorsi. Prima, a giugno 2022, ragazzini giocano nel fiume vicino a Borodjanka, si lasciano galleggiare tra le increspature dell’acqua. Alina, seduta sul suo letto, lo sguardo fisso verso il vuoto, dice alla fotoreporter (Mykolaiv,  maggio 2022): “Io e mia sorella Cristina, insieme a papà e mamma, abbiamo cercato un rifugio per ben 92 giorni. Papà, un veterano del 2014, lavorava all’aeroporto prima che venisse orribilmente bombardato e ridotto in macerie. Ora fa il volontario: va nei villaggi di Mykolaiv Oblast per portare pacchi di cibo alle persone isolate. Mamma organizzava feste per bambini e matrimoni. Sono preoccupata per me e mia sorella, per come cresceremo in mezzo a questo caos, senza amici, senza poter andare a scuola in modo normale. Tutto è avvolto nell’incertezza”. Gli anziani sono gli altri soggetti fotografati. Lydia ha la borsa della spesa infilata nel braccio e stringe una bottiglia di latte. Ma dove andrà, se tutto intorno è abbandono. Olga, di Andriivka, racconta di aver messo i barattoli delle sue conserve al sole (il sole di giugno 2022) per farli asciugare: li ha trovati vuoti, dopo che i russi hanno lasciato il villaggio.

 Il ponte di Irpin ha visto passare in fuga nel marzo 2022 migliaia di persone in fuga dalla guerra. Ora un moncone di cemento armato pende minaccioso. Ecco le foto a colori di Mykhaylo Palinchak. Ancora Irpin: Savelii, dieci anni, china la testa davanti alla tomba del padre Igor, classe 1975, morto per difendere la città come membro della difesa territoriale. Anche suo fratello Vladislav, 21 anni, e suo zio Yuri sono andati a combattere. E li hanno feriti gravemente. Tra la neve un’esercitazione militare; sullo sfondo di un convoglio e di soldati in mimetica l’abbraccio di due fidanzati alla stazione di Kramatorsk, punto di snodo per militari che partono e tornano dal fronte. A Kyiv solo una quinta nera dietro al bianco del fagotto di sacchi di sabbia ammassati per proteggere il monumento a Dante Alighieri. E lì – febbraio 2022 – porta un fucile a tracolla sul cappotto di tutti i giorni Yaryna Arieva, ventuno anni, che si è unita alla difesa territoriale il primo giorno dell’invasione russa su larga scala.
“Should I stay or should I go?”, s’intitola la sezione di Sandra Schildwachter. Famiglie riunite in ambienti stretti,  i letti aggiunti vicino al divano o alla tv per accogliere chi è scappato. Boris Yevlakhin, 47 anni, faceva il minatore in Ucraina. Vive in Germania da sei mesi, è riuscito a portare la madre Lyuba e il padre Anatoliy. In un appartamento condiviso a Hochst, ancora Germania, vivono quattro generazioni: Kateryna, 29 anni, giunta da Kharkiv con la figlia di due anni, la madre e la nonna. Prima di sistemarsi nella mansarda si sono a lungo arrangiate nel monastero della città tedesca. Così Olesia, che nel suo Paese faceva l’insegnante, ed è fuggita con i due figli e la madre. 

Rafal MIlach, oltre agli scatti, ha portato al MAXXI le copie del suo foglio di informazioni, UATLAS. Fin dall’avvio della guerra camuffata da “operazione speciale” ha messo in piedi una piattaforma online per collegare rifugiati e persone rimaste in Ucraina e raccontare le loro storie. Il primissimo piano di una donna campeggia su una pagina, sotto le fermezza delle sue parole “…e allora sono tornata in Ucraina per vedere i miei parenti, i miei genitori…”.
Vicende, immagini, testimonianze che i tiggì hanno mostrato e mostrano da ventiquattro mesi. Ma allibito davanti alle foto – ciascuna una data, una località, un nome – il visitatore si chiede: chissà ora dove sono, che cosa fanno, com’è finito il loro tormento.

 

AGI – Dopo l’abbattimento di un ristorante e di una casa abusiva, si aprono nuovi percorsi di studio nell’area della Villa dei Misteri, una delle testimonianze più importanti dell’antica Pompei. In particolare, l’individuazione di attività di scavo clandestino ha permesso già di scoprire un criptoportico che si pensa conduca a un altro edificio e un muro di contenimento della Villa. Ad annunciarlo, il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, che ha fatto il punto su alcune novità e nuove scoperte realizzate anche grazie alla sinergia con la procura di Torre Annunziata, guidata, oggi, da Nunzio Fragliasso.

 

Gli studi dovranno essere programmati e finanziati, per poter proseguire, ma intanto, dopo l’abbattimento della casa, da un saggio effettuato “abbiamo dati molto promettenti – spiega Zuchtriegel – abbiamo tracce di un altro edificio a monte della Villa dei Misteri, di cui finora conosciamo solo un muro, in cui c’era una breccia che ha consentito la esplorazione di quello che c’è dietro. Ed è, a quanto pare, un criptoportico. Un ambiente seminterrato che immaginiamo, come nel caso della Villa dei Misteri, doveva correre verso un altro complesso che ora non conosciamo”.

 

In un’altra parte dello stesso scavo, “ci sono dappertutto tracce di cunicoli, gallerie scavate dai sotterranei di una casa, stiamo cercando di capire archeologicamente come si datano questi interventi”. Sono stati trovati oggetti che non sono normalmente oggetto di studi archeologici, ma che possono essere utili a capire “come si datano queste attività che sono molto dannose”, rivela, premettendo che al momento occorrono studi più accurati. “Dalla sovrapposizione delle piante disponibili – dice ancora il direttore del Parco archeologico di Pompei – si comprende che il muro che incrocia uno dei cunicoli è il muro di contenimento della Villa dei Misteri, che doveva correre lungo una strada a Nord della villa e a Sud abbiamo questo altro muro”.

 

Gli abbattimenti degli edifici abusivi sono stati realizzati grazie ai protocolli d’intesa sottoscritti con la procura di Torre Annunziata, per contrastare l’attività di scavo illegale e per realizzare l’abbattimento degli abusi edilizi che ricadono nel perimetro del Parco archeologico e immediatamente a ridosso. 

AGI – I consigli di lettura dell’AGI per capire l’ascesa e il mantenimento del potere da parte di Vladimir Putin in Russia e su come il paese sia cambiato sotto la sua presidenza. La guerra in Ucraina, il controllo dell’informazione, il soffocamento dell’opposizione, il machismo esagerato sono gli ingredienti fondamentali del regime russo messi sotto la lente d’ingrandimento in questi saggi.

 

“Figli di Putin” di  Ian Garner (Linkiesta books)

Negli ultimi vent’anni Vladimir Putin ha avviluppato la Russia in un’ideologia che può senz’altro essere definita come una forma di fascismo. Attraverso un’efficace alternanza di hard e soft power, Putin ha iniettato nell’opinione pubblica del suo Paese, ormai quasi disconnessa dal resto del mondo, una miscela tossica di nazionalismo, messianesimo, machismo, oltranzismo ortodosso, sovietismo d’accatto, antinazismo di facciata (che imputa ad altri quegli stessi comportamenti che è proprio Mosca a mettere in atto), omofobia e diffidenza per l’Occidente. Il collante usato da Putin per tenere insieme questo mosaico di brutture, e per alimentare il vittimismo dei suoi sudditi, è l’odio verso un Altro scelto à la carte, di volta in volta, in quelle terre che il Cremlino considera una periferia del proprio impero (e ora, come nel 2014, l’Altro è l’Ucraina). Soffocata l’opposizione e accompagnati all’uscita centinaia di migliaia di russi che hanno preferito l’esilio alla stagnazione e alla repressione, il regime raccoglie ora i frutti di quel lavoro di indottrinamento durato due decenni che ha creato una nuova generazione di ragazzi zelantissimi nel celebrare il violento verbo putiniano. Questa Generazione Z, laddove la “Z” è il simbolo del bellicismo russo, è stata allevata con un metodo che mescola l’antico (i corpi paramilitari giovanili che fanno il verso ai “pionieri” del tempo che fu) con il moderno (gli influencer e i social) e il passato (una rimasticatura dell’epopea sovietica nella Seconda guerra mondiale) con il futuro (la promessa di una Russia “pura”). E ora il mondo libero deve trovare un modo per deprogrammare, da remoto, questi giovani fascisti. Per salvare la Russia, per evitare un contagio che si sta già diffondendo in altri Paesi europei e per scongiurare nuove guerre nel prossimo futuro.

 

“La nuova Russia” di I.J. Singer (Adelphi)

È l’autunno del 1926 quando Israel Joshua Singer, su invito del direttore del «Forverts» − quotidiano yiddish di New York −, si reca in Unione Sovietica per un reportage che lo impegnerà diversi mesi. «Queste immagini e impressioni sono state scritte di getto, sul momento, come accade nei viaggi» dirà, non senza understatement, a commento del suo lavoro, che invece costituisce una testimonianza eccezionale, per molti versi unica. Perché Singer, che aveva osservato a fondo il paese dei soviet già nel pieno della tempesta rivoluzionaria, non solo ci mostra ora uno scenario drasticamente mutato, ma coglie in nuce, con occhio penetrante, quelli che saranno i tratti peculiari del regime staliniano: la burocrazia imperante, la pervasività dell’apparato poliziesco, gli ideali comunisti sempre più di facciata, i rigurgiti antisemiti. Percorrendo le campagne bielorusse e ucraine punteggiate di fattorie collettive e colonie ebraiche, visitando le principali città del paese – Mosca, «grande, straordinaria e bellissima»; Kiev, che «non riesce ad accettare il nuovo ruolo di città di provincia»; Odessa, «cortigiana esuberante» divenuta «profondamente osservante e devotamente socialista» –, immergendoci in una prodigiosa polifonia di testimonianze, Singer ci restituisce un quadro vivido e composito, pieno di chiaroscuri, della nascente società sovietica. E porta così alla luce le feroci contraddizioni che proliferano sotto lo sguardo vigile e ubiquo delle nuove icone laiche del «santo Vladimir».

 

 

 

 

“La Russia moralizzatrice” di Marta Allevato (Piemme)

Oggi, al di là delle notizie su economia e guerra, ciò che accade davvero in Russia, sul piano sociale e politico, è in larga parte ignorato al di fuori dei suoi confini. Questo libro, frutto di studio e approfondite analisi, ma anche dell’insostituibile visione diretta di chi ha vissuto e toccato con mano la quotidianità e gli eventi del mondo russo, prende in esame l’ultimo decennio putiniano, mettendo in luce il rinato conservatorismo della Russia, paladina dei valori tradizionali contro la «corruzione dell’Occidente». La svolta conservatrice di Putin arriva col suo terzo mandato, nel 2012, quando il presidente lancia l’esperimento di una nuova, eclettica ideologia imperniata su idee reazionarie, richiamo ai valori dell’ortodossia, militarizzazione, sfiducia nella classe media urbana e antiamericanismo. Il tutto nel tentativo di far sorgere una nuova identità nazionale, in netta contrapposizione con un Occidente «peccatore», preda di una corruzione morale dalla quale il Paese si deve difendere. Liberalismo, secolarismo, pacifismo, omosessualità e femminismo sono presi di mira oggi in Russia con leggi e campagne persecutorie, nel contesto di un sistema che si fa sempre più autoritario. Una crociata contro il mondo esterno, ma più spesso contro quello interno, per zittire qualsiasi tipo di opposizione.

 

 

 

 

“Il mago del Cremlino” di Giuliano da Empoli (Mondadori)

Lo chiamavano Il mago del Cremlino: l’enigmatico Vadim Baranov era stato un produttore di reality show prima di diventare l’eminenza grigia di Putin. Giuliano da Empoli racconta in un libro unico nel suo genere: attraverso questo personaggio ispirato a Vladislav Surkov, controverso spin doctor e consigliere di Putin, l’autore analizza la Storia russa contemporanea e lo strumento del potere.

Per questo Il mago del Cremlino, seppur sotto forma di romanzo, ci propone uno sguardo sulla nostra attualità e il nostro futuro che parte da lontano. Surkov, infatti, dal 2013 è stato consigliere per i rapporti con Abcasia, Ossezia del Sud e Ucraina, fino alla sua rimozione per ordine presidenziale nel febbraio 2020.

Da quel momento le leggende su di lui si moltiplicano, senza che nessuno sia in grado di distinguere il falso dal vero.

È proprio a questo punto che inizia il romanzo di Giuliano da Empoli: Baranov, alias Surkov, racconta al narratore della storia come si sia arrivati alla Russia di oggi, dalla caduta dell’Unione Sovietica all’ascesa di un nuovo Zar.

 

“La mia Russia” di Elena Kostjucenko (Einaudi)

Il 28 marzo 2022, sei mesi dopo che era stato assegnato il Nobel per la pace al suo direttore Dmitrij Muratov, «Novaja Gazeta» fu costretta a sospendere le pubblicazioni. Due pezzi in particolare avevano irritato le autorità russe: lunghi reportage dalle città assediate di Mykolaïv e Cherson, scritti dalla trentaquattrenne Elena Kostjucenko. Già da tempo nel mirino dei servizi russi e arrestata varie volte, Kostjucenko racconta da anni il degrado e la desolazione morale del proprio Paese. La mia Russia è un libro incendiario e straziante in cui ai reportage scritti tra il 2008 e il 2022, si alternano riflessioni che scavano nel torbido di quanto sta accadendo oggi. Tredici storie che compongono un eccezionale ritratto della Russia negli ultimi dieci anni.

«Per tutta la carriera ho raccontato come la Russia ha sistematicamente tradito i propri cittadini. Eppure la Russia è il Paese che amo. Vorrei che questo libro uscisse il prima possibile, anche se so che probabilmente non mi sarà consentito pubblicare altro per lungo tempo, forse per sempre».

La televisione come religione nazionale; l’ospedale dismesso e le centinaia di bambini e ragazzi abbandonati dalle famiglie che lo hanno scelto come casa; la strada, le prostitute e i loro clienti; la persecuzione delle minoranze; i disastri ambientali sottaciuti; una giornata in un comando di polizia; gli istituti psichiatrici e gli orrori che nascondono; il coraggio delle donne russe; e naturalmente l’Ucraina. Storie intime e apocalittiche di violenza, repressione, miseria filtrate dallo sguardo unico, partecipe e lucido di una giornalista sul campo.

 

 

 

“Proteggi le mie parole” (Edizioni E/O)

“Due membri di Memorial (l’associazione insignita nel 2022 del Premio Nobel per la Pace) – Sergej Bondarenko, dell’organizzazione russa, e Giulia De Florio, di Memorial Italia (sorta nel 2004) – ci presentano una testimonianza originale e inedita che getta una luce inquietante, ma anche di grande interesse, sul carattere repressivo dello Stato russo, prima e dopo il 24 febbraio 2022, data d’inizio della guerra d’aggressione all’Ucraina. La raccolta che viene presentata comprende le ‘ultime dichiarazioni’ rese in tribunale da persone accusate di vari e diversi reati, tutti attinenti, però, alla critica del potere e alla richiesta di poter manifestare ed esprimere liberamente le proprie opinioni”.
(Dalla Prefazione di Marcello Flores)

L’idea del volume nasce da una semplice constatazione: in Russia, negli ultimi vent’anni, corrispondenti al governo di Vladimir Putin, il numero di processi giudiziari è aumentato in maniera preoccupante e significativa. Artisti, giornalisti, studenti, attivisti (uomini e donne) hanno dovuto affrontare e continuano a subire processi ingiusti o fabbricati ad hoc per aver manifestato idee contrarie a quelle del governo in carica. Tali processi, quasi sempre, sfociano in multe salate o, peggio ancora, in condanne e lunghe detenzioni nelle prigioni e colonie penali sparse nel territorio della Federazione Russa. Secondo il sistema giudiziario russo agli imputati è concessa un’“ultima dichiarazione” (poslednee slovo), la possibilità di prendere la parola per sostenere la propria innocenza o corroborare la linea difensiva scelta dall’avvocato/a. Molte tra le persone costrette a pronunciare la propria “ultima dichiarazione” l’hanno trasformata in un atto sì processuale, ma ad alto tasso di letterarietà: per qualcuno essa è diventata la denuncia finale dei crimini del governo russo liberticida, per altri la possibilità di spostare la discussione su un piano esistenziale e non soltanto politico. Il volume presenta 25 testi di prigionieri politici, tutti pronunciati tra il 2017 e il 2022. Sono discorsi molto diversi tra loro e sono la testimonianza di una Russia che, ormai chiusa in un velo di oscurantismo e repressione, resiste e lotta, e fa sentire forte l’eco di una parola che vuole rompere il silenzio della violenza di Stato.

 

 

 

“Gli uomini di Putin. Come il KGB si è ripreso la Russia e sta conquistando l’Occidente” di Catherine Belton

L’interferenza nelle elezioni americane, il sostegno alle forze populiste in Italia e in tutta Europa, la guerra in Ucraina. Negli ultimi anni, la Russia di Vladimir Putin ha condotto una poderosa campagna per espandere la sua influenza e indebolire le istituzioni occidentali. Come è potuto accadere? E, soprattutto, chi si nasconde dietro questo piano ambizioso? Catherine Belton, giornalista investigativa già corrispondente da Mosca, racconta la storia segreta dell’ascesa al potere di Vladimir Putin e del ristretto gruppo di ex agenti del KGB che lo circonda. Studiando i meccanismi nascosti del Cremlino, Belton ha scovato i personaggi chiave che hanno consentito a Putin di sostituire i magnati dell’era Eltsin con una nuova generazione di fedeli oligarchi, che hanno rovesciato l’economia e le leggi del loro paese e ne hanno ampliato l’influenza internazionale. Il risultato è un’inchiesta scottante la cui storia inizia durante il collasso dell’Unione Sovietica, quando una rete di agenti del KGB comincia a sottrarre miliardi di dollari dalle imprese statali per accumulare un bottino in Occidente. Putin e i suoi alleati hanno completato l’opera, confiscando aziende private, sopprimendo le voci dissidenti, sfumando i confini tra criminalità organizzata e potere politico, e avviando operazioni segrete per influenzare i governi stranieri. Da Mosca a Londra, dall’Italia all’America di Trump, l’indagine di Catherine Belton evidenzia i contatti e le pressioni, segue i fondi neri mascherati da accordi commerciali, rintraccia i beneficiari della fiducia di Putin e i suoi interlocutori, nel resoconto definitivo di come i progetti per la nuova Russia si siano estesi, con conseguenze ormai sul mondo intero.

 

 

 

AGI – Sulla questione istituzionale che investiva Vittorio Emanuele III e la dinastia dei Savoia nel 1944 si giocava una partita doppia, su scala nazionale e internazionale. All’indomani dell’autorizzazione da parte degli Alleati di trasferire il Governo da Brindisi a Salerno il 27 gennaio, con il riconoscimento all’Italia di “territorio liberato”, il Congresso dei partiti antifascisti riunito al Teatro Piccini di Bari il 28 ribadiva chiaramente il concetto dell’abdicazione del re e della convocazione di un’assemblea costituente. Il Congresso, espressione delle anime del Comitato di liberazione, al di là del suo ruolo era stato convocato in forma semiufficiale per non urtare la suscettibilità degli Alleati, restii a concedere a tale organismo il crisma della rappresentatività del popolo italiano, caratteristica che peraltro non riconobbero mai. Quanto alla monarchia, gli inglesi erano su posizioni diverse e opposte a quelle americane, non andando oltre un ipotetico possibilismo senza però intaccare più di tanto la continuità dinastica; la ferrea tradizione repubblicana statunitense era invece preminente sulla visione delle cose italiane. D’altronde il capo della missione interalleata di controllo, il generale britannico Noel Mason-MacFarlane, a Brindisi si era presentato davanti a Vittorio Emanuele e alla regina Elena in pantaloncini corti e con l’atteggiamento di chi gli ordini li dà, insensibile allo sdegno e al moto di fastidio della coppia reale: come li aveva fatti sloggiare allora dalla residenza che occupavano, non aveva nessuna remora sul fatto che potessero essere sloggiati dal trono d’Italia.

 

Era stato il giurista Enrico De Nicola a cercare di far comprendere al Savoia l’opportunità di fare un passo indietro prima che la storia decidesse per lui. Lo aveva incontrato il 20 febbraio a Ravello, e lo aveva esortato a nominare Umberto luogotenente generale del Regno, con esecutività dal momento del rientro a Roma, per una transizione morbida che preservasse la continuità dinastica. Era un compromesso per salvare quello che forse non si poteva più salvare. Al principe di Piemonte il padre non aveva mai dato né fiducia né credito, tenendolo sempre al di fuori delle scelte e non informandolo neppure delle trattative di armistizio: la sera del 9 settembre 1943, infatti, non sapeva neppure che era stato convocato il Consiglio della Corona al Quirinale per decidere il da farsi dopo l’annuncio della resa incondizionata da parte del generale Dwight Eisenhower da Radio Algeri. La raffinata soluzione escogitata da De Nicola era stata accettata di malavoglia da Vittorio Emanuele, con un “sì” che era stato riferito il giorno dopo a Mason-MacFarlane. Ma è Winston Churchill a comprendere subito che quei movimenti e quelle trattative vanno ben al di là dei regolamenti di conti tra italiani, investendo invece il quadro politico-militare della condotta della guerra e dei suoi equilibri alla fine delle ostilità. Il 22 febbraio a Londra pronuncia un discorso in un’affollata Camera dei comuni che verrà subito chiamato “il discorso della caffettiera”.

 

 

Con una delle sue fulminanti creazioni linguistiche per immagini esprime una recisa contrarietà alla proposta del Congresso di Bari di un’assemblea costituente, in appoggio a Badoglio e al suo governo e quindi alla monarchia. «Se si deve tenere in mano una caffettiera bollente – sostiene nella metafora – è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro egualmente comodo e pratico, e comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio». Churchill non si erge a difesa di Vittorio Emanuele III, perché è un lucido politico, ma dell’istituto monarchico, da lui visto in quel frangente storico come barriera, l’unica al momento, al rischio comunista. E manifesta esplicitamente anche il disconoscimento di autorità e autorevolezza dei rinati partiti politici antifascisti riuniti a Bari. 

 

Al “discorso della caffettiera” Benedetto Croce e Carlo Sforza rispondono con una lettera formale di protesta che il premier britannico fa cadere nel vuoto. I partiti antifascisti vorrebbero di più per legittimarsi agli occhi degli Alleati e lanciano allora l’idea di una grande manifestazione di popolo, con uno sciopero generale che dovrebbe comprovare l’appoggio di cui godono. Gli angloamericani sono fortemente contrariati e durante una riunione in prefettura a Napoli il governatore statunitense Charles Poletti (era stato governatore di New York) chiede la revoca di quella decisione: non ottenendola, lo sciopero è dichiarato illegale e gli agitatori vengono arrestati. Mason-MacFarlane vorrebbe andare addirittura oltre, procedendo direttamente all’arresto dei dirigenti dei partiti. A Napoli, il 4 marzo, allo sciopero di protesta per il discorso di Churchill non aderisce pressoché nessuno.

 

Croce annoterà sul suo diario qual è l’atteggiamento degli Alleati su tema dell’«allontanamento del re per formare un governo democratico. Ma io ho osservato e sperimentato che gli inglesi e gli americani che maneggiano gli affari politici in Napoli, sono molto tardi nel comprendere». Churchill, caustico, lo aveva già liquidato così: «Apprendo da Harold Macmillan che Croce è un professore nano sui 75 anni che ha scritto buoni libri di estetica e di filosofia. Non ho più fiducia in Croce che in Sforza». La soluzione all’impasse l’aveva escogitata De Nicola, futuro Capo provvisorio dello Stato e primo presidente della Repubblica nonostante il credo monarchico, ottenendo il via libera da Croce e da Sforza, il quale avrebbe voluto addirittura saltare una generazione dei Savoia facendo di Maria José la reggente del piccolo Vittorio Emanuele: Umberto avrebbe esercitato le funzioni sovrane come luogotenente del Regno, con Vittorio Emanuele III nominalmente sul trono ma ritirato a vita privata in attesa dell’abdicazione formale. Terminata la guerra, a seguito di referendum popolare, un’assemblea costituente avrebbe stabilito come sarebbe stata la nuova Italia.

 

 

 

 

 

AGI – Ennio Flaiano in un aforisma sostiene che oggi anche i capolavori hanno i minuti contati. Nei 16 minuti della “Rhapsody in Blue” di George Gershwin (1898-1937) c’è invece il capolavoro nato per caso che dura da un secolo, da quel 12 febbraio 1924 in cui all’Aeolian Hall di New York veniva eseguita per la prima volta, come ultimo brano in scaletta di una rassegna pretenziosamente intitolata “An Experiment in modern Music”. Gershwin aveva saputo dai giornali, a gennaio, che in programma c’era una sua composizione di jazz sinfonico, come aveva rivelato alla stampa Paul Whiteman che così aveva obbligato il fortunato autore di canzoni ad allargare il respiro della sua vena musicale. Il brano pubblicizzato non esisteva, ma non si poteva perdere la faccia di fronte a una platea così grande.

 

Il ventiseienne autore scrisse allora di getto una versione per due pianoforti, passando i fogli ancora umidi d’inchiostro man mano che avanzava nel lavoro all’arrangiatore del complesso di Whiteman, Ferde Grofé, il quale provvedeva a orchestrare per big band la parte del secondo pianoforte seguendo le indicazioni del compositore (la versione per orchestra sinfonica come oggi la conosciamo sarà realizzata postuma nel 1942). Gershwin era essenzialmente un autodidatta, per quanto talentuoso pianista votato alla musica di consumo dalle profonde venature jazz. Si dirà poi che il primo fortunato tema era stato ispirato nell’immediatezza dal rumore delle ruote del treno nei punti di giunzione dei binari, e non c’è motivo per dubitarne. Il titolo originale doveva essere “American Rhapsody”, che il fratello di George, il paroliere Ira, mutò nel definito “Rhapsody in Blue”. Non ci fu tempo per scrivere anche la parte virtuosistica del finale, a metà tra cadenza classica e improvvisazione jazz, e Gershwin si limitò a segnare il, numero delle battute di pausa dell’orchestra, poi al resto avrebbe provveduto lui al pianoforte, dal vivo. In platea c’erano Igor Stravinskij, Sergej Rachmaninov, Fritz Kreisler, Leopold Stokowski.

 

Un clamoroso successo, che indicò all’America una via da seguire spezzando la sudditanza culturale verso l’Europa e il complesso di inferiorità. Il film «Manhattan» (1979) di Woody Allen non sarebbe lo stesso senza la forte impronta evocativa della Rapsodia gershwiniana, che risuona da un secolo in mille versioni, dal classico al leggero. Immediatamente identificabile dall’iniziale glissando di clarinetto, un autentico lampo di genio dell’autore, che però non sapeva che il clarinetto non poteva fare nessun glissando ma solo una rapida scala cromatica. Si impuntò e quello che fin allora era ritenuto impossibile si rivelò nell’inesplorata bellezza grazie a Ross Gorman che inventò una tecnica particolare. Virtuosismo temutissimo da tutti i solisti, con eclatanti scivoloni, per di più irripetibile perché qualunque compositore da cento anni a questa parte che avesse osato scrivere lo stesso effetto sarebbe passato per “copione”.

 

La Rhapsody in Blue, nelle intenzioni di Gershwin, doveva sintetizzare i caratteri dell’America che attraversava gli anni ruggenti, meltin’ pot di storie e culture autoctone e importate, anime che si fondono nella modernità e all’ombra dei grattacieli dell’American Way of Life e del sogno americano di cui il musicista era esemplare prova vivente: ebreo, figlio di immigrati russi di modesta condizione, appassionato della musica negra degli ex schiavi africani, con stilemi della tradizione occidentale. Come scrisse Leonard Bernstein, che ne è stato straordinario interprete, la Rapsodia è una successione di pagine estemporanee di breve respiro, che puoi smontare e rimontare in un altro ordine senza che perda però di freschezza e forza di seduzione. Gershwin si attenne a uno schema che non l’avrebbe mai più abbandonato nella sua produzione “colta”: ritmo, più lento, più ritmo. Lo ascolti e lo comprendi, senza riuscire quale parte sia più intrigante, trascinante e coinvolgente. Musica pura.

 

Nel Terzo Reich, dove la musica ebraica, nera e contemporanea era considerata “arte degenerata” e bandita da tutto, si diceva che sotto ai dischi di Richard Wagner i gerarchi nazisti nascondessero una copia della vietatissima Rapsodia in Blue. Gershwin ne scriverà un’altra nel 1931, ispirata stavolta dalle frenesie di Manhattan e dalla costruzione dei grattacieli: voleva chiamarla «Rhapsody in Revets», poi sceglierà la più neutra «Second Rhapsody» che, pur essendo più meditata, cerebrale e accurata (peraltro l’orchestrazione è totalmente sua), non avrà e non ha la stessa fortuna di quella del 1924. Della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 si ricorda l’esecuzione in stile hollywoodiano al Memorial Coliseum della «Rhapsody in Blue» con 84 pianisti all’unisono. Un atto di omaggio e un atto d’amore a stelle e strisce.

 

AGI – Ancora lui: Christopher Nolan e ancora un’annunciata abbuffata di premi per il suo kolossal sulla creazione della bomba atomica. “Oppenheimer” si presenta alla serata dei Bafta, il più prestigioso riconoscimento britannico al mondo della cinematografia, con ben 13 candidature, più di qualunque altra pellicola. Dopo aver incassato più di 1 miliardo di dollari, aver vinto alla grande ai Golden Globe e ai Critics Choice Awards, ed essere il favorito della notte degli Oscar prossima ventura, punta a conquistare la ribalta nella serata clou dell’anno cinematografico britannico con le nomination come miglior film, per Nolan (regista e sceneggiatura adattata), così come per Emily Blunt (attrice non protagonista) e Robert Downey Jr. (attore non protagonista).

 

Anche l’attore irlandese Cillian Murphy è uno dei favoriti per il suo primo Bafta come miglior attore per il ruolo di J. Robert Oppenheimer. Margot Robbie, Bradley Cooper, Emma Stone e Carey Mulligan sono tra le star attese alla cerimonia – condotta dall’attore scozzese David Tennant – insieme con il principe William, che partecipera’ in qualita’ di presidente del Premio. Sara’ il suo impegno piu’ importante da quando è tornato in servizio dopo l’operazione addominale della moglie Kate e la diagnosi di cancro a suo padre, re Carlo III. Potrebbe essere una serata trionfale anche per “Povere Creature”, una commedia dark surreale, che si presenta con 11 nomination, tra cui nella categoria miglior film e per l’interpretazione di Emma Stone, che ha gia’ vinto il Golden Globe e il Critics Choice.

 

Competerà con Robbie (“Barbie”), Mulligan (“Maestro”), Sandra Huller (“Anatomy of a Fall”), Fantasia Barrino (“The Color Purple”) e Vivian Oparah (“Rye Lane”). Altri contendenti per il miglior film, oltre a “Oppenheimer” e “Povere Creature”, includono il dramma giudiziario francese “Anatomia di una caduta”, la commedia scolastica ambientata negli anni ’70 “The Holdovers” e “Killers of the Flower Moon” di Martin Scorsese. Ne’ Scorsese, ne’ il protagonista della sua epopea, Leonardo DiCaprio, hanno ottenuto candidature, ma il film ha accumulato nove nomination. Il premio per il miglior regista metterà Nolan contro Andrew Haigh (“All Of Us Strangers”), Justine Triet (“Anatomia di una caduta”), Alexander Payne (“The Holdovers”), Cooper (“Maestro”) e Jonathan Glazer (“La zona di interesse”).

 

Bradley Cooper ha anche ottenuto nomination per il suo acclamato film biografico su Leonard Bernstein per la sceneggiatura originale (condivisa con lo sceneggiatore Josh Singer) e come miglior attore. Si batterà contro Murphy, il collega irlandese Barry Keoghan (“Saltburn”), Colman Domingo (“Rustin”), Paul Giamatti per (“The Holdovers”) e Teo Yoo (“Past Lives”). Delusione per “Barbie” – l’altra meta’ del fenomeno al botteghino “Barbenheimer” della scorsa estate – che ha ottenuto solo cinque nomination. Il film di Greta Gerwig, che ha trasformato la nostalgia per l’amata bambola in una tagliente satira sulla misoginia e l’emancipazione femminile, finora non e’ riuscito a mettere sui trofei più importanti in questa stagione. 

AGI – Nella natia Spagna, dal 2013 a oggi, i suoi libri hanno venduto oltre 1 milione di copie, mentre in Italia la conosciamo grazie a ‘Quel che la marea nasconde’ (del 2022), ed ‘Il porto segreto’ (uscito l’anno scorso),  entrambi editi da Ponte alle Grazie. In occasione dell’arrivo nelle librerie, ancora per Ponte alle Grazie, di ‘Un posto dove andare’, l’AGI ha incontrato Maria Oruña, l’autrice che ha creato il fortunato ciclo del mistero dedicato alle indagini della tenente della Guardia Civil Valentina Redondo.

Di cosa tratta ‘Un posto dove andare’?

E’ un viaggio nel tempo e in vari Paesi, che a partire dal misterioso ritrovamento del cadavere di una donna in  abiti medievali con in mano un’antica moneta entra nelle pieghe dell’esistenza di un gruppo di avventurosi archeologi e speleologi. Chiamata a risolvere il mistero è Valentina Redondo.

L’azione è ambientata  in Cantabria e lo snodo della trama legato alla speleologia: ha usato le grotte preistoriche – circa 6.500 in quella regione –  come metafora di un mondo sotterraneo?

Nel  titolo è implicito il senso del libro. Tutti i personaggi sono alla ricerca, anche interiore, di un luogo dove andare, inteso come  ragione per svegliarsi la mattina. Quando uno di essi si rende conto di non averne più si giunge al finale tragico. Nello scrivere era mia intenzione  spingere anche il lettore a chiedersi se ha un luogo dove andare, ma in senso positivo e ottimistico. Io credo che ognuno di  noi possa trovare il proprio posto nel mondo.

 

 

La vicenda segue più piani temporali e oltre alla Spagna esplora altri Paesi, tra cui Germania, Messico, India, Sri Lanka, Polonia e Italia: esiste un motivo specifico per questa scelta?

Quando ho cominciato a intervistare speleologi e archeologi per documentarmi mi è stata chiara  l’importanza di tessere una trama fatta di luoghi e personaggi diversi per provenienza e storia personale. La normalità, infatti, è che i partecipanti alle spedizioni provengano da nazioni o addirittura continenti differenti. Nel caso di uno italiano, ad esempio, ho scelto  Capri come suo luogo d’origine, in modo che la ricchezza di cavità naturali  di quell’isola  spiegasse il suo impulso a cercare di svelare i misteri delle grotte di tutto il mondo.

Quali sono i suoi autori di riferimento?

Non ho scrittori ma storie preferite, è a seconda dell’impostazione della trama che capisco se un libro mi piace. Ma ovviamente amo tanti autori, da Rosa Montero a  Fred Vargas a Pierre Lemaitre, agli italiani Paolo Giordano, Donatella Di Piertantonio, Camilleri ed Eco. Leggo anche tanta saggistica, in particolare  di scienza e storia.

Si definisce una giallista classica o un’autrice che cerca di innovare il genere?

Il  noir è genere cosi ampio da essere difficile da definire. Anche se la base dei classici, come Chandler, resta fondamentale, chiunque vi si cimenti oggi  si trova a innovare anche non volendolo. Io mi sono formata nel ventesimo e ventunesimo secolo, quindi  con ispirazioni  diverse dal passato. Inoltre non mi definisco una  scrittrice di noir, ma di mistero, che nei sui libri unisce influenze differenti come quella della storia, della scienza, dell’archeologia e della speleologia.

Con le indagini della tenente della Guardia Civil Valentina Redondo lei ha creato una saga: qual è a suo avviso il rapporto tra serialità e letteratura?

Il mio caso è diverso da altri: ogni libro tratta un mistero indipendente con tematiche proprie, e può dirsi autoconclusivo. Per questo ogni volta necessito di molto tempo per le ricerche. In Spagna sono usciti sei  libri di Valentina Redondo e ognuno ha un proprio stile narrativo: il primo è storico intimista, il secondo, cioè ‘Un posto dove andare’, un thriller scientifico, il terzo un libro gotico, il quarto affronta un cosiddetto enigma della stanza chiusa – alla Agatha Christie -, il quinto è un noir domestico  e il sesto un thriller d’azione. Sarà l’ultimo della serie, non perché non abbia più storie da raccontare, ma perché i generi sono esauriti.

 

 

AGI –
 Il Museo del Prado riaprirà le sue porte il prossimo 2 marzo dalle 20:30 alle 23:30, riprendendo così anche quest’anno l’iniziativa ‘Prado di notte’.

Come riferito dal Museo del Prado, in questa prima serata di apertura i visitatori potranno vedere la mostra “Reversos”, così come la pittura europea del Rinascimento e le sale dedicate alla collezione del XIX secolo, perché saranno queste le protagonisti di questa esperienza.

 

Allo stesso modo, a ‘El Prado at night’ ci saranno diverse iniziative musicali e la possibilità di scoprire alcune delle esperienze che Samsung e il Museo hanno creato in 10 anni di collaborazione. Questa esperienza, avviata nel 2023, e completata nel luglio dello stesso anno, ha rivelato che perché il museo sia accessibile a tutti, secondo la galleria d’arte, “non basta un’offerta libera generosa come quella offerta dal quotidiano del Prado. ” ma richiede anche orari compatibili con l’orario di lavoro o di istruzione della maggioranza.

Per completare questa attività, il Museo del Prado aprirà il servizio di caffetteria e i biglietti per questo periodo saranno gratuiti (ultimo accesso alle 23:00).

AGI – È uno scenario di lungo periodo ma è uno scenario concreto. La nuova corsa alla Luna ha un obiettivo molto preciso: porre le basi per lo sfruttamento delle risorse minerarie del nostro satellite. Il trattato siglato nel 1979 ed entrato in vigore nel 1984 deve essere aggiornato con urgenza. L’appartenenza dello spazio esterno e delle sue risorse a tutta l’umanità e la definizione dei corpi celesti come bene comune dovrebbero comunque restare principi chiave. Principi che affondano le loro radici nel diritto romano, ha spiegato il professor Marco Falcon dell’Università di Padova durante il convegno “Comparative Visions in Space Law” tenutosi all’Università Roma Tre l’8 e il 9 febbraio

Res communes omnium o res nullius?

“I romani ovviamente non avevano una legge sullo spazio ma, in retrospettiva, il Trattato sullo Spazio Esterno del 1967 è basato su principi che risalgono al diritto romano, che resta una fonte fondamentale di principi giuridici tradizionali”, spiega Falcon, “è da li che vengono espressioni come usque at sidera e le categorie romane della proprietà”. In proposito ci viene in soccorso l’antico giurista Marciano, il quale stabilisce che “alcune cose (res communes omnium) sono comuni a tutti secondo la legge naturale, alcune (res nullius) non appartengono a nessuno e la maggior parte a individui che le hanno rispettivamente acquisite in maniere differenti”.

 

Il riferimento principale è lo ius maris, caso di scuola di res communes omnium che Falcon vede evocato nel film del 2019 “Ad Astra”, interpretato da Brad Pitt: “Se un pescatore costruisce una baracca sulla spiaggia, ne è il proprietario, se la baracca viene distrutta dalla tempesta quel territorio torna bene comune”. Papiniano puntualizza che il trascorrere del tempo non concede diritti di proprietà esclusivi sull’arenile. E “di quel che viene offerto dalla natura sulla costa”, scrive Florentino, “ci si può appropriare liberamente”.

I richiami nell’Outer Space Treaty

Falcon ricorda come nell‘Outer Space Treaty siano molteplici i richiami al diritto romano. Nell’articolo 1 viene stabilita la libertà di esplorazione e accesso, nel 2 viene proibito ad attori statali di rivendicare sovranità sullo spazio esterno e i corpi celesti, nel 3 viene enunciata la libertà di attività umane sulla Luna o altri corpi celesti, nel 4 è permesso l’utilizzo di qualsiasi attrezzatura sia diretta all’esplorazione pacifica dello spazio.

Il problema è stabilire il discrimine tra res communes omnium, che non possono essere possedute da tutti ma possono essere possedute in parte, e res nullius, delle quali chiunque può prendere possesso senza ulteriori discussioni.

 

“È un concetto legale viscoso, la possibilità di una semplice appropriazione dei beni presenti nello spazio aperto porta alla legge del più forte”, avverte l’accademico, “l’attuale regime giuridico non soddisfa le esigenze di uno sfruttamento di eventuali terre rare, magari fondamentali per la produzione di semiconduttori e batterie”. “Ci saranno dispute”, è la previsione di Falcon, “può tornare utile il principio del diritto romano che proibisce il pieno sfruttamento delle cose comuni”.